mercoledì 17 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MINUSCOLI

La Banda del Silenzio, Alex Cosseau, Charles Dutetre
(trad. Federico Appel)
Sinnos 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Per noi non c'è mai abbastanza silenzio.
Nella grande casa dove stiamo, ogni rumore è un nemico da sconfiggere.
Noi cerchiamo i rumori. Li isoliamo. Li facciamo smettere.
Il rumore peggiore di tutti è quello dell'aspirapolvere.
L'aspirapolvere può farci diventare matti."

Questa è la ragione per cui i membri della Banda del Silenzio raccolgono con molta cura la polvere e la nascondono sotto i tappeti o dietro il termosifone, la mettono nei calzini o nei vasetti di yogurt. I batuffoli di polvere li governano sotto il letto come fosse un gregge di polvere.
Sono in quattro in famiglia, Mamma Bu, Papà Tom, Zio Jo e un ragazzino, il sergente Pok. 


Vivono nella casa dei Giganti, in una scarpa di cuoio che non puzza troppo di piedi. Tutti membri della medesima banda, hanno però caratteristiche singolari: la mamma inventa e costruisce, Zio Jo è un po' alternativo e piuttosto permaloso e Papà Tom piuttosto burbero, ma cuoco eccellente. Il Sergente Pok, l'io narrante, è allergico alla polvere. Il loro secondo peggior nemico è il grosso Chester, cane giallo dall'aria tonta. Rumoroso e fastidioso quasi quanto l'aspirapolvere. 


Si sa però che in una casa, per di più di giganti, i rumori non finiscono mai. E se sei la Banda del Silenzio e ami la discrezione avrai un gran daffare. Quindi dopo l'aspirapolvere bisogna combattere con il lavandino otturato e con quella bambina, arrivata un giorno nella scarpa di qualcuno, che non smette mai di ridere e di parlare con troppi punti esclamativi. Ma forse Lizzy non è poi così male...

Ci sono libri che nascono da un disegno e ci sono libri che nascono da una storia. Talvolta la differenza, a libro finito, non si coglie. Talvolta, anche solo impercettibilmente, sì. Dutetre racconta che il punto di partenza è stato determinato dal suo desiderio di realizzare un libro con molto disegno, abitato da personaggi minuscoli che avessero a che fare con l'utilizzo di piccoli oggetti di uso quotidiano e che avessero un buon rapporto con la meccanica, in modo da poter concedere a Dutetre la costruzione di complessi marchingegni di fondo.
Con il suo amico Alex Cousseau, complice una manifestazione di piazza cui hanno assistito mentre ragionavano sul progetto, hanno deciso che tutto avrebbe ruotato intorno al fastidio per il frastuono. E così è nata la Banda del Silenzio, una allegra brigata di banditi (inglesi!).



E questa è la prima puntata di quella che si preannuncia una serie.
Continua forte il desiderio diffuso da parte di chi ha storie da condividere, del racconto a puntate che, per struttura, mette insieme la complessità (per esempio nella costruzione del personaggio) e la brevità di fruizione. E se davvero la Banda del Silenzio sarà in azione per del tempo, come è auspicabile, è difficile non istituire un parallelismo con gli Sgraffignoli di Mary Norton. Anche loro minuscoli e creature di fattezze umane, anche loro all'ombra dei Giganti e non necessariamente in conflitto aperto, ma in regime di vigilata prudenza. La Banda del Silenzio con loro condivide l'ingegno  nell'utilizzo della minutaglia di oggetti che in una casa giacciono abbandonati e inutilizzati, ovviamente con usi del tutto alternativi che dell'oggetto stesso tengono in conto solo la forma e non la funzione. 


Ma condivide anche un'altra caratteristica fondamentale che riguarda le relazioni interpersonali. Gli Sgraffignoli e i membri della Banda sono a tutti gli effetti persone in miniatura e quindi rappresentano due famiglie con legami che tanto assomigliano a quelli che tengono insieme, o dividono, le famiglie umane. Si litiga, ci si offende, si fa pace, ci si dimostra affettuosi o severi, ci si viene in aiuto e si fa amicizia.


