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venerdì 9 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORLANDO, PIUTTOSTO FURIOSO

Il Gigante
, Fabian Negrin 
Emme Edizioni 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una volta un gigante grande come una montagna e forte come seimila orsi. 
A pranzo il gigante divorava quindici cosce di cinghiale e un intero bue arrosto, accompagnati da diecimila fiaschi di lambrusco. 
Dormiva un'intera settimana e il suo russare faceva tramare la terra fino all'orizzonte..." 

Tutto questo succedeva regolarmente fino al giorno in cui una piccola, capricciosa e viziata gigantessa si impossessò del castello del gigante. 
Lui, armato di tutto punto, a dorso di elefante si avventurò nella foresta e, sprezzante di ogni pericolo e monito alla prudenza, sconfisse un drago come nelle migliori fiabe e incontrò una principessa. Con lei si sposò, dopo averla liberata dalla torre dove era tenuta prigioniera. E al matrimonio andarono tutti, ma proprio tutti. 
E come succede in questi casi, gli sposi vissero felici e contenti. 
Almeno fino all'imbrunire... 

Negrin sa fare bene un mucchio di cose e ha un gran talento: ma tre gli riescono massimamente. La prima, raccontare fiabe, anche solo con una figura, oppure riraccontandole da un punto di vista non convenzionale. 
La seconda, raccontare l'infanzia. Con sincera stima, rispetto e lealtà nei confronti di quella categoria umana. 
La terza, giocare con le parole. 
Credo di averlo già detto altrove, ma - paradossalmente - con l'italiano lo aiuta il fatto di non essere un madrelingua. Non dipende da quanto una lingua tu la domini, quanto piuttosto dalla tua attenzione nello smontarla e nel guardarla con sense of humor e ironia, doti che a Negrin non mancano, per poterne cogliere il lato ironico, buffo, anomalo, assurdo. 
Spesso e volentieri, lui, con il suo retino da farfalle, ha catturato parole, ci ha giocato un po' e quindi ce le ha restituite con una sfumatura aggiunta, che a noi era sfuggita fino a quel momento. 
L'ultimo esempio è quel magnifico Caccapupuccetto Rosso, che compare nel suo libro dedicato a differenti riscritture dei Cappuccetti. Un'altra delle sue magnifiche ossessioni... 


Sebbene ne Il Gigante non giochi con le parole, il caso vuole che le altre due cose che fa massimamente bene siano in questo libro a fare bella mostra di sé. 
Il passo della fiaba lo prende fin dal primo rigo e, fino a cinque parole dalla chiusa, va avanti dritto per il suo sentiero. Tocca tutti i punti nevralgici, come piacerebbe a Propp: l'eroe, la sua forza, il suo coraggio, la sua sete di avventura, la rottura di un equilibrio, l'allontanamento e poi le sue peripezie e alla fine un lieto fine. La principessa, il drago, il gigante stesso ecc. 
Per capirci, la fiaba è il testo. Le illustrazioni sono l'infanzia. Ossia, nelle immagini racconta un pezzettino di vita di un bambino. Chi conosce Orlando, a cui il libro è - ovviamente - dedicato, ne riconosce i tratti, i ricci e certi atteggiamenti eroici e sorride un pizzico di più di chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo, tuttavia va detto che dietro quell'Orlando ,che è un bambino vero, ci sono tutti gli orlandi e le orlande del mondo. 
Si tratta qui di raccontare l'intera categoria umana. 


Come accade spesso in Negrin, anche in questa storia il piccolo protagonista deve combattere e prendere le misure rispetto al mondo dei grandi. 
Si ricorderà la faccia del bambino che in Come? Cosa? che sente i suoi genitori sproloquiare di bonaccia di vento, nell'ultima pagina di quel libro in cui quello stesso povero ragazzino è stato sbatacchiato da continue raffiche crescenti, in lungo e in largo. 
O la frase dei due fratelli, incorniciati nel lunotto posteriore della Fulvietta azzurra in Bestie che, una volta rabboniti i genitori, non possono non concordare sul fatto che a volte i genitori sono proprio delle bestie. 
Ne Il Gigante l'ultimo misfatto che hanno commesso i grandi agli occhi del protagonista consiste nell'avergli dato una sorella e, a causa sua, di aver distolto da lui parte dello sguardo e dell'attenzione... 
Come ogni fratello maggiore - che che se ne dica - è piuttosto furioso del nuovo arrivo che non era nei suoi piani e così fugge a cercare altrove qualcuno che lo consoli, lo ami, lo trastulli, lo intrattenga. 



