lunedì 20 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


L’EPICA DEL CALZINO SPAIATO


Certo, dopo il leggendario ‘Manuale dei calzini selvaggi’, del compianto Pablo Prestifilippo, anche questa nuova opera sul tema dei misteriosi calzini solitari viene un po’ oscurata da tanto impareggiabile precedente. Ma non per questo non merita di essere segnalata come una nuova tappa di un’epopea che non ha limiti e che evidentemente corrisponde a un comune sentire, quell’alone di mistero che circonda la sparizione sistematica di alcuni calzini, al momento del lavaggio in lavatrice.
Il nuovo capitolo di questa epopea picaresca è intitolato ‘L’incredibile avventura dei 10 calzini fuggiti. (4 destri e 6 sinistri)’, di Justyna Bednarek, con le illustrazioni di Daniel de Latour, pubblicato recentemente da Salani.
In questa raccolta di racconti cogliamo alcune fondamentali verità: i calzini sono dotati di vita propria e proprio intelletto, sono maschi e femmine e, cosa che non ci dovrebbe sorprendere, sotto ogni lavatrice si nasconde un buco, una formidabile via di fuga per chi sceglie la libertà.


Le tipologie delle calzine e dei calzini sono molteplici: dai rozzi lanosi, ai raffinati setosi, dai calzini perduti da piccoli ai calzini solidali. C’è un calzino che nella sua fuga sbuca in un prato, dove diventa l’amorevole papà di una cucciolata di topolini riamasti orfani, c’è un ardimentoso calzino lanoso che salva un gattino da un teppista e diventa parte di un maglione. C’è la calzina generosa che decide di scaldare il piede di un senza tetto, e un’altra che accudisce una nidiata di cornacchie. Alcune avventure sono decisamente esotiche, con pericolosi viaggi per mare o lotte contro i draghi, ma perché stupirsi, i calzini e le calzine che fuggono sono pur sempre i più coraggiosi della loro stirpe, disposti ad abbandonare i congiunti per vivere la propria vita in libertà.


Sono storie brevi, dal ritmo veloce, punteggiate di invenzioni e di trovate che catturano anche il lettore più pigro. Lo stile dell’autrice polacca è chiaramente ironico, leggero, spigliato. Piacerà sicuramente a bambine a bambini dai sette anni in poi, per l’allegria che trasmette e per la vivacità delle illustrazioni di Daniel de Latour, supportate da un’impaginazione efficace e da un lettering accuratamente adattato da Andrea Cavallini. Pagine coloratissime dove i nostri calzini, muniti braccia e di gambe, scorrazzano impavidi da un’avventura all’altra.
Il libro, pubblicato nel 2015, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Polonia, e direi che tutto sommato li merita, per la narrazione scanzonata, per la cura grafica dell’impaginazione e dell’illustrazione e per la salutare dose di ironia che lo pervade.

Eleonora

“L’incredibile avventura dei 10 calzini spaiati”, J. Bednarek e D. De Latour, Salani 2019

venerdì 17 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'AFFETTUOSA VICINANZA

Clown, Quentin Blake
Camelozampa, 2018


ILLUSTRATI

Per festeggiare 
il PREMIO ANDERSEN 2019 - MIGLIOR LIBRO SENZA PAROLE *

Comincia così: una signora di una certa età e di un certo piglio, filo di perle, tacchetti e grembiulino per le faccende, sta scendendo i pochi gradini di casa che la separano dalla strada. Ha in mano un mucchio di vecchi peluche malandati. Lo tiene a distanza da sé: con le braccia tese in avanti, sta per sbarazzarsene, buttandolo nel vicino bidone della spazzatura. Tra questi vecchi giocattoli, c'è un orsetto spelacchiato, un coniglio verde, un elefante e un pappagallo giallo e arancione e tutti finiscono tra torsoli e altri rifiuti. Tra loro anche un pagliaccio, un clown Bianco con il cappello a punta di rito, che ha la fortuna di finire sul bordo. Un colpo di reni ed è fuori dal bidone, con l'obiettivo di andare a cercare aiuto per salvare gli altri compagni.



Questa è la sua storia. 


