venerdì 23 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

LA PERMEABILITA' DEI MONDI

Nino, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari) 
orecchio acerbo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'Ciao' dice Coniglio. 'Ti sei fatto male?' 'No' risponde Nino, 'il terreno è molto soffice.' 
Coniglio invita Nino a prendere il tè a casa sua. 
Coniglio ha una famiglia numerosa ma a quest’ora dormono tutti. 
'Tu vivi in una casa di umani?' chiede Scoiattolo che abita più in alto, sull’albero. 
'Sì, risponde Nino, in paese.'" 

La cosa che è appena successa è che Nino, un peluche di orso in giacca rossa, sciarpa di lana e blue jeans, è caduto inavvertitamente (?) dal passeggino del suo bambino. Il piccolo Simone sta dormendo e i suoi genitori sono con il naso per aria per ammirare il bosco che stanno attraversando. Nessuno di loro si è accorto che Nino è per terra. 


Solo Coniglio, visto che il fatto è accaduto davanti al buco della sua tana, lo ha notato e così corre in suo soccorso. Il peluche non si è fatto male ed è ben contento del tè e della torta che gli vengono offerti. 


Su quello stesso albero, che tra le radici ospita la casa di Coniglio, abita anche Scoiattolo. Sceso per conoscere Nino, non perde tempo e lo invita anche a casa sua, con una vista ben più panoramica di quella di Coniglio. Tutta piena di provviste, la casa di Scoiattolo offre una bella visuale sul bosco ed è proprio su uno dei rami più alti che Nino fa la conoscenza delle cinciallegre che lo portano - di ramo in ramo - fino al limitare del bosco, dove Nino può vedere da lontano il villaggio dove vive e nel frattempo rendersi conto che si sta facendo notte e lui su quel ramo è rimasto da solo.
Tornare a casa potrebbe essere pericoloso, meglio allora accettare l'invito della volpe che silenziosamente lo conduce attraverso il bosco: le ne è la custode notturna. 


Quando, sul far dell'alba, minaccia di piovere, lei - piena di premure - lo riporta da Coniglio dove Nino finisce la notte tra i coniglietti sotto le coperte. 
Pronto e riposato, il mattino dopo si fa ritrovare dal piccolo Simone che, felicissimo lo riabbraccia e se lo stringe al collo. 
Quale occasione migliore per Nino di raccontare all'orecchio di Simone la sua meravigliosa avventura? 
Finale a sorpresa. 

Questo albo di piccolo formato, per mani adatte, fa parte della bibliografia più recente di Brouillard, per intenderci quella con una più forte impronta narrativa. 
Contiene in sé alcuni delle costanti della poetica di questa autrice belga. 
Proviamo a elencarle. 
Il tema della natura, il tema della piccola comunità di animali molto accogliente, il tema della casa e dell'abitare, il tema della scoperta e dell'avventura, il tema della permeabilità dei mondi. 


Natura: non c'è libro di questa autrice dove la natura sia in secondo piano. Lei stessa lo dichiara: non potrei immaginare me stessa al di fuori di questo contesto, ne sono parte. Fin dalla sua infanzia per arrivare a tutt'oggi, Anne Brouillard ha sempre cercato di circondarsi di boschi, corsi d'acqua, laghetti e foreste (quelle svedesi sono le sue preferite), anche se durante i suoi studi ha vissuto a Bruxelles, quando ha dovuto pensare a un luogo che sentisse come casa, ha scelto di tornare vicino agli alberi. 


La piccola comunità è di nuovo qualcosa che appartiene al suo dna: è lei stessa a raccontarlo e a fare costante riferimento alla letteratura svedese, in particolare a Tove Jansson con i suoi Mumin. Fin da bambina ha sentito forte la sensazione di essere parte di una comunità allargata in cui animali, oggetti, e persone sono in relazione emotiva forte. Infatti, spesso e volentieri nei suoi libri esistono microcosmi in cui agiscono animali parlanti che hanno come obiettivo quello di creare armonia.
 

Il tema della casa e dell'abitare è forse la questione che più trasversalmente Brouillard riesce a infilare in ogni storia che racconta. Qui, anche se non dichiaratamente, Nino, in quasi tutto il suo avventuroso viaggio nel bosco, attraversa le case degli animali che incontra e tutti hanno piacere di condividere con lui questo spazio personale. E anche il finale, nel suo silenzio eloquente, a una casa, e al suo significato più profondo, fa riferimento. Brouillard si diverte e cura con grande passione il disegno di ognuno di questi luoghi. E questo lo si percepisce fin dal primo sguardo.
 

