lunedì 14 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

È 'N ATTIMO! 

Nonna Top, Gunnar Helgason (trad. Silvia Cosimini, Francesca Giona) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Ero al capolinea. Non ci sarebbe stata nessuna cresima. Nessun viaggio a Copenaghen. La mamma aveva invitato tutti e adesso avrebbe dovuto mandare un... disinvito. O forse no? Certo, poteva semplicemente trasformare la cresima in un funerale. Tanto gli invitati sarebbero stati gli stessi. Che fortuna che stavo per morire proprio adesso, solo una settimana prima della cresima. Guardai la mia cameretta per l'ultima volta..." 

Stella è a otto giorni dalla cresima e ha, come da giorni, pensieri foschissimi. Nonostante all'orizzonte ci siano due eventi per lei importantissimi: la gara di velocità su sedia a rotelle e la cresima. E nonostante la presenza della sua nonna preferita, nonna Köben, eccezionalmente arrivata in Islanda da Copenaghen per l'evento. 
In effetti il suo conto alla rovescia comincia un po' prima: a due settimane e tre giorni dalla cresima. In quel giorno infaustissimo le succede una cosa terribile quanto imbarazzante, che le rovinerà il tempo a venire: è a un passo dal suo primo incontro romantico, di sicuro dal suo primo bacio, con un ragazzino cotto di lei. 
Sera, casa libera, o quasi, lui suona alla sua porta con una cassetta per vedere insieme un film in camera sua. Tutto converge verso un finale romanticissimo, quando lei si sposta dalla sedia a rotelle e si accomoda accanto a lui sul letto. È esattamente in questo momento tanto atteso che invece l'atmosfera intorno ai due ragazzi prende un odore disdicevole. La schiena di Stella è attraversata da una fitta lancinante e una improvvisa caccona si gonfia nei pantaloni... Fugge come può in bagno e si chiude dentro. Ma cosa sta succedendo al suo corpo? Costretta dalla vergogna e dalla certezza di non confessare nulla al malcapitato, lo caccia in malo modo, da dietro la porta chiusa a chiave... E come se non bastasse, anche la carta igienica è finita! 
Questa è la storia piuttosto rocambolesca di una quindicina di giorni della sua vita! 

Stella ha tredici anni, quasi quattordici. Per essere nata con la spina bifida è sulla sedia a rotelle da sempre, ma la sua vita corre alla stessa velocità di tutti gli altri. Amiche e amici, anche qualche nemico, un ragazzino che stravede per lei, gli allenamenti per la gara, la preparazione in chiesa per la cresima. Una fantastica famiglia che la circonda: un papà e una mamma, per ragioni diversissime, davvero speciali, quanto i suoi due fratelli - Palli in maggiore che è lì per sdrammatizzare e Siggi il piccolino che è lì per filosofare. Due nonne, una snob che abita vicino e una cool che abita lontano. 
Stella l'abbiamo conosciuta nel 2023 quando ci ha raccontato della sua mamma. E poi di nuovo nel 2025 quando ci ha raccontato di suo padre. In questo ultimo libro sono le nonne a essere raccontate. 
Tra loro diversissime, sembrerebbero essere una mai apprezzata appieno a causa di certe sue rigidità, e l'altra mai così tanto amata come ora che è addirittura partita da Copenaghen per presenziare alla cresima della sua unica nipote femmina. 
Ma, come succede spesso, mai dire mai... 
Lo schema del conto alla rovescia si ripete anche in questa occasione e ha il merito di creare, come se ce ne dovesse essere bisogno, una giusta tensione narrativa. E come negli altri due libri la focalizzazione su un componente particolare della famiglia è in qualche modo strumentale per dare profondità a lei, la protagonista assoluta, Stella. Nei due episodi precedenti, mamma e papà, qui le due nonne sideralmente lontane tra loro, sono tutti lì per fare da specchi riflettenti dell'immagine di questa ragazzina in crescita, e per darle spunto di riflettere su se stessa e sul complicato mondo che la circonda, con particolare attenzione a quello degli adulti, sempre un po' contraddittorio. 
Specialissimi sono i suoi fratelli, in particolare Siggi che si dimostra ancora una volta un asso nella manica... 
Ma la cosa che colpisce di più nella lettura di questo terzo, ma mi augurerei non ultimo, episodio è la velocità di azione che ricorda molto le accelerazioni dei vecchi cartoni animati o dei film comici in bianco e nero, in cui si rotola nell'assurdo in due capriole. 
E anche, mi si conceda, la velocità del pensiero di un'adolescente e l'altrettanto repentino cambio del suo umore!!! Chi ha avuto una tredicenne per casa sa che passare dal pianto più disperato alla risata più spensierata è 'n attimo! Basterebbe anche solo leggere la prima dozzina di pagine in cui accade l'incredibile per capire a cosa alludo.
Qui tutto ha la capacità di accadere in un istante e chissà che questo non derivi dall'altro mestiere di Gunnar Helgason, ossia il suo essere attore e regista. 
Eppure in questo rotolare continuo da un assurdo all'altro, si trova anche il tempo di riflettere su un paio di questioni piuttosto nodali. 
Una arriva dal "catechismo" a cui Stella deve partecipare per racimolare i suoi punti-cresima ed è la domanda che il prete pone a tutti i cresimandi, prima di cominciare: qual è lo scopo della vita? 
La seconda ha molto a che fare con la prima: come ci si deve mettere di fronte alla morte? 
Niente paura: entrambe le domande sono incastonate nella comicità più schietta e non generano magoni di sorta. 
Di una cosa mi pare si possa essere certi: la filosofia che attraversa questo microcosmo familiare così tanto originale, anticonformista, libero da stereotipi e convenzioni, direi vulcanico(!) è il risultato dell'aria dell'Islanda. 
Una terra e un popolo diversi da tutto - giocoforza - sempre un po' distanti e un po' anomali di fronte ai panorami e all'omologazione europea. 
E naturalmente il suo cantore, Gunnar Helgason, per parte sua racconta di aver avuto alle spalle una famiglia molto movimentata e piena di inventiva e allegria e quindi di averne creato una letteraria (ma forse anche una vera, in carne e ossa) altrettanto buffa! 

