lunedì 31 agosto 2020

OLTRE IL CONFINE (libri esteri)

BAMBINATE

Enfantillages, Gérard DuBois
Rouergue 2015

Was machen die Mädchen?, Nikolaus Heidelbach,
Beltz&Gelberg, 1993-2008


Was machen die Jungs?, Nikolaus Heidelbach,
Beltz&Gelberg, 1999-2008


Si parte da un'ovvietà: la distanza che esiste tra l'età adulta e l'infanzia costituisce una linea di demarcazione insuperabile.
Fisicamente e intellettualmente diverse, le due età parlano lingue differenti, hanno esigenze e, spesso, religioni distanti.
Eppure, nonostante questo confine invalicabile che le separa sono state progettate per essere prossime e addirittura dipendenti l'una dall'altra.
A parte la naturale (direi necessaria) cura che l'età adulta deve dimostrare nei confronti dell'infanzia almeno fino al momento in cui questa non sia in grado di far da sé, all'età adulta sono delegati moltissimi altri compiti, tra cui uno che si rivela primario e che si può riassumere in una parola: raccontare.
Gli adulti raccontano ai bambini e alle bambine storie vere e storie inventate. Se però si limitassero a parlare di sé, attraverso le loro storie vere e attraverso il mito e la fiaba (le loro storie inventate), non ci sarebbero grandi pericoli che invece nascono quando gli adulti decidono di 'sconfinare' e raccontano, il più delle volte inventando, storie di infanzia.
Va da sé che per farlo attingano, primariamente e nel migliore dei casi, a una loro idea di infanzia, maturata da adulti.
Questo non sarebbe un male in sé, tuttavia un brivido si avverte proprio nel momento in cui tra quell'idea di infanzia e l'infanzia vera e propria non ci sia alcun nesso, vuoi intellettuale, vuoi emotivo, ma solo proiezioni, più o meno oneste.
È necessario chiarire con una seconda ovvietà: c'è ottima letteratura che racconta l'infanzia. Ciò nonostante, parafrasando Nodelman, l'adulto nascosto è spesso lì in agguato.
Non è questo il luogo, né il tempo di ragionare sulla questione in termini generali, tuttavia mi si conceda, in tutta la sua parzialità, di rivolgere lo sguardo a due autori di cui apprezzo il talento e l'onestà intellettuale nel racconto che fanno di bambini e bambine.
Cinque anni fa, in modo del tutto indebito e arbitrario sedevo a una tavola rotonda per discutere di cosa sia un bambino. Un bambino, letterario.
E ora Heidelbach e DuBois, messi a confronto in due (in verità tre) libri sull'argomento, mi danno modo di tornarci su, in modo figurativamente più puntuale.
In realtà se ci si occupa di letteratura per l'infanzia, l'argomento è sempre piuttosto presente. Ma tant'è.
Cercando di riassumere al massimo, mi sembra di poter dire che i caratteri peculiari che entrambi ascrivono alla loro idea di infanzia (e che modestamente coincidono con i miei) siano : il mistero, certa ruvidezza di rapporto con gli adulti, la capacità di organizzarsi in autonomia, l'assenza di perfezione (non sono belli, non sono educati, non sono buoni, non sono gentili, non sono lisci, non sono comodi).
Lascerei alle immagini e ai brevi testi che le accompagnano il compito di accendere l'interesse e la curiosità. E possibilmente, le riflessioni.
Il mio contributo si esaurisce nella scelta e nell'abbinamento delle figure dei due libri e nell'aver ordinato il tutto per elementi caratterizzanti.

