lunedì 18 maggio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UNA VALIGIA STRACOLMA DI OGGETTI

Lenticchia. Dall'altra parte del mondo
Claudia Mencaroni, Luisa Montalto
Verbavolant 2020



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Lenticchia è una bambina grande di quattro anni, alta così e larga cosà.
Quando Lenticchia è felice spalanca la bocca, strizza forte gli occhi e vola come un uccellino. Vola per la felicità. Lenticchia vive dall'altra parte del mondo."


Nonostante viva dall'altra parte, non è una bambina a testa in giù. La testa ce l'ha ben su e piena di domande: la principale che le frulla in testa riguarda proprio l'altra parte del mondo. Chiede a suo padre e a sua madre di raccontarglielo, ma nessuno dei due trova le parole giuste, le parole adatte. Non le resta che mettersi in valigia e partire.
Dall'altra parte del mondo sembra essere tutto un po' meglio: alberi più accoglienti, case più piccole, fiori sui davanzali, colori più accesi, acqua e monumenti antichi a ogni angolo e gente che si parla dalle finestre. E c'è anche il mare. Oh. Il mare, che le riempie gli occhi. Quello piccolo in cui si può anche nuotare. Ai suoi genitori, che al ritorno le chiedono come sia il mondo di là, lei mostra la sua valigia stracolma di oggetti, e racconta felice.


Di nuovo insieme, dopo Seb e la conchiglia, Claudia Mencaroni, Luisa Montalto e Verbavolant.
Tra loro alcune, poche, cose cambiano, alcune cose restano.
Come se fossero una cifra.
Tra le cose cambiate c'è il formato: da libro da parati ora è un albo più tradizionale, all'italiana, ovvero orizzontale. Il formato più congeniale al movimento e all'acqua. Che in questo libro abbonda.
Tra le cose cambiate c'è l'equilibrio tra testo e immagine. Il dialogo tra loro è forte come anche in Seb, ma in Lenticchia sembra quasi che a condurre il gioco non siano più le parole, ma il disegno.
Anche se in Seb e la conchiglia, per ovvie ragioni, il disegno occupava le grandi superfici, tuttavia il loro ruolo era per lo meno paritario nella narrazione.
Qui, no. Il disegno continua a prendersi grandi spazi, pagine intere con bandelle a sorprendere il lettore, ma lo fa spingendo la parola a diventare quasi un sussurro: Oh. Il mare, e a metterla in un angolo, comunque sempre poetica.
Un disegno che si è fatto più potente della parola.
Un po' come a dire che le parole sono sulla pagina a raccontare una storia che hanno sentito dai disegni.
E qual è questa storia? Cercando di mantenere il più possibile 'vergine' lo sguardo su Lenticchia si potrebbe dire che è la storia di una bimbetta che ha capito un paio di cose importanti della vita: la prima è che al mondo ci sono posti tra loro molto diversi. Uno è vissuto principalmente in un 'interno', attraverso le finestre, mentre l'altro è ben più estroverso, tutto raccontato en plein air

 
La seconda cosa che Lenticchia capisce ha a che fare con gli oggetti. Quella bambina sa con chiarezza che gli oggetti sono portatori di storie. Hanno un loro significato che va al di là dell'oggetto in sé. Un sasso non è solo un sasso, ma il segnetto per giocare a campana, un legnetto non è solo un legnetto, ma è quel preciso legnetto trovato su quella precisa spiaggia in quel preciso giorno. Una moneta è quella moneta, una torcia è quella torcia, una girandola è quella girandola.
Ecco tutto questo lo racconta il disegno e le parole tacciono.
Dunque l'equilibrio è cambiato.
Se si abbandona la prospettiva 'vergine' dello sguardo e si ascolta la genesi di questo libro, così come la raccontano le protagoniste, tutto questo che lo sguardo vergine aveva intuito, sembra trovare conferma.
Spigolando, si apprende infatti che Lentichia è la figlia di Luisa Montalto, Anna a cui il libro è dedicato, che, nata a Singapore, dove Silvia ha vissuto per cinque anni, chiedeva ai suoi genitori del mondo di qua, di Roma.
Una domanda grande, per una bambina grande.


