venerdì 11 settembre 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SOLUZIONE (FORSE) DI UN MISTERO


‘La formula segreta’, di Sara Rattaro, pubblicato nella collana Contemporanea della Mondadori, racconta uno dei misteri irrisolti del nostro Novecento: la scomparsa di Ettore Majorana.
Sicuramente il personaggio non è fra i più noti, nelle ipotetiche gallerie di personaggi famosi con cui ragazze e ragazzi devono confrontarsi, se non altro per obbligo scolastico.
E così l’autrice, al suo terzo romanzo per ragazzi, tutti in questa chiave di biografie ‘romanzate’, affronta una delle pagine più sconcertanti della storia della scienza italiana.
Ettore Majorana è allievo di Enrico Fermi e frequenta il gruppo di fisici di via Panisperna, che poco prima della seconda guerra mondiale studiava i nuovi orizzonti della fisica.
Il 27 marzo del 1938 acquista un biglietto sul piroscafo che collega Palermo a Napoli, ma non arriva mai a destinazione. Lascia anche delle missive quanto meno ambigue, che fanno pensare al suicidio.
Ma il corpo non venne mai trovato. Da allora le ipotesi sulle sorti del geniale fisico si sono moltiplicate: dal suo ritiro in convento alla fuga in Sud America.
In particolare su questa ipotesi ritornò una famosa trasmissione televisiva nel 2008. Ed è proprio da qui che parte il romanzo della Rattaro, protagonista un ragazzino curioso, Matteo, e il suo papà decisamente intraprendente. Anche lui è un professore di fisica e per soddisfare le curiosità del figlio, organizza un viaggio in Argentina e Venezuela, sulle tracce dello scienziato scomparso. Viene seguita l’ipotesi, poi confermata in tempi più recenti, dei suoi spostamenti nei due paesi sudamericani, così come è stato scritto in un recente lavoro d’inchiesta, pubblicato nel 2016, dal titolo ‘La seconda vita di Majorana’.
Se una risposta definitiva a questo mistero forse non si avrà mai, è interessante ragionare sulle motivazioni che hanno spinto un uomo di così grande talento a negarsi al mondo. Si è parlato di motivazioni psicologiche, di fuga dalle pressioni crescenti che la politica mussoliniana esercitava sugli scienziati, in previsione di una guerra ormai alle porte.
Un approfondimento su questo aspetto e sui drammi e dilemmi che in quegli anni hanno segnato anche la storia della scienza sarebbe stato interessante, non accontentandosi di raccontare le vicende legate alla costruzione della prima bomba atomica.
La permeabilità della scienza ai dettami del potere è materia potenzialmente incandescente che molto avrebbe da dire a ragazzi e ragazze di oggi. Così come l’approfondimento delle tematiche relative alla personalità di Majorana avrebbe illuminato il lato umano della ricerca scientifica.
Sara Rattaro, di formazione biologa e divulgatrice, ha sposato invece una chiave narrativa in qualche modo a metà strada fra la ricostruzione storica e l’invenzione letteraria, formula sicuramente adatta a facilitare la lettura per i più giovani, dagli undici anni in poi, ma nello stesso tempo ha perso l’occasione di accendere discussioni interessanti sul rapporto fra scienza e potere e sulla possibilità di operare, individualmente, scelte contro corrente.
La lettura è senz’altro piacevole, dotata di un buon ritmo e con un’appendice scientifica che cerca di chiarire i termini di discipline assai complicate, legate alla fisica del Novecento.
Come nel caso dei romanzi precedenti, dedicati a Sabin e a Nellie Bly, anche in questo caso si raccontano le gesta di personaggi meno noti a ragazze e ragazzi e questo è un fatto meritorio, che supera la retorica dei personaggi più stereotipati per affrontare personalità importanti nella nostra storia recente.
Consiglio, quindi la lettura, non troppo difficile, a ragazze e ragazzi delle scuole medie, confidando in adeguati approfondimenti da parte di genitori e insegnanti.