IL MISTERO

1)
Dieter verreist

 

2)
Flora schläft gut

 3)

Zeralda findet den Flugplatz

LA RUVIDEZZA

1)
Alfred wartet auf seinen Papa
2)
Gerd denkt nach
3)

Volker isst mit seinen Eltern




L'AUTONOMIA

1)
Charles macht ein Geschäft
2)
Igor hat Hunger
3)

Irmgard möchte nicht gestört werden


LE IMPERFEZIONI

1)
Walter macht Urlaub

2)
Ortrun spielt Minigolf

3)
Martin und Moritz langweilen sich

4)


Sybille friert
Carla

Noterella al margine. Dei due libri di Heidelbach esiste un'edizione italiana, pubblicata da Donzelli.



venerdì 28 agosto 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


DEBITO


Chi segue le mie segnalazioni su questo blog sa quanto sia diffidente nei confronti delle biografie, soprattutto quando seguono lo schema del libro di successo delle ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’, che pure qualche merito ha avuto.
Faccio una vistosa eccezione per un libro pubblicato recentemente da Settenove: ‘Libere e sovrane. Le donne che hanno fatto la Costituzione’, scritto da Micol Cossali, Giulia Mirandola, Mara Rossi, Novella Volani, con le illustrazioni di Michela Nanut.
L’intento è chiaro: rinverdire la memorie di quelle donne che hanno contribuito alla stesura della nostra Costituzione, promulgata nel lontano 1947 ed entrata in vigore nel 1948.
Nel 1946 si tengono votazioni storiche: per la prima volta le donne hanno diritto di voto. Viene svolto il referendum in cui si afferma la Repubblica, e si elegge l’Assemblea Costituente, quella che deve redigere la Carta fondamentale su cui ancora, e per fortuna, si regge lo Stato Italiano. A questa assemblea vengono elette ventuno donne. Ventuno contro cinquecentotrentacinque uomini. Questa è la storia.


La maggioranza di queste donne vengono dalle formazioni partigiane, comuniste e cattoliche soprattutto, e hanno alle spalle anni di persecuzioni, di lotte, di clandestinità, pericoli. Le enumero tutte, perché sono convinta che molti di questi nomi non dicano molto non solo a ragazze e ragazzi, ma anche ai loro genitori: Teresa Mattei, Angela Guidi Cingolani, Adele Bei, Maria Maddalena Rossi, Angelina Merlin, Maria Agamben Federici, Rita Montagnana, Nadia Gallico Spano, Vittoria Titomanlio, Nilde Iotti, Angela Gotelli, Teresa Noce, Maria Nicotra, Maria de Unterrichter, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Laura Bianchini, Bianca Bianchi, Filomena delli Castelli, Elisabetta Conci e Angiola Minella.


Vorrei sottolineare i profili di due di loro. L’ultima, Angiola Minella, iscritta al Partito Comunista, è una delle organizzatrici dei ‘treni della felicità’, quei treni, cioè, che nel primo dopoguerra, portavano i bambini più poveri del Sud presso famiglie del Nord, maggiormente in grado di soddisfare le loro necessità fondamentali. Uno degli esempi più belli del concetto di solidarietà, di cui questo paese, una volta, era intriso.
L’altra è l’onorevole Lina Merlin, quella della celebre legge a lei intitolata, che nel ‘58 emancipò decine di migliaia di prostitute da una forma di semi-schiavitù.

