lunedì 21 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRE LA VERITA' 

Parole di caramello
, Gonzalo Moure, Maria Girón (trad. Francesco Ferrucci) 
Kalandraka 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Kori finì di mangiare le sue lenticchie e andò in cortile. Si guardò intorno e non vide né sua madre, né la sorella maggiore, e nemmeno i suoi fratellini. Trovò le vecchie forbici con cui sua madre tagliava l'erba, e scegliendo ogni singolo stelo, ciascuno in un punto diverso in modo da non far notare la loro mancanza, preparò un ciuffo nella sua mano. Una volta finito, rimise le forbici dove le aveva trovate e guardò la piccolissima coltivazione d'orzo: non se ne sarebbe accorto nessuno. Nascose la mano con il ciuffo d'erba sotto la camicia e andò verso i recinti." 

Un fascetto di erba d'orzo è il suo primo regalo per in nuovo nato. 
Nel recinto dove i suoi zii allevano la dromedaria, è nato un piccolo. Kori lo va a trovare tutti i giorni e lo considera il suo unico amico. Quasi tutto il suo tempo Kori lo passa al di qua della rete a parlare e ad ascoltare quello che il piccolo dromedario, cui lui ha dato il nome di Caramello, ha da dirgli. 
Kori è un bambino sordo. Dalla sua bocca non escono suoni, ma nella sua testa riesce a leggere i segni diversi che fanno le labbra delle persone ma legge anche sulle labbra del piccolo dromedario sulle sue labbra che masticano l'aria versi e frasi. 


Nasce in Kori l'assoluta necessità di scrivere per ricordare quanto ascolta da Caramello. 
Kori così torna a scuola e con molta fatica e impegno impara a scrivere per non dimenticare. Riempie le pagine con i suoi pensieri, sono vere e proprie poesie, e con i pensieri di Caramello. 
Il dromedario cresce e dopo un anno il suo destino è segnato. Nella povertà in cui vivono tutti in quel campo di rifugiati saharawi in mezzo al nulla del deserto algerino, non c'è alcuna possibilità di allevare un dromedario maschio: le femmine danno il latte, i maschi... la carne. 

Due cose colpiscono chi legge questo racconto di Gonzalo Moure (Trenor) e tutte e due hanno a che fare con il saper raccontare la verità, nuda, per ciò che è. 
Sembrerebbe un compito semplice, quasi naturale, e invece non lo è affatto. Soprattutto, se si considera l'ambito in cui ci si trova: la letteratura per l'infanzia. 
Gonzalo Moure conduce il lettore, lo prende letteralmente per mano, per spiegargli con grande chiarezza e dovizia di dettagli, il luogo e il contesto in cui tutto avviene. La povertà assoluta di poche case di terra cruda in mezzo al nulla: non un albero, né un po' di erba. 
Ogni tanto qualche camion che nella polvere attraversa il villaggio per portare acqua o bombole di gas diventa per i ragazzini il divertimento della giornata. Inseguirlo, attaccarsi al paraurti e scendere al volo quando gli uomini seri che lo guidano scendono per liberarsene, dei ragazzini. 
E su tutto questo un immenso cielo azzurro da cui non cade neanche una goccia d'acqua. 
Qui vive Kori che è un bambino sordo: non ha nulla per sé, né suoni né voce, a parte l'affetto dei pochi adulti che gli girano attorno. Il loro tempo e la loro attenzione, però, è sottomessa a obblighi e faccende quotidiane. Così in famiglia nessuno si accorge per tempo della sua fuga con il piccolo dromedario e suo zio non ha mezzi per permettersi di allevare un secondo dromedario. 
In questo modo la verità diventa scomoda da raccontare, con tanti spigoli. Eppure. 
Nessuna ricerca di arrotondarli, gli spigoli, nessun tentativo di ammorbidire i toni, o di addomesticare la sequenza dei fatti per addolcire la lettura. Altro che parole di caramello.
Ma sono bambini... 


Ecco, è proprio questo il punto: sarà più saggio e utile nascondere loro certe durezze o piuttosto è più intelligente, serio e soprattutto onesto prenderli per mano e fargli attraversare questo piccolo dolore - che non va dimenticato è pur sempre letterario - per poi farli ragionare che così può essere la vita: con diversi spigoli contro cui sbattere? 
Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è affatto, purtroppo. 
Ma erano due le cose che avevano relazione con il racconto del vero: la seconda è nell'altro lato di questo racconto, ossia nelle immagini. 
Maria Girón dimostra innanzi tutto una grande sapienza nel segno, nella tecnica e nella resa della luce, ma soprattutto un grande talento nel saper disegnare i bambini e, forse più in generale, i corpi umani. 
E, più in particolare, saperli ritrarre nell'atto di agire, di muoversi nello spazio. E nel farlo applica una regola d'oro, ovvero l'onestà di cui si parlava prima. 
Nessuna smanceria o leziosità, nessuna strizzatina d'occhio. 
Qui, forse, è anche l'impegno del testo che le ha indicato una direzione da rispettare. 
Ma anche altrove non mi pare di vedere mai quel repertorio di stereotipi da cui pescano spesso e volentieri i cattivi disegnatori dell'infanzia (calzettoni rigorosamente uno su e uno giù, possibilmente maglietta a righe, possibilmente molte lentiggini sul naso rigorosamente all'insù e ginocchia sporche...) Kori è ritratto più volte nell'atto di agire, nella grande serietà che mette in tutto quello che fa, che sia tagliare l'erba da portare al dromedario o sia imparare a scrivere a scuola.


Indossa sempre la stessa maglietta e le stesse braghe, ad eccezione del momento della fuga, in cui fa la sua comparsa il turbante. A parte la tavola con la lacrima, tutto quello che le immagini descrivono ha un suo preciso rigore interno, lo stesso che traspare dalle parole. Con la stessa serietà e oggettività si racconta il contesto. 


L'unico canale attraverso cui passano le emozioni è il colore che letteralmente vibra attraverso la luce.