La sua straordinaria storia che lo vede passare di mano in mano: da una festa in maschera di bambini a scuola, arriva in un lussuoso appartamento, poi, gettato di nuovo, evita per un pelo la bocca di un cane, atterra infine sul pavimento di una casa modesta dove una ragazzina sta consolando il pianto del suo fratellino in carrozzina. Soli in casa, i due bambini aspettano che la mamma torni la sera dopo il lavoro. Come tutti i clown Bianchi, anche questo è serio, con la sua lacrima dipinta sul viso, ed è determinato a portare a termine la sua missione: tornare al bidone per recuperare gli amici. Per farlo, ha bisogno di aiuto e l'aiuto è una merce che si può barattare con altro aiuto. Così come la cura...

Le motivazioni del Premio Andersen dicono questo:
* Per l’incalzante e serrato ritmo di una vicenda dove umorismo e poesia, denuncia sociale e invenzione fantastica si fondono mirabilmente insieme. Per essere un’opera per tutti ma, al tempo stesso, affettuosamente vicina al mondo magico dell’infanzia. Per la bellezza delle immagini di uno dei grandi maestri dell’illustrazione internazionale.
Se si procede con ordine abbiamo 1) il ritmo 2) l'umorismo 3) la poesia 4) la denuncia sociale 5) la fantasia 6) la bellezza delle immagini 7) la loro fusione felice. A questo si aggiunga l'ottavo elemento, ovvero che è una storia che sa essere bella per tutti. E poi si arriva al quid 'il mondo magico dell'infanzia' a cui Quentin Blake si avvicina 'affettuosamente'.
Ed è principalmente questo 'ente' - il mondo magico dell'infanzia - che merita un po' di ragionamento, come pure quel 'affettuosamente vicino'.
Se li si mette in sequenza: magia, infanzia, affetto e vicinanza mi sembra che si possa trovare una delle chiavi di lettura per spiegare la poetica di questo gigante, che è Quentin Blake. E nel contempo per spiegarsi proprio questa grandezza che gli ha fatto attraversare più di un cinquantennio di libri (oltre 300) senza mai perdere un colpo.


Mettere insieme la magia con l'infanzia può suonare spesso retorico e vuoto. E spesso questo avviene purtroppo, conferendo al termine magia un significato che ha a che fare più con la carineria o tutt'al più con il fiabesco, ma poco con lo stupore.
Nel caso di Blake però la magia dell'infanzia sembra piuttosto essere la constatazione di una alterità da parte di un adulto nei loro confronti. In altre parole riconoscerne la magia, ovvero l'inspiegabilità, lo stupore appunto nel non afferrarla mai completamente, significa accettare dell'infanzia la sua incommensurabilità. Dice Blake: Cerco di identificarmi con loro (i bambini) e non guardarli dall’alto con la benevolenza degli adulti. E questa è la prima mossa corretta. 
Il secondo passo, ovvero quell'avvicinamento affettuoso, in cosa consiste? Sta proprio in quel tentativo discreto ma costante di identificazione partecipe - affettuosa - a cui verrebbe da aggiungere anche una sua lunga militanza. La lunga militanza, per esempio, con i bambini e le bambine di Dahl e la lunga militanza con Dahl stesso e la sua personalissima e rivoluzionaria idea di infanzia. Non è facile capire quanto quei due si siano ibridati l'uno dell'altro, sta di fatto che entrambi hanno regalato al mondo un'immagine di bambine e bambini condivisibile e sperabilmente oggi accettata (ma sarà vero?). 
Entrambi sensibili e consapevoli dello spirito di sopravvivenza dei piccoli nei confronti degli adulti, entrambi lontani da ogni intento educativo, entrambi rivoluzionari nelle soluzioni narrative, entrambi sensibili agli aspetti sociali in cui far agire l'infanzia e quindi entrambi decisi a raccontare l'assurdo e la realtà con uguale rigore, sono forse quelli che di più hanno tentato di trasformare un immaginario. Quello degli adulti nei confronti dell'infanzia.
Se si torna a Clown in cosa consiste, di fatto, quell'affettuosa vicinanza. In cosa si concretizza? 
 