Eleonora

“La formula segreta. Il fantasma di un genio del Novecento”, S. Rattaro, Mondadori 2020


mercoledì 9 settembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SILENZIO E PROSSIMITA'

Ascolta, Cori Doerrfeld (trad. Loredana Baldinucci)
Il Castoro 2020



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Un giorno Timmy decide di costruire qualcosa. Qualcosa di nuovo. Qualcosa di speciale. Qualcosa di stupefacente. Timmy è così orgoglioso.
Ma poi, all'improvviso... viene tutto giù.
Il pollo è il primo ad accorgersi del guaio."

Cerca, invano, di far chiacchierare Timmy. Ma lui non vuole chiacchierare. E il pollo si allontana.


Il secondo ad arrivare è l'orso che cerca di tirar fuori la rabbia da Timmy. Ma lui non vuole arrabbiarsi. E anche l'orso si allontana.
Il terzo ad arrivare è l'elefante che cerca di far ricordare a Timmy come fosse la sua costruzione. Ma lui non vuole ricordare.
A seguire arrivano quasi tutti: dalla iena al canguro e ognuno, secondo la propria proverbiale indole, suggerisce a Timmy qualcosa che lui non si sente di fare. Il risultato è che quel bambino riccio dal pigiama a righe si trova da solo e, rannicchiato, sembra piagnucolare con la testa sulle ginocchia. Questo gli impedisce di notare l'arrivo del coniglio che, silenzioso e discreto, gli si avvicina. E semplicemente sta lì. Non dice, non consiglia non fa.
Timmy apprezza la sua presenza e così comincia a chiacchierare, quindi nel brutto ricordo ad arrabbiarsi, e a ricordare come fosse bella la sua costruzione...
Poi, come quasi sempre accade, dopo la tempesta (emotiva) arriva la quiete (emotiva). E quei due, ora sono pronti per ricominciare a costruire...qualcosa assieme.

Di fronte a un dolore, sia grande sia piccolo, ho imparato un buon sistema per maneggiarlo con dignità: senza dir niente, tenere basso lo sguardo, concentrarsi sui propri piedi e vedere se accanto a loro ce ne sono degli altri, fermi. Se ci sono, vuol dire che c'è qualcuno o qualcuna lì vicino. E questo è un bene che ha un certo potere calmante. Se non sono piedi e fossero invece zampe, non cambierebbe di un pizzico.


Persone o conigli, piedi o zampe la differenza non è poi così tanta. I due fattori irrinunciabili sono il silenzio e la prossimità. Il silenzio è necessario perché è segno di rispetto. La vicinanza è necessaria perché è fonte di calore.
La stessa Doerrfeld racconta che la scelta del coniglio nasce da un'esperienza diretta di un suo compagno di college il quale, per aver perso il fratello in un incidente, fu capace di trovare pace solo tra i conigli della fattoria di famiglia. Silenziosi e prossimi.


La questione parrebbe ben posta. Senza retorica, ma con un bel po' di azione e suono che rendono differente il prima - chiassoso, ma inefficace - dal dopo - silenzioso e fruttuoso. L'altra cosa convincente è la simmetria tra il prima e il poi. Animale dopo animale, ciascuno porta con sé un modo di essere e un diverso suggerimento che specularmente si ripetono nella seconda parte, in tutta la loro efficacia. Solo dopo una elaborazione personale da parte dal bambino in pigiama.
Insomma è una storia di cui si vedono le radici profonde e il tronco solido: la sostanza.
Su quello che è la forma si è già detto della buona simmetria che crea ordine e fa chiarezza sul tema, magari in una logica lievemente manichea che fa ricorso a consueti stereotipi sugli animali (la iena ride, l'elefante ricorda, il serpente insinua ecc. ecc.) che però qui acquistano senso. 


Il disegno è felice, perché lascia indietro tutto il superfluo e spalma l'intera vicenda sul bianco o su sfondi unitari sulla pagina quasi quadrata.
Le doppie pagine segnano i cambiamenti di scenario (anche emotivo).
Suoni, posture, sequenze segnate da un ritmo coerente, ovvero accelerazioni nelle pagine di maggiore azione e pause nei momenti topici.
Il disegno, che parrebbe a pastello, ha pochi colori, altra circostanza che aumenta la concentrazione sulle singole scene e dimostra di avere una buona consapevolezza dei corpi e dei volumi.


