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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

mercoledì 1 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DOVE SONO QUANDO NON SEI CON ME 

A e B sono amici. Un’oca e un riccio, per l’esattezza. Giocano, litigano e fanno pace. Passano molto tempo assieme, come ogni coppia di amici che si rispetti: si vedono ogni mattina, fanno colazione e chiacchierano, si scambiano qualche opinione, qualche osservazione sullo stato delle cose, qualche sorriso e qualche nostalgia. Poi, come accade a tutti gli amici, si allontanano in direzioni opposte, per vivere, ognuno per suo conto, la propria giornata. 

 
Dell’osmosi tra il mondo esterno e quel luogo privilegiato che è l’amicizia viene solitamente analizzata la direzione che dal fuori conduce al dentro: l’amicizia è una ritirata sicura, un’officina dove si scambiano idee, valori e sentimenti sperimentati altrove; dove si abbassano le difese, si condividono valori e piacevolezze in una prossimità che è fisica, intellettuale e sentimentale esclusiva, e intendo: caratterizzante e impossibile da sperimentare altrove. Meno indagata invece è la relazione che intercorre tra il calore del fuoco degli affetti elettivi e tutto quello che ci circonda e forse è a questa domanda a cui cerca di rispondere Sara Donati con la delicata vicenda narrata in questo albo: qual è il rapporto tra il nostro intimo star bene attorno al fuoco amicale e tutto quello che sta fuori di esso? In che modo agiamo per il bene della comunità coltivando quella pozza di luce e calore che sono le relazioni intime più profonde? Come si connettono la presenza e l’assenza, come divengono tessuto per il benessere comune?  


L’albo procede alternando illustrazioni calde e dotate di testo, in cui A e B sono presenti assieme, a narrazioni senza parole, vignette leggere, quasi appena schizzate in punta di penna. Ecco allora la giornata di A, il riccio: dopo aver salutato B, l’oca, si avventura controvento. Poco dopo A recupera gli occhiali di una lontra che si protegge dal vento con una sciarpa dorata. Qui, perdiamo le tracce di A per seguire le vicende di personaggi che appaiono per pochi attimi, in cui la silenziosa protagonista è una sciarpa dorata: ecco la lontra che aiuta le formiche ad attraversare il fiume - la sciarpa trasformata in ponte - ecco gli uccellini prendere la sciarpa per farci un nido, ecco la sciarpa cadere dal nido per atterrare fortuitamente davanti alla tana dell’oca, come se fosse quella la sua originaria e più naturale destinazione. Ormai è sera, e nulla è più bello di una sorpresa morbida e gialla . 


C’è un luogo dell’amicizia che è fatto di presenza: essere insieme nello stesso luogo e nello stesso tempo. Ma lo stesso legame esiste quando ci si muove in direzioni opposte e contrarie. Esiste dunque un luogo dell’amicizia in cui non si sta assieme, dove però l’assenza è ben lungi dall’essere vuota e ammalata di solitudine, dove il legame prende strade diverse ma persiste, quasi dotato di una persistenza capace di dilatare smisuratamente quel luogo e quel tempo. A e B fanno ancora colazione assieme, chiacchierano e condividono una desiderata prossimità, anche se non sono dello stesso umore. Come in ogni storia che si rispetti, ora seguiremo B, l’oca, avventurarsi sulla propria strada. Vedremo i suoi gesti propagare e diffondersi come cerchi nell’acqua. B scomparirà dalla scena, ma le sue energie caricate, allenate e messe in moto dalla colazione con A, continueranno a muoversi in sua assenza. Contrassegnato dal nastrino rosso, qualcosa che ha preso il via da B, sviluppato nell’intimità specialissima tra A e B, procederà per suo conto, fino ad approdare davanti alla tana del riccio, sua legittima destinazione, sotto forma di un mazzetto di shanghai; e il riccio si sa, va matto per le sorprese, specialmente quando sono appuntite e misteriose. 


La struttura ibrida di questo albo conferisce sostanza ulteriore al territorio in cui si muove la storia: confortato dai colori e dalla presenza delle parole, l’occhio cade nelle sole immagini come si cade sul marciapiede dopo il calore di un caldo caffè sorbito alla presenza rassicurante di chi – amico – ci capisce appieno. Attoniti e sufficientemente impreparati, si sta al cospetto dell’immagine in solitaria, costretti a scattare dalla passività rassicurante del testo ad una più attiva interpretazione immaginativa. Sospesi in questo limbo la riflessione innescata dalla storia si allarga sul mezzo comunicativo dell’albo e delle sue componenti fino ad arrivare a riflessioni sul linguaggio stesso. Dove sta infatti il significato, quando non ancora verbalizzato?  


L’idea esplosiva di questo albo sta tutta qui, nel riuscire a raccontare quella particolare energia che si sviluppa tra due entità amiche e i suoi effetti in assenza delle stesse entità. A e B ogni giorno insieme si dipana quasi come una struttura matematica per svelare come, l’assenza – di un personaggio, del testo, - non sia mai neutra, ma al contrario sviluppi reciprocità e interdipendenza che è essa stessa sostanza. 
A e B non a caso non hanno un vero nome: nella manifestazione esteriore della storia, sono un’oca e un riccio, ma essi stanno uno all’altro come fattori di una relazione specifica e potrebbero essere qualsiasi cosa, elementi tra cui si instaura un legame elettivo speciale capace di propagarsi ben oltre la relazione primaria. Una riflessione condotta in modo non didascalico capace di sostare nei territori indefiniti dell’intuizione e interrogarsi dove siamo davvero, quando non siamo con le persone amiche che ci rendono, intrinsecamente, quello che siamo.


