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venerdì 10 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FINALMENTE IN BRAGHETTE DI TELA

Finalmente in campeggio!, Philip Waechter (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Di tanto in tanto in campeggio può capitare che piova. Allora ci mettiamo al riparo nei nostri sacchi a pelo e giochiamo a carte. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento! Se la pioggia dura più di due giorni, però, diventa noioso. 
E se poi si aggiunge anche il vento, la situazione si fa piuttosto spiacevole. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento..." 

Ma anche se il vento ha sradicato la tenda e, solo dopo lunghe ricerche con gli altri campeggiatori, è stata ritrovata - e anche se è un po' lacera - è stato bello rimontarla e ripararla tutti assieme. 


Il bello del campeggio è proprio questo: essere tutti un po' più uguali in braghette di tela, stare tutti abbastanza vicini, e darsi una mano quando ce ne sia bisogno. 
Per questa ragione, tutte le estati, finita la scuola, la famiglia parte, caricando la macchina fino all'inverosimile (d'altronde in campeggio sono mille mila le cose che servono), farsi dieci ore di macchina per poi arrivare al campeggio al mare. E lì provare a vedere se ancora si sa montare una canadese... 
Il bello del campeggio è che tutto è già un po' conosciuto: i vecchi amici che sono già lì, il ristorante con la pizza di Pepe, la bottega dove anche un bambino può comprare il pane e il latte per la colazione del mattino. 
Il bello del campeggio è che ci si può divertire se si è iperattrezzati e iperorganizzati o se non lo si è per niente. Ci sono camper con la veranda per cucina e frigo e tende canadesi con fornelletti instabili e senza possibilità di tenere in fresco il burro... 
Il bello del campeggio è che si sente tutto: dall'amaca dove ci si dondola si ode il vicino che di notte russa e la radio a palla del dirimpettaio durante il giorno. 
Questo è il dettagliatissimo quanto autentico racconto di una vacanza indimenticabile perché, ovviamente, è in campeggio! 

Ci sono autori e ci sono argomenti che mi calzano a pennello. 
Ecco. Qui in un solo libro si presentano entrambi. 
Partiamo da Waechter. 
Confermo questa sensazione che si prova leggendo i suoi libri: l'assoluta mancanza di retorica nel racconto che si snoda con altrettanta assoluta naturalezza, leggerezza e armonia, pur essendo ricco di contenuti. 
Se si dovesse riassumere in una frase il suo talento: è un prodigioso narratore, con parole e figure. 
Sia che racconti cosine piccole, sia che vada più a fondo, Waechter ha la capacità di catturare il lettore e di evocare nei suoi pensieri interi mondi riconoscibili. 
E qui si arriva alla seconda questione, ossia il tema trattato: le vacanze di un bambino in campeggio. 


Sono piuttosto convinta, anche sulla base di una buona casistica e di una pluriennale esperienza, che i bambini che hanno avuto la fortuna di crescere con un animale accanto e quelli che hanno avuto per sorte dei genitori che li hanno portati in campeggio crescano più felici. 
Da questo nessuno mi smuove né può convincermi del contrario. 
Ma a parte questa mia rigidità di fondo, da adulti campeggiatori non è possibile non notare quanto Waechter parli con precisa cognizione di causa di questa esperienza. Se ne potrebbe cogliere un segnale inequivoco nei lunghi ringraziamenti che ci sono alla fine del libro. 
Ma questo lo capiranno ancora meglio tutti quegli adulti che conoscono quel tipo di vacanza lì. Si riconosceranno su ogni pagina, sia che siano stati campeggiatori accessoriati, sia che abbiano conquistato Capo Nord in canadese. 
E questo fa un po' la differenza, ossia la capacità di questo grande autore di essere così profondamente onesto con i propri lettori, nel momento in cui decide di raccontare qualcosa. Sia che si metta nei panni di orsi e volpi, sia che inanelli aneddoti sulla propria esperienza di campeggiatore negli anni. 
Tutti riconosceranno la pila di piatti e pentole da lavare o l'estrazione di chi debba portare la spazzatura nei cassoni all'entrata del campeggio... si riconoscerà nell'indipendenza conquistata dai bambini, si riconoscerà nel fittume di tende e roulotte, nella promiscuità con i vicini, nella bellezza di essere tanti e tutti assieme, nella gioia di scoprire cose nuove e di ripetere cose già fatte. 
Riconoscerà miriadi di dettagli e dovrà convenire che l'elenco che Tim fa di cosa non bisogna assolutamente dimenticare di mettere in valigia è semplicemente perfetto. 


Ma ci sono come al solito una miriade di minuscoli dettagli che, a mio parere, riassumono in sé il senso ultimo e la bellezza di una vacanza all'aria aperta. 
Sulle orme di Waechter, ognuno peschi nei propri ricordi... 


E mentre si aspetta che il libro esca in libreria, il 17 di luglio, si monti l'amaca.

Carla

lunedì 27 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ZITTI MAI!

Care piccole muse
, Yael Frankel (trad. Laura Costa) 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Se è un arancio, dovresti almeno usare l'arancione. 
Non hai visto come sono fatti gli alberi, Lia? 
E se aggiungessi delle radici? O qualche ramo? 
Il marrone non lo usi?" 

Entrano in scena come uno stormo. 


