venerdì 11 marzo 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GRADO ZERO

Il bambino smarrito, Nicolás Arispe (trad. Sofia Luminosa, Mirta Cimmino) 
#Logosedizioni 2021 


 ILLUSTRATI
 
"Il bambino non ricordava più la strada per tornare a casa. Il soldato lo trovò e gli offrì il suo aiuto. I sentieri erano stati cancellati dalle tante battaglie. Ma il soldato conosceva bene la zona. Sapeva che la giungla portava rancore alla guerra. E che, malgrado fosse finita... 
... la guerra non era stata vinta." 

Tutto sembrava distrutto, persino gli dei si aggiravano senza più punti di riferimento, non riconoscevano più quella che era stata la loro terra. Il soldato, però, conosce i pericoli che la palude nasconde - 'i bambini smarriti', che in gruppo la attraversano con il loro vessillo di morte, una testa di maiale. 
Meglio immergersi fino agli occhi per non essere visti. 

©Nicolás Arispe

Il loro cammino quindi prosegue attraverso luoghi che il soldato non vorrebbe rivedere, perché il loro ricordo è un dolore ancora troppo vivo: lo scheletro di una torretta di avvistamento, una fossa creata dai colpi del nemico, resti di una divisa... 
Meglio darsela a gambe in una terra dove non c'è più legge e dove i pochi superstiti, come spaventapasseri, vegliano aggressivi sul grano che cresce. 
Il soldato e il bambino attraversano rovine, trincee che sembrano vuote e accampamenti che sembrano abbandonati, ma il pericolo incombe. A guidarli, è il profumo del pane, come a dire che casa non è poi lontana. Al soldato affamato e fermo al limitare del bosco, il bambino promette di tornare con un pezzo di pane per lui. E lui, felice, portata a termine la sua missione, svanisce. 

Una guerra, tutte le guerre. 
Qui, stando alla postfazione di Arispe, lo spunto di partenza è la battaglia di Curupayty, che avvenne nel luglio del 1866 e che fu uno degli episodi più eclatanti della guerra scatenata alla fine dell'Ottocento, 1864-1870, tra la cosiddetta Triplice Alleanza, ossia Argentina, Brasile e Uruguay, e il piccolo Paraguay.  
La cosiddetta guerra paraguayana, guerra Guasú in lingua guaranì, fu il più sanguinoso conflitto della storia del Latino America. Dopo l'invasione del Paraguay, che nei piani degli aggressori doveva durare pochi mesi, le cose andarono diversamente. 
I paraguayani, e in particolare in questa storica battaglia, impari per schieramenti (20000 soldati alleati contro i 4000 schierati dal Paraguay), diedero filo da torcere alla Triplice Alleanza.

©Nicolás Arispe

Seppero sfruttare meglio degli avversari le caratteristiche del territorio, seppero coglierli di sorpresa e dalle trincee difesero il forte di Curupayty, costringendo alla ritirata il grande esercito, in quell'occasione decimato. Cinquemila (ma forse anche di più) furono i morti da una parte, mentre le perdite paraguayane non superarono i cinquanta che costituivano l'avamposto. 
Tutto questo, però, non servì a molto, se non a procrastinare di un po' il momento della sconfitta definitiva. 
E' ben detto nelle parole di Arispe "la guerra non era stata vinta". L'ingiusta invasione del Paraguay, dettata dalla volontà di reprimere le sue istanze di indipendenza, portò all'annientamento di quel piccolo stato che vide le sue terre occupate e poi divise tra le tre potenze che le avevano occupate. La popolazione paraguayana fu letteralmente decimata, in particolare quella maschile chiamata a combattere, e gli invasori si dimostrarono crudeli con i civili. Potrebbe essere diversamente?

©Nicolás Arispe

Quando non ci furono più uomini, andarono al fronte i vecchi e quando anche questi finirono, furono i bambini a partire. Nelle trincee dove si combatté l'ultima battaglia prima della capitolazione, quella di Acosta Ñu, furono trovati solo corpi di bambini che, travestiti, avevano imbracciato le armi e avevano difeso la loro terra fino alla fine. 
Questa è la storia e soprattutto questa è la guerra (chi vuole, imbastisca gli agghiaccianti confronti). 
Come raccontarla in un libro per bambini? Arispe ha scelto: usa gli "strumenti dell'arte" e, come si sa, non è proprio l'unico che lo ha fatto. 
Mette poche parole di testo che corrono sotto un disegno potente e poi si ritaglia un tempo più lungo, alla fine di tutto, per spiegare.

©Nicolás Arispe

Ha preso il suo pennino e ha cominciato. Disegna un piccolo, che non è un bambino ma un cucciolo; disegna un soldato, che è un adulto, ma è anche un fantasma; disegna una giungla piena di insidie nascoste; disegna la desolazione di un corso d'acqua infestato; disegna figure grottesche - creature e animali - che abitano e scorrazzano, più o meno nascoste, lungo il loro pericoloso cammino; disegna paludi, e terreni devastati, trincee e campi di grano dove anche gli spaventapasseri sono una minaccia. Ma soprattutto disegna una linea di confine: tra il bianco della pagina di sinistra e il nero della pagina di destra. 

©Nicolás Arispe

Ancora una volta il limite invalicabile che separa le due parti è la chiave che apre alla guerra. E nel libro Il bambino smarrito la porta, il varco di accesso, ha l'aspetto che si merita. Vedere per credere.
Da una parte si va verso casa, verso un tempo futuro, verso qualcosa che è ancora al di là da venire. E c'è il bambino, il grado zero del domani. 
E dall'altra, c'è tutto quello che abbiamo attraversato nei suoi disegni, c'è tutta la distruzione, il mondo sottosopra, il grottesco e il macabro che la guerra porta con sé. E, da solo in piedi, dopo aver visto tutto questo, c'è lui, il soldato, il grado zero della guerra. 
O meglio c'è il suo spirito, in cerca di pace. Per oggi e per sempre. 