La qualità del disegno e il gusto per colore ma soprattutto per forma che deve esserci stato nella fase realizzativa si esprime in quel complicato meccanismo di corde e snodi dentro cui è una gioia andare a scovare i tantissimi piccoli oggetti assemblati secondo un unico criterio: quello del puro divertimento. Criterio che è sotteso a ogni costruzione inventata da una mente di bambino o bambina ingegnere che abbia a disposizione solo oggetti e cianfrusaglie. Insomma quanto di più lontano si possa immaginare dal costruire un'astronave con i Lego seguendo passo passo le istruzioni. 
Che va bene anche quella, ma è un'altra cosa.

Carla

lunedì 15 luglio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IN COMPAGNIA DI UN GATTO NERO


Un gioiello, piccolo e prezioso, ci viene regalato dalla casa editrice LiberAria: una storia breve, un racconto del grande e compianto Osvaldo Soriano, che qui realizza una storia per bambini, ‘Nero, il gatto di Parigi’.
La storia è semplice: il ragazzino protagonista ci racconta la storia di Nero, il suo gatto parigino. Sì, perché il nostro ragazzino è fuggito con la famiglia dall’Argentina, ai tempi di Videla, lasciando là un po’ di ricordi e una gatta, Pulqui, affidata al nonno.
Questa sì è una separazione triste, è difficile stare senza la sua compagnia.
Per questo arriva Nero, un gattino nero preso al rifugio degli animali abbandonati. El Negro è un gatto di carattere, che la notte gira per i tetti di Parigi, corteggiando gattine e combattendo con i rivali; col suo amico umano fa lunghe conversazioni, non proprio uguali a quelle degli umani, ma che alla fine si rivelano decisive.
Il nostro ragazzino cresce e col tempo riesce ad ambientarsi a Parigi, ad apprezzarne la lingua, ad andar bene a scuola; dell’Argentina il ricordo più vivo è della gatta Pulqui, che è là ad aspettare. Nell’83, con la fine della dittatura e la riorganizzazione dello stato democratico, il papà e la mamma organizzano il ritorno in patria; ma come sarà Buenos Aires e lo stadio de la Plata?


Ma a vedere l’Argentina da Parigi ci vuole poco: basta salire, dopo aver sconfitto una temibile banda di cani, in cima alla Torre Eiffel insieme a un gatto coraggioso. Com’è bella Buonos Aires vista da lassù! Ora è possibile riconoscere le strade, le piazze, si può addirittura vedere Pulqui che gioca con un gomitolo di lana nel soggiorno del nonno.
Ecco, la magia è fatta, i fili interrotti dall’esilio si sono man mano riannodati e ora è possibile tornare, con il cuore gonfio di speranza.
Il racconto di Soriano è perfetto, intorno al filo narrativo che racconta di una fuga e di un ritorno, cresce un’atmosfera magica, dove la presenza del gatto, El Negro de Paris del titolo originale, permette al bambino di rivedere la sua città, di ritrovarla per un futuro ancora incerto, ma pieno di promesse. La lettrice e il lettore, anche ai primi passi della lettura, salta prodigiosamente dal registro realistico al fantastico come solo i bambini, e i grandi scrittori, sanno fare. E’ vero, a guardar bene, un bambino argentino può vedere, dalla cima della Torre Eiffel, la sua casa lontana, la gatta che lo aspetta, curiosa di incontrare il nuovo amico parigino.
In questa storia c’è molto della vita di Soriano, anche lui esiliato, anche lui stregato dai gatti. C’è la nostalgia, struggente come un tango di Gardel, c’è la speranza del ritorno, e c’è la magia della scrittura, che racconta con singolare sobrietà le tristi vicende dell’Argentina sotto Videla, la diaspora, la necessità del ricordo. Più di tante spiegazioni, rende immediata l’idea della ferita immane causata dalla dittatura: è un sentimento, una struggente nostalgia, una lontananza non voluta, una consapevolezza del dolore che non consente di voltare pagina.
E’ un libro prezioso, molto curato nella traduzione, di Ilide Carmignani, nella veste grafica e nelle illustrazioni, di Vincenza Peschechera, che questo piccolo editore, LiberAria ci regala; una lettura per tutte le età, anche per quegli adulti che possono smentire il gatto Nero che afferma che ‘a la gente grande le falta imaginacion’. Leggetelo!

