mercoledì 8 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

CON AFFETTO, PAPÀ 


È il 3 marzo. Esattamente un anno prima, il papà di Lucas è stato cremato. 
Un intero anno senza suo padre ha svuotato la vita di Lucas come quella di sua madre: un Natale senza, un Capodanno senza, un compleanno senza, la prima media senza. In quella casa ormai sembra che manchi pure l’aria. 
Oggi è di nuovo il 3 marzo e Lucas riceve una scatola, una banale scatola da scarpe. "Me l'ha detto papà - dice la mamma- che dovevo dartela dopo un anno". 
Un anno. Un ciclo intero di stagioni, un ciclo intero di giorni. Ora può cominciarne un altro, e sarà scandito dal contenuto di questa scatola. 

Prendi un biglietto alla volta, in ordine. Inizia dal numero 1. Non più di un biglietto a settimana. Ma non devi per forza aprirne uno tutte le settimane. Tra uno e l’altro puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. 
 Con affetto, papà 
 
Ci sono dentro le 16 lettere che il padre ha scritto per lui,16 messaggi che possono essere brevissimi (messaggio n. 1: Ciao, Luca) o molto più lunghi, possono contenere riflessioni, semplici domande, una chiave con un indirizzo dove recarsi o missioni da eseguire, per esempio terminare la costruzione della casa sull'albero che hanno dovuto interrompere Con la sopravvenuta malattia. Le indicazioni possono arrivare a essere anche super dettagliate (utilizza le viti a testa di cigno. È importante che usi viti a testa di cigno) salvo poi scoprire in ferramenta che le viti a testa di cigno proprio non esistono. 
C’è molta ironia in questa storia che potrebbe sempre pericolosamente cadere nel melenso ma che invece non lo fa. 
Lucas è un tipo simpatico, ha i suoi compagni di classe, compreso Sleppa il bullo, ha i suoi prof, ha una sonora cotta per Eva e ha doti di apprendimento parecchio spiccate per cui il suo cervello è capace di contenere una serie svariatissima di dati, di fatti, nozioni che lui comincia a elencare tra sé e sé nei momenti in cui l'emozione potrebbe sopraffarlo. 

Ho un sacco di libri pieni di questo tipo di fatti, curiosità che non ti fanno venire da piangere, come ad esempio il numero di specie di uccelli canterini esistenti o che il twatwa è un uccello canterino del Suriname che qui da noi si chiama semplicemente becco grosso. Ma twatwa e un nome molto più bello. Sono tutte informazioni che mi ficco in testa in modo da poterci pensare quando è necessario. Al funerale di papà ho recitato a mente tutta la linea del tempo dei dinosauri. 

E poi Lucas (e quindi la sua autrice) sa raccontare davvero bene: la sua voce, pagina per pagina, ci dice la quotidianità scandita dall'apertura dei biglietti e dalle vicende legate alla realizzazione di quanto scritto dal padre, ma è anche costantemente inframmezzata da un flusso di pensieri che ci portano avanti e indietro nei suoi ricordi e nella sua immaginazione, liste di nozioni incluse. Questo incedere del racconto produce in chi legge una particolare forma di ascolto, che risulta molto intimo e al tempo stesso capace di osservare ed apprezzare tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto. 
E poi non mancano le avventure. 
Perché questi bigliettini hanno il potere di fare accadere cose, anche impensabili, quelle che possono capitare quando si esce dalla propria zona di comfort, che in questo caso è il lutto per la perdita del padre e la nostalgia per la vita come era prima. A ogni biglietto sembra aprirsi più spazio, la casa stessa si trasforma. Così può accadere che il tipo del ferramenta, una volta constatata l’inesistenza delle viti a testa di cigno, si offra di aiutarlo a terminare la costruzione della casetta sull'albero, o che la mamma si ritinga i capelli, o che la vicina lo coinvolga in un furto mentre il suo sogno d'amore con Eva pare infrangersi proprio contro il fascino aggressivo di Sleppa. Può accadere che arrivi un cane, un nonno, un occhio nero, un incendio...
Vita, insomma, rimessa in moto, ingranaggio dopo ingranaggio. Mai cupo anzi avventuroso, questo romanzo sulla morte, si può proprio dirlo, è pieno di vita e può essere proposto a lettrici e lettori a partire dai 10 anni. 

Patrizia 

16 lettere per Lucas, Marlies Slegers, trad. Valentina Freschi, Il Castoro 2024 

domenica 5 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL FRICCICORE

Semplicemente Kerstin, Helena Hetlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Secondo Kerstin è tutto stranissimo quando la mamma non c'è. Niente è come al solito, non c'è nulla di divertente. Le stanze sono vuote e desolate. A tavola sono pochi e sulla sedia della mamma è seduta solo l'aria, si vede tutto lo schienale marrone. Nessuno accende la lampada gialla e calda sul davanzale della finestra, nessuno accende la radio. Il papà è più silenzioso del solito quando non ha la mamma con cui parlare, tutta la casa sembra silenziosa e inquieta. È come se ci fosse un grosso buco, quando la mamma non c'è.'Ti manca?' domanda papà. Kerstin annuisce. Nello stesso istante dalla tasca del papà si sente un suono." 