Ora resta solo un ultimo punto da chiarire: come può un'autrice, che ha dimostrato di saper maneggiare con destrezza l'albo illustrato come contenitore, le matite colorate come espressione di una emozione, il segno come espressione di uno spazio percepibile, poter anche concepire disegni così diversi e così mediocri, come attestano quelli che ama definire gli altri due suoi stili, ordinatamente elencati nel suo blog, come Classic Style (e io che pensavo che lo stile classico fosse quello della Oxenbury...)e Bold Style?
C'è da augurarsi che si renda conto che il suo Simple Style - il terzo in elenco e qui utilizzato- magari le precluderà grande diffusione e oceaniche vendite nei supermercati, ma le garantirà un livello accettabile di qualità.
Forse può valerne la pena.

Carla


Noterella al margine. Le parole vanno scelte con cura, in particolare se sono in posizione chiave. Qui amazing compare due volte, per la già citata simmetria. La seconda volta, segna il finale. Ad effetto.
Sarebbe stato sorprendente, meraviglioso, bellissimo, splendido, strepitoso, fantastico, incredibile non tradurla con stupefacente.

lunedì 7 settembre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


NELLA GIUNGLA URBANA


Nell’immaginario collettivo, vivere avventure a contatto con gli animali selvatici equivale a pensare a mete esotiche e lontane; quanto meno a quello che è rimasto degli ambienti naturali nostrani, mentre sono poche le persone che hanno fermato lo sguardo sugli animali con cui condividiamo l’ambiente urbano.
A questo scopo, ecco una guida pensata proprio per i lettori e le lettrici più giovani: ‘Animali in città’, scritto dal biologo Bruno Cignini, con le illustrazioni di Andrea Antinori, per le edizioni Lapis.
Molti degli animali descritti fanno parte del nostro quotidiano: gabbiani, cornacchie, parrocchetti chiassosi e, purtroppo, anche ratti. Ma, per prima cosa, scopriamo che dalle nostre parti, stiamo parlando in particolare di Roma, dove vive anche il nostro autore, di specie di ratti ce ne sono due: il rattus norvegicus, che vive nelle fogne e che dimora dalle nostre parti dall’antichità, e il rattus rattus, o surmolotto, arrivato in Europa dall’Asia nel XVII secolo, che vive soprattutto sugli alberi.
Decisamente odiati, questi animali hanno trovato nelle città un ambiente estremamente favorevole, tanto che a Roma si sostiene ci sia almeno un ratto (ma forse due, o anche tre) per ogni abitante.
Ci sono naturalmente presenze più simpatiche, come le volpi, che dimorano in quasi tutti i parchi e le ville della capitale, o affascinanti, come i rapaci notturni, che ogni tanto si annunciano con i caratteristici richiami. Di quasi tutte le specie più visibili, quindi di vertebrati, è possibile ricostruire la storia, il momento in cui è cominciata la colonizzazione.
Una presenza antica e poco conosciuta è quella del granchio di fiume, che già dall’epoca romana si è stabilito in una consistente colonia, nella zona della colonna Traiana, favorito dalla presenza di acque sotterranee, di cui Roma è ricchissima.
Non poche sono le presenze esotiche di recente ‘immigrazione’, come i parrocchetti, anche questi di due specie diverse, o le nutrie, che hanno cominciato a colonizzare il Tevere negli anni ‘70.
Cignini ci descrive queste variegate popolazioni animali con precisione, ma anche con molta ironia; direi soprattutto con grande interesse e rispetto per forme di vita molto diverse, spesso particolarmente intelligenti, come le cornacchie grigie, ma comunque interessanti per chi voglia vedere l’ambiente cittadino come un complesso ecosistema in cui hanno posto tantissimi soggetti diversi. Un invito prima di tutto a conoscere e rispettare, ma anche a evitare quei comportamenti che danno occasione di crescita proprio a quegli animali che consideriamo molesti: esempio lampante, l’incuria con cui trattiamo i rifiuti, che alimentano ratti, gabbiani, cornacchie, piccioni e chi più ne ha più ne metta; la più recente apparizione, nella fauna urbana, sono i cinghiali, anche loro attratti dalla ‘monnezza’.


