mercoledì 21 gennaio 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

(PICCOLI) EROI IN CAMMINO


La vicina di casa” è il secondo titolo di Kęstutis Kasparavičius, apparso recentemente in Italia per i tipi di Iperborea. Lo stesso editore nel 2023 aveva pubblicato il suo “Storia a strisce”. Negli anni passati erano transitati sul territorio nazionale altri due titoli che ora sono introvabili (2010, edizioni Comma 22). 
Autore di testi ma anche illustratore, in Lituania è molto noto e prolifico avendo illustrato una sessantina di libri e avendone scritto una quindicina. 
Selezionato più volte per la Mostra degli Illustratori alla Bologna Children’s Book Fair, ha ottenuto nel 1994 il premio «Illustratore dell’Anno» dell’UNICEF e nel 2003 l’«Award for Excellence». 
In effetti le illustrazioni richiamano presto l’attenzione e già le copertine catturano lo sguardo trattenendolo intorno all’infinità di dettagli con cui l’artista sceglie ogni volta di rappresentare scene e personaggi. Tanti particolari, dunque, con i quali iperrealisticamente Kasparavičius racconta storie abbastanza irreali. Si tratta di animali (ma forse dei peluche, viste le loro pose quasi sempre statiche) trattati come umani: stanno su due zampe, sono vestiti di tutto punto con tanto di occhiali, borsette e cappelli e bijou. Anche gli ambienti sono dettagliati minuziosamente: il selciato di strade e marciapiedi, la mattonatura dei palazzi, gli infissi di porte e finestre, le screpolature degli intonaci, le decorazioni di vasi e suppellettili, servizi da tè e relativi manicaretti. Eccetera eccetera. 


Di Rosinello, il coniglio tutto bianco col nasino rosa, protagonista di questa storia, sappiamo già da subito che ha una gran paura dei serpenti. In verità mai ne ha visti con gli occhi suoi, ma la paura -come si sa- si attacca spesso a ciò che non si conosce. Si dà il caso che al piano di sotto sia arrivata una nuova vicina e Rosinello, che è un coniglietto davvero ben educato, bussa alla sua porta per fare la sua conoscenza quando una voce dall’interno sibila: “Mi dispiace ma in questo momento non sono quasi più in casa”. 
Non essere quasi più da qualche parte. Ma che significherà mai? 
La nuova vicina è uscita dalla finestra del suo appartamento ed è così lunga, ma così lunga che la parte finale del suo corpo è ancora in casa mentre il resto ha già girato l’angolo: Rosinello non potrà far altro che mettersi in cammino e percorrere la vicina in tutta la sua lunghissima lunghezza. Una storia che dura tutta la distanza tra una coda e una testa, potremmo dire. 


Il bello è che, mentre seguiamo il coniglietto impegnato nella sua ricerca, noi non possiamo far altro che attardarci ad un incrocio per sbirciare i passeggeri accomodati nel bus, oppure alzare lo sguardo e riconoscere il signor alce dietro la finestra. Ci sperdiamo nelle architetture, strade e cortili, su diversi piani di profondità. E andiamo avanti, curiosi e determinati proprio come Rosinello. E poi si sa, ogni domanda ti mette in cammino e, anche se il coniglietto avrà solo girato in tondo, tornerà a casa con una paura in meno e una vicina in più. 


Anche “Storia a strisce” è una storia in cammino.
“Se per caso ci perdiamo, cerca delle strisce”, così dice mamma zebra alla piccola Zebrina. Ma al mercato i banchetti sono tanti e pieni di ghiottonerie (che poi, per una zebra si tratta di cavolfiori, verze, cavoli cappucci bianchi e rossi, e consimili) e la piccola zebra puntualmente si perderà. 
Ligia alle raccomandazioni, si incamminerà alla ricerca di strisce che però troverà più o meno dappertutto ma… la cravatta a strisce della tigre non è la sua mamma, e nemmeno le strisce pedonali...tanto meno i tasti di una fisarmonica. È così che Zebrina, seguendo le strisce, si ritroverà ad andare - anche lei in cammino - per strade, giardini, spiagge, perfino in fondo al mare. Ogni volta ponendo la sua domanda “Scusi, lei è una zebra?” oppure “Ha visto per caso delle strisce?”
Come è prevedibile, le strisce materne saranno ritrovate in fondo alla storia e noi insieme a Zebrina avremo scoperto che non bastano delle strisce per fare una mamma.


