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lunedì 24 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)


COSE BUONE E GIUSTE

Il custode delle fiabe, Christine Schneider, Hervé Pinel 
(trad. Germana Raimondi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"Mi presento: sono il custode di questo libro e voglio mettere subito le cose in chiaro. 
Se non volete guai, cara lettrice, caro lettore, guardatemi dritto negli occhi. 
Prima di tutto, è severamente vietato fare le orecchie alle pagine. 
Poi, non vi azzardate a strapparne neanche una. 
Infine, su questo libro gli scarabocchi non sono autorizzati. 
Spero di essermi spiegato. 
Bene, muoviamoci. 
Nella speranza che durante la mia assenza tutto sia rimasto in ordine." 

Fatti i primi passi, nel libro che il custode del libro medesimo, in giacchetta e cappello, sta attraversando, niente è più come ci si aspetterebbe che fosse. 
Va da sé! 
Complice il lungo tempo trascorso a pagine chiuse, le fiabe del volume hanno subito considerevoli cambiamenti: il porcellino architetto ha fatto i suoi schizzi a penna su una pagina illustrata, per la precisione, si dovrebbe trattare di un'incisione settecentesca. Per questo viene messo in castigo. 
Ma fortunatamente almeno la pagina con i protagonisti di Frozen (!) ha un manto nevoso ancora immacolato e il guardiano, in piedi al di qua della pagina, se ne compiace, anche se avverte il lettore di non toccarla con le dita sudicie... 
Quando poi si affaccia davanti alla fiaba di Biancaneve - lei è al tavolo a preparare un buon manicaretto per i nani - scopre che sta cucinando un succulento sformato di indivia e besciamella, altro che cimici del bosco... 
Cappuccetto Rosso si è persa; i due restanti porcellini vagano nel nulla perché senza il terzo, in castigo, la loro fiaba si è bloccata. 


Circostanza questa che ha fatto imbestialire il lupo che ha appena preso a unghiate, taglienti come lo Stanley di Lucio Fontana, l'immagine di un nebbioso castello sulla rocca... 
I nani, invece, sono fuggiti da Biancaneve - ignari forse dello sformato che li attende - per liberarsi dal giogo del faticoso lavoro in miniera e impiegarsi finalmente come nani da giardino, all'aria aperta. 
La Bella Addormentata, anche lei, è fuori posto e il povero guardiano trasecola: lei sta andando a bere un tè alla casa modernissima del porcellino architetto, che - furbo - non ha previsto nessun camino di accesso per il lupo. Esploso è anche "il laboratorio" della strega di Biancaneve che - pare - non si sia limitata a fare un incantesimo a tempo  da offrire alla ingenua fanciulla. 
Ma adesso è davvero troppo! E' letteralmente fuori dai gangheri quel poveretto in cilindro e marsina quando, ai piedi di un albero seduti in chiacchiere, incontra Biancaneve (avrà lasciato sulla tavola il suo sformato, visto che loro erano in ritardo?), la Bella Addormentata (delusa che un porcellino non è un buon partito come lo è un principe), il Lupo (temporaneamente disoccupato, senza casetta di mattoni e senza Cappuccetto smarrita) e anche il Cacciatore, anch'egli al momento a riposo, senza nessuno da salvare. 
Tutti e quattro seduti intorno al loro Déjeuner sur l’herbe... 
E non finisce qui! 

Partiamo da qui, da Éduard Manet. Ispirazione assoluta per chiunque abbia deciso di disegnare, dipingere, illustrare un qualsiasi pic-nic. A partire dallo stesso Claude Monet che solo qualche anno dopo emulava il maestro...


Perché Hervé Pinel decide di citare il famoso dipinto impressionista? Addirittura nei gesti del cacciatore e anche un po' in quello di Biancaneve... Lo fa perché in tal modo sa di tenere desto non solo l'immaginario dei bambini, ma anche quello degli adulti che con loro leggono il libro. E questa è cosa buona e giusta. 
Punteggiare il percorso narrativo - tanto il testo quanto le figure - di allusioni, citazioni, riferimenti dedicati ai grandi non fa altro che confermare che la lettura di un albo è un esercizio che dovrebbe prevedere di default la condivisione tra bambini e grandi. 