La Montalto, come la maggioranza degli illustratori, dice di non avere dimestichezza con le parole, lei quando ha da raccontare disegna, e quindi chiede a Claudia Mencaroni di trovare una risposta narrativa alla questione dell'altra parte del mondo, dei luoghi a cui lei si sente di appartenere, della memoria che ne ha.
Per spiegarlo con un libro a sé e a sua figlia. E magari anche a qualche altro bambino o bambina...
La voce di Claudia racconta quindi - generosamente - un storia che non è sua, ovvero non solo sua.
Al principio si alludeva alle cose che cambiano, e si parlava di equilibri o rapporti di forza tra testo e immagine, tra storia a parole e storie a disegni, si voleva dire proprio questo: nel libro il disegno racconta di più delle parole.
Ma per tornare alle cose che restano, di Claudia Mencaroni rimane la capacità che era stata notata in Seb e la conchiglia, ovvero la sua sensibilità nel 'disegnare' un bambino con pochi tratti. Così come allora, anche adesso Lenticchia è nelle nostre orecchie, nella sua essenza di bambina grande di quattro anni, già dopo poche frasi.


Si riconferma la sua capacità di toccare punte alte, per esempio, nel dare corpo in una sola frase, piccola e perfetta, alla potenza delle sensazioni che si provano per la prima volta davanti al mare. Tuttavia, rispetto a Seb, ogni tanto per me si percepisce qualcosa che scorre meno liberamente: parole che un po' si inceppano in soluzioni che costano fatica, che suonano obbligate da un pensiero 'esterno' che preme per entrare.
E Buongiorno e buonanotte.

Carla


domenica 17 maggio 2020


IL TESTO SACRO, ovvero ALSO SPRACH GIULIA


Lunedì è il compleanno di Bernardo - Auguri, Bernardo! - così Germana, come ogni anno da che ci conosciamo, mi chiede la ricetta del Puntazzo. Il "Puntazzo", Ginostra, o Dolce al cioccolato di Loredana, è ricetta che arriva da un librino autoscritto, autoillustrato e autoprodotto da Giulia e sua madre, che contiene le sue ricette di famiglia, ovvero quelle che negli anni hanno collezionato assieme. Il titolo L'unione fa la torta. 23 Sandra and Giulia's reci-pies fa subito intuire il profilo internazionale delle autrici, quello di Giulia lo è sicuramente.
Liso, pieno di schizzi e macchie nelle pagine più frequentate, è un libro che conserviamo con affetto ed è irrinunciabile a casa nostra. Un testo sacro.


Il Puntazzo, che prende il nome da un ristorante a Ginostra, questa domenica è affare di Germana che lo prepara per Bernardo.
Io, già che mi sono trovata, ho scelto una pagina senza macchie con una ricetta che esordisce così:
Crostata di noci di zia Teresa. Natale!
Perfetta, da fare in un 17 maggio balengo di un 2020 balengo.

Ingredienti
250 gr circa di frulla (queste le mie dosi perché sulla frulla non ascolto nessuno: 125 farina 00+75 burro+50 zucchero+1 pizzico di sale+un rosso d'uovo)
200 gr di noci sgusciate
200 gr di zucchero
1/2 bicchiere di panna


Fate la frulla (anche qui il metodo è il mio personale) mettendo farina, lo zucchero il sale in un robot da cucina con la lama, date due colpi perché si mischino, aggiungete i dadi di burro e fullate di nuovo finché non ottenete sabbietta, quindi mettete il rosso e frullate finché non ottenete la palla di frulla).
Stendete la pasta sulla teglia unta e infarinata, come fareste per una crostata, e mettete in frigo.
Tritate le noci a mano in modo da evitare lo sfarinamento.
Accendete il forno a 180°.
Fate un caramello a secco, ovvero in un pentolino mettete un cucchiaio di zucchero e fate sciogliere a fuoco basso, poi aggiungete un cucchiaio di zucchero per volta e, sempre girando con un cucchiaio di legno, fatelo sciogliere fino ad arrivare a mettere tutti i 200 grammi. A questo punto, fuori dal fuoco, aggiungete con grande attenzione la panna che sfrigolerà moltissimo e farà indurire il caramello. Rimettete sul fuoco e continuate a girare finché lo zucchero non si sarà sciolto nuovamente.
Aggiungete il trito di noci e girate perché di amalgami. Togliete dal fuoco e versate sul guscio di frulla.
Infornate e cuocete finché la frulla non raggiunge il vostro grado prediletto di cottura.
Va servita in piccoli quadrati. Also sprach Giulia!
Per i puristi di Zarathustra, colonna sonora

Carla 

venerdì 15 maggio 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


LA BIBLIOTECA DEI SAPERI


Finalmente un libro interamente dedicato ai libri di divulgazione, con accenni alla loro storia recente e con una panoramica delle tendenze contemporanee. Grazia Gotti, insegnante, libraia della conosciutissima ‘Giannino Stoppani’ e consulente del Bologna Children's Book Fair, scrive per i tipi di Lapis ‘La Biblioteca dei saperi’, nato dalla convergenza delle diverse esperienze professionali dell’autrice.