Giorgia


 “A e B ogni giorno insieme”, Sara Donati, Terre di Mezzo Editore 2026 

mercoledì 4 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA LEGITTIMA PORZIONE DI MISTERO 

Al rientro da un weekend dai nonni, le bambine lo vedono subito. 
La cucina, il bagno, l’ingresso… anche la loro cameretta. È tutto molto vuoto e dritto, persino l’odore nell’aria è cambiato. Troppo ordine, troppa pulizia le insospettiscono immediatamente. È chiaro che qualcosa deve essere stato buttato via. Perché non si può pulire così tanto senza buttare via niente. 
E siccome le cose buttate vanno conferite da qualche parte, ecco il sacco. Le bambine lo trovano e indignate lo prendono e lo riportano nella loro cameretta, per analizzare quali oggetti i genitori abbiano buttato in loro assenza, credendoli cose senza importanza al punto da definirli robaccia rotta o inutile, pelucchi e frammenti talmente insignificanti da far definire il sacco “vuoto”. 
 

Ordinare sembra un gesto semplice, eppure ci mette di fronte a continue scelte. E se è vero che ogni manuale che si rispetti suggerisce di liberarsi senza troppi pensieri di ciò che è inutile, vecchio o rotto, meno ci si sofferma a riflettere in quale sistema di valori tali aggettivi trovino sostanza e realtà. E se le persone che vivono in casa sono più di una, i fraintendimenti e le sovrapposizioni possono essere tante. 


Estratti uno a uno dalle proprietarie, le penne rotte, i coperchi senza funzionalità apparente, i tappini, i pelucchi, gli occhiali senza lenti e i cucchiaini gettati con efficiente noncuranza tornano ad assumere la loro dimensione affettiva originaria, prendendo corpo in usanze e costumi che le bambine restituiscono con crescente sdegno: una cintura con i campanelli può sempre tornare utile, le carte delle caramelle rivelano essere una collezione di trasparenze e colori. E il ciocco di legno assomiglia talmente a un bebè da avere un nome e una storia: è stato cuginetto delle sorelle per una intera estate. 
 Nelle mani delle bambine, il contenuto del sacco, riversato sul tappeto al centro della cameretta, corrisponde a un mondo di giochi, tradizioni, simboli e posture sentimentali che le bambine abitano, all’insaputa degli ignari genitori, colpevoli soltanto di aver voluto riordinare. In questa ottica - l’ottica delle bambine - il sacco è ben lungi dall’essere vuoto. Il sacco contiene tutto. 


Le illustrazioni si susseguono catturando nei confini delle pagine porzioni di un territorio domestico che dialoga incessantemente con la propria continuazione oltre il margine: un quadro tagliato a metà, le gambe del padre che spuntano dal tappeto, tavolini, quaderni e scale alludono a un altrove e che ce lo lasciano immaginare oltre la pagina in un continuo incrociarsi di pieno e vuoto, senso e non senso. Le cose buttate dai genitori nella loro pur necessaria furia di pulizia divengono mondo nelle spiegazioni accorate dalle bambine, il rigore di un weekend di riordino approfondito è anche una vera catastrofe per la teoria di oggettini minuscoli e apparentemente sacrificabili. 


Il sacco si prende invece uno spazio centrale, catalizzando lo sguardo come un buco nero: dopo aver fagocitato il sistema valoriale svalutante degli ingenui e inconsapevoli genitori eccolo risputare quello ricco di senso e identità delle piccole. Il sacco è una soglia in cui i valori delle cose si trasformano. 
Si intravede in lontananza una critica all’intervento inconsapevole nel mondo dell’altro e, ancora più lontano, ecco emergere una somiglianza tra la decisione deliberata di cosa tenere e cosa buttare e un certo atteggiamento invasivo e colonialista: quello che si arroga il diritto di nominare, scartare . Il sacco allora diventa un gesto predatorio che forse, nel grande gioco dei frattali che è la vita, mettiamo in atto, minuscolo e apparentemente innocuo, nella vita di ogni giorno. Forse proprio nella relazione tra adulti e bambini. 


Cosa infatti deve essere davvero buttato?
Applicare questo interrogativo al territorio dell’infanzia, alle sue sproporzioni di potere, ai suoi protagonisti tanto vulnerabili e ai loro oggetti minimi, lontani dall’orbita dei grandi genera nelle mani di Adbåge una situazione paradigmatica che getta la sua luce molto lontano. 
Riordinare è stabilire un confine tra ciò che si può tenere e ciò che al contrario va buttato. Significa tracciare un discrimine, dare priorità. Farlo per altri, come accade nell’albo, chiama in causa il valore che diamo al mistero dell’altro, ma interroga il fatto stesso di saper attribuire all’altro (ai bambini, soprattutto!) il diritto a una legittima porzione di mistero senza volerla eliminare o considerare inutile solo perché è a noi sconosciuta. 