È lei, la mamma, che ha appena mandato un messaggio: ciao amori miei, mi mancate! oggi sono stata dal parrucchiere a farmi la cresta!
Da una settimana è a Mallorca con la sorella: 7 giorni di vacanza per staccare da tutto e per sancire con una svolta rispetto alla solita routine, la crisi dei suoi quarant'anni. 
Torna il giorno successivo e all'apparenza ci sono evidenti cambiamenti in lei, che Kerstin non apprezza: i capelli corti che stanno dritti sulla sua testa e un tatuaggio con un cuore e al centro una K. Una kappa sospetta. 
I cambiamenti non sono roba da Kerstin, la destabilizzano. 
E in questo momento intorno a lei sono molti i segnali che le cose sono in continua evoluzione. 
A parte il look di sua madre, a parte la sua vacanza senza di lei e papà, anche la sua maestra Lotten sta lasciando la cattedra perché tra poco le nascerà un bambino e al suo posto sta arrivando il maestro Kenneth. 
E come se non bastasse, anche la madre di Gunnar, esasperata dai cinghiali che le arano il giardino ogni notte, minaccia di voler tornare a Stenungsund, da dove erano arrivati meno di un anno fa. 
Cambiamenti nell'aria sono anche sul fronte Fatima: la loro amicizia, seppure trascinata nella noia, non esiste più. Adesso Fatima è tutta presa dal divorzio di sua madre ed è entusiasta di poter avere due di tutto: due camere, due case, due papà... 
Ma sotto sotto Kerstin, forse suggestionata da tutta questa gente che se ne va o minaccia di andarsene, è lì che si macera all'idea che tra suo padre e sua madre le cose non siano più come prima. E che all'orizzonte ci sia la loro separazione. 
Semplicemente Kerstin è un'altra porzione di vita di questa ragazzina e del fedelissimo e imperdibile Gunnar con il quale si lanciano in incauti acquisti online di pipì di lupo contro i cinghiali e con cui 'condividono' disegni di famiglia. 
Ancora un po' di bugie, ancora soluzioni estemporanee per salvarsi all'ultimo minuto, ancora qualche dubbio esistenziale, qualche paura e una buona dose di incertezza, perché essere bambini - si sa - è un mestiere difficile. Ed esserlo, circondati dagli adulti, lo è ancora di più! 

La cosa fantastica che succede con questo libro in mano rassomiglia molto al friccicore che si prova nell'incontrare di nuovo un vecchio amico. Anzi, una vecchia amica. 
Se da una parte c'è la gioia di rivedersi, dall'altra - inevitabilmente - c'è il brivido di non riconoscerne più le cose che di lei ci piacevano. 
Ecco. Qui si prova questo friccicore. Della prima Kerstin ci erano piaciute tantissime cose. Ci eravamo subito affezionati a lei. Ma ora è passato più di un anno dal tempo in cui la leggevamo... e se Helena Hedlund non ce l'ha conservata con la dovuta cura? E se Helena Hedlund ha perso smalto e ispirazione nella sua scrittura densa e piena di ironia? E se Helena Hedlund ha deciso di renderla meno bugiarda, più matura, meno impulsiva, più sicura di sé... solo per il fatto che ha un anno di più? E se ha reso gli adulti più performanti e meno fallaci?
No panic.
I profili dei personaggi che ronzano intorno a questa ragazzina sono ancora lì, nitidi: il maestro Kenneth sostituisce magnificamente la maestra Lotten. 
Fatima continua - anche se ha smesso i videogiochi e i tappeti da pettinare - a essere una ragazzina un po' vanesia, in perfetto contrasto con lo spessore emotivo di Kerstin con cui entra in confronto. 
Gunnar continua a essere un meraviglioso visionario e costruttore di alternative. Il padre e la madre di Kerstin sono sempre lì a fare da pilastri portanti, fondamenta robuste su cui far crescere la loro bambina, a dispetto dei suoi traballamenti, dei suoi dubbi e delle sue incertezze. 
Smentendo il sospetto che le seconde prove siano sempre tagliole pericolose, il team Hedlund/ Strömgård/ Milton Knowles lega alla perfezione i fili luminosi lasciati sospesi con Il bello di Kerstin ai nuovi, altrettanto brillanti, di Semplicemente Kerstin
Gran bella seconda prova! 

Carla

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026