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venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

lunedì 25 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

LA RAGAZZA È IL MASSO 

La ragazza e il masso, Kristien In-'t-Ven, Martha Verschaffel (trad. Valentina Freschi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Sembrava un masso. Un pezzo di montagna. 
Era così anche al tatto. Ruvido e duro come granito. 
Grande e impossibile da spostare. 
Cosa doveva farsene, di un masso che non aveva nemmeno chiesto? 
Proprio niente, pensò. Decise di posarlo e di tornare dentro. Ma non ci riuscì. 
Per quanto ci provasse, il masso non si smuoveva." 

Un fattorino lo ha appena depositato nel vano della porta di casa sua. Lei non ha ordinato nulla, men che meno un masso più grande di lei, eppure su quell'enorme pietra c'è il suo nome e per il corriere non ci sono alternative: è a lei che lo deve consegnare. 
Il masso ovviamente non passa dalla porta ed è maledettamente pesante. 


La ragazza, che un minuto prima era lì che impastava il pane, ora si ritrova fuori di casa con un pietrone da gestire. 
In tutte le maniere lei prova a spostarlo, ma senza successo. Più cercava un modo per liberarsene, più quello si appesantiva... 
La soluzione per lei è trascinarlo in qualche modo fin sull'orlo di un precipizio dove di solito la gente getta le cose che non vuole più avere fra i piedi. 
Il tragitto è faticosissimo e intervallato dai consigli e i giudizi delle persone che la vedono passare. Ma nell'atto di spingerlo al di là del ciglio cade anche lei dietro al masso che rotola in profondità, fino ad arrivare sul fondo, di fatto salvandola da un urto che per lei sarebbe stato fatale. 
Dei bambini si accorgono di quello che è successo e, con un buon lavoro di squadra, tirano su lei e il masso. Ormai è chiaro anche a lei che non ha senso cercare di separarsene. 
Dopo non essere morta, ma dopo aver toccato il fondo ed essere anche tornata a galla grazie ai bambini, si rende conto, forse per la prima volta, che tutti hanno con sé un masso. Piccoli o grandi, portati come zaini sulle spalle o al guinzaglio come cagnetti, i massi fanno parte della vita di molti, di tutti. 
Imparare a conviverci forse è la soluzione? 

Questo libro ha la caratteristica di generare giudizi tra loro contrastanti, in alcuni casi agli antipodi. Alcuni non ne hanno colto subito il senso profondo e la grande metafora che lo attraversa, altri lo hanno considerato "a tema", essenzialmente perché pone una grande questione (cosa altro dovrebbero fare i buoni libri, se non generare domande e mettere in moto le menti dei lettori, spostandoli di un po' dalle loro posizioni iniziali?). Altri ancora lo hanno reputato un libro bellissimo e quindi necessario. Tra questi, gli editori che l'hanno pubblicato nei Paesi Bassi e in Italia. 


Tra i molti che lo hanno considerato un gran libro, con una grande storia raccontata, sono nate interpretazioni molteplici. In sostanza tutti hanno cercato, in base alla propria esperienza, in base al proprio modo di leggere il mondo e la realtà, di dare un senso e un nome a ciò che si nasconde dietro (o forse sarebbe più corretto dire dentro) quel masso. 
Diciamo che, per come ce lo raccontano Kristien In-'t-Ven nelle parole così taglienti e necessariamente ambigue, e Martha Verschaffel nei disegni spigolosi, rigorosamente a matita, e quindi in bianco e nero, il masso è una roba "pesante", "ingombrante" e necessariamente "consistente" o sarebbe più giusto dire "esistente". 
Quindi, già solo l'idea di avere un masso con cui fare i conti significa mettere la protagonista in una condizione di svantaggio. Infatti al principio è proprio un fastidio: le impedisce di tornare al suo impasto, le sottrae l'accesso a casa e di fatto le nega la possibilità di tornare alla sua zona di conforto. 
Eppure. 
Il masso, però, è stato letto non tanto come un fastidio, un guaio arrivato tra capo e collo, ma come qualcosa che ha la facoltà di cambiare lo status di una persona e dal quale non ci si deve separare, al contrario bisogna imparare a tenerne conto. 
 Detto fra noi, se fosse così, troverebbe ancora maggiore senso la circostanza che la ragazza riemerga dal burrone con il masso...


Se così è, e io mi schiero tra coloro che così lo interpretano, il masso è lì a segnare davvero il passaggio da uno status a un altro. 
Sebbene sia pur vero che questo passaggio, spesso improvviso e repentino, avviene perché una sofferenza ti tocca, un dolore ti colpisce, tuttavia le cose potrebbero essere lette anche in altro modo. Faccio esempi concreti: libraie hanno visto in quel masso l'arrivo di un figlio, ragazzi di seconda media lo hanno definito "senso di responsabilità", che in qualche misura con il diventare grandi, o appunto con maternità/paternità ha parecchio a che spartire. 
Altri lo hanno considerato la presa di coscienza di sé stessi. 
Se dovessi dare una mia lettura personale direi: il masso è prima di tutto un impegno che la ragazza si prende, e non è affatto o non solo una difficoltà con cui imparare a convivere. 
O forse, ancora meglio, il masso è lì a dire che lei esiste nel mondo. 
Illuminante per me è stato il ragionamento di un filosofo, uno dei rari esponenti del genere maschile che questo libro lo ha fin da subito apprezzato (tanto da presentarlo alla Fiera di Bologna ad aprile scorso), secondo cui l'arrivo del masso segna un fondamentale passaggio tra quello che è il reale e quello che è la realtà. Laddove il reale è la proiezione che noi abbiamo di ciò che ci aspetta e la realtà è ciò che capita: inaspettata, inattesa, imprevedibile come un corriere che ci consegna un pacco che non avevamo mai richiesto... 