E chi meglio di una ragazzina in canottiera, vicina di casa, potrebbe distrarlo dal suo patire di gelosia? Tanto importante è quest'incontro che anche il peluche passa in secondo piano e può essere dimenticato nell'erba del giardino. 
Dunque ancora una volta Negrin racconta un'infanzia a cui viene riconosciuta alterità rispetto al mondo degli adulti, e quindi anche legittimità e autonomia di pensiero e azione rispetto a loro. Almeno fino a sera. 
Nessuna morale della fiaba, ovvero le sorelle neonate appena arrivate vanno all'istante amate! 
Dunque il testo di fiaba ci parla di un gigante, di una partenza avventurosa, di una principessa e via andare, mentre le figure ci parlano di un bambino che rassomiglia a Orlando. 
Quindi tra testo e immagine c'è un bel contrasto che si percepisce fin da subito e che crea un inevitabile quanto gradito (azzarderei, necessario), perché divertente, cortocircuito durante la lettura, per cui le parole vanno in una direzione e le immagini in tutt'altra. 
Ed ecco di nuovo il magnifico contrappunto, di cui si parlava che non è tanto
Qui, non solo è il sale della storia, ma ci offre spunti su un sacco di altri piccoli dettagli e lo fa, con noncuranza, tra le righe e tra i colori.


Uno su tutti: i bambini sono giganteschi e luminosi. 

 Carla

mercoledì 9 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SCHEFFLER LIBERO! SCHEFFLER LIBERO!

Papà scoiattolo cade dall'albero, Axel Scheffler (trad. Marco Scaldini)
Emme Edizioni 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni)

"La tempesta arriva all'improvviso. Prima che papà scoiattolo possa aggrapparsi a qualcosa, una potente raffica di vento lo afferra... e lo trascina via. Il resto della famiglia assiste impotente alla scena. Per tutta la notte rimbombano i tuoni."


Il nido degli scoiattoli è tra i rami dell'albero di fronte alla casa di Antonio e Luisa. Loro sono molto contenti dell'arrivo della tempesta, perché non c'è niente di meglio da fare che rimanere rincantucciati sotto le coperte al caldo mentre fuori si scatena il temporale. A notte fonda, dopo aver goduto della pioggia battente sui vetri e e dei lampi che rischiarano la loro camera, i due si addormentano. Ma dall'altra parte del vetro che cosa succede? Papà scoiattolo, precipitato dal nido, è atterrato su un cestino pieno di rifiuti che si trova nel parco. E' semi svenuto quando i due bambini la mattina dopo lo trovano. Accertatisi che è ancora vivo, lo portano a casa per curarlo. Le premure dei bambini tuttavia non sono esattamente quello di cui ha bisogno lo scoiattolo: girare in carrozzina, o indossare i vestiti della bambola non è il massimo delle sue aspirazioni. 


Così mette su un muso seccato e poi disperato che i bambini non possono non notare. Nonostante il loro desiderio di accudirlo vita natural durante, i fratelli seguono il consiglio del padre e lo restituiscono alla sua vita di prima. Senza rimpianti...per lo scoiattolo.



Axel Sheffler, in solitario. Da gioirne. Non che i suoi bellissimi libri con Julia Donaldson siano criticabili, tutt'altro. Sono dei capolavori, spesso.
Ciò nonostante l'aria che si respira in questo libro del 1999 è differente, più rarefatta, più ossigenata. Manca quel quid lievemente inquinante che spesso gli adulti, forse inconsapevolmente, sentono il bisogno impellente di aggiungere perché stanno scrivendo per bambini e che ha il difetto di appesantire poco poco l'atmosfera, rendendola innaturale e lievemente glicemica.


Non c'è il meccanismo 'a orologeria' del Gruffalo, non c'è la gentilezza del Gigante più elegante della città, non c'è il gioco a ripetizione con Rita di Dov'è la mia mamma? e non c'è soprattutto il canonico lieto fine e le rime, che li affratellano tutti.
Sebbene di questo libro tutto suo lo stesso Scheffler abbia dichiarato di non esserne poi troppo convinto, in particolare riguardo al testo che non sente come materia sua, tuttavia in Papà scoiattolo cade dall'albero si muove con una disinvoltura diversa che ha il dono - incommensurabile - di dire le cose come stanno, senza troppi pudori e deroghe nei confronti della vera verità.
Questo è uno Scheffler che ha deciso di non fare l'occhietto ai suoi giovani lettori, ma di raccontargli la storia con una sana distanza emotiva che sfiora il cinismo. Questo è lo Scheffler, davvero strepitoso, che si ritrova nei Tolle Hefte e nelle successive edizioni di Jacoby. 


