mercoledì 12 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RACCONTO DI UNA INFANZIA


La storia di un’infanzia felice, che viene poi travolta dalla tragedia dell’Olocausto, è al centro del libro illustrato ‘La storia di Bodri’, di Hédi Fried con le illustrazioni di Stina Wirsén.
Bodri è un cane, un bel cane gioioso e protettivo nei confronti della sua bambina, Hédi, che così ce lo racconta. La bambina e la sorella Lena vivono in Romania, sono allegre e spensierate; Hédi passa molto tempo con la sua vicina di casa, Marika, e col suo cane Banti. Sono un’allegra combriccola di bambine e cani, che scorrazzano nei prati del parco, si rincorrono, si confidano sotto lo sguardo attento e protettivo dei loro cani.


Fino al giorno in cui Hédi e Marika, perché non pregano nello stesso modo, vengono brutalmente separate. Hédi appartiene a una famiglia ebrea e, dopo che la Romania viene invasa dalle truppe naziste, è costretta a vivere separata dagli altri bambini.


Ma questo a Hitler, lontano migliaia di chilometri, non basta: vuole eliminare ogni ebreo sul suo cammino di conquista dell’Europa. Anche Hédi e la sua famiglia vengono rastrellati e portati ad Auschwitz. Il povero Bodri cerca di rincorrere il treno su cui è stata caricata Hédi, ma invano. Però in qualche modo continua a vegliare su lei: ogni giorno in cui la bambina riesce a ricordarlo, a ricordare le corse a perdifiato, gli abbracci, le torna un po’ di vita, un sottile filo di speranza. Pensa continuamente al suo cane, sperando che qualcuno se ne prenda cura.
Fino al giorno in cui viene liberata e, tornando a casa, lo ritrova. Lui, sì, riconosce Hédi e la sorellina, nonostante la magrezza, i vestiti logori, il dolore che trapela dalle loro parole.
Questa è una piccola storia, che con poche parole racconta le vicende di tanti: il brusco passaggio da una vita normale a una vita di segregazione, l’incredulità che potesse esistere qualcosa di peggiore ai divieti e alla solitudine imposta.
Qui, lo sguardo innocente della bambina e del suo cane descrivono l’assoluta gratuità e assurdità della violenza che il regime nazista ha elevato a sistema. Proprio nelle poche parole, nella estrema sintesi dei fatti emerge l’inconcepibile: da un giorno all’altro le regole del mondo civile possono andare in mille pezzi ed essere sostituite dal puro arbitrio. Noi, dall’alto della comprensione storica, sappiamo che tutto questo non è stato solo il progetto di un folle, ma anche una sistematica, razionale, burocratica macchina di morte, che funzionava già da tempo.
Lo sguardo della bambina e del suo cane tutto questo non lo possono comprendere e ci restituiscono l’esperienza del dolore, della separazione, del lutto, con grande sobrietà e delicatezza.


Il racconto di Hédi Fried, trasferita in Svezia nell’immediato dopoguerra, è accompagnato dalle immagini, a inchiostro e acquerello, dell’illustratrice svedese Stina Wirsén. Tavola dopo tavola, vediamo scorrere la vita serena delle bambine ebree e del loro imponente cane marrone, per arrivare a quel grigio incombente del lager cui fortunosamente sono sopravvissute. Se il testo è scarno, le immagini forniscono il tessuto emotivo, le atmosfere serene del prima e l’angoscia del dopo.
Lontano dalle pubblicazioni legate alla Giornata della Memoria, questo libro, pubblicato da Einaudi Ragazzi, ricorda con delicatezza quello che non dovrebbe mai essere dimenticato, soprattutto nei tempi cupi che stiamo vivendo.
Lettura indicata, e caldamente consigliata, a bambine e bambini sensibili e attenti, a partire dagli otto anni.

Eleonora

“La storia di Bodri”, H. Fried, ill. di Stina Wirsén, Einaudi ragazzi 2022




 

lunedì 10 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MARY POPPINS E GLI ALTRI

Il Kappa della pioggia, Saori Murakami (trad. Roberta Tiberi) 
Kira Kira 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Nao aprì la porta e una strana creatura verde fece capolino. 'Salve, sono Kappa.' Per lo spavento Nao si nascose sotto il tavolo. In quel momento arrivò la mamma che si era preparata in tutta fretta. 'Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa.Vedrai che vi divertirete un mondo. Fai la brava.' disse, e uscì di corsa." 

Così comincia la fantastica giornata di Nao e del suo originalissimo tato, il signor Kappa. 
Verde, con un laghetto circondato di capelli sulla sommità della testa, una vera passione per la pioggia e una gentilezza e premura innata, lui - come tutti i kappa come lui - si prende cura di un piccolo per fargli trascorrere del tempo meraviglioso nella foresta piena di verde e piena di mille altri divertimenti, dove poter fare tutti un bel pic-nic per festeggiare assieme la giornata di pioggia. Basta avere qualcosa di buono nel cestino della merenda e un ombrello della misura adatta. 


