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lunedì 24 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)


COSE BUONE E GIUSTE

Il custode delle fiabe, Christine Schneider, Hervé Pinel 
(trad. Germana Raimondi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"Mi presento: sono il custode di questo libro e voglio mettere subito le cose in chiaro. 
Se non volete guai, cara lettrice, caro lettore, guardatemi dritto negli occhi. 
Prima di tutto, è severamente vietato fare le orecchie alle pagine. 
Poi, non vi azzardate a strapparne neanche una. 
Infine, su questo libro gli scarabocchi non sono autorizzati. 
Spero di essermi spiegato. 
Bene, muoviamoci. 
Nella speranza che durante la mia assenza tutto sia rimasto in ordine." 

Fatti i primi passi, nel libro che il custode del libro medesimo, in giacchetta e cappello, sta attraversando, niente è più come ci si aspetterebbe che fosse. 
Va da sé! 
Complice il lungo tempo trascorso a pagine chiuse, le fiabe del volume hanno subito considerevoli cambiamenti: il porcellino architetto ha fatto i suoi schizzi a penna su una pagina illustrata, per la precisione, si dovrebbe trattare di un'incisione settecentesca. Per questo viene messo in castigo. 
Ma fortunatamente almeno la pagina con i protagonisti di Frozen (!) ha un manto nevoso ancora immacolato e il guardiano, in piedi al di qua della pagina, se ne compiace, anche se avverte il lettore di non toccarla con le dita sudicie... 
Quando poi si affaccia davanti alla fiaba di Biancaneve - lei è al tavolo a preparare un buon manicaretto per i nani - scopre che sta cucinando un succulento sformato di indivia e besciamella, altro che cimici del bosco... 
Cappuccetto Rosso si è persa; i due restanti porcellini vagano nel nulla perché senza il terzo, in castigo, la loro fiaba si è bloccata. 


Circostanza questa che ha fatto imbestialire il lupo che ha appena preso a unghiate, taglienti come lo Stanley di Lucio Fontana, l'immagine di un nebbioso castello sulla rocca... 
I nani, invece, sono fuggiti da Biancaneve - ignari forse dello sformato che li attende - per liberarsi dal giogo del faticoso lavoro in miniera e impiegarsi finalmente come nani da giardino, all'aria aperta. 
La Bella Addormentata, anche lei, è fuori posto e il povero guardiano trasecola: lei sta andando a bere un tè alla casa modernissima del porcellino architetto, che - furbo - non ha previsto nessun camino di accesso per il lupo. Esploso è anche "il laboratorio" della strega di Biancaneve che - pare - non si sia limitata a fare un incantesimo a tempo  da offrire alla ingenua fanciulla. 
Ma adesso è davvero troppo! E' letteralmente fuori dai gangheri quel poveretto in cilindro e marsina quando, ai piedi di un albero seduti in chiacchiere, incontra Biancaneve (avrà lasciato sulla tavola il suo sformato, visto che loro erano in ritardo?), la Bella Addormentata (delusa che un porcellino non è un buon partito come lo è un principe), il Lupo (temporaneamente disoccupato, senza casetta di mattoni e senza Cappuccetto smarrita) e anche il Cacciatore, anch'egli al momento a riposo, senza nessuno da salvare. 
Tutti e quattro seduti intorno al loro Déjeuner sur l’herbe... 
E non finisce qui! 

Partiamo da qui, da Éduard Manet. Ispirazione assoluta per chiunque abbia deciso di disegnare, dipingere, illustrare un qualsiasi pic-nic. A partire dallo stesso Claude Monet che solo qualche anno dopo emulava il maestro...


Perché Hervé Pinel decide di citare il famoso dipinto impressionista? Addirittura nei gesti del cacciatore e anche un po' in quello di Biancaneve... Lo fa perché in tal modo sa di tenere desto non solo l'immaginario dei bambini, ma anche quello degli adulti che con loro leggono il libro. E questa è cosa buona e giusta. 
Punteggiare il percorso narrativo - tanto il testo quanto le figure - di allusioni, citazioni, riferimenti dedicati ai grandi non fa altro che confermare che la lettura di un albo è un esercizio che dovrebbe prevedere di default la condivisione tra bambini e grandi. 


Questo vale anche per la miriade di altre strizzatine d'occhio che l'ineffabile coppia Schneider/Pinel fa al lettore adulto: a partire dalla citazione dello Zio Sam e del suo sguardo perentorio con il suo dito puntato verso l'osservatore (disegnato per la prima volta da James Montgomery Flagg e pieno di emuli almeno quanto Manet), al non richiesto riferimento a una veduta settecentesca scarabocchiata, ai tagli sulla tela, al riferimento al dottor Frankenstein... E via andare. 
Che questi due siano dei magnifici quanto sapienti autori di albi illustrati, non credo vada dimostrato...
Per i soli tre pubblicati in Italia, il fatto è incontrovertibile: In punta di piedi (orecchio acerbo, 2019), Una giornata al museo (Il castoro, 2023) e ora Il custode delle fiabe (orecchio acerbo 2025). 
Non solo sono in grado di parlare a tutti i loro lettori, grandi o piccoli che siano, ma lo fanno ricorrendo a strategie sicure. 
È cosa buona e giusta che qui, per esempio, li chiamino dentro la storia, senza possibilità di rifiuto, fin dalla prima pagina, rivolgendosi loro in un dialogo diretto oppure, come succede in In punta di piedi, mettendo in rima, sonorizzando il testo e giocando parecchio con le figure. 
E ancora. È un'altra cosa buona e giusta che ci sia un gioco interno che si moltiplica sull'equivoco, come in In punta di piedi, ridicolizzando qualcuno con la connivenza dei lettori. Chi ha il libro in mano vede cose di cui i due nonni protagonisti sono totalmente all'oscuro: vede che i veri demolitori di casa non sono i loro animaletti da compagnia, ma i due bambini stessi. E questo fa ridere, molto ridere! 
Qui, nel Custode delle fiabe, succede qualcosa di molto simile: quel povero Custode che dovrebbe rappresentare l'autorità è preso in giro da tutti, ma proprio tutti, lettori compresi! E questo fa di nuovo ridere, molto ridere! 