Carla

mercoledì 9 marzo 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DELLE FORME DELL’AMICIZIA



‘Una nuvola a forma di amico. Fox & Rabbit si divertono un mondo’ è il primo fumetto di una serie, firmata da Beth Ferry  e Gergely Dudás. Il titolo originale, ‘Fox & Rabbit’, dev’essere sembrato troppo sintetico all’editore italiano, Terre di mezzo. Devo dire che la scelta, in effetti, coglie un passaggio, nel primo capitolo: quello in cui si definisce che cos’è ‘frallo’, Fox + Rabbit + giallo, termine che si afferma mentre i due contemplano i fuochi di artificio e ne enumerano i colori: Fox, sfrontato, li nomina e Rabbit conferma. ‘Frallo’, dunque, è l’espressione sintetica della loro amicizia e diventa anche il nome del pupazzo felino che Fox vince, mentre Rabbit si deve accontentare di un palloncino sgonfio.


I due sono amici davvero inseparabili, diversi che di più non si può: Fox è fortunato, ottimista, pieno di iniziative tanto quanto Rabbit è pauroso, pessimista e sfortunato. Ma insieme sono Frallo, cioè fratellamici, un’unione perfetta che vive proprio dell’avvicendarsi dei loro stati d’animo. Nei diversi episodi raccontati in questo primo libro i due vanno prima al luna park, poi in spiaggia, dove trovano una mappa che li porta all’isola delle sorprese, dove trovano uno scrigno pieno di semi, che, piantati, daranno vita al loro primo orto. Rabbit, ahimè, non riesce a trattenersi e, nottetempo, si mangia tutta l’insalata e gli ortaggi. Si salva solo un semino, che crescendo diventa una splendida pianta di limoni: ecco la nuova attività dei due amici, un bel banchetto per vendere limonate.


Raccontata così la trama è molto semplice e lineare, la storia si tiene sulle relazioni fra i personaggi più che sugli eventi, che mettono alla prova ogni volta la visione solare di Fox e quella lunare di Rabbit. Fox si entusiasma e si consola facilmente, Rabbit invece si scoraggia, si ferma davanti alle proprie paure. Ma sono perfettamente complici e con loro i personaggi secondari: Sparrow, un passero molto combattivo e sempre presente nel dare suggerimenti ai nostri amici e una tartaruga che compare qua e là chiedendo ‘Che mi sono persa?’
Nell’assoluta, serena leggerezza, questo fumetto racconta anche il senso del volersi bene anche se diversi, l’importanza dell’amicizia nell’affrontare i problemi grandi e piccoli che ogni giorno ci si presentano; Fox non sarebbe pienamente Fox se non ci fosse Rabbit e il coniglietto resterebbe ancorato alle sue paure e ai suoi dubbi se non ci fosse Fox a spronarlo.


Gergely Dudás, nome d’arte Dudolf, è un illustratore ungherese che ama in particolare i rompicapo, delle immagini affollatissime di oggetti apparentemente tutti uguali in cui bisogna trovare le differenze, ma non disdegna i fumetti, in cui mette la stessa attenzione al dettaglio e la stessa ironia. Il suo disegno si intreccia alla storia, incentrata soprattutto sui velocissimi dialoghi, in cui le due polarità si accendono. Alterna tavole senza parole ad altre di dialogo fitto fitto.
In tempi come questi, proporre a bambine e bambini, dai sette anni in poi, un testo leggero, scorrevole, divertente e nello stesso tempo improntato all’ottimismo mi sembra quasi un farmaco, un elisir di piacevoli letture.

Eleonora


“Una nuvola a forma di amico. Fox & Rabbit si divertono un mondo’, B. Ferry e G. Dudás, Terre di mezzo 2022


lunedì 7 marzo 2022

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

LA OXENBURY CHE C'E' IN MEZZO
 
Foto di gruppo con autore è il titolo di una serie di incontri di approfondimento su alcuni autori o autrici che hanno lasciato un segno importante, indelebile, nel panorama dell'editoria per l'infanzia. 
Le modalità degli incontri sono sostanzialmente sempre le stesse: 3 ore fitte fitte in cui si parte dal principio e si arriva alla fine, ossia si attraversa, quanto più possibile per intero, la vita e le opere dell'autore o dall'autrice in questione per riuscire a capirne a fondo la poetica. 
Non un libro in particolare, ma possibilmente l'intera carriera, le svolte, le conferme, i cambi di stile, le costanti che ne hanno segnato il percorso. Questa modalità, che è mia personale, è tale perché ho imparato a scuola che si fa così per poter conoscere e capire il più a fondo possibile l'arte di un autore e la poetica che ne è alla base. 
Domenica 6 marzo, protette dal vento teso, al sicuro in una libreria bella bella di Bari, sotto il microscopio c'era Helen Oxenbury. 
Con l'intento fermo di dimostrare quello che lei in persona ha cercato di sostenere e difendere nel corso della sua lunga e variegata vita artistica, ovvero il suo ruolo di donna serenamente determinata a dare forma e seguito alle proprie scelte umane e artistiche, fossero queste la maternità, la vita familiare o la sua carriera di autrice e illustratrice, abbiamo attraversato almeno una ventina di titoli. 
E quello che ne è risultato è quanto di più lontano esiste dall'etichetta di 'grazioso' che troppo superficialmente e troppo spesso si trova attaccato alle sue illustrazioni. Due libri, in particolare: uno che segna quasi gli esordi della sua carriera di illustratrice e uno che arriva nella maturità della sua carriera, a sessantaquattro anni. 