Certamente leggendo i testi di allora si può essere colpiti dalla distanza dalle sensibilità odierne in termini di parità di diritti fra uomini e donne e può sembrare addirittura incredibile che solo nel ‘46 le donne abbiano potuto dare il loro contributo alla gestione della cosa pubblica; ma questo è stato solo un punto di partenza fondamentale da cui è scaturita una legislazione che ha modificato la vita di tutti e tutte noi: è del ‘75 la legge diritto di famiglia, nel ‘70 è stato istituito il divorzio, confermato poi con il referendum nel ‘74; nel ‘78 è stata approvata, con grandi difficoltà e dibattiti non ancora chiusi, la legge sull’aborto; nel 2013 è stata promulgata la legge sul cosiddetto ‘femminicidio’.
A questa galleria ideale di donne che hanno incarnato la parte più nobile della politica, aggiungerei due ritratti: quello di Tina Anselmi, che nel ‘78 portò alla stesura della legge sul Servizio Sanitario Nazionale, si, quello che ci invidia mezzo mondo e che periodicamente si tenta di smantellare; ebbe anche l’incarico di presiedere la Commissione Parlamentare sulla loggia massonica P2, in un momento fra i più delicati per la fragile democrazia italiana. Mi ricordo l’immagine di lei, persona schiva e riservata come pochi, con la valigetta con i documenti che svelavano decenni di manovre occulte, di stragi, di commistioni inconfessabili fra apparati dello Stato e terroristi di destra. Sarebbe stato bello vederla alla Presidenza della Repubblica.
Un’altra figura di riferimento per le ’ragazze’ della mia generazione è Rossana Rossanda, un raro esempio di coerenza, profondità culturale, onestà intellettuale, un modo di concepire la politica che oggi sembra impensabile.
Ma potrei aggiungerne altre, più e meno giovani, nei confronti delle quali non si può non avere un debito di riconoscenza.
Forse proporre questa memoria al femminile può apparire artificioso, ma credo sia un atto necessario, e dovuto nei confronti di chi ci ha preceduto, per rendere le giovani generazioni più consapevoli.
Lettura educativa per ragazzi e ragazze dai dieci anni in poi.

Eleonora

“Libere e sovrane”, M. Cossali, G. Mirandola, M. Rossi, N. Volani, M. Nanut, Settenove 2020


mercoledì 26 agosto 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


TUTTO SULLE UOVA


E’ stato un anno prolifico, per quanto riguarda i libri sulle uova; abbiamo visto libri sui nidi, il libro di Britta Teckentrup, e poi ‘I miei primi esperimenti con l’uovo’, pubblicato recentemente da Editoriale Scienza, dedicato agli esperimenti che si possono fare con questo ingrediente di base. Infine, ecco ‘Fatti assodati sulle uova’, di Lena Sjöberg, pubblicato da Camelozampa.
Che l’uovo affascini, ben oltre il famoso dilemma se preceda la gallina o ne sia preceduto, è abbastanza comprensibile: per la mutevolezza delle sue dimensioni, dalle uova microscopiche di un insetto fino all’uovo di struzzo, per le forme e i colori differenti, per l’essere la principale forma di riproduzione, che esclude i soli mammiferi, e neanche tutti. Insomma ha tutte le caratteristiche giuste per incuriosire giovani scienziate e scienziati, in cerca di risposte. 


La Siöberg parte, in questo suo percorso sull’argomento, dal binomio più classico: uovo e gallina, spiegando anatomia e fisiologia della riproduzione di questi animali comunissimi; spiega con precisione struttura e funzione delle diverse parti dell’uovo, il tuorlo, l’albume, la membrana, il guscio. E poi spazia nelle differenze fra i diversi tipi di uccelli, i nidi, la cova, la cura della prole.
A questo punto c’è una meritoria pausa per spiegare, con termini semplici e comprensibili, alcuni termini chiave che riguardano la vita e la riproduzione di vertebrati e invertebrati; il passo successivo vede protagonisti gli insetti e altri invertebrati. Ma non sono trascurati nemmeno rettili, anfibi e pesci, per finire con una breve carrellata sulle uova di dinosauro.