La parte secondo me più interessante è la prima, dove vengono analizzati alcuni autori d’epoca, come Marie Reidemeister Neurath, inventrice, nel primo dopoguerra, della cosiddetta infografica, Herbert Spencer Zim, autore di una collana di divulgazione che la Fabbri tradusse in italiano; Ruth Bartlett ed Erik Nitsche.


In questa galleria di autori che ci stupiscono per la bellezza e la ricchezza dei loro libri, compaiono anche gli italiani Piero Ventura e Gian Paolo Ceserani, il cui insegnamento mi sembra sia stato ripreso da La Biblioteca, editrice piccolissima, che ha avuto una certa fama nel decennio passato.


A questa prima carrellata, ne segue un’altra che individua le principali case editrici, e relative collane, che hanno segnato la divulgazione negli anni ‘80 e ‘90: la francese Gallimard, le cui collane furono tradotte da E.Elle, la Dorling Kindersley, tradotta da De Agostini, a rappresentare il filone della divulgazione di lingua anglosassone, qui relegato solo al periodo della fine dello scorso millennio, mentre rappresenta tuttora un filone importantissimo, soprattutto della divulgazione scientifica. E poi la gloriosa Editoriale Scienza, che annovera nel proprio catalogo titoli importanti, sia di produzione diretta, che tradotti.
La terza carrellata riguarda le ‘editorie emergenti’, cioè di quei paesi da cui sono arrivate le proposte più innovative degli ultimi anni: la Polonia della coppia Mizielinska e Mizielinski, il Portogallo di Planeta Tangerina, l’Ucraina di Romanyshyn e Lesiv, e il regno Unito con il Professor Astro Gatto.
Come è evidente, la selezione è attenta in modo particolare all’aspetto formale, ma anche utilizzando questo principale criterio dimentica, per esempio, gli autori polacchi de ‘il Regno degli alberi’, che pure hanno proposto libri di assoluto rilievo.
La quarta carrellata riguarda gli autori: il francese Guillaume Duprat, autore de ‘Il libro delle Terre immaginate’, ‘Universi’ e altri, la britannica Nicola Davies, fra le autrici più prolifiche e rilevanti del panorama contemporaneo, e gli italiani Telmo Pievani e Gianumberto Accinelli.

Seguono accenni ad altre discipline: le riduzioni letterarie di Aristarco, o i libri di ‘filosofia’ per bambini, dove primeggia il discutibile Galimberti e manca quel capolavoro che è ‘Cosa diventeremo?’, per finire con i libri che parlano delle problematiche sociali contemporanee.
Nel voler parlare di tanto, ovviamente non si rende giustizia a molti, è inevitabile. Mancano, forse perché non apprezzate, le nuove tendenze nella divulgazione per piccolissimi, sposate da Il Castoro ed Editoriale Scienza; e questo è un esempio. C’è solo un accenno a Jenni Desmond, che rappresenta un interessante mix di divulgazione ‘narrativa’. E’ poco indagata la divulgazione anglosassone, che rappresenta la fetta più importante della produzione mondiale.
C’è dunque un interessante, colto approccio al ‘come’ viene raccontato il mondo, nei suoi diversi aspetti. E’ più limitata l’analisi del cosa, dei linguaggi e dei concetti utilizzati, delle tendenze in chiave di discipline ora esplorate: dalle teorie evoluzioniste, che fino all’anno scorso non erano state oggetto di libri specificamente dedicati, all’area tecnologica, al coding, che pure rappresenteranno una nuova frontiera di conoscenza.
Andrebbero analizzati anche i linguaggi, non solo quelli visivi, la capacità di rendere comprensibili concetti complessi, astratti. E qualche esempio, nel corso degli anni, è stato evidenziato su questo blog.
Non ci si chiede per quale motivo non ci sia sperimentazione, anzi possiamo dire che c’è pochissima produzione, nell’ambito della divulgazione storica, con l’unica eccezione della preistoria e della storia antica. Davvero i lettori e le lettrici si disinteressano totalmente al passato?
E poi il punto dolente, che riguarda ancora l’ambito del contenuto conoscitivo dei testi: gli errori. Errori di traduzione, errori di contenuto che evidenziano una scarsa cura del prodotto editoriale anche da parte di editori importanti, con l’eccezione, luminosa, di Editoriale Scienza e L’Ippocampo, che dedicano una cura meticolosa all’editing.
Con questi limiti, peraltro inevitabili, nel voler affrontare sinteticamente un argomento così vasto, il libro di Grazia Gotti è un libro prezioso, che colma una clamorosa lacuna nell’indagine sui testi per ragazzi e costituisce un importante spunto per ulteriori approfondimenti.
Lettura quasi obbligata per libraie e librai, insegnanti e divulgatori e per tutti i curiosi del mondo dell’editoria per ragazzi.

