mercoledì 15 maggio 2013

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LA SCUOLA DI WONDER


Fra le possibili anomalie cromosomiche, ad August, detto anche Auggie, è toccata in sorte la più strana combinazione di geni mutanti, che ha trasformato i suoi lineamenti e l’ha costretto a subire una lunga interminabile serie d’interventi chirurgici. La sua vita fino agli undici anni è stata abbastanza complicata e lui si è già abituato, nei limiti in cui è possibile farlo, ai moti di stupore, o ribrezzo che colgono le persone che lo vedono per la prima volta.
Se questo è già difficile, immaginatevi cosa può essere andare a scuola per la prima volta, poiché fino a quel momento ha studiato con la mamma, in un’età in cui fra i ragazzini si affermano le ‘cricche’ o i gruppi, le inclusioni e le esclusioni. La prova va affrontata, ed ecco gli sguardi sfuggenti, il tavolo in mensa che resta deserto, le gomitate, le esclamazioni, le risatine imbarazzate di chi lo vede per la prima volta. Per fortuna ci sono Jack e Summer, un ragazzo e una ragazza che sanno compiere delle scelte senza farsi condizionare dai pregiudizi; c’è chi, invece, alimenta la diffidenza diffondendo la voce della ‘peste’, basta toccare Auggie per essere contagiati, anche se non si sa da cosa. Le dinamiche ‘normali’ fra ragazzini, ammettendo che i pregiudizi lo siano, si amplificano nel già difficile percorso del protagonista verso una vita normale.
Lo svolgimento di questo travagliato primo anno scolastico è raccontato in prima persona dai diversi personaggi, soprattutto Auggie, ma anche la sorella Via, combattuta fra l’affetto e il desiderio di una vita normale, l’amico Jack, la bella Summer, Justin, il fidanzato di Via, imprevisto e decisivo aiuto alla socializzazione di August, Miranda, la migliore amica di Via. Sullo sfondo, genitori più o meno smarriti, amici d’infanzia, ricordi, e la meravigliosa cagnolina Daisy. Questa struttura del racconto consente di mettere a confronto i diversi punti di vista, rendendo più comprensibili e umane le incertezze, le ambiguità, le decisioni che i diversi attori portano avanti. Sicuramente il personaggio principale spicca con tutta la sua fragilità, le sue paure e quasi la rassegnazione a essere visto come un fenomeno, ma in senso negativo. Auggie diventerà Wonder nel momento in cui, anche rischiando, sarà in grado di smontare la costruzione del pregiudizio, facendosi accettare per quello che è.
Il merito principale di Wonder, scritto da R.J. Palacio, pseudonimo di una art director americana, è di raccontare una storia con elementi drammatici, la malattia, l’esclusione, il bullismo, con leggerezza, con ironia, rendendo la lettura scorrevole, a volte divertente, altre, commovente. L’unico difetto di rilievo, un finale troppo zuccheroso, in cui tutte le cose vanno al loro posto e il bene trionfa. Sappiamo che non è così, sarebbe stato meglio conservare l’equilibrio che si riscontra nei capitoli precedenti.
Come vedete, la narrativa per i più grandi, dai dodici anni, continua a esplorare, con modalità diverse, l’entrata in società rappresentata dalla scuola media. Dal Diario di una schiappa al Bully Book, la proposta editoriale si moltiplica, come se si fosse individuato un momento topico della vita sociale dei ragazzini.
Eleonora


“Wonder”, R.J. Palacio, Giunti 2013


lunedì 13 maggio 2013

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

UNSPOKEN, Henry Cole
Scholastic Press, 2012


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"But I didn't want this story to tell about bloody battles or spitting into bread dough. I wanted to tell -or show- the courage of everyday people who were brave in quiet ways.
I wanted to make this a wordless book. The two main characters in the story are both brave, have a strong bond, and communicate great depth. Yet, both are silent. They speak without words."