Giorgia

“Il sacco”, Emma Adbåge, (traduzione di Samanta K. Milton Knowles), Camelozampa 2026 


lunedì 2 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INFANZIE

Toy Stories
, Gabriele Galimberti 
OTM Company 2024 


ILLUSTRATI 

Si tratta di un libro quadrato, poco più di 23 cm per lato. Cartonato. 
Non ha titolo in copertina, ma la foto di un ragazzino ritratto nella sua camera, in piedi su una seggiolina, con le mani in tasca e un sorriso appena accennato. Pare assediato dai suoi giocattoli che occupano per intero il pavimento circostante della sua camera. 
Chi sia questo bambino lo si scopre girando la pagina. Si chiama Leon, ha sei anni e vive a Vienna. 
Il titolo del libro arriva nella pagina successiva, dove si apprende chi sia l'autore, Gabriele Galimberti, dove il titolo, Toy Stories, ha anche un sottotitolo: Un mondo di giochi
Il libro è fotografico e l'unico testo che accompagna i singoli scatti si compone del nome del soggetto fotografato, riporta la sua età al momento della foto e, importantissimo, il luogo dove è stata fatta. 


Due parole sulla storia editoriale di Toy Stories: prima pubblicazione negli Usa nel 2014, a dieci anni di distanza in Francia con Les grandes personnes e nello stesso anno in Italia per merito di Otm, che da Cortona di fotografia si occupa in diverse direzioni, tra cui anche l'edizione di libri fotografici. 
Quindi anche questo. 
Il fatto che OTM abbia le sue radici a Cortona e che anche Galimberti da lì arrivi e viva parte del suo tempo a Castiglion Fiorentino a una decina di chilometri in linea d'aria potrebbe far pensare che questo libro si esaurisca nella cornice di un progetto locale. Ma non è assolutamente così. 
Galimberti, che ha delle bellissime idee e che è fotografo di grande talento, è sempre in giro per il mondo a fotografare. 


E anche per Toy Stories ha attraversato una cinquantina di paesi per realizzarlo. 
Non volendo seguire le sue piste legate alla committenza del National Geographic, né tanto meno i suoi scatti per le più importanti riviste mondiali, o le sue campagne di moda, si scopre che c'è un filo rosso che tiene insieme i suoi progetti fotografici, che lo tengono occupato per anni. 
Quello che gli è valso il World Press Photo Award nel 2021, nella categoria Portrait, The Ameriguns, per esempio lo ha portato a collezionare 45 scatti di signori e signore che vivono negli Usa e che si sono fatti fotografare circondati da tutte le armi di cui dispongono a casa propria. 
Lo stesso schema tassonomico, ossia classificatorio, lo ha usato, per citare solo alcuni suoi libri, in In Her Kitchen (foto a sinistra di nonne di varie zone del mondo davanti a ingredienti di ricette cui segue la foto del piatto realizzato e ricetta scritta) o ancora per Your Couch is my Couch (foto dei singoli divani che lo hanno ospitato nella sua esperienza biennale di Couchsurfing). 
Toy Stories non fa eccezione: si tratta di un catalogo di bambini fotografati in ambienti diversi delle loro case circondati dai loro giocattoli preferiti.


La costruzione dello scatto però prevede che i bambini scelgano i loro giocattoli preferiti, e secondo me anche l'abbigliamento, ma la scelta dell'ambientazione e la disposizione dei giocattoli e dei bambini stessi sono farina del sacco di Gabriele Galimberti. 
L'effetto è stupefacente, stimolante e allo stesso tempo straniante. 
Davvero quei bambini e quelle bambine hanno pochissimo margine di azione - sostanzialmente solo la loro espressione è libera dal controllo del regista - e diventano nelle sue mani oggetti essi stessi al pari dei loro giocattoli, dei divani, dei lettini, dei pavimenti su cui si fanno ritrarre. 
Potrebbe sembrare una mancanza di sensibilità, ma no: è esattamente il contrario. 


In questo grande silenzio, in questo ordine ossessivo, in questa simmetria geometrica escono fuori così tante domande e risposte ipotetiche su di loro, sul contesto che li contiene, sulle loro esistenze, e più in generale sull'infanzia, che il libro, una volta chiuso lo riapri, spinto da un insoddisfatto desiderio di saperne di più (per esempio sulla somiglianza del divano in Brasile e della poltrona in Lettonia), di ciascuno di quei bambini, di ciascuna delle vite che conducono. 
La riflessione più immediata e più superficiale è quella relativa alla quantità (questa è la chiave di lettura per esempio in The Ameriguns). 
Qui, al contrario, alcuni bambini o bambine hanno messo in campo legioni di bambole o di macchinine, di aerei, orsi, pentoline, mentre altri si sono concentrati su un unico giocattolo - sia una console di videogioco, una bambola o un peluche. 
E questo non è solo sintomo di una penuria di partenza... Ah, no no. 


Troppo facile e scontato. 
Il bello sta in questa relazione tra contesto, abbigliamento e numero e tipo di giocattoli esposti. Guardandoli con attenzione si possono immaginare infinite risposte a chi siano effettivamente questi bambini e queste bambine. 
Queste foto sono una palestra molto interessante per allenarsi a leggere i segni. 
L'osservazione dei dettagli, così come della composizione generale, sono piste percorribili per arrivare a raggiungere un ipotetico traguardo. 
Bella idea! Davvero bella. 

Carla

venerdì 9 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORLANDO, PIUTTOSTO FURIOSO

Il Gigante
, Fabian Negrin 
Emme Edizioni 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una volta un gigante grande come una montagna e forte come seimila orsi. 
A pranzo il gigante divorava quindici cosce di cinghiale e un intero bue arrosto, accompagnati da diecimila fiaschi di lambrusco. 
Dormiva un'intera settimana e il suo russare faceva tramare la terra fino all'orizzonte..." 