Carla

venerdì 11 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A PENSARE QUALCOSA DI CARINO 

Mumin e il cappello del Gran Bau, Alex Haridi, Cecilia Davidsson, Cecilia Heikkilä 
(trad. Alessandra Scali) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Dopo una notte di tempesta la Valle dei Mumin si svegliò alla luce di un mattino radioso. Un venticello gentile danzava sulle colline, e il cielo era blu fino all'orizzonte. A ovest c'era il mare, a est il fiume che si snodava tra le Montagne Solitarie e a sud un filo di fumo si innalzava dal camino della Casa dei Mumin, perché Mamma Mumin aveva messo su il caffè per la colazione. 
Mumin e i suoi amici erano già fuori. Volevano dare un'occhiata in giro per la valle, perché non si sa mai cosa si può trovare dopo una grande tempesta." 

La squadra è composta: Mumin, Grugnina, Tabacco, Sniff e, avvinghiata caparbia al suo collo, c'è la piccola Mi. Ciascuno alla ricerca di qualcosa di davvero speciale: Mumin è il più fortunato perché trova un magnifico cilindro nero sul greto del fiume. Nonostante il prudente Tabacco lo sconsigli, lui lo porta subito a casa per regalarlo al suo papà che lo indossa, ma è troppo grande per lui. La piccola Mi suggerisce di usarlo come cestino della spazzatura: l'idea piace a Mamma Mumin, così quello sembra un innocuo cilindro accoglie al suo interno il primo rifiuto, ossia i gusci d'uovo della colazione. 
Basta un soffio e dal cilindro cominciano a uscire magnifiche nuvolette bianche sulle quali gli amici, increduli, si arrampicano per vedere il mondo da una prospettiva diversa... Tutto il pomeriggio passa svolazzando e quando è ora di tornare, le preziose nuvolette vengono nascoste nella legnaia per poterci giocare di nuovo il giorno dopo. 
Ma al mattino, all'apertura della porta, le nuvolette PUFF! Aveva ragione Tabacco, quel cilindro ha dei poteri... 