Per la precisione nei nr. 19 e 6, rispettivamente un testo dei primi del Novecento sugli scoiattoli come animali domestici, tradotto da Harry Rowohlt e il Verbiesterte Welt, corredato da 97 figure.
Proviamo a vedere in concreto in cosa è percepibile lo scarto. In primo luogo l'asciutta descrizione in sequenza dei fatti. Unica deroga all'ironia è il contesto sull'albero degli scoiattoli che ricorda parecchio uno scenario di vita quotidiana tra esseri umani piuttosto che tra piccoli roditori. A seguire, il dialogo tra i due ragazzini al parco che, per autenticità, potrebbe essere stato registrato di nascosto tra un fratello e una sorella in carne e ossa: "qualcuno ha gettato uno scoiattolo nella spazzatura!" "È morto?" Con cautela i due ragazzi stuzzicano lo scoiattolo con un bastoncino e l'animaletto si agita. "È vivo!" esulta Luisa. Depongono la bestiola su un cartoncino per hot-dog non troppo sporco e lo portano a casa." 
Il resto è immaginabile. In una rapida successione di bozzetti su due pagine consecutive, la sequenza di attività cui sottopongono lo scoiattolo è perfettamente nella norma per i due giovani allevatori: letto in scatola da scarpe, televisione al pomeriggio, merenda con Nutella, passata di phon, giro su tartaruga. Niente da fare, nello scarno testo, lo scoiattolo continua a fare lo scoiattolo e un po' si scoccia e un po' li detesta e nello stesso tempo i bambini, dal canto loro, continuano a fare i bambini e si interrogano.
A illuminarli in merito arriva un padre, in una doppia pagina disadorna, che si limita a dir loro le cose come stanno: lo scoiattolo va rimesso dov'era. Ancora una volta subentra l'inventiva un po' 'laterale' dei bambini e lo scoiattolo raggiunge il resto della sua famiglia in un modo insolito.
Colpo di coda finale: papà scoiattolo, come mai e poi mai Julia Donaldson avrebbe potuto scrivere in uno dei suoi libri con Scheffler, arrivato a destinazione manco li degna di uno sguardo per dir loro grazie.
Bum. Finisce così. Come sarebbe finito nella vita vera (non mi risulta che gli scoiattoli siano soliti girarsi per ringraziare).
Che bellezza! Nulla viene concesso in deroga per il fatto che si sta parlando a dei bambini sensibiloni e dalla lacrima facile, in cerca di armonie cosmiche.


In Italia, questo Scheffler qui è introvabile. Giudicato evidentemente troppo sincero, lo si lascia indietro rispetto allo Scheffler accoppiato con la Donaldson. Eppure se si va a vedere di che cosa è capace il suo immaginario laddove lo si lasci lavorare in totale autonomia, ed Armin Abmeier lo ha fatto sempre con i suoi autori, si troveranno piccoli gioielli preziosi. Ammettiamo pure che lui dia il meglio di sé come illustratore su testi di altri, perché però accanirsi a non pubblicare, ad eccezone di Tellegen, i libri in cui si libera dal 'vincolo' Donaldson?
Per mantenere la forma e la forza del proprio estro, più che ogni tanto ci si deve sgranchire il cervello, facendo una corsetta all'aria fresca, in tutta libertà.
Editori, concedetegliela più spesso: se la merita lui e se la meriterebbero anche i suoi lettori.

Carla


Norerella al margine. A proposito di meritarsi qualcosa, alcune sciatterie da imputare al grande editore che non pensa che i piccoli lettori necessitino della dovuta cura nell'impaginazione...sono piccoli, d'altronde, non lo noteranno di certo.

venerdì 11 novembre 2016

FAMMI UNA DOMANDA!


FAR PARLARE LE FIGURE


Un autunno così denso di proposte, belle e interessanti, riguardanti la natura e gli animali non si era mai visto; probabilmente alcuni editori, visto il successo imprevisto di importanti testi di divulgazione, come Mappe, hanno deciso di puntare su questo ambito, per altro da sempre apprezzato da lettrici e lettori in erba.
Ecco arrivare una nuova pubblicazione, che di sicuro non passerà inosservata: La parola alla Natura, di Thomas Hegbrook, proposto dalla Emme Edizioni.
La particolarità di questo libro salta subito all'occhio: è un libro senza parole, con la sola eccezione dell'appendice finale.
Dunque, abbiamo, in un volume di grande formato, una cinquantina di pagine attraversate da 'strisce' che descrivono stati o azioni di diversi esseri viventi: predazioni, nascite, comportamenti parentali, corse, inseguimenti, tuffi. Insomma tante situazioni che si possono definire caratteristiche.