E poi quando tutto si asciuga e il sole va giù non resta che salutare tutti gli altri amici e prendere la via di casa, ciascuno tenendo per mano il proprio kappa. 

Sono diverse le cose che colpiscono di questo libro molto verde. 
La prima è il kappa, una creatura tutta verde che ricorda un essere umano con braccia e gambe, ma con una testa molto particolare e un sorriso e uno sguardo rassicuranti. Entrambe utili per il suo mestiere di custode a tempo di bambini e bambine. Altra peculiarità interessante è la sua passione per l'acqua, ossia per la pioggia. 


E qui entra in gioco la seconda cosa che colpisce di questa storia: la naturalezza nell'uscita di scena di una mamma dalla giornata della protagonista: Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa. Vedrai che vi divertirete un mondo... e la conseguente disobbedienza da parte del Signor Kappa che, nonostante o per meglio dire proprio grazie alla pioggia, ha in progetto una bella passeggiata. 
Il signor Kappa, un po' come Mary Poppins, arriva nella vita delle persone per scompaginarne, almeno per un po', i ritmi e le abitudini. E lo fa, proprio come la tata della Travers, in assoluta autonomia e determinazione, infischiandosene dei grandi, con l'unico obiettivo di far trascorrere una esperienza unica e indimenticabile ai bambini che ha in affidamento. Come nelle storie della Travers, anche qui gli adulti sono accessori alla narrazione e tutto sommato accessori anche nel quotidiano dei propri figli, quanto meno capaci di allontanarsene senza patemi e quindi di uscire di scena per lasciare il campo ad altri. 
Il terzo elemento di interesse è proprio questo passaggio di consegne che preannuncia una esperienza del tutto nuova e indimenticabile. 


I kappa incarnano coloro che hanno il compito di traghettare, e qui questo avviene in senso quasi letterale, i bambini verso un altrove (sia esso il mondo sotterraneo sulle tracce del coniglio di Alice, o capovolto come il tè da zio Albert in Mary Poppins e via andare) e offrire loro qualcosa di assolutamente straordinario. E qui arriva la quarta bellezza del libro: la foresta, così verde e così fitta, in cui tutti i kappa si muovono in una sorta di mimesi continua e dove, invece, i bambini sono puntolini colorati, nei loro impermeabili e stivali coloratissimi. 
Questa foresta ha tutte le caratteristiche del luogo magico, pur non avendo nulla di misterioso o inquietante: è piena di sorprese che sono luoghi di gioco e di piacere. Ed è proprio il piacere ha dare il carattere a tutta l'esperienza, coinvolgendo tutti i sensi: dal rumore della pioggia, al sapore della merenda: Quando si mangia all'aperto è tutto più buono, vero? alla bellezza del luogo che cattura lo sguardo. Quest'ultimo, continuamente sollecitato a muoversi alla ricerca del dettaglio in un mare di verdi diversi. 


La sensazione che avvolge l'intera storia ha molto a che fare con il piacere: il primo è quello interno, ossia quello che provano i piccoli protagonisti condotti dai loro rispettivi signori Kappa. 
Ma esiste anche un piacere esterno alla narrazione, un piacere che è contemporaneamente una esperienza estetica ed emotiva. Che è quello che prova il lettore nel leggere le parole e nel bearsi nelle figure. 
E questa è la quinta meraviglia che accade. Un piacere che passa per una innegabile naturalezza dell'azione, e nel contempo per una grande attenzione nel creare un contesto che sia il più confortevole possibile per i lettori. 


Ma... con un continuo spostamento graduale verso qualcosa di diverso. 
Davanti a un bel quadro è esattamente questo che dovrebbe accadere: qualcosa cambia in noi. 
In sostanza, nel libro accade questo, a mio modo di vedere: si alternano a rapidi spostamenti di condizione che hanno il compito di 'destabilizzare' - la mamma che esce, camminare sotto la pioggia, l'arrivo nella foresta - altri momenti di assoluta tranquillità, le scarpe di mamma indossate per andare ad aprire, dettagli di una cucina familiare, la preparazione di un cibo prediletto, la bottega degli ombrelli, il parco giochi... 


Quindi si vive un'esperienza che ci porta verso un altrove, un'altra parte, e lo fa a piccoli passi, tenendoci per mano, senza grandi strappi o traumi. 
Non dovrebbe essere questo l'obiettivo di un buon libro per bambini? Partire per un luogo sconosciuto, visitarlo e, se possibile, tornare indietro in sicurezza, ma un po' diversi. 
E qui accade. 