Virginia, non lontano dal corso del fiume Potomac, durante la guerra civile americana. Zona di frontiera con il Nord, a poca distanza il confine e, forse, la salvezza per gli schiavi in fuga. Solo a patto di essere fortunati e di arrivare in qualche casa sicura. Come punto di riferimento per in Nord solo quello che da sempre guida chi si sposta di notte: la Stella Polare.
Intanto l'esercito attraversa le campagne coltivate, passa accanto alle fattorie. Ovunque si vedono soldati a cavallo o cacciatori di taglie. Non è facile muoversi: impensabile di giorno, pericoloso anche di notte.
In una di queste fattorie, una casa sicura, vive una bambinetta che si occupa di vacche, galline e gattini. Nel fienile, dove è ammucchiato il granturco, si nasconde qualcuno. Un occhio la spia mentre prende patate e cipolle per la cucina. 


In lei lo spavento iniziale lascia il posto alla preoccupazione. La preoccupazione si trasforma in riflessione e la riflessione diventa organizzazione e quindi azione.
Quella bambina, sera dopo sera, sottrae dalla tavola piccole porzioni di cibo che, avvolte in un tovagliolo, deposita muta davanti alla catasta di pannocchie.
Lì dietro c'è un fuggiasco. Lei ha visto solo il suo occhio attraverso le foglie.
Quell'uomo, nascosto, silenzioso aspetta il momento migliore, la notte propizia per continuare il suo percorso di fuga. Ma prima di andarsene non manca di confermare quel tacito rapporto di amicizia, che in quei giorni silenziosi si è creato con la bambina: una bambola fatta di foglie di mais e vestita di un tovagliolo sono il segno della gratitudine per tanto coraggio e generosità.


Una storia emblematica che ne può racchiudere tante altre al suo interno.
Una storia di gente comune, una storia piena di profondità, raccontata senza parole.
Il legame con un'altra storia fatta con quasi gli stessi ingredienti è lì sotto i miei occhi.
Penso al progetto Libri senza parole. Destinazione Lampedusa che ha come obiettivo quello creare una biblioteca 'speciale' fatta di libri silenziosi a Lampedusa. Le affinità con Unspoken sono parecchie: un confine a poca distanza, uomini che fuggono verso la libertà, gente comune che riflette, poi si organizza e quindi agisce, l'assenza delle parole (come se di fronte a tanta forza di racconto, non fossero necessarie).
E infine una bambina che attraversa entrambe le storie: da un lato quella disegnata da Henry Cole, dall'altra quella con la valigia piena di libri di Chiara Carrer.



Carla

Noterella a margine.
Unspoken (2012) è un libro anomalo per Henry Cole, sempre così scanzonato e colorato. Nonostante sia un autore di culto negli USA in Italia non è mai stato pubblicato. Ci tocca aspettare.

domenica 12 maggio 2013

PANCKES ALLE ZUCCHINE



Agli albori di questo blog, a seguito di sue scorribande in terra teutonica, Carla ha proposto la ricetta dei pancakes, le famose frittelle di zio Paperino. Io invece, già un po' di mesi fa, nelle mie scorribande nel già citatissimo libro "In cucina. Appunti e ricette. Un anno con i migliori food blog italiani" (Arsenale Editrice), ne ho trovato una versione salata, ma dato che sono a base di zucchine, che come si sa sono verdura estiva, aspettavo il momento buono per sperimentarli e proporli.


Ecco, è avvenuto qualche giorno fa. Anche se in alcuni momenti qui al nord si fa fatica a credere che siamo in primavera, siamo pur proiettati verso l'estate e con la velocità con cui mi passa il tempo, mi sono sentita autorizzata a procedere.
Quindi anche se, temo, le zucchine su cui potevo contare fossero di serra, dovendo decidere in che modo contribuire ad una di quelle cene tra amici, in cui ognuno contribuisce con un piatto, ma sapendo già per problemi organizzativi di dover preparare il tutto almeno il giorno prima, ho optato per i pancakes alle zucchine, che se è vero che sono ottimi appena sfornati, come i loro parenti dolci, è anche vero che per un giorno si conservano bene in frigo (non ci ho provato ma penso che si potrebbero addirittura congelare) e con un rapido passaggio in forno riacquistano le condizioni ottimali per essere gustati.
Gli amici-cavie hanno molto apprezzato.