Tutto questo succedeva regolarmente fino al giorno in cui una piccola, capricciosa e viziata gigantessa si impossessò del castello del gigante. 
Lui, armato di tutto punto, a dorso di elefante si avventurò nella foresta e, sprezzante di ogni pericolo e monito alla prudenza, sconfisse un drago come nelle migliori fiabe e incontrò una principessa. Con lei si sposò, dopo averla liberata dalla torre dove era tenuta prigioniera. E al matrimonio andarono tutti, ma proprio tutti. 
E come succede in questi casi, gli sposi vissero felici e contenti. 
Almeno fino all'imbrunire... 

Negrin sa fare bene un mucchio di cose e ha un gran talento: ma tre gli riescono massimamente. La prima, raccontare fiabe, anche solo con una figura, oppure riraccontandole da un punto di vista non convenzionale. 
La seconda, raccontare l'infanzia. Con sincera stima, rispetto e lealtà nei confronti di quella categoria umana. 
La terza, giocare con le parole. 
Credo di averlo già detto altrove, ma - paradossalmente - con l'italiano lo aiuta il fatto di non essere un madrelingua. Non dipende da quanto una lingua tu la domini, quanto piuttosto dalla tua attenzione nello smontarla e nel guardarla con sense of humor e ironia, doti che a Negrin non mancano, per poterne cogliere il lato ironico, buffo, anomalo, assurdo. 
Spesso e volentieri, lui, con il suo retino da farfalle, ha catturato parole, ci ha giocato un po' e quindi ce le ha restituite con una sfumatura aggiunta, che a noi era sfuggita fino a quel momento. 
L'ultimo esempio è quel magnifico Caccapupuccetto Rosso, che compare nel suo libro dedicato a differenti riscritture dei Cappuccetti. Un'altra delle sue magnifiche ossessioni... 


Sebbene ne Il Gigante non giochi con le parole, il caso vuole che le altre due cose che fa massimamente bene siano in questo libro a fare bella mostra di sé. 
Il passo della fiaba lo prende fin dal primo rigo e, fino a cinque parole dalla chiusa, va avanti dritto per il suo sentiero. Tocca tutti i punti nevralgici, come piacerebbe a Propp: l'eroe, la sua forza, il suo coraggio, la sua sete di avventura, la rottura di un equilibrio, l'allontanamento e poi le sue peripezie e alla fine un lieto fine. La principessa, il drago, il gigante stesso ecc. 
Per capirci, la fiaba è il testo. Le illustrazioni sono l'infanzia. Ossia, nelle immagini racconta un pezzettino di vita di un bambino. Chi conosce Orlando, a cui il libro è - ovviamente - dedicato, ne riconosce i tratti, i ricci e certi atteggiamenti eroici e sorride un pizzico di più di chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo, tuttavia va detto che dietro quell'Orlando ,che è un bambino vero, ci sono tutti gli orlandi e le orlande del mondo. 
Si tratta qui di raccontare l'intera categoria umana. 


Come accade spesso in Negrin, anche in questa storia il piccolo protagonista deve combattere e prendere le misure rispetto al mondo dei grandi. 
Si ricorderà la faccia del bambino che in Come? Cosa? che sente i suoi genitori sproloquiare di bonaccia di vento, nell'ultima pagina di quel libro in cui quello stesso povero ragazzino è stato sbatacchiato da continue raffiche crescenti, in lungo e in largo. 
O la frase dei due fratelli, incorniciati nel lunotto posteriore della Fulvietta azzurra in Bestie che, una volta rabboniti i genitori, non possono non concordare sul fatto che a volte i genitori sono proprio delle bestie. 
Ne Il Gigante l'ultimo misfatto che hanno commesso i grandi agli occhi del protagonista consiste nell'avergli dato una sorella e, a causa sua, di aver distolto da lui parte dello sguardo e dell'attenzione... 
Come ogni fratello maggiore - che che se ne dica - è piuttosto furioso del nuovo arrivo che non era nei suoi piani e così fugge a cercare altrove qualcuno che lo consoli, lo ami, lo trastulli, lo intrattenga. 



E chi meglio di una ragazzina in canottiera, vicina di casa, potrebbe distrarlo dal suo patire di gelosia? Tanto importante è quest'incontro che anche il peluche passa in secondo piano e può essere dimenticato nell'erba del giardino. 
Dunque ancora una volta Negrin racconta un'infanzia a cui viene riconosciuta alterità rispetto al mondo degli adulti, e quindi anche legittimità e autonomia di pensiero e azione rispetto a loro. Almeno fino a sera. 
Nessuna morale della fiaba, ovvero le sorelle neonate appena arrivate vanno all'istante amate! 
Dunque il testo di fiaba ci parla di un gigante, di una partenza avventurosa, di una principessa e via andare, mentre le figure ci parlano di un bambino che rassomiglia a Orlando. 
Quindi tra testo e immagine c'è un bel contrasto che si percepisce fin da subito e che crea un inevitabile quanto gradito (azzarderei, necessario), perché divertente, cortocircuito durante la lettura, per cui le parole vanno in una direzione e le immagini in tutt'altra. 
Ed ecco di nuovo il magnifico contrappunto, di cui si parlava che non è tanto
Qui, non solo è il sale della storia, ma ci offre spunti su un sacco di altri piccoli dettagli e lo fa, con noncuranza, tra le righe e tra i colori.


Uno su tutti: i bambini sono giganteschi e luminosi. 

 Carla

venerdì 1 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo da un meraviglioso racconto di Saki. 
E nasce dal desiderio di di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l' imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. 
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi, Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino
Ma non è successo. 