Scoperta e avventura, come temi narrativi, sono arrivati in una fase più recente, tuttavia fin dal principio (di nuovo fin dalla sua infanzia) Brouillard li considera il modo per lei più naturale di esperire la realtà e il mondo circostante. 


La permeabilità dei mondi. Ecco questo forse rappresenta un po' la summa di quanto detto finora. Qui, in modo molto esplicito, Brouillard ci dice che tra realtà e immaginazione il confine è labile e forse addirittura non esiste. 
Guardarsi, sorridersi e riconoscersi - animali del bosco e bambino con peluche - attraverso un unico diaframma, invisibile di fatto, ossia una vetrata. Troppo poco perché non siano tra loro comunicanti. 
Ecco. A mio parere è questa la chiave di quanto da trent'anni a questa parte Brouillard sta dicendo a grandi e piccoli. 
Insieme a molti altri, anche io le credo. 

Carla

mercoledì 21 agosto 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MOSTRO SARAI TU! 


Cominceremo a dire di questo libro affiancando la prima con l’ultima pagina che, con massima sintesi ed evidenza, lo contengono. 
Dunque questo l’incipit: 


 Questo l’epilogo: 


Si parte da una solitudine per arrivare a una compagnia. 
Nel mezzo c’è un’aria di grigio e intenso mistero che pagina dopo pagina accompagna chi legge verso un completo capovolgimento di sguardo. 
A raccontare è il bambino. Pur vivendo con Ma e Pa, il bambino è solo. Abita nell’ultima casa dell’ultima strada di 

un paese che si trova alla fine del mondo. 
Proprio alla fine del mondo. 
Oltre non c’erano che l’ombra delle montagne, un oceano di alberi scuri e muscosi e laghi profondi come la notte.” 

Un giorno, tra tutti i rumori straconosciuti di quel silenzio di sempre, il bambino sente nuovi suoni e intuisce che qualcosa di straordinario sta per accadere: ben presto, sotto il suo naso appiccicato alla finestra, passerà un’intera carovana da circo: IL CIRCO DE’ ISOGNI. 
Otto, il nostro giovanissimo narratore, non ne conosceva affatto l’esistenza. 
Siamo arrivati a pagina 11 e abbiamo già letto ben 5 pagine completamente disegnate; curiosiamo tra quelle successive e capiamo che ci aspetta un romanzo illustrato. E anche molto bene. In effetti, alle illustrazioni è affidata un’intera parte del racconto che non viene narrata a parole (in realtà si tratta di un canto che noi possiamo “ascoltare” leggendo le immagini) consegnandoci a un interessante esercizio di lettura: parole e immagini per raccontare due storie che si incontrano e si riconoscono. 
Anche chi legge, a poco a poco comincia a mettere insieme le informazioni: Otto è un bambino solo, diverso e sbeffeggiato dagli altri perché troppo mite, troppo diverso da loro: lo chiamano Otto Cuor di Passerotto. Sua madre gli racconta che prima che nascesse, un uccello si posò sulla pancia gravida e scambiò il suo cuore di uccello con quello del nascituro. 

“Per questo sei speciale - gli dice - Perché hai un pezzetto di cielo lì nel petto”

Ma per tutti lui è un mostro. 
Intanto il domatore non fa che chiamare all'appello: 

“Signore e signori, cari e teneri bambini 
(che già teneri bambini fa venire un brivido lungo la schiena)
avvicinatevi, avvicinatevi!”


Il circo dispiega tutto il suo catalogo di personaggi straordinari, ma soprattutto c'è il Mostro

"Signore e signori, cari e teneri bambini. Eccolo. Sotto questa stoffa. In questa gabbia. (...) Ultimo superstite di un popolo primitivo. Né uomo né bestia. Grottesco e spaventoso. Davanti a lui, i re e le regine sono svenuti. I saggi sono diventati pazzi e i pazzi sono diventati saggi. Ecco colui che il mondo intero ci invidia. Colui che tutti temono. Il solo e l’unico…. il Mostro de’ Isogni!” 

Siamo stati avvisati, qui tutto comincia a capovolgersi, cadono re e regine, pazzi e savi si confondono e chi legge è disorientato mentre procede in questa storia buia.
A poco a poco il disegno svela meglio volti e dettagli e a capovolgersi è la nostra definizione stessa di Mostro, fino a chiederci, una volta entrati nello chapiteau, se il mostro sia quello dentro o quello fuori dalla gabbia. 