Carla



venerdì 7 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

QUANTA TRISTEZZA E QUANTA GIOIA



Certe storie possono essere scritte solo, o quasi, in America: un romanzo on the road, un padre e una figlia su uno scuolabus riadattato a casa su ruote, in giro fra uno Stato e l’altro, fuggendo un dolore per entrambi insostenibile.
Questa è la storia di Coyote Sunrise e di suo padre Rodeo, scritta da Dan Gemeinhart con il titolo ‘L’imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise’, che Edt Giralangolo pubblica con la traduzione di Aurelia Martelli.
A prima vista sembrano una coppia stravagante, un hippy dal look piuttosto trascurato e una dodicenne molto indipendente, che viaggiano su un bus chiamato Yager; in realtà sono due persone attraversate da un grande dolore, in seguito al quale hanno cambiato vita e cambiato nome, lasciandosi alle spalle una cittadina, Poplin’Springs, in cui sono sepolti, anche materialmente, i loro ricordi. Ad interrompere il viaggio senza meta arriva una telefonata della nonna che comunica a Coyote che stanno per abbattere gli alberi di un parco vicino alla loro vecchia casa; ai piedi di uno di questi alberi è sepolta una scatola dei ricordi, che la ragazzina aveva messo lì insieme alla mamma e alle due sorelle, morte poi in un incidente automobilistico.
Per Coyote tornare a casa e recuperare quella scatola diventa una necessità assoluta, ma per farlo deve ingannare il padre che mai e poi mai sarebbe disposto a tornare a casa.
La ragazzina è intraprendente e sa come persuadere il genitore a seguire i suoi desideri e comincia facendogli accettare la presenza di un gattino, Ivan, a bordo. S’inventa di avere un desiderio irrefrenabile per un certo panino, come si fa in una cittadina vicina a Poplin’Springs e così si mettono in cammino, incontrando lungo la strada altre persone in cerca di una svolta nella loro vita: Lester, indeciso se tornare dalla fidanzata o seguire la sua passione per la musica e la sua band, Salvador e la madre Esperanza, in fuga da un marito e padre violento e in cerca di una lavoro; Val, cacciata di casa e la capra Gladys. Uno dopo l’altro salgono sul bus, dopo aver risposto a tre domande sulle preferenze in fatto di libri, di luoghi e di panini. Ognuno porta il proprio bagaglio di tristezza e di dolore, ognuno è in grado di trasmettere all’altro tutta la gioia che c’è nel conquistarsi vita e speranza, un pezzetto alla volta.
Gemeinhart riesce a raccontare questa storia on the road con leggerezza, ironia, facendo scoprire un po’ per volta al lettore e alla lettrice il segreto che guida la vita di Coyote e Rodeo, il passato drammatico che li porta a fuggire. I rimandi sono molteplici, nella letteratura anche recente e nella filmografia. Il rapporto padre figlia è l’asse intorno a cui ruota tutta la narrazione: l’affetto, il dolore, la paura di soffrire ancora, il proteggersi a vicenda, vivendo la vita attimo per attimo. Cpyote ha però bisogno di riconnettersi alla sua vita passata e per aiutarla in questa ricerca, Rodeo rinuncia alla sua fuga.
L’intreccio alterna momenti di serena quotidianità di questa strana e pur vitale comunità ad altri in cui le avversità rischiano di mettere tutto in discussione. La gioia, di essere vivi e in buona compagnia, e la tristezza, di cui è pieno il mondo, si intrecciano strettamente, così come è naturale che sia.
Con leggerezza, dunque, si arriva all’epilogo e il lettore e la lettrice, di almeno undici anni, si ritroveranno con qualche consapevolezza in più sulla complessità della vita, ma anche con un moderato, sorridente ottimismo.

Eleonora

“L’imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise”, D. Geimenhart, trad. A. Martelli, Edt Giralangolo 2022



mercoledì 5 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I BAMBINI DI JEFFERS

Come tornare a Casa, Oliver Jeffers 
Zoolibri 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"C’era una volta un bimbo, che, un giorno, mentre riponeva le sue cose nel sottoscala, trovò un aeroplano. Non ricordava di averlo lasciato là dentro, ma lo tirò fuori per farci un giretto. L’aereo si staccò da terra e salì su nel cielo... in alto in alto sempre più in alto." 