Due libri che non hanno visto la luce in Italia: Meal One sul fantasmagorico testo di Ivor Cutler datato al 1971 (Heinemann) e Big Momma Makes the World del 2002 (Walker Candlewick) sul testo vulcanico di Phyllis Root.
 

Cosa li tiene insieme, questi due libri tra loro formalmente così diversi? 
Una medesima idea di donna e di madre. 
Esattamente quella donna e quella madre che la Oxenbury ha sempre cercato di essere. 
Siamo al principio degli anni Settanta, in una temperie londinese davvero molto scoppiettante e in questo contesto si muove Ivor Cutler: che fu uno dei più assidui frequentatori della casa ad Hampstead di Helen Oxenbury e di John Burningham. Poeta, insegnante, umorista e performer scozzese, ebreo ortodosso: era famoso per le sue canzoni dal testo surreale e per le sue performances sempre sul filo dell'assurdo, di rado usciva dal suo personaggio anche quando beveva un tè a casa loro, ancora meno quando con estrema solennità si posizionava agli angoli della strada a distribuire adesivi d'oro su cui erano stampati i suoi Cutlerismi, come Diventa amico di un batterio, La vera felicità è sapere che sei un ipocrita, Per piacere ignora quanto c'è scritto
Elvis Costello o Bertrand Russell erano suoi grandi estimatori, così come i Beatles che gli chiesero di fare la parte del conducente di autobus nel loro film televisivo The Magical Mistery Tour
Cutler fece la sua parte in quel film, ma non amò mai la fama e come scozzese ed ebreo ortodosso, a Londra condusse una vita strana e volle sempre mantenere una sua personalissima e originale visione delle cose, circostanza questa che si rivelò vincente nel momento in cui decise di scrivere libri per bambini. 
Proprio nel fermento degli anni Settanta ne scrisse diversi e l'editore con cui pubblicava la Oxenbury già da qualche anno, ne pubblicò ben tre, illustrati da lei. Sebbene spesso potesse essere definito una presenza ingombrante, Ivor Cutler in qualche modo intercettò l'assoluto bisogno della Oxenbury di non avvertire nessuna ingerenza nel suo lavoro di illustratrice dei suoi testi. 
E quando lei, ancora temendo il peggio, alla fine gli mostrò il lavoro finito per la loro prima opera insieme Meal One, fu immensamente sollevata nel vedere che lui aveva messo via il suo essere burbero ed era pronto, invece, a congratularsi con lei per come aveva svolto bene il suo lavoro. 


Meal One ha rappresentato per lei un'ottima occasione di poter ragionare su un tema nodale, anche a livello personale: la maternità e le relazioni interpersonali che nascono all'interno di un nucleo familiare. E di poterlo fare in un contesto narrativo che affonda le sue radici, è proprio il caso di dirlo, nel fiabesco, nel magico. 
La trama è presto detta: un bambino, Helbert MacHerbert, vive con la sua mamma single. Una mattina il bambino si sveglia con una succosa prugna in bocca che la sua scherzosa madre, da sotto il letto dove è nascosta, confessa ridendo di avergli messo sulle labbra, quando lui si chiede questo frutto da dove arrivi.


Insieme decidono all'istante di piantare il nocciolo facendo un buco nel pavimento di legno, esattamente sotto il letto. Ma nulla sembra crescere fino a che i due, sempre più complici nel progetto, non pronunciano la seguente frase: O stone, O mighty plum! Send forth roots and shoots. Grow with our love into a plum tree, with lots of plums! In quello stesso momento, un massiccio albero sbuca con rami che vanno in tutte le direzioni, dal pavimento, ingolfando la casa. 


Ciò nonostante i due riescono a vedere il lato positivo: il bambino scavalcando i rami riesce a tornare a sdraiarsi. Ma, nel frattempo, si è fatta l'ora di colazione - il
Meal one del titolo. Arrivati al piano di sotto, Helbert a cavacecio della sua mamma tanto grassa quanto strepitosa, arriva la tremenda sorpresa: le radici dell'albero si stanno sbafando tutto quello che hanno trovato sul tavolo apparecchiato e stanno mandando all'aria la loro colazione. 


Si tratta di una situazione insostenibile, considerando quanta fame abbiano entrambi e soprattutto come si sia trasformata la loro casetta, fino a un minuto prima linda e pinta. 
Tutto sembra perduto fino al momento in cui quella mamma scherzosa ma molto volitiva non escogita in un batter d'occhio, ossia in un giro di pagina, una soluzione per uscire entrambi dai guai, con un trucchetto che il lettore fino a quel punto non ha potuto prevedere (perché la pagina non l'ha ancora girata!)
La cosa che convinse la Oxenbury a illustrare il testo folle di Cutler fu la relazione scanzonata che tiene insieme madre e figlio. 
Quella madre così complice con il suo bambino alla Oxenbury piacque molto, al punto da volere identificarsi in qualche modo in lei (anche se non fisicamente), visto che il viso del piccolo protagonista Helbert MacHerbert è un ritratto di Bill, il suo secondogenito. 
I disegni della madre, coraggiosa, resa come un donnone imponente e robusto, sono il frutto di una sua precisa intenzione di andare contro lo stereotipo di genere e più in generale di opporsi anche figurativamente a quello legato alla maternità in voga in quel momento. Il mensile femminista Spare Rib premiò il libro Meal One per il suo modo solidale di descrivere le capacità di una madre single: nessuna calamità, neppure la più terribile, sarebbe stata in grado di metterla in difficoltà e di farle rallentare il passo. 
Nel suo ruolo di madre lavoratrice e con una carriera in ascesa, la Oxenbury non avrebbe potuto avere modello migliore a cui ispirarsi! 