L’uno di fronte all’altro risultano avere tutti sbarre davanti agli occhi. Allora il Mostro è quello dentro o quello fuori? O sono tutti mostri tra i mostri? E Mostri per chi? 
Il capovolgimento è compiuto. 
Da qui in avanti la vicenda si andrà dipanando: il Mostro de’ Isogni, quello che a noi sembrerà un bambino “normale”, fuggirà e Otto, accompagnandolo, scoprirà che 

“i mostri ci assomigliano, a volte. E che le gabbie sono fatte per essere spezzate.” 

Ecco una storia che funziona a patto che chi legge sia disposta/o a lasciarsi andare a una esperienza di spaesamento, sapientemente costruito dagli autori. 
Sarà inevitabile infatti farsi catturare dal tono del testo di Stéphane Servant: laconico, con l’uso di un imperfetto che dà l’idea di qualcosa che è già accaduto ma non ancora completamente; come dal tono delle illustrazioni di Nicolas Zouliamis: un’infinità di grigi, immagini scontornate che incombono sul testo come la notte dopo il tramonto, dettagli appena abbozzati e che solo pagina dopo pagina andranno a definire i personaggi. 
E un bosco e un lago da attraversare, di notte, insieme, per uscirne più coraggiosi e consapevoli. 


Una bella esperienza di lettura dai 10 ai 13 anni. 

Patrizia

Noterella al margine. Di Stéphane Servant possiamo leggere altre belle storie: ‘La spedizione’, il racconto breve del viaggio epico di una giovane piratessa, illustrato da Audrey Spirye di recente pubblicato da L’Ippocampo; ‘Crocrò’ un albo illustrato (da Simone Rea) uscito nel 2021 per La Margherita dove un piccolo coniglio è proprio diverso da tutti gli altri, e ‘Mia madre’ per #Logosedizioni, del 2016, una poesia illustrata nientepocodimenoche da Emmanuelle Houdart. Di Nicolas Zouliamis troviamo in libreria ‘La strana bottega di Viktor Kopek'. Tutti titoli da non perdere. 

"Mostri" S. Servant, N. Zouliamis, trad. B. Capatti, Rizzoli 2024  

venerdì 9 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)


!ELAINEG






Indietro Tutta! Henning Wagenbreth (trad. Lia Bruna)

orecchio acerbo 2023


POESIA ILLUSTRATA


Ti è per caso capitato

di bruciar la cena in forno?

Di andar fuori senza ombrello

quando piove tutto il giorno?

D’inciampare col vassoio

rovesciando le bevande?

Di restare chiuso fuori

come un ebete, in mutande,

a tremar sul marciapiede,

senza chiavi e senza pace?

Quel che hai scelto di studiare

sotto sotto non ti piace?

Hai i polmoni da buttare,

colpa delle Winston blu?

Hai spalmato sull’asfalto

una lepre in gioventù?


Hai acceso due candele

e la casa ha preso fuoco?

Dato il voto ad un partito

che di bene ha fatto poco?

Hai imbrogliato qualcheduno?

Hai mentito con malizia?

Detto cose disgustose

rovinando un’amicizia?

Ogni errore del passato

ti perseguita e ti squarcia...

Se soltanto si potesse

rifar tutto in retromarcia!

Ogni gesto inopportuno,

ogni trauma non risolto,

si potrebbe rimediare

in un mondo capovolto.


Se anche tu vuoi cancellare

ogni cosa triste e brutta,


Vieni, prendimi la mano

e facciamo indietro tutta!


In questi pochi versi è riassunta la logica che regola o per meglio dire che sregola uno dei libri più geniali che mi siano capitati nelle mani. 
Come spesso accade la scintilla che ha acceso la miccia per questo albo è un ricordo d'infanzia. Tutte le estati la famiglia Wagenbreth, Henning e sua sorella erano bambini, andava in vacanza. I genitori facevano dei filmini delle scene più divertenti di cui i figli si rendevano protagonisti. 
Al loro ritorno in città, si allestiva un piccolo cinema casalingo dove detti filmini in superotto venivano proiettati: i commenti si sprecavano e le risate erano assicurate, ma si moltiplicavano all'ennesima potenza quando, su richiesta dei piccoli Wagenbreth, al proiezionista veniva ingiunto di mandare la pellicola indietro tutta! Le imprese delle vacanze venivano quindi riviste anche al contrario da tutti protagonisti, fra risate irrefrenabili. 
E come altrettanto spesso accade, da questo ricordo è nata una riflessione molto più seria da parte di Wagenbreth medesimo. 