Se la descrizione dell’ambiente urbano dal punto di vista zoologico può incuriosire anche i più piccoli, c’è anche un altro libro che ci può illuminare: ‘Roma selvatica’, di Antonio Canu, pubblicato da Laterza. L’autore, ambientalista e dirigente del WWF, descrive con attenzione l’ecosistema Roma, ecosistema costituito in gran parte dai parchi, dalle ville storiche, dal verde cittadino così ricco e differenziato. Non dimentica, poi, una popolazione fondamentale anche dal punto di vista paesaggistico: quella felina. E aggiunge, alla lista di specie infestanti che negli anni recenti si sono inserite nel panorama, anche le testuggini d’acqua dolce, le simpatiche tartarughine che arrivano dagli acquari domestici agli specchi d’acqua della città.
Nel consigliare questi libri, estremamente accurati e ricchi di informazioni, a tutti quei ragazzi e quelle ragazze, dai dieci anni in poi, curiosi di natura, mi permetto di chiudere citando Antonio Canu: ‘..Roma, va detto, è davvero un caso particolare. Quantità e qualità delle specie a parte, ogni città ha un cuore selvatico. Sta a noi scoprirlo, o riscoprirlo. Ci sentiremo meno soli, meno poveri, meno tristi. Nel caso di Roma, è un’altra pagina della sua grande bellezza.’

Eleonora

“Animali in città”, B. Cignini, A. Antinori, Lapis 2019
“Roma selvatica”, A. Canu, Laterza 2015

venerdì 4 settembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA NAZIONE DELLE PIANTE (1)

Il libro della flora imprudente, Claudio Romo (trad. Federico Taibi)
#Logosedizioni 2017


ILLUSTRATI

"Parevaci d'esser penetrati in una gigantesca capsula di alterazione climatica, dove non esisteva il giorno, non esisteva la notte, e una cortina di luce dalle sfumature ocra e verdastre ci avvolgeva tutto il tempo. Presi infine da disperazione, calammo in mare le scialuppe di salvataggio, ma l'acqua densa, di consistenza paragonabile a quella della gomma arabica, non ci permise di allontanarci."

Passò un mese in quelle condizioni, l'equipaggio ormai sull'orlo della follia, e poi all'improvviso accadde. La luce tornò quella di sempre, l'acqua perse viscosità e all'orizzonte apparve un'isola. La chiamarono Isola Speculare, perché da qualsiasi punto la si guardasse la sua metà era esattamente simmetrica rispetto all'altra. Due soli sorgevano contemporaneamente, uno a est e la sua copia esatta a ovest che poi ridiventavano uno solo allo scoccare del mezzogiorno. 


Partito nel 1868 da Valparaíso, Lázaro de Sahagún, esploratore e naturalista, ha come obiettivo investigare sulle isole di ghiaccio peregrine che le baleniere di passaggio segnalarono a sud del continente americano.
Come si può intuire, il viaggio prese tutt'altra direzione. L'isola Speculare diventa all'istante oggetto di esplorazione e il taccuino botanico, che Lázaro de Sahagún redige e illustra con estrema cura, non è altro che un dettagliato catalogo di ciò che su quell'isola sconosciuta i suoi occhi poterono vedere.


A parte l'incontro con il meraviglioso colosso della Patagonia, un gigante che appare visibile solo a pochi metri di distanza perché coperto di pigmenti a base di alghe che gli conferiscono il colore dell'aria, utilissimo nelle battute di caccia, il resto del catalogo è dedicato alle specie vegetali. Dall'Ambrosia speculare al Fiore del ciclo, dieci esemplari unici e magnifici per aspetto e proprietà. Di ciascuna di loro nel catalogo si mettono in evidenza gli effetti che esse possono esercitare sull'uomo e, ancor più interessante, le strategie che mettono in atto per difendersi dallo stesso. L'Aloisia peregrina ha sviluppato radici mobili che, come zampe, le permettono di spostarsi e sfuggire al raccolto del suo succulento e unico frutto. 