In ogni pagina le diverse strisce non sono necessariamente in relazione fra loro, ma non è escluso che la relazione la possa trovare il giovane lettore o la lettrice appassionata; e qui mi piace sottolineare che quando si ha a che fare con libri così concepiti, è grande la libertà di chi legge. Le strisce possono essere decifrate, individuando il comportamento o la situazione che quella striscia descrive e di cui, alla fine del libro, nell'appendice, sono riportate le spiegazioni. Ma nulla vieta che queste immagini, così suggestive, così evocative, non possano essere lo spunto per raccontare storie, immaginare relazioni, costruire intrecci, soprattutto nella situazione di una lettura collettiva, a casa o in classe. Un libro matrice di storie, che contemporaneamente è a tutti gli effetti un libro sulla natura.


La parola alla Natura si apre con la scena di una coppia di uccellini che costruiscono insieme il nido e si chiude con un'altra scena, in cui gli stessi uccellini allevano i piccoli, che, diventati grandi, prendono il volo. Inizio e fine di una storia, o di un episodio di essa, utilizzato per raccontare l'eterno ciclo che contiene il continuo divenire: creature che nascono, che crescono, che mettono radici o fuggono nella savana; che mangiano ed evitano di essere mangiati; che si riproducono, curando la propria prole. Le strisce diventano brevi sequenze di una storia, o di un film, che non ha mai fine, che si ripete senza essere sempre uguale. Hegbrook è un abile disegnatore, con il dono della sintesi: riesce a costruire queste sequenze con grande semplicità e chiarezza, evitando con cura le situazioni più scontate; non tutte le sequenze hanno nessi e significati evidenti, bisogna guardare con attenzione le immagini, ragionarci sopra e fare appello a quel che si sa o a quello che si può inventare.


Un libro stimolante, dai molti usi, che può piacere ai più piccoli, propensi ad una lettura più creativa, ma apprezzabile anche dai più grandicelli, che amino risolvere enigmi.
Eleonora

“La parola alla Natura”, T. Hegbrook, Emme edizioni 2016

mercoledì 22 luglio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA VITA DISEGNATA

La vita bella, Floc'h (trad. Valeria Pazzi)
Emme Edizioni 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Oh, una bambina che ama i libri! Non restare là, vieni con me nella pagina! Vedrai faremo questo libro insieme. S'intitola 'La vita bella'...La vita bella è quella che uno si sceglie. E a te cosa piacerebbe? un animaletto che ci faccia compagnia? Un coniglio!"

Un dialogo serrato tra un signore alto ed elegante (Floc'h, in persona) e una bambinetta sveglia. Dove? Su una spaziosa pagina bianca.
Quante somiglianze con Felix e Nono (David Grossman, Ci sono bambini a zig zag, Mondadori 1996).


L'uomo in completo grigio e cravatta si affaccia dal nero da una porta socchiusa che ricorda piuttosto il taglio su un foglio immacolato (sorge spontaneo ripensare alla porta che apre Negrin nella campagna in L'ombra e il bagliore, Orecchio acerbo 2010) 

e da lì dialoga con chi si trova al di là: primo fra tutti il lettore, o la lettrice, che lui pare guardare dritto negli occhi. La invita a entrare...a entrare nella pagina e nella storia. Lei si arrampica ed entra nel foglio.
Il gioco è fatto! Noi che osserviamo tutto al di qua del limite immaginato e solo apparentemente invalicabile della storia. 
 


Vediamo arrivare il coniglio, la casa sugli alberi, la carrozza con la capra, cavalli e auto fuoriserie fino a vedere che l'impossibile nelle storie diventa possibile: volare sul mondo sull'oceano e sulla savana per poi godersi il chiaro di luna davanti a una piramide. Da lì con un solo salto (di pagina) si ritorna alle poltrone di fronte al camino. 


Ecco, in un solo giro di pagine, abbiamo visto cosa può essere la vita bella. Pagina dopo pagina i due ragionano su cosa sia la vita bella e si alternano nell'elencare cose che la rendono piacevole: suonare Bach al piano, mangiare tutti i gelati che uno voglia, essere la figlia di Tarzan o passeggiare nelle brughiere della Scozia. Come ogni bella esperienza, anche questa finisce per esaurimento del tempo. E' ora di dormire e quindi di tornare al di qua e mettersi a letto, senza però aver dimenticato di portare con sé, come nella migliore tradizione, il coniglietto, testimonianza autentica e tangibile di un sogno...