Sono ben di più delle nove canoniche, le "gioconde fanciulle" figlie di Zeus, che ballando e cantando, diventarono con il tempo signore delle arti. 
 Anche dal punto di vista dell'iconografia canonica, questi corpicini - una ventina - non dimostrano una bellezza tradizionale: sono piuttosto informi e tondeggianti - dal verme al sassolino - ognuna di colore diverso, con occhi, naso e chiome. 
Stanno tutte planando intorno a Lia, che è una bambinetta. Con la matita in mano, sta disegnando su un foglio qualcosa. Si soffermano su ciò che Lia ha disegnato e le chiedono cosa rappresenti. Domanda irresistibile: tutti la fanno sempre. Non solo le muse. Quel tondo colorato di nero a metà potrebbe sembrare un albero... 
Lia non risponde alle loro sempre più insistenti domande. Piuttosto si colora di rosa a pennello le dita dei piedi. Spennella di rosa le muse stesse e cerca addirittura di cancellarle con la gomma della sua matitona. E all'ennesima domanda su come siano fatte le nuvole, per poterle disegnare correttamente, Lia ha un'idea, risolutiva, quanto definitiva... 

Anche qui come altrove, Yael Frankel scrive pochissimo e mette, tra le rare righe e i grandi disegni sempre un po' sbilenchi per le ardite prospettive e proporzioni, tutto quello che c'è da capire. 


Qui c'è una bambina che sta disegnando. Avvolta nel silenzio. Fino al momento in cui fanno irruzione le muse, le care piccole muse, che zitte invece non stanno mai. L'apostrofano sul suo disegno, su cosa sia, sull'uso dei colori che potrebbe usare, sulle forme che potrebbe aggiungere. Giudizi e consigli, suggerimenti, possibili interpretazioni premono su quella bambina che invece intorno vorrebbe solo silenzio. Muta e soprattutto imperturbabile, Lia non dà loro retta. Al contrario, bonariamente se ne prende gioco fino al punto di liberarsene. Almeno per ora. 
Ecco. 
Tra le righe e dietro le muse pare proprio di intravedere un dato di realtà che tutti quelli che hanno assistito alla scena di un bambino che disegna e un grande che - a vario titolo - gli ronza intorno, possono riconoscere. 

Sarà capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di vedere genitori o maestri, in generale altri adulti affetti da ansia da prestazione, che intervengono (e non solo a parole), che correggono (e non solo a parole), in ultima analisi che giudicano e valutano l'operato di un bambino con foglio e matita. 
Questo è il caso di specie. 
Sugli effetti deleteri che si manifestano anche ad anni di distanza sulla fiducia personale, sulla capacità di autodeterminazione di chi è in crescita, sorvoliamo. Ognuno elabori il proprio ragionamento in merito.


Qui parrebbe invece più interessante fare due riflessioni su come Yael Frankel trovi un tono, un lessico per raccontare. 
Un tono e un lessico che siano in grado di parlare ed essere comprensibili tanto ai piccoli quanto ai grandi. E di riuscire a farlo senza mai scimmiottare nessuno. 
In Care piccole muse va dritta al punto. In quelle poche frasi, il bambino che ascolta le parole delle molteplici protagoniste riconoscerà un'eco di qualcosa già sentito e vissuto altrove... 
Lui e Lia sono la stessa persona! 
E lo stesso succede a un adulto che, nel leggerle, ricorderà di averle pronunciate almeno una volta. E forse - finalmente - si pentirà di averlo fatto. Zitti, mai?
Questo è per dire che di norma Yael Frankel si dimostra capace di "parlare" a tutti. 
E di saperlo fare per sottrazione. 
Qui, in particolare, si diceva all'inizio, è ancora una volta il non detto, è il silenzio di Lia a dire molto.


Non credo di sbagliare se quel suo sorrisino sornione, che compare nei momenti topici, e quel suo procedere sul foglio con la sua matitona, incurante di fronte a tutti quegli utili suggerimenti delle care e piccole muse, lo interpreto come un omaggio rispettoso all'infanzia tutta. 

Carla

lunedì 24 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ETA' D'ORO

Allora arrivò Sam
, Edward Van De Velden, Philip Hopman (trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Kix percorse qualche metro del vialetto avvicinandosi al cane bianco. Emilia lo seguì. 
La mamma invece rimase vicino alla macchina. 
Il cane lo teneva d'occhio. 
Guardava e guardava, ma sembrava che cercasse di affondare sempre più le zampe anteriori nella ghiaia. Kix non si muoveva, e anche Emilia non si muoveva. 
'Emi' bisbigliò Kix 'anch'io voglio tenerlo'. 
'Sì' disse Emilia a bassa voce. 
A quel punto Kix cadde in ginocchio. Non sapeva perché, ma lo fece spontaneamente. 'Voglio tenerti', sussurrò Kix al grande cane bianco. 'Io voglio tenerti'. 
E allora accadde." 

Accade quello che i due fratelli sperano accada: il cane fa due passi verso di loro. Si fa toccare e guardare molto da vicino. Ma quando la madre dei due li raggiunge, allora il cane si allontana. Trotterellando attraversa la strada e va verso la fattoria dei Jones. La madre, che ha molta dimestichezza con i cani, capisce che quel grande cane bianco non è un randagio, ma appartiene ai Jones. E questa non è una bella notizia, per Kix ed Emilia che quel cane da favola lo avrebbero tanto voluto. Sebbene in casa ci siano già due cani - la vecchia e dolce Holly di sua madre e la vivacissima Springer del padre - i due bambini vorrebbero un cane che fosse solo loro. 
E quel grande cane bianco dagli occhi tristi che i fratelli chiamano già Sam potrebbe essere quello giusto. 