Due belle storie dal testo ben più corposo rispetto allo standard di un albo illustrato che potranno certamente essere proposte a bambini e bambine fra i 3 e i 5 anni. Volendo ci si potrà anche inoltrare in una piccola caccia al tesoro alla ricerca di tutti i personaggi che attraversano entrambe le storie. 

Patrizia 

 “La vicina di casa”, Kęstutis Kasparavičius, (traduzione Adriano Cerri), Iperborea 2026
"Una storia a strisce",  Kęstutis Kasparavičius,  (traduzione Adriano Cerri), Iperborea 2023

lunedì 19 gennaio 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

LA MUFFA SULLA METRO 


La questione è spinosa e vecchia quasi quanto il mondo: quanto gli umani possono a buon diritto considerarsi più intelligenti degli animali e quindi possono sentirsi e comportarsi come razza superiore e vincente? 
Nella sua introduzione Christopher Lloyd è molto chiaro su questo. 
La storia dell'evoluzione ci dice che per molto tempo l'umanità ha considerato l'ambiente che la circondava, animali compresi, qualcosa di cui avere timore e rispetto, qualcosa su cui il dominio era molto limitato. 
Con lo scorrere del tempo però l'uomo ha dimostrato una grande capacità di piegare l'ambiente a suo uso e consumo, di fatto prendendo le distanze dal mondo animale, e più in generale di tutta la natura circostante, anzi addirittura piegando quest'ultima e servendosene per la propria sopravvivenza. Coltivare la terra, costruire arnesi per difendersi e per attaccare, cacciare e allevare animali per usarli poi come cibo, costruire rifugi sempre più complessi per proteggersi dai pericoli e dalle condizioni avverse del mondo circostante sono tutte cose che hanno accreditato, almeno per alcuni, la falsa consapevolezza che l'uomo fosse in grado di dominare l'ambiente. E con questo si è pensato che l'essere arrivati a questo traguardo, di fatto, sancisse la superiorità della razza umana rispetto a tutte le altre creature. 
Molte popolazioni invece hanno continuato a nutrire un sacro rispetto e timore nei confronti delle altre specie e della natura in generale. Ma la stragrande maggioranza dei popoli ha fatto suo il credo che l'uomo è più intelligente di un animale; l'uomo è più abile di un animale; l'uomo è più sensibile di un animale; l'uomo è più potente di un animale. 


Questo libro racconta qualcosa di molto diverso: l'uomo assomiglia e ha doti paragonabili a quelle di moltissime altre creature viventi, più di quanto vada in giro a millantare: da quelle piccolissime, come le termiti "ingegnere", ad alcune ben più imponenti di lui, come i capodogli "telegrafisti". 
Diviso in macro contenitori - l'organizzazione sociale, la sfera emotiva e l'intelligenza - si declinano poi in competenze e attitudini che condividiamo: il linguaggio, per esempio, oppure il lavoro di squadra per costruire, nutrirsi, difendersi. O ancora, riguardo alle emozioni, si citano casi di gioco per il puro divertimento o di autentico dolore, quantificabile attraverso il tasso di cortisolo che sale o scende, esattamente come capita a noi per una perdita. 
Ma è sull'intelligenza - quello per cui pensiamo di distinguerci da chi agisce per puro istinto - che le sorprese sono le più interessanti. 


La prima riguarda i polli. In uno dei libri più interessanti che abbia letto di recente, Il pulcino di Kant, Vallortigara ribadisce ancora una volta la complessità di pensiero dimostrata dai polli. 
Christopher Lloyd si allinea e dedica una pagina alla capacità dell'animale, che erroneamente è simbolo di stupidità, di comunicare in modo efficace con la prole o con i propri simili. 
Al contrario, la furbizia dei corvi è fatto noto. 
Nel libro La mente del corvo, pubblicato nella magnifica collana di Adelphi dedicata alle scienze e all'etologia, Animalia, oppure nell'altrettanto bel libro di Britta Teckentrup di nuovo a questi uccelli dedicato, si citano vari episodi di complessi ragionamenti fatti dai corvi, compreso quello cui Lloyd fa riferimento, ovvero l'arte di farsi rompere i gusci lasciandoli precipitare davanti ai semafori, per poi mangiarsi il contenuto al successivo semaforo che scatta sul rosso. 
Ma l'esempio di ingegnosità più interessante e - per paradosso - più confrontabile con quella umana lo si deve a una muffa. 
Studiata a lungo in laboratorio, Physarum polycephalum, un organismo monocellulare, ha dimostrato di sapersi muovere nello spazio circostante in cerca di cibo, seguendo i percorsi migliori e più efficaci. 
Gli scienziati - giapponesi ovviamente - hanno disposto i fiocchi d'avena (il cibo ambito dalla muffa) secondo uno schema che ricordava molto la rete dei punti nevralgici sotto il profilo del traffico della città di Tokyo. 