Ancora un libro di qualità che si appoggia sull'idea non esattamente originale di fare di un libro illustrato un libro interattivo, un libro 'parlante', di smentire l'idea che sulla pagina i personaggi di carta siano cosa inanimata e che la storia sia qualcosa di chiuso in sé, impermeabile verso l'esterno.
Così non è: di recente lo abbiamo appreso nei libri di Mo Willems (la saga di Reginald e Tina Il Castoro), nei libri di Minibombo (Il libro cane e gli altri...) nel libro di Hervé Tullet, sorta di capostipite del genere, con il suo insuperato Un libro (Franco Cosimo Panini 2010).
Qui siamo davanti a una raffinatissima declinazione del tema ideata da un illustratore di grande talento e un po' dandy, quale è Floc'h. 



Ciò nonostante questo libro corre sempre lungo la sottile linea di confine tra un libro di pregio e un esercizio di stile. Se i disegni ci paiono perfetti, in una ambientazione che sfiora l'aristocratico, lo è meno il senso ultimo del libro: prima fra tutte la frase 'la vita bella è quella che uno si sceglie'...Certo, per chi abbia gli strumenti per farlo. 
Non per tutti.
Non riesco a essere d'accordo, perché credo che sarebbe più corretto dire 'la vita bella è quando uno può scegliere'. A parte questo, lo scorrere delle definizioni di una vita bella hanno sempre un sapore un po' snob, in particolare in quello che è l'immaginario del personaggio adulto: la brughiera scozzese, le fuoriserie, il cottage nella campagna inglese, il pianoforte a coda e i guanti intonati alle scarpe...
E' un bel libro da ricchi che in una biblioteca di periferia, sono certa, avrebbe altre e più condivisibili definizioni di una vita bella...

Carla

lunedì 27 aprile 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CATALOGO DEL CUORE
 
Casa, Carson Ellis (trad. Michele Piumini)


ILLUSTRATI PER PICCOLI (da 4 anni)

"Casa, per qualcuno, è la campagna.
Per qualcun altro è un appartamento.
Casa è la nave, per i marinai. E la capanna per gli indiani."

La casa è il guscio che ci contiene. È finestra da cui guardiamo il mondo, ma è anche porta per aprirsi agli altri o chiuderli all'esterno. Può trasformarsi in prigione se non possiamo uscire. La casa, però, può anche venirci dietro se gli mettiamo le ruote sotto. Le case possono essere alte o basse, di mattoni o di paglia, piccole o gigantesche. Possono essere ordinate o molto impolverate. Luminose o fredde, viste da dentro viste da fuori. Sugli alberi o sotto gli alberi.
Ma tutte, proprio tutte, raccontano chi siamo.
E casa tua com'è? E tu chi sei? è la domanda nel libro per finire, o forse meglio, per partire, dopo averlo letto.

 
Far ragionare i bambini sulle molte e diverse case che ci sono al mondo è un esercizio stimolante. Ma non sarebbe esattamente una novità. Tuttavia il libro di Carson Ellis non ha l'intento di essere un repertorio di dimore, prese qui e lì per il mondo. Sembra piuttosto un divertente e mai prevedibile percorso tra case immaginate -scarponi o templi sottomarini- o case tra loro contrapposte - case serie o pazzerelle. O ancora tra case diversissime e lontane - la casa russa di babushka e quella di Aladino. E tra loro si insinuano case di animali, per poter confondere ancora l'ordine che si dovrebbe presumere in ogni catalogo che si rispetti. La Ellis fa altro e lo dichiara fin da titolo: qui si parla di home, casa. In quel senso lì che tutti quelli che masticano un po' di inglese sanno sanno distinguere dalla parola house.
Ciò nonostante lei usa un canone narrativo che è il catalogo, l'elenco. Ma lo fa in modo originale. L'esercizio cui sottopone il suo lettore è intelligente perché ogni volta il criterio di lettura di quella casa disegnata è sempre diverso. Si prendono in esame le tipologie di case, il nesso che c'è tra la dimora e il suo abitante, il luogo che le accoglie, in fondo al mare o in cima a un picco.