Eleonora

“La Biblioteca dei Saperi”, G. Gotti, Lapis 2020

mercoledì 13 maggio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


GISÈLE È GRANDE E TORNA A CASA

La bambina di vetro, Beatrice Alemagna
Topipittori 2020

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Un giorno, in un villaggio vicino a Bilbao e a Firenze, nacque un bambino di vetro. Anzi, una bambina.
Era così carina con i suoi grandi occhi, così perfetta con le sue piccole mani, così pura e luminosa... ma così trasparente!
Brillava, scintillava, si confondeva con gli oggetti, cambiava colore al tramonto e sotto il sole si trasformava in mille riflessi."


Tutti facevano lunghe code per vederla e le domande sul suo essere così insolita si accavallavano, ma la fragilità non preoccupava né Gisèle né i suoi genitori. La sua trasparenza, tuttavia, rendeva visibile tutto ciò che le passava per la testa. E questo non era molto piacevole. 


Da piccola, ogni sua minima paura veniva intercettata e subito rassicurata. Ma crescendo, il fatto che tutti potessero leggerle il pensiero, bello o brutto che fosse, non era ciò che lei desiderava per sé. Inoltre, le malinconie avevano il potere di incrinarla, e non solo nell'anima, ma anche nel corpo fragile di vetro. E come se non bastasse tutti avevano qualcosa da ridire sui suoi personalissimi e privati pensieri.
Gisèle non ne poteva più: così fece la valigia, salutò i suoi genitori e partì.


Dovunque andasse, però, era sempre lo stesso.
Finché un giorno, smise di scappare da se stessa e dal giudizio degli altri, fece dietro front e tornò a casa.

Gisèle, cosa che capita davvero di rado per i personaggi dei libri, l'abbiamo vista crescere. E ora è addirittura maggiorenne.
È nata diciotto anni fa in Francia, come bambina di vetro dentro un libro francese, Gisèle de verre
All'epoca, l'Italia non si era dimostrata accogliente ne confronti di Beatrice Alemagna che, quindi, pubblicava i suoi primi bei libri esclusivamente con case editrici d'Oltralpe. Questo, con Seuil.
All'epoca, era nato da una suggestione rodariana, circostanza che quest'anno non casualmente trova rinnovato vigore, visto il centenario.
Giacomo di Cristallo, quello che oggi la Alemagna definisce un fratello di Gisèle è il protagonista di una delle Favole al telefono.
Con Gisèle condivide la trasparenza, ma poco altro. 
Giacomo, al contrario di Gisèle, è un catalizzatore, la gente gli voleva bene per la sua lealtà e vicino a lui tutti diventavano gentili. Rodari prosegue seguendo la sua vena più politica, e racconta che, salito al potere un feroce dittatore, il popolo conosce miseria e ingiustizia. Nessuno ha il coraggio di opporsi, pena la morte, a parte Giacomo, i cui pensieri sono trasparenti. Lui non può tacere e i suoi pensieri ribollono di sdegno e condanna. Il dittatore lo fa rinchiudere, sperando così di nascondere agli occhi del mondo la verità, ma - e qui arriva la fantastica rodariana - la prigione e le mura che la circondano diventano anch'esse trasparenti. Al dittatore non resta che coprire i suoi occhi dalla luminosità che emana Giacomo. E qui la morale rodariana: la verità è più forte e luminosa di qualsiasi cosa. Non la si può tenere nascosta per sempre.
Le due Gisèle, quella francese e quella italiana, pur condividendo la radice rodariana, sono ben diverse tra loro.