Ebbene, la muffa si è "diramata" verso l'avena nel modo per lei più efficace ed economico e la rete di collegamento tra i vari fiocchi era molto simile a quella della metropolitana della città. 
Con un'unica differenza, lo studio del piano della metro di Tokyo è durato anni, mentre per raggiungere un risultato analogo, Physarum polycephalum ci ha messo 26 ore... 
Minuto più minuto meno. 

Carla

Umanimali, Christopher Lloyd, Mark Ruffle (traduzione Anita Taroni)
Aboca Kids 2025

venerdì 16 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"UNA FORMA NUOVA"

127 giorni, Andrea Rivola 
(adattamento e collaborazione ai testi di Federico Appel) 
Parapiglia 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 
 
"GIORNO 1 
Riolo dei Bagni sorge lungo il fiume Senio, sulle prime colline della Romagna, a metà strada fra l'Appennino e la via Emilia. 
Un paese tranquillo, orgoglioso delle proprie acque termali, abitato da gente sincera e laboriosa. Anche ora, nell'autunno del 1944, la guerra ha intaccato solo parzialmente la tranquillità di Riolo. Se si esclude l'assenza di uomini in età di leva, impegnati al fronte o chissà dove, qualche famiglia ebrea nascosta da qualche parte, qualche sfortunato incappato nei rastrellamenti nazifascisti. Ma le cose stanno per cambiare." 

Se da una parte la popolazione di Riolo dorme tutto sommato sonni tranquilli perché gli alleati stanno arrivando, dall'altra i tedeschi decidono di bloccare l'avanzata degli inglesi in arrivo da sud e lo fanno concentrandosi su un ponte che attraversa il Senio e vogliono anche sfruttare le montagne intorno a Riolo come postazioni difensive. 
Quindi Riolo, che fino a quel giorno era stata ai margini della battaglia ne diventa il centro. La prima conseguenza ricade sulle donne, sui bambini e sui vecchi che cercano rifugio in un paese che non è preparato e non è attrezzato. Veramente anche le persone non sono preparate: per loro in qualche modo la vita di tutti i giorni, quella fatta finora, deve continuare. Il signor Galli continua imperterrito nella sua passeggiata quotidiana, e pazienza per le bombe. Le esplosioni distanti sono i fuochi d'artificio per Battista. Ognuno di loro sembra diviso a metà tra la consapevolezza della guerra e la necessità di continuare la vita di sempre. Nessuno di loro dimentica del tutto, nessuno di loro annichilisce la propria indole: e quindi le ragazze insidiate dagli ufficiali fascisti non si fanno scrupolo del pericolo e li prendono a male parole, costi quel che costi, e il vecchio Maciulì riesce nell'intento di consegnare un gruppo di soldati tedeschi senza che nessuno si faccia male... 
Questa è la storia di un pugno di persone coraggiose, di un piccolo paese di collina romagnolo che per 127 giorni è diventato il bersaglio degli ultimi colpi di quella guerra insensata. 


E ha saputo resistere, nonostante tutto, fedele al proprio ideale di libertà.  

Il perché Andrea Rivola abbia risposto con entusiasmo alla richiesta del Comune di Riolo di celebrare gli ottant'anni della Liberazione con un libro illustrato è facile da capire: lui vive lì. 
La storia di Riolo è la sua storia. 
Nelle poche righe che questo spiegano prima che il libro cominci si legge: provare a raccontare, in una forma nuova, eventi tanto importanti. 
A prescindere dall'importanza dei fatti, dalla bellezza delle persone che questa storia l'hanno vissuta, di fatto l'hanno creata, la cosa che colpisce è davvero quella "forma nuova". 
Intendo dire il modo in cui Rivola, con il supporto ai testi di Federico Appel, ha deciso di raccontarla. 