In altre parole, quel masso è lì non solo per salvare la vita di quella ragazza, ma addirittura per attestarne l'inizio dell'esistenza. E quel pane che l'aspetta per essere impastato, cotto e poi mangiato sembra proprio sottolinearlo. 
Noi cominciamo a essere nell'istante in cui il sasso ci trova e diventa parte di noi. 
Il masso è lì a dare misura e peso di ciò che è reale, trasformandolo - malgrado i nostri affanni e le nostre aspettative - in realtà! 

Carla

lunedì 9 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI SCOIATTOLI E DI AMICIZIA 

Il mio miglior migliore amico, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2023


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Stamattina, mentre passeggiavo, ho trovato un miglior amico. 
Di solito raccolgo soltanto pigne, ma questa volta è un miglior amico. 
Almeno credo. Comunque gli somiglia molto. 
Era un sacco di tempo che ne cercavo uno. 
Al contrario delle pigne, i migliori amici non cadono dagli alberi." 

Viste le sembianze di questo miglior amico, si può confermare che effettivamente quelli fatti così non cadono dagli alberi, tutt'al più ci crescono sotto, agli alberi. 
Altra caratteristica: son poco loquaci, ma piuttosto espressivi e parecchio disponibili. Con questo miglior amico che per scoiattolo è ben presto diventato il miglior amico si possono fare moltissime cose belle e anche qualcuna brutta che però, visto che è condivisa, diventa un po' meno brutta. 


Condividere luoghi segreti a tutti gli altri che non sono i migliori amici, godere delle stesse cose: dalle foglie d'autunno, ai fiocchi di inverno, rende le giornate di entrambi davvero piacevoli e piene di serenità. 
Ma lo scoiattolo, è cosa risaputa, non si mostra mai indifferente ai cambiamenti. E quindi, quando a primavera arriva Momo, un moschino, l'equilibrio inevitabilmente si altera. 



Poc, il miglior amico originario, alterna momenti preoccupati a momenti piacevoli. Le sue preferenze sono un po' differenti da quelle del moschino. Mentre scoiattolo sembra apprezzarle entrambe. 
Ma nel cuore di un solo scoiattolo, quello scoiattolo, c'è posto per due migliori amici? Ansia! 

Ci risiamo. Lo scoiattolo di Tallec è di nuovo lì a macerarsi. 


Questo è il rovello nuovo: quello per il 2023. Quello del 2020 era in qualche modo analogo: il possesso di un albero. Quello del 2021 deriva dal rovello 2020 e ha a che fare con la cura, o per meglio dire l'incuria. Il rovello del 2022 è sull'identità e quello 2023 ruota intorno all'ansia per una questione di amicizie. 
Di Tallec qui è stato detto ogni bene possibile. Il tentativo di provare a non ripetersi spinge il ragionamento in due direzioni. Entrambe più generali. 
Il primo percorso conduce a riflettere sull'universalità del sentire. 
Il secondo spinge a riflettere sulla felice modalità di poter raccontare e, con un meraviglioso salto mortale, a un rimuginio nella pancia e nel cuore di chi scrive. 
Brevemente: riguardo al primo percorso si può dire che alcuni libri, ma sarebbe più corretto dire alcuni autori e autrici, abbiano il merito di saper toccare quelle corde che nella profondità continuano a vibrare per una intera esistenza. 
Solo saltuariamente in queste pagine la parola 'universale' trova posto per definire questa capacità di sapersi rivolgere a tutti e tutte, piccoli e grandi, vecchi e giovani, alti e bassi attraverso argomenti e lingua comprensibili e riconoscibili da chi è nuovo e da chi è antico, argomenti e lingua che arrivano a dire e a dare un senso al sentire di chiunque. E sempre. 



La corda dell'amicizia suona dentro ciascuno e lo fa dal profondo. Quindi la questione attraversa le generazioni, ma per saperne dire così che tutti possano riconoscersi almeno un po', saperne dire senza stereotipi, luoghi comuni, saperne trasmettere sottigliezze e spessori, occorre gente capace. Tallec lo è. Anche solo per come lavora sugli sguardi e i dettagli delle posture di un fungo.
Un po' meno brevemente si possono dire due cose sul modo di raccontare chi siamo, coprendoci di peli non nostri, camminando su zampe non originarie, cambiando i nasi in becchi e proboscidi. Insomma, capita la metafora? 
La questione su Lettura candita è stata affrontata in modo approfondito. 
E rimanderei qui alla lunga lettura lì dei post del 25 marzo del 26 marzo del 27 marzo del 28 marzo e del 29 marzo 2019. E lo hanno fatto due teste, quella di Scoiattolo (!) e quella di formica. A parte la facile immedesimazione di una bolzanina in uno scoiattolo e una romana in una formica, a parte il riferimento colto a uno dei massimi autori viventi, Toon Tellegen, a parte questo lo Scoiattolo e la formica erano davvero grandi amiche. 


E qui arrivano i rimuginii di pancia che sono i seguenti: alcuni amici che pensavamo fossero i migliori ce li perdiamo per strada e non sentiamo dolore quando succede: è così e basta, con buona pace loro e dell'ansioso scoiattolo di Tallec. Forse semplicemente non erano veramente i 'miglior' migliori amici. Con altri amici che non pensavamo fossero i migliori, invece, capita di separarsi e ci mancano tanto tanto... E a me lo Scoiattolo di Bolzano manca tanto perché di libri così bene non so più con chi parlarne. 

Carla

mercoledì 7 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MATITA AFFETTUOSA

Che difficile! Guridi (trad. Valentina Mai) 
Kite edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Vorrei dire «ciao» al panettiere, alla mia vicina Anna e alla signora Antonia. 
E aggiungere qualcosa come «Che bel vestito!». 
Però mi riesce solo un sorriso... Sorrido... solo questo. 
È tanto difficile parlare..." 