La prima e più grande differenza con la prima Gisèle, quella francese, è nella fuga senza ritorno di quella persona con il dono della trasparenza.
L'essere trasparente, la rende diversa e come tale pericolosa. Tout le monde l'évita. La rende scomoda: Tu ne peux pas te retenir de penser cela? L'unica soluzione che Gisèle trova è quella di andare via, da casa e da tutti quei luoghi dove non si sente accettata. E, scriveva nel 2002 l'Alemagna, ancora oggi continua a viaggiare, sorridente perché - e qui ritorna puntuale la morale rodariana - la verità fa paura e le persone preferiscono non vederla.
Colpo di coda finale, in perfetto stile rodariano: una frase messa in bocca a un buon alter ego di Gisèle: tanto peggio per loro! (Tant pis pour eux!).
Oggi Beatrice Alemagna, nel ripensare a una versione corretta (lei stessa parla di errori di gioventù fatti nel libro francese) cambia un po' di disegni. 
In primo luogo la copertina, utilizzando il disegno su acetato dell'edizione francese, perché considera la prima versione poco immediata. 


Per quel che vale, a me continua a sembrare bellissima quella testona che lascia trasparire l'erba di un prato, nell'edizione Seuil.
Dà proporzioni diverse alla bambina che per tristezza o rabbia si trova il corpo di vetro incrinato. La lacrima versata alla partenza diventa davvero un cristallo, ma soprattutto sparisce, nell'ultima pagina, il Pinocchio conclusivo che aveva il merito di incarnare visivamente l'infanzia che sa dire marameo a tutti: Tant pis pour eux!.
Ed eccoci al finale, appunto.
Anche nel testo 2020 qualcosa cambia. In omaggio a una 'filologia' rodariana più ortodossa, spiega l'Alemagna, Gisèle non fugge, ma inverte la rotta e torna a casa. Non si tratta dunque di una storia che esalta il valore della verità, come accade in Giacomo di cristallo, ma di una storia sul coraggio e quindi la libertà di essere se stessi.
Eppure, la morale politico/sociale rodariana sulla verità a me pare di vederla ancora lì. 


Chi è sparito, invece, è quel canzonatorio e libero gesto che chiudeva il libro francese, Tanto peggio per voi!, con Pinocchio, quel bambino di legno, alter ego di quella bambina di vetro, che prima si intravede e poi spunta, girato l'ultimo foglio di acetato.
Quello sì che a me pareva confermare, senza essere dichiarativo, ma allusivo e beffardo, il valore ultimo della lezione di Rodari, al di là di ogni retorica, sul diritto dei bambini di essere bambini (e per sillogismo a essere di vetro se si è di vetro e bugiardi se si è bugiardi).
Al posto di una delle icone più ribelli d'infanzia ora c'è una pagina bianca in cui, dopo una precisa dichiarazione di intenti da parte della bambina di vetro, tutto viene reso 'trasparente', proprio in nome di quella libertà di pensiero che ognuno deve trovare in sé.
Due righe per chiudere. Beatrice Alemagna sa essere gigantesca. E questo è un fatto. Se dal punto di vista del disegno/segno non ha mai smesso di crescere e migliorarsi, tuttavia mi pare che in libri come il "giovanile" Gisèle de verre, o Un leone a Parigi, o I cinque malfatti o ancora Cicciapelliccia sia stata capace di raggiungere belle vette. Lì a dimostrare una spontaneità e una libertà e una forza (queste davvero giovanili) che nascono da una capacità di arrivare al nodo della questione senza sentire il bisogno di scioglierlo.


 Tant pis pour eux!

Carla

lunedì 11 maggio 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


CUCCIOLI E AFFINI


Uscito a gennaio, il terzo libro di Maja Säfström dedicato agli animali ha avuto la sfortuna di incappare nel lungo periodo di chiusura delle librerie e in pochi hanno potuto notare la bella copertina rossa di ‘Il Piccolo Libro dei grandi segreti animali. Cuccioli’, pubblicato da Nomos edizioni.
Come i precedenti, l’autrice prosegue l’illustrazione delle particolarità animali, rinunciando a qualsiasi tipo di trattazione sistematica.
Se il mondo animale è di per sé meraviglioso, e su questo nessun bambino o bambina ha dei dubbi, allora mettiamo insieme quanto di più stupefacente ci sia. Questa volta il tema è la nascita e l’allevamento della prole. Sono quindi raccontate le gesta di mamme e papà straordinari: dalla femmina di polpo gigante che si barrica in una grotta e smette di nutrirsi fino a che i piccoli non sono in grado di uscire e affrontare il mondo da soli, ai maschi di cavalluccio marino, che si portano i piccoli nella tasca addominale, alle società di elefanti o di orche, che creano legami familiari che durano tutta la vita.