Il materiale da cui gli autori hanno attinto è un altro libro, scritto da Leonida Costa - Le 127 giornate di Riolo - che risale al 1962. Già in quella fase la storia viene ricostruita attraverso le testimonianze orali. Ma Rivola e Appel hanno fatto un passo ulteriore, integrando il racconto attraverso anche i diari fondamentali di due testimoni riolesi, Vincenzo Cavara, all'epoca sedicenne, e Clara Zanotti, diventata staffetta partigiana. 
Questa diversità di voci trova un suo corrispettivo nella concezione del libro. 
Non lo si può chiamare un fumetto, e non è neanche un diario illustrato. Non è neppure un albo o una storia con le figure, come siamo abituati a vedere. 


C'è un calendario che segna i giorni, ci sono i panel, le vignette, che arrivano dal fumetto, e del fumetto ci sono anche i balloon, ma ci sono anche consistenti blocchetti di testo. Ci sono tavole a doppia pagina, ma ci sono anche sequenze di tavole più piccole che hanno il compito di dare velocità maggiorata rispetto a un respiro più lento e cadenzato. 


Insomma, è una polifonia di voci, di ritmi e anche di spessore dei fatti, che - mi pare evidente - corrisponde alla pluralità delle fonti e delle voci narranti. Su tutto si espande il disegno di Rivola che, fedele alla consegna, tiene tutto assieme e mantiene un suo tono ben preciso, pur diversificandosi in molti e diversi rivoli (!) con l'esito rassicurante di essere sempre un piacere vederlo. 

Carla

mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla

venerdì 9 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORLANDO, PIUTTOSTO FURIOSO

Il Gigante
, Fabian Negrin 
Emme Edizioni 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una volta un gigante grande come una montagna e forte come seimila orsi. 
A pranzo il gigante divorava quindici cosce di cinghiale e un intero bue arrosto, accompagnati da diecimila fiaschi di lambrusco. 
Dormiva un'intera settimana e il suo russare faceva tramare la terra fino all'orizzonte..." 

Tutto questo succedeva regolarmente fino al giorno in cui una piccola, capricciosa e viziata gigantessa si impossessò del castello del gigante. 
Lui, armato di tutto punto, a dorso di elefante si avventurò nella foresta e, sprezzante di ogni pericolo e monito alla prudenza, sconfisse un drago come nelle migliori fiabe e incontrò una principessa. Con lei si sposò, dopo averla liberata dalla torre dove era tenuta prigioniera. E al matrimonio andarono tutti, ma proprio tutti. 
E come succede in questi casi, gli sposi vissero felici e contenti. 
Almeno fino all'imbrunire... 

Negrin sa fare bene un mucchio di cose e ha un gran talento: ma tre gli riescono massimamente. La prima, raccontare fiabe, anche solo con una figura, oppure riraccontandole da un punto di vista non convenzionale. 
La seconda, raccontare l'infanzia. Con sincera stima, rispetto e lealtà nei confronti di quella categoria umana. 
La terza, giocare con le parole. 
Credo di averlo già detto altrove, ma - paradossalmente - con l'italiano lo aiuta il fatto di non essere un madrelingua. Non dipende da quanto una lingua tu la domini, quanto piuttosto dalla tua attenzione nello smontarla e nel guardarla con sense of humor e ironia, doti che a Negrin non mancano, per poterne cogliere il lato ironico, buffo, anomalo, assurdo. 
Spesso e volentieri, lui, con il suo retino da farfalle, ha catturato parole, ci ha giocato un po' e quindi ce le ha restituite con una sfumatura aggiunta, che a noi era sfuggita fino a quel momento. 
L'ultimo esempio è quel magnifico Caccapupuccetto Rosso, che compare nel suo libro dedicato a differenti riscritture dei Cappuccetti. Un'altra delle sue magnifiche ossessioni... 