Invece l'Amelia lievitante, pianta la cui misura è paragonabile a un granello di sabbia e l'aspetto è un ibrido tra una farfalla notturna e un ramo di pesco, ha escogitato il sistema di narcotizzare attraverso la sua saliva il proprio nemico. La Cassiopea colossale usa invece dardi grandi come giavellotti, ragione per cui spesso fu utilizzata dall'uomo, a suo rischio e pericolo, come arma da guerra negli assedi. Piante metamorfiche, piante che si nutrono della malinconia circostante o che vivono nel fuoco, piante che hanno il merito di purificare le menti di chi le osserva, facendo loro perdere la memoria, in una sorta di processo di rinascita a nuova esistenza. Esattamente come avvenne con l'intero equipaggio guidato da Lázaro de Sahagún che si ritrovò un giorno - senza capire o ricordare come - alla fine del viaggio, magicamente al punto di partenza: il porto di Valparaíso.
Forse la ragione di tutto ciò è insita nella Natura stessa, nella sua capacità di reinventarsi senza limiti e nel rendersi molteplice e diversa per essere forte nella sua costante missione vitale.

"Percependo le piante come molto più prossime al mondo inorganico che alla pienezza della vita, commettiamo un fondamentale errore di prospettiva, che potrebbe costarci caro. Per cercare di ovviare alla scarsa consapevolezza e stima che abbiamo per il mondo vegetale, poiché noi uomini comprendiamo soltanto le categorie umane, questo libro tratta le piante come se facessero parte di una nazione, ossia una comunità di individui che condivide l'origine, i costumi, la storia, le organizzazioni e le finalità: la Nazione delle Piante."
Così scrive nel prologo a uno dei suoi libri Stefano Mancuso.
Salvo qualche piccola minuscola inezia, queste stesse parole non potrebbero essere riferite al libro di Claudio Romo?
Se si lasciano solo per un momento da parte gli aspetti più evidenti del libro della Flora imprudente, mi pare che Claudio Romo faccia correre sotterranea la questione relativa alla relazione tra umanità e mondo vegetale. Quella su cui riflette appunto Stefano Mancuso da sempre. E se vi interessa la sua Weltanschauung, ne ha scritto e detto parecchio.
Romo, pianta dopo pianta, non si limita a crearne 'nel suo laboratorio inventivo' le caratteristiche particolari ma le connette immediatamente, non con la Natura come ci si potrebbe aspettare, ma con il mondo animale e, in particolare, l'uomo. Quest'ultimo fa parte della seconda categoria che abita il pianeta e necessariamente le piante sono in relazione perenne, e talvolta in antagonismo (da qui forse la scelta dell'aggettivo imprudente) con lui.


Questo legame forte con l'umanità diventa strumento per Romo per una sua esplorazione, solo in superficie botanica, ma in profondità filosofica e, in alcuni casi, sociologica. Ricorda per impostazione, ovviamente, Borges, ma anche Calvino nelle sue Città invisibili che sono contemporaneamente luoghi dell'immaginario e metafore del pensiero e del sentire umano.


Città, animali o piante che assumono valore di mito e valore universale. Metamorfosi, fuoco, melancolia, desiderio, pulsioni irrefrenabili, oblio e rinascita sono alcune delle parole chiave che attraversano la botanica di Lázaro de Sahagún e che la rendono immediatamente strumento di riflessioni ben più ampie e articolate. In questa prospettiva, colpisce per esempio il Fiore del ciclo che ha il potere di "liberarci ciclicamente, dopo un certo periodo di tempo, di tutti i nostri errori, delle nostre vergogne, e del peso insopportabile delle nostre azioni." E ancora di più quando esso, come racconta un cronista cieco che lo ha visto, in antico era usato dai sacerdoti in una sorta di rito purificatore in cui a ogni persona, persa ogni memoria del proprio passato, veniva assegnato un nuovo ruolo sociale. 
Ah, che meraviglia sarebbe...


E, a proposito di meraviglia, meravigliosa è la morfologia di questo libro: dalle sue illustrazioni colte alla sua forma di catalogo, che - nel farsi lista - offre un naturale strumento di visione e comprensione della molteplicità. La lettura condivisa di una pagina al giorno, se nelle giuste mani, può generare nuovo pensiero. 
Ah, che meraviglia sarebbe...
Meraviglioso è l'esercizio di immaginazione di Romo, il suo sguardo visionario, tipico di tutti coloro che sanno 'vedere oltre'. Artisti, uomini di scienza e bambini ne sono portatori sani.