Eleonora

“Nero, il gatto di Parigi”, O. Soriano, LiberAria 2019


venerdì 12 luglio 2019

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

I LIBRI NECESSARI

Zu Maria die mir nicht vergessen hat!

Worauf wartest du? Das Buch der Fragen, Britta Teckentrup
Jacoby and Stuart 2016


ILLUSTRATI

"Wie werde ich di Welt sehen, wenn ich gross bin?
Werde ich mein Platz finden?
Wieso spüre ich, dass du da bist?"

Come vedrò il mondo quando sarò grande?
Troverò il mio posto?
Perché riesco ad accorgermi che tu sei lì?


I libri con le domande dentro - a patto che le domande siano autentiche, quindi belle - sono di solito libri necessari. Ovvero sono libri senza i quali sarebbe peggio vivere.
Esistono sostanzialmente due categorie di libri che fanno domande. Alla prima, decisamente più diffusa, appartengono quei libri che contengono una storia, una vera narrazione che nel suo svolgersi e nel suo presentarsi complessa e stratificata, di fatto pone questioni al proprio lettore o lettrice e lo fa 'semplicemente' lasciando libertà al ragionamento di interrogarsi ed eventualmente di trovare soluzioni che siano personali. Chi mi frequenta sa che la mia naturale predilezione va verso libri del genere, perché una storia concepita in tal modo educa al ragionamento e al sentimento e offre altresì molteplici prospettive di lettura, allenando (per non ripetere educando) il pensiero.
Ma non è di queste storie che voglio discutere, ma della seconda categoria di libri che fanno domande, ovvero di quelli che la grande domanda, il punto interrogativo ce l'hanno fin dal titolo.
Senza produrre alcuno sforzo mnemonico, mi vengono in mente due titoli che con questo bellissimo libro di Britta Teckentrup dimostrano di avere più di una analogia. 

 




















Il primo è un libro spagnolo, Libro de las preguntas, e il secondo è un libro nato in Francia (ma tradotto e pubblicato qui da Feltrinelli) Perché io sono io e non sono te?
Il Libro de las Preguntas è pubblicato da Media Vaca (2006) ed è una magnifica edizione illustrata da Isidro Ferrer del testo di Pablo Neruda.
Siamo nella poesia pura, tanto verbale quanto visiva.
Il secondo è la risultante -nero su bianco pubblicato da Diogenes- di un progetto nato da un'idea di Alexandre Delacroix, editore di Philosophie Magazine che chiese a Tomi Ungerer "di tenere una rubrica per rispondere alle domande dei bambini".
Siamo nella filosofia pura, tanto verbale quanto visiva.
Questi due elementi, poesia e filosofia, ovvero metafora e indagine sul senso del mondo, sono due ambiti che riguardano (o dovrebbero riguardare) il mondo dell'infanzia e lo fanno (o lo dovrebbero fare) con modalità che sono per bambini e bambine del tutto naturali. Intendo dire che ragionare per metafore e indagare sul senso delle cose che li circondano sono (o dovrebbero essere) le attività che per molta parte della giornata tengono (o dovrebbero tenere) occupate le giovani menti. Non a caso la Teckentrup privilegia il disegno del pensiero che prende forma in una testa di profilo (Laurent Moreau docet).


Il terzo elemento sta in quel preciso modi di porsi, ovvero nella scelta consapevole dei tre autori di assumere quella posizione del tutto funambolica, di chi si fa delle domande. Nel chiedere, nel chiedersi, è insita la grande incertezza, il dubbio, la non conoscenza, la tensione verso la scoperta. E la possibilità di cadere nel vuoto.