Carla

venerdì 18 novembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LA PERFEZIONE


Cilla Jackert, autrice svedese di libri e di serie televisive, firma un nuovo romanzo, tradotto da Samanta K. Milton Knowles per Camelozampa. Il precedente romanzo, pubblicato in Italia dallo stesso editore, ‘Le catastrofi del giorno’, ha vinto in patria il premio Slangbellan, come migliore nuova autrice per ragazzi. In ‘A nessuno piace Jonna’, in libreria da poche settimane, si affaccia un nuovo personaggio ‘difficile’, Jonna appunto, una ragazzina piena di difficoltà che preferisce il silenzio e le caramelle proibitissime in casa.
La conosciamo così, già dalle prime pagine, sdraiata nel letto nella sua cameretta in mansarda, cameretta che è una specie di campo di battaglia dove si accavallano mutande sporche e caramelle stantie, rubate qua e là. Jonna ha un problema, anzi più di uno. Il problema più ingombrante si chiama Miriam, la perfetta sorella maggiore, non solo bella, con i lunghi capelli color cioccolato, non solo brava a scuola, ma anche capace di eccellere nella musica, tanto da meritare un premio nazionale.
Doversi confrontare con tanta perfezione è davvero molto dura: non c’è cosa che Miriam non sappia fare, non ci sono ragazze che non vogliano essere sue amiche, ragazzi che non la cerchino. Jonna si sente esattamente nel lato opposto dell’universo, con una matassa di capelli incolti, abitudini igieniche alquanto approssimative, gli occhiali e gli incisivi troppo distanziati. Ha difficoltà con la scuola, fatica a scrivere, consegna spesso il foglio in bianco nelle verifiche, non sa spiegare le proprie difficoltà. Nella sua mente tutto è colpa di Miriam, della sua perfezione, dell’ammirazione che suscita in tutti, mentre lei, Jonna, non può piacere a nessuno, se non ad un’altra ‘irregolare’, la zia Debbie, ex tossicodipendente.
Così, una notte, in una delle sue consuete incursioni nella camera di Miriam, non si limita a rubarle qualche spicciolo e le caramelle, ma le taglia la bellissima treccia. Da qui una svolta di entrambe le sorelle: Miriam mostra la sua fragilità, Jonna la sua forza; entrambe riescono a cambiare un futuro che sembrava già scritto.
Il romanzo della Jackert, stampato meritoriamente in un font ad alta leggibilità, è un ritratto impietoso di una famiglia ‘normale’, in cui è normale che i genitori proiettino fantasie di gloria su una figlia ‘perfetta’, così come è normale che non riescano a parlare con la figlia più piccola, le cui difficoltà vengono anche negate.
Susan, la mamma, difende le sue figlie come può e come sa fare, all’interno di un sistema che chiede ai ragazzi di essere perfetti, belli, sani, bravi e contenti di quello che fanno. Il gesto di Jonna, tagliare i capelli della sorella, riesce a scardinare proprio questo, il sistema di aspettative che gli adulti riversano sui giovani e da cui questi sono schiacciati. Qui l’autrice mette in evidenza una delle grandi contraddizioni ‘educative’ dei nostri tempi: una dilagante ansia da prestazione, nei ragazzi, nei confronti di adulti che si aspettano da loro successo e felicità. Per questo motivo, il disagio diventa ‘indicibile’, proprio perché non previsto nel paradigma educativo.
Anche il rapporto fra le sorelle subisce una salutare svolta e così, come nel romanzo di Jerry Spinelli, la fraternità e la sorellanza trovano una fondamentale rilevanza, che si intreccia con il rapporto fra genitori e figli.
Consiglio caldamente la lettura di questo romanzo a tutte le ragazze e i ragazzi , a partire dai dodici anni, che non si sentono ‘a posto’ in questo mondo, così da poter scoprire di avere ragione.

Eleonora

“A nessuno piace Jonna”, C. Jackert, Camelozampa 2022





mercoledì 16 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GLI AMORI DIFFICILI

L'anello incantato, Maria Teresa Andruetto, Anna Forlati (trad. Mirta Cimmino) 
#Logosedizioni, 2022 


ILLUSTRATI PER MEDI ( dai 7 anni) 

"L'imperatore Carlomagno la vide e se ne innamorò. Lui era un uomo anziano lei solo una fanciulla. Ma l'imperatore se ne innamorò perdutamente e presto dimenticò i suoi doveri di sovrano. I nobili della corte erano molto preoccupati perché a Carlomagno non interessava più nulla. Né il denaro. Né la caccia. Né la guerra . Né le battaglie. Solo quella fanciulla. 
Malgrado tutto quell'amore, Ifigenia morì in un pomeriggio di aprile affollato di uccelli!" 

I cortigiani si rasserenarono perché pensarono che la svagatezza dell'imperatore fosse finita. E invece no: lui continuò ad amare quella fanciulla e ne fece imbalsamare il corpo e lo portò a corte dove lo venerava notte e giorno. I nobili pensarono che dietro questa follia macabra dell'imperatore ci fosse un incantesimo e scoprirono che nella bocca della fanciulla era nascosto un anello. L'arcivescovo lo prese e l'imperatore all'istante si innamorò di lui; così l'anello passò nelle mani del valletto e l'imperatore di costui si innamorò. Il valletto lo passò nelle mani del primo che incontrò per strada e l'imperatore cominciò ad amarlo. L'uomo, spaventato, lo diede a una gitana che, correndo, lo fece scivolare nel lago di Costanza, dove Ifigenia era solita passeggiare, e l'imperatore proprio di quello stesso lago si invaghì. 

Questa è la prima di sette brevi fiabe che, come perle di una collana, hanno un filo, anzi due, che le attraversano e le tengono insieme: ciascuna di loro si chiude con un guizzo, una giravolta che, tranne per la storia dei sassi neri e bianchi, ribalta il finale atteso, lasciando i lettori a bocca aperta.


© 
Anna Forlati

Il secondo filo che le unisce sta in uno dei temi cari alle fiabe: la necessità. 
Amori difficili e improrogabili sono quello di Carlomagno che deve innamorarsi di un lago, quello dell'uomo che aspetta sulla panchina per una intera notte la sua amata e poi, stanco e triste, si allontana senza vederla.
O quello del barbiere di Baghdad che impiega una vita intera per liberare la bella principessa, figlia del sovrano Al-Mansur, che l'invasore Osman richiuse in una torre ai confini del mondo o ancora quello di Longobardo che non sa resistere alla tentazione di sciogliere il fiocco che la bella cortigiana con l'abito di velluto rosso porta legato intorno al collo; o quello egoista di un padre e quello irresistibile di sua figlia per il carbonaio. 
Eì il seme dell'urgenza, del bisogno a ogni costo che germoglia e fa crescere la narrazione. 
Non è passato tanto dal giorno in cui si ragionava del senso della fiaba e della propria resistenza al tempo. E in quello stesso contesto si rifletteva anche delle rielaborazioni contemporanee di questo genere imperituro.