Carla

mercoledì 2 settembre 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CERCANDO PAPPAGALLI ESTINTI


‘Charlie e il misterioso Professor Tiberius’, scritto da Sally J. Pla per i tipi di Edt Giralangolo, è un romanzo on the road, il racconto di un viaggio avventuroso che il protagonista compie, insieme ai suoi fratelli e alla misteriosa Ludmila, per raggiungere il padre ricoverato per un grave incidente avuto in Afghanistan. Il padre, giornalista, è ora ricoverato in un ospedale specializzato in Virginia, assistito dalla nonna, mentre Charlie e il resto della famiglia restano in California. Ma la sorella maggiore, Davis, non si fida di Ludmila, una ragazza dai capelli rosa e dall’accento straniero che dovrebbe controllarli, e convince il fidanzato a partire tutti insieme per raggiungere il padre. Ovviamente questa avventura si interrompe presto, con un incidente a Las Vegas. Deve intervenire nuovamente Ludmila, che organizza un lungo viaggio attraverso l’America per riunire la famiglia.
La partenza, però, non è così scontata per Charlie, abituato alla sua casa e alle sue abitudini. Il ragazzino ha bisogno delle sue rassicuranti routine, come per esempio lavarsi le mani per sei volte consecutive, per poi ricominciare da capo, dodici volte come dodici sono i suoi anni; mangia solo chicken nuggets e ha qualche difficoltà a interpretare il comportamento delle altre persone. Ha una grande passione, l’ornitologia; conosce a memoria il libro scritto dal professor Tiberius Shaw; insieme al padre, con cui ha sempre condiviso questa passione, ha stilato una ‘Lista degli Uccelli da Vedere Prima o Poi’. Così il viaggio diventa l’occasione, e un buon motivo, per affrontarne tutte le difficoltà, di andare alla ricerca di questi uccelli e dello stesso Professor Tiberius.
Ogni tappa porta a nuove scoperte: dalla bellezza del cielo stellato a quella, più intima, di avere risorse nascoste che gli consentono di affrontare le sue paure.
Charlie, Davis e i gemelli Jake e Joel, accompagnati dalla misteriosa Ludmila, compiono un bellissimo, avventuroso viaggio attraverso l’America, incontrando volatili comuni o rarissimi e tante persone interessanti, dalla direttrice di un osservatorio astronomico a una comunità Amish. Non ultimo l’incontro con un cane a tre zampe, da subito accolto dai ragazzini e dallo stesso Charlie, nonostante il suo alito puzzolente.
Durante il viaggio, Ludmila racconta un po’ alla volta la sua storia e il senso del legame fra lei e quella famiglia; la sua storia inizia a Sarajevo, dove ha vissuto con la famiglia fino allo scoppio della guerra, che ha stravolto la sua vita e l’ha riempita di separazioni e di lutti: dall’assedio della città bosniaca riescono a sopravvivere solo lei e il fratello Amar. E’ qui, in questa relazione che poi si inserisce il padre di Charlie. Una storia nella storia, che riporta alle nostre coscienze la memoria di una guerra feroce, alle porte di casa nostra; è un gran merito dell’autrice americana riferirsi a un pezzo della storia europea recente che non deve essere dimenticato.
Ma anche la narrazione principale ha i suoi punti di forza nella descrizione non superficiale dei personaggi: dal protagonista, descritto nel suo percorso di crescita con tutte le difficoltà che si possono immaginare, e qui è evidente l’affinità con ‘Il mistero del London Eye’ di Siobhan Dowd. Le relazioni interfamiliari, trattate con la giusta dose d’ironia, dagli scatenati gemelli Jake e Joel all’adolescente Davis, alla ricerca di un sempre nuovo primo amore.
Non ultima la natura, protagonista di moltissime descrizioni che rendono l’idea dell’ampiezza e della diversità dei territori americani.
Charlie troverà diversi uccelli della sua lista, ritroverà suo padre e una nuova dimensione di vita con la consapevolezza di avercela fatta.
E’ un romanzo ottimista, senza essere sdolcinato e rassicurante oltre il necessario; alla fine tutto quadra, e nella vita questo spesso non succede, ma devo dire che nel complesso ho trovato la lettura interessante, piacevole, con un approccio positivo a tematiche importanti, come le diverse intelligenze e le ferite che la guerra lascia a chi sopravvive.
Lettura consigliata a ragazzi e ragazze a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Charlie e il misterioso Professor Tiberius”, S. J. Pla, Edt Giralangolo 2020

lunedì 31 agosto 2020

OLTRE IL CONFINE (libri esteri)