Tutti e tre i libri sono incardinati a questi tre punti.
Il libro della Teckentrup, in altre parole, condivide con gli altri due il fatto di camminare su un filo con passo incerto, il fatto di muoversi su un linguaggio metaforico, il fatto di porre questioni a cui non vuole o non sa dare risposte univoche.
Con il libro di Ungerer condivide la voce. Una voce 'bambina' che Ungerer (per la verità, sua moglie) definisce di arrested development. Si tratta di una voce che con la stessa dignità si chiede se da grande farà il calciatore o se quando un'aquila va in cerca di cibo per il suo piccolo è un po' come se andasse a lavorare ma anche si chiede se il sogno è reale come lo è la realtà? o, subito dopo se si può anche sognare in due?


Una voce che è in grado di spiccare il volo verso le stelle e affondare al centro di un bosco con la stessa facilità e velocità. Una voce che non sa che cosa siano le gerarchie, non si cura delle priorità, ma spazia in lungo e in largo in assenza di confine.
Con il libro di Neruda accade sostanzialmente lo stesso. E non solo nell'impostazione poetica di alcune domande, come per esempio Quando ci si mette uno sull'altro il primo è sempre il più coraggioso e l'ultimo svolge sempre il compito più facile? o ancora Tu mi puoi sostenere? Sempre?
Ma anche, e soprattutto, nella relazione potente che la Teckentrup intesse tra testo e immagine.


Ma anche, e ancora, nella declinazione figurativa in se stessa che spesso e volentieri è espressione di puro lirismo. Colori e forme, sempre un po' attraversati da una nebbia che crea indefinitezza di contorno come se fosse l'esito di un lavorio lento e complesso quale è quello della stampa serigrafica, fatto di tanti passaggi, come abbiamo visto fare a BlexBolex, con il preciso intento di restituire alla pagina stampata 'l'imperfezione' del processo creativo, la matericità della carta e dell'inchiostro, che ormai grazie alle tecnologie, e in nome di una presunta qualità assoluta, si è da tempo superata.


Descrivere bellezza e poesia è cosa da non fare per non vedersela sbriciolare tra le dita.
Quindi il suggerimento è, in silenzio, guardate qui.



Carla

mercoledì 10 luglio 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


MA CHE STORIE SONO QUESTE?!

Come ho avuto modo di sottolineare più volte, il successo delle ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’ ha dato nuova gloria alle biografie di personaggi famosi, per tutte le fasce d’età possibili e immaginabili.
Qualcuna più curata, altre più ripetitive, l’editoria per bambini/e e ragazzi/e deve aver pensato che questo relativo vuoto andasse riempito con una ridda di proposte sostanzialmente simili.


Per questo mi sembra particolarmente significativo il progetto proposto da Franco Cosimo Panini, con un team italiano composto da Antonella Vincenzi, Paola Contatore e Alessandro Vicenzi per i testi, Federico Freddie Tanto, Daria Tommasi, Giovanni Munari, Margherita Vecchiati e altri collaboratori. Perché lo sottolineo? Perché l’impianto di questa collana di biografie, Grandi/Losche Storie, richiama un po’ lo spirito trasgressivo e ironico delle mai dimenticate collane delle Brutte Storie, Morto che parla, Brutte scienze e così via, prodotto inglese tradotto dalla Salani parecchi anni fa.
La caratteristica in comune è appunto l’uso dell’ironia, il ricorso alla battuta per raccontare in modo disincantato, e realistico, le vite di alcuni personaggi ‘maledetti’. In realtà ci aveva provato, con poco successo, anche Baccalario con la serie del Professor Strafalcioni, che era, in effetti, un divertente libro gioco.
Qui ci si rivolge ad una diversa fascia d’età, dai dieci anni in poi: le biografie sono approfondite, un centinaio di pagine dense di informazioni, e la struttura del racconto si capisce già dalla copertina, dove all’impianto classico, titolo e collana, si sovrappongo gli interventi di Alessandro Vicenzi che, sottolineando, cancellando, sovrascrivendo traduce in termini più espliciti le espressioni più moderate del testo originale. Così è per tutto lo svolgimento della narrazione, in cui ci si dilunga anche nel merito delle produzioni dei singoli protagonisti.
Come ho detto all’inizio, i personaggi scelti non sono casuali e incarnano bene l’idea di storie ‘maledette’, in cui la sfortuna, i pregiudizi e le scelte dei protagonisti determinano storie del tutto inconsuete.