Tutto abbastanza esaustivo, pur nella stringatezza dei testi, ma l’autrice svedese non si ferma qui: affronta, un po’ più sinteticamente, la riproduzione umana, poiché tutti noi veniamo da una cellula uovo fecondata, la storia, la mitologia, la simbologia , infine la culinaria legata a questo elemento naturale così comune eppure così complesso.
Lena Sjöberg è un’autrice e illustratrice molto versatile, che spazia dalla narrativa per adulti a quella per ragazzi e ora approda alla divulgazione, in quella che le editrici italiane di Camelozampa definiscono ‘divulgazione illustrata’. Qui possiamo vedere il booktrailer in cui l’autrice racconta come è nato questo libro. Non abbiamo quindi, una divulgatrice di professione, ma un’autrice che ha messo a disposizione i suoi talenti, di scrittrice e illustratrice, al servizio di una funzione descrittiva ed esplicativa. Con molta serietà, alla fine del libro riporta le fonti che ha utilizzato per scrivere i testi, adatti a bambine e bambini a partire dai sette anni.
Le illustrazioni, spesso venate dalla giusta ironia che sottolinea il lato buffo delle cose, domina tutta la pagine e il testo, quando non è riportato all’interno dei riquadri, campeggia all’interno delle figure. Non si tratta di testi accessori, sono determinanti per la comprensione del messaggio, costituiscono nei fatti un tutt’uno con l’immagine, che, come spesso accade in questi casi, esplicita, rende intuitivamente evidente il contenuto del testo.


E’ un bel libro, ritagliato sulle curiosità dei bambini e delle bambine, di facile lettura, con il necessario supporto adulto per i termini e le spiegazioni più difficili; un libro che si inserisce nella complessa fioritura dei libri di divulgazione, che ormai offrono una gamma molto estesa di proposte editoriali.

Eleonora

“Fatti assodati sulle uova”, L. Sjöberg, Camelozampa 2020




lunedì 24 agosto 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DIVISA IN DUE


L’ultimo romanzo della scrittrice americana Sharon M. Draper, ‘Divisa in due’, pubblicato nella collana Feltrinelli up, affronta il tema delicato di chi sta a metà strada, ma solo apparentemente, fra due gruppi etnici.
La protagonista, Isabella o Izzy, è in realtà doppiamente divisa in due, in quanto figlia di divorziati con affido condiviso, quindi abituata a vivere in due case, a settimane alterne, condividendo la quotidianità, di volta in volta, con la madre e il suo nuovo compagno, e con il padre, la sua nuova compagna e il figlio di lei.
Già questo, di per sé, è un bel problema: due case, due camere, due zaini, due abitudini e stili di vita, cui lei deve comunque assoggettarsi, per non mettere ulteriore scompiglio nella sua vita affettiva. A sostenerla, oltre all’immutato affetto dei genitori, ci sono le amiche.
Ma la situazione di Isabella è in realtà complicata anche da un altro fattore: è figlia di una bianca e di un afroamericano, è uno splendido mix di caratteristiche che però le creano diversi problemi, che emergono in tutta la loro gravità, a scuola.