BAMBINATE

Enfantillages, Gérard DuBois
Rouergue 2015

Was machen die Mädchen?, Nikolaus Heidelbach,
Beltz&Gelberg, 1993-2008


Was machen die Jungs?, Nikolaus Heidelbach,
Beltz&Gelberg, 1999-2008


Si parte da un'ovvietà: la distanza che esiste tra l'età adulta e l'infanzia costituisce una linea di demarcazione insuperabile.
Fisicamente e intellettualmente diverse, le due età parlano lingue differenti, hanno esigenze e, spesso, religioni distanti.
Eppure, nonostante questo confine invalicabile che le separa sono state progettate per essere prossime e addirittura dipendenti l'una dall'altra.
A parte la naturale (direi necessaria) cura che l'età adulta deve dimostrare nei confronti dell'infanzia almeno fino al momento in cui questa non sia in grado di far da sé, all'età adulta sono delegati moltissimi altri compiti, tra cui uno che si rivela primario e che si può riassumere in una parola: raccontare.
Gli adulti raccontano ai bambini e alle bambine storie vere e storie inventate. Se però si limitassero a parlare di sé, attraverso le loro storie vere e attraverso il mito e la fiaba (le loro storie inventate), non ci sarebbero grandi pericoli che invece nascono quando gli adulti decidono di 'sconfinare' e raccontano, il più delle volte inventando, storie di infanzia.
Va da sé che per farlo attingano, primariamente e nel migliore dei casi, a una loro idea di infanzia, maturata da adulti.
Questo non sarebbe un male in sé, tuttavia un brivido si avverte proprio nel momento in cui tra quell'idea di infanzia e l'infanzia vera e propria non ci sia alcun nesso, vuoi intellettuale, vuoi emotivo, ma solo proiezioni, più o meno oneste.
È necessario chiarire con una seconda ovvietà: c'è ottima letteratura che racconta l'infanzia. Ciò nonostante, parafrasando Nodelman, l'adulto nascosto è spesso lì in agguato.
Non è questo il luogo, né il tempo di ragionare sulla questione in termini generali, tuttavia mi si conceda, in tutta la sua parzialità, di rivolgere lo sguardo a due autori di cui apprezzo il talento e l'onestà intellettuale nel racconto che fanno di bambini e bambine.
Cinque anni fa, in modo del tutto indebito e arbitrario sedevo a una tavola rotonda per discutere di cosa sia un bambino. Un bambino, letterario.
E ora Heidelbach e DuBois, messi a confronto in due (in verità tre) libri sull'argomento, mi danno modo di tornarci su, in modo figurativamente più puntuale.
In realtà se ci si occupa di letteratura per l'infanzia, l'argomento è sempre piuttosto presente. Ma tant'è.
Cercando di riassumere al massimo, mi sembra di poter dire che i caratteri peculiari che entrambi ascrivono alla loro idea di infanzia (e che modestamente coincidono con i miei) siano : il mistero, certa ruvidezza di rapporto con gli adulti, la capacità di organizzarsi in autonomia, l'assenza di perfezione (non sono belli, non sono educati, non sono buoni, non sono gentili, non sono lisci, non sono comodi).
Lascerei alle immagini e ai brevi testi che le accompagnano il compito di accendere l'interesse e la curiosità. E possibilmente, le riflessioni.
Il mio contributo si esaurisce nella scelta e nell'abbinamento delle figure dei due libri e nell'aver ordinato il tutto per elementi caratterizzanti.

IL MISTERO

1)
Dieter verreist

 

2)
Flora schläft gut

 3)

Zeralda findet den Flugplatz

LA RUVIDEZZA

1)
Alfred wartet auf seinen Papa
2)
Gerd denkt nach
3)

Volker isst mit seinen Eltern




L'AUTONOMIA

1)
Charles macht ein Geschäft
2)
Igor hat Hunger
3)

Irmgard möchte nicht gestört werden


LE IMPERFEZIONI

1)
Walter macht Urlaub

2)
Ortrun spielt Minigolf

3)
Martin und Moritz langweilen sich

4)


Sybille friert
Carla

Noterella al margine. Dei due libri di Heidelbach esiste un'edizione italiana, pubblicata da Donzelli.