Il ribaltamento delle situazioni (ossia per esempio un testo che va da una parte e l'immagine dall'altra) oppure il ribaltamento dei ruoli e il caos che ne deriva (ossia l'insubordinazione dei protagonisti oppure l'anormalità di avere un elefante e una tigre in casa e non un gattino) è una bella garanzia di successo. Inoltre, lì i bambini - Clara e Bernardo - sono allo stesso tempo soggetto e oggetto di una grande presa in giro mentre i lettori sono onniscienti. 
Qui l'autorevole Custode non riesce a riportare ordine nel caos e i bambini lettori non potranno che gioire nel vedere un grande autorevole che annaspa, goffo. 
Penultima garanzia di successo: è il dialogo sempre ironico, che tiene insieme immagini e testo. 
Là, due attempati signori perbene che hanno come animali domestici una tigre, un elefante, un pappagallo gigante, uno scimpanzé, una giraffa e un boa e non vedono proprio i loro nipoti nottambuli e affamati. 
Qui, altrettanto, un guazzabuglio fiabesco in grado di mettere insieme Frozen con Ungerer, passando per le fiabe classiche, ironizza sul concetto di ordine, canone e autorità. 
Ultima garanzia di successo: la capriola finale. 
Che qui come lì, ed è ancora una volta cosa buona e giusta, è meglio non rivelare. 


Carla

lunedì 3 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO.  
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo di un meraviglioso racconto di Saki.  
E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog.  
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera.  
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piediTutto cambiaVacanze o ancora Oltre il giardino.  Ma non è successo.  

LA COSA PIÙ IMPORTANTE È NON PERDERLI DI VISTA 


Qualche anno fa è successo che alcune tra le piccole case editrici di libri per bambini abbiano sentito forte l'esigenza di riproporre il proprio catalogo sotto forme editoriali diverse: principalmente i loro libri sono diventati più piccoli e più economici e, necessariamente, meno "rigidi". 
 Un albo illustrato, per come è fatto, è un oggetto necessariamente costoso, con la sua copertina cartonata, con il suo formato grande, che è il suo bello, è arrivato a costare cifre considerevoli nell'economia di un lettore medio (così come di una biblioteca scolastica o di una biblioteca tout court) e così è accaduto che siano nate collane di libri che sacrificassero un po' della loro misura consueta e un po' del loro essere più robusti di altri in cambio di un prezzo più contenuto e quindi accessibile. 
Sono nate così le collane di Babalibri, dei Topipittori, di Edizioni Clichy e qualche altra. 
Che sia stata una scelta vincente - economicamente parlando - non saprei. 
Di sicuro, per tutti coloro che hanno maneggiato i loro antecedenti, è corso rapido e fugace il pensiero:
sì, ma quando erano grandi era ben altra la percezione nel tenerli in mano, nello sfogliarli e leggerli da soli o di fronte a una classe o anche a un paio di bambini... 
Vero è che nelle loro versioni ridotte sono oggettivamente più "lievi": pesano meno, stanno in tasche o borse capienti e se ne vuoi comprare due invece di uno, forse lo puoi fare più serenamente. 
A qualche anno di distanza dalla loro nascita, sembra però che il fenomeno stia un po' rallentando... 
Nel 2026 non ne escono molti, a parte i Bababum, che continuano a costare 6 euro e misurare 15x19 centimetri. 
Vuoi vedere che derogare a due delle caratteristiche distintive e fondamentali che hanno fatto dell'albo illustrato quel preciso oggetto su cui grafici, autori e illustratori hanno sognato per decenni, non si è rivelato così tanto risolutivo per il mercato dell'editoria per l'infanzia? 
In tutto questo moltiplicarsi di formati e prezzi all'interno delle case editrici, sono arrivati anche gli orecchini di orecchio acerbo. 
Nascono nel settembre del 2025, quindi buoni ultimi.


Anche in questo caso si tratta di una collana, si tratta di libri che condividono il formato (14x21 cm), il tipo di rilegatura - continuano a essere tutti cartonati, non hanno mai lo stesso prezzo, ma sono un po' più economici dei loro "fratelli maggiori", seppure la differenza è di pochi euro. 
Questo è per dire che il primo criterio che ha portato a decidere di creare una nuova collana non è quello economico. Peraltro, la casa editrice ha già una sua collana in economica che accoglie tutti quei titoli che, forti di un buon successo, possono permettersi di perdere la loro costosa e rigida copertina - ma non il formato, se non impercettibilmente - per diventare libri meno costosi e in brossura: forse uno dei primi è stato In bocca al lupo (nel 2005) di Fabian Negrin e l'ultimo è Cosa diventeremo? di Antje Damm. 
Gli orecchini però sono un'altra cosa.


E soprattutto nascono da un desiderio diverso: nascono per affetto, sono frutto di una severa selezione, e poi sono piccole nuove edizioni che escono a mazzetti. Prima sei, poi tre e poi di nuovo tre. E via così. 
Si tratta di casi ben precisi, ovvero sono tutti libri che sono esauriti (alcuni anche da parecchio tempo) nel catalogo e che se venissero ristampati così come sono in originale, avrebbero un costo difficilmente sostenibile.
E da lì l'idea: troviamo un modo per salvarli dall'oblio, per far sì che non si perdano di vista, visto che sono 'pezzettini' imprescindibili del cuore di orecchio acerbo. 
Tra loro ci sono libri che sono stati in origine scovati anche da un lontano passato, oppure sono libri di esordienti pieni di talento, oppure ancora sono libri su cui all'epoca della prima uscita si è scommesso parecchio, perché erano libri belli, ma insoliti. 
Ma sia come sia, tutti loro sono libri che costituiscono il DNA di una linea editoriale: sono - in quota parte, ciascuno per sé - orecchio acerbo in carta e inchiostro. 
Facendo della facile ironia sul nome che li tiene insieme, si possono dire i gioielli di famiglia! Rinunciare al loro valore, perderli di vista, prima di tutto per la casa editrice stessa, sarebbe stato un vero dolore. 
Poi il pensiero va a loro: i collezionisti, i 'precisini' e quelli che amano cercare e poi trovare il senso più profondo delle cose. 
Gli orecchini sono per quelli che amano costruire con il tempo le loro raccolte, quelli che amano gli scaffali ordinati e per coloro che cercano di leggere attraverso le scelte di un editore la sua ragion d'essere. 
Dunque: per una questione affettiva interna, ma anche per tutti quelli che si sono persi gli originali all'epoca, per i collezionisti, per gli ordinati e per gli esegeti - ma anche per tutti gli altri ovviamente - circa un anno fa hanno ripreso a circolare i primi sei orecchini: A una stella cadente N.E. di Mara Cerri, Strisce e macchie N.E. di Dahlov Ipcar, Il bianco e il nero N.E. di Debora Vogrig e Pia Valentinis, Un gioco da ragazze N.E. di Alessandra Lazzarin, Il cane e la luna N.E. di Alice Barberini, e lui quello che chiude il cerchio con il titolo di questo post un po' sentimentale: La cosa più importante N.E.di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgard. 