Isabella ha undici anni, quasi dodici, frequenta la scuola media, una scuola in cui convivono ragazze e ragazzi di tutti i gruppi etnici, all’interno di un quartiere residenziale il cui cuore è, indovinate un po’, un centro commerciale. Siamo in Ohio, a Cincinnati, e non sembrano esserci grosse tensioni razziali.
Eppure. Eppure, a scuola, la sua amica Imani trova nel suo armadietto, dopo una discussione in classe, un cappio. E’ così che Isabella prende coscienza di cosa significhi essere diversa, non solo per lo stile di vita inconsueto, ma anche più radicalmente, per il colore della pelle. All’inizio non sa come gestire il suo essere a metà strada, avere i capelli crespi e gli occhi chiari, una carnagione che non è a pieno né l’una né l’altra. Poi, man mano che prende coscienza del reale significato , si rende conto di essere fiera delle sue origini afroamericane.
L’autrice, che aveva già firmato il fortunato ‘Melody’, ha un’impostazione narrativa ben riconoscibile, nel raccontare presa di coscienza e ricerca di soluzioni nuove per gestire i problemi; tutto sembra evolvere per il meglio, anche troppo direi, in una realtà che ruota intorno agli stereotipi americani delle sale bowling, centri commerciali, hamburgherie, senza troppi drammi, denaro che non manca, solidarietà scontata e così via. Molto edificante e un tantino didascalico. Ma, come nel precedente romanzo, arriva il colpo di scena: mentre stanno andando a un concorso di pianoforte, Isabella è un’eccellente aspirante pianista, lei e il fratellastro Darren vengono fermati dalla polizia e, poiché sono neri, la storia non finisce bene.
Evidenti gli echi del movimento ‘black lives matter’, nato pochi anni prima della scrittura di questo romanzo, nel 2016.
L’episodio finale interrompe la corsa verso uno scontato happy end, mette il lettore e la lettrice di fronte a una verità scomoda: che i pregiudizi razziali, etnici, non risparmiano nessuno e sono così trasversali da cancellare anche i privilegi della classe media di colore. Certo, povertà, sfruttamento, sessismo si innestano sul razzismo per creare sistemi di esclusione sociale potentissimi; vale per l’America, vale per l’Italia, basti pensare allo sfruttamento dei migranti nelle campagne.
E’ difficile immaginare tutto questo in un romanzo per ragazzi e ragazze all’inizio della scuola media. In ‘Divisa in due’ troviamo una fotografia tutto sommato benevola delle complesse problematiche che una ragazzina così, a metà strada fra due genitori separati e due gruppi etnici, deve affrontare.
Un romanzo un po’ squilibrato, tutto slime a forma di cuore e indigestione di gelati nella prima parte, e poi un po’ troppo superficiale nel rappresentare la violenza della polizia e il peso delle discriminazioni razziali nel finale. Ma, nonostante questo, è un buon romanzo, dalla scrittura scorrevole, improntata su capitoli brevi che alternano le settimane con la mamma e quelle con il papà. In ogni caso, un primo approccio a temi attuali e imprescindibili per lettrici e lettori a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Divisa in due”, S. M. Draper, Feltrinelli 2020