Quando esce di casa, tutto diventa difficile. 
Per arrivare alla fermata dell'autobus è meglio per lui contare i respiri perché contare lo tranquillizza. Salito sul 21 l'unica cosa da fare è sorridere al conducente che gli chiede sempre come va, poi sedersi e guardarsi le scarpe e soprattutto no guardare chi siede vicino a lui. 
La voce alta delle persone non gli piace e anche il rumoroso arrivo a scuola non fa per lui. 
In classe, al suo banco, non parla e non dice il nome di nessuno. Eppure li sa tutti. 
La sua mamma gli dice di non preoccuparsi perché le parole prima o poi arriveranno. 
Certo, però tutto è così difficile... Ma, magari, sottovoce... 

Ed è così che si scoprono un po' dei pensieri, dei trucchi con i numeri, delle paure, delle sfide che attraversano la testa e il cuore di questo bambinetto. 
Piccolo, in un mondo molto più grande di lui. 


La matita veloce, emotiva e affettuosa di Guridi trasforma le sensazioni in disegno. 
Il grande è molto grande e il piccolo è molto piccolo. E Guridi è un grande disegnatore di piccoli.
Tratti chiusi, come a intrappolarlo, rendono la sua solitudine palpabile. 
La confusione e il rumore appare nella moltiplicazione di facce, tante facce tutte uguali, che con la bocca aperta parlano all'unisono. Fanno paura.  
E anche in classe il solito cerchio lo tiene nella bolla: i compagni tutti azzurri e lui, fuori dalle loro file di banchi, è l'unico senza colore: un solo tratto che lo definisce, lo rende diverso, lo isola. 


Tutto questo 'scarabocchiare', tutti questi segni che si ripetono e che vanno in direzioni sempre diverse sono l'immagine della difficoltà, della confusione. 
È l'esterno di uno che nell'esterno non riesce proprio a muoversi con disinvoltura.
 

I pochi altri colori, al pari del tratto, sono portatori di senso. Il rosso, in particolare, una linea più grossa e anche più precisa, definisce tutto quello che rappresenta agli occhi di quel bambinetto così minuscolo, la sua difficoltà, il mondo che ruota intorno a lui, mamma compresa. 
Nonostante le parole rassicuranti. 
E, a proposito di linee di demarcazione, di linee che dividono una bolla dall'altra sarà utile riflettere solo un momento sul fatto che la relazione con l'esterno, con quell'esterno che arriva appena varcata la soglia della porta di casa, porta ciascuno di noi in direzioni tra loro molto diverse. 


È l'esperienza che mi fa dire. Ho visto bambini che hanno bisogno di tempo per costruire le loro sicurezze verso l'esterno, che hanno bisogno di prepararsi dentro prima di pronunciare una parola che li renda visibili. Ci sono invece bambini che dell'esterno si nutrono. 
Ci sono i bambini timidi e i bambini disinvolti. Ci sono i bambini che anche se solo cerchi di incontrare il loro sguardo, si fanno schivi, cercano di nascondersi dove possono, di solito verso il corpo sicuro di madri e padri. 
Ci sono bambini silenziosi. Ogni tanto, un sorriso. Che forse sono anche stanchi di sentirsi chiedere se qualcuno gli abbia mangiato la lingua. Magari il gatto... 
Ci sono bambini che poi diventano ragazzi che quando è ricreazione restano seduti al banco e da lì guardano gli altri precipitarsi fuori a giocare o a a mangiare qualcosa. 
Ci sono bambini e poi ragazzi che devono forzare loro stessi per andare al telefono a parlare con la zia o ordinare una pizza. 
Ci sono bambini e poi ragazzi che se invitati alle feste di compleanno si mettono in un angolo e dopo un'oretta sarebbero già pronti per andare via. 
Ci sono bambini che, alle loro di feste di compleanno, quando è il momento di soffiare sulle candeline della propria torta, si sentono tutti gli sguardi addosso, e piangono. Invece di soffiare. 
Ci sono bambini che giocano da soli in allegria. Ci sono ragazzi che sanno stare in compagnia ma da soli alle volte si sentono meglio. 
Ci sono bambini, ragazzi e adulti a cui piace circondarsi di silenzio e se vogliono raccontare qualcosa decidono di farlo con le matite, con i disegni, più che con le parole. E magari non lo fanno davanti a tutti, ma li mettono preferibilmente nero su bianco - con un po' di rosso qui e là - su un foglio da disegno e poi li fanno diventare un libro. 


Ecco è a tutti loro, piccoli e anche grandi, che Guridi ha pensato. Con affetto.

Carla

venerdì 6 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CONOSCERE E NON CONOSCERE

Le ragazze. Sette fiabe, Annet Schaap (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera 2022 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"La mattina seguente quindi la ragazza si alzò dal letto, fece la borsa, diede un bacio al ranocchio (senza sortirne alcunché) e se ne andò. La palla d'oro se la portò dietro. Camminando si guardava bene intorno. Davanti alla maggior parte degli uomini tirava dritto, ma di fronte ad alcuni esitava e guardava meglio. Se le piaceva ciò che vedeva, faceva cadere la palla d'oro dalle mani in modo volutamente maldestro. Questa rimbalzava sui mattoni e rotolava oltre il marciapiedi o nel fossato." 

Poi lanciava un gridolino, ma nessuno dei principi la notava, e men che meno si accorgevano della sua palla d'oro. Solo un paio la raccolsero e gliela restituirono per poi andarsene, dicendo 'Fai attenzione tesoro, sembra preziosa'... Lei in realtà viveva con un ranocchio. Un ranocchio gentile con il quale si erano già baciati svariate volte, alcune delle quali con anche una certa soddisfazione, ma lui ogni volta ranocchio restava. E verde. Come se non fosse ancora pronto. Quando all'ennesimo lancio di palla a riportargliela fu un principe dai grandi occhi marroni, lei si convinse che forse quella era la volta buona.
 

Nel caffè dove andarono a bersi una cosa insieme per conoscersi un po' meglio però accadde qualcosa. Nulla di grave - all'apparenza - solo qualche consiglio non richiesto su come portare i capelli e quanto zucchero e dolci mangiare in un giorno. Il fatto è che questa lieve pressione sulle sue abitudini e sul suo modo di essere diventò per lei sgradevole al punto che riprese la sua borsa e con una scusa lo piantò in asso. A casa, ad aspettarla, c'era il suo mondo di sempre, quello che la accettava senza richieste. Insomma, piacevole. Ranocchio compreso. 