Carla 

Noterella al margine. Per completezza dell'informazione, i successivi tre sono stati Gambipiombo N.E. di Fabian Negrin, Il Signor Ventriglia N.E. di Marco e Mirto Baliani, La riparazione del nonno N.E. di Stefano Benni e Spider.

lunedì 27 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incatare)

LA SUA VALLE (II PARTE) 

Il piccolo popolo del fiume. Come i Sassifonde affrontarono la grande piena
Nicoletta Gramantieri, Irene Penazzi 
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

Ancora sensazioni. 
La terza riguarda la forma prescelta e la consapevolezza che Gramantieri e Penazzi, in questo libro di poco meno di duecento pagine, sono come pane e burro - perfette insieme.


Appunto. Qui entrano in gioco il lavoro di Irene Penazzi e il conseguente piacere di seguirla nell'accuratezza delle sue scenette tra un blocco di testo e l'altro (solo talvolta in tavole a piena pagina). 


Si tratta di un libro di narrativa illustrata, ossia a chi sta alle matite, ovvero alla matita - eccezion fatta per i risguardi - è dato tutto lo spazio possibile entro un confine che però è esiguo rispetto al testo. 
Non siamo di fronte agli universi di Claude Ponti, come per esempio La mia valle o La notte degli Zefirotti o ancora Biagio che hanno a disposizione un grande formato, pagine a colori e tanto spazio per grandi tavole. Ma siamo comunque di fronte a una storia di piccole creature che si muovono nel verde, un tratto di fiume boscoso, e agiscono in un reticolo di luoghi costruiti a loro misura, quindi altrettanto in miniatura. La brulicante visione di piccoli universi cui Irene Penazzi ci ha abituato a partire da Nel mio giardino il mondo è assolutamente perfetta. Sono una gioia i piccoli scenari casalinghi, pieni di dettagli, in cui si vedono in azione i molti personaggi della storia, tutti rigorosamente con le pinne ai piedi... 


La quarta sensazione che si prova leggendo Il piccolo popolo del fiume è quella del costante brusio di fondo, prodotto delle molte altre storie di popoli minuscoli, sconosciuti ai più, oppure di mondi cresciuti sul greto di fiumi o torrenti che siano, di piccole società virtuose che si prodigano per il bene comune, oppure ancora di personaggi che portano nomi indimenticabili, pieni di senso e frutto - ciascuno - di una scelta pensata e mai furbetta. 
L'andatura scelta e il ritmo dato al racconto rientrano in un canone preciso. 
La volontà di ispirarsi a precisi topoi letterari - primo fra tutti il fiume con la sua acqua in perenne movimento, generoso ma anche pericoloso, oppure anche l'albero come luogo perfetto da abitare in condominio, sembra confermare una precisa scelta prospettica e di cadenza. 
Da De Fombelle a Norton, passando per Cosseau fino ad arrivare al Greenriver di Holly Webb, per citarne solo alcuni, si percepisce che molte altre storie, molte altre letture siano a monte di questa. Che questo brusio sia consapevolmente cercato o che invece sia solo il risultato di una scrittura che abbia attraversato e si sia nutrita di molte altre, non fa differenza. 
Proseguendo di sensazione in sensazione, si direbbe che tra le righe e non solo tra le righe si senta l'esigenza da parte di chi scrive di raccontare anche qualcos'altro, qualcosa di più profondo e significativo. Qualcosa che non riguarda solo quelle creaturine verdi a cui ci siamo affezionati, ma qualcosa che ci riguarda tutti come umanità. 
Due casi esemplari sono le pagine dedicate alla biblioteca e quelle che ruotano intorno al grande evento della piena. 
Della prima, e dei bibliotecari che l'hanno in custodia, si dice un gran bene: è il luogo dove si conservano e si condividono i saperi e le storie, dove il passato diventa presente e anche futuro. 
Analogamente anche la grande piena, di fronte alla quale il piccolo popolo del fiume cerca di trovare un'efficace difesa, è una piena in sé e letterariamente parlando un innesco per l'avventura, ma è anche un simbolo molto chiaro di un pericolo più generale e duraturo per l'intera comunità. Non credo di sbagliare troppo se percepisco che dietro la grande piena raccontata si debba leggere qualcosa di molto più reale e attuale: il cambiamento del clima che mette in pericolo il nostro pianeta. Lo proverebbe il fatto che anche nel dipanarsi del racconto dalle quelle case sugli alberi, appese come grandi goccioloni ai rami più alti, non si torna indietro. Le abitudini del piccolo popolo si modificano in modo irreversibile. Così come non si torna indietro da un disastro climatico. L'unica cosa possibile, ammesso che sia bastevole, tanto nella storia quanto nella realtà, è provare a modificare i propri criteri di vita. Se così è, a salvare il libro da un pericoloso scivolone nella retorica interviene di nuovo la lunga militanza ed esperienza di Nicoletta Gramantieri sulle barricate che da anni cercano di difendere la grande letteratura da quella mediocre, di proteggere i propri utenti di biblioteca, ma più in generale tutti i lettori e le lettrici, dalle infide paludi che si nascondono nel panorama variegato della letteratura per l'infanzia.


Questo è per dire che Il piccolo popolo del fiume lo si può leggere come un libro di avventura pura di un manipolo di creaturine in pericolo, ma anche come storia che interroga i propri lettori su questioni ben più universali. 
E in questo, mi parrebbe di cogliere un ideale lettore o lettrice che, forte di una più lunga esperienza tra i libri, abbia maturato la consapevolezza che le storie sono innanzitutto storie, ma possono essere anche molto altro. 