Nel 1990 Donatella Ziliotto pubblicava per Salani Il cappello del Gran Bau, il primo dei nove racconti lunghi di Tove Jansson dedicati ai Mumin. 
Il cappello del Gran Bau, va detto, segna l'esordio italiano dei Mumin, ma non è la prima storia che Tove Jansson dedica ai suoi personaggi. Ma di questo si è già detto altrove. Tuttavia, in tutti coloro che di Mumin e, più in generale, di grande letteratura dal Nord si sono occupati, il titolo Il cappello del Gran Bau fa venire un brividino di piacere misto a nostalgia. 
Così anche adesso che ne esce la versione per i più piccoli, una riscrittura felice di quella originale di Jansson, il brividino parte comunque. 

Tove Jansson, Il cappello del Gran Bau, Salani

Nel Cappello del Gran Bau, in realtà l'inizio è lievemente diverso: ci sono due paginette e mezzo in cui Tove Jansson racconta di una grigia mattina in cui la neve comincia a cadere. Con la prima neve i Mumin vanno in letargo, infatti all'interno della loro casa Mamma Mumin ha appena preparato i letti di ciascuno con le coperte pesanti. E ora assegna i posti: Mumin dormirà in soffitta con il piccolo Sniff nella camera a ovest. Alle proteste di Mumin perché Sniff russa tremendamente e preferirebbe come compagno di sonni Tabacco, la Mamma accomodante risponde: Tabacco e Mumin nella camera a ovest mentre Sniff dormirà in quella a est... Dopo la cena a base di aghi di pino, tutti - parole testuali delle due magnifiche traduttrici - "ognuno si infilò nel proprio letto, scavandosi una comoda cuccia, si tirò le coperte fino alle orecchie e si mise a pensare a qualcosa di carino." 
Si tratta davvero di poche righe che però hanno la capacità di trasmettere ai lettori quel senso di pace e calore diffuso che attraverserà i successivi libri della saga. 
In queste riscritture per più piccoli, succedono due cose necessarie. 
La prima: si riduce il numero dei personaggi per rendere più agevole seguire il racconto anche da parte dei più piccoli. 
La seconda: neanche un cincino di quell'atmosfera 'affettuosa' si perde, ma se nel racconto radice sono principalmente le parole a creare quell'atmosfera, nel racconto ramoscello invece sono le immagini che hanno lo spazio maggiore per di veicolare queste emozioni. 


E a proposito delle figure. 

Tove Jansson, Il cappello del Gran Bau, Salani

All'epoca della scrittura del Cappello del Gran Bau la stessa Jansson aveva sterzato rispetto all'esordio di La grande pioggia e poi L'arrivo della Cometa: tanto nell'illustrazione che non è più a pennello, ma a china a breve tratteggio, quanto nella storia e nell'ambientazione, che smussa le asperità dei pericoli e delle tragedie incombenti (da cui tutti poi escono sani e salvi, ovviamente), e si fa più morbida e accogliente. Lo stesso Gran Bau dagli occhi di rubino, peraltro anche arrabbiato per il furto subito, si addolcisce davanti alle irresistibili frittelle di Mamma Mumin: addirittura una carriola piena! 
Nel racconto ramoscello il Gran Bau continua a essere un po' spaventoso, ma meno dell'oscuro figuro in groppa a una pantera. 
È un fatto che nel racconto ramoscello spetta soprattutto alle immagini il compito di addolcire. Così compaiono i colori con una palette sempre attenuata: tenui verdi e ocra e rossi un po' spenti. Spesso tavole doppie che contengono il testo, talvolta piccoli bozzetti che si alternano a immagini in bianco e nero che sono il diretto anello di congiunzione con il libro radice. 


Con esso condividono anche alcune immagini di forte impatto, per esempio il piccolo Mumin e il suo amico Tabacco seduti sul parapetto del ponticello di legno oppure Mamma Mumin che guarda perplessa la giungla crescerle attorno... 

Tove Jansson, Il cappello del Gran Bau, Salani



Ma se guardiamo le immagini della festa, nel ramoscello per i più piccoli capiamo che quel qualcosa di carino di cui si leggeva nel libro radice è lì. 


Ed è per tutti! 