Poi l'aereo costringe il bambino a fare un atterraggio di fortuna su una falce di luna: serbatoio a secco. Intorno, il buio assoluto. Piano piano anche la luce della sua torcia finisce: pile scariche. 
A poca distanza da lui anche qualcun altro è in difficoltà con la sua astronave: motore fuori uso. Anche per lui atterraggio di fortuna sulla stessa falce di luna. 
Dopo un primo momento di smarrimento e terrore reciproco, i due, il bambino e Marziano, si vedono e sono molto contenti di non essere più soli. 
I danni vanno riparati per poter tornare a casa. Ma servono utensili: vanno presi nel sottoscala, giù a casa. 
Calatosi sulla Terra con l'apposito paracadute, il bambino, dopo una bella nuotata, arriva a destino, ma è sopraffatto dalla stanchezza e la poltrona di casa davanti alla tv è molto invitante... 
Accidenti, non può distrarsi: Marziano è lassù che lo aspetta, o quasi. La corda per farlo risalire tarda a calare e il bambino riesce ad acchiapparla e a farsi issare, solo dopo essere arrivato sul monte più alto. Non resta che riparare il motore dell'astronave, e mettere benza nell'aeroplano.
Il gioco è fatto: entrambi possono finalmente lasciare la Luna e tornare a casa. 
Però, peccato perdersi per sempre. Ci sarà modo di tenersi in contatto? 

Ci sono albi illustrati che hanno una loro perfezione, una loro meravigliosa rotondità. 
Si percepisce, leggendoli e tenendoli in mano, qualcosa di simile a una lucentezza che illumina e riscalda e, colpendoci, ci sposta di un pochino. 


Per raggiungerla, questa perfezione credo occorrano alcune doti particolari. 
Bisogna, innanzi tutto, avere una buona idea - quasi un'ovvietà: in qualsiasi processo creativo è necessaria. Qualcosa che meriti di essere raccontato. 
Poi bisogna saper modellare bene la materia, ossia darle una forma e con questa un senso. 
Poi ancora, essere capaci di eliminare tutto il superfluo, imperfezioni, impurità, inutilità. 
E in ultimo occorre essere capaci di renderla luminosa e calda, aggiungendo cioè un quid che la renda 'insolita' e ci colpisca. 
Forse questo quid risiede nella capacità di sapersi tuffare tra realtà e immaginazione con grande scioltezza. Alternare un allunaggio di un bambino con gli attrezzi conservati nel sottoscala e una lista ben compilata; una corda per risalire con la benza per ripartire. Un bambino con un extraterrestre: tutto questo, come se niente fosse. E non credo che sia un caso che spesso cominciano con c'era una volta...
Spero sia chiaro a tutti, senza doverlo dire, quali siano le categorie umane che sono abituate a tuffarsi così... 


Spesso Oliver Jeffers ha dimostrato di essere capace di farlo. Per questo credo lo si possa considerare uno dei più illuminati narratori di infanzia che il panorama dell'editoria contemporanea offre. 
Capace di cogliere sempre quella che, usando le parole di Steig, è la forza e la debolezza di un bambino in un mondo di grandi. 
E di saperlo fare con quella scioltezza che non è affatto scontata. 
Concepito e pubblicato nel 2007, a soli due anni dall'ineguagliabile Lost and Found (Chi trova un pinguino..., Zoolibri, 2010; 2014) anche in questo Come tornare a Casa alcuni caratteri chiave sono lì a illuminarlo e a renderlo perfetto (per inciso, una comparsata del pinguino ci rassicura sul fatto che siano ancora insieme). 
Non una parola sprecata, non un segno superfluo. Vari bei tuffi. 


I bambini di Jeffers. Funziona come un marchio di fabbrica l'aspetto di quel bambino, quello stesso 'suo' bambino dal gran testone e dalle gambe a stecchino, caratteri che non a caso eredita anche lo sperduto Marziano. Entrambi sono minuscoli, ma nello stesso momento giganti nella loro determinazione. 
I bambini di Jeffers sono capaci di grandi imprese - rigorosamente a cavallo della loro immaginazione illimitata e della loro altrettanto sconfinata fiducia in se stessi (doti che ogni bambino dovrebbe avere in dosi massicce per sopravvivere su questo pianeta pieno di adulti). 
I bambini di Jeffers sono piccoli, ma leali, collaborativi, infaticabili e distratti il giusto. 
I bambini di Jeffers vanno al nocciolo della questione, prendendo sempre la strada più dritta - per usare l'espressione di un grande pediatra, loro sono economici. Qui, per arrivare agli attrezzi occorre andare e venire dalla Luna, e lui è economico e ci va per la strada più corta. Dimostra di essere economico anche nella lista promemoria che scrive prima di partire verso il sottoscala. Leggere per credere. 
I bambini di Jeffers sono piccoli. In Chi trova un pinguino... urlava, minuscolo, dalla banchina del porto a una nave enorme e sorda, qui sulla Luna nel buio dello spazio ha una torcetta che, per di più, lo abbandona. 
I bambini di Jeffers non si perdono d'animo. In Chi trova un pinguino... lo abbiamo visto costruirsi una barca da zero e remare, remare remare; qui lo vediamo buttarsi a capofitto dalla Luna sulla Terra e a nuoto attraversare il mare... E, come se non bastasse, tornare anche indietro, inerpicandosi su per il monte.