Ingredienti
per i pancake (circa 8 pz diametro 12 cm)
200 gr di zucchine
50 gr di porro
3 uova
40 gr di farina
1 cucchiaino di lievito in polvere
burro q.b. per cuocerli
sale e pepe nero
per la panna acida, se non la acquistate già fatta
200 ml di panna liquida
50 gr di yogurt
1/2 limone

I pancakes vanno accompagnati da una salsina a base di panna acida e se pensate di farvela, la panna, dovete mettervi in moto almeno il giorno prima, dato che questa parte della preparazione richiede del tempo per maturare.
Quindi in tempo utile unite la panna con lo yogurt e il succo di limone, chiudete bene il contenitore e lasciatelo a temperatura ambiente per almeno 24 ore. Una volta fatta andrà conservata in frigo, e durerà solo qualche giorno.


Per i pancakes, pulite le zucchine e grattugiatele, unite poi il porro tagliato finemente. La ricetta originale prevedeva l'erba cipollina, ma siccome non è facile da trovare, se non essiccata, l'ho sostituita con il porro e il risultato mi sembra comunque molto soddisfacente.
Aggiungete la noce moscata, le uova, sale e pepe q.b. e per finire la farina e il lievito setacciati.
Mescolate bene e lasciate riposare la pastella per circa mezz'ora a temperatura ambiente.
Scaldate un padellino antiaderente di 12 cm di diametro (potete farli anche più piccoli, ma sicuramente non più grandi), ungetelo leggermente con il burro, e versatevi una quantità di pastella sufficiente a ricoprirne il fondo con circa mezzo centimetro di spessore. Cuocete a fiamma bassa prima da un lato e poi dall'altro fino a che si è dorato e gonfiato (dovrebbe raggiungere circa 1/1,5 centimetro di spessore). Toglietelo dal fuoco e lasciate intiepidire su un piatto, e mettete in conto che si appiattirà un po'. Continuate finché avete pastella.


Serviteli tiepidi con una salsa ottenuta mescolando panna acida (quella preparata il giorno prima o acquistata) a yogurt, erba cipollina sminuzzata (se ce l'avete), sale e pepe. Oppure anche solamente con la panna acida. 

Gabriella 











venerdì 10 maggio 2013

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


MAPPE
 

La domanda retorica è: si può ancora inventare in una tipologia di libro, usato e consumato nella sua ripetitività, come un atlante geografico? La risposta, per niente scontata, è sì.
In Mappe, sulla struttura classica dell’atlante, con i continenti, i paesi, le città, le risorse naturali, gli animali caratteristici, sono costruite tavole che non guardano al realismo della rappresentazione, ma riempiono l’immagine di tanti particolari, sfida alla curiosità e alle domande dei bambini. Nessun testo scritto che affianchi le cartine, solo le immagini disseminate sulle mappe dei diversi paesi. I disegni di luoghi, animali, città servono ad illustrare sinteticamente le caratteristiche dei diversi paesi. Così in Finlandia, a Kemi, troviamo il più grande castello di neve, ma più giù ci sono una pattinatrice e una ragazza in kayak. Scopriamo che un piatto tipico è il leipajuusto, mentre in Mongolia c’è la statua di Gengis Khan alta 40 metri, mentre per i deserti gira il cammello battriano. In Ghana ci sono il palazzo sull’acqua Wa Na, la mosca tse-tse, i frutti del cacao e le miniere di diamanti. E il nostro bel paese? Beh, qui qualcosa da dire ce l’avrei, visto che a Torino c’è la Fiat e a Genova il pesto; ma non si può avere tutto.


 


Ogni tavola è una fonte inesauribile di meraviglia, di curiosità e di dettagli da guardare uno per uno, per la felicità dei bambini che amano perdersi nei particolari. Gli autori di questa meraviglia sono i polacchi Aleksandra e Daniel Mizielinski, l’edizione italiana è di Electa Kids, uno degli ultimi grandi editori a gettarsi nella mischia dell’editoria per ragazzi e devo dire che sta seguendo, come per altro sua tradizione, uno standard decisamente elevato per la raffinatezza delle scelte e la qualità delle immagini, basti pensare al precedente Animatti, di Pittau e Gervais, un vero capolavoro di virtuosismo.

Eleonora
“Mappe”, A. e D. Mizielinski, Electa kids 2013
“Animatti”, F. Pittau e B. Gervais, Electa kids 2013



mercoledì 8 maggio 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

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LA MAGIA DELL'INFANZIA

Spiaggia magica, Krockett Johnson
Orecchio acerbo 2013

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)



"Saremmo dovuti restare a casa a leggere una storia" "È più divertente fare qualcosa che leggerlo in un libro" disse Ben. "Non mi dispiacerebbe essere in una storia", disse Ann. "Perché nelle storie le persone non vanno in giro tutto il giorno in cerca di una vecchia conchiglia. Succedono cose interessanti." "Nulla accade realmente in una storia" disse Ben. "Le storie sono solo parole. E le parole sono solo lettere. E le lettere sono solo diversi tipi di segni."