Carla

venerdì 24 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SUA VALLE (I PARTE)

Il piccolo popolo del fiume. Come i Sassifonde affrontarono la grande piena,
Nicoletta Gramantieri, Irene Penazzi
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA per MEDI (dai 7 anni) 

"Si narra che i loro piccoli vengano depositati direttamente dal fiume sulla porta della casa in cui sono destinati a vivere. Si tratta di un evento molto raro: questi doni del fiume capitano solo ogni cinquant'anni. 
Cinquant'anni nelle vite dei Sassifonde sono una misura in realtà non troppo lunga; pare, infatti, che ognuno di loro, di anni, ne viva almeno trecentocinquanta. 
Queste lunghe vite le trascorrono sul greto, fra i sassi, in abitazioni comode costruite con sterpi e fango, occupando il tempo nel rendere confortevoli e contenti i giorni." 

I Sassifonde sono esserini alti circa 6 centimetri, orecchie tonde e occhi grandi. Rassomigliano vagamente a dei ranocchi, per via delle loro zampine palmate e perché il verde è il colore loro prediletto per vestirsi. I capelli sono biondini tendenti, anche quelli, al verdognolo del muschio dei sassi che si trovano sul greto del fiume dove loro abitano. Almeno per adesso. 
Divisi in sei diverse colonie che si sono insediate lungo le tre anse successive del fiume, per capirci quelle che vanno dal gorgo piccolo fino alla rupe alta, vivono in quella valle da millenni e si narra che al principio fossero molto numerosi, mentre ora saranno poco più di cento. Ma per loro fortuna gli uomini non li hanno mai visti davvero. 
Ciascuno di loro, all'arrivo, ossia quando il fiume lo consegna a chi dovrà prendersene cura, ha un nome che gli viene assegnato e che in qualche modo lo rappresenta. E ciascuno di loro è, o per meglio dire, si sente parte di questa piccola ma operosa comunità. Ogni Sassifonde ha una caratteristica precipua, un carattere ben definito, passioni e attitudini precise intorno a cui ruotano le sue attività e che segnano il contributo che dà per il benessere della piccola società di cui è parte integrante. 
Questa è la loro storia. 
In realtà è la storia di una parte importante di essa, un momento epocale della loro vita, lungo poco più di un anno. 

Sono molte le sensazioni che si provano leggendo questo piccolo libro, circa centosessanta pagine, tra il color verde muschio e il color verde acqua.
Per prima cosa si capisce che qualcuno ci sta portando in un altrove. 
Tutti i segni sono lì a dimostrarlo: a partire dalla mappa dei luoghi nei risguardi, fino alla sezione delle loro originali e nuove abitazioni sospese. 
Come tutte le buone storie di questo genere, è necessario che chi legge non trovi sbavature o imprecisioni. Tutto l'impianto deve funzionare come un orologio svizzero in modo che il lettore accetti di buon grado di farsi condurre in un luogo sconosciuto e allo stesso tempo identificabile, ma solo in parte. A quello stesso lettore va garantito, altrettanto, il gusto di poter lasciare alla partenza ogni certezza, come anche quello di sentirsi capace, con lo scorrere del tempo, di orientarsi da solo in questo mondo tutto nuovo.
Non tutto gli va detto, ma pagina dopo pagina, lo si deve convincere della bellezza del viaggio e in qualche modo gli vanno garantite, con parole e fatti, piccole sorprese, ma anche la possibilità di ritrovare la strada di casa con una bussola personale. 
In questo senso vengono in mente i bellissimi mondi minuscoli di Kitty Crowther, che sa portare i propri lettori in piccoli universi nascosti, li sa mettere di fronte a ogni sobbalzo emotivo, ma si impegna anche a ricondurli sani e salvi alla base. Naturalmente cambiati, come dopo ogni viaggio che si rispetti. 
Insomma, se si vuole portare il proprio lettore in un altrove occorre che questo altrove abbia una propria coerenza interna, bella robusta. 
E qui accade. 
La seconda sensazione che si ha fin dal principio (in realtà un po' dopo, magari muniti - almeno al principio di un calepino per segnarsi i nomi dei molti e brulicanti personaggi) è quella di fare la conoscenza di un'umanità riconoscibile, ma sotto mentite spoglie. 
Per essere più precisi, in questo caso particolare, di un'umanità migliore di quella che è nota. 
E anche questo accade.  
Nella tessitura dei personaggi è possibile riconoscere quel tanto che li rende familiari, ma nello stesso tempo si cerca di organizzare i loro rapporti interpersonali, i loro affetti, le loro cure reciproche in modi alternativi a quelli reali. In quel mondo di là, si vedono di fatto nascere famiglie, anche se i piccoli li porta il fiume, si vedono coppie che si formano e si separano con serenità, si vede gente invecchiare e morire senza lacrime e drammi: tutto è sempre un po' diverso da come avviene nel mondo di qua. 
E soprattutto, sopra ogni cosa, regna un'armonia profonda e diffusa. Ragione ulteriore che segna una netta distanza con il mondo reale. 
E a proposito di questo popolo di Sassifonde (già il nome è lievemente più strano del prevedibile), va notato quanto solidi e rispettosi siano i legami che li tengono assieme: una vera e propria rete senza smagliature in cui ciascuno fa la sua parte. 
E la fa con la robusta convinzione che sia per il bene comune!

 Carla 

[continua]

mercoledì 15 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA PAURA DI CAMBIARE


Due sono gli elementi che mi hanno attratto subito della copertina di La straordinaria estate di Otto: la prima è stata l’illustrazione magistrale di Ole Könnecke, la seconda è stato il nome di Peter Stamm. Incerta sul fatto che fosse davvero quel Peter Stamm, sono andata a cercare. 
Sì, proprio lui: autore eccelso svizzero, pubblicato da Casagrande, tematiche affrontate spesso relazionali e assolutamente adulte. E così mi sono fiondata. 


Otto de’ Qualcosiis è un bambino che vive da solo col suo cane Asso – Asso de’ Cavalcaviis - in un castello enorme, composto da decine di stanze e da una galleria di ritratti dei suoi famosissimi avi. 
Otto e Asso in realtà non sono proprio soli, con loro vivono diversi aiutanti: la governante signora Weber (che compare all’improvviso), Jeno l’insegnante di scherma (ungherese, che parla ungherese e quindi incomprensibile), il giardiniere Claus e Jens, il cuoco e assaggiatore personale, innamorato di Catarina, parrucchiera di Otto. Ma Otto non va a scuola? No, Otto ha naturalmente un precettore, il professore Rosko, che ritiene che matematica e storia e fisica siano materie sopravvalutate. L’unica materia a cui si dedicano è la calligrafia. 
Cosa fa Otto tutto il giorno dunque, a parte scherma e calligrafia? Gestisce il castello e conta i suoi soldi. 
Il racconto svolta quando un pomeriggio Otto incontra una disinvolta ragazzina, nipote di Claus, di nome Nina, di dieci centimetri più alta del bambino. 