Gli esploratori della sera, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari) 
orecchio acerbo 2024 


ALBI ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La giornata sta finendo. È un po’ dolce e un po’ triste. 
Si sente il mormorio del mondo che si fonde nella notte: il rumore lontano di una strada, la musica di un carretto dei gelati, voci ovattate che si chiamano... 
Martino sa sempre dov’è Dudù. Con Mimì è diverso. 
Lei è lì. Poi non è più lì." 

Martino, il suo peluche Dudù e la gatta Mimì hanno giocato insieme per tutto il pomeriggio nel bosco che confina con il giardino di casa. Hanno inventato una capanna, hanno inventato una battuta di pesca, si sono arrampicati sull'albero per vedere il mondo dall'alto. 


Ma adesso è l'imbrunire. La luce del sole cala e Martino con il fedelissimo Dudù decidono di tornare verso casa. Solo Mimì si dirige altrove e sparisce... 
I gatti son così. Tra i tre è lei quella che ha il coraggio, la voglia e forse anche il bisogno di esplorare la notte. 
Martino e Dudù rientrano e vengono accolti e avvolti dalle luci della casa, da una cena con mamma e papà. E quando si fa l'ora di andare a dormire il piccolo Martino continua a sbirciare dalla finestra per cercare di vedere se la gatta Mimì stia tornando. 
Di lei nessuna traccia. Martino cede al sonno. 
Ma con il favore della notte, la notte fonda, la gatta silenziosa rientra, e con un lieve miagolio si annuncia e sale sul letto dove Martino dorme e Dudù veglia... 

A ogni estate c'è un libro di Anne Brouillard di cui parlare. 
E questo può solo essere un bene. 
L'anno passato, nel Ripostiglio del 23 agosto c'era Nino. 
Una storia che con questa ha molti punti di contatto. 
Lì come qui si ritrova la passione di Anne Brouillard per le storie dove mondi differenti si toccano e si penetrano a vicenda. Il mistero del bosco, il selvatico odore di una foresta confina con il mondo conosciuto che ci siamo costruiti: la nostra casa, i nostri affetti. 
Lì come qui ci sono personaggi che fanno la spola tra le ombre di un bosco e la tranquillità di una casa.
Lì come qui si esplora una zona di confine anche temporale. Il giorno finisce e comincia la notte. 


Lì come qui ciò che un adulto potrebbe credere inanimato, ossia un peluche, si rivela agli occhi dei bambini, come qualcosa di molto vero e molto vivo! 
Questi sono temi così cari ad Anne Brouillard che proprio non può fare a meno di farli entrare nelle sue storie. 
Il bambino Martino e il suo peluche, che porta un nome che non a caso allude al nome che hanno i pupazzi in Francia (in francese, doudou), sono esploratori a mezzo servizio. 
La vera esploratrice è naturalmente Mimì. 
Lei ha ancora più fresco di Martino il desiderio di sentirsi parte di una natura che la contenga. 
I bambini, e Peter Pan ce lo ha insegnato, quando nascono hanno molto chiaro il ricordo di essere parte di qualcosa di molto più grande di loro. 
Loro sanno, ovvero possono ancora ricordare, di appartenere alla natura, come un filo d'erba o come una puzzola. Il loro crescere, lentamente, li porta a dimenticare, ogni giorno che passa, questa loro selvatichezza. 
A tale proposito, illuminante come sempre il pensiero di Giorgia Grilli su questo stato dell'anima dell'infanzia. Da leggere. 
Questa condizione dell'infanzia, Anne Brouillard la conosce e la racconta da sempre. 
Qui però ne segna anche il percorso verso l'oblio. 
Martino e il suo peluche sentono di appartenere anche al mondo 'civilizzato' e usano il bosco come un parco giochi. 


Però non lo si può negare: c'è un'ora precisa in cui ciascuno di noi sente una sorta di malinconia, di struggimento, un richiamo forte che ci fa scegliere, sera dopo sera, tramonto dopo tramonto, la sicurezza di un rifugio caldo e illuminato. 
Noi, purtroppo, non siamo gatti (o almeno non lo siamo più...) 


Mimì invece è gatto e il mondo a cui appartiene di istinto è l'altro, ma un letto morbido, un bambino che ti coccola e una ciotola piena al tuo ritorno possono ben valere qualche compromesso... 

Carla

mercoledì 23 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ELOGIO DELLA CADUTA 

Una figura malinconica dalle guance smagrite, avvolta in una coperta variopinta, segue un gruppo eterogeneo di animali: un leone, un coniglio, un lupo, un tucano, un rospo. Quando li raggiunge porge loro una valigia trovata per strada, forse dimenticata proprio da qualcuno di loro.  