Sulla riva del mare i due bambini usciti di casa, forse annoiati, sono in cerca di una vecchia conchiglia. E discutono sul potere delle storie.
Ben è scettico: nelle storie non succede nulla di reale e sono fatte di sole parole, messe in fila una dopo l'altra. E nel dirlo scrive una parola sulla sabbia. L'onda lambisce quei segni e accade l'incredibile. Al posto della parola MARMELLATA compare la marmellata, in persona!


Lo scettico Ben pensa che queste cose non succedano veramente. Solo nelle storie, nei regni magici.
Vale la pena di provare, però. E allora scrivere PANE, scrivere RE, scrivere FORESTA oppure CITTÀ, CASTELLI è il gioco che fanno i due bambini e puntualmente l'onda della risacca li accontenta.
Fino a che il re e il destriero non prendono la strada del regno che si profila all'orizzonte e la marea comincia a risalire, cancellando in poco tempo l'intera magia, castelli, città e, forse, sovrano e trono.
Laddove era comparso un mondo magico, generato dalla fantasia dei due bambini, ora c'è una distesa d'acqua, ma la conchiglia che il re aveva regalato a Ben è lì, in tutta la sua realtà.


Ben aveva torto: le storie non sono solo parole, e le parole non sono solo segni. Dietro c'è molto di più. Dietro a ogni parola si nasconde il significato, si nasconde il senso e la forma che gli vogliamo dare, si nascondono legami e intrecci. È così che nascono le storie. Ed è per questo che le storie ci piacciono tanto: sono di per sé generate da immaginazione e generatrici di immaginari. A ciascuno il suo.
Il potere della parola si centuplica grazie alla fantasia. Su questo Crockett Johnson sta ragionando. Con la leggerezza del tratto e la delicatezza del pensiero, che gli sono consuete, riesce a raccontare in meno di quaranta tavole l'Infanzia.
La magia dell'infanzia.
Due bambini appena abbozzati, ma già così riconoscibili come fratelli e sorella di Harold e Barnaby, girano su una spiaggia e su uno sfondo uniforme color sabbia. Assistiamo stupiti e muti testimoni ai loro dialoghi. Vediamo come i loro sogni diventano magicamente realtà e di come magicamente ritornano sogni.
Il legame che tiene uniti i due mondi, quello reale e quello fantastico, è in quella conchiglia che Ben ha in mano. Essa è la prova che il sogno è stato realtà. Essa è anche, nel nostro immaginario, non solo involucro di carbonato di calcio di varie forme, ma portatrice di fantasie marine. La prima delle quali è il rumore stesso della risacca che ci illudiamo di sentire nell'accostare l'orecchio alla sua apertura.
Le conchiglie sono come i bambini di Crockett Johnson. Anche loro sono insiemi complessi di materia, portatori al loro interno di fantasie e storie illimitate.
Fantasie e realtà, con il loro andare e venire, come fa la marea.


Carla


La poesia di Spiaggia magica si moltiplica nel conoscerne la storia editoriale.
Questo libro ora è un libro, ma al principio fu 'entusiasticamente' rifiutato dagli editori di Johnson, perché considerato non adatto ai bambini: troppo colto, troppo ricercato, troppo filosofico. E i disegni, considerati solo schizzi, sanno essere potenti al pari dei suoi migliori disegni.
Parola di Sendak. E c'è da credergli.

lunedì 6 maggio 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SALUTE! 

Ciù e il giorno del grande starnuto, Neil Gaiman, Adam Rex
Mondadori 2013


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Ti scappa da starnutire?" - gli chiese la mamma
eeh... eeeh... EEEEH... No - disse Ciù."