Questo vale anche per la miriade di altre strizzatine d'occhio che l'ineffabile coppia Schneider/Pinel fa al lettore adulto: a partire dalla citazione dello Zio Sam e del suo sguardo perentorio con il suo dito puntato verso l'osservatore (disegnato per la prima volta da James Montgomery Flagg e pieno di emuli almeno quanto Manet), al non richiesto riferimento a una veduta settecentesca scarabocchiata, ai tagli sulla tela, al riferimento al dottor Frankenstein... E via andare. 
Che questi due siano dei magnifici quanto sapienti autori di albi illustrati, non credo vada dimostrato...
Per i soli tre pubblicati in Italia, il fatto è incontrovertibile: In punta di piedi (orecchio acerbo, 2019), Una giornata al museo (Il castoro, 2023) e ora Il custode delle fiabe (orecchio acerbo 2025). 
Non solo sono in grado di parlare a tutti i loro lettori, grandi o piccoli che siano, ma lo fanno ricorrendo a strategie sicure. 
È cosa buona e giusta che qui, per esempio, li chiamino dentro la storia, senza possibilità di rifiuto, fin dalla prima pagina, rivolgendosi loro in un dialogo diretto oppure, come succede in In punta di piedi, mettendo in rima, sonorizzando il testo e giocando parecchio con le figure. 
E ancora. È un'altra cosa buona e giusta che ci sia un gioco interno che si moltiplica sull'equivoco, come in In punta di piedi, ridicolizzando qualcuno con la connivenza dei lettori. Chi ha il libro in mano vede cose di cui i due nonni protagonisti sono totalmente all'oscuro: vede che i veri demolitori di casa non sono i loro animaletti da compagnia, ma i due bambini stessi. E questo fa ridere, molto ridere! 
Qui, nel Custode delle fiabe, succede qualcosa di molto simile: quel povero Custode che dovrebbe rappresentare l'autorità è preso in giro da tutti, ma proprio tutti, lettori compresi! E questo fa di nuovo ridere, molto ridere! 


Il ribaltamento delle situazioni (ossia per esempio un testo che va da una parte e l'immagine dall'altra) oppure il ribaltamento dei ruoli e il caos che ne deriva (ossia l'insubordinazione dei protagonisti oppure l'anormalità di avere un elefante e una tigre in casa e non un gattino) è una bella garanzia di successo. Inoltre, lì i bambini - Clara e Bernardo - sono allo stesso tempo soggetto e oggetto di una grande presa in giro mentre i lettori sono onniscienti. 
Qui l'autorevole Custode non riesce a riportare ordine nel caos e i bambini lettori non potranno che gioire nel vedere un grande autorevole che annaspa, goffo. 
Penultima garanzia di successo: è il dialogo sempre ironico, che tiene insieme immagini e testo. 
Là, due attempati signori perbene che hanno come animali domestici una tigre, un elefante, un pappagallo gigante, uno scimpanzé, una giraffa e un boa e non vedono proprio i loro nipoti nottambuli e affamati. 
Qui, altrettanto, un guazzabuglio fiabesco in grado di mettere insieme Frozen con Ungerer, passando per le fiabe classiche, ironizza sul concetto di ordine, canone e autorità. 
Ultima garanzia di successo: la capriola finale. 
Che qui come lì, ed è ancora una volta cosa buona e giusta, è meglio non rivelare. 


Carla

venerdì 17 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ZIP ZAP WICKETY WACK

Chi è che fa beee? Grosso guaio in fattoria, Matthew Diffee 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"La mucca fa: 'Muuu'. Il cavallo fa: 'Hiii'. 
La pecora fa: 'beee'. 
La capra fa: 'Ehi, aspetta un attimo. Sono io che faccio bee'. 
'Però l'ho detto prima io'. 
'Ma se io belo da quando ero piccola' 
'Oh, oh, e adesso cosa facciamo?'" 

Sono riuniti tutti nella stessa fattoria e discutono di questo bel problema. Pecora, capra, mucca, cavallo, cane, maiale, papera, gallo e anche una rana. 
Visto che capra e pecora hanno il verso in comune, cercano di distinguersi. 
La pecora pensa di fare oink, ma il maiale giustamente protesta. Allora la capra pensa che un bel qua potrebbe fare al caso suo, ma quella è la battuta dell'oca e l'usurpato chicchricchì da parte della pecora fa infuriare il legittimo proprietario, ossia il gallo. 
La pecora, pensa che ti ripensa, escogita un verso che di sicuro in quella fattoria non si è mai sentito e quindi non è di pertinenza di alcuno... E il verso fa esattamente: zip zap pimpeti pam bing bang walla balla flip flap criccheti crack brim ding dilly. 
Ma all'orizzonte c'è già qualcuno che lo sta reclamando... 