Per darvi un’idea, ho scelto le biografie di Mary Shelley, l’autrice di ‘Frankenstein’, e di Nikola Tesla, inventore geniale e incompreso.
Di Mary Shelley viene raccontato l’amore burrascoso e sconveniente con il poeta romantico, Percy, particolarmente attratto dalle sedicenni; viene descritto con cura l’ambiente che, per quanto fosse illuminato e predicasse la fine del matrimonio, in realtà isolò la coppia dello scandalo, Mary e Percy, rimasti spesso senza mezzi di sostentamento. Soprattutto la sovrascrittura di Vicenzi, che usa un linguaggio diretto ed esplicito, mette in evidenza le contraddizioni di un mondo maschile che, nonostante la visione illuminata, continuava a vedere il ruolo femminile in modo tradizionale.
Nello stesso modo, la vita avventurosa di Nikola Tesla diviene lo spunto per raccontare anche, oltre alle sue ossessioni e manie, anche la spregiudicatezza dei capitalisti che sfruttavano le invenzioni dello scienziato che, pur lavorando alacremente, riuscì a morire sostanzialmente povero.


Si tratta, insomma di storie che non raccontano il lato più conosciuto, ed edificante, di questi personaggi, ma di storie con seri tratti realistici, descrizioni d’ambiente efficaci e con la grande dote dell’ironia che rende spigliata la trattazione. D’altro lato, gli interventi di Vicenzi sono rappresentati graficamente come correzioni di un testo sottostante ‘politicamente corretto’, gioco che consente al lettore e alla lettrice di entrare e uscire dalla storia, di fare le proprie valutazioni, di farsi un’idea più complessa del personaggio storico di cui sta leggendo.
Mi sembra una bella proposta, intelligente, originale, che ha scelto un taglio critico interessante per raccontare il passato alle giovani lettrici e lettori; e interessante anche l’idea di proporre personaggi che si contraddistinguono per essere ‘fuori dal coro’.

Eleonora

Collana “Losche Storie”, AA.VV., Franco Cosimo Panini 2019


lunedì 8 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MILIONI DI FARFALLE

Colpo di fulmine, Grégoire Solotareff (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2019



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Quella mattina, alle prime luci del giorno, il riccio Matilde controllò, come d'abitudine, che tutto fosse in ordine intorno alla sua casetta.
Erano le sei, l'ora di andare a dormire. Un lampo in lontananza illuminò il cielo.
Era una mattina tempestosa."

Matilde entra in casa e si organizza per andare a dormire: doccia, pettinata agli aculei, tè, borsa dell'acqua calda e lettino. Già addormentata, qualcuno bussa alla sua porta. Ora molto insolita per ricevere una visita. A quest'ora tutto il bosco dovrebbe essere a dormire.
Mentre apre la porta, tuona. Davanti a lei c'è un giovane riccio, un riccio ragazzo si potrebbe definire, tutto spettinato con una nuvola di farfalle intorno, interessate ai tanti fiorellini infilzati nei suoi aculei. Giù per la collina, inseguito dal temporale, li ha strappati rotolando e ora è in queste condizioni. Matilde è sottosopra per la piacevolezza di questa sorpresa. Due convenevoli balbettati, un po' di rossore per entrambi - fortunatamente coperto dalle farfalle e i due ricci riprendono la loro strada: Matilde verso il letto e Felix verso casa. Per entrambi nulla sarà più come prima. Per Matilde rotolarsi come un tempo giù per la collina in cerca di fiori e di farfalle, per Felix ricapitare di nuovo davanti a quella porta...

Le farfalle e l'innamorarsi sono un binomio consolidato.
Questo di Solotareff sembra un dichiarato riferimento a quello che successe nel 1982 in un librino francese che ha avuto il merito di diventare una storia di culto:
Il mostro, pieno di rabbia cominciò a gonfiarsi,
a gonfiarsi, a gonfiarsi, a gonfiarsi...
..finché esplose in tanti piccolissimi pezzetti
che volarono di qua e di là,
trasformandosi in farfalle di tutti i colori e in fiorellini profumati.
Ed ecco che da sotto la pelle dell'orribile mostro peloso,
comparve un giovanottino, ma così carino, ma così grazioso...