Dal punto di vista della costruzione prospettica il libro è un assoluto capolavoro, realizzato a china e colorato a matita con le ombre e i volumi ottenuti a tratteggio, porta in sé già tutto quello che sarà la sua esplosiva capacità di raccontare per immagini. Ci sono in nuce qui tutti quelli che saranno i suoi caratteri distintivi. Un piacere autentico per gli scorci arditi, per la costruzione degli interni, per l'alternanza di tavole a colori a piena pagina, oppure disegni in bianco e nero, primissimi piani che si alternano a grandi fughe prospettiche. 
Come madre lavoratrice lei stessa, Helen Oxenbury apprezza grandemente la resistenza della madre di Meal One, una eroina tenace. 
A distanza di trent'anni esatti, ormai diventata un'autrice di culto a livello mondiale, a Helen Oxenbury venne proposta una ulteriore occasione di cucire un legame con questo suo libro degli esordi. L'occasione arrivò da un testo che David Lloyd, il magnifico editor di Walker, in uno dei suoi pranzi al ristorante con la Oxenbury, ebbe modo di leggerle ad alta voce per convincerla a illustrarlo. 
Lei è reduce dalla grande fatica della Alice nel paese delle meraviglie e quindi è in cerca di qualcosa di meno faticoso, ma di sufficientemente stimolante per rimettersi con la necessaria energia ed entusiasmo al tavolo da disegno. 
Il testo, Big Momma Makes the World, di questa straordinaria autrice americana - Phyllis Root - in sostanza è una riscrittura in chiave femminile della creazione. 
Una giovane madre, di nuovo single, con il suo bebè al seguito, si prende l'impegno di creare il mondo. 


Il Creatore è adesso una Creatrice, una giovane donna lavoratrice con un piccolino da accudire. Big Momma ricorda molto la mamma di Meal One però in chiave divina. 
Il testo è gustoso, potente, esplosivo. Costruito come se fosse parlato, gioca su tutta una serie di modi di dire del migliore slang americano. 
Testi come There was water, water everywhere, and Big Momma saw what needed to be done all right. She rolled up her sleeves and went to it. Wasn't easy, either, with the little baby on her hip. Didn't stop Big Momma, though. Not for a minute. 'Light' said Big Momma. And you better believe there was light! avrebbero potuto creare qualche problema nel pubblico più 'ortodosso', ma la Oxenbury non si tira indietro e pensa che comunque ne possa valere la pena. 
Già, ma la difficoltà per lei sta nel cercare di ottenere nell'illustrazione la stessa potenza del testo. Helen Oxenbury ha una felice intuizione: umanizzare tutto e far passare


ogni cosa attraverso i due personaggi, in particolare il bambino, e per di più semplificando lo sfondo, riducendolo in una scala più accessibile anche visivamente a dei bambini piccoli. 
Dipinte con luminosa gouache, le illustrazioni sono un inno all'infanzia ma anche rappresentano un tributo alla maternità e all'amore per un figlio. E tutto questo si legge attraverso una prospettiva personale, ma anche archetipica. 
Oxenbury mette al centro del libro della creazione, proprio la maternità e la grande energia che una donna è capace di sprigionare. 


Appena esce negli Usa vince un prestigioso premio e quando lei lo va a ritirare condivide con il pubblico un po' delle riflessioni fatte durante la lavorazione. Per esempio, il colore della pelle dei due personaggi: non voleva che fossero bianchi o neri, così sceglie una terza via; la loro pelle prende il colore di ciò che li circonda: via via il colore dell'acqua, del fango, della luce o dell'erba... 
Per la Hoxenbury Big Momma è la rappresentazione della complessa condizione della donna. Sono troppe le cose che ci si aspetta lei faccia: i bambini, tutto ciò che li riguarda, il loro nutrimento e magari anche un lavoro da svolgere e in più, a livello sociale, devono essere splendide. 
La creatrice, dopo aver creato, nell'ordine, l'acqua, la luce, il buio, il cielo, crea il sole e la luna per avere una sorta di orologio naturale per regolarsi quando mettere a dormire il suo bambino. Poi arriva la terra per poterci appoggiare i piedi quand'è stanca e, visto che la terra è dura, crea un po' d'erba e almeno due alberi per la sua amaca. Poi è la volta di pesci e uccelli con cui il bambino può giocare con pezzettini di legno che ottiene dai molti altri alberi che lei ha nel frattempo creato. Poi è la volta degli animali che arrivano tutti insieme con il Big Bang. Ma la solitudine che lei sente su di sé perché gli animali non parlano e il bimbo sa fare solo goo-goo-ga-ga la spinge a creare some folks to keep me company, un po' di gente per tenermi compagnia, magari sotto il portico di casa, al tramonto, a raccontare storie.
 

E con questa gente il lavoro sembra davvero essere terminato. Lei si riprende il suo bambino e dice a tutta quella bella gente di avere cura di tutto ciò che lei ha appena creato, perché lei adesso se ne ritorna sulle nuvole con lui e perché ha anche assoluto bisogno di prendersi una pausa. 
E mentre è lì che fa fare il ruttino al piccolo e inforna biscotti al cioccolato si gira e con l'aria corrucciata, guardando giù, dice Better straighten up down there! 


E' meglio se rigate dritti, laggiù! Ma, di questi tempi, sembra proprio che in parecchi  non la stiano a sentire... 

Carla

venerdì 4 marzo 2022

FAMMI UNA DOMANDA!