Il ranocchio è uno dei racconti che partono da altrettante fiabe classiche. Annet Schaap li costruisce su impalcature conosciute:Tremotino, Cappuccetto, Hänsel e Gretel, Barbablu... 
La rivisitazione degli archetipi è un'operazione che, se fatta con cognizione di causa, è davvero interessante. Occorre, per prima cosa, dimostrarsi capaci di usare solo alcuni snodi determinati che sono nell'immaginario comune. E poi da lì partire. E non tutti lo sanno fare; lei sì. E lo ha già dimostrato anche con Lucilla. 
Intorno a questi punti chiave è interessante notare come la Schaap sia in grado di ancorare un impianto narrativo di tutt'altro genere, che però - proprio perché quegli snodi hanno valore archetipico - rendono il racconto più 'robusto' nella percezione del lettore. 
La circostanza che alcuni punti d'avvio oppure alcuni passaggi riconoscibili delle fiabe si manifestino o, per meglio dire, si intravedano dietro una trama diversa fa sì che il lettore si senta compartecipe alla narrazione stessa. E nello stesso tempo si trovi in una situazione straniante. 
Lui, contemporaneamente, conosce e non conosce. 
Parliamo del conoscere: nel momento in cui si sente al sicuro perché già sa di Cappuccetto o di Tremotino, o riconosce il lupo, scatta un curioso meccanismo di 'alleanza e complicità' tra chi scrive e chi legge, che si basa su un sapere condiviso. 
Accade un po' quella stessa cosa che rende felici i bambini piccoli quando leggi loro una storia che già conoscono. La abitano con maggiore tranquillità. 
In questa prospettiva, molte volte la rivisitazione in chiave contemporanea delle fiabe classiche ha utilizzato queste ultime come trampolino di salto per andare a raccontare ben altro. 
D'altronde i titoli dei singoli racconti ne sono lo specchio fedele: tutti alludono a qualcosa di noto, che però è sempre un po' diverso: Motino, Blu, Biscotti, Lupo, Addormentata... 
Bella idea: un brillìo che illumina la strada che poi, girata la pagina, ridiventa buia e tenebrosa. 


Con la dovuta inquietudine. 
Ecco. Ed è qui che si parla dell'altro lato della faccenda: il non conoscere. 
Niente a che vedere con quelle riscritture in chiave burlesca con l'inversione dei ruoli o dei personaggi, o con i finali alternativi. Qui si parla di qualcosa di molto più serio e profondo. Di qualcosa che scuote parecchio e va a frugare ed esplorare ben dentro. 
Annet Schaap in questo senso da quel trampolino spicca un salto ben alto. Ragione per la quale la lettura di queste sette 'riletture' deve prevedere una bella maturità acquisita da parte del lettore. E una consapevolezza di sé con qualche radice già bella profonda. 
E a proposito di consapevolezza, non si può non notare che Annet Schaap abbia scelto una sorta di filo rosso che le tiene insieme e che nel titolo trova una sua sintesi: si tratta di sette storie che hanno per protagoniste i personaggi femminili delle fiabe, lei in particolare ha trovato una facile immedesimazione nella giovane che fatica con il Signor Motino, da cui però immediatamente si liberano per raccontare il loro essere nella contemporaneità, e diventare appunto ragazze. 
Difficoltà, incertezze, determinazione, rispetto, desiderio sono solo alcune delle questioni messe sulla pagina. 
Intorno a loro ruota della varia umanità che porta con sé pregi e difetti, forze e debolezze. 
La complessità delle relazioni, le difficoltà delle esistenze costituiscono i nodi che le singole protagoniste sono chiamate a sciogliere. 
E noi, con loro. In questa curiosa e a giustamente scomoda alternanza tra noto e perturbante. 

 Carla

lunedì 5 dicembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (Libri per incantare)

UN LAVORO BEN FATTO

Il bambino con i fiori nei capelli, Jarvis (trad. Alessandra Valtieri) 
Lapis 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Io e David ci divertiamo tantissimo insieme. Saltiamo nelle pozzanghere, inventiamo le canzoni e scappiamo via quando le api ci inseguono. 
Una volta, una famiglia di uccelli gli ha fatto il nido in testa. E ci è rimasta un mese intero. 
Era buffissimo!" 

David ha i fiori nei capelli ed è per questo che le api lo amano e gli uccelli fanno il loro nido sulla sua testa. 


Lui e la sua testa piena di fiori sono molto apprezzati da tutti, anche dalla signora Jones, la maestra, anche se in sua presenza non fa che starnutire. Spetta al suo miglior amico avere cura dei fiori sulla testa di David: per esempio annaffiarli quando serve. 
Tutto pare andare a meraviglia finché un giorno, durante una delle innaffiature, un petalo si stacca e lentamente cade. Da quel momento David non sembra più lo stesso. Addirittura viene a scuola con un gran berretto calato sulle orecchie, lui che i berretti non li aveva mai indossati. La ragione è che i suoi fiori stanno sfiorendo e sulla sua testa ora non ci sono che dei rametti secchi. 
Gli altri bambini lo guardano stupiti e hanno paura di farsi male a giocare con lui, con tutto quel legno duro e appuntito. Il suo miglior amico, invece no. Altrimenti che miglior amico sarebbe. 
E proprio in nome di questa grande amicizia che ha una magnifica idea per rendere di nuovo David un bambino fiorito e amato da tutti. 
E chissà che un giorno, fra tutti quei coloratissimi fiori di carta ritagliata che tutti i bambini attaccano sui rametti di David, non arrivi di nuovo la primavera e faccia spuntare i suoi boccioli. Chissà? 