Mi sentirei di dire che è proprio la sensibilità a fare la differenza. Quella sensibilità che fa fare a Quentin Blake gli affettuosi disegni del Michael Rosen's Sad Book.
E in Clown come si esplica? In cosa è visibile? In molti elementi, ma per brevità ne citerei uno per i tanti. La convinzione che gli oggetti abbiano una loro vita. Ci vuole sensibilità, fede poetica per crederlo.
E Quentin Blake, semplicemente ce l'ha.
Intendiamoci, quando si parla di vita non si tratta di durata, ma di vita vera, quella che prevede il battito del cuore, il respiro, le emozioni, lo spirito, l'intelligenza, la fame, il sonno, il movimento ecc. ecc.
Quentin Blake condivide con i bambini questa fede profonda, di cui l'infanzia è sacerdotessa suprema, e che conferisce agli oggetti un'anima. Penso alla vita del bastoncino di Scheffler, al pallone di cuoio di Andersen o al suo soldatino di stagno. L'elenco sarebbe lunghissimo e meraviglioso (più che magico). Ad esso appartengono intere legioni di pupazzi, dal capostipite Puh, fino all'Orso di nome Sabato o al coniglio Tulane.
E tra loro, anche Clown.



Carla

Noterella al margine. Sarebbe stato bello poter ragionare della maestria del disegno di Blake, della sua freschezza 'ragionatissima', del suo magistrale uso del bianco della pagina... sarebbe stato bello, sarebbe stato.

mercoledì 15 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RAPINA IN CORSA


La parte più indispensabile di questo libro, una graphic novel per apprendisti lettori, è la presentazione dei personaggi. Indispensabile perché in un racconto di sole immagini e dialoghi è un po’ difficile tenere il filo.
Il libro in questione è ‘La grande rapina al treno’, di Federico Appel, pubblicato da poco da Sinnos.
Il canovaccio è essenziale: il protagonista, l’io narrante, è un ragazzino vivace e curioso, in viaggio con una zia poco divertente. E’ circondato da una pletora di personaggi da film western: l’imbonitore, lo sceriffo, l’indiano buono e, naturalmente, i banditi, rappresentati dalla famigerata banda dei tredici, qui presenti solo in tre.
Mentre il giovane protagonista, annoiandosi a morte, va in giro per i vagoni del treno, facendo conoscenza con i vari viaggiatori che ne occupano gli scompartimenti, si avvicinano i feroci banditi, determinati a compiere la più grande rapina del secolo.
Ne deriva un forsennato parapiglia in cui, fra cambiamenti di fronte e colpi di scena, i banditi ovviamente alla fine hanno quello che si meritano.


Originale la scelta dell’autore di far parlare soprattutto le immagini, che via via assumono le caratteristiche di un corto d’altri tempi, una comica finale alla Buster Keaton. Da un inizio pacato, in cui vediamo i diversi passeggeri intenti in varie attività, il ritmo accelera velocemente con l’arrivo dei tre banditi, brutti come si conviene, uno dei quali a cavallo di un maiale. Da quel momento la struttura dell’immagine, con personaggi che compaiono dietro o sopra al treno, si complica. L’azione scorre velocemente : più personaggi entrano in azione, dall’indiano-professore che diventa un eroe e s’innamora della signorina lettrice, all’orso da circo che, liberato, interviene con la sua forza bruta, allo sceriffo imbranato che rincorre il treno cavalcando uno struzzo.
Talvolta tutto corre in una direzione, altre volte i personaggi sul treno corrono in direzione opposta.
Insomma molta molta animazione per una narrazione basata essenzialmente sul ritmo e sul grottesco, con personaggi disegnati per rappresentare la propria tipologia di appartenenza fino in fondo: la zia noiosa non può non avere gli occhiali, la signorina romantica ha un cappellino guarnito di fiori e così continuando.


‘La grande rapina al treno’ si presenta come un divertente movimentatissimo primo approccio dei lettori più giovani, di sei sette anni, al linguaggio del fumetto e della graphic novel; pur essendo di grande semplicità, è un testo ricco di riferimenti alle ambientazioni western, ai primi film e alle comiche, con il ritmo sincopato che le contraddistingue. I lettori e le lettrici dovranno imparare a districarsi in un’azione così veloce, ma lo faranno sicuramente con grande divertimento.

Eleonora

“La grande rapina al treno”, F. Appel, Sinnos 2019



lunedì 13 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PROCURATEVI UN PIATTO...

Una festa in via dei Giardini. Con le ricette del mondo, Felicita Sala
(trad. Lucia Moretti)
Electakids 2019

ILLUSTRATI

"Che buon profumo al numero 10 di via dei Giardini: odori deliziosi, che sanno di festa! Nella sua cucina Pilar frulla i pomodori in una grande pentola.
Nell'appartamento a fianco il Signor Ping fa rosolare in una padella dei broccoli. Huan, suo nipote, li chiama 'gli alberelli'.
Al pianterreno Maria schiaccia gli avocado con una forchetta."