Sebbene ne Il Gigante non giochi con le parole, il caso vuole che le altre due cose che fa massimamente bene siano in questo libro a fare bella mostra di sé. 
Il passo della fiaba lo prende fin dal primo rigo e, fino a cinque parole dalla chiusa, va avanti dritto per il suo sentiero. Tocca tutti i punti nevralgici, come piacerebbe a Propp: l'eroe, la sua forza, il suo coraggio, la sua sete di avventura, la rottura di un equilibrio, l'allontanamento e poi le sue peripezie e alla fine un lieto fine. La principessa, il drago, il gigante stesso ecc. 
Per capirci, la fiaba è il testo. Le illustrazioni sono l'infanzia. Ossia, nelle immagini racconta un pezzettino di vita di un bambino. Chi conosce Orlando, a cui il libro è - ovviamente - dedicato, ne riconosce i tratti, i ricci e certi atteggiamenti eroici e sorride un pizzico di più di chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo, tuttavia va detto che dietro quell'Orlando ,che è un bambino vero, ci sono tutti gli orlandi e le orlande del mondo. 
Si tratta qui di raccontare l'intera categoria umana. 


Come accade spesso in Negrin, anche in questa storia il piccolo protagonista deve combattere e prendere le misure rispetto al mondo dei grandi. 
Si ricorderà la faccia del bambino che in Come? Cosa? che sente i suoi genitori sproloquiare di bonaccia di vento, nell'ultima pagina di quel libro in cui quello stesso povero ragazzino è stato sbatacchiato da continue raffiche crescenti, in lungo e in largo. 
O la frase dei due fratelli, incorniciati nel lunotto posteriore della Fulvietta azzurra in Bestie che, una volta rabboniti i genitori, non possono non concordare sul fatto che a volte i genitori sono proprio delle bestie. 
Ne Il Gigante l'ultimo misfatto che hanno commesso i grandi agli occhi del protagonista consiste nell'avergli dato una sorella e, a causa sua, di aver distolto da lui parte dello sguardo e dell'attenzione... 
Come ogni fratello maggiore - che che se ne dica - è piuttosto furioso del nuovo arrivo che non era nei suoi piani e così fugge a cercare altrove qualcuno che lo consoli, lo ami, lo trastulli, lo intrattenga. 



E chi meglio di una ragazzina in canottiera, vicina di casa, potrebbe distrarlo dal suo patire di gelosia? Tanto importante è quest'incontro che anche il peluche passa in secondo piano e può essere dimenticato nell'erba del giardino. 
Dunque ancora una volta Negrin racconta un'infanzia a cui viene riconosciuta alterità rispetto al mondo degli adulti, e quindi anche legittimità e autonomia di pensiero e azione rispetto a loro. Almeno fino a sera. 
Nessuna morale della fiaba, ovvero le sorelle neonate appena arrivate vanno all'istante amate! 
Dunque il testo di fiaba ci parla di un gigante, di una partenza avventurosa, di una principessa e via andare, mentre le figure ci parlano di un bambino che rassomiglia a Orlando. 
Quindi tra testo e immagine c'è un bel contrasto che si percepisce fin da subito e che crea un inevitabile quanto gradito (azzarderei, necessario), perché divertente, cortocircuito durante la lettura, per cui le parole vanno in una direzione e le immagini in tutt'altra. 
Ed ecco di nuovo il magnifico contrappunto, di cui si parlava che non è tanto
Qui, non solo è il sale della storia, ma ci offre spunti su un sacco di altri piccoli dettagli e lo fa, con noncuranza, tra le righe e tra i colori.


Uno su tutti: i bambini sono giganteschi e luminosi. 

 Carla

mercoledì 7 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

È GIÀ TUTTO SOTTO I NOSTRI OCCHI


Tobia, il romanzo di Timothée De Fombelle, torna in Italia con una nuova traduzione di Maria Bastanzetti presso Terre di Mezzo e con un nuovo titolo: al precedente Tobia, un millimetro e mezzo di coraggio si sostituisce il Tobia, una vita sospesa, più fedele al testo originale e di fatto al senso dell’intero libro.

La scelta del primo editore, San Paolo, che portò questa storia in Italia nel 2012, fu quella di focalizzare l’attenzione sulla dimensione eccezionale del protagonista, di fornire un’informazione che funzionasse da gancio incuriosendo e spingendo alla lettura.

Il sottotitolo attuale gioca un’altra carta, quella dell’incertezza esistenziale e quindi apre a un ventaglio anche più alto di significati, laddove il primo connotava la storia in senso avventuroso.