I bambini di Jeffers, soprattutto, non vogliono pensare come gli adulti. A spanne, quanto lontani siamo dalla finitudine dei grandi e quanto siamo vicini all'onnipotenza dei piccoli?

Carla

lunedì 3 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


GLI SQUALI PENSANO FORTE


Uno spunto interessante guida il romanzo di Lisa Lundmark ‘Jenny lo squalo’, pubblicato in Italia l’anno scorso per i tipi de La Nuova Frontiera. Tutto ruota intorno a Jenny, bambina di seconda elementare, appena un po’ diversa rispetto ai suoi coetanei.
Non le piace mettersi in mostra, partecipare attivamente alle attività della classe: le piace stare all’ultimo banco e seguire la lezione in silenzio; divora con avidità i libri della biblioteca scolastica, soprattutto quelli sul mare e sugli squali. Gli squali infatti, sono animali forti e solitari.
Per questo Jenny si sente uno squalo; ma non è affatto un’asociale: ha un’amica, Amina, che vive due piani sopra di lei e nella cui casa passa molto tempo. Insieme a lei va a trovare il nonno, rattristato dalla recente morte della moglie. C’è un colloquio con il maestro che si avvicina pericolosamente; Jenny teme di dover affrontare il solito discorso, che lei non parla, è chiusa in se stessa e via discorrendo. La bambina non riesce a comprendere il motivo per cui sia necessario dimostrare continuamente quello che si sa.
A differenza di tanti altri bambini, che cercano di adeguarsi alle richieste di performance poste dagli adulti, Jenny è sicura del fatto suo, non intende cedere, vuole solo far capire alla mamma e al maestro che non è necessario essere ‘polipi’, sempre attivi e in continuo movimento; si può vivere da squali: come le suggerisce il suo amico squalo che nuota nell’acquario della città, ‘gli squali sanno fare così tante cose. Siamo bravi a parlare silenziosamente. Mica tutti sono capaci. E siamo bravi a cavarcela da soli. Pensiamo pensieri forti. Osiamo fare tutto, non abbiamo paura’.
La visita con la classe all’acquario dà l’occasione alla taciturna bambina per dimostrare il suo valore, cosa di cui però nessuno dubitava.
Il punto centrale che l’autrice vuole mettere in evidenza non è tanto che gli adulti non riconoscano le doti dei bambini timidi, quanto che si pongano l’obbiettivo di cambiarli, pensando di aiutarli ad affermarsi nel mondo. Allargando il discorso, questa storia, raccontata con ironia e delicatezza, critica profondamente la tendenza all’omologazione, alla categorizzazione dei comportamenti infantili partendo da un ideale performante che rappresenta una gabbia per tantissimi di loro. L’aspetto interessante è proprio questo: siamo parlando di situazioni comuni, di differenze caratteriali tutt’altro che problematiche e, nonostante questo, la pressione genitoriale, o della scuola, spinge verso prestazioni, purtroppo il termine è adeguato, competitive. Le differenze, l’essere più chiusi o più agitati della media dei bambini e delle bambine, finiscono per essere un problema. Non c’è ascolto, non c’è empatia e, con le migliori intenzioni, si finisce per sottoporre questi bambini ad una pressione dolorosa.
Non tutti devono essere estroversi, non tutti devono per forza avere la parlantina facile; accettare le specificità di ogni singolo bambino, figlio o figlia, è un esercizio di rara difficoltà, che non sempre i genitori svolgono.
Nonostante un finale forse un po’ troppo prevedibile, e un intento didascalico un po’ troppo sottolineato, il libro riesce sicuramente nell’intento di rappresentare una situazione in cui tanti bambini e bambine possono identificarsi. Può essere anche una sollecitazione nei confronti degli adulti perché aprano gli occhi sulle proprie contraddizioni.
Suggerirei una lettura collettiva in classe, direi a partire dalla terza elementare, per poter parlare serenamente delle tante diversità che vivono in una comunità.

Eleonora

“Jenny lo squalo”, L. Lundmark, La Nuova Frontiera 2021



 

venerdì 30 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORAGGIO DI AVER PAURA

L'aranceto, Larry Tremblay (trad. Fabio Regattin) 
Beisler 2022 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Se Ahmed piangeva, piangeva anche Aziz. Se Aziz rideva, rideva anche Ahmed. Per prenderli in giro la gente diceva: 'Un giorno si sposeranno'. La loro nonna si chiamava Shahina. Con quei suoi occhi malandati li confondeva sempre. Li chiamava 'le mie due gocce d'acqua nel deserto'. Diceva: 'Smettetela di tenervi per mano, mi sembra di vederci doppio'. Diceva anche: 'Un giorno non ci saranno più gocce, ci sarà soltanto acqua e basta'." 