© 
Anna Forlati
 
A parte le riscritture in chiave ironica, in chiave politica o sociale dei grandi classici, Cappuccetti che decidono di abitare per sempre nelle pance dei lupi, porcellini che si liberano in senso letterale delle pagine che li contengono, esiste un ulteriore merito che alla fiaba contemporanea si deve: ed è quello di essere concepita con l'intento di cambiare la prospettiva e non solo nel senso più letterale, ossia raccontare la storia di cappuccetto rosso così come la può aver vissuta il lupo, ma piuttosto di intervenire e in qualche modo scardinare della fiaba stessa un elemento costitutivo, ossia il finale. 
Il naturale sbocco a cui secoli di tradizione ci ha abituato, assuefatto si potrebbe dire, nelle sapienti mani della Andruetto diventa qualcos'altro. 
Si badi bene che la funzione del finale che appiana ogni cosa e che fa trionfare il Bene sul Male non viene sfiorata o discussa nella sua sostanza, come se la cosa non la interessasse effettivamente. 
Quello che succede invece è l'inceppamento programmatico dell'oliato meccanismo per vedere che cosa accade, che cosa provoca. E non tanto nella fiaba in sé, ma nel lettore. 
Questa, non mi stancherò di sostenerlo, è una delle bellezze della letteratura: essere capace di spostare e muovere il pensiero. 


© 
Anna Forlati

Di solito, quando si chiudono i libri che contengono una storia uscita dalla testa di Maria Teresa Andruetto, non si ha mai la sensazione che tutto sia esattamente come prima di averlo aperto: le sue parole attraversano il lettore e lasciano inevitabilmente traccia di sé. 
In questo caso particolare, un sapiente uso del linguaggio proprio della fiaba, una scorrevolezza da lingua parlata e nello stesso tempo una capacità di rendere palpabile la sospensione del tempo e la vaghezza del luogo, come la migliore fiaba pretende, si mettono al servizio di questo inceppamento che provoca una inaspettata capriola nello scorrere del racconto. 
E, necessariamente, la visione cambia. 
Penso all'uomo sulla panchina sbagliata, al nastro sciolto per troppa curiosità, ai bambini corvi, alla bellezza che non perde il suo profumo ma, una volta raggiunta, si trasforma in vecchiaia e diventa solo un ricordo. A cose così. 
Leggere per credere. 
E a proposito di attraversare, sembra che anche i disegni di Anna Forlati abbiano lo stesso andamento delle parole. I personaggi, non tutti ma un buon numero, entrano nel libro in corteo, ancora prima che tutto cominci, attraversano le pagine e poi ognuno di loro si colloca nel posto assegnatogli dal racconto e fa, ovvero recita, la sua parte. Poi, quando tutto è stato detto, si riuniscono nuovamente, i restanti che non erano entrati nel corteo iniziale, e nuovamente insieme escono di scena e dal libro.


© 
Anna Forlati

Ognuna delle tavole, come ciascuna fiaba, ha un colore dominante, una sorta di cifra di riconoscimento. E la scelta di uno o dell'altro sembrerebbe dettata da una lettura attenta di ogni piccola piega del testo e da una sensibilità nel cogliere le diversità emotive che attraversano i singoli racconti: il blu per la notte sulla panchina e la malinconia, il porpora per l'abito della cortigiana e per il troppo ardore, il giallo per l'Estremo oriente e per dare una luce alla felicità.

Carla

lunedì 14 novembre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!


L’ANIMALE PIU’ PERICOLOSO DEL MONDO


Yuval Noah Harari, storico e filosofo, ha raggiunto un successo planetario con il saggio ‘Sapiens. Da animali a dei’ e poi con la versione a fumetti, in due volumi; tutti titoli pubblicati in Italia da Bompiani. Ora, lo stesso editore pubblica una versione per ragazzi, intitolata ‘Noi inarrestabili. Come ci siamo presi il mondo’, con le illustrazioni di Ricard Zaplana Ruiz.
La questione di fondo, posta dal libro di Harari, riguarda la comprensione della diversità umana rispetto al mondo animale cui appartiene e la specificità del Homo Sapiens rispetto alle specie umane con cui ha convissuto nella Preistoria.
Per dare risposta a una domanda così complessa, l’autore racconta con brevi capitoli ed una terminologia molto chiara l’evoluzione della specie umana e i profondi cambiamenti portati dalle prime grandi invenzioni ‘tecnologiche’: il fuoco, l’uso di strumenti in pietra e così via.
Quello che però contraddistingue soprattutto, ma non esclusivamente, la specie Homo Sapiens è il pensiero astratto, quindi la capacità di unire le comunità con un ‘racconto’ comune, e l’organizzazione di grandi gruppi che questo consentiva. La tesi, che denota un approccio soprattutto antropologico, è che la capacità di creare un universo simbolico abbia fornito ai nostri progenitori la possibilità di compiere un salto di qualità nella caccia alle grandi prede. Esempio, fra tutti, l’estinzione della mega fauna in Australia e in America, successiva all’arrivo dei Sapiens in quei territori.
Interessante la descrizione della vita delle comunità di cacciatori raccoglitori, così come il confronto con la nostra dimensione sociale contemporanea. Il libro ha due evidenti finalità: spiegare ai più giovani la storia della comunità umana cui tutti apparteniamo e, nello stesso tempo, sottolinearne l’immenso potenziale distruttivo, già evidenziato nel Pleistocene e poi continuato con le numerose estinzioni provocate dalla presenza umana. Il libro termina con un esplicito invito ai più giovani a farsi parte attiva nel modificare quello che non è un destino, ma una precisa scelta.
La finalità di Harari, di rendere maggiormente consapevoli i più giovani delle responsabilità della nostra specie nel futuro del mondo, è, con qualche riserva, condivisibile e importante. Forse un po’ forzato cercare nella Preistoria le radici di un modo di stare al mondo, un modo predatorio, ma l’intento è nobile, mostrandoci un ritratto a tinte forti della nostra specie. In particolare trovo che sia parziale il punto di vista che ci attribuisce solo un ruolo da spietati distruttori: infatti, come spesso si è sottolineato, non siamo solo i carnefici, ma anche le vittime, quelli la cui vita è messa a repentaglio dai cambiamenti climatici, e non solo, da noi stessi alimentati. Non è nemmeno detto che il mondo finisca con noi, ci sono molte specie resilienti, capaci di sopravviverci.
Inevitabilmente c’è qualche semplificazione: la coesistenza fra Sapiens e Neanderthal in Europa è stata molto più lunga di quanto Harari faccia supporre e così anche per altri aspetti.
Trovo comunque meritoria e stimolante questa traduzione della Preistoria in chiave ‘presente’, come annunciasse già le contraddizioni che abbiamo davanti agli occhi, quella grande potenza creatrice e, nello stesso tempo, un altrettanto grande potere distruttivo.
Consiglio la lettura a ragazzi e ragazze interessati alla storia, ma anche a quelli che vogliano trovane nuovi argomenti alla critica del mondo attuale, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Noi inarrestabili. Come ci siamo presi il mondo”, Y. N. Harari, ill. di R. Zaplana Ruiz, Bompiani 2022