Questa è la storia di quel magnifico pastore dei Pirenei che un bel giorno decise del proprio destino. 
Che decise di lasciarsi alle spalle la vita passata e che si diede una seconda possibilità. Ma è anche la storia di tutti gli umani che gli girano intorno e non sempre con buone intenzioni... 

Perché i bambini, una volta cresciuti, possano guardare indietro alla loro infanzia come al più bel periodo della propria vita, è necessario che durante detta infanzia loro possano aver avuto tra i piedi un qualche tipo di animale (escluderei quelli in gabbia o in vaschetta). Vanno bene i cavalli e anche i gatti, ma in assoluto sono i cani quelli che rendono le loro infanzie autentiche età d'oro. 
E questo è un fatto incontrovertibile, che che se ne possa dire. 
Ed è forse questa la ragione per cui tutti i libri che raccontano di bambini o bambine cresciute con un cane sono libri speciali. Questo in particolare ha il grande pregio di essere una storia vera, circostanza che rende tutto molto più toccante nella sua concretezza, quando lo si scopre a storia conclusa. 
Van de Vendel di nuovo di fronte a un fatto realmente accaduto, come era successo con Misha. Qui come lì si riconosce la qualità della sua scrittura, qui come lì si percepisce con chiarezza che la storia lievita con il passare del tempo e con l'intrecciarsi dei fatti. 
Ma qui la materia è meno certa: Van de Vendel deve raccontarci il pensiero di un cane. 
Non solo quello dei due bambini, dei loro genitori, o dei loro scostanti vicini di casa che in fondo è cosa nota. 
Mettersi nella prospettiva di un pastore dei Pirenei, ovvero dare ai suoi comportamenti un senso che diventi leggibile, non credo sia stata una passeggiata. 


E per di più farlo in tutta onestà, ossia avendo il coraggio di mettere anche i lati più selvatici di un cane, senza cedere all'idea che in un libro per bambini la ferocia di un cane si possa omettere... 
E così come dimostra di saper raccontare con grande onestà le scelte di quel cane, altrettanto onestamente mette in scena un vero e proprio duello tra le due famiglie che si stanno contendendo il possesso del cane (salvo poi far arrivare il lettore alla sacrosanta conclusione che spetti al cane, e non ad altri, decidere del proprio destino). 
A quaranta pagine dal finale il ritmo tutto sommato cadenzato, che vedeva un cane sempre più felice di far parte della nuova famiglia e ovviamente la sempre maggiore consapevolezza di questo da parte degli adulti, si interrompe bruscamente e tutto diventa maledettamente concitato, ossia la tensione schizza a mille e si precipita a un centimetro dal baratro. 
In una notte buia, compare un mozzicone di sigaretta che arde, compare un ragazzino in pigiama che se la fa sotto, compaiono due contendenti parecchio aggressivi, compaiono due fucili e un cane. 
E soprattutto compare in tutta la sua chiarezza l'ottusità umana, che solo la lucida assenza di sovrastrutture e preconcetti, la determinazione e la purezza di un ragazzino riescono a smontare e rendere inoffensiva. 
Bravo Van De Vendel a metterlo nero su bianco!

Carla

mercoledì 29 ottobre 2025

ECCEZION FATTA!

ALL'INIZIO, IL CORPO E' UN LUOGO 
IN CUI NON SIAMO MAI STATI 



Non si può certo dire che avere un corpo, abitarlo, usarlo sia una faccenda che possa essere trattata in modo sistematico: questo è il luogo in cui primariamente si sperimenta la tridimensionalità. Se in un manuale anatomico il corpo può venire presentato con sistematicità, suddiviso per apparati coerenti, ognuno impegnato a gestire una concatenazione di funzioni sequenziali, ecco che nella vita, nell’esperienza, tutto si mescola e si sovrappone. 
Si rimane a lungo così, da piccoli, sospesi tra gambe troppo lunghe e gabbie toraciche che dolgono per il fiatone e la paura, tra cervello in confusione e stomaco in subbuglio, con il cuore accelerato e il fiatone a cavallo tra una corsa e l’amore. 


All’inizio, bisogna ammetterlo, il corpo è un luogo in cui non siamo mai stati. All’inizio, nel corpo tocca muoversi come farebbe un esploratore, tentando, lasciandosi guidare dalla curiosità e dalla fame, sbagliando e tornando indietro più volte prima di proseguire. All’inizio, il corpo è un’esperienza pionieristica in un territorio sconosciuto di cui a malapena si conosce l’estensione, ma che si ha la straordinaria occasione di visitare e percorrere dall’interno e in solitaria, raccogliendo informazioni sparse, talvolta grezze e materiche, provenienti da ogni dove: una messe personale e sconvolgente, che può apparire disarticolata, casuale, priva di direzione. E non è difficile immaginare – o ricordare – come questo andar vagando conduca con sé una certa dose di disorientamento che l’albo Dentro me cosa c’è? riesce a cogliere con grande sensibilità. 