Piano terra, mezzanino, primo piano, secondo piano e mansarda. Sul retro, ampio giardino privato: au 10, Rue des Jardins. Al 10 di via dei Giardini abitano nei 15 appartamenti ben più di quindici persone e tutte, o quasi, sono intente a preparare qualcosa da mangiare. Dal Salmorejo di Pilar alla zuppa di fagioli neri della Señora Flores, dagli spaghetti al pomodoro della Signora Lella al Baba Ganoush di Ibrahim, dai cookies di Jeremy che sta all'attico fino al Guacamole del pianterreno preparato anche con l'aiuto di Maria.
All'opera non ci sono solo i grandi, ma una squadra di valenti aiutanti, chiamati a svolgere mansioni altrettanto importanti, ma più adatte a mani piccole.
E chi non è impegnato a polpettare, schiacciare e mescolare è comunque lì ad assaggiare, a osservare. Tutti e tutte però, sebbene siano impegnati in attività differenti, hanno in comune un sorriso, magari anche solo accennato, al pensiero di ciò che li attende.

Un libro grande e pieno di cibo, facce e colori. 


Un palazzo è il contenitore ideale per raccontare tante storie contemporaneamente.
Per forma architettonica, per luogo di nascita del libro, per dimestichezza con il melting pot, mi pare evidente che la storia non sia roba di casa nostra, ma sia invece ambientata Oltralpe, in Francia.
Non è esattamente un dettaglio folkloristico il fatto che tutte queste persone abbiano fisionomie, culture, tradizioni alimentari, religioni, lingue tra loro diverse e che, tuttavia, si sentano serenamente parte di una piccola comunità, come può essere quel condominio a Rue des Jardins.
Un po' più consueto è il fatto che essi abbiano deciso di comune accordo di mettere insieme i loro saperi in fatto di cucina: intorno a un tavolo, spesso si diventa amici o quanto meno si fa conoscenza...
Gli abitanti di quel palazzo, è piuttosto chiaro, infatti si conoscono tra loro ed è evidente che hanno una gran voglia di mettere in comune pezzetti della loro storia, della loro cultura, delle loro tradizioni. Su una grande tavolata. Non sembra proprio che questa sia la prima volta che mangiano assieme.
Meno scontata è la circostanza che il muro di cinta che chiude lo sguardo sul giardino, sia valicato da ammiccamenti di persone di passaggio, che in questo mood di festa vengono invitati a entrare da chi è già dentro: prendete una sedia e procuratevi un piatto, questa è una festa per tutti.
Tutto questo apre diverse questioni più generali che possono trovare esito in belle chiacchierate da 'intavolare' con i bambini e le bambine, chiedendo loro di mettere in comune il proprio vissuto su questa questione. Anche se non è esattamente una novità che il cibo sia stato, ovunque ma anche in Italia, uno dei primi vettori di conoscenza e inclusione all'interno di comunità già consolidate di persone di altri paesi. Già vent'anni fa nelle mense scolastiche ai ravioli nel menu settimanale si alternava il cuscus, con risultati anche piuttosto sorprendenti di bambini che sostenevano il non plus ultra del gusto nel mangiare uno strato di cuscus e uno strato di ravioli, uno strato di cuscus a uno di ravioli.


Più interessante è il discorso sul valore sociale che ha la condivisione del cibo e su cui poggia (con la consueta freschezza che contraddistingue la più recente produzione di Felicita Sala) questo libro, il primo in solitario datato 2018 in Francia, di ricette dai quattro angoli del globo. 
Un filo rosso le tiene insieme: la loro facilità nella realizzazione. Pur non essendo espressamente cibi pensati per bambini, per accessibilità, sono facilmente cucinabili anche da piccole mani. 


Il libro si inserisce in questa sempre più diffusa ricerca di ibridazione tra generi, ovvero tra libri di stampo più divulgativo e libri di finzione, gli albi, che fondendo i loro due linguaggi più peculiari danno origine a questo interessante risultato.
Dal punto di vista più strettamente narrativo, è bello vedere all'opera vecchi, giovani, donne sole, uomini soli, mamme e figlie, sorelle, ragazzetti, nonni e nipoti che - sorridendo - cucinano per qualcun altro. È bello vederli nelle loro case che sono, al pari degli ingredienti che manipolano, espressione di mondi e culture molto diversi fra loro. 
Dal punto di vista più legato all'informazione, è bello vedere gli ingredienti disposti sulla pagina di destra che contiene le poche righe della ricetta, con la consueta visione un po' distorta e un po' cubista. 
È bello vedere i dettagli con cui Felicita Sala puntella le grandi tavole di sinistra che fanno da scenario all'atto del cucinare. E su tutto è bello vedere l'armonia nell'uso dei colori e l'equilibrio compositivo nello specchio della doppia pagina.