Il timido e principesco invito di Otto a visitare il castello determinerà il caos all’interno della sempre identica vita del ragazzino. Con Nina compariranno poi Paola e Marco a scombussolare ulteriormente la vita dell’abitudinario e nobile Otto. 
Dietro l’apparenza di una struttura narrativa non originalissima in realtà si nasconde un racconto forte, eversivo, che indaga con profondità temi scomodi. 
Esattamente lo specchio di ciò che Stamm fa nei suoi lavori per gli adulti. 
Il primo elemento che emerge si può riassumere nel motto della famiglia di Otto: “Semper idem”, che si può tradurre con un “Tutto come sempre”. Il ragazzino ha tutte le giornate uguali, nulla accade di inaspettato, anche la cura del castello è fatta più di riparazioni dell’esistente che di rivoluzioni architettoniche. 
Per curiosità cerco qualche notizia in più sul motto e scopro, su Wikipedia, che questa lapidaria frase era nello stemma del cardinale Alfredo Ottaviani. Ottaviani. 
Un cardinale “noto per il suo rigore e per aver incarnato la tradizione più forte della Chiesa Cattolica” (Wikipedia). 
Che cosa curiosa, ora mi spiego molti aspetti del libro. Senza dubbio la vita di Otto non ha molto di vitale prima di incontrare Nina, rinchiuso com’è nel ruolo di nobile adulto decadente. Questo filo rosso tra il motto di Otto bambino e quello del cardinale Ottaviani fa anche chiarezza su un altro aspetto che alla lettura avevo trovato effettivamente sorprendente: Paola, Nina e Marco frequentano il collegio di suore del paese, solo che Paola è figlia di una suora, la cui identità è però celata.


Il libro verte tutto su questo doppio mondo di certezze e di chiusura da una parte e sul continuo cambiamento, sulla libertà di movimento e di pensiero dall’altra. Mentre Otto ha un assaggiatore privato, Marco prende dall’alimentari dei suoi del cibo scaduto da condividere con gli amici. Mentre Otto ha un castello decadente come casa, Nina lo accoglie nel suo proprio castello, ossia una casa sull’albero con tanto di wc. 
Questa nuova vita fa interrogare Otto e mette in crisi tutta la sua esistenza. Soprattutto Otto capisce che all’introduzione di una variabile, a cascata ne succedono altre mille. Questo è a mio parere l’aspetto più interessante che il libro affronta e che racconta bene: Otto è combattuto tra la paura del cambiamento e l’ebbrezza che nasce dalle nuove esperienze. Oltretutto il disegno di Könnecke rafforza molto l’idea di questo bambino fuori dal mondo, con il suo sguardo perso e impaurito ma pur sempre come in attesa di qualcosa di bello. 
Il secondo aspetto interessante è l’assenza totale dei genitori. Non gli adulti, che di adulti è pieno il libro, ma proprio dei genitori. I quattro bambini per motivi diversi si ritrovano a vivere senza di loro, ogni tanto emerge un po’ di astio, ogni tanto si chiedono dove saranno, come se non fossero alla fine così essenziali. 
Nella seconda parte, una volta abbattute le perplessità di Otto sulla vita sempre uguale a sé stessa, il libro diventa un vero e proprio romanzo d’avventura e Otto finalmente torna bambino. 

Valentina 

La straordinaria estate di Otto, di Peter Stamm, ill. di Ole Könnecke, trad. di Claudia Valentini, Feltrinelli Kids 2026

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


domenica 14 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRLO E' IMPORTANTE

No
, Paula Carbonell, Isidro Ferrer (trad. Laura Costa)
Kite edizioni 2026 


ILLUSTRATI
 
"Io e mio fratello siamo andati a scuola. 
Il mio amico non è arrivato. 
La maestra ci ha detto di tornare a casa. 
Non l’abbiamo trovata. 
Siamo andati a giocare al parco. 
La mamma ci ha trovato e ci ha riempito di baci. 
Mamma ha detto che avremmo giocato a nascondino e a cercare papà." 

I due bambini hanno davanti a loro un buco. Ci guardano dentro, ma è troppo piccolo per nascondere qualcuno, ma non per infilarci le gambe a penzoloni. Il gioco sembra non voler finire, ma nel frattempo il buco si allarga, tanto da poterci infilare una scala dentro e scendere in profondità. I grandi botti non fanno dormire la madre. Poi arriva anche la fame e la sete. E quando suonano le sirene, mamma li porta al ristorante e allora si mangia. Quando il fratello si ammala, per lui non c'è l'ospedale. Ma il papà alla fine li ha ritrovati. Ma sul treno che volevano prendere non ci sono mai saliti: non glielo hanno permesso. Niente viaggio per andare a casa dalla zia, e intanto il buco si allarga sempre di più e ricomincia il nascondino e anche la fame. Il padre impreca quando vede suo figlio sdraiato, immobile. Pare che dorma... 