Ma la regola è che non ci sia regola di esposizione. Resta da chiedersi se, consapevolmente o meno, Carson Ellis sposi l'idea che un catalogo, una lista, non corrisponda mai a un ordine 'oggettivo' del mondo ma piuttosto a un criterio molto personale di chi lo stila. Questa non è questione da poco e Umberto Eco ci ha scritto sopra un saggio magnifico dal titolo emblematico: La vertigine della lista (di cui consiglio la lettura: Bompiani 2009). Sempre per restare intorno al pensiero di Eco sulle liste, quando si ragiona sugli effetti che gli elenchi potenzialmente infiniti (e il tema della casa è uno di questi) possono avere sulla nostra capacità immaginativa, al riguardo mi pare che la Ellis abbia fatto la sua scelta di necessità, ovvero si è fatta guidare dal cuore. Quindi alle ventuno tipologie di dimore disposte in bell'ordine nella copertina, che ci fanno pensare a un elenco, corrisponde una sequenza interna saltabeccante, tutt'altro che ordinata (d'altronde quello stivalone con il tetto che occhieggia in copertina, poteva essere già un avvertimento che all'interno le cose sarebbero andate in direzioni imprevedibili).



E se il catalogo visivo salta di qui e di lì, altrettanto fa il testo che ha un ritmo, un bel ritmo interno che va per assonanze, piccole rime interne che, lette ad alta voce, sono armonia. Infatti dietro la duchessa slovacca e il fabbro keniota, dietro l'uomo d'affari giapponese contrapposto al dio norvegese c'è Michele Piumini: una garanzia.


Questo libro, lo suggerisce lui stesso nelle diverse domande che pone prima e poi al suo lettore, è quindi soprattutto un catalogo del cuore da cui partire per raccontare tutto quello che ognuno di noi ha da dire, di bello e di brutto, sulla propria home.

Carla

Noterella al margine: Il gusto estetico di Carson Ellis abitua gli occhi dei suoi lettori al bello, ma anche, alla loro attenzione, nei suoi numerosi riferimenti e nei richiami visivi, come per esempio la tortora che ci è guida oppure le tante citazioni 'interne' nella casa dell'artista.




venerdì 19 settembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DITA, COME BRUCHI, NEI BUCHI
 
Bruchi tra i buchi, Antonella Abbatiello
Emme Edizioni 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"Oggi sono nati sette piccoli bruchi. LUNEDÌ il bruco GINO mangia un pezzetto di MELA. MARTEDÌ il bruco LINO mangia un pezzetto di PERA."

Nati tutti contemporaneamente dai loro rispettivi ovetti, i sette bruchi, uno per ogni giorno della settimana, hanno diete diverse. Per ognuno di loro c'è un frutto differente da assaggiare: mela e pera, arancia, uva e noce. Per ognuno di loro un nome lievemente variato: Gino, Lino, Nino e Pino. Nell'ultima notte, i bruchi, a pancia piena, si addormentano. E il mattino dopo, con il sole alto nel cielo, di loro non c'è più traccia. Che ne è stato? L'ultima pagina colorata ce lo svela.


Dopo Buchi e bruchi di Gek Tessaro (Lapis, 2014) ancora bruchi e ancora buchi nei libri per i piccolissimi. Tutti nipoti di un capostipite mai eguagliato, Il piccolo bruco Maisazio di Eric Carle (Mondadori,1989).
Questo nuovo libro di Antonella Abbatiello per la collana Ullalà (il preferito è quello di Alessandro Sanna, Mamma) è pensato per bambini molto piccoli che però abbiano già una certa dimestichezza con la pagina e con i buchi per voltarla.


I disegni, a collage, si staccano leggermente dal fondo a colori uniti. I frutti, così come i bruchi, hanno una forte linea di contorno, intorno a cui le forbici hanno ruotato nel ritagliarne le sagome. Il taglio, apparentemente quasi casuale, in realtà è sapientemente calibrato per dare un effetto di spessore ai soggetti raffigurati.


Nel girare la pagina, i buchi non coincidono mai tra loro e hanno, di pagina in pagina, forma leggermente differente. A pagina girata il buco coincide con un i vari fondi colorati in modo che rimanga in evidenza, come a sottolinearla, la mancanza della porzione mangiata dal bruco.
Il testo, anch'esso pensato su assonanze e ripetizioni, solletica il piccolo lettore ad anticipare con la voce, la parola scritta. Si può immaginare una mamma che si ferma in punti prestabiliti della lettura, per aspettare la risposta del piccolino. In particolare, a parte i giorni della settimana che mi paiono fuori portata per dei bambini di pochi anni, mi sembrano divertenti i nomi propri dei bruchi, così simili tra loro, da poter essere ripetuti in accoppiata con il frutto in questione.
Questo tipo di lettura è sottolineato anche dalla grafica che ha messo in maiuscolo i nomi dei giorni della settimana, il nome dei singoli bruchi e il nome dei frutti, come a prevedere in quei determinati punti una lettura 'corale'.