Che la storia sia avvincente e molto coinvolgente è indubbio, ma forse ora i tempi sono anche più maturi rispetto a una decina di anni fa perché il valore di questo racconto si possa cercare anche in altro.

La produzione per ragazzi più recente preferisce storie in cui il livello di tensione sia molto alto, in cui la componente di mistero sia in ogni caso presente. E i motivi sono noti, tra questi il fatto che i lettori attuali (badate bene, non soltanto giovani!) fatichino a tenere la concentrazione su un testo che richieda uno sforzo prolungato: i ritmi lenti, le lunghe descrizioni sono di fatto banditi, sostituiti da improvvisi cambi di scena ed eventi non attesi.

La storia in oggetto di fatto possiede tutte le caratteristiche ritmiche per essere ancora amata dai più giovani, di qui la scelta di una proposta nuova che però cerchi di veicolare anche tutta un’altra serie di contenuti che nel frattempo sono diventati cruciali nel dibattito sociale. Mi riferisco alla questione ambientale che De Fombelle ripercorre in tutte le sue tappe e che soprattutto propone come uno dei tasselli di un discorso molto più articolato, a dimostrazione del fatto che nel nostro pianeta, come sulla quercia su cui vive Tobia, la degenerazione del contesto ambientale è una delle conseguenze di un modo di intendere la vita e il rispetto che scegliamo di riservare agli altri. Che sia su un ramo, o in un intero continente, cercare di ottenere un profitto nell’immediato, trascurando o peggio ignorando completamente le conseguenze, è un gesto mai neutrale, ma fortemente politico.
Tobia è un ragazzino di appena tredici anni, fa parte di una comunità di individui dell’altezza media di un paio di millimetri. La popolazione è organizzata in gruppi che abitano le varie sezioni di una grande quercia, dai rami più alti (arieggiati, scaldati dal sole e raggiunti dalla luce) occupati dai più abbienti, ai più bassi (luoghi quasi sempre in ombra e quindi caratterizzati da grande umidità) dove trovano alloggio quelli che possiedono meno.
Il padre di Tobia, Sim, è un noto e stimato scienziato che ha studiato l’albero e i suoi abitanti e che è riuscito a scoprire le grandi potenzialità di una sostanza che sgorga all’interno del tronco, la linfa nella sua forma grezza, e che riuscirebbe a fornire energia e autonomia di movimento a marchingegni costruiti dall’uomo. E lo rivela mostrando come, alimentato da questa sostanza, un piccolo insetto di legno, Balaina, sia in grado di muovere le zampe e camminare autonomamente
Sì, il metodo Balaina avrebbe cambiato la loro vita e loro erano pronti a portare mio padre in trionfo.
Ma lui continuò: “L’unico problema è che a me questa vita piace così com’è e non ho voglia di cambiarla. L’unico problema è che io volevo solo dimostrare che l’albero è vivo”.

Non è difficile immaginare quale possa essere la reazione dell’intera comunità che dopo aver assistito a una grande scoperta in grado di rivoluzionare la vita di tutti, si veda poi privata di questa possibilità dall’autore della scoperta che, in nome della salvaguardia della salute dell’albero, si rifiuta di rivelarne i dettagli.

Sim e la sua famiglia saranno costretti all’esilio in un primo momento. I due adulti verranno poi catturati, Tobia riuscirà a fuggire grazie alla scaltrezza del padre, ma gli anni che seguiranno saranno segnati da una corsa senza sosta. Il ragazzino, custode di una preziosissima pietra, sarà il ricercato numero uno e la sua lunga e faticosa fuga lo condurrà alla conoscenza di numerose persone, ma soprattutto gli svelerà la disonestà di tante che credeva amiche.
Il romanzo parte dalla fuga per poi ricostruire pian piano, per mezzo di flashback e racconti dello stesso protagonista, i fatti che conducono fino a quel punto. Come in un puzzle che si completa progressivamente di parti mancanti, il quadro si conclude alla fine della storia e a sua volta si rivela solo il punto di partenza per la prosecuzione nel volume che uscirà nella primavera 2026.
Il padre di Tobia si dimostra figura centrale per l’integrità della sua morale che ostinatamente decide di perpetrare. Quella che lui aveva tra le mani era di fatto una bomba che avrebbe decretato la fine della vita sull’albero. 
Non penso di esagerare ipotizzando che De Fombelle abbia costruito questo personaggio pensando a quei fisici, Fermi e Oppenheimer, tra gli altri, che si trovarono di fronte a una scoperta (l’energia nucleare) che avrebbe deciso le sorti dell’intera umanità.