"Dirlo è importante." 
Queste le uniche tre parole che si leggono in quarta di copertina. E che danno il senso al titolo, fatto di sole due lettere, ma anche alla frase finale che chiude il libro. 
Da questa prospettiva tutto va letto. 
Quello che accade tra la copertina e il retro è un gelido elenco di fatti. A metterli in fila è la voce di una bambina a cui questi fatti accadono. Lei è con suo fratello - e solo loro due compaiono nelle immagini di Ferrer. Ma anche il loro padre e la loro madre sono lì intorno. Ciascuno dei fatti che la bambina constata ha a che fare con il medesimo contesto, fino a quel momento taciuto, la guerra. Tutto parla di lei, o meglio di quello che lei si porta dietro, ma la parola per chiamarla in primo piano, arriva davvero un momento prima di chiudere il libro. 
Che Paula Carbonell abbia un talento raro nell'usare le parole, credo non vada dimostrato: è un fatto. E che Isidro Ferrer sia un genio assoluto, tanto meno. 
Qui hanno unito i loro magnifici pensieri per creare un libro straordinario. E, in qualche misura, unico. Uno scenario che ha tridimensionalità non solo nelle immagini, nei corpi che lo attraversano, ma anche nelle parole. E tanto le une quanto le altre sono lì - veri e propri corpi, volumi con molto peso, eppure entrambe asciugate di ogni concessione al superfluo. 
Riuscire a costruire comunque una narrazione esclusivamente attraverso un mero elenco di situazioni che guidano il pensiero come frecce verso il bersaglio finale, la dannata guerra, è uno dei valori di questo libro. E per di più farlo, muovendosi tra la concretezza delle situazioni e nello stesso tempo essere così simbolica ed emblematica da diventare universale. Insomma in questo libro si tocca il nocciolo più profondo che tiene insieme ogni guerra, che è uguale, ma tragicamente anche un po' diversa dalle altre. Altrettanto iconico è Isidro Ferrer che, come spesso accade nei libri che illustra, costruisce nel senso più letterale del termine, degli autentici scenari in cui fa muovere i suoi personaggi. E solo con il legno. Come altrettanto spesso accade, sceglie elementi formali che trasforma di immagine in immagine: qui una scala e un buco. Entrambi si modificano in modo plastico nel seguire il senso del testo. La scala si rompe, diventa barella, gioco di parco, tavola, binario percorso per entrare nel buco. E il buco, giorno dopo giorno, si allarga al pari del suo significato simbolico. 
Sul fondo, dopo una quinta che allude a un palazzo cittadino (la scala intanto si fa verticale e poi orizzontale), nel parco giochi diventa un intreccio di tavole di legno modellate a creare l'effetto di un boschetto ombroso. E poi diventa interno spoglio, quindi portico di una stazione e poi di nuovo angusta e geometrica scansione di uno spazio interno.
Intorno al buco si muovono i due bambini. Anche loro ridotti ai minimi termini, lei vestitino a quadretti marrone, lui pantaloni neri corti e maglietta bianca. Niente occhi o bocche, niente braccia, insomma nulla che possa alludere a una troppo facile espressività. Le loro posture sono essenziali, ma piene di pathos, a dare ancora più spessore a quel che si dice nel testo. Tra loro, testo e figura, e tra loro, il bambino e la bambina, esiste un dialogo ininterrotto. 
E poi c'è lei: la luce. Che, come sempre, percepiamo quasi inconsapevoli, ma che è il raffinato tocco, una sorta di carezza che Isidro Ferrer, particolarmente ispirato, appoggia con delicatezza sul grigio tetro della guerra, sfiorando i suoi scenari, i suoi sventurati bambini. 
Gran bel libro che arriva da una piccola, ma gagliarda casa editrice spagnola in una altrettanto piccola ma gagliarda casa editrice italiana. 

Carla 

Noterella al margine. Ha pubblicato più di 50 magnifici libri, è una icona vivente del design, è una delle migliori menti creative contemporanee e questo è il primo libro pubblicato in Italia di Isidro Ferrer... o tempora, o mores!

venerdì 5 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRIMINI DI GHIACCIO

Pia, Pepe e i ladri di biciclette, Marie Hüttner (trad. Valentina Freschi) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni) 

" 'Santo cielo, avrò chiamato Lore sul cellulare almeno dieci volte, ma non risponde. E cinque volte sul numero di casa. Hai idea di quanto fossimo preoccupati? State bene? È successo qualcosa? Perché hai risposto tu al telefono e non Lore?' 
Era una buona domanda. Un'ottima domanda. Dovevo dire la verità? Ovvero che nonna Lore era sparita senza lasciare traccia? Cosa sarebbe successo? Papà e Tanja avrebbero fatto subito dietrofront e sarebbero sfrecciati dalle Alpi fino a Klein Funkenwalde e, quando sarebbero arrivati, probabilmente la nonna sarebbe saltata fuori già da un pezzo. Ma ormai sarebbe stato troppo tardi e io avrei dovuto ripartire con loro e salutare nonna Lore dal lunotto posteriore e guardarla diventare sempre più piccola davanti alla sua bellissima casetta gialla." 

Breve antefatto: Pia, undici anni, è appena arrivata nel paesino dove vive sua nonna per trascorrere con lei un po' della sua estate. Sua madre è irraggiungibile in una delle sue settimane di digital detox (da cellulari e altri device). Suo padre è in vacanza con la sua nuova fidanzata che Pia detesta. 
Il problema è che alla stazione non c'è nessuna nonna Lore ad aspettarla, e anche a casa sembra non esserci. 
Così Pia, dopo quattro lunghe ore di attesa nella sala d'aspetto, si fa coraggio e cerca di arrivare da sola alla casa della nonna. Con un po' di scaltrezza, entra e l'unico ad accoglierla è il gatto Sbaffo. Della nonna, appunto, nessuna traccia. Scatta in questa ragazzina la sindrome da detective (della serie Crimini di ghiaccio lei non si perde neanche un episodio) e, con il taccuino e una buona dose di capacità deduttive, ma soprattutto facendosi coraggio da sé, prova a trovare una logica per quella insolita situazione. 
E - ancor di più - cerca di salvare la sua idea di vacanza lontano da mamma e papà e addentelati, mentendo alla grande. E anche un po' rubando.
Questa è la sua rocambolesca, avventurosissima e bugiardissima settimana, in cerca di sua nonna. Ma è anche una storia gialla, in cui lei, con il pedante ragazzino vicino di casa, prova a risolvere l'intricato caso delle bici rubate, che con ogni probabilità è alla base di tutta questa inarrestabile baraonda. 