La soluzione a collage che avevamo visto in Facce (Topipittori, 2013) ci aveva convinto di più perché innovativa ed emozionante, nonostante la raffinatezza e l'astrazione di quelle pagine fosse una bella scommessa in mano a un piccolissimo. Tuttavia anche questo cartonato più 'semplice' e più 'tradizionale' appare interessante nel panorama piuttosto povero dell'editoria italiana pensata per bimbetti piccolissimi con mani piccolissime con dita piccolissime da infilare come bruchi in quei buchi.

Carla

Noterella al margine: peccato quegli accenti dei giorni della settimana tutti acuti e non gravi, come dovrebbe essere. So che perderò la guerra contro gli accenti sbagliati, ma nonostante questo non mi arrendo.

lunedì 8 settembre 2014


C'È CHI HA CLASSE E CHI NON CE L'HA
 
Harry Frumento & Betty Paglierina, Julia Donaldson, Axel Scheffler
Emme Edizioni 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Harry Frumento e Betty Paglierina
vivono in un campo in riva al mare:
si amano i due spaventapasseri,
si amano e si vogliono sposare.
Sarà un matrimonio straordinario,
nessuno potrà mai dire il contrario!"

Le cose che occorreranno perché la cerimonia sia davvero straordinaria sono cinque: un abito bianco fatto di piume, una collana di conchiglie, i fiori rosa, due anelli e le campane che suonano a distesa. Facile a dirsi, ma nella realtà la cosa che sembrerebbe più semplice trovare in un campo, ovvero i fiori rosa, si rivela la più complicata. I fiori, senza l'acqua, rischiano di appassire e così il futuro sposo Harry, si allontana per un bel po' in cerca di acqua dolce per tenerli in fresco...


Accanto alla disperata Betty rimasta sola, il contadino mette un nuovo spaventapasseri: un dandy, fatto di paglia e savoir faire, che si sente irresistibile con quei suoi baffetti alla Clark Gable... 


Fumare un avana per far colpo sulla pupa non ha molto senso in mezzo a un campo di grano maturo, ma per fortuna Harry, arrivato finalmente, scongiura l'incendio e mette al sicuro il suo amore.
Si celebri, dunque, il grande matrimonio (e se qualcuno ha qualcosa da dire in contrario, lo faccia adesso o taccia per sempre)!


Eccoli di nuovo assieme, i due mostri sacri dell'albo illustrato. La consolidata coppia Donaldson/Scheffler è di nuovo sugli scaffali delle librerie.
Di rado (o forse mai?) i loro libri hanno lasciato indifferente il lettore. Nella peggiore delle ipotesi si è trattato di libri divertenti e intelligenti, nella migliore si sono rivelati dei veri capolavori. Penso ai dieci milioni di esemplari venduti del Gruffalo (tradotto in 40 lingue), penso ai milioni di bambini che hanno riso con la farfalla Rita che non ne azzeccava una, ma penso anche con personale tenerezza al gigante che, anche in mutande, non perde mai la sua classe.
C'è chi ha classe e chi non ce l'ha!
I loro libri fanno sempre centro. Hanno presa immediata sul lettore per varie ragioni. Provo a dirne un po'.
Perché sono portatori di buone idee, di costruzioni narrative semplici ed efficaci con colpi di scena ogni volta diversi.
Perché raccontano un mondo conosciuto e riconoscibile del quale però riescono a cogliere e raccontare il lato 'assurdo'.
Perché sono meccanismi perfetti, veri orologi narrativi, di sceneggiatura.
Perché il disegno è sempre così caratterizzato, e pieno di raffinata ironia e divertimento puro che risulta riconoscibile a distanza. Non è un caso che da quasi vent'anni gli occhi a palla dei personaggi, bianchissimi, abbiano avuto centinaia di imitatori e che le bestioline che, mute ma espressive testimoni dei fatti, popolano le tavole, siano state d'ispirazione per molti altri grandi illustratori. Perché, se letti ad alta voce, sono libri che entrano nell'orecchio e suonano come suona in testa una buona canzone.
Merito ai traduttori che, vuoi con le assonanze, vuoi con le rime, fanno di un testo una musica.
Nello specifico caso, Michele Piumini (figlio di tanto padre) ha dato gran prova di sé. Scorre come l'acqua il racconto perché, con una sensibilità da musicista oltre che di ottimo conoscitore della lingua, è stato capace di non forzare mai la narrazione in nome della rima ad ogni costo, ma ha saputo comunque rendergli merito in una sequenza di versi alternati, talvolta anche baciati. Insomma, un libro po' in rima e un po' no.
Grande gusto dà il leggerlo!