venerdì 21 agosto 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LUCE DEGLI ABISSI


Uscito in un momento infelice, quando i lettori e le lettrici più giovani difficilmente entrano in libreria, l’ultimo romanzo di Frances Hardinge, ‘La luce degli abissi’, si segnalerà sicuramente come una delle uscite più interessanti del 2020.
Come i precedenti, anche questo è un romanzo ponderoso e complesso, sicuramente non privo di imperfezioni: proverò a raccontarlo in modo ordinato.
Ambientazione. Caratteristica della scrittrice inglese è la capacità di costruire contesti credibili, in cui la ricostruzione storica e la componente fantastica si integrano. Magistrale, in questo, ‘L’albero delle bugie’. Ne ‘La luce degli abissi’ abbiamo la costruzione di un mondo immaginario, che ‘pesca’ nelle storia dei bucanieri, ma anche nelle ricerche scientifiche fra ‘600 e ‘700.
Siamo, dunque, nell’arcipelago di Miriade, la cui isola più importante è Bramadidama. E’ un mondo tutto legato agli oceani e ai loro misteri. C’è stato un tempo remoto, ma non troppo, in cui tutta la vita dell’arcipelago era legato alle bizzarrie di oscure divinità marine, immense e crudeli, cui era necessario sottomettersi per sopravvivere. La crudeltà degli dei era imprevedibile e gratuita, placata talvolta da sacrifici umani. A gestire il rapporto con il mondo sottomarino sono i monaci che con le divinità parlano. Fino al giorno del Grande Cataclisma, in cui le divinità si sono distrutte l’una con l’altra. I loro resti, che giacciono sul fondo degli abissi oceanici, conservano le loro proprietà taumaturgiche e vengono raccolte, con prove di grande coraggio, dai cercatori di ‘divinio’, che si muovono con curiosi sottomarini, batiscafi e altre imbarcazioni sperimentali. Molte pagine sono dedicate al mondo sotto la superficie, dove il mare normale si incontra con l’Abissomare, il mondo degli dei, un’acqua respirabile e imprevedibile. La cifra di questo mondo è paura e mistero e non è un caso che molti dei coraggiosi che si sono calati in questi abissi sono rimasti Segnati, ovvero abbiano perso l’udito o riportino strane cicatrici, o abbiano i polmoni mal funzionanti.
Personaggi. Il personaggio principale, Hark, lo conosciamo nell’interessante incipit: è un ragazzino povero, analfabeta, ma grande affabulatore, abituato ai piccoli reati di strada, come truffare qualche mercante con storie strampalate. E’ molto abile in questo, ma il suo amico del cuore, nonché compagno di collegio, Jelt, lo coinvolge in avventure sempre più ardite. Il rapporto fra Hark e Jelt è uno degli aspetti più interessanti del romanzo, che ne segue l’evoluzione fino al finale tragico. Jelt è un po’ più grande di Hark e frequenta pessime compagnie, come la piratessa Rigg. Ed è in un’impresa pattuita con lei che Hark viene coinvolto, con il risultato di essere catturato e dato in vassallaggio alla dottoressa Vyne, che lo porta nel suo laboratorio al Santuario, dove riposano i vecchi monaci, ormai inutili. Vyne incarna la spregiudicatezza della scienza, che non crede ai miti e ricerca le vere ragioni delle peculiarità delle creature abissali. Ma non è un personaggio senza macchia, un contraltare positivo alle credenze religiose; è anche lei animata da ambizioni pericolose e spregiudicate. Così come il sacerdote chiamato Cercatore, che ha un ruolo decisivo nella parte finale, è una figura ambivalente: da un lato mosso dal nobile motivo di liberare gli umani, e la sua amata, dalla schiavitù di una religione primitiva, dall’altro pronto a tradire, per raggiungere questo scopo, e a sacrificare vite umane. Lui e solo lui è il depositario della verità sulla natura dei dei, manifestazione delle debolezze e fragilità umane. Non è la prima volta che la Hardinge dipinge personaggi così ambivalenti e così umani. Lo stesso rapporto fra Hark e Jelt, che potrebbe sembrare un puro rapporto d’amicizia, è in realtà un legame complesso, in cui trovano posto ricatti, sensi di colpa, tradimenti. Un altro personaggio interessante è Selphin, la figlia sordo muta di Rigg, che rifiuta il mare e le sue avventure, ma che, nel concitato finale, dovrà affrontare le sue paure.
Il ritmo. Questo è un romanzo che mette decisamente alla prova il lettore e la lettrice che si spaventano davanti a un tomo di oltre 400 pagine; l’inizio ha un ritmo decisamente lento, incentrato sul worldbuilding, la costruzione di questo universo fantastico e della sua mitologia. L’azione accelera progressivamente a partire dal ritrovamento di un frammento di divinio, che in realtà è ciò che resta del cuore della Dama Arcana. Questo sassolino, così appare, guarisce Jelt, che era rimasto incastrato in un batiscafo e dimostra di avere poteri curativi su ogni tipo di male. Ma trasforma chi lo detiene, rendendo Jelt un mostro. Il possesso del cuore della dea scatena conflitti e congiure, fino a un finale mozzafiato, in cui il mondo pare riconquistare un suo ordine.
Dunque segreti, tradimenti, avidità, paura come ingredienti incandescenti di un dramma individuale e collettivo; sullo sfondo una verità impietosa sulla credulità umana, la descrizione delle scelte difficili, che non sempre sono le più giuste, ma sono necessarie per rendere il mondo un poco migliore.
E’ un romanzo impegnativo, con una trascinante componente fantastica, che richiede un certo impegno nella lettura e soprattutto la capacità di leggere fra le righe, al di là dell’azione e dell’intreccio narrativo, quello che pensa l’autrice della nostra fragile umanità. Consiglio la lettura, quindi, a ragazzi e ragazze ben addestrati alla lettura, a partire dai tredici anni.