Il punto di partenza di questa storia contiene in sé tutti gli ingredienti di una buona storia avventurosa: l'imprevisto, ossia qualcosa che non accade come pianificato; l'età della protagonista, undici anni è età perfetta;  il suo essere da sola in un luogo conosciuto, ma non del tutto, e neanche tanto grande; la agognata lontananza dei genitori e soprattutto la grande difficoltà a essere raggiunta da uno di loro nell'immediato; l'impossibilità di fare marcia indietro e tornare al punto di partenza. 
Su questo intreccio di fattori si appoggia l'intraprendenza della protagonista. 
"So che posso farlo" è il motto di Harusha Mikaro, una famosa scalatrice, uno dei miti indiscussi di Pia. Così, vista la situazione, lo fa diventare all'istante anche il suo (e di sua nonna), di motto: spegni la paura, accendi il coraggio! 
Come da canone, a Pia si affianca dopo poche pagine un socio, e come da copione si tratta di un suo coetaneo, maschio e lievemente pedante, che altri non è che il vicino di casa della nonna. Con lui, sebbene non goda - almeno non subito - della fiducia della ragazzina, Pia condivide la passione per risolvere i misteri. Ma, come da canone, se al principio i due si guardano con sospetto, dopo un altro po' di pagine si alleano, pur non smettendo mai del tutto di battibeccare tra loro. 
Altrettanto canonico è l'animale, il gatto della nonna, Sbaffo, che funziona come una sorta di transfert nei confronti della signora, assente ingiustificata. 
Intorno a tutto questo ruotano come satelliti due fattori. 
Il primo: un'evidente passione da parte della protagonista per gli stereotipi da kolossal cinematografico, cui lei attinge appena può per immaginarsi finali della sua storia pieni di pathos: tramonti indimenticabili, addii lacrimevoli... cose così. 
Il secondo: una certa tendenza a sfociare nell'inverosimile quando entriamo in contatto con l'immaginazione di Pia, per esempio per spiegarsi l'assenza della nonna. 
Se al principio si potrebbe rimanere basiti delle ipotesi che lei formula per dare un senso a questa inspiegabile assenza - nonna Lore è chiusa nel bagno del parrucchiere perché non le piace il taglio; si è dimenticata del mio arrivo ed è partita per i Caraibi; è caduta dal ciliegio e, con la mano rotta, va dal medico e rimane bloccata nello studio, dopo la chiusura... Ebbene, con l'andare avanti ci si fa l'abitudine e nulla o quasi ci sembra più tanto inverosimile. 
In questo alternarsi di realtà vera e fantasie spinte, fanno capolino un paio di cose interessanti.  
La prima: nonna Lore compare solo intorno a pagina 200, ma noi di lei sappiamo tutto grazie ai racconti di Pia. Divertente conoscere un personaggio attraverso gli occhi di un altro... 
La seconda: la lettura intelligente che detta nipote fa di ciò che la circonda. È una ragazzina nel contempo visionaria, ma anche molto attenta a leggere i dettagli e interpretarli: uno su tutti, le saponette asciutte nel bagno che per lei sono, giustamente, sintomo di qualcosa… 
La storia gialla, che si intreccia con la settimana 'in solitario' di Pia, è, in sé, poca cosa ed è lì solo come strumento per mettere alla prova i semplici ragionamenti e le successive deduzioni di due ragazzini piuttosto svegli, ma soprattutto è lì per far succedere ciò che succede e per dare modo alla tensione di non mollare mai del tutto. 
Ecco perché un libro fatto praticamente solo di cose che accadono sarà una lettura riposante da fare d'estate.

Carla

lunedì 25 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'USCITA DI SICUREZZA

Stella e Marigold, Annie Barrows, Sophie Blackall (trad. Laura Tenorini) 
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Tutte le volte che qualcuno nella famiglia di Stella e Marigold si ammalava, arrivava la coperta dei malanni. Nonostante il nome non era una coperta su cui vomitare. E non era nemmeno una coperta: era un grande e soffice piumone bianco, con disegnati sopra dei vortici di stelle blu. La coperta dei malanni era molto vecchia. Era così vecchia che la mamma di Stella e Marigold la usava quando era all'università. A quel tempo era una coperta come le altre, ma un giorno la mamma ci aveva rovesciato sopra dello sciroppo per la tosse e così era diventata la coperta dei malanni. 
Quando stavi sotto la coperta dei malanni, non eri più nel mondo normale : eri malato." 

In questo momento a essere sotto la coperta dei malanni è Stella: febbrone, occhi che bruciano e mal di gola. 


Nel suo torpore, il pomeriggio diventa sera e solo quando è ben buio Stella si risveglia dal sonno febbricitante e si accorge che il letto di sua sorella è vuoto. Sente la sua mezza casa scricchiolare e il pavimento cigolare; qualcuno sta entrando furtivo nella sua stanza: è la sorellina Marigold che vorrebbe tanto tenerle compagnia sotto la coperta. E ha anche un piano per farlo. 
Visto che a cena ci sono le uova e che lei spesso e volentieri le vomita, la mamma le ha proposto un panino, ma lei - furba - le dice che ora le uova le piacciono moltissimo e quindi le mangerà... E, naturalmente, le vomiterà. 
Ah, cosa non si farebbe per condividere con la propria sorella una notte assieme sotto la coperta dei malanni! 


Questa è solo una delle sette storie che riguardano le sorelle Stella, settenne, e Marigold, quattrenne. 
Fin dalla prima ora vissuta assieme tra queste due c'è un patto. Stella lo ha sussurrato all'orecchio della neonata appena arrivata a casa dall'ospedale: "Io sono Stella, tua sorella. Ti racconterò tutti i segreti che so. Non li direi a nessun altro, ma a te sì. Te lo prometto". 
Marigold da quel momento ha un'assoluta certezza: sua sorella Stella che, da parte sua, manterrà la promessa e le spiegherà il mondo. 
E così sia.

Parlare di rapporti tra fratelli e non cadere nello stereotipo non è così scontato. 
Qui succede, nonostante la stranezza che Stella neanche per un minuto dimostri gelosia nei confronti della sorella appena arrivata. Anzi. 
Nel patto che le sussurra all'orecchio c'è il secondo grande cardine intorno a cui ruotano i rapporti tra fratelli maggiori e fratelli minori: il grande farà luce lungo il cammino del più piccolo. 
E puntualmente avviene, ma in un modo che non è affatto scontato. 
La circostanza che puntualmente si verifica in tutti e sette i racconti è la seguente: Marigold agisce di impulso in tutto quello che fa, mettendosi spesso e volentieri nei pasticci. È piccola e non sa mai bene come uscirne ed è a questo punto che arriva sempre Stella. 
Ma, attenzione, Stella non si prende l'incarico di coprire le ingenuità della sorella, men che meno se ne addossa - eroicamente - la colpa. 
E soprattutto non le fa mai nessuna morale e non cerca di insegnarle nulla (per questo ci sono già mamma e papà). 
Lei fa una cosa diversa: inventa magnifiche storie che racconta solo a lei, in separata sede, che però hanno il pregio e lo scopo di rassicurarla, di infonderle fiducia nell'andare avanti per la sua strada, piena di inciampi. 
Sono delle strepitose vie di fuga: uscite di sicurezza!