Insomma, un bel libro da maneggiare.

Carla

venerdì 10 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


QUANDO IL LUPO E’ DOMESTICA


Nel gioco dei ribaltamenti dei significati delle fiabe, il lupo ha spesso un ruolo importante: da Lupo Cattivo diventa Lupo Buono, Lupo Tonto, Lupo Spaventato da Cappuccetti Rossi terribili.
Quindi nessuno stupore particolare nel trovare un albo che ancora una volta percorre questa strada, ma lo fa con assoluta originalità e un senso dell’umorismo raro.
Si tratta di “Quei dannati sette capretti”, di Sebastian Meschenmoser, pubblicato da Orecchio Acerbo.
Qui il Lupo non è affatto buono e, come tradizione vuole, è ben intenzionato a mangiarsi i sette capretti; a questo fine, si traveste accuratamente da Mamma Capra, mentre lei è fuori a fare compere. 


Bussa alla porta con le peggiori intenzioni, che però naufragano immediatamente nel caos della casa dei capretti. E il Lupo non resiste, non pensa di avere alcuna possibilità di trovare i capretti in quel disordine, in quella sporcizia; quindi si arma di appositi strumenti e spazza, lava, rassetta, mette in ordine tutto il piano terra della graziosa villetta. Ma i pestiferi capretti si sono forse nascosti nel piano superiore? Anche lì c’è da spaventarsi per i disordine insormontabile che regna in ogni angolo. Dunque, di nuovo, il nostro Lupo dismette le vesti di spietato cacciatore e indossa quello di ‘domestica’, affrontando con coraggio e determinazione il campo di battaglia cosparso di panni sporchi, giocattoli sparsi, letti da rifare.


Al ritorno di un’imponente Mamma Capra, il nostro Lupo è ormai, suo malgrado, un servizievole strumento di pulizia.
Questo albo di Meschenmoser è un gradito ritorno: ne avevamo già apprezzato l’ironia e l’essenzialità del tratto in ‘Lo scoiattolo e la luna’.
Anche in questo caso l’ironia e il gusto del surreale è la cifra distintiva del racconto, che si esalta nel dettaglio con cui vengono descritti i personaggi. Anche qui le due contro copertine sono l’incipit e la fine della storia. Anche qui il protagonista è un personaggio impagabile, un nevrotico ossessivo compulsivo che non può esimersi dal pulire e mettere in ordine quello che ha di fronte. Questo Lupo, pur nella sua intenzionale cattiveria, non può che intenerire il lettore e la lettrice, schiavo come è della sua ossessione: mentre riordina, pulisce, lustra e prepara una casa accogliente per quegli stessi capretti che vorrebbe mangiarsi, è ancora convinto di perseguire il suo proposito da carnivoro, mentre in realtà si sta assoggettando alle necessità di quella famiglia disordinatissima.


Parlavo prima di dettagli perché le espressioni del Lupo sono descritte avendo bene in mente la tipologia umana cui il carattere è ispirato: perfetta la descrizione, rigorosamente senza parole, della preparazione del travestimento, che dovrebbe trasformare il Lupo in Mamma Capra. Esilaranti le espressioni che raccontano la metamorfosi del Lupo, in azione contro lo sporco: concentrato, efficiente, irritato da tanto offensivo disordine, mentre i piccoli capretti se la ridono, nascondendosi sotto il suo naso.


Come sempre il disegno dell’autore, le cui qualità grafiche sono ben note, è perfetto, anche nelle affollatissime tavole a doppia pagina in cui si manifesta l’apoteosi del disordine della casa dei capretti; questa volta però è accompagnato da un uso del colore diverso, con una gamma cromatica di colori vivaci, squillanti, che rendono queste tavole ancora più divertenti. Fra l’altro, è una bella sfida individuare i capretti sotto i tavoli o dentro i cassetti: come si sa, i capretti si annidano nei dettagli!
Lettura divertente, molto divertente, per grandi e piccoli, a partire dai cinque anni.