Lo ha raccontato ai ragazzi che hanno letto il libro e che hanno avuto la fortuna di incontrarlo in un suo passaggio romano: le routine della nostre vite quotidiane, proprio perché routine, vengono "lette" dalle nostre menti, non prestando la dovuta e uguale attenzione in ogni loro passaggio. In qualche modo succede che alcune sequenze, il nostro cervello le dà per scontate. Un po' la stessa cosa che fa la mente quando legge una riga di testo (revisori di bozze esclusi): non focalizza lettera per lettera, ma si muove - diciamo così - a balzi. Presumo per non appesantire la testa di informazioni e per arrivare prima a un risultato finale soddisfacente. 
Ecco. Wagenbreth ha pensato, molto correttamente, che se invece le nostre menti vedono accadere i fatti partendo dalla fine verso il principio, ne noteranno molti più passaggi, tutte le sequenze, perché affatto scontati e routinari. 


Il gioco è fatto: ci costruisce sopra una magnifico libro TUTTO MA PROPRIO TUTTO IN RIMA in cui ad andare al contrario sono i processi più ineluttabili, uno su tutti, partire dalla morte per arrivare alla nascita. Muovere da un arrivo per giungere a una partenza, da una fine giornata piena di fatica a un risveglio riposato, dalle seghe che piantano gli alberi ai gitanti che seminano funghi... 
Le parole stesse si capovolgono: un enac, una asac, un orlem su un orebla (un pensiero commiserevole al correttore di bozze di cui sopra!) Al ciclista scapestrato - per fare un altro esempio - il vigile paga la multa, mentre sul giornale ci sono le notizie di domani... Gli archeologi seppelliscono le statue dell'antichità e il fotografo fa foto di chi ancora non ci sta. 


Bene. Spero si sia capita qui, la grandezza dell'operazione. 
Spero si sia visto qui quale mente geniale abbia Wagenbreth nel mettere in sequenza ben più di una quarantina di eventi, attingendo dall'immaginario comune, e raccontandoli in rima e soprattutto al rovescio. 
Spero si sia misurata qui la bravura di Lia Bruna che - dalle barricate della rima - ha combattuto e stravinto la sua battaglia, sventolando in cima al lavoro concluso la bandiera del suono e del senso. Provare per credere, se si ha il fiato e il coraggio di leggerlo tutto senza fermarsi, sarà facile accorgersi che suona e non perde mai una nota! Spero si sia percepita qui la grande sapienza di Wagenbreth (e con lui in squadra la Lia Bruna di cui sopra) per aver saputo solleticare l'orecchio da una parte e l'occhio dall'altra e per essere stato capace di andare a toccare corde così profonde con il tocco di un arpista. 
Eh sì, perché fare indietro tutta è davvero possibile solo con i filmini delle vacanze o poco più. 


E, lasciatemi dire, che non è assolutamente un caso che Wagenbreth nei versi che aprono il libro abbia saputo e voluto toccare proprio i nostri più profondi turbamenti e rammarichi e rimorsi "quotidiani" : esser fuori e aver lasciato le chiavi in casa, aver sbagliato facoltà, nella vita aver fumato troppo, alle elezioni aver votato quello sbagliato, o aver dimenticato la cena in forno, o la candela accesa che poi ti brucerà tutto quel che hai oppure aver agito con leggerezza e così aver rovinato per sempre un'amicizia...
Questo è per dire che se dovesse capitare di prendere questo libro in mano e poi rimetterlo giù perché quei disegni sono troppo underground e lontani dai segni morbidi e rassicuranti con i colori tranquillizzanti, occorrerebbe ripensarci e fare, almeno per una volta - se possibile - indietro tutta! 

Carla

mercoledì 7 agosto 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

IN QUALI ALTRI MODI LA FOTOGRAFIA POTRA' SORPRENDERCI? 


Si può parlare di fotografia ai bambini in vari modi, ma ce ne vengono in mente soprattutto due: il manuale tecnico (e in commercio ce ne sono già) oppure il racconto della sua storia, dai primi tentativi agli ultimi straordinari esiti della tecnica. Cosa non facile quest’ultima, considerata la distanza siderale che intercorre tra le origini della fotografia e quello che oggi siamo abituati a maneggiare in grande quantità e con estrema disinvoltura, tanto che si fa fatica ad ammettere che si stia parlando della stessa cosa. 
Allora come colmare questo grande gap? 
Sarà sufficiente raccontare cosa hanno fatto F. Talbot e L. J. M. Daguerre nel diciannovesimo secolo e come questi tentativi siano stati di volta in volta elaborati? Evidentemente no, se ci sono dei bambini che potrebbero sapere poco di quello che nell’Ottocento in generale accadeva e soprattutto, potrebbero essere poco interessati a saperlo. 
Le autrici di questo libro, Elisa Lauzana e Irene Lazzarin, scelgono di fare entrare i bambini nel racconto storico, e non bambini in senso astratto, ma proprio quelli che hanno realmente contribuito alla realizzazione del libro, partecipando ai giochi che le due autrici hanno proposto e mettendo in scena un dialogo immaginato con i pionieri della fotografia. Aprendo le bandelle della copertina infatti si possono vedere i ritratti fotografici degli alunni della classe seconda con i quali le autrici hanno condotto questo divertente esperimento. 