Cosa accade poi alla principessa Lucilla è storia conosciuta.
Qualche anno dopo furono due elefanti a piacersi, circondati da farfalle (un milione di farfalle, E. van de Vendel, C. Cneut, Adelphi 2007).
Stach vide farfalle dorate, farfalle striate, farfalle banderuola, farfalle dall'occhio sereno, farfalle arcobaleno, farfalle salterello, farfalle acchiappine, farfalle mulinello e farfalle sgarzoline, farfalle coccinella e della notte bella...
La sua mamma e il suo papà lo sanno: quando arrivano le farfalle è il momento di andarsene di casa, lungo il sentiero che s'inoltra nel bosco. E anche Stach in qualche modo fa strada, 'rotola giù dalla collina', come Felix.


A parte una copertina meno riuscita di altre, già dalla prima pagina ci si ritrova immersi nel Solotareff che domina la pagina con la sua paletta di colori forti che arrivano dai Fauves e dagli Espressionisti e con quel segno deciso e incisivo che lo rende inconfondibile. Un bosco che ha la notte alle spalle - grigia e nera da cui occhieggia qualcuno - e la luce davanti, con i suoi tronchi magenta, definiti da pochi segni neri di contorno e da qualche sfumatura rossa. Poi arriva il giallo della casetta e della porta, poi l'azzurro della camera di Matilde alle sette meno dieci. E con questa festa di colore, che è appunto 'espressione' degli stati d'animo raccontati nella storia, si circoscrivono personaggi e oggetti, tutti sempre un po' storti, imperfetti e pieni di energia.


Paradossalmente le parti meno riuscite del libro, che in generale direi non arrivi a eguagliare i capolavori del passato, sono proprio quelle che si concentrano sui due ricci che non sanno essere comunicativi a livello visuale come i suoi gatti, i suoi uccelli, i suoi leoni ed elefanti, i suoi conigli. Lo sono invece molto a livello testuale. Compresa l'ironia sul finale e il finale stesso che è un altro esempio da manuale su come chiudere in bellezza una storia.
Questo albo si potrebbe usare come manuale per insegnare un buon modo di costruire una mise en page di altissimo livello.
A metà degli anni Ottanta, Solotareff che è letteralmente circondato in famiglia da artisti, molla il suo lavoro da medico e, in cerca di una maggiore libertà, comincia anche lui a disegnare e sulle sue tavole piene di animali costruisce le storie che essi gli raccontano. 


Diverso il suo segno rispetto a quello della maggior parte dei suoi colleghi nell'eccellente officina dell'Ecole des Loisirs, guarda forse a Claude Boujon ma di certo al grande maestro di tutti, Tomi Ungerer. Da lui sembra ereditare anche il coraggio del punto di vista.
Il punto di vista è una delle peculiarità più interessanti di Solotareff che ha la capacità - onestà e coraggio di nuovo - di rivolgersi all'infanzia senza pudori, senza false illusioni, senza inutili censure o cautele. Lo racconta lui stesso che ha molto viva nella memoria la sua infanzia ed è da questa - evidentemente - che attinge a piene mani. Ed ha altrettanto chiaro che se nella storia non c'è dramma, quella storia non vale granché. Ed è per questo che quando c'è da parlare di paura, va dritto a punto, 'attraversa il bosco' e quando c'è da parlare di relazioni padri e figli va altrettanto sicuro alla meta. E così via.


Forse, in questo senso, quello con cui condivide più affinità è Alan Mets, non ultima la comune scelta programmatica di popolare le storie con un bestiario variegato che racconti l'umanità.
Con vent'anni di scarto, solo Anaïs Vaugelade sembra guardare a Solotareff con ammirata devozione. In molti sensi.
E noi, in questo siamo con lei.