 

venerdì 11 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I CINQUE GRAZIE

Sotto lo stesso tetto, Chris Raschka (trad. Francesco Piperno) 
Biancoenero 2022 


 NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Theo trovò Bunchley sul marciapiede, con tutta l'aria di una begonia appassita. 'Che problema c'è signor Bunchley? gli chiese Theo. Questa è la mia ultima settimana al 777' disse Bunchley, calciando un sassolino nel canale di scolo. 'Sul serio? Come mai?' 'Non so parlare di baseball' 'Neanche io' disse Theo. Mentre apriva la pesante porta d'ingresso che il signor Bunchley aveva trascurato di aprire, Theo si fermò un attimo pensieroso. Bunchley, tornando in sé, balzò verso la porta per tenerla aperta. 'Grazie, signor Bunchley. Penso di sapere come fare a tirarci entrambi su di morale. Torno subito." 

Theo, ragazzetto delle medie che vive al diciannovesimo piano del palazzo al civico 777 di Garden Avenue a New York, ha un problema anche lui: scrivere un tema dal titolo Quale sarebbe stato il social media preferito da Jane Austen se fosse stata una teenager oggi?
Il portiere, autorevole e pieno di ottime qualità che però non sa parlare di baseball con gli inquilini a cui rispettosamente rivolge sempre almeno un saluto nel aprire loro il portone di accesso, e un ragazzetto, che ha bisogno di schiarirsi le idee, trovano il loro modo di superare la difficoltà grazie a una Painted Lady, un garofano a strisce bianche e rosse. 
Quei due, un omone dentro il suo cappottone e con un autorevole cappello in testa e un ragazzino entrano in connessione su una cosa che li tiene insieme, l'amore per la botanica, e cominciano a disporre sul davanzale nell'atrio del palazzo una pianta dopo l'altra, una più bella e rara dell'altra. 
La prima cosa che succede è che gli abitanti del palazzo se ne accorgono e se ne compiacciono (e smettono di commentare il baseball, parlando piuttosto delle nuove piantine), tra loro anche l'anziana proprietaria dell'intero stabile di più di venti piani, la signora Rotterdam-Bottom. 
a seconda cosa che succede è che per questa profumata novità, non solo Bunchley non perde il posto per la sua insipienza nel baseball, ma riceve anche un aumento di stipendio. Potere delle connessioni. 
Un edificio di ventidue piani nell'East Side costruito ai primi del Novecento da due valenti architetti, uno strutturista e uno creativo che potrebbe essere definito neo-proto-azteco-egizio-gotico con elementi vichinghi qui e lì. Questo è il contenitore, tutt'altro che silenzioso nelle sue strutture (dall'ascensore alla caldaia), in cui agiscono, si muovono entrano in connessione tra loro i diversi inquilini: musicisti jazz (a due e a quattro zampe), coppie inseparabili, ragazzine con la passione per l'idraulica e della maglia, signore che hanno a cuore il decoro, vecchi piloti di jet che hanno a cuore, invece, la gravità e i piccioni, cantanti d'opera con la passione per i dolci, psichiatri (a due e quattro zampe), oltre naturalmente all'amministratore, il manutentore e lui, il portiere. 