La casistica è lunga, il libro conta più di cento pagine e ogni doppia pagina ospita una specie diversa e, come nei libri precedenti, non si accenna a nient’altro oltre l’argomento preso in esame: non la tassonomia, non la fisiologia o quanto altro possa aiutare a conoscere i singoli soggetti. La pagina è occupata integralmente dall’illustrazione, rigorosamente in bianco e nero, e le didascalie, molto sintetiche, si collocano al suo interno, come un commento, o una breve spiegazione.
Questo è un tratto distintivo dei libri della Säfström, mettere insieme una raccolta di istantanee legate da un tema specifico. Cosa coglie questo approccio dei gusti dei bambini: sicuramente la curiosità un po’ anarchica, e sicuramente asistematica, dei bambini più piccoli, che si nutrono di curiosità onnivore e indiscriminate. Ma coglie anche il desiderio di divertimento, l’ironia, il lato buffo e grottesco di tanti comportamenti animali: dal pulcino di oche facciabianca che si deve buttare giù da un dirupo per raggiungere i genitori, al piccolo di koala che deve mangiarsi un po’ di cacca materna per poter digerire l’indigesto eucalipto.


Questo filone, della divulgazione in chiave ironica, che sottolinea il lato comico di quello che si rappresenta, ha trovato un validissimo esempio in ‘Strana Enciclopedia’, di Adrienne Barman. In quest’opera l’autrice svizzera aveva avuto l’idea geniale di raggruppare gli animali secondo criteri tutt’altro che scientifici, quelli tutti bianchi o tutti neri, gli estinti o i chiassosi, per citare solo alcune categorie, e di rappresentarli in modo comico, divertente, con gli occhietti vispi fissi sul lettore o lettrice.
Sono tipologie di libri in cui si ride parecchio, si apprezzano i dettagli buffi, si impara a inventare anche altre categorie di classificazione, senza perdere di vista comunque un contenuto di informazioni che resta impresso per la vivacità del messaggio.
Ecco, i libri della Säftröm sono così, pieni di spunti, divertenti, ma anche ricchi di informazioni non sistematiche, che però possono essere reperite in altri testi più tradizionali.


Alcuni ritratti di questo libro rimarranno sicuramente impressi: personalmente, sceglierei i ghepardi, nella cui specie i fratelli restano insieme anche tutta la vita, o gli elefanti che sanno costruire legami familiari fortissimi (e celebrano anche i funerali dei loro cari, ma qui non lo dice). Oppure i paguri in fila per cambiare casa, ovvero conchiglia.
Insomma, questa è una lettura istruttiva e divertente per bambini e bambine a partire dai cinque anni.

Eleonora


“Il piccolo libro dei grandi segreti animali”, M. Säfström, Nomos edizioni 2020

mercoledì 6 maggio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'OCCHIO DI CHI GUARDA

Julia Pastrana. La donna scimmia, Ivan Cenzi, Marco Palena
#Logosedizioni 2019



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 9 anni)

"Fu così che un mattino umido, l'uomo dai baffi corvini venne a bussare alla nostra porta. Si presentò come un emissario del governatore di Sinaloa. Era sudato, sporco, e i suoi occhi erano due punti neri come quelli di un millepiedi.
eppure ricordo il gesto inaspettatamente delicato, quasi rispettoso, con cui depose in mano a mia madre il mazzo di banconote.
'Va' con lui' disse mia madre.
Ricordo che, mentre il carro si allontanava dal villaggio, mi voltai indietro per vedere se lei mi stava guardando.
Non c'era nessuno."

Era nata in un villaggio, forse Ocoroni, arrampicato su uno sperone di roccia messicana nella regione di Sinaloa. Ed era considerata l'inspiegabile, ovvero qualcuno a metà, rifiutato dalla foresta e non accettato dalla comunità umana.
I suoi simili non erano né i lupi o gli orsi, né le scimmie, con cui condivideva alcuni tratti del viso e il pelo che le ricopriva il corpo, ma neanche quelli che popolavano i villaggi, dei quali aveva la struttura del corpo.