La buona idea e il buon disegno fanno il valore di questo libro. 


Partiamo dal buon disegno: Matthew Diffee sa tenere molto bene la matita in mano. Cartoonist per importanti testate, come il New Yorker e il Texas Monthly, lo fa da almeno 25 anni con enorme successo e con grandi riconoscimenti da parte del pubblico e della critica. 
Questo è il suo primo albo illustrato e quindi si sta muovendo secondo un ritmo e con un'ampiezza che non sono quelli suoi consueti: non più un colpo e via. Si gira pagina. 
Anche se effettivamente, a guardare bene, anche qui ogni doppia pagina è fulminante come una vignetta. Ma non divaghiamo. 
Stabilito il passo diverso, Diffee decide quindi di creare un contesto che sia il più classico, canonico e rassicurante possibile (persino nella scelta del font): fattoria, animali, versi degli animali... 
E come li disegna? Di nuovo nel modo più classico, canonico e rassicurante possibile. Nessuna deroga a mettere nel disegno elementi anomali: non è nel suo stile. Intendo dire, neanche quando fa il vignettista puro. 


Gli animali sono molto riconoscibili e potrebbero essere usciti da un libro inglese per bambini di fine Ottocento. Nessuna deroga all'antropomorfizzazione o, peggio, alla caricatura. Ripeto: non è nel suo stile. 
Sono disegnati sulla pagina il più delle volte fuori contesto: solo ogni tanto appoggiati su un praticello verde o una balla di fieno.


L'unico elemento di arredo è uno spigolo del recinto, che è necessario a livello narrativo. Solo alla fine, quando decide di allargare il campo visuale, si vede un magnifico fienile, anch'esso prototipo della categoria iconografica delle fattorie, granai e fienili americani. 
E chiudiamo con la buona idea. 
A tal proposito, consiglio a tutti di sentirsi 15 minuti esilaranti quanto illuminanti sulla teoria delle buone idee che Matthew Diffee nel 2013 ha tenuto in una TEDx
Il libro in questione di buone idee ne ha diverse. 
A parte quella di partenza, abbiamo visto finora che è stata una buona idea trovare questo preciso modo per raccontarla (ovvio anche visivamente). 
Questa storia si regge esclusivamente su un serrato dialogo tra animali. Non esiste nessun narratore esterno, né narrazione che vada al di là del ritmato botta e risposta tra i vari personaggi. Tutto si regge sulle onomatopee dei vari versi, fino ad arrivare a una vera e propria apoteosi sonora, che nel titolo inglese del libro fa bella mostra di sé, mentre nell'altrettanto pimpante traduzione di Sara Ragusa, rimane nascosta all'interno delle pagine. 
Finito questo gioco, Diffee decide di mettere a ragionare i propri attori sul tema di fondo, che- ancora solo nell'edizione originale - viene anticipato già anche nel sottotitolo. 
Per una volta, invece, TdM decide coraggiosamente di mantenere il mistero. 
Come ogni buon cartoonist, Diffee affida ai propri lettori il gusto di scoprire da soli il joke finale. 


L'eloquente gioco di sguardi che più volte si ripete è irresistibile, ma silenzioso!
Firlate, gente, firlate!

Carla

lunedì 15 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

A SFRONDARE NON SI FA MAI PECCATO

Gli uccelli,
Sergio Ruzzier 
La grande Illusion 2025 


ILLUSTRATI 

"CAPITOLO I 
Di quando gli uccelli, affamati senza il becco di un quattrino, si domandano se rubare sia una soluzione da considerare. 
Del parere negativo di uno di loro. 
Come la questione viene risolta." 

Gli uccelli in questione, quattro, di cui uno con l'occhio di vetro, sono tornati nella loro residenza invernale perché è primavera. E, aspettando l'arrivo dell'autunno, si mettono comodi. 
Fanno piccole attività come pescare, come visitare una chiesa in cerca di qualcosa da rubare o come leggere a voce alta i Fioretti di San Francesco, in particolare quello dedicato alla Predica agli uccelli. Cosa questa che gli provoca un gran diletto. 
E con altrettanta gioia liberano un loro confratello chiuso in gabbia per poi vederselo sparire davanti...