Eleonora

“Quei dannati sette capretti”, S. Meschenmoser, Orecchio Acerbo 2019




mercoledì 8 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BASTA SEGUIRE GLI SPAZI

Il posto segreto, Susanna Mattiangeli, Felicita Sala
Lupoguido 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Era passato troppo tempo e Arianna non poteva più tornare indietro: sarebbe rimasta lì dentro, nel bosco più fitto del parco; avrebbe raccolto gli oggetti perduti, bevuto di notte alla fonte, cacciato uccellini e ranocchie.
Avrebbe indossato un cappello di pelo.
C'era troppo da fare in quel posto, doveva proprio restare."

E quella voce fuori campo che si è appena sentita echeggiare nella camera vuota di Arianna è rimasta inascoltata. Arianna non c'è, perché è nel parco, nascosta dietro un fitto intreccio di rami e foglie (che tanto ricordano quello che tenne nascosto, a chi passava di lì, il regno della Bella Addormentata, sotto incantesimo per un secolo intero). Con la fionda sta cacciando, come David Crockett di cui indossa il cappello, uno scoiattolo e di lì a poco si farà il suo vestito di piume e il suo letto di foglie. Manca solo il fuoco per cucinare. E poi arriva anche quello. Nel suo rifugio segreto però Arianna, quella ragazzina dai capelli rossi, non è sola: con lei c'è lo Strano Animale. 


Restio a ogni forma di dialogo, lei lo ha raccolto dietro un cespuglio, con l'intento di condividere con lui una vita selvaggia. Dal loro rifugio, la vita vera era sempre più lontana e remota; solo pochi echi di bambini che giocano e campanelli di biciclette.


A un passo dal silenzio assoluto che li circonda, arriva una voce che tanto ricorda quella iniziale. Arianna, come per seguire quel richiamo, decide di uscire di nuovo alla luce e lo fa curiosa di vedere se qualcosa nel frattempo è cambiato. Con sé porterà lo Strano Animale per fargli vedere palloni e i cani.
Ed è così che lo vediamo anche noi, finalmente di faccia, seduto su una panchina che - da un foglio di carta - ce la mette tutta ad abituarsi...

Questo libro non è solo un'ode all'immaginazione. Se così fosse perderebbe di originalità e non darebbe merito anche a una serie di interessanti dettagli che invece sono lì a fare mostra di sé.
L'idea di partenza, ovvero di una bambina 'partita' per un viaggio verso un altrove, non è esattamente una novità e ha precedenti illustri. A partire dal capostipite dei bambini selvaggi, Peter, per poi arrivare al piccolo Max a cui evidentemente Felicita Sala dimostra in ogni momento la sua gratitudine, l'idea è già stata ben bene esplorata.


Nessuno di loro ha il piglio di Cosimo che dal bosco non tornerà mai più, ma da lui ereditano quella meravigliosa capacità di arrangiarsi che i più piccoli hanno sempre in tasca, diciamo a portata di mano.
Il richiamo esterno, la voce fuori campo di un genitore esortante e invisibile, stacca del tutto Arianna dal ben più noto barone Piovasco di Rondò, ma la lega a doppio filo con Max, il bambino lupo di Sendak.

La novità, semmai, sta nella soluzione finale, ovvero nell'idea che nel disegno possa esistere lo straniamento.
Se da un lato avrei preferito che Arianna non facesse una rassicurante stradina all'indietro per tornare da noi, e se avrei voluto restare un po' di più nel dubbio del cosa l'avesse fatta 'partire', tuttavia è apprezzabile la novità che la soluzione finale si leghi all'idea che nel disegno possa esistere l'altrove (una via di fuga) di molti bambini.
Il pregio di questo libro, comunque, a mio parere sta ancora da un'altra parte.
In primo luogo nella 'naturalezza' con cui Susanna Mattiangeli trova il tono del racconto. Una freschezza che è fatta, presumo, da un grande lavorio di cesello intorno a frasi come: 'Arianna fece finta di sentire un sì'. A certe ripetizioni che fanno sorridere di sottile ironia:  
"Ti nascondi dai cacciatori?" Silenzio.
"Ti nascondi dai nemici?" Silenzio.
"Posso nascondermi con te?"
 