Eleonora

“La luce degli abissi”, F. Hardinge, Mondadori 2020


mercoledì 12 agosto 2020

ECCEZION FATTA!

BLOG IN PAUSA

Shaun Tan, da Piccole storie di periferia
 
in marcia dal 21 agosto

lunedì 10 agosto 2020

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)


IL CANTO DI TOMI

Non stop, Tomi Ungerer (trad. Damiano Abeni)
Orecchio acerbo 2020


ILLUSTRATI

"Uccelli, farfalle e topi: tutti spariti.
L’erba e le foglie erano avvizzite.
I fiori s’erano trasformati in ricordi.
Le strade e i palazzi erano deserti.
Erano andati tutti sulla luna.
Rimasto indietro, Vasco attraversava senza meta solitudini desolate, seguendo la sua ombra.
Di punto in bianco l’ombra lo esortò a DARSELA A GAMBE dietro l’angolo.
Appena in tempo!"


All'angolo, proprio dove un secondo prima era Vasco, c'è una esplosione che squassa il marciapiede. Vasco continua a girovagare per la città quando è di nuovo la sua ombra a intimargli di attraversare la strada immediatamente. Anche adesso si salva appena in tempo dai palazzi che crollano al suolo.
L'ombra indica a Vasco una grande scritta sul muro - NON SPERARE RESISTI - e lo conduce in salvo fino a un muro dal quale vede una strana creatura di nome Niente che gli affida una lettera per la moglie, senza indirizzo. Alle perplessità di Vasco, Niente lo rassicura: quella lettera troverà la sua strada.
Sempre dietro la sua ombra, ora attraversa strade inondate, su una nave solca il mare andando alla deriva, dentro una botte approda su una spiaggia deserta e si rifugia in un ospedale abbandonato, dove -unica superstite- c'è una donna che, in lacrime, dopo aver letto la lettera, gli affida il suo piccolino, di nome Poco. 
Appena in tempo, pensa Vasco: ora ho qualcuno del quale prendermi cura.


Insieme, con l'ombra come guida, attraversano mari di ghiaccio, boschi di alberi senza rami, camminano sulla terra che scotta, che trema, si infilano nelle tubature, attraversano raffinerie tra magma che ribolle. Entrano ed escono da labirinti, appena in tempo prima che tutto si sciolga. Fronteggiano carri armati, salgono su treni che attraversano il buio e poi si fermano in mezzo a un deserto. L'ombra indica a Vasco qualcosa in lontananza...
La sua missione volge al termine, in quella luce soffusa scompare, come tutte le ombre. Ma non sarà per sempre.
"Vasco e Poco non si annoiarono mai."

Aria Ungerer, sua figlia, di questo libro dice: "Non stop è il suo canto del cigno. Gli ha dedicato gli ultimi dieci anni della vita". E poi aggiunge: "Non ci sono parole che lo possano raccontare, perché tanto Tomi lo fa meglio".
Da calendario editoriale questo libro esce nelle librerie italiane il 27 febbraio del 2020.
Dopo una settimana esatta, all'Italia si chiede di chiudersi in casa fino a data da destinarsi e quello che era un addio alle scene diventa all'istante un libro utile, adatto alla circostanza.
Eppure... Per tutta la durata del confinamento, le persone cercano di non ammalarsi, si isolano e cominciano a fare una vita totalmente diversa da quella di prima.
Mentre questo accade, trovano sbocco in rete tutta una serie di più o meno condivisibili letture ad alta voce di albi illustrati, all'urlo di: i bambini, dobbiamo intrattenere i bambini e le bambine. 

 
Tuttavia, nessuno, che io sappia, si assume l'onere di dare voce a questo albo illustrato, così adatto, così utile, nuovissimo e bellissimo, che ha un testo che è musica, nella traduzione magnifica di Abeni.
Nessuno, che io sappia, ha il coraggio di attraversarlo, per arrivare a quel finale pieno di futuro, di luce, di dolcezza e di speranza. Nessuno ha la forza di dire a voce alta quello che Ungerer disegna sul muro: Non sperare resisti: Don't hope cope!