IL GENIO E IL SUO DOPPIO


Dopo lo strepitoso ‘Come sono arrivato qui?’, dedicato alla storia del mondo, Philip Bunting approda al mondo vegetale con ‘Il genio gentile degli alberi’, pubblicato da Nomos Edizioni.
Bunting, dal mio punto di vista, è il secondo genio in questione: autore di testi e immagini, riesce a costruire libri illustrati di natura divulgativa di assoluto valore, incarnando un modello quanto mai difficile da realizzare: dire cose difficili con parole semplici. La semplicità e l’immediatezza, garantita dall’efficacia delle immagini, non sono sinonimi di banalità. Uno dei limiti maggiori della divulgazione per piccoli è la pericolosa oscillazione fra la banalizzazione utilizzata perché si ritiene che i bambini e le bambine non capiscano e, d’altra parte, l’uso di concetti e termini astratti, perché si ritiene, al contrario che i bambini siano in grado di assimilare concetti come l’entropia. Bene, Bunting è la dimostrazione che esiste una terza via, un modo cioè che non riduce i contenuti, ma li esprime con un linguaggio semplice e di immediata comprensione. Nel raggiungere questo risultato risulta fondamentale il ruolo dell’illustrazione, che in alcuni aspetti è molto vicina all’infografica, per altri aspetti alleggerisce il testo, dandone una versione ironica.
Ma veniamo a questo libro, uscito proprio in questi giorni. 


Sappiamo come da tempo anche nei libri per ragazzi e ragazze sia filtrato l’argomento, più che mai affascinante, della vita segreta degli alberi. C’è un’ampia bibliografia in merito. Il percorso seguito da Bunting per arrivare all’aspetto meno conosciuto della vita degli alberi è piuttosto lineare: partendo dalla relazione fra noi e le piante, l’autore descrive poi il meccanismo con cui le piante si alimentano, cioè la fotosintesi. Nel descrivere, poi, la struttura, si sofferma in particolare sul ruolo delle radici, considerate come il ‘cervello’ della pianta, interconnessa, anche grazie ai funghi, alle altre. Così viene descritta la funzione di comunicazione fra una pianta e l’altra: quando viene attaccata da un ‘predatore’, per esempio un pacifico cervo in cerca di tenere foglioline, o quando si protegge una nuova piantina in fase di crescita.
Quello che è davvero stupefacente è il grado di interrelazione fra le piante e fra le piante e i funghi, i sistemi complessi utilizzati per aiutarsi e difendersi. Tutto caratterizzato da qualcosa che per noi è inconcepibile: la lentezza. Un albero cresce lentamente e costantemente, alla ricerca della luce, facendosi sempre più forte:
‘E se possiamo imparare anche solo una cosa dal genio gentile degli alberi, che sia questo…
Cresci lentamente, cresci forte.’


Se c’è un appunto che si può muovere a questo libro è l’aver scelto una forma assertiva quando l’autore invita alla riflessione sul nostro modo di vivere in relazione al mondo dei viventi; magari usare una forma interrogativa, aprire le menti al dubbio e alle tante possibilità sarebbe stato più stimolante.
Bunting è un autore inglese, trasferitosi da anni in Australia, nella regione del Queensland. Mi ha colpito particolarmente il tributo che chiude questo volume:
‘Dichiarazione di riconoscimento della Nazione: riconosco i custodi tradizionali della terra in cui vivo e lavoro e rendo omaggio alla nazione Gubbi Gubbi. Rendo omaggio agli Anziani della comunità ed estendo il mio riconoscimento ai loro discendenti’.
Dimostrazione di grande rispetto, un rispetto che avrebbe dovuto esserci molto tempo fa ed un rispetto che ora dovremmo avere nei confronti della Terra e dei suoi abitanti, tutti.
Per tutta la saggezza e la conoscenza che questo libro contiene, consiglio caldamente la lettura condivisa a bambine e bambini che non si accontentino di risposte facili, a partire dai sette anni.

Eleonora

“Il genio gentile degli alberi”, P. Bunting, Nomos edizioni 2022







mercoledì 2 marzo 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A SCATOLA CHIUSA

Una vacanza da unicorni, Gilles Bachelet (trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di Mezzo 2021 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"A prima vista, la mia nuova casa non è così male. Oltre ai miei compagni unicorni, arrivati insieme a me questa mattina, accoglie una folla di animali che, in un certo periodo, hanno conosciuto il loro momento di celebrità. Non ho ancora visitato tutto, ma nei corridoi ho già incrociato un panda, un delfino, un lama, un fenicottero, un tirannosauro e qualche kipatchu... 
Le mie giornate sono molto piene." 

L'unicorno Puffy, come tutti gli altri suoi simili, è appena arrivata in torpedone a Villa Tranquilla, che non è una casa di riposo, ma un luogo confortevole e gradevole di soggiorno per tutti quegli animali che non sono più considerati dai bambini 'animali carini'. Gli unicorni sono stati appena spodestati dai loviuciù, sorta di toponi candidi dalle smisurate orecchie rosa. 
All'interno dell'Istituto, recita la lettera che è appuntata sul cuscino della sua camera, agli ospiti tutto è concesso tranne visitare il seminterrato. 
Le attività a Villa Tranquilla sono molteplici e tutte molto piacevoli, apparentemente. Oltre alle diverse possibilità di mantenersi in forma: dal fitness al footing e all'aquapony, nel pomeriggio i corsi per gli ospiti sono vari e innumerevoli: dallo yoga alla maglia, ma il preferito da tutti è quello di pasticceria. 
Piscina, aperitivi, qualche puntatina consentita sui social per tenersi in contatto con gli ultimi sparuti affezionati: le giornate scorrono in tranquillità apparente. 