Carla

venerdì 8 agosto 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PIK, PIPPI E GLI ALTRI
La storia di Pik Badaluk, Grete Meuche
Edizioni EL, 2014



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Dice la mamma: 'Dentro al giardino
corri, divertiti finché vuoi tu;
però la porta che porta nel bosco
no, non l'aprire, mio piccolo Pik!
Vive nel bosco una belva feroce,
un gran Leone che mangia i moretti.
Ed i moretti cattivi con mamma
sono eccellenti bocconi per lui'."

Il piccolo Pik dimentica già il giorno seguente la sua promessa e varca il cancello del suo giardino per correre nel bosco. Nella selva c'è la belva che aspetta l'arrivo di quel saporito bambino. Ma Pik, trovandosi davanti il leone, si arrampica sull'unico albero nei pressi: un bel melo, pieno di frutti maturi. Pik Badaluk le mangia contento e al leone che ruggisce più in basso butta i semi sputati. La fuga di questo bambino è presto scoperta e il papà, con i Badaluchi armati fino ai denti, parte subito in cerca. La fine del leone è segnata e Pik, sano e salvo, può scendere dall'albero e tornarsene a casa dalla mamma piangente. "Mamma lo so che son stato cattivo, or sarò buono finché sarò vivo. No, mamma cara, non piangere più!"
Tutto finisce in un tenero sorriso e in affettuoso abbraccio.


Una storia, quella di Pik Badaluk, che ha ottant'anni esatti (il libro è infatti ripubblicato in una nuova veste grafica con un bel bollo in copertina che allude alla sua veneranda età). La storia editoriale è raccontata con chiarezza da Livio Sossi che ne ha curato la prefazione. Ma Sossi ragiona anche sui motivi che hanno segnato la grande fortuna di questo libro: un po' fiaba orale e un po' romanzo di formazione, Pik Badaluk è una storia estremamente moderna, se si pensa che è stata pubblicata nella sua prima edizione tedesca nel 1921 e poi nel 1944 tradotta in Italia. 


La grande novità rispetto alla letteratura educativa di quegli anni sta proprio nel fatto che questo bambino trasgressore non viene punito in modo esemplare, ma anzi perdonato. Tanto il papà che senza indugio parte a cercarlo quanto la mamma che lo accoglie con un abbraccio sono genitori moderni su cui ogni bambino vorrebbe contare.
Ma l'altro importante motivo che rende Pik Badaluk amato dai bambini è il fatto che egli abbia saputo dimostrare ai grandi di sapersela cavare egregiamente anche di fronte a un feroce leone.
Pik Badaluk mi pare faccia parte di quella genia di bambini che hanno dimostrato al mondo di sapersi togliere dai guai anche da soli. Penso a Pippi Calzelunghe (quasi coetanea del Pik italiano) e a Ned, ben più giovane ma altrettanto intraprendente (Fortunately di Remy Charlip; Orecchio acerbo, 2011), solo per citarne due.
Il fatto che Pik sia nero e la storia ambientata in un'Africa fatta di molti esotismi e parecchi stereotipi (la mamma sembra la copia di Mamie in Via col vento), Africa che tanto ricorda, ancora una volta, quella di Pippi, ha fatto rizzare il pelo a chi nei libri cerca il politically correct ad ogni costo, senza curarsi di considerare quando il libro è stato scritto.
È giusto far notare ai piccoli lettori la presenza di questi stereotipi che sono ben lontani dalla realtà, ma non  me la sentirei di mettere all'indice il libro per questo. Contiene cose ben più grandi.
I bambini vanno in cerca di grandi cose. La prova ne è che, fortunatamente, Pik ha continuato ad essere letto da milioni di ragazzini che dell'immagine stereotipata dell'Africa se ne sono disinteressati, ma hanno apprezzato piuttosto il coraggio di questo monello e nel contempo il suo essere bambino al cento per cento.
Ancora una volta mi chiedo: il mondo sarà salvato dai ragazzini?

Carla

Noterella al margine.
Qui un interessante articolo sul tema degli stereotipi nella letteratura per l'infanzia, nei media e nei discorsi politici (indovinate a chi allude?), dal titolo significativo: Gender in blackness!