La letteratura è per fortuna ancora il luogo in cui possiamo immaginare che ci sia qualcuno che scelga di tirare il freno e procedere in una direzione contraria rispetto a quella di tutti.

Il giovane Tobia è di fatto il portavoce di questo valore assoluto, si muove avendo ben presente quel pensiero che, come un faro, lo guida e lo sostiene nelle durissime prove che affronta.

Il mondo costruito in questo romanzo non è alternativo a quello reale, lo riproduce nei modi di organizzarsi e nelle sue degenerazioni. Il salto compiuto riguarda piuttosto le dimensioni. A un certo punto, così come è successo alla specie umana quando è riuscita ad alzarsi in volo, anche Tobia guarda al proprio albero rendendosi conto che non si tratta dell’unica realtà esistente. La quercia sulla quale lui e gli altri abitanti hanno costruito la loro vita è proprio quella che si trova nei nostri boschi; Tobia, Elisha (personaggio assolutamente centrale e lo sarà ancora di più nel seguito di questa storia) sono esseri che “potremmo” scorgere se dotati di potentissime lenti di ingrandimento. Lo sforzo che De Fombelle chiede al lettore è quello di sprofondare tra le pieghe di una corteccia, tra le foglie e i buchi scavati nei rami. È già tutto davanti ai nostri occhi, occorre solo aguzzare lo sguardo.

Teodosia


Tobia. La vita sospesa di Timothée De Fombelle, traduzione di Maria Bastanzetti
Terre di mezzo, 2025



lunedì 5 gennaio 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

NELLA BURRASCA, UN PORTO SICURO

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni)
orecchio acerbo 2025


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Prendimi per mano, 
andiamo a guardare 
il mare prima della burrasca.
Imbocchiamo la strada di ghiaia che scende alla baia, ogni passo uno scrocchio.
Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, sotto un cielo pesante e sempre più cupo.
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. Rimbomba nelle orecchie,
scuote le piante, sbatte i rami sui rami, toc toc toc!
Sugli scogli non ci siamo più mossi, 
scogli come immensi ossi,
consumati e percossi 
dall’acqua e dal tempo, 
da burrasche come questa
che ci sta venendo addosso."


Due bambini decidono di comune accordo di uscire e andare incontro alla burrasca che si vede all'orizzonte. In fondo è un pericolo lontano: lo si può guardare.
Seguono il sentiero che porta al mare. Attraversano un bosco e il cielo si fa sempre più nero. I rumori del vento sono forti e anche il mare si è ingrossato e loro, fermi sugli scogli, sono colpiti dagli spruzzi che fanno le onde.
Potrebbe bastare e potrebbe essere il momento di tornare indietro. Ma no.
Continuano a camminare lungo la costa. Incontrano la vicina di casa che suggerisce loro di rientrare perché la burrasca è sempre più vicina. Ma no.
Continuano a camminare, mano nella mano: vedono un faro e case abbandonate.
Comincia a piovere, ma loro continuano a camminare e attraversano il villaggio sotto un acquazzone potente. Potrebbe essere questo a fermarli. Ma no.
I negozi che di solito sono pieni di gente, le strade che di solito brulicano, la gelateria amatissima ora sono luoghi deserti e spettrali.
E poi BUM! il primo tuono...