I piani su cui la conversazione si sviluppa sono due: quello del dialogo tra i bambini che hanno partecipato a questo esperimento e le autrici, e quello aperto e mai concluso tra i protagonisti della storia della fotografia e i lettori di oggi. Ma non esiste una distinzione netta e i due piani, che si relazionano senza soluzione di continuità, contribuiscono a fornire a chi apre le pagine del libro la sensazione di prendere parte attiva alla costruzione dell’intreccio. 
Diversamente da quanto solitamente accade, il laboratorio non è stato progettato partendo dal contenuto del libro, ma è stato quest’ultimo a venire alla luce sulla scorta dalle suggestioni e stimoli provenienti dalle esperienze laboratoriali. 
Infatti le domande e i commenti riportati sono precisamente quelli che hanno formulato i giovani partecipanti, tanto che, come le autrici riportano nell’introduzione rivolta agli adulti, possono considerarsi a tutti gli effetti co-autori del libro. 
Il testo si snoda attraverso quattro capitoli: La camera oscura: dal disegno alla fotografia, Ritratti e costumi: dal dagherrotipo alla “carte de visite”, Raccontare la realtà: la fotografia come documento, Non solo realtà: la fotografia come arte. 
Nel primo, il racconto si svolge tutto a partire da una scatola dipinta di nero (la camera buisssima appunto) e sulle indicazioni precise di come costruirne una. Raccogliendo l’eredità rinascimentale degli studi sulla prospettiva e gli escamotage che Canaletto nel Settecento adottava per riprodurre fedelmente il paesaggio che vedeva dalla sua finestra, J. N. Niépce ha tentato i primi esperimenti di scrittura con la luce. I bambini hanno riprodotto quella situazione (utilizzando però della carta fotografica), i loro elaborati sono stati inseriti nelle pagine del libro e costituiscono, per ogni giovane lettore, degli esempi di stimolo per fare altrettanto. D’altro canto sfido chiunque a non provare meraviglia di fronte alla proiezione capovolta di un’immagine reale sulle pareti di una camera oscurata. Le suggestioni che possono nascere da una simile esperienza sono tantissime e vale davvero la pena provare insieme magari a un gruppo di piccoli curiosi. 
Il secondo capitolo mostra un passaggio importante. La fotografia si distacca dall’elaborato grafico e diviene mezzo autonomo di conservazione della memoria: il ritratto fotografico, così come lo è stato per secoli quello pittorico, rappresenta un nuovo incredibile mezzo per superare il tempo e consegnare ai posteri un’immagine realistica. Ma scoprire come venivano realizzati questi ritratti è altra cosa che semplicemente osservali. Perché, per esempio, le pose dei soggetti era tutte così somiglianti? Soprattutto come mai quelle persone assumevano atteggiamenti così rigidi e statici?


L’esposizione a quelli ingombranti apparecchi fotografici era estremamente lunga, si arrivava anche a venti minuti, durante i quali il soggetto doveva sforzarsi di rimanere immobile, pena una foto mossa. Quanto può essere bello allora proporre ai bambini di vestire i panni di uomini e donne vissuti più di un secolo fa e far provare loro a posare per una foto! Il gioco del travestimento non manca mai di suscitare entusiasmo, ma proposto in questo modo permette di riflettere anche su un aspetto della fotografia, il tempo di esposizione, che gli attuali sistemi per lo più regolano in automatico. 


Con la messa in scena dei bambini, la fotografia diventa già racconto; superare la staticità di una posa è già immaginare una situazione in divenire, una premessa e uno sviluppo. Le autrici hanno quindi invitato i bambini a scegliere degli scatti, ad accostarli con un criterio narrativo o espositivo e così facendo gli hanno coinvolti nella composizione di un racconto per immagini. E le storie possono essere quelle reali o possono essere quelle inventate che nascono semplicemente dalla suggestione di una immagine.


Gli ultimi due capitoli del libro narrano del grande salto compiuto dalla fotografia nel momento in cui la pratica è uscita dai limiti angusti dello studio ed è diventata portavoce di fatti ed eventi anche molto lontani. Diventata testimonianza e documentazione di popoli e luoghi sconosciuti, contribuisce ad allargare l’universo del conosciuto e di conseguenza dell’immaginato.