Jarvis ha al suo attivo già un buon numero di libri di cui è unico autore (in Italia pubblicato solo Alan, coccodrillo tuttodenti, da Lapis) e un certo numero di libri in cui è illustratore (Poli opposti, scritto da Jeanne Willis e pubblicato da Edizioni Clichy e Qui comando io! ancora con Jeanne Willis, edito da De Agostini). 
Il filo rosso che li tiene insieme è la buona capacità compositiva, una sapiente sensibilità per il colore e un buon sense of humor. 
Ma ne Il bambino con i fiori nei capelli è tutto diverso, o per meglio dire, a queste tre qualità se ne aggiungono ulteriori, finora covate sotto il berretto, e quindi inaspettate. 
Facendo della facile ironia, si potrebbe dire che Jarvis in questo libro è letteralmente sbocciato! 


A parte il nocciolo - o meglio i noccioli - delle questioni che si vedono in trasparenza attraverso la trama semplice semplice, ossia che affetti abbia sulle persone il cambiamento, che cosa significhi sentirsi diversi, quanto impercettibile sia la linea di discrimine tra essere accettati o rifiutati, su quanto le differenze generino diffidenza, in cosa consista l'empatia, il potere della creatività, l'utilità di fare scorta di strumenti emotivi per gli eventuali momenti peggiori.


Ecco, a parte tutto questo, che non è poco, ma di cui immagino molti altri abbiano già detto, è utile notare una manciata di altri valori. 
L'idea di partenza, per esempio. Semplice e tuttavia geniale. Un bambino con i fiori al posto dei capelli è l'immagine intorno alla quale è stato concepito tutto il resto-
Una immagine percepibile all'istante, semplice, di forte impatto visivo, e nello stesso tempo del tutto impossibile. Eppure. 
Il fatto di dare per scontato che David è così fin dalla prima riga funziona a meraviglia e il lettore, grande o piccolo che sia, gli va dietro senza farsi domande. E' così e basta. 
Come è ovvio, funziona molto bene anche la sua deriva autunnale, con i rametti che diventano l'esatto opposto, anche dal punto di vista della visione e della percezione, di una prorompente e soffice fioritura. Il secondo grande pregio: la capacità di saper disegnare così bene i bambini e di saperlo fare attraverso una linea liquida con le trasparenze dell'acquerello. 
E tutto, meraviglia, in digitale. 


La loro individualità colpisce sopra ogni cosa. Primi piani o visioni di insieme sempre attenti, colti con grande attenzione e sensibilità e restituiti con grande talento e soprattutto onestà. Ed è proprio questa ultima caratteristica che li rende capaci di andare al di là del segno in sé e di muovere le corde dell'emotività. 
Sorge spontaneo il confronto con altri grandi illustratori, come per esempio Sydney Smith, capace di creare atmosfere precise solo con pochi tratti e con il colore giusto e, nel suo caso particolare, anche con la luce. 


L'essere riuscito a creare il coinvolgimento emotivo del lettore attraverso l'inserimento di piccoli dettagli, quali possono essere le maniche troppo lunghe o la texture dei maglioni dei due protagonisti, il grembiule sporco della maestra, la mantellina a pois durante l'innaffiatura, una scarpa slacciata, la varietà di gesti che spingono in avanti che si registrano in una fila di bambini a cui si contrappone la posizione ferma di David al limite sinistro della pagina, la bimba sulla sedia a rotelle che Jarvis non dimentica mai di inserire nel gruppo, questo è un talento che è necessario riconoscergli.
Ed ecco che qui si deve tornare a mettere l'accento sulla sua capacità di muovere i corpi nello spazio. Ogni azione - correre, saltare, camminare o stare in fila - è studiata e calibrata alla perfezione: nelle tavole corali, dove molti bambini appaiono intorno a un grande banco di scuola oppure mentre fanno la fila prima di entrare in classe, ci si può divertire nel riconoscere gesti che abbiamo registrato centinaia di volte davanti a dei bambini veri e non solo disegnati. 
Nella posizione eretta a spalle basse di David con i rametti in testa e il cappello in mano, nell'abbraccio finale, nel dipingere di un mancino, nelle braccia conserte e nel sorrisetto soddisfatto davanti a un lavoro ben fatto...


Ecco, appunto, un lavoro ben fatto! 

Carla

mercoledì 16 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GLI AMORI DIFFICILI

L'anello incantato, Maria Teresa Andruetto, Anna Forlati (trad. Mirta Cimmino) 
#Logosedizioni, 2022 


ILLUSTRATI PER MEDI ( dai 7 anni) 

"L'imperatore Carlomagno la vide e se ne innamorò. Lui era un uomo anziano lei solo una fanciulla. Ma l'imperatore se ne innamorò perdutamente e presto dimenticò i suoi doveri di sovrano. I nobili della corte erano molto preoccupati perché a Carlomagno non interessava più nulla. Né il denaro. Né la caccia. Né la guerra . Né le battaglie. Solo quella fanciulla. 
Malgrado tutto quell'amore, Ifigenia morì in un pomeriggio di aprile affollato di uccelli!" 

I cortigiani si rasserenarono perché pensarono che la svagatezza dell'imperatore fosse finita. E invece no: lui continuò ad amare quella fanciulla e ne fece imbalsamare il corpo e lo portò a corte dove lo venerava notte e giorno. I nobili pensarono che dietro questa follia macabra dell'imperatore ci fosse un incantesimo e scoprirono che nella bocca della fanciulla era nascosto un anello. L'arcivescovo lo prese e l'imperatore all'istante si innamorò di lui; così l'anello passò nelle mani del valletto e l'imperatore di costui si innamorò. Il valletto lo passò nelle mani del primo che incontrò per strada e l'imperatore cominciò ad amarlo. L'uomo, spaventato, lo diede a una gitana che, correndo, lo fece scivolare nel lago di Costanza, dove Ifigenia era solita passeggiare, e l'imperatore proprio di quello stesso lago si invaghì. 