Innanzitutto le immagini: le tavole raccolgono il concetto di corpo come spazio e lo traducono in territorio occupato da piante e forme incomprensibili, braccia che si allungano simili a strade, funghi e arborescenze multicolori, boschi, stelle e pianeti. Una cartografia primaticcia fatta di pezzi e frammenti che la pagina non può delimitare, bagliori di consapevolezza che si accendono in modo subitaneo e altrettanto velocemente si spengono. Ogni esperienza è collocata nella cornice definita del qui e ora tipico del tempo dell’infanzia o meglio, dell’esperienza esplorativa in territori sconosciuti, quando si è ancora incapaci di collocare le singole scoperte in un sistema organico più esteso.  


E poi c’è il testo. Non prova nemmeno a costruire una trama continua: si avvicina al corpo, poi se ne allontana, poi ci ricade dentro di colpo. 
Funziona per immersioni brevi, quasi a strappi. Registra ciò che succede, mette in fila sensazioni, domande, piccole rivelazioni. Così prende velocità emotiva, una sorta di vertigine che è il ritmo stesso di chi sta facendo esperienza per la prima volta: uno spaesamento ancora abbagliato dalla contingenza. 


Infine, il tema. Con la leggerezza esplosiva concessa dal linguaggio poetico, questo albo si permette di avvicinarsi a una questione delicata, di difficile nominazione. Il corpo non è solo un luogo intimo e segreto di unica pertinenza del singolo, ma anche una sostanza concreta e tangibile con cui quotidianamente ci presentiamo al mondo, dove siamo immersi in un contesto sociale e culturale che ha diretto controllo sulla legittimità e sul valore del modo in cui viviamo e nominiamo le cose. E tocca fare i conti con quello che gli altri vedono di noi. 


L’albo porta a galla con levità la questione del pervasivo e viscoso racconto che viene elaborato sul corpo dall’esterno, dagli altri, soffermandosi sui territori del fastidio, del disgusto e della sgradevolezza, sulle puzze e gli odori, sui gesti proibiti, quelli che non si fanno in pubblico pena essere considerati maleducati, inaccettabili, non corrispondenti a un modello, in altre parole, mostruosi.


Il fastidio del maglione sulla pelle, la fame che acceca, l'ebbrezza disgustosa delle dita nel naso, il parrucchiere che tira e strattona i capelli fino a trasformare il senso dell’identità. Si tratta di emozioni che mal tollerano anche i grandi, trasformazioni che non smettono di sbalordire, gesti esplorativi normati e contingentati dalla buona educazione, atti riprovevoli che vengono comunque praticati dai bambini in una zona liminare di esperienza da cui si viene distolti. Tuttavia, passando attraverso i territori del fastidio, mettendoli in scena, scardinandoli dall’innominabilità, le due autrici suggeriscono la possibilità di un contatto più profondo con l’immanenza del corpo, fatto di tenero realismo, perché se è vero che è di un luogo che stiamo parlando, allora è solo accogliendo tutti gli scorci, anche quelli meno interessanti, che possiamo pensare di vederne l’interezza. 


E questa è una cosa che fa bene a tutti. 
 

Giorgia

 “Dentro me cosa c’è?” Daniela Carucci, Giulia Pastorino, Terre di Mezzo 2022 

lunedì 29 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

 

L'EPICA DELLA MARMOTTA

Lotte Pelomatto, Lena Frölander-Ulf (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Lotte apre gli occhi cautamente. Intorno a lei i massi scuri ruotano in una strana danza. In alto il sole lancia i suoi raggi appuntiti che le si conficcano nella testa dolorante. Sente i sassolini sotto la pelliccia della schiena. I massi si muovono sempre più piano, ma si rifiutano di fermarsi del tutto. Massi alti con ripide pareti lisce su tutti i lati. Come un orribile luogo sacrificale, un recinto di pietra per prigionieri disgraziati, pensa Lotte coprendosi il muso con le zampe. Forse mi sono spaccata la testa. Se è così, ben mi sta. 
'Pssst! Ehi, tu!' 
Lotte tira su la testa e si guarda intorno, ma non vede nessuno. 
'Ehi, marmotta. Mi serve aiuto'" 

Lotte è una marmotta giovane, che ha pensato di avere davanti la sua ultima estate da marmottina libera, ossia non ancora soggetta all'obbligo di dare una mano nei lavori di gestione della tana di famiglia. Quando suo fratello maggiore, Morris, partirà per il bosco come tutti i maschi adolescenti e adulti a lei toccherà aiutare la mamma. Lotte però è uno spirito libero e quando sente che le temute vipere hanno ulteriormente vessato la tribù delle marmotte, obbligandole a una ulteriore tassazione e una ulteriore riduzione della loro parte di pietraia, prende una decisione: la fuga. Si separa - a fatica e con un pugno sul naso - dal suo prudente e fedele amico Pigno, abbandona la tana e si avventura. Per caso origlia qualcosa di oscuro e intuisce che trame segrete si tessono ai vertici del governo militare delle vipere e altrettanto per caso si trova coinvolta in un gioco pericoloso pieno di serpenti e soprattutto quello che pensava non le sarebbe mai capitato, invece le accade! 
Questa è la storia molto avventurosa di una marmotta curiosa quanto coraggiosa che un giorno decide per la libertà, per poter combattere l'ingiustizia che tiene sotto scacco la sua gente, per poter superare il pregiudizio, indagare nel passato e magari anche ritrovare il suo papà. 