Nelle ultime pagine il racconto si sviluppa intorno a quel dialogo tuttora aperto tra un’immagine fedele alla realtà e una che allontanandosi prova a reinventarla. Si può facilmente intuire che il dibattito tra le autrici e i bambini sia stato molto acceso e a dimostrazione di questo ci sono le numerose riflessioni riportate in una conversazione intavolata, tra gli altri, con Julia Margaret Cameron, donna pioniera di una fotografia audace, di una sperimentazione impavida, che considera l’errore un’occasione più che un inciampo. Muovendo dai tentativi della Cameron il libro invita i bambini a sperimentare, a provare a utilizzare materiali diversi come vetri, plastiche imballaggi che possano modificare la visione degli oggetti, a lavorare sulla deformazione e sulla rielaborazione. 
La strada che si vuole indicare è quella della ricerca di uno sguardo differente e che si eserciti a trovare modi e sentieri non ancora battuti. 
Il libro può essere proposto a partire dai 6 anni.

Teodosia  

"La camera buisssima. Viaggio alle origini della fotografia tra storie, invenzioni ed esperimenti" E. Lauzana, I. Lazzarin, Quinto Quarto 2023

lunedì 5 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

LA COSA DA UN ALTRO MONDO

29 giugno 2029, David Wiesner
Orecchio acerbo 2024 


Nel 1992 negli Stati Uniti esce June 29 1999


La fulgida carriera di David Wiesner è appena agli inizi, ma è già pazzesca: tutti si sono accorti dell'enorme talento di questo autore. Infatti, con il suo primo libro in solitario, Free Fall, vince la Honor della Caldecott. Con il suo secondo libro, Tuesday, vince la sua prima Caldecott. Wiesner capisce di essere sulla strada giusta quindi decide di proseguire. Pubblica Hurricane nello stesso anno, ma si tratta di un libro che è un po' un'anomalia per i suoi standard, avendo una buona porzione di testo. 
Come era già successo per esempio in Tuesday, Wiesner ripesca nell'immaginario della sua infanzia per dare forma alle idee da adulto, in cerca di nuove storie da raccontare. 

© David Wiesner


© David Wiesner

In questo caso convergono tre passioni che hanno radici che risalgono a quei tempi: la passione per i vegetali che fin da piccolo ha dimostrato di avere, la fascinazione nei confronti della pittura surrealista, e terza la produzione di B movie di fantascienza di cui ha fato indigestione per tutta la sua infanzia. 
Nel suo portfolio, già da tempi immemori c'era un peperone (passione nr. 1) di dimensioni giganti (passione nr. 2) che fluttuava nell'aria e che piccoli uomini tenevano fermo con delle corde.
Evidentemente qualcosa di alieno sul pianeta (passione nr. 3).... 

© David Wiesner 

June 29 1999 nasce da quel peperone gigante che inspiegabilmente fluttua nell'aria. E il resto è arrivato con estrema naturalezza: da una parte questo evento, ne ha generati altri simili: un broccolo in giardino, i cavoletti di Bruxelles che volano su una tavola calda in mezzo al nulla, rape giganti atterrate in una gola di montagna. 
Poi è arrivata la storia in sé e l'atmosfera generale che con la fantascienza ha davvero molto a che spartire e poi è arrivato un testo che in inglese splende cento volte di più che in qualsiasi altra traduzione: e qui arriva l'altra cifra di Wiesner, il grande sense of humor, che molti osservatori, almeno qui da noi, sembrano non voler notare, abbacinati dalla bellezza e dal pregio delle sue tavole e dalla qualità delle sue storie. 


Il libro grossomodo ripete il formato di Hurricane [il formato mutuato da quello del cinema Superpanavision - 2,2 : 1 - che gli permette grandi tavole che occupano grossomodo due terzi di una doppia tavola n. d. r.]: piccoli blocchi di testo giustificati che si alternano a grandi tavole ad acquarello. 
La storia è presto detta: una ragazzina piuttosto sveglia sta preparando il suo esperimento per l'ora di scienze. S tratta di spedire nello spazio semi di verdure e piante, per valutare gli effetti fuori dall'atmosfera sulla loro crescita. Dopo sei settimane circa accade un fatto incredibile: dal cielo piovono enormi vegetali, il 29 giugno 1999. 


C'è una relazione tra i due eventi? L'ambiguità rimane fino a una figura dalla fine quando si capisce che i due fatti non sono concatenati perché i vegetali che piombano sulla terra non sono gli stessi che lei ha spedito nello spazio... 
Mi fermo qui nel racconto. 