© Issa Watanabe #logosedizioni



Un coccodrillo, un formichiere, un rinoceronte e una giraffa sono accampati in una radura. Pentole, coperte e fagotti giacciono ai loro piedi. Un senso di sospensione e di precarietà aleggia attorno ai corpi che cercano di riposare. Nel sonno, i volti sono contriti. Chi è sveglio guarda lontano, nell’oscurità che incombe. 
Tra la figura allampanata e un enorme orso bianco ha luogo una conversazione, qualcosa che pare una contrattazione, un mercanteggiare necessario che lega a doppia mandata il rischio e la salvezza, il tentativo e il fallimento. 
Poi, si arriva al mare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



La cosa più difficile per i grandi temi, ancor più quando sentiti come urgenti e attuali, è essere raccontati interi e vivi senza diventare dettami. È difficilissimo, specie quando gli interlocutori sono bambini, mantenere intatto il bisogno di dire senza dimenticare che l’ascolto, quello vero, non può essere forzato. Arduo, sempre, arrivare ai lettori senza che il grande tema venga colonizzato dall’opportunità, dall’ufficialità del messaggio, dall’opinione comune di ciò che va detto e sentito. Infine, rarissimo che il grande tema venga raccontato in modo sufficientemente ampio e poroso, affinché permanga, nell’ascoltatore, quella libertà di raccogliere in autonomia ciò che può ovvero: quella parte di messaggio che, per età, sensibilità ed esperienza di vita, egli può contenere. 
Issa Watanabe ha la misura e la sensibilità di porgere il racconto della migrazione forzata e della ferita – sentito come urgente, personale, intimo – senza dimenticare mai la presenza dell’ascoltatore, concependolo anzi nella sua interezza. L’illustratrice predispone tutto il meccanismo narrativo affinché chi si affaccia all’albo lo possa fare in modo libero, e lo fa allestendo una sorta di camera di scambio, dove il mistero non viene sacrificato e il messaggio rimane potente e cristallino, sospeso e a disposizione di una lettura personale.


Che Migranti sia un capolavoro non tocca certo a me dirlo. Il racconto del gruppo di animali che dopo essere partiti affrontano una traversata in mare e approdano – non tutti, non indenni – sulla desiderata sponda opposta è scarno ed essenziale. Diretto eppure sensibilissimo. Il proposito di raccontare ai bambini il fenomeno della migrazione forzata con i rischi, il dolore e la morte che essa comporta viene centrato al punto da poter essere fruito non solo da chi una migrazione non l’ha mai affrontata, ma anche da chi ha vissuto sulla propria pelle la terribile esperienza e cerca parole e immagini per concretizzare qualcosa che va al di là del raccontabile. 
Ma lo scavo fatto da Watanabe è ben più di questo. La questione dei migranti, emblematica e purificata, diventa il fenomeno macroscopico e visibile attraverso cui è possibile toccare, in quel modo specifico che accade nelle storie e negli albi, un moto interiore ed essenziale, arrivando a simboleggiare il processo vitale e sconvolgente del cambiamento e della crescita. Se questo rimane timido e sotteso in Migranti, emerge invece con precisa intenzionalità in Kintsugi.


Il titolo è già una dichiarazione di intenti, un chiaro riferimento alla tecnica giapponese di ricomporre i cocci del vasellame spezzato con l’oro. La pratica del kintsugi fa della ferita e della guarigione una occasione di esperienza, compattando in un atto di riparazione dall’esito estetico e poetico un percorso che, nella realtà, passa attraverso la fatica della caduta, della sopportazione e della ricostruzione. 
Un coniglio vestito di tutto punto si accosta a una tavola riccamente imbandita per bere una tazza di tè, quando un biancore di gesso irrompe tra i rami del suo commensale. Sconcertato dal cambiamento, il coniglio inciampa, perde fatalmente l’equilibrio, precipita in avanti senza rimedio fino a rovinare a terra; non per questo smette di cadere, anzi: oltrepassato il diaframma del suolo scende ancora più in basso, in cavità e antri sempre più misteriosi, in una oscurità senza rimedio che sembra annichilire ogni colore. E quando si arriva in fondo, ecco un altro confine, ecco l’acqua. Il coniglio si tuffa e con una lunghissima apnea affronta una discesa che richiede moltissimo coraggio e con questo si intenda la capacità di sostare nel disagio, nella scomodità, nell’incertezza dell’esito. 
Questo è forse il regalo di maggior caratura in questi due albi. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Nelle interviste rilasciate dall’uscita di Migranti e reperibili in rete si capisce che Issa Watanabe ha un’altissima idea di infanzia e, in suo nome, rifiuta ogni banalizzazione. Le immagini che ha elaborato scaturiscono non tanto dalla diretta volontà di intrappolare nelle figure un messaggio chiaro, quanto dal bisogno di non voler arretrare di fronte ai fatti e allo stesso tempo di non deturpare la naturale propensione alla speranza. Tuttavia, è nell’integrità di affidarsi al proprio medium senza compromessi, nella scelta di affidarsi esclusivamente al disegno rinunciando alla parola che si sostanzia l’atto di fiducia rivoluzionaria e generativa - mi viene da dire quasi politica - che emerge dalle tavole, quando le si lascia parlare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Il racconto di Watanabe può dire la speranza in quanto esso stesso è intriso di fiducia in ciò che deve ancora avvenire. Sta nel suo non volersi far imbrigliare, nella capacità di lasciare accadere le cose senza l’ansia della spiegazione, nella propensione ad arretrare per concedere spazio al lettore, assumendosi il rischio che qualcosa in questo scambio vada perduto. Nell'opera di Watanabe il messaggio stesso affronta la traversata che ogni pensiero azzarda dal momento in cui nasce, quando minuscolo e indefinito parte per essere formulato, trasformato, espresso e ascoltato. Possibilmente, compreso. 
Ogni pensiero, ogni idea, ogni parola, nel lungo percorso tra la sua comparsa e la sua espressione, affronta il rischio della censura, dello scoraggiamento, del silenziamento. Similmente al grande marlin pescato lontanissimo dalla costa dal proverbiale pescatore hemingwayano (ancora barche, ancora acqua) non è affatto detto che arrivi alla bocca, alla penna, alla carta intero; non per questo bisogna rinunciare.