Il prologo di questo libro è un gancio fantastico. 
Va dritto su alcune verità incontrovertibili che sono legge in natura: è così e basta. 
Bene bene. 
Due indizi mi portano a capire che siamo in qualcosa di simile a una saga. Il primo indizio è la cartina che separa la storia dal potente prologo. L'ho imparato con l'esperienza: se c'è una mappa dei luoghi vuol dire che sarà utile al lettore per orientarsi in una storia complessa in cui i luoghi sono importanti. 
Il secondo indizio è diametralmente opposto: alludo all'ultima riga in cui si legge: 
Domani è un nuovo inizio. Domani inizia l'avventura.
A parte quella ripetizione che, vista la traduttrice, non credo sia una svista, parrebbe evidente che si è di fronte a una storia che non ha nessuna intenzione di finire. 
Bene. Siamo in una saga dal sapore fantasy? 
Non direi, almeno non in apparenza, anche se dello scontro tra bene e male si occupa, ma non c'è nessuna magia! 
Siamo in una saga epica. 
Nel senso che siamo in una storia dove un eroe - qui in realtà un'eroina in uno scenario molto femminile - combatte l'ingiustizia e i soprusi subiti dal suo popolo. Una saga epica in cui si scontrano due mondi, due popoli tra loro apparentemente incompatibili se non addirittura avversari: le marmotte tonde, femmine e grandi lavoratrici e i serpenti, le vipere, infide, sottili, bugiarde, assetate di potere e soprattutto velenose. 
In mezzo c'è Lotte che ha il coraggio di andare a vedere chi sia il suo avversario.
Ne ha bisogno, soprattutto per capire. Lotte, lontana da ogni pregiudizio, è una che sceglie di attraversare il confine. Per questo diventa, inevitabilmente, una predestinata a svolgere il ruolo di mediatrice: lei fugge da un mondo per finire dritta dritta nell'altro. Lo fa senza un preciso piano, che non sia quello di dimostrare al mondo la sua libertà conquistata. La cosa che ottiene è proprio quella di trasformarsi in anello di congiunzione, tra due mondi che fino a quel momento erano agli antipodi.
Quelle che sembravano sfere impermeabili, grazie a lei, non lo sono. 
Quelli che siamo abituati a tenere separati - il bene e il male - sono sempre molto più connessi di quanto possa sembrare.
E tutto questo è di agghiacciante attualità.
Tra le crudeli e spietate vipere c'è qualcuno che dirazza e dall'altra tra le prudenti e sottomesse marmotte c'è qualcuno che dirazza altrettanto. 
È quindi nelle cose che i due si incontrino e facciano strada assieme. 
E noi siamo lì con loro...

Carla

mercoledì 3 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SAPPIAMO TUTTI COSA È UN CERCHIO
 
Mio padre è stato un insegnante di educazione artistica. Mi era chiaro che fosse un grande insegnante, molto amato, perché succede ancora spesso che mi chiedano se io sia figlia del professor Mosna. Tuttavia, a parte il breve periodo in cui mi portava con sé in classe e di cui ho un ricordo molto vago, ho assistito personalmente a una sua sola lezione. 
Stava davanti alla lavagna, plastico e autorevole: con un gesso in mano bandiva la paura dell’errore, e chiedeva a tutti di avventurarsi fiduciosi nello spazio bianco concesso dal foglio per andare a cercare il cerchio. Non sarebbe stato il primo segno, ma sarebbe venuto a furia di tentativi. Non sarebbe stato frutto della volontà, muscolo sopravvalutato che rendeva il braccio fragile e indeciso, ma sarebbe emerso da una consapevolezza lontana, quasi rabdomantica, a cui bisognava solo facilitare la strada. 
Nel silenzio del sottotetto ampio in cui avveniva la lezione, si sentiva solo il rumore di mio padre che girava e girava il braccio, energico, lieve. Poi, piano piano, lo vedevi: il cerchio. L’occhio lo individuava tra tutte le altre linee fragili e imperfette. Allora la mano si faceva più decisa, escludeva ciò che non doveva essere considerato e il segno diventava più fermo. 
Poi lui si girava, e diceva a tutti: e ora, provate. Sapete tutti cosa è un cerchio. 


Sul valore pedagogico dell’errore e del clima psicologico favorevole al suo utilizzo mi limito a una prosaica riflessione, ovvero che se al tempo dei primi passi avessimo ricevuto facce scure e giudizi severi al posto di sorrisi e incoraggiamenti e gioia incondizionata a ogni caduta per terra, beh…con difficoltà ci saremmo alzati nuovamente e avremmo imparato a camminare. Per tale motivo, questa raccolta di poesie mi pare particolarmente interessante: per come distoglie l’attenzione dalla correttezza formale, procedendo nella salvifica direzione di legittimare tutte quelle azioni che ognuno di noi può fare sulla lingua, spingendo per leggera emulazione verso il gioco di sbagliare apposta, verso la libertà di scardinare le regole, o meglio ancora di cavalcare quegli errori involontari e quegli scavallamenti divergenti del senso che accadono quando un meccanismo sbiellato si mostra nei suoi meccanismi interni. 


Invece che correre ai ripari, correggere e aggiustare, pare che a Iñigo Astriz piaccia piuttosto accogliere il deragliamento del senso sancendo per sé e per gli altri il diritto di fare con la lingua un po’ quello che ci pare, delimitando in tal modo un territorio sicuro, un laboratorio poetico-pedagogico in cui si disattivano i freni della norma per restituire alla lingua il suo potere originario: evocare, deviare, creare, sbagliare. 
La mente, salvata dal terrore delle conseguenze per una doppia di troppo o una lettera mancante, può (finalmente) perdere il controllo per dirigersi dove crede, esplorare, sperimentare, costruire attraverso la propria autonomia di pensiero una più intima relazione con la lingua. 
 