Questa è la prima di sette brevi fiabe che, come perle di una collana, hanno un filo, anzi due, che le attraversano e le tengono insieme: ciascuna di loro si chiude con un guizzo, una giravolta che, tranne per la storia dei sassi neri e bianchi, ribalta il finale atteso, lasciando i lettori a bocca aperta.


© 
Anna Forlati

Il secondo filo che le unisce sta in uno dei temi cari alle fiabe: la necessità. 
Amori difficili e improrogabili sono quello di Carlomagno che deve innamorarsi di un lago, quello dell'uomo che aspetta sulla panchina per una intera notte la sua amata e poi, stanco e triste, si allontana senza vederla.
O quello del barbiere di Baghdad che impiega una vita intera per liberare la bella principessa, figlia del sovrano Al-Mansur, che l'invasore Osman richiuse in una torre ai confini del mondo o ancora quello di Longobardo che non sa resistere alla tentazione di sciogliere il fiocco che la bella cortigiana con l'abito di velluto rosso porta legato intorno al collo; o quello egoista di un padre e quello irresistibile di sua figlia per il carbonaio. 
Eì il seme dell'urgenza, del bisogno a ogni costo che germoglia e fa crescere la narrazione. 
Non è passato tanto dal giorno in cui si ragionava del senso della fiaba e della propria resistenza al tempo. E in quello stesso contesto si rifletteva anche delle rielaborazioni contemporanee di questo genere imperituro.


© 
Anna Forlati
 
A parte le riscritture in chiave ironica, in chiave politica o sociale dei grandi classici, Cappuccetti che decidono di abitare per sempre nelle pance dei lupi, porcellini che si liberano in senso letterale delle pagine che li contengono, esiste un ulteriore merito che alla fiaba contemporanea si deve: ed è quello di essere concepita con l'intento di cambiare la prospettiva e non solo nel senso più letterale, ossia raccontare la storia di cappuccetto rosso così come la può aver vissuta il lupo, ma piuttosto di intervenire e in qualche modo scardinare della fiaba stessa un elemento costitutivo, ossia il finale. 
Il naturale sbocco a cui secoli di tradizione ci ha abituato, assuefatto si potrebbe dire, nelle sapienti mani della Andruetto diventa qualcos'altro. 
Si badi bene che la funzione del finale che appiana ogni cosa e che fa trionfare il Bene sul Male non viene sfiorata o discussa nella sua sostanza, come se la cosa non la interessasse effettivamente. 
Quello che succede invece è l'inceppamento programmatico dell'oliato meccanismo per vedere che cosa accade, che cosa provoca. E non tanto nella fiaba in sé, ma nel lettore. 
Questa, non mi stancherò di sostenerlo, è una delle bellezze della letteratura: essere capace di spostare e muovere il pensiero. 


© 
Anna Forlati

Di solito, quando si chiudono i libri che contengono una storia uscita dalla testa di Maria Teresa Andruetto, non si ha mai la sensazione che tutto sia esattamente come prima di averlo aperto: le sue parole attraversano il lettore e lasciano inevitabilmente traccia di sé. 
In questo caso particolare, un sapiente uso del linguaggio proprio della fiaba, una scorrevolezza da lingua parlata e nello stesso tempo una capacità di rendere palpabile la sospensione del tempo e la vaghezza del luogo, come la migliore fiaba pretende, si mettono al servizio di questo inceppamento che provoca una inaspettata capriola nello scorrere del racconto. 
E, necessariamente, la visione cambia. 
Penso all'uomo sulla panchina sbagliata, al nastro sciolto per troppa curiosità, ai bambini corvi, alla bellezza che non perde il suo profumo ma, una volta raggiunta, si trasforma in vecchiaia e diventa solo un ricordo. A cose così. 
Leggere per credere. 
E a proposito di attraversare, sembra che anche i disegni di Anna Forlati abbiano lo stesso andamento delle parole. I personaggi, non tutti ma un buon numero, entrano nel libro in corteo, ancora prima che tutto cominci, attraversano le pagine e poi ognuno di loro si colloca nel posto assegnatogli dal racconto e fa, ovvero recita, la sua parte. Poi, quando tutto è stato detto, si riuniscono nuovamente, i restanti che non erano entrati nel corteo iniziale, e nuovamente insieme escono di scena e dal libro.


© 
Anna Forlati

Ognuna delle tavole, come ciascuna fiaba, ha un colore dominante, una sorta di cifra di riconoscimento. E la scelta di uno o dell'altro sembrerebbe dettata da una lettura attenta di ogni piccola piega del testo e da una sensibilità nel cogliere le diversità emotive che attraversano i singoli racconti: il blu per la notte sulla panchina e la malinconia, il porpora per l'abito della cortigiana e per il troppo ardore, il giallo per l'Estremo oriente e per dare una luce alla felicità.

Carla

lunedì 5 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI PUÒ SOLO MIGLIORARE... 

La più bella nuotata della mia vita, Anne Becker (trad. Claudia Valentini) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"La gallina ha lanciato un acutissimo coccodè e si è messa a correre per tutto il giardino agitando le ali. E in quel momento ho visto Flo per la prima volta. A voler essere precisi non l'ho vista proprio tutta, anzi, ho scorto a malapena un piede e le unghie smaltate, una gamba ricoperta da almeno un migliaio di lentiggini e... be'... il sedere. Il resto era impigliato nella siepe." 