Ciù è un panda che quando starnutisce combina disastri. Va in biblioteca con la mamma e la polvere dei libri solletica il suo naso, ma non starnutisce. A pranzo con il papà da Moby Diner cucinano molto pepato e forse qui partirà il grande starnuto. No, neanche qui: falso allarme. Nel pomeriggio al circo con mamma e papà e lì, nel frastuono dello spettacolo nessuno sente che Ciù preannuncia il suo starnuto. Eeeecccciuuuuuuuuuuuuuù! E nulla è più come prima. L'onda d'urto si riverbera fino al ristorante o alla biblioteca. Tutto finisce sottosopra, soprattutto sugli spalti del circo dove gli spettatori sono piuttosto sgualciti e spettinati. E decisamente perplessi. Quello sì che è stato uno starnuto.


Questo libro si regge su una storia che è fatta di nulla. O quasi. La storia di uno starnuto, unico, potentissimo di un piccolo panda.
Gaiman ci ha abituato a storie dell'assurdo, storie nere, storie forti che hanno un sempre un senso profondo, mai banale che spesso solletica il nostro immaginario più recondito.
Qui non c'è nulla di tutto questo.
È tutto costruito solo su un fatto apparentemente insignificante nella giornata di un piccolino.
Chi di noi ricorda uno sbadiglio? Chi di noi ricorda uno stiracchiamento fatto da appena alzati? O una puzzetta scappata salendo le scale? Chi di noi ricorda uno starnuto?
Beh, con gli starnuti è tutta un'altra cosa. Stiracchiamenti, sbadigli e puzzette sono in qualche modo governabili. Lo starnuto no! E non si dimentica. O meglio non si dimentica ciò che è in grado di generare intorno a sé.
Lo starnuto fa ridere, di per sé. Lo starnuto, se lasciato libero e non sincopato per buona educazione, è esplosivo, è inaspettato, è irrefrenabile. Lo starnuto fa socializzare: se potente genera negli astanti un commento, come "Salute!" o almeno un sorriso.
Nell'immaginario lo starnuto è foriero di disastri a catena. Come se l'esplosione interna che squassa torace naso e bocca si potesse moltiplicare all'esterno senza interruzione (qui un altro starnuto esplosivo: Il giorno in cui la mucca starnutì, Orecchio acerbo 2011).
L'imprevedibile potenza, preannunciata da una smorfia ridicola, la faccia che si arriccia intorno al naso, è di solito esilarante.
E se lo starnuto è grande ed è di un piccolo fa ancora più ridere.
Gaiman tutto questo lo sa e costruisce, da 'gigante' quale lui è, un intero libro su un gesto che occupa una frazione di secondo nella nostra giornata.
Chapeau!
Gaiman gioca, naturalmente, sull'esagerazione, sul falso allarme ripetuto e il comico della storia si genera da sé. 
E leggendo questo libro non puoi esimerti dal ridere.
I disegni dell'altro gigante americano dell'illustrazione, il pluripremiato Adam Rex, lo assecondano. E lo arricchiscono -nel panorama animalesco a lui così congeniale-  che è una gioia per gli occhi.
Il suo disegno così attento, meticoloso, comico, garbato, morbido, intelligente e così 'semplice' accoglie morbidamente il piccolo lettore e lo porta ad una lettura autonoma delle immagini e a scoprire da solo le sottili sfumature caratteriali dei personaggi. Istruttivi in tal senso gli sguardi nelle due tavole finali.


Un best seller negli Stati Uniti.

Carla

domenica 5 maggio 2013

DIE MARMELADEN BIBEL


MARMELLATA DI BANANE, ARANCE E ZENZERO CANDITO

È di nuovo una ricetta di Christine Ferber e, come vuole la norma, va fatta in due momenti diversi. La tecnica della Ferber, rinomata nel mondo, ha un rispetto enorme della frutta che, cuocendosi poco, resta visibile all'occhio e consistente in bocca. Provare per credere.



Ingredienti:
700 gr di banane sbucciate (1.150 gr con la buccia)
1 arancio non trattato
900+100 gr di zucchero
200 ml di acqua
il succo di 3 grandi arance (300 ml)
il succo di un piccolo limone
100 gr di zenzero candito


Il primo giorno (sabato con il sole):
lavate e spazzolate con cura un arancia non trattata, quindi tagliatela a fettine sottilissime con una mandolina. Mettete le fette in 200 ml di acqua e 100 gr di zucchero e fate cuocere finché non caramella (ovvero asciugata tutta l'acqua lo zucchero comincia a glassare e a rendere lucide le scorze. Nel frattempo con la stessa mandolina affettate le banane, spremete le 3 grandi arance e mischiate il tutto, quindi passate il composto in un passa verdure con le maglie larghe (non devono restare scorie ma le banane devono diventare purea, altrimenti nella marmellata potrebbero creare problemi). Questa poltiglia versatela sulle arance candite, quindi aggiungete lo zucchero e il succo del limone, accendete il fuoco e portate a ebollizione. Appena bolle, spegnete tutto e ricoprite la pentola con carta forno e lasciate riposare per una notte.