Riconosciuto come uno dei migliori illustratori contemporanei, due Caldecott (2006 e 2012) e una Honor (1994) già messe da parte, Chris Raschka dimostra di essere anche un eccellente scrittore. 
Due (ma forse anche cinque) principalmente i fattori che a mio avviso lo rendono tale: da una parte la capacità di costruire una trama, una griglia narrativa davvero molto robusta. 
Un romanzo corale in cui vediamo agire un buon numero di personaggi che entrano ed escono di scena, come accadrebbe nella vita vera, da un grande palazzo di 22 piani a Manhattan, Upper East Side. 
Il topos del palazzo come contenitore delle singole storie e dei reciproci intrecci non è certo una novità, ciò nonostante spicca la sua volontà di fare un passo ancora ulteriore e di dare voce al contenitore stesso, come se fosse personaggio tra i personaggi, in una sorta di animismo meraviglioso in cui anche un ascensore può contribuire a far sbocciare un amore e una caldaia sa reagire dal punto di vista fisiologico allo stesso modo di una ragazzina di quarta elementare, quando beve latte scremato.
Questa sua attenzione rivolta al contenitore è la stessa che lui va sostenendo quando si parla di albi illustrati: l'arte di un libro con le figure, non la fanno solo le figure e le parole (e la loro relazione reciproca), ma anche il libro stesso: il contenitore, appunto. 
A parte questo, che comunque è segnale di un profondo ragionamento di un genio creativo, nel romanzo si coglie all'istante una sua grande capacità di dare corpo - e soprattutto anima - a tutti quelli che transitano sulla pagina. E di farlo, ed è qui lo scatto di qualità, senza spendere neanche una parola su quello che esula dal mero accadimento. 
Mi spiego. Noi capiamo chi sia Theo solo attraverso quello che Theo fa o dice. Lo stesso accade per il signor Bunchley, per la piccola Victoria, per il signor Jones e il signor Norton e per tutti gli altri: da un punto di osservazione distante quanto basta li vediamo agire, li sentiamo parlare o tacere, dialogare o arrabbiarsi, lavorare, dormire, uscire, tornare, pranzare... e lentamente ma inesorabilmente sappiamo chi sono fino in fondo. 
Non una parola spesa da Raschka per spiegarci le cose. Lui, semplicemente, le fa succedere. Nessuna 'voce fuori campo' che spieghi. 
L'intelligenza del lettore è fatta salva. E non potrà che esserne grato all'autore.
Un esempio eclatante è il racconto, a mio avviso il migliore per quanto sappia essere emblematico in tal senso, Acqua caldaCome raccontare, con leggerezza e ironia, cose giganti (su cui fiumi di inchistro e di retorica sono stati spesi) come  l'amicizia, l'amore, la paura, la solitudine. E farlo attraverso una semplice sequenza di accadimenti in sole scarse 24 pagine che ruotano in sostanza intorno a dell'acqua calda, appunto. 
Quella di una vasca da bagno e quella contenuta in una teiera. Chapeau!
E qui arriva la seconda ragione per cui Raschka scrittore eguaglia se non supera il Raschka illustratore. 
E a proposito di illustrazione, devo per forza fare riferimento a un amico di Raschka e suo estimatore, David Wiesner. Si potrebbe dire che abbiano un punto di vista analogo e un medesimo tono nel raccontare. 
La capacità dimostrata da quest'ultimo nel creare l'impossibile dal possibile, di creare l'invisibile nel visibile si ritrova con Raschka anche nella narrativa. 
Tanto Wiesner costruisce per i suoi albi (soprattutto quelli senza parole) strutture narrative pervase di una logica stringente, tanto ragiona perché ciascun dettaglio delle sue tavole abbia un preciso senso e ragione di esistere, tanto il suo progetto mentale, che parte da un'immagine anche la più assurda di sempre -delle rane che volano su delle foglie di ninfea attraverso la notte nel cielo cittadino o dei porcellini su una pagina di un libro di fiabe- deve appoggiarsi sulla solidità di quella logica, di una realtà riconoscibile come tale. Solo in tal modo i lettori possono dargli fiducia, credergli e farsi quindi condurre verso un altrove, per assistere convinti all'impossibile che si manifesta. 
Ecco, altrettanto fa Raschka nel raccontare la vita che accanto a situazioni in cui ci ciascuno si può riconoscere, mutatis mutandis il portinaio che commenta o non sa commentare la partita della Nazionale, riempie con la sua inventiva sacchi di meraviglia. 
In altre parole si tratta di un uso sapientissimo della propria immaginazione che sa insinuarsi e poi crescere e, prendere forma e corpo. Secondo motivo per ringraziarlo.
Ma c'è anche uno scatto in avanti ulteriore. 
Raschka come Wiesner studia, si documenta e riempie di informazioni il racconto. Dopo aver letto le quasi trecento pagine, accanto all'accresciuto immaginario, il bagaglio di conoscenze è decisamente più pesante che alla partenza. 
E qui parte il terzo ringraziamento.
In ultimo due parole sul tono che Wiesner (fin troppo misconosciuto questo suo lato al quale lui tanto invece tiene) e Raschka ancora condividono: l'ironia che attraversa i loro racconti. E il quarto grazie sorge spontaneo.
In ultimissimo apprezzare la cura che ancora tiene insieme questi due giganti. La cura che mettono in ogni dettaglio, la cura del segno e della parola: un atto di grande rispetto di cui esser loro grati. Cura che in questo romanzo raggiunge il suo vertice nelle pagine finali, perfettamente speculari all'inizio e che sono di nuovo un elenco di fatti per dimostrare il nocciolo dell'intera storia. Che non dirò qui.
Da non perdere, per nessuna ragione al mondo.

Carla

mercoledì 9 novembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BOMBER

‘Bomber. Quando il cielo cade a pezzi’ è il romanzo di Paul Dowswell, pubblicato in questi giorni dall’Editrice Equilibri. Racconta le vicende di un gruppo di aviatori americani, mandati, con le loro ‘fortezze volanti’, in supporto dell’aviazione inglese.
Harry Friedman è un giovane ebreo americano, ha diciassette anni, e si è arruolato, nascondendo l’età, come aviatore. Dopo l’addestramento in patria, viene trasferito in Gran Bretagna, a Kirkstead, dove ha sede il suo squadrone di bombardieri, in aiuto all’aviazione inglese. Siamo nell’agosto del 1943, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e i cieli dell’Europa sono solcati dagli aerei da guerra, i bombardieri micidiali che annientano, oltre le postazioni militari e le infrastruttura strategiche, anche le città.
Di tutto questo Harry sa poco o niente: della guerra vede il lato avventuroso, eroico; il bombardiere, su cui si imbarcherà, si chiama Macey May e lui dovrà posizionarsi nella torretta sottostante il corpo dell’aeroplano, come mitragliere ventrale.
Già il primo volo di prova mette alla prova l’equipaggio, coinvolto in un fortunoso ammaraggio; ma le prime missioni vere e proprie aprono gli occhi del giovane aviatore su quello che significa realmente la guerra: l’attacco dei caccia tedeschi, la contraerea, l’esplosione in volo di altri velivoli, tutto concorre a scatenare la paura, quella immediata, di non riuscire a sopravvivere, e quella più strisciante, che rende evidente la precarietà della vita dei combattenti.
Spesso la sopravvivenza è dovuta al caso: l’aviatore tedesco che decide di non colpire il Macey May, che ha già un motore in fiamme, consente ai sopravvissuti dell’equipaggio americano di tentare la sorte lanciandosi con il paracadute in territorio francese.
Harry ce la fa e si ricongiunge, per puro caso, a un commilitone, Stearkley; entrambi sono raccolti da un contadino francese che li mette in contatto con la Resistenza. L’obiettivo è riuscire a rientrare in Gran Bretagna, ma non dirigendosi verso la Manica, quanto a sud, passando il confine con la Spagna, sui Pirenei, per poi raggiungere il Consolato inglese a Bilbao. In questo pericoloso percorso, Harry si rende conto di un altro aspetto della guerra, quello dei civili dei paesi occupati dai nazisti, quello della Resistenza, quello delle città bombardate.
Senza svelare altro della trama, vorrei sottolineare come ancora una volta Dowswell mostra la sua innegabile abilità di narratore di storie di guerra: in primo luogo, la ricostruzione storica, ma anche tecnica, è accuratissima e dettagliata, tanto da far rivivere aspetti poco conosciuti della vita dei militari e dei civili coinvolti nel conflitto; in secondo luogo, l’autore inglese imposta la sua narrazione con un punto di vista ‘dal basso’, cioè di chi esegue gli ordini, o fa la propria parte nell’organizzazione clandestina, non riuscendo a coglierne, spesso, gli obiettivi strategici. Si tratta di una realtà fatta di coraggio, di tradimenti, di crudeltà e di grande generosità espressi da persone qualunque. Quello dei personaggi è il terzo punto di forza: in questo romanzo seguiamo le vicende di Harry, che da ragazzino idealista si trasforma in pochi mesi in un reduce che ha visto la morte in faccia più di una volta. C’è poi la giovane partigiana francese, Natalie, la sua necessaria durezza e le contraddizioni che la realtà della guerra inducono nelle persone migliori. Infine, la figura del traditore, dell’americano spia dei nazisti, testimone della presenza non esigua di formazioni filo naziste in America.
‘Bomber’ è un romanzo complesso, che affianca alla dimensione avventurosa, che contraddistingue le scelte stilistiche di Dowswell, un intreccio che connette diversi aspetti di un brevissimo lasso di tempo, dall’agosto al dicembre del ‘43: le battaglie nei cieli, la vita nelle città sotto attacco, la guerra combattuta dai civili, dagli eserciti regolari e irregolari. La narrazione scorre veloce, con un linguaggio che ben rende l’idea dell’asprezza delle vite raccontate nel romanzo, con una grande attenzione ai dettagli, ai paesaggi, agli odori, ai cibi offerti, al freddo e alla fame.
Piacerà sicuramente ai lettori e alle lettrici che amano i romanzi storici e le storie di guerra; suggerisco caldamente la lettura a partire dai tredici anni.