Carla

venerdì 5 luglio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LA FINE DEGLI AUTODAFE’


Uscito da poche settimane, ecco l’ultimo romanzo della trilogia firmata da Marine Carteron, dedicato alla Lega degli Autodafé: ‘Siamo tutti dei propagatori’, tradotto da Sante Bandirali per Uovonero.
Il gruppo di ragazzi che abbiamo conosciuto nei due romanzi precedenti è rifugiato nell’isola di Redonda, mentre la Lega degli Autodafé sembra aver scatenato la sua arma finale contro le biblioteche di tutto il mondo: degli insetti geneticamente modificati capaci di polverizzare migliaia di tomi in pochi istanti. Tutto sembra perduto, ma i ragazzi della Confraternita non si danno per vinti, cercando un oggetto che pare essere al centro del millenario scontro fra la Lega e la Confraternita; leggendo dei taccuini antichi, risalenti ai viaggi di Cristoforo Colombo, Césarine, sempre la più lucida della compagnia, arriva alla conclusione che tutto ruoti intorno al plico, nascosto dal figlio del navigatore genovese, contenete un ‘libro che non può essere letto’. Lo cercano in molti perché contiene un forte messaggio sul futuro dell’umanità. Se pensate che abbia qualcosa a che fare con ‘Il libro selvaggio’ di Juan Navarro, siete molto lontani dal vero. Nessun libro alla ricerca del suo lettore princeps, Più che un libro, infatti, si tratta di un messaggio proveniente dal futuro e che mostra quello che accadrebbe se la Lega prendesse il sopravvento.
Ma se questo è il filone narrativo principale, le pagine si riempiono di colpi di scena, tradimenti e contro-tradimenti, morti apparenti e morti vere in un turbinio di azioni che si susseguono con continui capovolgimenti di fronte.
Molta, moltissima azione, dunque, con un mix interessante di fascinose ambientazioni storiche e di tecnologia ultramoderna; ma come negli altri romanzi, un ruolo importante hanno le descrizioni degli stati d’animo dei protagonisti, dei loro acerbi sentimenti, della curiosa visione del mondo della geniale, autistica Césarine, il personaggio più riuscito dell’intera trilogia.
Ci sono nuovi personaggi, come Rama e Inés, che risveglia l’interesse di Gus, all’inizio inebetito e depresso per le sorti che sembrano attendere il mondo. E tutto un contorno di personaggi minori che descrivono questo universo adolescenziale, decisivo per salvare il mondo.
Non svelo il finale, per ovvi motivi, ma pare evidente che la trilogia non possa che concludersi con l’uscita di scena della Lega e con il ristabilimento di un ordine mondiale non più assoggettato alla potenziale dittatura di chi odia i libri e la cultura. Qui forse un eccesso di retorica, ma è anche vero che il romanzo fantasy, così declinato, tende a polarizzare e schematizzare le parti che si combattono.
E’, in ultima analisi, una buona lettura per quelle lettrici e lettori, dagli undici anni in poi, che vogliano cimentarsi con un romanzo vero, con una trama articolata, molte digressioni, nel continuo alternarsi, come narratori, fra Césarine e il fratello. Una lettura, tuttavia, non difficile, anzi scorrevole, divertente, con un pizzico d’ironia che non guasta. Una gustosa lettura estiva, per lettrici e lettori desiderosi d’avventura e decisamente amanti dei libri.

Eleonora

“Siamo tutti dei Propagatori, La Lega degli Autodafé”, M. Carteron, Uovonero 2019


mercoledì 3 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DI ANATROCCOLI BELLI (II)

Brutto Anatroccolo, Daniela Pareschi
(testo di Biagio Russo, liberamente ispirato alla fiaba di H. Ch. Andersen)
Lavieri 2019


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Che bella l'estate in campagna! Le spighe altissime avevano il colore dell'oro, l'avena era di un verde intenso e nei prati si ergevano cumuli di fieno, intorno ai quali passeggiava un'elegante cicogna, originaria del Nilo. Oltre i campi le fitte chiome dei boschi nascondevano laghetti che sfumavano nell'azzurro e l'indaco. Una natura maestosa. Sotto il sole, in prossimità di un vecchio rudere circondato da un fossato, crescevano grandi piante di farfaraccio, così alte da nascondere un bambino. E proprio in quel luogo così selvaggio, un'anatra aveva costruito il suo nido. La cova era iniziata da tempo e avvertiva un po' di stanchezza."