Carla

mercoledì 9 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COME SEMPLICEMENTE NASCE L’AMICIZIA 


È un segreto, ma te lo dico è il secondo titolo che Kirakira pubblica nella collana Tekuteku–Leggere passo dopo passo. È un racconto bello e delicato in cui trovano spazio piccoli segreti, grandi paure, meticolose passioni e qualche desiderio inconfessabile, come quello di gustare la caramella col filo dondolandosi sull’altalena, ma la mamma non vuole perché è maleducazione mangiare per strada. 
Ci sono pensieri di giornate che cominciano male (ma poi finiscono bene), parecchi gesti gentili e molta, molta capacità di ascolto. 
Ne risulta una sorta di diario a più voci che dice di come semplicemente nasce l’amicizia. 
Il primo a raccontarsi è Adachi: 8 anni e una gran passione per i treni. Passa più tempo che può a guardarli sfrecciare fermo davanti al passaggio a livello. Ha anche affinato una tecnica speciale per fermare, per un microsecondo o forse meno, un frame del treno in corsa, e riuscire così a mettere a fuoco una scritta sulla carrozza o qualcuno all’interno dei vagoni. 
Certo che è una scoperta di cui andar fieri! Quasi un’invenzione. È tutta sua. Un piccolo segreto. Ma capita che per due giorni di fila passi da lì anche Ogawa, una compagna di classe, e tra una chiacchiera e l’altra, così, spontaneamente, capita che questo gioco di riuscire a guardare dentro ai treni che passano veloci, lo si faccia insieme. 
Prima era un segreto, ora è un incontro. 
E lo è anche per noi che leggiamo perché voltiamo pagina e troviamo il racconto di Ogawa, che ha gli occhi a mezzaluna ed è sempre sorridente e ha deciso di comperarla quella caramella col filo e di succhiarsela proprio sull’altalena. 


È così che, nel negozio di dolciumi e snack vari (dagashiya, si impara dal glossario annesso), incontra un altro compagno di classe, Ucchan, che in cambio di un fugashi (vedi glossario) promette di non dire a nessuno di averla vista comprare caramelle. Un altro piccolo segreto condiviso, qualche dolcetto gustato insieme. 
Un altro incontro. Giriamo pagina ed è Ucchan che racconta. 
Lui sa tutto sugli animali, specialmente gli insetti, specialmente le cicale. Va a trovare il suo nonno tuttofare che ora è in ospedale. Ha appena gustato il suo snack preferito insieme ad Ogawa e si attarda nel parco dove cerca tra le siepi qualche animaletto da osservare, e invece ci trova Ueda accovacciata tra le siepi. 
Anche Ueda è una compagna di classe, e anche lei la incontriamo girando pagina. A Ueda è affidato il racconto più lungo, forse perché il suo è il segreto più pesante, quello di una bambina che non ha amici e non ama andare a scuola e quindi non ci va, parla solo con il suo pupazzetto da dita (un teruterubozu, quante cose si imparano dal glossario!), e si sente molto più a suo agio quando si accuccia dietro al cespuglio di azalee. L’incontro con Ueda è l’ultima perla di questa collana che si richiuderà felicemente davanti al passaggio a livello. In tutto il suo splendore.
Una storia di amicizia raccontata con semplicità e nitidezza. Se in Piovono maiali - primo titolo della collana- leggevamo un Diario del Domani, qui leggiamo un diario di giorni come altri dove, semplicemente, si diventa amici. 
Proprio una bella storia con una sapiente costruzione che riesce ad agganciare il lettore così come nella trama si agganciano gli incontri. Per lettori e lettrici a partire dai 7 anni. 

Patrizia 

 “È un segreto, ma te lo dico”, Rimako Horikawa, trad. Roberta Tiberi, Kirakira Edizioni 2026 


lunedì 7 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA! (libri per incantare)

VOCE DEL VERBO... RIBALTARE

Voce del verbo, Carolina Zanier 
Camelozampa 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"CATTURARE 
DISTRUGGERE 
ELIMINARE 
APPROFITTARE 
AGGREDIRE 
COSTRINGERE 
IMPORRE 
COLPIRE"