Ahmed e Aziz sono fratelli. Gemelli. Ahmed sente le voci nella sua testa, Aziz è molto malato. 
Vivono nel deserto, con i genitori, Zahled e Tamara. Non lontano dalla loro povera casa, quella dei nonni e l'aranceto - un'oasi di colori e profumi - che suo padre coltiva con ostinazione. 
C'è la guerra. Una guerra che ha distrutto la loro scuola e ha appena ridotto in macerie la casa dei nonni. Il giorno in cui li seppelliscono, il padre riceve una strana visita che mette in grande allarme Tamara Dalla jeep avvolta nella polvere scende Soulayed che instilla nel cuore di Zahled il seme della vendetta. Le bombe che hanno ucciso i vecchi genitori provengono dalla montagna, dietro cui si nasconde il nemico. 
Occorre reagire e portare la morte tra gli avversari, anche se questo comporterà il sacrificio di una giovane vita: quella di Ahmed o quella di Aziz. Uno di loro due, questo è il piano che Soulayed espone a Zahled, dovrà arrivare sull'altro versante del monte e farsi esplodere per portare la morte a casa del nemico. 
Un sacrificio enorme che sembra avere il sapore dell'eroismo e della gloria. 
Un dilemma enorme per un padre: quale dei due figli mandare al sacrificio. 
Un estremo tentativo di opporsi a un destino ingiusto per una madre: quale dei due figli salvare. 

Il racconto di Ahmed, quello di Aziz e in ultimo quello di Sony. Tre voci per un'unica storia. 
Una storia che è contemporaneamente il racconto verosimile di un percorso di crescita, difficile, attraversato dalla guerra, da separazioni, rimorsi, e tentativi di riscatto. 
Ma è anche lo spunto per porre in essere una tragedia - attraversata da un dilemma, come accade in quella classica o in quella shakespeariana. 
E ancora: è una parabola dal tono universale per ragionare sul male che incarna la guerra, senza remissione, senza redenzione. 
Ed è anche una galleria di una umanità diversissima nelle sue sfumature. Al suo interno si riconoscono la debolezza di un padre e la forza di una madre, l'indissolubilità di un legame tra fratelli, la spregiudicatezza di chi decide del destino di altri, l'incertezza e l'ingenuità di chi non sa, di chi della guerra - per sorte - ne ha solo sentito parlare... 
Un libro che dimostra una grande originalità nella struttura e nel suo punto di osservazione che, solo sul finale, arriva a coincidere con gran parte dell'esperienza creativa di chi lo ha scritto: Tremblay non è solo un romanziere, ma anche un drammaturgo di calibro. 
La prima parte del romanzo, quella raccontata con la voce e lo sguardo di Ahmed, è decisamente quella che inchioda il lettore alla pagina e lo bombarda di quesiti interiori di rilevante importanza: lo mette di fronte alla guerra, alla sua insensatezza. Per come è congegnata, è proprio difficile ignorare i termini della questione. E diventa necessario prendere posizione: per questa volta è davvero impossibile potersi consolare con l'idea che sia solo 'finzione'. 
E altrettanto impegnativo è districarsi nelle ragioni dell'uno o dell'altro, nello scegliere tra il coraggio e la paura, tra il sacrificio e il senso di colpa. 
Non è difficile constatare che alla radice della guerra ci sia l'uomo, la sua sete di vendetta e odio, mentre parrebbe che spetti alla donna il coraggio di fare una scelta che abbia in sé, seppur dilaniante, un nocciolo di futuro. Ed è proprio questo slancio verso il domani che porta il lettore alla seconda parte, quella raccontata dalla voce di Aziz.
Sono passati dieci anni, lo scenario è del tutto diverso: negli Stati Uniti, sulle tavole di un palcoscenico durante le prove di uno spettacolo che sta per debuttare. Tutto il passato che ha arrovellato il lettore, adesso si intreccia con il presente, lo appesantisce, o per meglio dire, gli dà la giusta profondità e complessità di visione e lettura. 
Un dialogo serrato tra un professore che mette in scena un racconto di guerra, una guerra raccontata per sentito dire, e un ragazzo che sulla propria pelle la guerra e le sue conseguenze le ha incise in modo indelebile. 
L'impossibilità da parte sua di accettare le approssimazioni e le ingenuità del professore, porta il ragazzo lontano dalla scena, salvo poi tornarci, inaspettato, a chiudere il cerchio. 
A dimostrare a se stesso e a tutti che forse proprio attraverso la finzione, attraverso un palcoscenico di un teatro, ma verrebbe da dire anche attraverso le pagine di un gran bel libro come questo, si prende coscienza di quello che si è. 
Con l'auspicio che leggerlo possa contribuire alla crescita del 'fragile albero della convivenza', per usare le parole di Giuseppe Cederna che questa storia la chiude con un suo pensiero tanto accorato quanto pieno di speranza. 