Ancora una volta la fiaba del Brutto Anatroccolo. Ancora una volta un adattamento di buona qualità: sebbene io abbia gioito per il ritorno della cicogna, continuo a rammaricarmi che non biascichi più egiziano... E a questo punto, due casi su due, temo di intuire il perché. Ma meglio non divagare.

Se si legge il ragionamento fatto per l'anatroccolo precedente, si può proseguire la riflessione e constatare ancora una volta che la materia fiabesca è terreno fertile per l'invenzione e l'interpretazione.
L'anatroccolo di Daniela Pareschi prende una strada precisa sin dal principio, perdendo l'articolo determinativo originale. Senza quel Il che lo circoscrive a quella fiaba, ci spiega con un pizzico di pedanteria Biagio Russo, che nei panni di brutti anatroccoli ci si può trovare senza necessariamente essere nati da una covata di anatre danesi. 


È storia nota che Andersen l'ha scritta pensando a sé stesso, ma è altrettanto storia nota il fatto che le fiabe hanno la missione di raccontare l'umanità. Con l'articolo o senza, è storia nota che quell'anatroccolo è il simbolo di tutti coloro che cercano un posto nel mondo, verso l'affermazione di una propria identità, come testimoniano i dialoghi con gallina e gatto, un proprio affrancamento dal giudizio della società, che Andersen restituisce nel cicaleccio nell'aia di quella fattoria.
Le fiabe, che al contrario della favola fortunatamente ci dispensano dalla morale scritta in coda, questo fanno. Da sempre.
Se si torna all'argomento iniziale, ovvero all'invenzione e all'interpretazione, si nota come Daniela Pareschi organizzi la narrazione con un taglio originale, sostanzialmente dividendola in tre capitoli, con titoli emblematici sotto il profilo interpretativo: Io, Chi, Sono. Non credo sia necessario spiegare il perché. Ma piuttosto complimentarci con lei per la capacità di sintesi nell'arrivare al nocciolo della questione che sta alla base di questa fiaba. Dal punto di vista iconografico, si assiste all'evoluzione della schiusa di un uovo: prima tondo, poi fratturato, quindi rotto e vuoto. Anche qui sta alla sensibilità del lettore creare i giusti nessi. E secondo questa chiave interpretativa, Daniela Pareschi gioca tanto di invenzione che diventa interpretazione: si nota subito il lavoro che fa sull'oggetto uovo, ovvero sul guscio, che non abbandona mai l'anatroccolo, ma piuttosto rimpicciolendosi e diventando un elmetto, ne segna la crescita e quindi anche la determinazione alla resistenza. 


L'oggetto uovo è formalmente simbolo di perfezione e di mistero, ma anche di crescita ed evoluzione e Daniela Pareschi nell'illustrazione esplora in tutte queste direzioni.
E ancora. Costruisce e regala ai lettori, attraverso alcuni dettagli della figura (per esempio quella del cigno che si specchia) un percorso interpretativo che non è banale, ma anzi ha il merito di accendere la riflessione che nasce dall'osservazione di una evidente anomalia.


Ulteriormente, offre personali chiavi interpretative, decidendo di allontanare i pochi personaggi raccontati da Andersen che rimangono ovviamente nel testo, ma non nei disegni.


Si prende la libertà di costruire un libro di altri tempi con l'incorniciatura della pagina, di inserire piccoli intermezzi 'giocosi', vere e proprie digressioni, riguardo alle tipologie dell'uovo e della sua cottura, degli stili di tuffo e nuoto, riguardo all'immaginazione degli animali dell'aia, riguardo al risultato finale di guazzabuglio tra burro farina e latte che ha per esito un ciambellone con l'anatroccolo imprigionato. Gioca con i simboli, gioca con il suo immaginario, gioca con ironia, ma soprattutto disegna e colora così bene, che è sempre una gioia avere un suo libro in mano.

Carla