C'è anche un salone di parrucchiere messo su dall'intraprendenza di due ospiti, Marcel ed Edith. La sera è dedicata ai giochi di società e a commentare le ultime sui loviuciù. 
E la notte si sta... sereni. 
Tutto sembrerebbe andare per il meglio, compresa la soddisfazione di vedere dopo un po' di tempo arrivare in massa anche i loviuciù, anche loro in pullmann, e anche loro caduti in disgrazia agli occhi capricciosi e volubili dei bambini... 
Ma come spesso accade, non è sempre pajette tutto quello che luccica, e non è sempre rosa il tramonto... 

Sebbene in Italia non abbia un editore 'stabile' - Rizzoli, Il Castoro, Motta Junior e adesso Terre di Mezzo - i suoi libri si riconoscono da lontano per almeno due caratteri che li assimilano gli uni agli altri: sono grandi, a parte uno che è pensato per mani minuscole, e hanno la copertina con il fondo candido, per far risaltare il disegno, come se ce ne fosse bisogno. 
Il terzo elemento che si coglie, avvicinandosi un po' di più, è l'incredulità che generano le sue copertine: un titolo che allude a un gatto è mostra invece un cucciolo di elefante, un imperatore a cavallo che invece è un fungo, un'armatura medievale in piena regola che contiene una lumaca, una coniglia 'vittoriana' che spignatta per casa con una creatura in braccio mentre il marito, in giacchetta, le sfreccia davanti alla finestra... Ma quando mai si è vista la moglie del Coniglio Bianco di Alice? E se si sconfina oltre le Alpi, si possono vedere due guanti Mapa che si amano al di qua e al di là di una tavoletta, ossia un tavolino, di cioccolato o ancora uno struzzo che ha appena fatto a pezzi una carrozza di zucca... (finché avrò fiato e forza di scriverne, continuerò a chiedermi perché questi ultimi due non ce li meritiamo in italiano). 
E così, ancora prima di aprire il libro, entriamo in sintonia con la comicità, o per meglio dire con la parodia che ogni volta Bachelet mette in scena nei suoi libri. 
Qui c'è tutta la possanza di un unicorno in piedi, rampante, che si stempera un po' nei suoi grandi occhioni perplessi che ci interrogano, un accenno di linea curva all'altezza del torace, lievemente sovrappeso (e poi capiremo perché) mentre tiene - nella piega della zampa anteriore - un borsone Louis-unicorn-Vuitton e con lo zoccolo destro una valigetta rosa, forse un beauty e sotto l'ascella una cornice che poi si scoprirà essere una foto-ricordo che la ritrae all'apice del suo successo, ormai tramontato.
 

Già questo sarebbe sufficiente perché un adulto qualsiasi dotato di almeno un cincino di sense of humor comprasse il libro, a scatola chiusa, ma la sfumatura rosa sul ventre e sul muso e criniera e coda multicolor sono il gancio irresistibile per ogni bambino o bambina che almeno una volta nella vita abbiano disegnato un cuoricino. 
Come tutti i giganti, Bachelet sa che i libri possono (o forse devono) parlare a pubblici differenti, devono far ridere o piangere grandi e piccoli, perché nella lettura condivisa sono proprio queste due categorie umane a essere in gioco. 
La prima vera storia, complessa e articolata (quindi fa eccezione Il mio gatto è proprio matto & co.), che Bachelet ha scritto e concepito senza appoggiarsi a storie già esistenti, è Une historie d'amour (2017), che è un assoluto capolavoro, poi viene XOX e OXO (2018), che è meno ispirata. 
Questa è la sua terza prova, che in effetti non gioca così tanto sulle forme degli oggetti, come era avvenuto con l'amore tra i due guanti di gomma, ma è ben più intrigante delle precedenti riguardo alla questione che sottilmente pone: la volatilità e la transitorietà della fama, del successo, il passare di moda. E in questo chiama in causa, in modo sempre molto spiritoso ma crudelmente onesto, proprio i bambini che sembrano essere gli artefici occulti di questa altalenante condizione degli 'animali carini', - anche se poi in manette Bachelet mette solo se stesso, vittima anche lui del crudele meccanismo del consumismo e del voler essere come illustratore perennemente à la page


Mi pare che anche in Una vacanza da unicorni possano riconoscersi tutti quei caratteri che fanno di Bachelet un genio assoluto e che mi limito ad elencare, in modo che poi ognuno possa ritrovarli sparsi qui e lì sulla pagina. 
In primo luogo la coerenza del testo e delle immagini (come sono le pantofoline di un unicorno?) e naturalmente l'ironia che scaturisce dalla loro reciproca relazione. 
Lo scarto tra immagine e testo che rende permeabile il confine tra la logica e l'assurdo, tra la realtà e l'immaginario. 
Il gusto per la parodia, che proprio non riesce a tenere a freno: il suo cambiare qualcosa, mettersi da una parte, e vedere l'effetto che fa. 
Il gusto per rendere eroi degli antieroi o, come in questo caso, dei non più eroi: e addirittura farne il perno intorno a cui ruota l'intera storia. 
La parsimonia del testo dovuta a una sua scarsa fiducia in se stesso come inventore di storie e dall'altra una qualche pigrizia per cui è famoso nella sua casa editrice francese, Seuil. 
L'amore per il disegno accurato e per il dettaglio, una valanga di dettagli. 
L'amore per l'accumulazione, per la citazione e per l'autocitazione. Si potrebbero occupare pagine su pagine a mettere tutto ciò che lui utilizza prendendo a prestito immagini del nostro immaginario comune: dall'uccellino di Twitter sulla poltrona, agli emoticon sulla tenda...