Troppo diversa per essere amata e accettata, passò di mano in mano per essere esibita come fenomeno. A casa del governatore di Sinaloa imparò a leggere e scrivere, danzare. A cantare era già brava. Poi, nuovamente venduta a Beach e Sepúlveda, si esibì su molti palcoscenici negli Stati Uniti come un ibrido umano, così aveva sentenziato il medico che l'aveva visitata.
I primi occhi che si posarono su di lei in assenza di morbosa curiosità furono quelli di Theodore Lent. Lavorava per Beach e Sepúlveda e in lei vide quello che si nascondeva al di là delle sembianze: una creatura, che aveva diritto alla propria felicità. I due scapparono e si sposarono. Con Lent ripresero a girare per l'America e per l'Europa. Il successo era enorme, ma Lent, al contrario degli altri, la ricopriva di attenzioni e di occasioni mondane in società, dove tutti si dimostravano felici di conoscerla. I successi raccolti però lentamente si diradarono e Lent capì che qualcosa doveva cambiare. E fu proprio Julia Pastrana che gli suggerì l'idea. Perché a una Donna Orsa non poteva subentrare una Madre Orsa?

Questa è la storia vera di Julia Pastrana, affetta da ipertricosi e ipertrofia gengivale negli anni in cui di queste malattie non si sapeva nulla. A meno di trent'anni in Russia, durante una delle tante tournée organizzatele dal marito, Julia morì a pochi giorni dal parto di un bambino che visse solo tre giorni.
Lent fece imbalsamare entrambi e continuò per altri venticinque anni a portarli in giro, fino al momento della sua morte. Poi i loro corpi furono esposti qui e là fino agli anni Settanta e quindi semplicemente dimenticati. Si deve a Laura Anderson Barbata, se finalmente Julia Pastrana è potuta tornare nella terra di casa sua.
A lei ha dedicato un libro il cui titolo racconta già molto: The Eye of the Beholder.
Ecco, l'occhio di chi guarda può essere una chiave di interpretazione di questo bel libro illustrato. 


Ma prima di qualsiasi ragionamento in tale direzione, va detto che il fatto che questa sia una storia sostanzialmente vera, molto ben raccontata nei toni da Ivan Cenzi, dà una mano di lucentezza, di vivezza che non può essere ignorata.
Le storie vere ci colpiscono. È così e basta.
Ma qui c'è anche molto altro. 
C'è una lezione sul senso profondo dello sguardo. 
Tra i possibili fattori che concorrono a tenere viva l'attenzione di una persona, catturarne lo sguardo appunto, ce ne sono tre che qui sono molto presenti: il perturbante, l'insolito, l'ambiguo.
Spetta proprio a Milton Glaser, che di attenzione e sguardo ne ha fatto un credo professionale, illustrare come funziona la nostra attenzione.
Il nostro occhio si spegne 'naturalmente' di fronte a tutto ciò che già conosce, e lo fa per puro spirito di sopravvivenza. Al contrario, si accende di fronte a ciò che non conosce (o non riconosce), a ciò che non può essere catalogato nel cervello per mancanza di modello. E lo fa, anche in questo caso, per lo stesso spirito di sopravvivenza. 
Di fronte a ciò che non conosco devo stare più all'erta.
Julia Pastrana incarna proprio quell'insolito che nel suo corpo si esprime come fuori dal canone.
Incarna anche l'ambiguità di assomigliare un po' a una donna e un po' a una scimmia e, naturalmente, per sua natura allo sguardo del pubblico lei diventa spesso perturbante. 


Ecco, perturbante. Le parole che vengono messe in bocca a Beach, uno dei suoi imbonitori, sono illuminanti: "Il mio compito, mi spiegò Beach, era sorprenderli con la dolcezza della voce, la grazia dei passi, l'eleganza del portamento. 'Sii più seducente che puoi, devi farli vergognare!' 'Vergognare di cosa? domandai. Rispose: Di desiderarti'."
Fatti salvi i tre fattori che rendono Julia Pastrana un libro che cattura lo sguardo, ne esistono però anche altri, ancora meno evidenti e più sotterranei che lavorano sul nostro inconscio.
Per esempio, l'ambiguità di rapporto con Theo. Ci sarebbe molto da dire, in proposito.
Oppure, il tema del confine che torna spesso nel testo, come a voler solleticare il ragionamento sulla linea che divide ciò che conosciamo da ciò che è ignoto, ciò che è consueto da ciò che è meraviglioso.
Qual è la linea di confine tra come appariamo e come siamo? Julia è stata capace di essere al di qua e contemporaneamente anche al di là di un confine: Ogni frontiera per essere varcata esige il suo tributo: lasciare indietro una parte di quello che siamo.


Julia però non è solo un corpo. Da qui il continuo andare al di qua e al di là di un confine anche nel suo pensare: da un lato apprezza le attenzioni che il mondo le riserva, ma è anche piena di malinconie, nel suo sentirsi sempre inadatta.
Dunque, per tirar due somme. Un lavoro grande sulla visione, sullo sguardo che ha fatto Marco Palena, fin dai risguardi (che bel bisticcio).
Dalla sua parte ha una grande capacità tecnica, ma ha anche lo sguardo giusto, se diamo retta a Glaser, per non disegnare mai nulla che sia troppo esplicito. Lavora con capacità sui simboli, sulle immagini allusive.