Questi sono otto dei venti verbi che compaiono scritti a matita nei risguardi del libro. 
Nel vederli così - grigio su bianco - verrebbe subito da pensare che siano stati dei bambini a sceglierli. Infatti, almeno apparentemente, sono scritti da piccole mani, perché il segno a matita è incerto e il corpo delle lettere varia. Certo, l'assenza di errori sulle doppie e, più in generale, l'assoluta correttezza ortografica farebbero nascere il sospetto che si tratti di una scrittura ex post: ossia i venti verbi sono il risoltato di una cernita fatta da un adulto, mentre ai bambini è stata affidata la sola copiatura sul foglio, diventato poi risguardo. 
Che nella scelta dei verbi i ragazzini abbiano avuto un ruolo a posteriori sembra trovare conferma in quanto dice Carolina Zanier nell'intervista che si legge sul sito della casa editrice: 
La scelta dei verbi è stata, senza dubbio, la fase più delicata e complessa dell’intero progetto. Ho dedicato quasi un anno a costruire questa lista: aggiungendo, eliminando, cercando, confrontando e approfondendo sul dizionario non solo il significato di ogni parola, ma soprattutto la sua origine, la sua etimologia. La sfida più grande è stata individuare verbi capaci di sostenere il gioco creativo che avevo immaginato: un ribaltamento semantico nato dall’incontro con una fotografia. 
Questo non vuol dire che lei, a verbi scelti, non abbia cercato un dialogo e un riscontro con i ragazzini, anzi. Sempre nella medesima chiacchierata dice: 
Sì, ho condiviso con loro alcune riflessioni e ho accolto con grande emozione i loro punti di vista. Le loro osservazioni mi hanno convinta ancora di più della ricchezza e della profondità dei pensieri dei bambini, una ricchezza che troppo spesso il mondo adulto non riesce a far emergere né ad ascoltare con la dovuta attenzione e serietà. Ricordo, ad esempio, di aver portato la bozza del libro in una classe di seconda elementare per osservare la loro reazione... 
Ecco, quella bozza del libro... 


Chissà se le cose invece fossero andate al contrario: ovvero se tutto fosse partito da una lenta e ragionata raccolta di verbi che i bambini, sollecitati sull'argomento, considerano portatori di aggressività. Chissà che verbi sarebbero usciti? Probabilmente, in molti casi avrebbero coinciso con la scelta fatta da Zanier. 
E chissà che foto lei avrebbe scattato? E quanto diversa sarebbe stata la bozza del libro? 
Dopo il dubbio sui risguardi e quindi sul metodo, si entra nel libro e succede quello che a me non era capitato con il libro precedente, Come me, come te: ci si stupisce. 
I venti verbi sono lì, uno per uno, e hanno una doppia pagina a disposizione. 
Quindi il "ribaltamento" semantico (non solo quello dell'uso di un formato insolito) che l'autrice aveva come obiettivo (!) è avvenuto.

A ogni giro di pagina, ci si interroga per qualche secondo: questo succede perché tra immagine e parola c'è spazio e soprattutto perché al lettore è dato il modo di infilarsi in detto spazio, rigorosamente muto, tra parola e immagine. 
Tale spazio - è Sophie Van der Linden a spiegarlo molto bene - è assolutamente necessario perché lì dentro, se il libro è un buon libro, si crea un lieve attrito, una lieve frizione, persino un contrasto. Meglio se è addirittura un ribaltamento (magari anche tra opposti, laddove si allude a un dolore e si fotografa una gioia).


Insomma, se quello spazio è libero da parole che mi spiegano per esempio ciò che dovrei vedere, ciò che dovrei capire, sono più contenta e soddisfatta. 
E libera anche di giocare e magari scegliere accoppiate tra verbo e foto diverse da quelle poi andate in stampa.
Sarebbe bellissimo poter mettere in mano ai ragazzini le foto e l'elenco dei verbi, in due contenitori separati e chiedere loro di metterli in coppia. Chissà quanti mille mila libri diversi verrebbero fuori...


Qui, le parole, ossia i verbi, sono ovviamente necessarie: sono spina dorsale del progetto, ma sono anche la miccia di innesco di ogni ragionamento che nasce guardando le figure. 
Così accade che la curiosità, la piccola sfida a cui sono chiamata come lettrice, il cimento, mi incitino a proseguire. Mentre nel libro precedente le parole appesantivano, chiarivano dove non richiesto e chiudevano quindi lo spazio immaginativo di chi aveva il libro in mano, qui succede l'esatto contrario: ogni coppia - verbo/foto - sorprende. Ci meraviglia il fatto che il verbo possa avere significati anche così lontani, direzioni diverse tra loro e questo accade nell'osservare l'immagine. 
E naturalmente si apprezza il lavoro di "cucitura" fatta tra i due linguaggi. 