Il poeta non si preclude nessuna delle strade che la poesia concede: gli sbandamenti, le onomatopee, l’utilizzo funzionale dello spazio fisico della pagina, l’interazione tra parola e segno grafico, il gioco del surreale. Trovano spazio nella raccolta un indice letterario che stimola l’indice della mano a seguire gli arzigogoli che uniscono il titolo delle poesie alla pagina in cui dovrebbero stare, ci sono parole scomparse per la troppa neve, l’apparizione enigmatica dei numeri scritti in cifra, ma anche un incidente tra un canguro e una pulce che si incontrano in centro alla pagina… 


Questa poesia non era scritta male si pone nel territorio divertito e divertente della sperimentazione divergente vera e propria, bandendo quelle inibizioni di carattere pedagogico che a volte imbrigliano la lingua, quel timore che sia meglio imparare tutto e bene e subito, quelle precauzioni che finiscono per irrigidire la relazione con la materia linguistica che invece qui appare, pagina dopo pagina, come una meravigliosa scatola di costruzioni fatta di pezzi tanto inossidabili quanto versatili. 


Parole scritte da destra a sinistra, versi bucherellati da gragnuole di punti che paiono proiettili, sparizioni di intere parti del testo oppure, anche, suoni e lettere che si ripetono al punto da non lasciare più spazio al senso. In un'atmosfera che ricorda un po’ Palazzeschi, un po’ Scialoja, il lettore viene spinto verso una felice anarchia riguardo a quello che lo circonda, ed esortato, come ben si conviene a un volume appartenente a una collana di poesia chiamata “Poesia a vela” ad accogliere e mutuare un po’ di questa libertà. Componimento dopo componimento, il meccanismo linguistico viene mostrato come un marchingegno da adoperare senza imbarazzo, senza paura che esploda nelle nostre mani o meglio: che è doveroso poter maneggiare in modo divertente e divertito fino a farlo effettivamente deflagrare, confidando per la salvezza non tanto sulla competenza manifesta, coerente e misurabile di grammatica e tempi verbali, ma piuttosto su qualcosa di più profondo, depositato in ognuno dal momento in cui nascendo veniamo immersi in un preciso contesto linguistico di cui sperimentiamo l’essenza ben prima della comprensione. 


Una consapevolezza non ancora acquisita, ma pronta a emergere, un senso della lingua che ci precede, che ci costituisce ben prima di quando lo consolidiamo sui libri, poiché si tratta di un patrimonio che ci tiene insieme così come i filamenti sottili di radici e miceli innervano e consolidano il terreno. Una conoscenza immisurabile, che permette di riconoscere il cerchio prima di conoscerne le leggi geometriche, che concede di tornare dritti a camminare dopo (quasi) ogni caduta senza conoscere la funzione del menisco. Perché prima di essere competenza, il sapere è in noi a ogni passo, riflesso di spiagge lontane, come suggerisce la poesia

 “Granello di sabbia”

C’è una spiaggia che mai più nessuno 
ha calpestato 
 sappiamo che esiste 
 perché nella scarpa 
 il suo granello di sabbia 
portiamo nascosto. 


Giorgia

“Questa poesia non era scritta male” Iñigo Astiz, Massimo Pastore (traduzione di Ilaria Rigoli), Edizioni La Linea 2025


lunedì 28 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SUPERIORE 

Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi 
Kite edizioni, 2024 


ILLUSTRATI
 
 "C’è un grande campo. Pieno di gente. 
A un certo punto una gran voce dice: 
Ora scegliete: a piedi o a cavallo? 
Alcuni scelgono a piedi. Altri a cavallo. 
Solo un tizio sceglie: cavalcare la tigre!" 

La cosa che succede dopo è che chi aveva scelto di andare a cavallo viene tritato, con tutto il cavallo. Era la scelta sbagliata. Quelli che avevano preferito andare a piedi si salvano. 
La grande voce torna a tuonare su un'altra scelta da fare: tra il giallo e il nero. 


Coloro che hanno scelto il giallo si arricchiscono, mentre gli altri restano poveri. 
E il tizio che cavalca la tigre è sempre lì che la cavalca. 
I bivi di fronte a cui la voce mette i suoi ascoltatori sono sempre più drammatici. Questa volta dal suo schermo scuro tuona la seguente possibilità verso cui propendere: uccidere o essere uccisi. 
In entrambi i casi la scelta è al limite della sopportabilità. Ma anche in questo caso bisogna prendere una delle due strade e così accade che chi ha scelto di uccidere ucciderà coloro che hanno scelto di essere uccisi. E per questo un po' si dispiacerà. 
A questo punto, quelli che hanno ancora le mani sporche di sangue si interrogano sull'uomo che cavalca la tigre: lui è ancora là. 
Come mai? 

La percezione di aver detto: accidenti che libro! è ancora molto chiara, a distanza di più di sei mesi dalla prima volta che l'ho letto. 