Salvo un paio di eccezioni, applica sempre un filtro, una sorta di velo scuro, che permette allo sguardo di intravedere, di immaginare.
Julia è accoccolata, intravista da uno spiraglio, di schiena, riflessa davanti a un vetro, sotto un velo scuro. Ne vediamo spesso esclusivamente le mani. E forse non è casuale che solo quando anche le parole diventano crudeli nel raccontare gli sguardi che diventano violenti e 'violanti' sul suo corpo e su quello del figlio imbalsamati, solo lì Palena ci consegna senza pietà una Julia ormai solo zimbello.
Bel libro, ma questo è già stato detto.

Carla




lunedì 4 maggio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


MIRTILLA

Mirtilla è la protagonista del romanzo ‘Consigli e disastri di Mirtilla’, di Julie Murphy, pubblicato pochi mesi fa da Mondadori, anche se sembra passato un secolo. Ci racconta in prima persona le sue vicissitudini: i suoi genitori si stanno separando, suo padre si è dichiarato ufficialmente gay, la sua migliore amica Kiera non la degna di uno sguardo e lei è una tredicenne decisamente oversize.
Un bell’insieme di problemi, che vanno dall’accettazione di sé al superamento dei cambiamenti inevitabili negli equilibri familiari, alla gestione delle dinamiche affettive fra adolescenti, dove spesso è difficile vedere le cose con gli occhi degli altri.
L’autrice non è nuova a trattare questi argomenti ed è brava a mantenere, per tutto il romanzo, un tocco leggero, ironico. La protagonista è raccontata con partecipazione: in fondo è solo una ragazzina che non vuole abbandonare il mondo dell’infanzia, il nido familiare accogliente, le grandi amicizie, assolute come solo a quell’età possono essere. L’età che vive è un’età di passaggio anche crudele, in cui i coetanei etichettano, giudicano, escludono senza aver ancora maturato uno sguardo più empatico sulle cose del mondo.
A favorire questa maturazione in Mirtilla è un caso fortunato: la sua vicina di casa, una scrittrice che cura una sorta di posta del cuore su un giornale locale, deve partire con urgenza e le lascia come incombenza la cura del suo giardino e il recapito della corrispondenza al giornale.
La curiosità è più forte di qualsiasi prudenza e così Mirtilla apre qualcuna di quelle lettere, compresa quella scritta dall’amica Kiera; ma questo non le basta, decide di rispondere lei al posto di Flora Mae, scoprendo che questa è un’attività che le si addice.
Ovviamente tutto questo non può che innestare equivoci, bugie, malintesi, che se da un lato la riavvicinano all’amica, dall’altro la allontanano dal suo nuovo amico del cuore, Oscar, che ovviamente ne trae le debite conseguenze.
L’accettazione dei cambiamenti non è facile, ma è quello che dovrà fare la nostra ragazzina, se non vuole perdere l’affetto di Oscar e la serenità, per quello che è possibile, del nuovo regime familiare.
Questa la trama che ripercorre tracciati non nuovi, nel raccontare le ‘nuove’ famiglie, le difficoltà degli adolescenti a trovare un posto in un mondo pieno di imprevisti. La leggerezza è una scelta stilistica convincente, mentre non lo è nello stesso modo la necessità, alla fine, di ricomporre tutto: è difficile tenere insieme gli affetti, proprio perché cambiano e cambiano le persone coinvolte; non tutto si ricompone e crescere è anche far fronte alle separazioni e agli addii di una parte dell’infanzia. Così come non è semplice essere una ragazzina sovrappeso, o avere un padre gay.
C’è, quindi, un difetto di eccessivo ‘ottimismo della volontà’, dichiarare semplicemente ‘andrà tutto bene’.
Per fare andare bene le cose servono scelte, sacrifici, dolori piccoli e grandi. E ne sappiamo qualcosa.
‘Consigli e disastri di Mirtilla’ è comunque un romanzo piacevole, che può ben attrarre lettrici e lettori anche non troppo esperti a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Consigli e disastri di Mirtilla”, J. Murphy, Mondadori 2020


venerdì 1 maggio 2020

ECCEZION FATTA!

PRIMO MAGGIO 

Festa dei lavoratori

Shaun Tan L'approdo


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