Jan ha appena traslocato con la sua famiglia: padre, madre, fratellino piccolo e sorella maggiore. 
Non è affatto contento. Diciamo che a tredici anni i cambiamenti - tutti - scombussolano sempre un po'. A Jan, un vero talento nel nuoto, ragazzino dislessico 'non dichiarato', lo aspettano una nuova scuola, dei nuovi compagni, una nuova piscina in cui allenarsi, un nuovo allenatore, nuovi amici (e nuovi rivali), una nuova casa e dei nuovi vicini. E Flo (che secondo il fratellino potrebbe essere il diminutivo di Flotta, Floscia, Flora) è proprio la sua nuova vicina di casa: coetanea, senza peli sulla lingua, ma con una grande testa di capelli rossi, una madre molto assente, un padre che fa quel che può, e - come animali da compagnia - due galline, di cui una spesso fuggiasca. 
Inseguire la suddetta gallina, placcarla e quindi tenerla in braccio non sono cose che a Jan riescono bene - almeno all'inizio, e l'effetto che ne sortisce è un volo sull'erba a pelle di leone. Per uno che vorrebbe non essere notato o, ancora di più, non essere bollato come imbranato, è proprio un bell'esordio, non c'è che dire. 
Ma da qui, si può solo migliorare... 
Se leggere e acchiappare galline non sono cose che a Jan riescano naturali, al contrario tuffarsi nel lago dal pontile gli viene molto bene. Talmente bene che nel diario di Flo (un quaderno pieno solo di grafici, ma lei è un drago in matematica), oltre ad annotare le cose che non vanno proprio come lei vorrebbe, Jan, i suoi ricci e i suoi tuffi sembrano essere il lato positivo delle sue giornate. 
Questo è tenero il racconto di un pezzetto della loro vita in comune, della loro fine dell'estate, dei loro primi giorni di scuola, dei loro primi no, dei loro primi sì, delle loro prime prove di innamoramento. 
Tra galline, amici leali, lavagnette illeggibili, bulletti, corse in bici e bagni notturni. 

Così come l'esordio di Jan nel suo nuovo mondo è segnato da una prevedibile insicurezza, altrettanto dimostra l'esordio di Anne Becker nella scrittura di un romanzo, che, almeno nelle prime pagine stenta a decollare. Ma come accade anche a Jan, che piano piano riesce a trovare in sé una propria sicurezza, una propria coerenza, altrettanto accade alla Becker che, con lo scorrere della narrazione, smette di appoggiarsi a una scrittura in cui tutto viene detto e apre invece una serie di varchi in cui il lettore possa entrare e ambientarsi nella storia. 
I suoi personaggi smettono di essere troppo 'canonici' e prevedibili e cominciano a muoversi con disinvoltura, assumendo così sempre maggiore spessore.
I suoi studi, la sua formazione e la sua professione sono la solida base su cui felicemente l'intero romanzo appoggia: in sostanza quando lei costruisce gli aspetti della dislessia di Jan sa molto bene di cosa racconta, visto che si occupa di didattica per allievi con bisogni speciali e visto che è li l'autrice di un libro che si intitola: Schreiben und Lesen kann jedes Kind: wenn man seinem Lerntyp berücksichtigt! E non credo di andare lontano se penso che dietro la simpatica e 'accogliente' nuova psicoterapeuta di Jan, la dottoressa Papendick con i suoi trucchetti, si nasconda il suo ideale di psicoterapeuta con un approccio alla dislessia che nella sua carriera ha probabilmente lei stessa elaborato, sperimentato e condiviso. Tutti dovrebbero poter contare su una Papendick accanto. 
Detto questo, sono due i principali meriti di questo romanzo di esordio. 
Il primo: essere riuscito a raccontare quanto sia facile poter nascondere, o sottovalutare o mal gestire un disturbo come la dislessia che, peraltro è molto più diffuso di quanto si possa pensare. 
E con questo non mi riferisco solo a chi la dislessia la vive in prima persona, ma anche a tutti quegli adulti con i quali i dislessici hanno a che fare quotidianamente che, per motivi anche tra loro molto diversi, stentano a coglierla e a volerne prendere atto. 
Quindi non si tratta solo del disagio di chi questa condizione la vive sulla propria pelle, come è il caso di Jan, che è abilissimo nel mantenere il segreto - peraltro è poi altrettanto bravo e pieno di coraggio e forza nel dichiararlo expressis verbis davanti alla sua classe, che ammutolisce; ma si tratta anche di quelle persone adulte che la condividono, come per esempio la sua insegnante di tedesco o la madre stessa, che in più di un caso sembra non saper essere all'altezza della situazione. 
Il secondo: l'autenticità, qui davvero poco didascalica, di alcune situazioni e relazioni interpersonali che sono spesso il motore, la forza propulsiva, che fa andare avanti la storia: quei famosi varchi cui si alludeva all'inizio. Sto pensando al rapporto che lega Jan alla sorella oppure al padre, che sa essere sempre affettuoso e comprensivo nei suoi confronti o alla madre, con le sue insicurezze. 
O ancora alla bella amicizia tra Jan e Fabi, vicino e discreto, sempre. 
E, naturalmente, penso anche alla burrascosa e spesso altalenante complicità e intesa che matura tra una maga della matematica e uno che a dorso non lo batte nessuno. 

Carla

venerdì 11 febbraio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DEL DNA E DELL'EREDITARIETA'

La casa del contrabbandiere
, Annet Huizing (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera 2022 



NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

 "Mio padre è nato così, con una gamba e mezzo. 'Cattivi geni' dice sempre. 'Già Arie aveva dei problemi, ma i miei genitori non se ne sono resi conto, finché non sono nato anch'io. Altrimenti non avrebbero neanche provato ad avere un secondo figlio'. 'Ma allora non ho anch'io un po' gli stessi geni?' ho chiesto una volta. A scuola avevamo parlato del DNA e dell'ereditarietà. 'Sì, eppure sei venuto straordinariamente bene. Per questo ci siamo limitati a te. Avevamo paura che i geni buoni fossero finiti'. Questo lo faceva ridere un sacco e anch'io in effetti ho riso. Mia madre mi aveva avuto a quarantacinque anni. Una grande sorpresa, la chiamava."  