E, per di più, lascio alle parole di Wiesner il racconto della genesi di questo magnifico libro: 
"Quando portavo il mio portfolio agli editori, le immagini di fiabe/racconti popolari erano ben accolte dagli editori. Le altre cose, invece, non venivano capite. Mi sono reso conto che se volevo illustrare libri con immagini del genere, avrei dovuto scriverli io stesso. L'ho fatto. 
Nel 1991, dopo aver finito Tuesday, stavo guardando la mia immagine con il peperone fluttuante nel cielo per la centesima volta e mi chiedevo per la centesima volta: perché il peperone galleggia sulla terra? Questa volta, però, ho avuto un pensiero [che poi è il pensiero che lo ha sempre guidato verso l'illustrazione e non verso la pittura pura: il desiderio di costruire su una immagine una intera storia n.d.r.]: forse prima è successo qualcosa. Ma cosa? Forse un seme? E poi sono tornato al classico progetto di scienze della scuola elementare in cui dovevi coltivare fagioli dai semi in una Dixie Cup. Voilà – una storia! Le verdure giganti erano il risultato di un esperimento scientifico estremamente ambizioso condotto da una precoce studentessa di terza elementare. 


L'altro elemento dell'immagine del peperone gigante è il cambiamento di scala. Adoro il modo in cui realizzando qualcosa di più grande o più piccolo del normale, cambi completamente il suo rapporto con l'ambiente. Per una persona rimpicciolita, il suo soggiorno diventa il Grand Canyon. Sono stato drammaticamente colpito da questa idea da bambino guardando i film sugli insetti giganti atomicamente mutati degli anni '50 in TV. Quindi, perché non sostituire gli insetti con le verdure? Che è quello che ho fatto in 29 giugno 1999."
Il resto è sotto gli occhi di tutti. 
Poi, come è già accaduto in passato, il libro di Wiesner arriva in Italia dopo un bel po'. 
Ma necessariamente ha bisogno di un restyling, che nelle sapienti mani di Fausta Orecchio, in accordo con un David Wiesner a dir poco entusiasta e grato [a tal punto che vorrebbe che anche l'edizione americana assomigliasse a quella italiana n.d.r], diventa una nuova copertina e un titolo aggiornato: 29 giugno 2029
Poi arriva la traduzione che, per quanto possibile, ha cercato di mantenere quel sottile gusto umoristico e una qualche musicalità con nomi di località americane piuttosto aliene per i lettori italiani. 
Per cui "i cetrioli calano su Kalamazoo", "ancora carciofi ad Anchorage" oppure "gli avocado difendono l'economia del Vermont" o per finire "la Grande Mela viene prontamente ribattezzata la Grande Rapa. Rossa". 
Cose così. 
Contrariamente a libri come Flotsam (Flutti, 2022) e Mr. Wulffles! (Mr. Ubik! 2015), che hanno avuto una fase eleborativa molto lunga e complessa, questo libro ha avuto una genesi rapida come quella di Tuesday (Martedì, 2016). 
Ciò non di meno Wiesner ha seguito la meticolosa preparazione di sempre. 
Quindi anche qui modellini per studiare le luci. 

© David Wiesner

Lui stesso pubblica gli studi fatti sul broccolo che col botto ora blocca il giardino della ragazzina dell'esperimento di scienze, Holly Evans. 


E non a caso, le due tavole con il broccolo, dal punto di vista della loro efficacia e capacità evocativa, sembrano essere magicamente il perno dell'intero racconto! 
E per finire, affiderei ancora a David Wiesner la morale della storia: 

"Un'idea si presenta senza una buona ragione? 
Non respingerla. 
Giocaci, esplorala. 
Non sai mai dove ti porterà!" 


E se qualcuno dubita ed è ancora lì che ci pensa, si fidi. 

Carla

venerdì 2 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (Libri belli e impolverati)

Da oggi ri succede questo.  
Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente un anno fa, rendendo il nome dal titolo di un meraviglioso racconto di Saki. E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio, quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi,Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino. Ma non è successo. 


Ludwig e il rinoceronte, Noemi Schneider, Golden Kosmos (trad. Lia Bruna) 
Orecchio acerbo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Che cosa combini, Ludwig? Con chi parli? 
Con un rinoceronte. 
Un rinoceronte? Ma qui non c'è nessun rinoceronte! Te lo sei immaginato. 
Dietro di te. 
Non vedo nessun rinoceronte! 
Nell'armadio. 
Non c'è nessun rinoceronte! 
Sotto il letto." 