Eleonora

“Bomber. Quando il cielo cade a pezzi”, P. Dowswell, trad. A. Martelli e E. Beccalli, Editrice Equilibri 2022





 

lunedì 7 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ATTENTI A QUEI DUE 

Nonno Piero, Kristien Aertssen (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"La battaglia sta per iniziare! 
Io sono il cavaliere e il nonno è il mio cavallo. 
Abbiamo già salvato la principessa. 
Dobbiamo ancora combattere contro i guerrieri e il drago. 
Quando giochiamo al gatto e al topo Nonno Piero non riesce mai a prendermi." 

Interno, pomeriggio. Casa dei nonni. Il nonno, Nonno Piero per la precisione, è passato a scuola a prendere il nipote, lo ha caricato sulla bici e poi se lo è portato, pedalando, a casa. Casa dalla quale la nonna tutta in ghingheri è appena uscita per andare al suo corso di danza. 
Interno, pomeriggio, nonno con nipote. Soli, miscela esplosiva. Il bambino lo ha dichiarato chiaro e forte: a lui piace andare a casa dei nonni. E il perché sta proprio in quel nonno (e di riflesso di quella nonna che li lascia soli): Nonno Piero non è solo un cavallo, un gatto famelico, un aeroplano per volare, ma anche un coniglio mangiaverdure, ma anche un mago per le frittate di verdure e una scimmia per i dolci alla banana. Sa essere anche un elefante doccia, ma soprattutto è un grande orso lettore di storie: almeno cinque... prima di addormentarsi. 
Addormentarsi, chi? 

Ci sono alcuni elementi in questo libro che lo rendono all'istante più piacevole di altri che intorno alla stessa questione girano: nonni e nipoti. 
Se li volessimo mettere in sequenza, si potrebbe partire dal titolo. Nonno Piero non è un nonno qualsiasi, è solo quello, è Piero, non Mario. 
E ancora: il fatto di dargli una precisa identità fa sì che immediatamente diventi per chi legge uno più conosciuto di altri e che sia 'di famiglia' e - soprattutto - lo si assimila, per quel Piero dopo nonno, a tutti quei nonni che, per l'appunto nella vita vera vengono sempre chiamati con il loro nome proprio per distinguerli da Nonno Mario, Nonno Luigi ecc. Questo significa, a voler leggere in trasparenza il testo, che si riconosce un preciso ruolo sociale dei nonni all'interno della gestione familiare. Fortunati quei genitori e quei bambini che possono contare su una squadra da quattro, ma potrebbe anche succedere di averne sei o otto. E più si è, meglio è. 
Altro elemento, che potrebbe sembrare un dettaglio, è il fatto che la nonna si tolga dai piedi subito, uscendo fisicamente di scena e imboccando la porta, nonché il margine sinistro della pagina (lo stesso accade al suo rientro, ma ovviamente in direzione opposta). E che abbia preparato una cena inadatta, troppo salutista, alla circostanza. Due minuscole belle idee che creano immediatamente complicità tra quei due (come se ce ne fosse bisogno). 


Il fatto che stia andando anche lei a divertirsi in una cosa che non li riguarda affatto, è un ulteriore dettaglio che mette di miglior umore e che riconferma il piglio 'femminista' di questa artista fiamminga. La sua assenza è necessaria per lo svolgimento di tutta la storia e soprattutto per il finale, con il suo rientro in scena. 
Nonna giovanile e indipendente, nonno in bici, attore, a carponi, poi con un dolore al ginocchio, quindi ai fornelli, alla cura dell'igiene e infine alla lettura in poltrona: sono il ritratto di quella sconfinata categoria di nonni accudenti/divertenti cui vengono affidate torme di ragazzini e ragazzine di genitori lavoratori. 
E i nonni veri, come Piero, avranno anche loro una stanza o un angolo, o un armadio, o un cassetto dei tesori.... 
Questo è per dire che la Aertessen è brava a costruire un contesto riconoscibile e a costruirlo con tutto quello che occorre per mettere i propri lettori in un'area di morbido relax, senza per questo cadere nel 'miele'. 
E a proposito di comfort zone, le illustrazioni fanno il resto.