Carla

mercoledì 28 settembre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!


IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME


Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.” Così scrive Kant nella ‘Critica della ragion pratica’ e prosegue: “ La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata”.
Ovvero, il cielo stellato sopra di noi ci mette a confronto con l’infinità dello spazio e del tempo, ci fa sentire piccoli piccoli di fronte alle distanze siderali. Non è sempre stato così e il cielo è stato anche immaginato come una sfera contenente tutto l’universo e questo ci è raccontato nel bellissimo ‘Universi’. Si può vedere il cielo anche da un punto di vista mitologico, risalendo ai miti che hanno dato il proprio nome alle costellazioni, che, come è noto, non sono altro che una convenzione, che raccorda stelle fra loro anche molto distanti. C’è però un sentimento che accomuna adulti e bambini, scienziati e filosofi ed è lo stupore, quel senso di meraviglia che, secondo Platone, è all’origine della filosofia.
Meraviglia che può essere associata al senso di mistero che le ore notturne inducono nell’osservatore più giovane.


Ed ecco un libro, pensato proprio per loro, bambini e bambine che cercano di svelare il mistero del cielo: ‘Nascosti nel cielo’ di Aina Bestard, pubblicato meritoriamente da Camelozampa. La struttura del libro è semplice: ogni doppia pagina descrive l’interno della cameretta di un piccolo osservatore situato in diversi paesi del mondo. Questo interno descrive gli arredi e i motivi decorativi tipici del paese corrispondente, illuminati da uno squillante fascio di luce bianca. Il resto è tratteggiato sul fondo blu che ritroviamo aprendo le finestre e scoprendo una porzione di cielo notturno, in cui campeggiano alcune stelle. Quella porzione di cielo nasconde un segreto, che lettori e lettrici possono svelare illuminando il retro della pagina con una fonte luminosa: ecco apparire il disegno dell’animale che corrisponde alla costellazione e ne spiega il mito.
Il testo nella pagina, costituito da poche righe in rima, accenna all’animale rappresentato dentro la finestra con un indovinello.


Alla fine del libro, nelle ultime due pagine, vengono riassunte le diverse costellazioni, col loro nome e la stella più luminosa che le caratterizza.
Cos’ha questo libro di particolare? Di libri sull’osservazione delle costellazioni ne sono usciti diversi; ricordo, in particolare, la ‘Guida galattica alle stelle per gattini e umani’ , intelligente guida astronomica per lettrici e lettori di sette, nove anni. Nel libro della Bestard abbiamo un target di età differente, più basso, anche se la piacevolezza del libro può adattarsi anche a bambini e bambine più grandi. Penso che il target di riferimento siano bambini e bambine fra i cinque e sette anni, sensibili a quel senso di meraviglia che la scoperta inusitata, l’immagine che appare solo se illuminata, suscita. Scoprire gli animali nascosti nel cielo, fra le stelle e magari chiedersi quali storie possano raccontare; chiedersi anche cosa possano essere quei puntini luminosi che brillano nell’oscurità della notte (sempre che si riesca a vederli!), ecco aperta la strada a un’infinità di domande, che è poi il fine vero di ogni buon libro di divulgazione.


Aina Bestard si conferma un’autrice di valore, capace di spaziare fra argomenti differenti: ricordiamo il raffinato ‘Paesaggi perduti’, con un target d’età e argomento del tutto differenti; in comune, il tratto illustrativo analitico, dettagliato, preciso, l’uso sapiente della carto-tecnica, che consente effetti sorprendenti; infine la capacità di creare suggestioni oltre il contenuto strettamente tecnico delle illustrazioni.
Libro caldamente consigliato a piccoli lettori e lettrici, a partire dai cinque anni.

Eleonora

Nascosti nel cielo”, A. Bestard, Camelozampa 2022



lunedì 26 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MAGNIFICA VERTIGINE

Bianca, Paul De Moor & Kaatje Vermeire (trad. Joy Jansen) 
Kite Edizioni 2022 


ALBI ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)

"Da qualche parte c'è una grande terra bianca. 
Quella terra è circondata da un grande bianco mare. 
Tutti gli animali nella vasta terra bianca sono bianchi. 
Piccoli animali bianchi e grandi animali bianchi. 
La pioggia nella vasta terra bianca è bianca, ma la neve non lo è. 
C'è una grande casa bianca nella grande terra bianca." 

Al suo interno ci vive una bambina, Bianca (con sua sorella Alma). Nel giardino della casa crescono alberi bianchi e fiori bianchi. Le pareti sono bianche, così come sono bianchi i piatti, il tavolo e anche le mele e le pere. Persino le banane. 
La sua stanza, le sue bambole, il suo letto e il suo piumino: bianco. 
La cosa meravigliosa che accade è che nella sua finestra appare un grande quadro dove si vede una grande casa bianca... 
E anche quando sta per addormentarsi Bianca conta pecore bianche e quando prende sonno persino i suoi sogni sono bianchi: una grande terra bianca, circondata da un grande mare bianco dove abitano animali bianchi, piccoli e grandi. 
La pioggia è bianca, ma la neve no... 