Così quando si scopre che Marigold ha infilato di proposito un suo fermacapelli nel tubo di scarico, Stella le racconta che nelle case c'è sempre una stanza che ha dei poteri magici: ogni notte per quattro minuti tutto si muove. E nella loro mezza casa (quella di sotto, che confina con la mezza casa di sopra della signora Raimondi) la stanza in questione è proprio il loro bagno. 
Stella questa cosa la sa perché una notte ha assistito al poltergeist che ha movimentato il bagno. Ed è in una notte di quelle, in quei fatidici quattro minuti, che la molletta, poverina, durante la sua passeggiata è incidentalmente precipitata nello scarico... 
Come non crederle? 
Oppure come non ascoltare il racconto di Stella, quando Marigold si è "persa" nel tunnel per poter vedere da vicino i suricati. A dar retta al racconto di Stella, la piccola Marigold, seduta su una panchina di fronte al suo asilo, un giorno aveva aiutato addirittura il vicepresidente e il suo autista a ritrovare la strada per andare a consegnare una medaglia a un vecchio signore che se la era meritata... 
Come non crederle? 
Due grandi nomi della letteratura per l'infanzia, dopo il successo planetario di un'altra fortunata e premiata serie, quella di Ivy e Bean - in Italia pubblicata da Gallucci con il titolo Ely &Bea - sono di nuovo in tandem a raccontar bambine belle!

Carla

lunedì 18 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA...

Otto Perotto. 4x4x4 storie in una
, Cecco Mariniello 
Parapiglia 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Era una mattina luminosa e quieta. 
Dalle montagne lontane qualche rara folata di vento portava un odore lieve di fiori azzurri..." 

Questo è l'incipit. 
Da qui possono partire, effettivamente, tutte le storie di sempre. 
Come insegna il grande romanziere Snoopy, ticchettando l'eterno incipit: "Era una notte buia e tempestosa..." 
Qui le storie prescelte sono effettivamente quattro: quella della giovane regina del Paranà, con il suo promesso sposo e il suo Gran Ciambellano e il suo animaletto da grembo: un coniglietto impunito. Quella dell'attempato ingegnere Otto Perotto con il figlio Giannotto, che accolgono entrambi la giovane nipote (e cugina) appena arrivata e ragionano di un coniglio di passaggio nel giardino. 
Quella del giovane naturalista Narciso con il suo professore e con la sua giovane assistente e sullo sfondo un raro esemplare di coniglius africanus. 
E infine quella del coniglio Gian Mimì che davanti ai padroni del prato dove scorrazza si fa scappare un rutto. 


Riassumendo per categorie umane e per personaggi: c'è sempre una giovane, un giovane belloccio, un uomo attempato e un coniglio brado. 
Queste quattro figure, che si ripetono in grandi tavole senza testo, si alternano con ritmo cadenzato a pagine in cui il testo, ovvero i quattro diversi testi delle quattro diverse storie, si dipanano. 

Meravigliosa quanto perfetta architettura narrativa che si deve a uno degli autori e illustratori italiani di maggior talento, Cecco Mariniello.


Sempre un po' defilato dai riflettori, Cecco Mariniello è stato capace di entrare con dolcezza nello sguardo dei suoi lettori, con un fare tanto elegante quanto garbato da più di un trentennio. 
Inconfondibile anche a distanza: linea chiara, sapiente gusto per il surreale e dotato di una velata ironia, che nei testi dà il meglio di sé, tutta toscana. Le radici classiche della sua terra di origine si riconoscono anche nella composizione degli spazi, mai troppo pieni e in qualche modo rassicuranti, in quel segno leggero e tondo, a matita, ma anche nell'onomastica di personaggi e luoghi.
Dagli anni Ottanta i suoi libri magnifici hanno continuato a essere pubblicati e ripubblicati senza grande scalpore mediatico, ma fortunatamente, con una certa costanza. 
Un po' come dire che senza i suoi disegni, senza le sue storie, si sarebbe stati ben peggio. 


Il suo passo forse non è quello dell'albo illustrato canonico, ma piuttosto i suoi disegni si trovano bene in racconti di maggiore respiro ed è forse per questo che è stato l'illustratore elettivo per i testi di Roberto Piumini: entrambi hanno sempre dimostrato quell'incedere classico, capace di attraversare le epoche e le mode senza scuotimenti particolari. 
Anche questo libro Otto Perotto ha radici antiche. Fu pubblicato, con i disegni in bianco e nero nel 1985 dalla magnifica casa editrice Nuove Edizioni Romane, dell'altrettanto mitica Gabriella Armando. Con la quale Piumini e Mariniello hanno dato vita a un catalogo di letteratura illustrata da leccarsi i baffi. 
L'idea di partenza di concepire nove tavole che possono a pieno titolo illustrare quattro racconti diversi è semplicemente geniale. 
Così come è geniale giocare in punta di penna e di matita sui caratteri dei singoli personaggi, interpretando medesimi gesti e posture, luoghi e tempi ogni volta in modo differente, facendo entrare e poi uscire di scena personaggi come semplici figuranti. Non c'è mai una sbavatura, e neppure un'imperfezione che possa far inceppare il meccanismo a orologeria. 


Tic tac tic tac le storie stanno distanti tra loro, per circostanze, ambienti, ecc. ecc., ma nello stesso tempo in qualche misura si intrecciano ad arte. È presumibile che un gioco narrativo del genere possa al principio lasciare il lettore disorientato, ma poi lo catturi nella sua rete e lo porti nel finale ad approdare in un porto sicuro. 
Come suggestione, sarebbe anche interessante proporre a bambini e bambine di una classe di cimentarsi nel medesimo esperimento e gioco e concepire, in totale autonomia, su poche immagini comuni storie diverse tra loro. 
Sarebbe una palestra utilissima per mettersi alla prova con la lettura delle immagini e dei loro dettagli. 
E alla fine, ne sono certa, per tanti bambini che sono, altrettante saranno le storie che nascono: sarebbe la prova provata, come se ce ne dovesse essere bisogno, che all'immaginazione si può dare una direzione, anzi due o tre o quattro... 

Carla