Il secondo giorno (domenica nuvoloso):
tagliate lo zenzero candito a striscioline sottili o passatelo con la mezzaluna se lo avete a dadini (il mio era così). Aggiungetelo al resto e fate cuocere a fuoco forte, avendo cura di girare costantemente con un mestolo il composto, schiumatelo con cura e dal momento che comincia il bollore, contate una decina di minuti e poi spegnete.
Imbarattolate, avendo cura di distribuire in porzioni equanimi nei singoli contenitori le sottilissime bucce di arancio caramellate.


Carla

venerdì 3 maggio 2013

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)




Emily Dickinson’s Letters to the World, Jeanette Winter
Frances Foster Books, 2002
Il primo libro di cui vi parlo, Letters to the World, di Jeanette Winter è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2002. E’ disponibile in un piccolo numero di costosissime copie nuove ed un discreto numero di copie usate e a buon mercato via Amazon (come tutti i libri che tratterò, posto che nella mia esperienza l’usato è sempre in ottime condizioni e consente di ammortizzare in parte il costo di spedizione).
E’ un libro di piccolo formato, in verità abbastanza ambizioso, poiché si tratta di una mini-biografia, rivolta ai bambini, della poetessa Emily Dickinson. Corredato peraltro da una cernita di poesie che al dunque – rispetto all’insieme del testo - la fanno da padrone.  
Mi piace cominciare da qui per due ragioni. Intanto, perché da noi è molto raro che si pubblichino biografie per bambini, un genere che viene forse considerato indigesto o comunque poco appetibile. Inoltre, perché l’autrice è un esempio abbastanza calzante del tipo di approccio che, in genere, gli illustratori anglosassoni hanno al libro per l’infanzia. Parlando della propria formazione, Jeanette dice “… volevo fare disegni che raccontassero storie…”. Sembra lapalissiano, ma non lo è. Mettersi al servizio di una storia significa concepire il segno in funzione della narrazione, prima di qualunque altra velleità. E’ una dichiarazione d’intenti cha fa da spartiacque tra un tipo d’illustrazione divulgativa e didascalica (che pure può benissimo raggiungere un alto livello di espressione artistica) ed un’illustrazione che aspira ad affermarsi soprattutto in virtù della propria valenza estetica. La prima è una forza centrifuga, la seconda è centripeta.


Letters to the World ha un’altra caratteristica che lo rende abbastanza inusuale. Comincia con la raffigurazione di una bara portata da quattro ometti lungo un pendio erboso, dove una grossa ape ronza noncurante del triste corteo. Ma è davvero triste? La bara, di legno biondo, è sormontata da un letto di fiori violacei e scivola lungo il prato sotto la pacifica ala del sole. Niente nel disegno crea un senso di lacerazione, tutto si compone in una cornice lieve, con un accento di pacata ritualità. Il passaggio fisico e metaforico (il corteo, la morte) viene raffigurato senza enfasi e senza retorica, in una cornice perfettamente naturale, poiché dominata da elementi di natura. Con grande semplicità, l’autrice trasmette dunque al bambino il senso di un evento che si concilia con l’idea stessa di universo, la fine-non fine di tutti gli esseri viventi. Di cui suggerisce, con esemplare ed estrema economia di mezzi, l’eterno trasmutarsi degli uni negli altri. Quale modo migliore d’inoculare l’idea stessa di poesia? Un lutto - la bara trasporta proprio Emily, che la sorella piange compostamente, ma soprattutto ricorda, scandendone la memoria nelle pagine successive – che si combina col mistero del creato. E grazie alla successione di poesie (21) che di lì a poco il libro fa affiorare, Emily muore e vive in un tutt’uno, se ne va e ritorna, perché i versi sono per definizione una genesi, il luogo dove la lingua ricrea, fertile più che mai. Non so se Jeanette Winter abbia razionalizzato tutto questo, non credo. 


