Sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, abbiamo ospitato in libreria Virginia Clericetti per la presentazione dell’albo Il più grande spettacolo che ha illustrato per Orecchio Acerbo, sui testi di Luigi Dal Cin.
Virginia abita qui vicino a noi, e ci siamo conosciute in libreria. L’avevamo già ospitata per il suo debutto come illustratrice, sempre con Orecchio Acerbo, con il libro Di cosa hai paura? con il testo di Carola Susani.
Il dialogo di sabato è parso interessante non solo per fare un focus sul lavoro di Virginia, e su questo nuovo albo in particolare, ma soprattutto sul rapporto tra immagine e testo, piedistallo su cui si innalza l’essenza stessa degli albi.
Il più grande spettacolo racconta di un uomo che pare vivere su una panchina, raccontato con gli occhi di una bambina che tutti i giorni lo vede durante il suo tragitto verso scuola: suo papà lo definisce ‘invisibile’. Da questa invisibilità la bambina comincia a fantasticare: e se l’uomo fosse un giocoliere, un clown, un mago? Perché solo i maghi sanno rendersi invisibili.
Quando incontro un’illustratrice di un albo, le mie riletture del libro sono in funzione delle domande che il libro mi porge e pongo maggiore attenzione sul rapporto tra la storia narrata con le parole e quella narrata con le immagini.
La prima evidenza è stata lampante: Virginia aveva creato un suo proprio mondo immaginifico che dialoga perfettamente con un testo ricco di riferimenti a oggetti (le bottiglie abbandonate sotto la panchina) o a situazioni (l’uomo come protagonista di uno spettacolo).
Leggere il testo di un albo senza guardare le immagini è un esercizio molto interessante da fare.
Quindi la mia prima domanda è stata proprio qual era stata la sua reazione alla ricezione del testo.
Spaventata, risponde onestamente Virginia. E le credo. L’argomento molto delicato unito alla suggestione evocata dalle parole riguardo al mondo dello spettacolo avrebbe potuto far inciampare chiunque nello stereotipo. Ma non lei.
Ha cominciato subito a ragionarci cercando di lavorare su piani non scontati. Ci ha raccontato che è stato importante per lei un libro che leggeva coi suoi fratelli da bambina Il Clown di Dio di Tomie de Paola (Jaka Book) da cui ha preso ispirazione.
Il primo lavoro difficile che ci ha raccontato è stato quello legato all’invisibilità. L’uomo c’è, ma non c’è. Virginia ci ha raccontato di come abbia attinto questa suggestione da alcune performance fatte durante il lockdown in cui alcuni bambini erano dipinti come gli sfondi di fronte a cui stavano.
La seconda difficoltà è stata dettata dalla presenza nel testo di oggetti, come per esempio le bottiglie. Come farle diventare qualcosa d’altro, di magico, di spettacolare?
Farle diventare stelle.
Noto che il suo uso ritmico della scansione delle tavole è impressionante e generoso. Utilizza più volte tavole tagliate orizzontalmente e verticalmente a dare ritmo, a segnare un tempo che è sempre un tempo altro: tempo dell’immaginazione della bambina, tempo della magia che ferma e allunga e gioca.
A queste tavole spezzate si alternano tavole a tutta pagina, larghe, ariose, spaziose, aperte.
Spiazzanti a volte.
Una terza caratteristica che amo molto del lavoro di Virginia è lo ‘sguardo in camera’. Ben presente nella copertina del suo primo albo, si manifesta anche in questo, chiaramente nella prima doppia pagina del libro.
In questa pagina lo sguardo della bambina aggancia il lettore, portandolo subito dentro la storia e in qualche modo facendolo aderire alla figura dell’uomo invisibile. Lo sguardo della piccola è esattamente quello dei bambini che guardano e che mentre guardano domandano con tutto il corpo. Che precisione, che esattezza.
Ce ne sono molti di sguardi rivolti a noi lettori in questo libro, anche se il più bello, il più forte è quello della doppia pagina di spettatori.
Tra la pagina di sinistra e quella di destra passano pochi secondi (di nuovo il tempo dilatato), ma allo stesso tempo leggiamo distanza e continuità, come si vede dai passaggi curati tra una tavola e l’altra, disegnati appunto in continuità.
Mentre parlo con Virginia del libro, alzo lo sguardo e ritrovo almeno la metà delle persone rappresentate in queste pagine. Il suo mondo familiare, intimo, di vicinanza è lì. Mi guarda dal libro e dalla realtà.
Ultime due notazioni.
Le pagine finali portano il libro ancora più lontano. Virginia dice che gliele ha donate Fausta Orecchio, le ha detto continua la storia che hai iniziato con le tue illustrazioni e lei lo ha fatto in modo magistrale. Non ve le racconto perché le dovete vedere dal libro: sono tre doppie pagine che di nuovo si chiudono con uno sguardo potente.
Ho detto a Virginia che mi ricordano il lavoro di Anthony Browne, mi parevano quasi un omaggio e lei ha confermato il suo amore nei confronti dell’autore britannico.
Ultima ultimissima cosa.
A un certo punto del libro c’è una pagina diversa dalle altre, in cui il nostro uomo invisibile lancia con bravura estrema le bottiglie in aria, passeggiando lungo un cerchio. Si chiama fenachistoscopio e Virginia lo ha riproposto ai fortunati che dopo la presentazione si sono fermati per il laboratorio.
Se si fa ruotare e ci si pone davanti allo specchio, vedremo l’uomo fare il suo spettacolo.
Le illustrazioni di Virginia sono matite colorate su fondo a olio.
Per le illustrazioni degli spettatori ci ha messo circa 50 ore: le ho chiesto quante ore ci aveva messo perché si vede che è un lavoro immane. E non sempre i lettori ne sono consapevoli.
La sua capacità di costruire mondi a partire da un testo di altri è sbalorditiva: lei riesce sempre ad aggiungere, al di là del valore estetico, ulteriore senso a quel libro, a quella storia.
E quegli sguardi diretti al lettore si impiantano nel cuore.
Valentina
Il più grande spettacolo, Luigi Dal Cin e Virginia Clericetti, Orecchio Acerbo 2026






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