Gli uccelli è la prova provata che, se la storia è buona,  a sfrondare non si fa mai peccato.
Se non ho contato male questo libro, diviso in un prologo, cinque capitoli e un epilogo, conta circa duecento parole di testo (escludendo le parole prologo, epilogo e capitolo I, capitolo II ecc. ecc.). 
Conta quattordici tavole ad acquerello, tutte a destra e quindici disegnini a china, che segnano una pagina sì e una no le pagine bianche di sinistra. 
Eppure Gli uccelli è un libro (la prima pubblicazione è del 2002, con Despina). 
Ed è anche un libro esilarante almeno quanto è raffinato. 
Lo pubblica La Grande Illusion in 800 copie, brossura, filo refe su carta Fedrigoni con una sovracoperta che anima la copertina vera e propria, che altrimenti ospita solo il nome dell'autore, il titolo e l'editore. Dunque.
Duecento parole, quattordici acquerelli in cornice e altrettanti disegnini a china riescono a fare insieme un bel po' di cose. Come mai succede? 
La prima cosa che viene in mente sono le buone idee che contiene e che si manifestano capitolo dopo capitolo e che sono così potenti da poter da sole reggere il peso di una narrazione. 


Per esempio, far leggere loro la Preghiera di San Francesco, oppure mandarli a pescare, o ancora porli davanti a questioni importanti, come la liceità del furto in caso di bisogno. 
La seconda cosa che viene in mente è l'ironia che questa narrazione attraversa. 
Ma questa ironia non sta solo nel racconto in sé, quanto piuttosto nel dialogo fitto fitto che esiste tra immagine e testo. Quindi Gli uccelli diventa un piccolo quanto sapiente manuale per chi studi le regole del buon albo illustrato, o forse dovrei chiamarlo libro con le figure? Vabbè. 


In estrema sintesi si tratta di questo: il testo indica un percorso a cui il lettore deve credere per contratto, un percorso che deve compiere in una precisa direzione, salvo poi rendersi conto che l'autore si è appena preso gioco di lui, perché, cambiando codice dal testo all'immagine, nella successiva tavola (meglio se dopo un giro di pagina, quindi con una pausa più lunga nella lettura) tutto è andato un po' diversamente. Si chiama contrappunto ed è il sale dei buoni libri illustrati. 
Questo gioco di asserzione e smentita capita qui con una certa sistematicità: si parla di residenza invernale e si vede invece un appartamento totalmente spoglio, salvo un allampanato attaccapanni. 
Si scrive di una diatriba tra i quattro e si fa menzione di una soluzione non meglio definita e quando si gira pagina si vede come i quattro hanno deciso di risolverla... 
Stesso gioco con il diletto raccontato per la liberazione del compagno prigioniero... 
Va da sé che a ogni capriola dell'immagine rispetto al testo si ride con gusto. 
Ma l'ironia si nasconde anche nei giochi di parole - per un uccello essere senza il becco di un quattrino è amaro quanto ineluttabile destino. O no? 
E tutto questo solo con un pugno di parole e di immagini. E in particolare queste ultime sono lì a dirci, ancora una volta di più, che Ruzzier meno disegna e più efficace si dimostra. 
Panorami spogli, con alberi secchi, qualche collinetta che segna l'orizzonte come negli affreschi di Lorenzetti a Siena, qualche nuvola che nasconde il cielo, appartamenti spogli, con un solo divano e una libreria, ma un pavimento a mattonelle intarsiate reso con una meticolosità "fiamminga". 


E poi loro: i quattro uccelletti nasuti e storti. Alette da pollo, zampe da gallina ma un'espressività inequivoca. 
E per concludere i quindici schizzetti a china che sono un niente, ma se non li si nota è davvero un peccato. 
Non so dire quanto sforzo abbiano richiesto a Sergio Ruzzier per essere realizzati, ma non credo molto. Eppure il loro essere lì a segnare un emblema, il senso ultimo di quanto è detto e disegnato, è l'ennesima prova provata che, se la storia è buona, a sfrondare non si fa mai peccato! 

Carla

venerdì 12 settembre 2025

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

L'ALTRO TALLEC: LA VENDETTA! 