Il suo tratto naif – ispirato all’arte folklorica messicana – è così essenziale e colorato da dissipare ogni ombra e da evocare in un modo delicato, sereno e dopotutto giocoso la personalità di una tra le voci più limpide della poesia di tutti i tempi. Senza autocompiacimenti o eccessi di nessun tipo, l’autrice consegna ai piccoli lettori la chiave per assaporare e comprendere la bellezza dei versi, che accompagna con immagini vivide e immediate. Originali, ma mai soverchianti rispetto al testo. Con un senso della misura che trovo incantevole. Un piccolo prodigio di equilibrio che si sposa dunque con la grazia di versi indimenticabili, offrendo ai bambini non una scorciatoia, ma un cammino sicuro e diretto per arrivare a sondare un’indubbia profondità di senso. 

 

Daniela (Tordi)

giovedì 2 maggio 2013

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


CORTESIE PER GLI OSPITI 


È una nuova rubrica di questo blog.
È una rubrica accogliente.
Qui dentro possono scrivere tutti coloro che hanno da dire qualcosa su un loro libro preferito. Le porte sono aperte, bussate ed entrerete.
I contributi non devono superare le 4000 battute, devono essere corredati di immagini (480x640 pix) e devono essere mandati via mail a letturacandita@gmail.com.
Rimane a discrezione della redazione la loro pubblicazione.
Si comincia con Daniela Tordi che al momento  è l'ospite abituale: i suoi libri preferiti, raccolti per il mondo, sono numerosi e tutti affastellati su uno scaffale straripante.

Carla

(Questa rubrica prende il nome da un libro di Ian McEwan, Cortesie per gli ospiti, Einaudi 1997)

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

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TUTTA SUA MADRE


Qualche motivo ci deve essere, se Roddy Doyle ritorna sull'argomento già trattato recentemente, la morte di una persona cara vista con gli occhi di una bambina. In Tutta sua madre la piccola protagonista, Siobhan, ha perso la mamma da piccola ed è tormentata dal fatto di non riuscire a ricordarne il volto; ricorda dei gesti, delle canzoncine, ma del viso nessun ricordo. In casa ha trovato un foulard e delle scarpe verdi, ma niente foto. Col papà non riesce a parlare, è troppo triste.
Un giorno incontra una bella signora nel parco, che la consola e le suggerisce due cose: di guardarsi allo specchio e di dire all'orecchio del papà una formula magica.
Nel guardarsi allo specchio, Siobhan si rende conto di assomigliare alla mamma e di portarla dentro di sé. Della formula magica, però, si dimentica.


Siobhan cresce, diventa grande e diventa mamma a sua volta. Suo papà, diventato nonno, non riesce ad essere felice come potrebbe, la figlia a quel punto si ricorda la formula magica che fa tornare il sorriso sulle labbra delle persone tristi. Tutto torna, nella giostra delle generazioni le persone che ci hanno lasciato ritornano negli occhi di un figlio o nei capelli di un nipote.
Indiscutibilmente preso da una tematica difficile, Roddy Doyle qui riesce a mantenere un tono leggero, a consolare senza retorica, anche se non resiste all'escamotage di ricorrere ad una presenza fantasmatica. E' un racconto delicato, di quelli che si leggono sottovoce, magari pensando a qualcuno che si è perduto.
Le illustrazioni sono di Freya Blackwood, l'illustratrice australiana autrice, per esempio, di Matilde e l'orso, e de I regali di Lulù e assecondano la delicatezza del racconto.
Sento spesso obiezioni sull'opportunità di racconti che affrontino direttamente la tematica della morte, salvo poi cercare il libro salvifico che dica quello che noi non siamo capaci di dire. Sta alla sensibilità dell'adulto decidere se e in quale contesto proporre ai propri figli o alunni un tema del genere, considerando che comunque, in questo caso, non è tanto il dolore del distacco ad essere al centro della narrazione, come in La gita di mezzanotte, quanto il rapporto con la memoria, il portare in noi stessi l'essenza di un rapporto perduto.
Ovviamente la lettura non è indicata prima dei 7/8 anni.

Eleonora


“Tutta sua madre”, R. Doyle, Freya Blackwood, Salani 2013