Il testo che Paul De Moor ha scritto, quando un giorno davanti a un paesaggio innevato si è reso conto che la neve non era bianca, ma conteneva in sé molti altri colori, è tante cose diverse allo stesso tempo. 
Prima di tutto si tratta di un testo ipnotico, dove per più di novanta volte compare la parola bianco, il colore che tutto contiene, nelle sue diverse declinazioni - al maschile al femminile al singolare al plurale. Poi può essere definito un testo che ha le sembianze di una spirale, ovvero dimostra di avere un andamento 'circolare', pur avendo l'ardire di non ripassare mai per gli stessi punti esatti, ripercorrendo lo stesso perimetro, ma sempre con un leggero scarto rispetto alle volte precedenti. 
E ancora. Un testo che ha - in apparenza - la struttura di una matriosca, ossia dentro di sé contiene tante piccole riproduzioni di sé stesso. 


O forse sarebbe più corretto assimilarlo a un gioco di specchi che hanno la capacità di moltiplicare una immagine all'infinito? 
Di certo questa costruzione narrativa, che ha il tono di una poesia, dimostra da una parte di essere molto originale, ma dall'altra di essere altrettanto complessa. In assenza di scosse ed emozioni.
Un loop che ruota intorno al bianco. 
Non lo si può definire un testo costruito sull'immediatezza; al contrario le successive letture che richiede sembrano lì apposta per creare una sorta di magnifica vertigine. 
Un carattere che appare evidente, in questo suo continuo ripetersi ed evolversi (in una inspiegabile assenza di contraddizione interna!), è la grande fluidità che offre ai propri lettori. 
Ciascuno di loro, infatti, è all'entrata di un percorso labirintico ed è quindi chiamato a trovare un proprio bandolo di interpretazione, un vero e proprio 'filo di Arianna' per uscirne sano e salvo. E appagato. 
Diciamo che tutti i libri che meritano un bel po' di testa per essere capiti, così come tutti i libri che permettono al lettore di intraprendere un proprio percorso interpretativo personale, ecco i libri così di solito sono buoni libri. 
Anche se magari non si adattano a tutte le stagioni. 
E questa è forse una delle ragioni per cui Bianca di Paul De Moor ha trovato come illustratrice, non una qualsiasi, ma un'artista piena di talento, di coraggio e di immaginazione. 
Kaatje Vermeire, a parte la stima e l'amicizia che la lega a De Moor, ha tutte le qualità per confrontarsi con un testo del genere, e dargli una forma definitiva che però sia anche in grado di rispettarne la suddetta fluidità e il suo incedere cadenzato, tra ripetizione ed evoluzione. 
Come lei stessa dichiara in una intervista, per arrivare a costruire un immaginario figurativo di questo testo, ha dovuto leggerlo e rileggerlo molte e molte volte. Ha dovuto sudare parecchio. 


Poi, con le sue capacità e il suo coraggio, ne ha dato la sua personalissima lettura visuale. E, giocando con luci e ombre, ha creato profondità.
Ha dato corpo alle sue figure, laddove il testo le lasciava spazio per farlo: ha trovato soluzioni per una sorella che non si vede mai, ha dato un volto e un carattere e un immaginario a Bianca, le ha regalato un gatto, l'ha ritratta da mille angoli diversi, l'ha fatta uscire di casa, l'ha fatta correre nei prati; l'ha fatta ridere, le ha dato il buio e la luce, le ha dato dei giocattoli magnifici con cui giocare. 
E persino un paio di ali con cui uscire...



E come se non bastasse, si è anche districata a meraviglia sulla grande questione 'cromatica' di trovare una palette per tutto questo mare di bianco. 
In altre parole si è presa sulle proprie spalle la responsabilità di dare un colore, anzi molti colori, al bianco, arrivando a regalare dei veri e propri cieli notturni tersi e pieni di stelle o corruschi, ha dato colore all'acqua, alla neve, alla casa. 
E facendo tutto questo, in qualche modo ha permesso che il cerchio si chiudesse e si tornasse all'assunto di partenza dell'autore davanti alla neve. 
In sostanza il bianco (Munari ci vorrà perdonare, ma d'altronde lo stesso Crushiform pare confermarlo) è un colore senza colore. 


Un colore che esiste perché il nostro sguardo lo percepisce in ragione del fatto che racchiude in sé tutti i colori dello spettro visibile. 
Ecco: in Bianca la fisica tocca la poesia. 

Carla