La Aertessen che abbiamo tanto amato per La regina dei baci (una sbirciatina tra i libri di Leo...) e con Il principe Arturo e la principessa Leila si riconferma una illustratrice della grande scuola, quel tipo di illustrazione sapientemente classica in cui le singole parti della composizione sono riconoscibili all'istante, salvo poi arricchirsi di una piccola serie di dettagli ironici, come la lingua del nonno ai pedali, la canottiera con la S di Superman e i suoi peli, i pantaloni a quadri da cuoco e l'accappatoio di spugna e soprattutto il pigiamone da orso che li assimila: come a dire noi apparteniamo alla stessa famiglia...


E a questo proposito occorre notare due ultime cose: la cura del disegno che si riconosce in quel segno a matita che corre sicuro e non perde un colpo nel raccontare tutto, ma proprio tutto con una precisione fotografica e nello stesso tempo quello stesso segno ha la capacità di portare verso una dimensione tutta emotiva. Come la ottiene? 
A parte tutti gli scenari, dalla collezione di maschere al bagno in fiore, la raggiunge attraverso scelte formali che conducono il lettore - in assoluto silenzio e in modo del tutto inconsapevole - a sentirsi coinvolto, ad affezionarsi a quei due: una per tutte le dimensioni dell'uno rispetto all'altro.


Carla

venerdì 4 novembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

GABBIE


Il tema del progresso scientifico, del conflitto fra fede e ragione, già posto dai due autori, Guido Quarzo ed Anna Vivarelli, è riproposto nel nuovo romanzo che i due scrittori firmano insieme: ‘Gabbie’, pubblicato da Uovonero. Come ne ‘La danza delle rane’ lo sfondo storico era quello del Secolo dei Lumi , qui l’intreccio narrativo si sviluppa a partire dal violento scontro culturale provocato dal darwinismo nell’ambiente accademico e non solo, che ha mobilitato passioni contrapposte nel nome della scienza o della fede: nulla di più scandaloso che sottrarre la creazione dell’uomo all’intervento divino, sostituendogli l’azione dell’evoluzione e della selezione naturale.
Nel romanzo di Quarzo e Vivarelli, ambientato a Torino nel 1879, nella prestigiosa Accademia delle Scienze, un gruppo di accademici discute se assegnare un premio, per le sue ricerche di botanica, proprio a Charles Darwin. Fra i preziosi volumi della Biblioteca e i reperti del Museo si aggirano vari personaggi, ciascuno delineato con accuratezza: il direttore Bonaccorsi, maestro della diplomazia, un fattorino, Ausonio, e un inserviente, Pietro che in realtà, nottetempo, ruba su commissione diversi volumi rari. A turbare le attività illecite di Pietro interviene l’arrivo nel Museo di Stefano, nipote del direttore ed ex degente dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno. In realtà il ragazzo, che immaginiamo essere autistico, alle sue difficoltà sociali, affianca doti intellettuali significative: impara a leggere da solo ed ha una memoria prodigiosa.
Nel frattempo, Pietro viene in contatto, grazie ad un cugino, con un predicatore che aizza i suoi seguaci proprio contro il darwinismo, contro l’idea che uomo e scimmie possano avere un antenato comune. Così nasce, fra pochi congiurati, l’idea di rapire la scimmia di un circo, per lasciarla provocatoriamente all’interno del Museo. L’incursione ha un esito imprevisto, la scimmia muore e viene ritrovata, pochi giorni dopo, riversa sul corpo senza vita di uno degli Accademici.
Le indagini sono condotte da un poliziotto dalla dubbia moralità e, non a caso, i suoi sospetti ricadono su Stefano, difeso solamente dallo zio, da Lisa, della trattoria in cui mangia tutti i giorni il ragazzo, e dalla giovane scienziata Ida Stoppani.
Di più non posso svelare dell’intreccio, vorrei però sottolineare alcuni punti di forza di questo romanzo: innanzitutto la perfetta integrazione fra le diverse tematiche che lo attraversano, la ricostruzione del clima culturale, la diffusa ignoranza, i pregiudizi nei confronti delle donne ‘colte’ e, ancor di più, le segregazione dei cosiddetti ‘alienati’, spesso considerati un peso per le famiglie, che ben volentieri li facevano rinchiudere nei manicomi.
In secondo luogo, è rilevante l’accuratezza della descrizione del clima culturale, la singolare avversione che i settori più retrivi della società nutrivano nei confronti dell’evoluzionismo, avversione che, come ho detto più volte, non si è mai del tutto sopita. Ma anche la precisione con cui viene descritto l’ambiente accademico, con le sue diatribe e le rivalità personali.
Infine, l’umanità dei personaggi, spesso coinvolti loro malgrado in una storia di cui non comprendono la portata.
Il titolo, ‘Gabbie’, fa un evidente riferimento alle gabbie fisiche, quella che rinchiude lo sfortunato scimpanzé Chocolat, quella che delimita i percorsi di vita dei ‘matti’, e mentali, fatte di pregiudizi e superstizioni che inevitabilmente si contrappongono alle nuove visioni del mondo che la scienza di volta in volta suggerisce.
Il testo vien proposto anche in formato audio, in collaborazione con l’editore Emons, dando vita ad una nuova collana, i Geodi sonori, pensata proprio per supportare chi ha difficoltà di lettura.
Consiglio caldamente la lettura, così ricca di spunti di approfondimento, a ragazze e ragazzi di almeno dodici anni.

Eleonora

“Gabbie”, G. Quarzo, A. Vivarelli, illustrazioni di Peppo Bianchessi, Uovonero 2022



mercoledì 2 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AH, PER L'AMORE

Il centro del mondo, Andreas Steinhöfel (trad. Angela Ricci) 
La nuova Frontiera 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Glass si svegliò di colpo proprio mentre il treno si fermava. All'improvviso sentì il ventre contrarsi e per la prima volta ebbe seriamente il timore che fossero le prime avvisaglie delle doglie del parto. Nervosa, guardò fuori dal finestrino. Avvolto in un semicerchio di opaca luce giallastra, scorse l'edificio di una stazioncina e un cartello malconcio e a malapena leggibile. Era arrivata. Ad accoglierla sulla banchina trovò un freddo tagliente. Le poche persone che insieme a lei erano scese dal treno si sparpagliarono nell'oscurità come colombe risvegliate di colpo dal sonno. Di Stella non c'era traccia." 