Ha la potenza di una freccia che sibila nell'aria, per un niente, il tempo di leggere il pochissimo testo, e poi si infila nel corpo solido del lettore, chiunque egli sia, e non si toglie più. 
Credo che la sua forza stia proprio nella questione che pone e nell'essere privo di ogni orpello superfluo. 
Se vuoi fendere l'aria e arrivare devi essere dritto e leggero. 
Partiamo dal testo, perché viene da pensare che sia quella la cellula originaria, su cui poi Guridi ha lavorato. Magnifico, come sempre. 
Se contate, il testo si dispone su venticinque righe in totale. A contarle, le battute sono meno di mille. Ha la forma e l'impatto di una poesia, anche a guardarla così. 
Ci sono pochi aggettivi, lo stretto necessario. Così come sono pochi i colori. Il nero e l'arancio e il giallo, necessariamente. E l'ocra per il tritacarne. Il tritacarne deve essere enorme, la voce deve essere grande, ricchissimi contro poveri... E poco altro.
 

Eppure è gigantesco...
Un'unica fuga in direzione di un giudizio da parte della voce fuori campo, a proposito dell'uccidere e dell'essere uccisi. 
Altrettanto indefiniti, dai contorni incerti, sono i personaggi: un tizio, quello della tigre. E poi da una parte gli uni e dall'altra parte gli altri. Tanta indefinitezza delle parole significa tanto spazio per il lettore e tanto sfumato per le pennellate di Guridi. Nessun primo piano, solo corpi descritti con pochi segni. L'unica precisione, esatta al millimetro, sono le loro posture. Studiate come se fossero coreagrafie di corpi che debbono agire su un palcoscenico. Come se fossero a teatro. Tavola dopo tavola, scenario dopo scenario, quello che l'occhio coglie è il gesto di quello che il testo dice. 


A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono. 
Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco. Che marciano, che si pongono schiena contro schiena, come duellanti. Che escono di scena, piangendo. 
E poi c'è la grande voce che Guridi decide abbia quella forma, così allusiva... 
E poi c'è sempre il tizio che cavalca la tigre. Lui e lei sono corpi armonici, sebbene diversi per misura e colore; risultano così vicini da essere l'uno l'estensione dell'altra. 
Dove finisce la prima comincia il secondo. Uno nero e una arancio. 
Più di ogni altra immagine tigre e tizio sono di fatto un unico oggetto scenico e rappresentano, anche nel testo, l'icona di un'unica cosa... 
Il senso di tutto il discorso non sarò io a dirvelo.
 

In tutt'altro contesto, era capitato di notare quanto Davide Calì fosse stato bravo nel tacere, per dare agio a chi disegna si infilarsi nel racconto attraverso l'immagine. Qui, non solo accade di nuovo, ma addirittura questa materia letteraria è talmente ridotta da diventare spazio puro in cui poter agire. 
Uno spazio interpretabile secondo letture diverse, immagini diverse, percorsi interpretativi diversi. 
Poi tutto si coagula: tutti i singoli e volanti fili narrativi vengono raccolti in una stretta finale che diventa quella, e nessun'altra. Come in un pugno chiuso, un unico finale. 
Non conosco tutto quello che Calì ha scritto, e Guridi disegnato, ma è un fatto che entrambi sappiano essere molte cose diverse, da autori. 
Però ci sono alcuni loro libri che sono proprio diversi. Superiori. 
Cavalcare la tigre è uno di questi. 

Carla

lunedì 23 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SGRANARE GLI OCCHI

Ö
, Guridi 
Kite edizioni 2024 


ILLUSTRATI  

"Per i miei figli, 
i figli dei miei figli 
e tutti quelli che verranno... 
Non c’è un pianeta B." 

Guridi 

Queste sono le uniche parole di un libro senza parole. 
Fa eccezione questa dedica, appunto, e la breve frase della quarta di copertina. Neanche il titolo è una parola vera e propria: è un segno grafico che, se capito a dovere, non è quello che sembra, ovvero non è (solo) una o con la dieresi... 
In bianco e nero, a parte la palina segna neve - bianca e rossa - e un sacchetto di plastica giallognolo abbandonato e pieno di scarti di un picnic. Forse. 
Il resto è neve e un orso che ci passeggia dentro e fa cose in un inverno senza ibernazione per lui. Si dirige verso le rocce. Annusa e scruta un ramo su cui c'è una spruzzata di neve, scuote l'albero perché la neve gli cada addosso. 
Gioca a far il cervo. 
Fa le nuvole col fiato. 
Si specchia nell'acqua. E più in là vede il ghiaccio incrinato. 
Si sdraia e fa il gioco dell'angelo nella neve... e poi raccoglie il sacchetto abbandonato per buttarlo nell'apposito cestino. 


Quindi si dirige verso la sua caverna invernale. Ma... 

Guridi è una fortuna che esista e che faccia così il mestiere che fa. 
I suoi libri italiani non sono poi moltissimi, lui ne ha pubblicati una sessantina, tuttavia non ce n'è neanche uno che non lasci una traccia forte dopo il suo passaggio editoriale. 
Quando lavora in solitario si percepisce con ancora più chiarezza la potenza del suo disegno. 
E nel silenzio e da solo come qui, ovviamente, dà il meglio, ovvero può essere Guridi fin nel midollo. 
Per esempio, da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. 


Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole-guida - che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. 
Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato. 
L'esempio del titolo è dirimente: lo si capisce solo a libro letto. E solo a quel punto che si smette di vedere la O con la dieresi. Guridi qui si è preso tutto lo spazio necessario: bravo! 
Neanche la quarta di copertina viene in aiuto con una freccia di segnalazione - per di qua o per di là - è mistero puro. Dalla parte del lettore c'è solo quella dedica di cuore. Che non è poco. 
Se si procede nella lettura si incontra la palina nella neve, primo elemento a colori a comparire con lo scopo di accendere i sensori... 
Non è lì a caso. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
La nostra testa attenta ha comunque registrato l'informazione , ovverosia l'incertezza resta, ma quando si segue l'orso nel suo incedere lo si osserva con uno sguardo lievemente più consapevole. 


L'orso si ferma davanti a un ramo e guarda verso l'alto. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
Scrolla il tronco e si fa cadere addosso la neve che si è posata sui rami. 
La palina segna neve, l'orso che si fa la doccia con la neve scossa... L'orso poi si traveste da cervo... 
E pensare che credevo di procedere nella giusta direzione... Si va da un'altra parte? O serve solo a dare un cuore pulsante a quell'orso insonne?
E' uno dei molti gesti espressivi di quella silhouette nera. Che si impara a conoscere. Inevitabile l'empatia.


Insomma la lettura è un incedere cadenzato tra molte domande e ancora più numerose possibili risposte. Si procede con circospezione e sempre maggiore affezione. 
Si tiene conto di tutto, e bisogna essere disponibili anche a tornare indietro e ritrattare. 


La cosa che va fatta è osservare. Esattamente come fa l'orso. 
Poi bisogna partecipare. Esattamente come fa l'orso. 
E solo alla fine, sgranare gli occhi. Esattamente come fa l'orso. 
Per questo motivo forse val la pena fermarsi qui per non mettere parole dove Guridi non vuole ce ne siano. 
Però una cosa va assolutamente detta: l'editore francese, Cot Cot Cot, l'editore coreano, Namumalmi, l'editore italiano, Kite, e modestamente Lettura candita, hanno annotato lungo il cammino dettagli diversi e quindi hanno deciso di prendere sentieri distinti per arrivare sulla vetta di questo gran libro. 
Sgranare gli occhi per credere! 

Carla
 
Noterella al margine."No quiero que mis imágenes hablen por mi, sólo que acompañen mis pensamientos, mis palabras, para dejar que los demás encuentren los suyos". Guridi

venerdì 10 maggio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

POTERE DEL POPOLO


Nel suo articolato percorso di divulgatore, Philip Bunting ha inserito un tema per così dire ‘politico’: il nuovo libro pubblicato da Caissa Italia, con la traduzione di Elena Montemaggi, si intitola appunto ‘Democrazia!’.
Il metodo espositivo di Bunting è assai consolidato: il tema viene trattato in modo sintetico, e qui davvero è un’impresa!, e anche pratico, cercando di indicare a lettrici e lettori le modalità con cui esprimere la propria opinione.
Si parte, necessariamente, dalla democrazia ateniese per poi mostrare sia i sistemi di governo alternativi, dalla monarchia ai regimi totalitari, sia le ricadute positive che il sistema democratico comporta: il rispetto dei diritti, pace, sicurezza, libertà.
Qui è necessario un appunto: non si può parlare di democrazia senza parlare del potere e del popolo: i diritti che un sistema democratico riconosce non sono stabiliti una volta per tutte e il ‘popolo’ può comprendere o escludere componenti essenziali della società: le donne, le minoranze linguistiche e via discorrendo. Anche quando si dice che la democrazia riconosce uguali diritti, pensando alle democrazie contemporanee, si resta un po’ basiti: davvero c’è chi pensa che possano esserci uguali livelli di partecipazione a prescindere degli stridenti conflitti di classe? Chi è povero è veramente libero? Per non parlare della pace, che, ahimè, trova scarsa ospitalità sotto qualsiasi regime.
Insomma, non si può fare un libro sul tema politico per eccellenza, ignorando volutamente la storia del ‘900. E non si tratta di questioni poi così complesse: chi non ha pane difficilmente sarà libero di scegliere chi lo rappresenterà in Parlamento.
L’autore, naturalmente, richiama le imperfezioni dei sistemi politici contemporanei e sottolinea, giustamente, quanto la democrazia non sia un’acquisizione data una volta per tutte e che , quindi, vada salvaguardata costantemente.
Molto interessante, direi, la parte del libro che invita lettrici e lettori a farsi attivi sostenitori delle proprie idee: l’autore insegna come fare un cartello di protesta, scrivere un testo appropriato e comprensibile, connettersi con altri che la pensano nello stesso modo. Tutto all’insegna del rispetto e dell’ascolto delle altrui ragioni.
Peccato che poi le stanche democrazie occidentali facciano molta fatica ad ascoltare proteste e proposte che vengono dal mondo giovanile: la stessa cronaca di questi anni e dei giorni più recenti dimostra la vitalità del mondo giovanile e l’ottusità delle istituzioni e, direi, della pubblica opinione.
Ma questo forse è meglio non dirlo a chi si sta appena affacciando a questi temi, così importanti.
Sarebbe bello che di questo libro si discutesse nelle classi, a partire dalla terza, quarta elementare, come primo esercizio proprio di democrazia.
Consiglio, quindi, la lettura a bambine e bambini battaglieri, ma anche a genitori e insegnanti coraggiosi che abbiano voglia di affrontare questioni complesse come questa.

Eleonora

“Democrazia!”, P. Bunting, trad. E. Montemaggi, Caissa Italia 2024