© Issa Watanabe #logosedizioni

Dopo la contrizione per chi è perito nella traversata, il gruppo di animali si volge e, pur dolente, trova davanti a sé una radura fiorita. Dopo essere scampato alla profondità del mare, il coniglio risale in superficie e ritrova i pezzi con cui ricomporre nuovi oggetti, nuova realtà.

© Issa Watanabe #logosedizioni



L’atto stesso di pensare e parlare e creare è un atto di ricomposizione ed assemblamento che la lettura di questi albi celebra dal suo più radicale prodromo, che è la caduta, lo spezzarsi. Ed è forse qui che si sostanzia la necessità del nero delle illustrazioni, una oscurità che oltre a raccontare la disperazione veste efficacemente anche quel momento dell’esistenza in cui iniziano tutte le cose, l’oscurità che precede la luce, dove si affronta, senza certezza d’esito, la traversata prima dell’approdo. 

© Issa Watanabe #logosedizioni

Giorgia

“Migranti” Issa Watanabe, #logosedizioni 2020 
“Kintsugi” Issa Watanabe, #logosedizioni 2023 

lunedì 7 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ARTISTS ARE TO WATCH 

"Puoi scrivere libri su qualsiasi cosa. Ad esempio, la frutta. La prima pagina potrebbe essere una banana, la seconda un'arancia e la terza delle ciliegie, e così via. Se non sai ancora scrivere, potresti semplicemente disegnare. Allora il libro potrebbe essere adatto soprattutto a qualcuno che non sa ancora leggere. 
Oppure potresti scrivere un libro per qualcuno che sa leggere solo una parola. Potresti disegnare un cavallo sulla prima pagina e scrivere CIAO, e la seconda pagina potrebbe essere un orso e scrivere CIAO, e la terza pagina potrebbe essere un gattino e scrivere CIAO, e la quarta potrebbe essere una scimmia e scrivere CIAO, fino a quanti ne vuoi. Alla fine forse potresti scrivere ADDIO, solo per divertimento..." 


Questo scrive Ruth Krauss, nel capitolo su come si scrive un libro, in How to make an Earthquake, illustrato da Crockett Johnson e pubblicato nel 1954 da Harper. 
A me pare illuminante per 'fare luce' su due libri, che segnano il principio e la fine della sua collaborazione con Maurice Sendak: A hole is to dig, 1952 e Open House for Butterflies, 1960. 
Entrambi pubblicati all'epoca da Harper, sotto l'occhio vigile di Ursula Nordstrom, e ora usciti in Italia per Adelphi come Un buco è per scavare e Una casa per le farfalle, entrambi tradotti da Sergio Ruzzier. 
I due libri si rassomigliano molto: hanno lo stesso formato, lo stesso tipo di disegno a china, lo stesso passo. Entrambi parlano di quel qualsiasi cosa con cui ho aperto il ragionamento. 
Entrambi sono adatti per chi non sa ancora leggere, infatti brulicano di disegnini, e sono entrambi pensati anche per chi sa leggere anche una sola parola. Per esempio la parola buca, la parola farfalla, la parola bebè, la parola montagna. 
Il criterio che ha guidato Ruth Krauss è il medesimo, non a caso il titolo provvisorio era Definitions. L'idea di partenza è dello psicologo Arnold Gesell che osservando un bambino di 5 anni lo definisce un pragmatico, ossia il bambino di ogni oggetto coglie immediatamente l'uso, lo scopo. A horse is to ride, A fork is to eat. E a tal proposito, non si può non pensare al libro di Margaret Wise Brown The Important Book che va esattamente nella medesima direzione. 
Entrambe condividono una radice comune e una comune fonte di ispirazione : la pedagogia della Bank Street School (entrambe la frequentano ed entrambe prendono spunto dall'ascolto diretto dei bambini che sono tra i banchi di quella magnifica scuola). 


Dal 1950 al 1951 Ruth Krauss raccoglie il materiale, ossia annota frasi autentiche di bambini autentici e quando ne ha a sufficienza propone a Ursula Nordstrom di farne un libro. Lei ne è entusiasta. Ancora una volta è sotto i suoi occhi la straordinaria abilità di Krauss di tradurre poeticamente il parlato (e quindi il pensiero) dei bambini. 

 "Una faccia è per fare le facce. 
Una faccia è una cosa da avere sul davanti. 
I cani ci sono per baciare la gente.
Le mani ci sono per tenersi per mano. 
Una mano è da alzare quando vuoi che sia il tuo turno. 
Un buco è per scavare." 

In particolare quest'ultima frase è la risultante di un fulmineo dialogo sulla spiaggia tra Ruth Krauss e due bimbetti cinquenni che stanno lì a scavare, come se non ci fosse un domani. Alla domanda diretta della Krauss il primo dei due si allontana, guardandola come se fosse matta a fare una domanda tanto ovvia, mentre il secondo, più accomodante, le risponde lapidario: un buco è per scavare. 
Per Nordstrom, Krauss è l'autrice ideale, un amalgama insuperabile di umorismo, intelligenza, intuizione, anticonformismo, raffinatezza, grazia, sapienza, rigore. Un occhio infallibile che ha il dono di avere la misura esatta dell'infanzia e il senso dell'età adulta. 