Il capostazione le spiega che Visible era facilmente raggiungibile a piedi: un quarto d'ora di cammino dal paese, un ponte da attraversare e, al limitare del bosco, sarebbe arrivata a destinazione. In quel breve tragitto Glass, attaccata a una betulla, partorisce la sua bambina Dianne e dopo poco - al coperto, ormai dentro Visible che non era una casa ma un vero castello, soccorsa da Tereza che era uscita sentendo le sue grida, nasce anche suo fratello Phil. 
Comincia così la loro storia: una giovane ragazza americana, incinta, che si imbarca verso l'Europa in cerca di un suo posto nel mondo. Visible, questo strano castello in disarmo, enorme e gelido d'inverno, ma sempre pieno di fascino e mistero, è il suo punto di arrivo. 
Questa casa è testimone silenziosa dell'infanzia dei due bambini, della giovinezza della loro madre, molto movimentata tra storie sentimentali e battaglie contro il perbenismo e la maldicenza dei paesani. 
Tra avvicinamenti, e incomprensioni, tra silenzi e intese, i due gemelli con il crescere smettono di essere 'una cosa sola', e si affacciano alla loro complicata adolescenza. 
Glass continua a essere davvero unica nel suo genere, sa essere affettuosa, ma è anche uno spirito indomabile e libero. Sensibilissima pur nelle sue scabrosità, è una madre che non molla mai. Nel bene e nel male. 
Dianne, piena di silenzi e misteri, vera creatura della notte, si muove felpata. 
Phil ascolta il proprio cuore battere e si interroga. Su tutti loro si spande l'affetto e le cure che Tereza dispensa con generosità. 
Intorno a quel luogo, è forse il centro del mondo?, si incrociano i destini di personaggi che con il tempo diventano costanti, accanto a quelli di coloro che di lì passeranno solo una volta. Si arriva, si parte. Si scappa e si torna. Nascono e finiscono amori, crescono ed esplodono bambolotti e amicizie, si confezionano segreti e li si avvolge nella nebbia e nel silenzio. 
Eppure, lentamente ma inesorabilmente, tutto prende la strada che deve prendere. Be' se è così... è così! E a me sta bene. 

Questo libro, sulle spalle ha già più di vent'anni,  dimostra di avere la capacità di suscitare molte sensazioni e svariati pensieri. 
La prima, molto personale, la si potrebbe descrivere come ambivalente: da un lato un desiderio fortissimo di proseguire la lettura e dall'altro quello di centellinarsela. Per quasi quattrocento pagine si è verificata questa oscillazione di moto: tra la spinta in avanti e la frenata brusca. 
Poi arrivano le ultime cinquanta pagine e tutto precipita e non ci sono freni che tengano. E non resta che arrendersi e constatare tra le lacrime: Accidenti, che storia! 
La seconda: una scrittura che dimostra di saper generare e trasmettere, attraverso metafore e similitudini, magnifiche percezioni visive, olfattive, tattili. Colori, odori, sapori.
I successivi pensieri sulla qualità di un libro del genere si muovono in modo più organico e meno emotivo, speriamo. 
Come l'affetto di Tereza che permea ogni poro della pelle di Phil, Dianne, Glass e via dicendo, altrettanto la scrittura di Steinhöfel dà loro corpo e anche molta anima. 
Come un fiume, il romanzo è capace di scorrere e attraversare qualsiasi questione e di misurarne profondità e portata: dalle relazioni familiari in tutte le loro molteplici e complicate sfaccettature, all'amore nelle sue altrettanto complesse e varie direzioni che può prendere; dall'amicizia al tradimento; dall'oscurantismo alla libertà e al diritto; dal perbenismo all'anticonformismo; dallo stigma al riscatto sociale; dal silenzio alla parola; dal desiderio di andare a quello di restare. Tutto questo è raccontato nel migliore dei modi possibile. 
Una scrittura connotata da una scelta così attenta delle definizioni (applausi a chi lo ha tradotto) che diventano all'istante indimenticabili: Visible, darling con il suo improbabile plurale darlings, mum, le sventoline, la Piccola Gente, il Maratoneta, il povero becchino, il numero Tre, Zefiro, Paleiko (fate sapere a Steinhöfel che ho risolto il suo enigma)... 
Altro pensiero riguarda l'imponenza della struttura: un intreccio così robusto è raro trovarlo e altrettanto insolito constatarne la tenuta solida dal prologo all'epilogo. Neanche una smagliatura. 
E ancora: impossibile non notare come la trama costituita da mille mila fili di racconto differenti si organizzi in un disegno particolare che, a conti fatti, da un lato ha sballottato il lettore, in continue accelerazioni e brusche frenate (quando Steinhöfel fa calare un invalicabile silenzio sui fatti per lasciare che il filo penzoli nel vuoto e che il lettore si fermi e possa quindi distogliere temporaneamente lo sguardo da una direzione per rinnovarlo verso una nuova questione), ma dall'altro è stato in grado di offrirgli un disegno complessivo e finale che ha davvero del 'cosmogonico'. 
E ancora. La capacità di arrivare a dare, attraverso l'io narrante che è Phil, un vero e proprio affresco corale con le dovute profondità di campo, in cui interagiscono alcuni - non pochissimi - personaggi chiave, intorno ai quali però orbita e fa luce anche un'altra ampia galassia di meravigliose piccole e fugaci comparse, tutte indelebili dalla memoria. 
E ancora: la leggerezza diffusa nel raccontare anche cose pesanti. 
E ancora:  la perfetta simmetria nell'apertura e nella chiusura della storia, come se tutto quello che c'è in mezzo - ed è un sacco di roba - fosse lì a flettersi per far chiudere bene il cerchio e far collimare inizio e fine.
E ancora: alcuni capitoli che sanno stare sulle loro proprie zampe senza doversi appoggiare a quello che viene prima o che viene dopo: tra i tanti, Per l'amore e Piccolo amico bianco
Ultima considerazione: sul contenitore dentro cui questo gran bel libro, un romanzo di formazione?, si infila: l'hanno chiamata Oltre, una collana pensata per lettori maturi. 
Io, fra loro. Evviva. 

Carla