Le cose che sto imparando e mettendo in fila su Olivier Tallec sono molte. 
Nei suoi libri ci sono delle costanti che lo rendono riconoscibile quanto unico e per questo amabile. 
A parte il fatto che abbiamo potuto seguire il suo segno, del quale abbiamo apprezzato l'evoluzione dal suo primo esordio italiano con Bi sognerà fino ad arrivare all'ultimo i Tre sassi... 
A parte il fatto che lo abbiamo visto crescere anche come autore, e quindi 'sganciarsi' dalle parole e dalle storie di altri per andare a scrivere le proprie, fermo restando che in coppia con alcuni autori - da Nadine Brun-Cosme a Laurent Rivelaygue - è in perfetta sintonia sempre... 
A parte il fatto che abbiamo imparato ad apprezzare la sua rara capacità di raccontare pregi e difetti dell'umanità - il più delle volte sotto mentite spoglie - attraverso impercettibili ma efficacissimi dettagli espressivi: dagli occhi sgranati alle sopracciglia inarcate, alla postura delle spalle e delle ginocchia... 


A parte il fatto che abbiamo capito quanto gli piaccia disegnare animali graficamente confacenti, lo scoiattolo, il lupo dal muso lungo, il fungo così tondeggiante... 


A parte il fatto che abbiamo capito quanto ami disegnare e dipingere i boschi: rari nelle sue storie i contesti urbani... 
A parte il fatto che abbiamo apprezzato che lentamente ma inesorabilmente nelle sue storie ha potuto dare grande sfogo al suo senso dell'umorismo, che va dal comico verso una sana e robusta ironia che talvolta sfocia nel sarcasmo, senza il quale adesso credo faticherebbe a sentirsi appieno soddisfatto del suo lavoro....


A parte il fatto che - almeno in tutte le storie di cui firma anche il testo - si apprezza la sua sospensione di giudizi e di morale e, più in generale, di soluzioni preconfezionate... 
A parte il fatto che di Tallec abbiamo imparato ad apprezzare il suo modo di guardare (e quindi di costruire) i suoi protagonisti, in un miscuglio, molto umano, tra affetto e cinismo... 
A parte il fatto che di Tallec apprezziamo il suo coraggio a non tirarsi indietro di fronte a questioni 'spinose' da sottoporre ai bambini, forte del fatto che a loro si può dire tutto a patto che lo si faccia con cura e leggerezza (esce a giorni Sta dormendo?
A parte il fatto che tutto questo non è poco, credo vada aggiunta un'altra costante che con l'idea che i bambini vanno trattati come persone, ha parecchio a che fare. 


Tallec non ce la fa proprio a non essere "universale": non ci sono libri, tra quelli pubblicati per l'infanzia, che non parli anche ai grandi. Come è giusto che sia. 
Le ragioni per cui questo accade nei libri dei migliori dipendono dal fatto che dato che hanno una bella testa non riescono a non considerare un bambino come qualcuno che valga di meno di un adulto? O forse vale il contrario? Inverti i fattori, ma il prodotto non cambia! 
Tallec è tra loro, almeno per me, e quindi ha un posto nel mio pantheon. 
Tallec, ovviamente, in alcune circostanze, come gli altri grandi ha deciso di rivolgersi a un pubblico prevalentemente adulto: lo fa dei giornali, dalle riviste francesi ed è un Tallec che colpisce con un unico proiettile: in una vignetta si gioca tutto. 


In Italia questa produzione è difficile intercettarla, a meno che non si sia sulle sue tracce come un segugio, per preparare un incontro di formazione in previsione del suo arrivo a Cagliari al Festival Tuttestorie. 
A Cagliari si parlerà e circolerà il suo scoiattolo p-ossessivo, i suoi alberi tuttofare, i suoi bambinetti e le sue bambinette con le grandi teste e piccoli corpi, ma i suoi tre libri (che nella mia bibliografia sono segnati in neretto come DA GRANDI) raccontano un Tallec che ha appoggiato da qualche parte la "cura" di cui si parlava prima, per andare a intercettare tutti quegli adulti profondamente crudeli - me compresa - che per anni hanno letto i suoi libri per bambini, accontentandosi della sua bonomia...


I libri in questione sono usciti a distanza di due anni gli uni dagli altri: 2014, 2016, 2018 e sono tutti pubblicati da Rue de Sèvres. In due su tre si ringrazia Laurent Ryvelaugue (il suo compare nella serie a fumetto dei Cosachi) e in tre su tre viene ringraziata Joy Sorman (lui ha illustrato il suo Blob, l'animal le plus laid du monde nel 2015). 
La costante che li tiene insieme come perle - è il caso di dirlo - su uno stesso filo è la sua spietatezza: è satirico, beffardo, politicamente scorretto, 


ironico, sarcastico e spesso anche sanguinario e un cincino blasfemo... 
Tale mancanza di pietà viene sparsa come lo zucchero a velo su un pandoro, ce n'è un po' per tutti.
 