Per esempio: il verbo Colpire è illustrato con la foto di un piede nudo di ragazzino, in primissimo piano, nell'atto di dare un calcio a un pallone di cuoio bello "vissuto" e sullo sfondo c'è qualcuno in porta ad aspettarlo, mi indica già un tipo di ragionamento che mi è richiesto. Poi quando si passa a verbi come violare, pestare, strappare, distruggere o catturare, il lettore è lì che aspetta di vedere come risolvere il caso di specie, lontano da ogni accezione negativa... 


O ancora: il difficilissimo Combattere è stato risolto con un'immagine di piantine nate tra le commessure di un pavimento che contro di esse lottano. 
Come sempre accade, alcune connessioni sono meno felici di altre; imporre non mi convince, e altre sono proprio belle idee come la piccola sequenza creata con armare e bombardare: due verbi obiettivamente ben difficili da illustrare, fuori dalla retorica. 
E con il verbo provocare, si sorride per la sottile, sottilissima provocazione! 

Carla

venerdì 4 settembre 2026

OLTRE IL CONFINE! (libri dall'estero)

YO TENGO UNA PASIÓN

Yo tengo un moco, Elena Odriozola, 
Ediciones Modernas El embudo 2020 


ILLUSTRATI 

"Yo tengo un moco 
lo saco poco a poco l
o redondeo 
lo miro con deseo 
yo me lo como 
y come sabe a poco 
saco otro moco 
y volvemos a empezar.... "

Vista così, sembra una poesia, invece è una canzone, ossia una filastrocca della tradizione. 
Che dice questo: ho una caccola, la tiro fuori piano piano, ne faccio una pallina, la guardo con desiderio, me la mangio e siccome non sa di molto, ne tiro fuori un'altra e via, si ricomincia... 


Una canzoncina per bambini che Elena Odriozola ha trasformato in un libro: un piccolo libro di circa quindici centimetri per undici, ma di ben centotrentasei pagine. 
Così l'hanno concepito dentro la bella casa editrice El embudo... Che se lo sfogli velocemente diventa anche un bellissimo flip book "filosofico" dove una bambina, un bambino una ragazza, un ragazzo, una signora e un signore, probabilmente i genitori, e infine una signora e un signore anziano, probabilmente i nonni, a turno si ficcano un dito nel naso (varia la narice ma non la direzione) e ne estraggono una caccola, la appallottolano e quindi se la mangiano e, visto che non sa di molto, ricominciano con il solito dito, la solita narice, la solita pallina e il solito assaggio... 
Come a dire: passa il tempo, ma... oppure panta rei, o ancora cambiare tutto per non cambiare niente. Ognuno scelga il proprio.
Impaginazione regolare come un metronomo: risguardi a pois verdi, che alludono alla materia prima della storia, testo verde in stampato maiuscolo sulla pagina di sinistra.


Tutti i personaggi sono ritratti a mezzo busto nella pagina di destra: ne vediamo il viso, le braccia e il torso, e soprattutto le mani che ispezionano, appallottolano, portano alla bocca e ispezionano di nuovo, estraggono e fanno pallina e assaggiano... 
Qualche dettaglio dell'abbigliamento, il tipo di capigliatura sono queste le uniche tracce che ci fanno capire che siamo di fronte a due bambini, due adolescenti, due adulti e due anziani. Ma il vero pezzo migliore sono le quasi impercettibili variazioni espressive - e qui parte la hola per Elena Odriozola. 


La bambina e il bambino con quel gesto dimostrano di avere la spensierata dimestichezza di chi sta esplorando il mondo di fuori come quello di dentro: occhi aperti, anzi spalancati, curiosi e osservatori nei confronti di quella pallina verde che impercettibilmente si affaccia al bordo della loro narice, destra o sinistra che sia. 
E come a tutti i bambini capita, hanno ancora fresco il ricordo della fase orale, in cui -a parte gli occhi e le dita- ha grande importanza la bocca. La caccola sembra un po' deluderli sotto il profilo gustativo, molto di più dà loro soddisfazione farne una pallina tra le dita... 
Discorso totalmente diverso, espressivamente parlando, è quello con gli adolescenti: la ragazzina ha occhi socchiusi, sguardo fisso e apparentemente assente, alza gli occhi al cielo nella fase di assaggio, anche lei insoddisfatta, ma evidentemente già molto consapevole di quello che l'aspetta. 