Interno. Notte. Padre e figlio in una stanza, quella del figlio, appunto: Ludwig. 
La giornata sta per finire ed è ora di andare a letto. Ludwig e suo padre però stanno discutendo sulla presunta presenza di un rinoceronte nella stanza. Il bambino lo vede, in tutto il suo splendore, mentre il papà, giacché non lo intercetta con lo sguardo, afferma non ci sia. Inoltre sarebbe troppo grande per entrare in una camera così piccola. 
Eppure, il bambino lo vede con sicurezza nascosto dietro la porta, da cui fa capolino solo il corno. Oppure nell’armadio, con un paio di mutande che sempre dal corno pendono. Oppure ancora sotto il letto dove si è acquattato.
Il dialogo fra i due si fa sempre più serrato a colpi di punti esclamativi del padre sempre più innervosito... 


Se fosse vero che ciò che non si vede semplicemente non c’è, allora come si può spiegare l’esistenza di tutto quello che gli occhi non vedono, ma che sappiamo esiste? 
Una esilarante quanto incontrovertibile, storia filosofica della buonanotte - così si legge nello stesso frontespizio del libro, ma sul fatto che possa considerarsi della buonanotte, ho seri dubbi... 

Per chi prenderà questo libro fra le mani, non sarà un mistero che dietro quel nome Ludwig non si cela solo un vezzo, ma un filosofo vero, ossia realmente esistito. Qui per necessità di plot è ancora un bambino: Ludwig Wittgenstein. E dietro questo divertente dialogo tra padre e figlio si nasconde, non solo un rinoceronte, ma anche uno dei cardini del suo pensiero. 
La pagina di appendice alla storia che spiega il ragionamento fatto dalla Schneider su Wittgenstein ha un suo senso e rende la storia ancora più esilarante, se possibile. 
Sono tuttavia convinta che questa parte farà brillare gli occhi dei grandi, mentre quelli di un bambino si illumineranno per ben altro.


Inoltre, ragionare sull'aspetto più filosofico della faccenda, credo lo abbiano già fatto in molti e quindi io preferirei vedere nelle pieghe più sottili di questo libro, perché è lì che si annida un'altra questione chiave: il confronto, sotto forma di dialogo, tra un padre e un figlio. 
Non so quanti abbiano infatti notato la punteggiature di questo dialogo, che nasconde - a mio avviso - una dominanza di ruoli indiscutibile. 
Da un lato c'è un padre che si rivolge al figlio sempre terminando la sua frase con un punto esclamativo. Dietro c'è l'intento preciso di affermare la propria verità come incontrovertibile. Dietro ogni sua frase sembra di cogliere la seguente postura: Io sono il grande e tu sei il piccolo, io sono quello che sa e tu sei quello che deve imparare. Dietro quei punti esclamativi c'è tutta la sicurezza e la forza che ogni adulto sfodera quando rivolge il suo sguardo a un piccolo che sta cercando di portare dalla sua parte. 


Mi viene alla mente il secondo libro di Gottschall sul perché l'umanità abbia così tanta predisposizione a inventare e quindi raccontare storie. Il succo di quel libro si potrebbe riassumere in una frase: le storie nascono per convincere gli altri che le cose siano proprio andate così, come ce le stiamo raccontando...
Quel padre sta facendo esattamente questo: sta cercando - punto esclamativo dopo punto esclamativo - di convincere quel bambino del fatto che lui, il piccolo, è solo un visionario, mentre. lui, il grande, la verità la conosce. 
Questa attitudine, pur nella sua costante frequenza, è piuttosto pericolosa. Ma tant'è. 
Per converso, dall'altra parte c'è un bambino. Un bambino che, in quanto tale, ha più dimestichezza di suo padre con le grandi domande e quindi anche con la filosofia. E un bambino che ha la chiarezza di visione che gli deriva dal non doversi (men che meno volersi) imporre sul padre. 


Lui, con grande tranquillità, probabilmente derivante da una pace interiore ben meno effimera di quella dell'agitato padre, perché lui non si sente un maestro, tutt'al più un filosofo, ha dalla sua parte la potenza che c'è nell'atto di chiedersi, di domandarsi, di porsi un dubbio, in sostanza lui è lì che ragiona, pensa. Non ha nessuno da convincere. E così quando suo padre parla con una voce stentorea, lui risponde con calma olimpica e ogni volta gli indica il posto dove il rinoceronte si trova... 
Aveva ragione Serianni quando definiva la mente di un bambino a - in fatto di ragionamento e apprendimento -  "miracolosa", ovvero geniale nella sua limpidezza. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le illustrazioni del duo Golden Kosmos che sono così tanto raffinati che sono riusciti a mettere anche sul pigiama di Ludwig una mandria intera di rinoceronti...