Tallec è lì che ne versa manciate, pagina dopo pagina, e si diverte un mondo e noi con lui, onestamente: si prende gioco delle convenzioni, del perbenismo, dei vizi, delle virtù, dell'infanzia, degli adulti, del senso comune, del moralismo, del conformismo, della moda, della religione... 
Ci si vede a Cagliari... 

Carla

Olivier Tallec, Bonne Journée, Rue de Sèvres 2014
Olivier Tallec, Bonne Continuation, Rue de Sèvres 2026
Olivier Tallec, Je reviens vers vous, Rue de Sèvres 2018

lunedì 1 settembre 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

UNA COSA LEGGERA CHE PRIMA NON C'ERA 

Una luce in soffitta, Shel Silverstein (nella voce di Damiano Abeni)
orecchio acerbo 2025 


POESIA ILLUSTRATA 

 "Metti qualcosa 

Fa’ un disegno un po’ matto, 
scrivi una poesia scombinata, 
canta una canzone biascicata, 
usa il pettine come strumento musicale. 
Balla una danza stramba in cucina di sera, 
metti nel mondo una cosa leggera 
che prima non c’era." 

La poesia non la puoi spiegare. 
Shel Silverstein non lo puoi spiegare. 
L'unica cosa possibile e onesta da fare è leggere - dritti dritti - le sue poesie e godersi quella linea nera apparentemente incerta e talvolta tremolante che ha il dono di chiudere in sé un gioco, uno scherzo, un nonsense, un bel po' di ironia, diverse rasposità e sempre molta verità. 
Per queste due ragioni l'unica cosa che penso si possa fare è quella di aprire il libro e leggerlo e sfogliarlo. 
Ed è esattamente questa la cosa che mi ero prefissa di fare, andando a Bologna per la fiera. 
Come avrei potuto spiegare in due parole l'arte di un gigante? 
Potevo solo metterla in mostra ed è esattamente ciò che ho fatto: ho aperto il libro decine di volte e a chi avevo davanti ho letto poesie di zio Shelbi, nella pimpante traduzione di Damiano Abeni che è come il burro sul pane quando si tratta di tradurre Silverstein, da Alla ricerca del pezzo perduto in poi... 
E cosa è successo? Nessuna delle persone a cui l'ho letto, seppure in modo molto parziale (una o due poesie contro le centotrentatrè che contiene il libro di più centosettanta pagine...) è andata via senza averlo sottobraccio. 
La medesima cosa la si può fare qui.  

- A proposito di verità e di bambini: 

Preghiera del bambino egoista 

Adesso che mi preparo per andare a letto 
prego che il Signore mi tenga protetto, 
e che se muoio mentre dormo
i miei giocattoli levi di torno 
così gli altri bimbi non se li portano via... 
E così sia. 

oppure 

Esé 

 Ieri sera a letto meditavo parecchio 
quando un Esé mi è entrato nell’orecchio 
e tutta la notte ha ballato e fatto festa 
cantandomi la canzone Esé nella testa: 
Esé a scuola vado male? 
Esé hanno chiuso la piscina comunale? 
Esé qualcuno mi mena? 
Esé mi avvelenano la cena? 
Esé comincio a frignare? 
Esé, malato, finisco per schiattare? 
Esé la maestra mi boccia? 
Esé un pelo verde sul petto mi sboccia? 
Esé nessuno mi gradisce? 
Esé un lampo mi colpisce? 
Esé non cresco più? 
Esé la testa mi casca giù? 
Esé non pesco un bel pescione? 
Esé il vento mi strappa l’aquilone? 
Esé scoppia una guerra? 
Esé i miei divorziano? 
Esé l’autobus è in ritardo? 
Esé i denti mi crescono storti? 
Esé mi strappo i pantaloni? 
Esé non imparo mai a ballare? 
Tutto sembra normale, a posto, ma poi 
l’Esé di notte colpisce ancora, ahinoi! 