L'amore per il rendere omaggio: qui per esempio ad André Franquin e al gruppo di Spirou e poi all'amico Philippe Mignon che grazie a Bachelet ha pubblicato uno dei suoi magnifici libri, Éléphasme, Rhinolophon, Caméluche et autres merveilles de la nature (Les Grandes Personnes, 2012) e ancora a Luigi Serafini e al suo Codex Seraphinianus, per Franco Maria Ricci. 
Il continuo richiamo all'intertestualità, i loviuciù e i kipatchu (applausi all'Armaroli) e all'intericonicità, che chiama dentro i lettori che non possono smettere di scrutare come segugi, naso a terra, i suoi disegni pieni pieni pieni.


Imperdibile, come di solito è Bachelet.

Carla

lunedì 28 febbraio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

VINCENT

Il nocciolo del romanzo firmato da Enne Koens ‘Sono Vincent e non ho paura’, pubblicato da Camelozampa, è il racconto di una fuga, per altro prevedibile, di un ragazzino ostaggio dei bulli che lo perseguitano. Qualcosa che abbiamo, quindi, già letto, ma con delle particolarità di rilievo.
Intanto il personaggio: Vincent ha undici anni, è all’ultimo anno delle elementari, è il classico ragazzino timido con genitori distratti che non colgono nulla dei suoi drammi scolastici. Lui, allora, si attrezza da solo ad affrontare una situazione sempre più insostenibile. Ha letto un discreto numero di manuali per la sopravvivenza le cui pagine e le cui citazioni introducono ciascun capitolo: si è costruito un kit di sopravvivenza che porta sempre addosso, pronto in ogni momento alla grande fuga. Vincent ha però dalla sua due amici: un gruppetto di quattro amici immaginari, un cavallino, uno scoiattolo, un coleottero e un verme, e l’ultima arrivata in classe, più grande di un anno, dalla storia esotica, surfista e palesemente anticonformista, Jasmijn, detta La Jas.
In realtà ha dalla sua parte anche la baby sitter Charlotte, con cui ha però un patto del silenzio, ragione per la quale i suoi genitori sono del tutto ignari delle quotidiane aggressioni subite dal figlio.
Questa è una situazione frequente nei gruppi di bambini e ragazzi: nel gruppo dei pari la cosa più vietata è la delazione, la denuncia degli episodi, più o meno gravi, di bullismo. In questo romanzo, in ogni caso, gli adulti, genitori e insegnanti, sono degli spettatori distratti e ininfluenti e quindi, come nella natura selvaggia, Vincent se la deve cavare da solo.
Da tempo si sta allenando fisicamente e mentalmente per affrontare la grande fuga, nel caso si rendesse necessaria; oltre alle quindici flessioni quotidiane, che in realtà non riescono ad irrobustirlo più di tanto, si sottopone ad un training psicologico per vincere quella paura che lo paralizza, che gli impedisce di reagire alle angherie.
L’occasione per mettere alla prova tutta questa preparazione si presenta al campo scuola, in cui, già dalla prima notte, i suoi nemici si scatenano. Eccolo dunque entrare in azione e fuggire nottetempo nella foresta vicina agli edifici. Ferito, confuso, impaurito, si inoltra nel bosco perdendosi per strada un po’ della sua preziosa attrezzatura. Tutto sembra più difficile, vissuto realmente, ma il suo motto è VdV, ovvero volontà di vivere, che fa affrontare qualsiasi difficoltà.
Dunque un personaggio che ispira tenerezza, per la fragilità e l’ingenuità che lo contraddistinguono; ma anche un ragazzino pieno di risorse, compresi i suoi ineffabili amici immaginari, determinato a sottrarsi, con i mezzi che ha, alla interminabile sequenza di prepotenze che ha subito; riesce, alla fine, a vincere le sue paure e ad affermare le sue ragioni in un mondo adulto davvero deprecabile.
Se Vincent riesce nel suo intento è anche grazie alla presenza di La Jas, anche lei fuori dal coro e anche lei contenta di affermare la sua preziosissima individualità. Costantemente il lettore e la lettrice sono invitati ad entrare nel mondo solitario di Vincent, nella sua ostinata e metodica ricerca di una via di fuga.
Un altro indiscutibile punto di forza del libro è la cura con cui è stato prodotto: dai caratteri ad alta leggibilità, al colore delle pagine che segnano l’inizio del libro e di ciascun capitolo, alle illustrazioni, discrete ed efficaci, di Martje Kuiper. Non solo i titoli dei capitoli e le pagine che li precedono, l’illustratrice interviene qui e là con piccole illustrazioni che riprendono l’andamento del racconto. Il romanzo è risultato finalista in due importanti premi , in Germania e in Olanda, e probabilmente sarà portato sul grande schermo.
La lettura è scorrevole ed avvincente, adatta a lettrici e lettori avventurosi a partire dai dieci anni.

Eleonora

“Sono Vincent e non ho paura”, E. Koens, ill. di M. Kuiper, Camelozampa 2022





venerdì 25 febbraio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ELIMINARE IL SUPERFLUO

Il giorno felice, Ruth Krauss, Marc Simont (trad. Sara Saorin) 
Camelozampa 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Scende la neve. I topi di campagna dormono, gli orsi dormono, le chioccioline dormono nei loro gusci; e gli scoiattoli dormono dentro gli alberi, e le marmotte dormono nelle loro tane sottoterra. Ecco: aprono gli occhi. Annusano. I topi di campagna annusano, gli orsi annusano..." 