Così comincia a pensare a un illustratore adatto. 
Lo propone a Nicolas Mordvinoff che però rifiuta l'offerta, trovandolo “frammentario ed elusivo” . Ed è a questo punto che Nordstrom pensa a Maurice Sendak, ventitré anni che ha già all'attivo qualche libro, uno dei quali con Harper. 
Sendak ama immediatamente quel testo che trova congeniale al suo spirito. 
 E sebbene si sia presentato all'incontro con Krauss molto nervoso, fra i due nasce subito un'intesa profonda e un rapporto molto complesso: Sendak è pieno di timore reverenziale e Krauss lo 'adotta', diventa la sua maestra severa ed esigente perché a fiuto ne percepisce l'enorme talento. Tutti i fine settimana, Sendak si carica i suoi disegni per andarli a sottoporre all'inflessibile giudizio di Ruth. Per sua fortuna, di Sendak, Crockett Johnson è sempre lì a tranquillizzarlo e a portarselo a fare un giro in barca rilassante, quando lei appare troppo critica sul suo lavoro settimanale. 
La Krauss ha capito che i disegnini di bambini un po' selvatici di Sendak sono perfetti per i suoi testi.
 

Al centro dei suoi libri lei mette sempre i bambini: mucchi, cataste, montagne di bambini; bambini sempre in movimento, in quella condizione assai indaffarata che è l'infanzia. 
Bambini che fanno cose, come scavare buchi, mangiare purè, ballare, viaggiare, andare in slittino, costruire castelli di sabbia, soffiarsi il naso, fischiare, volare a cavallo di un uccello, fare picnic, impilare sassi, guardare un libro, sedere su un gradino, baciarsi, scuotere uova di Pasqua, gridare, invitare farfalle a una festa notturna, essere identici al proprio amico del cuore, rimirarsi allo specchio, imitare cani (e gatti), fare angherie a fratelli piccoli, pensare assurdità, abbracciare fratelli piccoli, cantare bumpety bump, osservare facce, immaginare di essere un leone, regalare la propria coda a un scimmia, ascoltare un ruscello, parlare con un unicorno, porsi quesiti felicemente irrisolvibili, aspettare un amico, perdere sbadatamente il proprio elefante, mangiare insieme minestra di pollo, avere una gemella, correre, diventare un cavallo, litigare con sei fratelli, riparare dal freddo una bambola vestita leggera, andare dappertutto, ridere al telefono, gironzolare, filosofare, essere felici e molto altro. 
Va da sé che A Hole is to dig diventa subito un fenomeno culturale. Un libro epocale. 
La freschezza e l'ironia così come la falsa percezione sia un libro dolce e sentimentale sono tutti fattori che hanno contribuito al suo successo. 
Nel suo piccolo è un libro radicale in cui gli impulsi 'incivili' dei bambini sono preservati. Essere bambino voleva dire non avere potere, non avere voce, corretto nel parlare e costretto nell'agire. 
In A Hole is t dig si assiste alla garanzia di rispetto dei bambini, del loro fare e del loro parlare. 
Alla fine del 1957 la Nordstrom sancisce la sua stima nei confronti dei due organizzando un'edizione commemorativa del libro che a cinque anni dalla prima edizione ha venduto in totale 80.000 copie! 


Ma se così è andata, perché Open House for Butterflies - Una casa per le farfalle - esce solo nel 1960? Tutti e tre, Sendak Krauss e soprattutto Nordstrom patiscono la sindrome della seconda prova. 
Sendak, quando legge il testo, percepisce una sorta di seconda puntata di un capolavoro irripetibile. Avverte una certa mancanza di spontaneità che smentisce la vivacità del libro a cui ha lavorato alacremente tutto il 1951. 
I suoi personaggini non hanno più quella spontaneità, quella goffaggine, quella silliness. Ora gli sembrano come irrigiditi rispetto al primo libro. Inoltre percepisce la sempre maggiore fatica di Krauss a confrontarsi con i propri illustratori. 
 Anche Nordstrom dubita che il nuovo progetto, dal titolo provvisorio New Words for Old, possa dimostrarsi all'altezza del primo. 
Non le sembra che abbia la stessa freschezza (effettivamente...) e quindi suggerisce alla Krauss di continuare a lavorarci. 


Lei, piccata, sostenendone la medesima autenticità delle fonti e sei mesi di duro lavoro sul campo, lo difende. Ma tant'è. Il libro esce solo a otto anni di distanza. 

 "Nonsucco è una bella parola per quando hai un bicchiere di non succo. 
Canecane è una bella parola per quando vedi un cane che vedi anche allo specchio 
Io ho un bi-ciclo Io ho un tri-ciclo Io ho un rotto-ciclo. 
Rotto-ciclo è una bella parola da sapere." 

E nel frattempo, accade l'imprevedibile: Ruth Krauss, con il tempo che passa, smette di considerarsi un'autrice di libri per bambini. 
Ora, nel 1960, dice di sé di essere poeta, e come tale dichiara di non essere più sicura di nulla...
I guess I like Open House for Butterflies. I'm not sure, of course! 

 Carla 

Un buco è per scavare, Ruth Krauss, Maurice Sendak (trad. Sergio Ruzzier) Adelphi 2025 
Una casa per le farfalle, Ruth Krauss, Maurice Sendak (trad. Sergio Ruzzier) Adelphi 2025 
How to make an EarthquakeRuth Krauss, Crockett Johnson,  Harper 1954 
Crockett Johnson and Ruth Krauss: How an Unlikely Couple Found Love, Dodged the FBI, and Transformed Children's Literature, Philip Nel, University Press of Mississippi 2012