 - A proposito di verità e cura del mondo 

Qualcuno deve 

Qualcuno deve lucidare le stelle, 
paiono un po’ troppo fioche. 
Qualcuno deve lucidare le stelle, 
perché le aquile, gli storni, le oche 
si lamentano che sono consunte e brunite, 
ne vogliono di nuove, che non possiamo comprare. 
Per cui prendete gli stracci, 
i saponi e i solventi e lucidate le stelle, 
ridatecele splendenti. 

oppure 

Il timone di Dio 

Dio mi domanda con un sorrisino: 
«Ti piacerebbe essere Dio per un pochino 
e guidare il mondo?» 
«Oh» rispondo, «ci provo. 
Come mi muovo? 
Mi puoi pagare? 
Cosa mi dai da mangiare? 
Quando smonto?» 
«Ridammi il timone!» ordina Dio. 
«Non sei ancora pronto.» 

 - A proposito di rapporto felice tra testo e immagine 


Gran bel tuffo 

Il tuffo più elaborato mai tentato 
l’ha fatto Melissa di Prato. 
Dal trampolino si è lanciata in aria 
scuotendo testa e capelli con boria. 
Ha fatto 34 carpiati, avvitamenti e capriole, 
un quadruplo rovesciato alto verso il sole, 
e nove volte un mortale con la ruota. 
Poi ha guardato giù... 
la piscina era vuota. 

oppure 


Snap! 

Stava aprendo l’ombrello 
perché la pioggia era prevista. 
Abbiamo sentito come un colpo di pistola 
o lo schiocco di una tagliola 
e nessuno l’ha mai più vista. 

- A proposito di nonsense e di grandi traduttori 

 L’Iochì con un Giustocosa 

Toc toc! 
Chi è? 
Io! 
Io chi? 
Giusto! 
Cosa è giusto? 
Iochì! 
Questo voglio sapere! 
Ma cosa vuoi sapere? 
Io chi? 
Sì, giusto! 
Giusto cosa? 
Sì, ho un Giustocosa al guinzaglio! 
Giusto... cosa al guinzaglio? 
Sì! 
Sì cosa? 
No, Giustocosa! 
Quello voglio sapere! 
Te l’ho già detto: Giustocosa! 
Giusto... cosa? 
Sì! 
Sì cosa? 
Sì, è qui con me! 
Cosa è con te? 
Il Giustocosa. 
Siamo lui e io. 
Io chi? 
Sì! 
Pussa via! 
Toc toc... 

oppure 

Hurkoro 

Vorrei giocare a tennis e non andare dal dentista. 
Vorrei giocare a calcio e non andare dal dottore. 
Vorrei giocare a Hurkoro e non andare al lavoro. 
Hurkoro? Hurkoro? Cos’è l’Hurkoro? 
E chi lo sa. Sempre meglio che andare al lavoro.


Ecco. Tutto qui, otto cose leggere che prima non c'erano




Carla

lunedì 7 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESPRESSIVO COME UN SASSO

Tre sassi, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2025


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Lassù in cima vivono tre sassi. 
Sono sempre stati lì, in cima alla montagna. 
Ogni mattina il vento gli fa venire i brividi, ammirano le cime delle montagne, contano le pecore nella valle e guardano spuntare le piante aromatiche. 
Lì possono vivere una bella vita da sassi. 
E tutti giorni aspettano il passaggio delle grandi taccole." 

Le grandi taccole sono brave a prevedere il tempo che cambia. Quando le vedi, puoi star certo che dopo poco inizierà a piovere. E anche quel giorno va così: passa la taccola e arriva il temporale. 
Questa volta è un temporale molto violento che con un fulmine squarcia la grande roccia dove i tre sassi vivono da sempre. E li fa precipitare. 
La loro corsa si ferma in un nido, quello della taccola. 
Il panorama non è molto diverso, a parte che lì protetti, i tre sassi non hanno più i brividi del vento. 


Ma quando la taccola si accorge della loro presenza, li sbatte fuori e loro precipitano ancora più in basso. Tra il muschio e l'erba non si sta poi male, anche se non si sente più il vento, né si vedono crescere le erbe aromatiche. Ma si possono contare le pecore e guardare le cime delle montagne. Ma dal basso. 
Nel momento in cui i tre sassi possono dirsi ormai felicemente inseriti nel loro nuovo scenario, arriva una talpa, che di nuovo, con il suo scavare alla cieca, li fa precipitare ancora più in basso, in una radura e da lì la lepre fa il resto perché li piazza nelle acque di un torrente. Ed è lì che incontrano la lingua di un cane molto assetato che li spinge verso il precipizio e da lì... 