Il suo coetaneo maschio non ha occhi in vista; sono sotto una frangia che si apre come un sipario solo nel momento dell'osservazione della suddetta pallina. 
Quando si arriva agli adulti - quegli stessi adulti che hanno riempito la testa e le orecchie dei loro figli negando loro la possibilità di mettersi le dita nel naso e fare pulizia all'interno, perché non si fa: è maleducazione! - il gioco si fa ancora più duro. 
La signora, o madre che sia, fa tutta una serie di faccette vergognose per coprire il gesto, consapevole che se un bambino la becca in flagrante, per lei sono guai e potrebbe esploderle tra le mani tutto il suo progetto educativo. 


Lo stesso, o quasi, accade quando entra in azione il barbuto uomo o padre, che dalla sua ha anche degli occhiali dalle lenti spesse. Più disinvolto, pensa di poterla fare franca con tutto quel fitto pelo intorno alla bocca e sotto il naso. 
Dei nonni tacerò, ma la capacità interpretativa di Elena Odriozola non recede di un millimetro. 
In sostanza, si tratta di sole otto immagini dedicate alle singole quattro età: questo di fatto è il massimo spazio visivo che lei si concede per dare spessore umano - in estrema sintesi e con la massima efficacia e ironia - l'esprit, l'anima, di quattro diverse fasi della vita. 
Questo è per dire due cose: la prima riguarda la bellezza di saper lavorare per sottrazione, invece che per accumulo. Saper creare da una buffa filastrocca un libro pieno di intelligenza e valore e significato. Con quasi nulla in mano, chi ha concepito questo libro così com'è è stato capace di dire così tanto ai propri lettori, grandi o piccoli che siano! E in questo Elena Odriozola è stata ancora una volta maestra coraggiosa. 
E la seconda cosa è invece un rammarico: pur essendo una grandissima autrice, e non solo una mia passione (ho parecchi suoi libri di venti anni fa o giù di lì), in Italia arriva in dosi omeopatiche. 


Ma forse qualcosa si sta muovendo? 
Nell'attesa, il consiglio è: trastullatevi col vostro naso...

Carla

mercoledì 2 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TUTTE LE VARIETÀ DI FUNGHI


Fritz è un piccolo fungo della specie finferlo. Conduce una vita molto serena, in compagnia dei suoi genitori e di molti amici che frequenta abitualmente, in alcuni casi ama partecipare a giochi collettivi, insieme a molti altri funghi diversi, in altri casi preferisce la compagnia di pochi, in altri casi ancora predilige trascorrere del tempo con uno solo dei suoi amici, il più caro: Pig. Funghetto anche lui, ma della specie ovolaccio. E quella della specie non è l’unica differenza tra i due. Pig, infatti, ha un temperamento differente e, sebbene ami trascorrere del tempo anche solo con il suo migliore amico, non disdegna mai, ma proprio mai, le situazioni in cui si è in tanti, in cui c’è confusione; anzi, per lui rappresentano l’occasione per emergere ed essere al centro dell’attenzione. 
Fin qui nulla di strano. Senonché un giorno a Fritz (al quale evidentemente non sfugge la distanza tra sé e l’amico) viene in mente di provare a trascorrere un’intera giornata come Pig, lo affianca quindi in tutte le sue attività e non si tira indietro neanche quando i giochi e le avventure si protraggono oltre quello che lui avrebbe normalmente accettato. Ora Fritz comprende, forse avendone prova cogente, che per lui tutto questo può essere addirittura faticoso e quindi con grande serenità decide di defilarsi per un po’. 
Una storia apparentemente semplice, ma che l’autrice racconta compiendo delle scelte precise e non proprio scontate. 
Prima di tutto, sia Fritz che Pig vengono presentati con una scheda che sintetizza gli aspetti più importanti della loro vita: nome, gusti, abitudini. E questo fornisce allo stile narrativo già una precisa connotazione; infatti, il resto della storia procederà per frasi molto brevi strettamente vincolate al contenuto dell’immagine, rispetto alla quale forniranno una sorta di “chiave di lettura”. 