Anche le chioccioline lo fanno, così come gli scoiattoli dai tronchi degli alberi. E poi anche le marmotte annusano. Tutti loro annusano e poi cominciano a correre. Tutti insieme e nella stessa direzione. Le chioccioline nei gusci e gli scoiattoli lasciandosi dietro le tane negli alberi. 
Tutti, ma proprio tutti hanno finalmente davanti agli occhi la misteriosa ragione di questo brusco risveglio durante l'inverno, durante una nevicata. 
Ne valeva di certo la pena, hanno di certo pensato tutti loro, disposti in cerchio, intorno a una unica meraviglia... 

Che Ruth Krauss fosse una donna geniale, ma non certo mansueta o accondiscendente sono in molti a raccontarlo. Il primo è proprio Maurice Sendak che, giovanissimo e timido, viene chiamato da Ursula Nordstrom a illustrare il primo di una più lunga serie di suoi libri. 


Lui non è ancora nessuno e lei è già un gigante (per non parlare del grande e mansueto Dave, in arte Crockett Johnson). Comincia così per il poco più che ventenne Maurice uno dei periodi più intensi della sua vita lavorativa e umana: facendo su e giù da NY per raggiungere nei fine settimana la casa di Rowayton dove la coppia Krauss/Johnson aveva scelto di ritirarsi. 
La ragione ufficiale di questi incontri era il piacere di stare assieme, ma il motivo vero era che Ruth Krauss voleva seguire, controllare, discutere e ridiscutere con Maurice i suoi disegni, i suoi bozzetti. 
La seconda persona che ha più volte raccontato di quanto Ruth Krauss ci tenesse che i suoi testi fossero rispettati nel profondo è la sua editor dentro Harper, Ursula Nordstrom. 
L'affetto e la stima reciproche le ha tenute strette per una vita. Ciò nonostante tra loro spesso nascevano interminabili discussioni. 
Un autentico tiraemolla si verificò per esempio su una singola parola che nel testo originale di questo libro compariva e che la Nordstrom invece voleva eliminare. Alla fine di ogni frase - obiettivamente molto musicale e con la consueta purezza adamantina, carattere distintivo dei testi della Krauss - l'autrice aveva messo, come sorta di ritornello a chiusa della frase un see?, vedi?,  che la Nordstrom considerava superfluo. 


Alla Krauss invece piaceva, se non altro il suono di quella parola see. Ne nacque una vera e propria disputa che finì, come si può ricavare anche nella traduzione di Sara Saorin, con una vittoria della Nordstrom che chiese come regalo di natale alla Krauss proprio quella parola: vedi! 
A parte l'aneddoto divertente, ma emblematico dei rapporti che tenevano unite queste due stelle dell'editoria per l'infanzia, non si può non notare quanto la lingua della Krauss anche in questo libro - con o senza quel vedi? in finale - si dimostri rivoluzionaria e nello stesso tempo perfetta per delle giovani orecchie. 
Il suo più grande merito, o forse talento, è stato quello di aver saputo parlare - senza nessun accento - la lingua dei bambini e di averla fatta diventare letteratura allo stato puro. 


La Krauss con i bambini ci parlava, i figli degli amici o dei vicini di casa, oppure quelli che frequentavano la Bank Street School. Li conosceva a fondo, li capiva, li sapeva ascoltare e soprattutto li rispettava, nel loro essere così diversi dagli adulti. 
Sapeva tradurre il loro pensiero in una lingua poetica, alta ed esatta, maledettamente onesta e semplice, la quale essi potevano riconoscere senza sforzo. 
Le cose sono chiamate con il loro nome: i topi di campagna, le chioccioline, orsi, marmotte: un solo diminutivo necessario, ma nessun aggettivo di corredo. 
La sequenza temporale è coerente: dormono, si svegliano, annusano, corrono. Tutti verbi all'indicativo: non c'è nessuna magia o tempo sospeso. 
Tanta precisione è anche diffusa nel contesto spaziale: nei gusci le chiocciole, negli alberi gli scoiattoli, nelle tane sotterranee le marmotte. 
Di dove si trovino orsi e topi, il testo iniziale tace e lo lascia dire alle figure. 
E a proposito di figure, anche con Marc Simont, che all'epoca aveva già alle spalle almeno dieci anni di carriera come fumettista e come illustratore, la Krauss si impose. 


Avevano già collaborato, l'anno precedente in un altro magnifico libro, The Big World and the Little House e, visto il risultato, si devono essere intesi. 
In questo secondo la Krauss fu molto chiara fin dal principio: pretese di discutere con lui, circostanza che per lui non era consueta, persino la collocazione del suo testo, dei singoli a capo, nello spazio della pagina, addirittura a quale distanza porre il testo rispetto alle immagini. E già che erano lì assieme, anche sui disegni si confrontavano. Ma è lo stesso Simont che, a posteriori, ha dovuto riconoscere che questo metodo di lavoro ha dato i suoi frutti, vista anche la Caldecott Honor, in altri termini un onorevole secondo posto, al più ambito dei premi per un illustratore. Premio che poi vincerà nel 1957, con Janice May Udry, con A Tree is nice
La qualità del disegno è sotto gli occhi di tutti. Il libro, necessariamente in bianco e nero, visto il finale, è pieno di magnifici dettagli che emergono a una rilettura più approfondita, ancora prima che la storia abbia inizio. Con Ruth Krauss collaborerà ancora una volta in un altro libro geniale, di nuovo a colori, anche se con un tipo di segno completamente diverso, The Backward Day, che c'è da augurarsi di vedere presto tradotto e pubblicato per i bambini italiani che di giornate felici hanno certo molto bisogno, ma anche di giornate alla rovescia!


Carla

Noterella al margine. Credo vada dato merito allo stampatore che, in un libro così difficile per il così tanto nero e grigio, ha saputo fare così bene.