Ecco dunque, accanto alla freschezza e all'ironia, si aggiunge una tenerezza autentica nei confronti dell'infanzia, lontana da ogni strizzatina d'occhio mielosa, in frasi come "Dove sei?"Sembrava impossibile, ma da qualche parte c'era ancora qualcuno che la cercava.
Chissà se là fuori tutto era sempre lo stesso. Forse c'era qualcosa di
nuovo, dopo tanto tempo."
A tutto ciò, che non è poco, si aggiunge una grande intesa - si può parlare serenamente di amicizia - tra chi scrive e chi illustra. Felicita Sala, che nel suo nome ha quella stessa leggerezza e allegria che hanno tutti i suoi disegni, punteggia le tavole così piene di equilibrio e di movimento con mille dettagli allusivi. I contesti sono decisamente il suo forte: dalla camera di Arianna, al suo rifugio. A questo si aggiunga una sensibilità per il colore piuttosto spiccata e un uso della matita che la rende sempre molto leggibile e 'alla portata di tutti'.


Così come lo fa Felicita Sala, nel suo intrico di rami azzurro e verde, altrettanto lo suggerisce Susanna Mattiangeli tra le parole. 
Ma di che si tratta? 
Entrambe sanno creare piccoli passaggi tra quella che è la vita vera e quello che è il gioco, tra quella che è la realtà e il facciamo finta che... tra un foglio disegnato e un e se.... E lo fanno lasciando aperto il tempo e quei necessari piccoli spazi liberi in cui il lettore possa infilarsi a sbirciare. E se è stato bambino, magari ricordare.
Evviva.

Carla

lunedì 6 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

QUANDO ANCHE LA MAGIA FINISCE


Capita che qualche racconto o qualche viaggio restino impressi talmente tanto nella memoria da divenire una spinta insopprimibile alla narrazione: è quello che credo sia successo alla scrittrice cubano americana, di ascendenze ebraiche, R.M. Romero, qui al suo esordio letterario.
L’origine di questo libro, ‘IL fabbricante di sogni’, pubblicato da DeAPlaneta, è un viaggio in Polonia, ad Auschwitz, fatto da adolescente.
Da questo viaggio deriva la necessità di raccontare, con un punto di vista molto particolare, l’Olocausto. E’ il punto di vista del pensiero magico, quello che riempie le storie di personaggi straordinari, di maghi, stregoni, creature del bosco, di cui, così si evince dalla lettura, la narrativa polacca è piena.
La storia è imperniata sul personaggio di una bambola, sfuggita al suo mondo insieme a un elegante soldatino per evitare l’orda vandalica dei ratti. La bambola, Karolina, prende vita nel mondo degli uomini grazie al potere magico del Giocattolaio, Cyryl Bzezick, un reduce dalla Prima Guerra Mondiale, che gli era costata una gamba.
Siamo nel 1939 e il Giocattolaio vive nel centro di Cracovia, dove nel suo negozio fabbrica giocattoli per i bambini polacchi. L’amicizia con la bambola ‘viva’ fa tornare un po’ di luce nella sua vita solitaria e gli fa incontrare il violinista ebreo Jozef e sua figlia Rena. Ne nasce così un’amicizia, basata sulla gentilezza e sul credere, per quel che si può, alla piccola magia di una bambola parlante.
IL Giocattolaio e Karolina hanno in realtà una missione che diventa urgente quando sopravviene la guerra e l’occupazione nazista. La magia del Giocattolaio viene messa alla prova nell’ultima missione, mettere in salvo alcuni bambini ebrei, facendoli fuggire dal ghetto.
Ma dopo questo intervento, il destino del Giocattolaio è segnato e finirà, insieme a Jozef, ad Auschwitz. La bambola Karolina non può salvarlo e assiste impotente all’orrore del campo di sterminio, fino a quando il vento gentile che l’aveva portata fra gli umani non la riporta al suo mondo, ormai liberato dai ratti invasori.
Di solito diffido delle storie a tema, che si immaginano impostate per fornire precetti edificanti alle giovani lettrici e lettori. Di questo romanzo, mi ha incuriosito l’approccio magico, l’aver scelto un registro decisamente infantile per raccontare una storia ambientata negli anni cupi del nazismo imperante. E devo dire che l’autrice, pur con qualche forzatura, riesce nell’intento di raccontare una pagina così oscura della nostra Storia dal punto di vista di una creatura magica, la bambola parlante, mandata nel mondo degli uomini per aiutare il Giocattolaio, mago inconsapevole, a compiere il suo ultimo gesto eroico. Inevitabilmente, la narrazione oscilla continuamente fra il registro realistico e quello fantastico, catturando la lettrice e il lettore sul piano emotivo.
In una cosa riesce realmente bene: riesce a rendere chiaro qualcosa che qualcuno tende a dimenticare, cioè che l’Olocausto ha rappresentato il punto più oscuro della Storia umana, talmente oscuro da inghiottire anche la possibilità di narrazione; anche i personaggi delle fiabe, che possono rassicurare i piccoli con la loro magia, sono ammutoliti di fronte all’orrore fatto realtà.
Dunque la necessità del ricordo, il ripetere inesausto le vicende dei sommersi e dei salvati, dei portatori di morte e dei ‘giusti’, capaci di umili indispensabili eroismi. Nel racconto, efficacemente sono rappresentati i personaggi di questa tragedia: chi si asservì al nemico, chi voltò la testa dall’altra parte, chi divenne eroe suo malgrado.
Ne viene fuori un romanzo non comune, che per il linguaggio e l’evocazione di ambientazioni magiche può essere proposto a lettrici e lettori dai dodici anni in poi, ma credo possa essere realmente apprezzato a partire dai quattordici anni, quando vi è maggiore consapevolezza della Storia e si può collocare il racconto nell’ambito etico che gli appartiene.
Lettura interessante, da aggiungere a pieno titolo alla già ampia bibliografia sull’Olocausto.