 
Eppure... Sarebbe l'unica frase che dovremmo dirci reciprocamente, che dovrebbe echeggiare dai balconi (magari al posto del 'Andrà tutto bene' un po' troppo assolutorio e, alla resa dei conti, anche un po' falso) e che dovremmo condividere anche con bambini e bambine, sistemati davanti a quei monitor con le figure dei libri un po' sfuocate e del tutto irraggiungibili.
Dovremmo onestamente dir loro di resistere, invece di credere che andrà tutto bene.
Onestamente; onestà, attitudine che manca spesso e volentieri nelle relazioni tra adulti e infanzia.
Interroghiamoci su quanto e quante volte da adulti riusciamo a essere onesti fino in fondo con i bambini e le bambine?
Se il prezzo è alto - e spesso onestà e verità lo impongono - i grandi si defilano, si nascondono, addolciscono la storia. E aspettano che vada tutto bene.
Ungerer, lui no. Non lo ha mai fatto.
A maggior ragione, non lo fa nel suo canto del cigno.
Ed è per questo che nei suoi quasi novant'anni trascorsi su questo pianeta, è sempre stato in una posizione 'scomoda'. 

 
Criticato, cacciato, escluso, odiato per aver sempre detto la verità, per averlo fatto in modo diretto, urticante ma maledettamente onesto.
Lo ha fatto e lo ha teorizzato in tutte le sue espressioni, compresa la sua attività di autore per l'infanzia. Non c'è suo libro che si possa definire men che radicalmente onesto nei confronti dei suoi lettori.
A partire dalla lingua, che a suo dire deve essere esatta e mai banale (perché scrivere mazzolino di fiori e non invece mazzolino di fiordalisi, se sono i fiordalisi a cui penso? perché carro e non calesse se di calesse si tratta?).
Ma anche il messaggio, di cui ogni suo libro è portatore, deve apparire sempre molto chiaro, magari attraversato dalla magia (canguri volanti, piogge di regali, serpenti alfabetizzati...) o dalla metafora, tuttavia espresso e disegnato con la trasparenza di un cristallo.


In un mondo in decadenza accelerata e definitiva, come quello raccontato in Non stop, il messaggio è lì a lettere cubitali su un muro, sotto gli occhi di tutti: non mollare, resisti. Vai avanti.
Ed è esattamente quello che Vasco fa. Tiene duro. Attraversa tutte le bruttezze, le difficoltà  e le calamità del mondo - dai carri armati alle raffinerie, dai labirinti agli tsunami e ai terremoti, con una creatura in braccio.
Guidato da un'ombra che, come fa il nostro spirito, ci segue ovunque, se vogliamo dargli ascolto.


Ungerer vola sempre alto e la sua voce parla a tutti. Sta parlando a grandi e piccoli.
In questo senso, Vasco rappresenta il prototipo di una umanità che il vecchio Tomi, fino al suo ultimo respiro, ha desiderato esistesse: una umanità che sappia fare resistenza, che si opponga con coraggio, avendo cura di chi ha bisogno. Fragili, piccoli, poveri, ultimi...
Il canto del cigno è quindi anche il canto di un uomo giusto, rivolto ai bambini e alle bambine, agli uomini e alle donne. 
Un canto che, oggi più di ieri, si dovrebbe avere il coraggio di cantare.

 
Ma si sa, Ungerer è scomodo e forse è più facile andare a dire in giro che andrà tutto bene.

Carla

Noterella al margine. Neanche una parola sulle immagini perché alla complessità di questo gigante dell'albo illustrato saranno dedicati alcuni incontri di Foto di gruppo con autore in giro per l'Italia.