Un testo che suona dal principio alla fine. Questo è quello che Brian Floca ha concepito un giorno durante una sua residenza artistica. 
Come nella maggior parte dei suoi testi, c'è una musicalità potente. 
Qui forse anche più che altrove. 
Lui, che di mestiere fa l'illustratore (e che illustratore: allievo alla RISD di David Macaulay; Caldecott Medal nel 2014, se non erro), capisce che questa bella prosa poetica lui non la illustrerà mai. Il suo modo di disegnare non è adatto, si tratta di un testo estremamente 'visuale' ma lontano dalle sue "precisioni" alla Macaulay.
E così succede quanto segue: durante una visita di Sydney Smith nello studio di Brian Floca a Brooklyn (i due si conoscono e si stimano reciprocamente un bel po', come è giusto che sia), quest'ultimo gli propone di leggere Island Storm e gli chiede di illustrarlo.
Quella burrasca che cresce, quella natura così forte, quei due bambini in cerca di emozioni e avventura, piccoli, coraggiosi e così intimamente legati fra loro, quella loro voglia di andare avanti nella certezza che insieme ce la faranno a superare ogni ostacolo, tutto questo è nelle corde di Sydney Smith da sempre.
Per i più distratti, basterà ricordare Piccolo in città, dove il coraggio di un piccolo è sotto gli occhi di tutti, oppure riandare a Io parlo come un fiume, dove il rombo scomposto quanto naturale di un fiume è la chiave del libro, oppure ancora rileggersi Ti ricordi? dove l'essere in due nei ricordi così come davanti all'incertezza di domani può rappresentare il dissolversi di molti timori, di grandi e piccoli.
Quindi accade che Sydney Smith accetti entusiasta.
I due si parlano poco durante la fase di creazione di Smith. 
Fanno solo due chiacchiere intorno a un paio di punti che riguardano i personaggi e la loro reciproca relazione.
Poi Sydney Smith parte e con i suoi disegni e cerca di dare ancora più forza e potenza a un testo che è già pieno di bellezza.


L'aspetto che lo colpisce e che gli interessa più di ogni altro è il rapporto interpersonale tra i due bambini. Gli piace questo loro andare avanti a farsi reciprocamente coraggio. Gli piace che si mettano alla prova. Gli piace che provino entrambi e insieme tanto il coraggio quanto la paura. Gli piace massimamente il finale, al quale aggiunge un dettaglio che fa saltare sulla sedia Brian Floca.
Ma se ne parlerà fra un attimo.
Quei due che sfidano la burrasca, che vogliono osare pur avendo paura, che si sentono forti perché non sono da soli, gli ricordano tanto la sua infanzia quando suo fratello più grande di otto anni se lo portava sempre dietro. Ma nello stesso tempo quei due bambini gli ricordano anche i suoi due figli: Sam il maggiore ed Emrys il più piccolo, biondo pannocchia. Se aveste curiosità di vederli, non avete che da andare a vedere la magnifica copertina del catalogo degli illustratori di BCBF 2025: sono quei due, ritratti mentre disegnano nella cucina di casa, inondata di luce.
E questo è quello che accade.


I due bambini - non meglio definiti nel testo - diventano un fratello e una sorella, ovvero prendono la forma della loro relazione reciproca, due fratelli ma anche due amici solidali tra loro che, con impermeabili e stivali di gomma, vanno a vedere il mare in burrasca, corrono nella campagna, non danno retta alla vicina, arrivano nel villaggio che conoscono, ma sotto tutta quell'acqua, quasi non riconoscono...
Poi c'è qualche cosa che nel testo inverte la rotta (come in Sendak o in Rosen/Oxenbury): qui si tratta di un tuono. 


Come negli altri due esempi, il nastro si riavvolge fino a tornare a qualcosa che possa assomigliare a un porto sicuro.
Ed è qui che Smith inserisce un elemento visivo, che nel testo manca totalmente: una donna che corre nella pioggia, spettinata e coperta dal suo trench giallo, uscita di casa con una torcia in mano e una faccia preoccupata.
Nel testo, potete controllare, tutto questo non c'è. 


Eppure quella mamma, finora nascosta, è davvero un regalo immenso per il libro. 
E questo Brian Floca lo capisce al volo. E, commuovendosi di gioia davanti alla copertina, pensa tra sé quanto sia bello vedere le proprie parole cambiare e crescere nelle mani di altri. 
Sommessamente si potrebbe soggiungere: e che mani...
Gli piace così tanto l'idea di questa mamma nella pioggia che modifica, ovvero taglia, anche parti di testo per seguire l'intuizione di Smith.
Quella madre, grazie a quella torcia, è lì a dire un sacco di cose che il testo tace: "sono spaventata quanto voi, bambini". "Vi vengo incontro, bambini, per portarvi in salvo." E in quell'abbraccio, che commuove, aggiunge senza dirlo "Io sono il vostro porto sicuro. Nella burrasca."

Carla