Ole, che ora ha tredici anni, ha una famiglia piccola piccola: il padre Piet che di anni ne ha sessantotto e che adesso è in pensione, gira in bici e in tandem, una madre di cinquantotto che sta per partire per il suo viaggio lungo tre mesi, in Tibet, e lo zio, Arie, che non "è come tutti gli altri, ma puoi benissimo passarci del tempo insieme", e che ha un anno più del padre, ma la testa di un bambino di circa sette anni. Lui vive in un istituto con un bel giardino, ride come un Muppet e porta sempre giacca e cravatta. 
Nella normalità delle loro vite arriva una telefonata che annuncia la morte del nonno di Ole, il padre di Piet e Arie. Un nonno della cui esistenza Ole non sapeva nulla. 
Dalle poche parole che riesce a scucire al padre, Ole capisce di aver avuto un nonno terribile e che è stato meglio per tutti essersene tenuti alla larga e che di questo nonno è arrivata in eredità la vecchia casa di famiglia in Brabante, isolata e nascosta in un bosco, a poca distanza dal confine con il Belgio. Affidatane la vendita a un agente immobiliare 'in gamba', anche la casa del nonno sembra sparire dai pensieri dei suoi genitori (ma da quelli di Ole, no) Tuttavia, una sfavorevole congiuntura finanziaria li obbliga a cambiare i piani. 
Padre e madre, di comune accordo, decidono che l'unica possibilità di risparmio sia il trasferimento - temporaneo - nella vecchia casa del nonno. 
E così, a inizio estate, Ole e suo padre, non volendo che la madre rinunci al viaggio in Tibet per trovare se stessa, si occupano del trasloco e di far ripartire le loro vite da lì. Da Orpel, paesino del Brabante da cui, a sedici e a diciassette anni, Piet e Arie andarono via senza ritorno. 

In un contesto storico piuttosto dettagliato, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, scopriamo quale fosse la vita dei piccoli contrabbandieri di burro. 
Il nonno di Ole era uno di loro. Uno dei peggiori, un uomo senza scrupoli che contrabbandava in prima persona, ma anche truccava i mezzi per il carico e soprattutto, come fabbro, produceva i temibili 'piedi di corvo', marchingegni in ferro che con la loro punta rialzata e affilata avevano la funzione di squarciare le ruote delle macchine dei doganieri, durante gli inseguimenti. 
La sua casa cadente avvolta nella vite americana, le rimesse fatiscenti che la circondano, le mezze frasi sentite in paese, le chiacchiere con il medico condotto, danno modo a Ole di ricostruire una fetta di storia del paese e anche, in parte, il pezzo mancante della sua personale storia di famiglia, su cui suo padre ha sempre taciuto. 
Questo è lo scenario in cui Annet Huizing colloca una seconda storia, più intima e nello stesso tempo più universale e potentissima, che costituisce il grande valore del libro. 
Sono almeno cinque le cose che colpiscono. 
La prima: l'autenticità nel racconto della complessità delle relazioni che tengono insieme - o dividono - i membri di una stessa famiglia. Per intenderci quella connessione che ha a che fare da un lato con la sfera delle emozioni, della ragione, della cultura e dall'altro con la chimica di un codice genetico. Su questo si potrebbero scrivere pagine su pagine. Sta di fatto che ognuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle quanto una relazione familiare sia - salvo eccezioni - un continuo scambio emotivo o intellettuale tra quello che si può chiamare il 'sentire di pancia', e il 'sentire di testa'. E su tutto questo gioca un ruolo definitivo quello che Huizing, per voce di Ole, riassume con il concetto di ereditarietà. 
A prescindere da ogni scelta, sembra al contrario imprescindibile per ogni individuo il proprio passato, le proprie radici. Per tutto il libro Piet e in qualche modo anche Ole con questo si confrontano, e in particolare Piet combatte una difficile battaglia personale. 
La seconda: l'originalità e la coerenza dei personaggi che la Huizing mette insieme a comporre un coro intorno alla voce narrante di Ole. Nel bene e nel male, tutti questi - da Anastazja, la compagna di classe polacca, anche lei appena arrivata che con Ole fa subito squadra, a Gary, l'irlandese hippie che si intende di edilizia e di saper vivere, da Pola la ceramista 'materna', all'orribile agente immobiliare, dalla saggia Agnes che fa i gelati in casa, al marito di lei, Sjef che sa perdonare - arrivano dritti a colpire l'anima di chi legge. 
La loro bellezza letteraria, ma anche umana, sta in una di quelle regole d'oro che nel suo romanzo precedente la Huizing aveva insegnato ai propri lettori: show, don't tell. 
Tutti i suoi personaggi li conosciamo attraverso gli atti che compiono: dal viaggio in Tibet della madre, al taglio della cipolla per il padre, dai pensieri su cancro e separazione che fa Ole precipitandosi a casa, alla gita in farmacia con il dottor Oie, dalle cene messe su in quattro e quattr'otto e dai continui bicchieri di vino rosso di Pola, dallo studio dell'agente immobiliare alla casa di Anastazja. 
Ma il loro principale merito forse sta in altro: nel rappresentare, ognuno per la propria parte, un punto di vista differente da quello di Ole e di suo padre che, protagonisti principali, offrono al lettore che in loro si immedesima, inevitabilmente, una linea di pensiero dominante. 
La terza: la qualità di un plot che si dimostra robustissimo. Come vuole un'altra regola d'oro, anche qui tutto nasce da un contrasto, da qualcosa che non va come dovrebbe andare. Pieno di colpi di scena e fili narrativi, anche frutto di una accurata documentazione da parte dell'autrice, che poi vanno a tessersi l'uno con l'altro per comporre un tessuto di grande efficacia e spessore letterario. Su tutto, un grande mistero da svelare. Un vero giallo in cui i tasselli che lei sparge qua e là poi vanno a ricomporsi in coda. 
La quarta: a proposito di valore letterario, la scrittura della Huizing che è sempre molto scorrevole (forse anche grazie alla traduzione di Anna Patrucco Becchi) convincente e avvincente. 
La quinta: i registri che variano e si alternano. Dall'ironia che in una storia del genere non era per niente scontata alla drammaticità di alcune pagine finali, che andrebbero lette e rilette, e ancora lette. 
Gran libro, davvero.

Carla