Le illustrazioni morbide, sinuose, dalla tavolozza calda (ma non necessariamente autunnale come la scelta dei funghi ci condurrebbe subito a immaginare, nel più classico dei luoghi comuni anche nei libri illustrati!) riempiono le pagine accompagnandoci nell’evoluzione della storia che procede senza stacchi né pause. 


La sobrietà e insieme l’accuratezza del linguaggio (che si deve, sono sicura, non poco alla traduzione di Chiara Carminati) contribuiscono a costruire un equilibrio solido, che permette alla storia di stare in piedi ed evita approdi di tipo moralistico. La vicenda di un fungo (un bambino) che, a differenza della maggior parte dei coetanei, cerca nell’arco della sua giornata momenti di silenzio, solitudine e apparente inattività, e che per di più si sforza di immaginarsi diverso da quello che non è, si espone teoricamente a un rischio, quello cioè di una chiusa moraleggiante che lo classificherebbe come diverso, e in quanto tale bisognoso di un riconoscimento e di una dichiarazione di accoglienza. Raccontare la storia di una scelta, compiuta per indole prima, per decisione consapevole poi, di assicurarsi degli spazi e dei momenti di assoluta solitudine, si potrebbe piegare facilmente a una ricomposizione pacificata di ogni differenza, che cessa di essere tale sotto l’egida del livellante sguardo buonista. 
Invece l’autrice percorre una strada diversa, evitando semplicemente di raccontare il pomeriggio di Fritz come metafora di un problema e di conseguenza sollevando la storia “dall’obbligo” di proporre una soluzione didascalica. 
La narrazione guadagna in questo modo in leggerezza e il pomeriggio dei due protagonisti acquista il sapore di un gioco tra bambini, dai tempi e modi non rigidi, ma disposti ad allargarsi e restringersi ogni volta in modo diverso. 
Mi pare che il senso di tutto il racconto sia soprattutto in un brevissimo dialogo. 
Il gruppo di funghi decide di giocare a nascondino, Fritz si nasconde ed è in questo momento, che lontano da tutti, tira un sospiro di sollievo. Quando, poco dopo, gli altri arrivano, urlano: - Trovato! - Ma lui risponderà: - A dire il vero… Non penso di sentirmi ancora pronto per essere trovato. -
Ecco, credo che questa frase sintetizzi il senso della libertà che Fritz rivendica per sé stesso di vivere la propria condizione di “perduto” in assoluta libertà, senza che questo debba necessariamente generare l’obbligo del soccorso. 


Le pagine che seguono sono quelle del racconto del tempo che il piccolo fungo recupera in solitudine e che costituiscono l’unica maniera possibile per poter poi tornare con gli altri.


L’equilibrio tenuto per tutto il tempo da questo racconto, mi pare che mostri solo una crepa nel finale. 
I due amici, dopo il gioco a nascondino, decidono di mangiare un gelato insieme. Nella presentazione iniziale siamo stati informati, tra le altre cose, anche dei gusti di gelato preferiti di ognuno di loro. 
A questo punto, Pig prova per la prima volta ad assaggiare quello che Fritz prende sempre. Anche il più esuberante dei due compie lo sforzo di avvicinarsi all’altro, non proprio quello di provare a vivere la sua giornata, ma il suo gelato sì. 
Questo, a parziale risarcimento di Fritz, al quale l’onore e l’onere di pronunciare la frase: - Sono così felice che ci siano così tanti modi meravigliosi di essere diversi. –Una chiusura meno netta avrebbe forse consentito alla tensione leggera di questa storia di rimanere più alta, permettendole di gravitare intorno a un ventaglio di significati e rimandi più ampio. In questo modo finisce inevitabilmente per confluire nel novero (molto affollato) delle storie a celebrazione prosaica di tutte le differenze. 

Teodosia 

Fritz. Storia di un fungo di Kelsey Garrity-Riley (trad. di Chiara Carminati), Emme edizioni 2026