Eleonora

“Il fabbricante di sogni”, R. M. Romero, DeAPlaneta 2019





mercoledì 1 maggio 2019

ECCEZION FATTA!


Qui di seguito una breve mappa ragionata per orientarsi nel panorama dei libri significativi che possono diventare biblioteca di base per coloro che desiderino  costruire lettori


LA FABBRICA DEI LETTORI

Corso di formazione per insegnanti, bibliotecari, operatori 
nell'ambito del 
 
 

Delle fonti
W. Benjamin, Figure dell'infanzia (a cura di F. Coppa, M. Negri) Raffaello cortina 2012
A. Chambers, Il lettore infinito, Equilibri 2015
M. Glaser, Drawing is thinking, Nuages 2008
J. Gottschall, L'istinto del narrare, Bollati Boringhieri 2014
Hamelin (a cura di) Ad occhi aperti. leggere l'albo illustrato, Donzelli 2012


Hamelin nr. 44 - Incompreso, La sfida di raccontare l'infanzia, 2017
K. Smith, Come diventare esploratore del mondo, Corraini 2011
P. Nodelman, Words about Pictures, 1988
M. Terrusi, Meraviglie mute, Carocci 2017
S. Van der Linden, Album[es], Ekaré 2013

Di infanzie
C. Johnson, Harold e la matita viola, Einaudi 2000
N. Heidelbach, Cosa fanno le bambine?, Donzelli 2010
W. Wondriska, Tutto da me, Corraini 2010 
N. Heidelbach, Cosa fanno i bambini?, Donzelli 2011
W. Benjamin, G. Giandelli, Ingrandimenti, Else Edizioni 2017
S. Stoddard, Stavo pensando, Topipittori 2018

 
M. Wise Brown, L. Weisgard, La cosa più importante, Orecchio acerbo 2018
L. A Siff, G. Vanni, Love, orecchio acerbo 2019


Di fede poetica
A. Deacon, Beegu, Red Fox 2003



Di storie sovrane
K. Crowther, El niño raiz, Loguez 2003



Di forme e di sostanze
R. Charlip, Fortunatamente, Orecchio acerbo 2013



Del tempo e del ritmo..
M. Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri 1999


B. Alemagna, Il disastrosissimo disastro di Harold Snipperpot, Topipittori 2018

...e del silenzio
I. Mari, Il palloncino rosso, Babalibri 2004 


Mitsumasa Anno, Viaggio incantato, Babalibri 2018
Rotraut Susanne Berner, Inverno, Topipittori 2018



...e dello spazio
K. Crowther, Etonces?, Corimbo 2007
S. Lee, L'onda, Corraini 2008

Dei gap


Blexbolex, Vacanze, Orecchio acerbo 2018

Della figura
W. Erlbruch, Il miracolo degli orsi, E/O 2004



Della voce



Della zona franca



Del chiudere in bellezza
T. Tellegen, Lettere dal bosco, Donzelli 2007