Una delle caratteristiche dei disegni di Olivier Tallec è l'espressività. 
Lo sguardo di Lupo e Lupetto, o quello di Scoiattolo, o ancora le sue pecore, il suo bambino che incrocia lo sguardo del cane. Ma hanno occhi anche i suoi alberi.
È un efficace modo di trasmettere senso senza dover tirare fuori neanche una parola. 
I neonati lo sanno bene perché anche per loro interpretare lo sguardo è misura necessaria di sopravvivenza. Come andare in bici, una volta che lo sai fare è per sempre: leggere le espressioni di un volto è cosa che si impara da subito ed è bene non dimenticarla, anzi è meglio tenerne sempre conto. Può servire. 
Ma qui i protagonisti assoluti della storia sono tre sassi, quanto di meno espressivo ci sia al mondo. Eppure. 
Tallec accetta la sfida e correda i tre di espressione. Due occhioni tondi su ciascuno. 


Occhi che spiccano nelle magnifiche tavole piene di sfumature di verdi e di blu, sia che siano rocce sfaccettate di alte montagne, o picchi isolati come Meteore, sia che siano foreste o prati, sia che siano acque correnti. Dal blu al verde, passando per il verde petrolio.
E come se non fosse sufficiente, a quegli stessi tre sassi gli dà anche carattere e, in qualche modo, solletica il lettore a immaginare il  tipo di ruolo che ognuno parrebbe avere e quindi sulle loro relazioni reciproche.


Le uniche cose che l'immagine ci dice è che sono di dimensione e colore diversi. 
In compenso sappiamo che in cima allo sperone di roccia dove vivono da sempre, sono felici. Perché da lì possono vedere (!), possono percepire il vento, visto che hanno dei brividi. La loro superficie è sensibile quanto la nostra pelle, vista l'espressione che assume il sasso maggiore nei confronti dell'insetto che gli cammina sopra, noncurante. 
Sanno anche contare e sanno leggere i segni della natura: taccola=temporale in arrivo. Tutto ciò che è stato detto finora è materia necessaria perché la storia dei tre sassi diventi quella che è, ossia si trasformi in un racconto in grado di far sorridere, ma di dire anche molto altro. 
Su cosa sia questo molto altro, forse si può tacere, mentre sulle modalità che usa per arrivare a una conclusione degna di questo nome, val la pena di spendere due parole. 


È noto a tutti, che le fiabe in cui la ripetizione di una situazione è di fatto la spina dorsale della stessa, dai Tre porcellini in su, sono quelle più adatte al pubblico dei più piccoli. Per loro è di grande soddisfazione apprendere una reiterazione di un gesto, di una situazione, e si sentono immediatamente ingaggiati a partecipare. Si tratta di un sistema infallibile per la comprensione, la memorizzazione e per la comicità intrinseca. 
Insomma, ripetere funziona sempre, basta cambiare piccoli dettagli. 
Tallec tutto questo lo sa molto bene e se ne serve per dire con assoluta leggerezza quel molto altro. 
I sassi, infatti, precipitano dallo sperone, poi dal nido, poi dal muschio, poi dalla radura, poi nel torrente... 
E ogni volta, il testo diventa un ritornello. 
Un ritornello che fa ridere, che suona e che dice, per l'appunto, anche molto altro.
Sarò muta come un sasso. 

Carla

venerdì 10 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO 

Il magico potere del disordine, Einat Tsarfati (trad. Maria Laura Capobianco) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI 

"Il disordine ha molti volti. Può essere gretto ed esibizionista, ma anche astratto e incommensurabile. Non posso giurare sul mio onore che tutti i dati contenuti in queste pagine siano corretti al 100% né che talvolta io non mi sia persa nella grettezza generale, arrendendomi alla marea trascinante del caos. Insomma: questo libro ti aiuterà a essere meno disordinato o disordinata, e nemmeno ci troverai i concetti esposti con metodo e rigore, ma forse dopo averlo letto capirai che sei in buona compagnia." 

Questa è l'unica pagina di un libro che ne ha più di duecento, che non si può considerare illustrata. Si tratta di una piccola nota introduttiva in cui l'autrice si autodenuncia come disordinata, mette in fila una serie di ragionamenti sulla questione disordine e sulla percezione che ogni essere umano ne ha, ovvero quanto ritenga sé stesso ordinato o disordinato. Racconta anche della doppia perdita del manoscritto come a voler testimoniare che mettere in ordine il disordine non è stata proprio una passeggiata di salute... 
Per smentire subito la percezione di avere per le mani un libro disordinato, basterà scorrere l'indice iniziale in cui fanno bella mostra di sé i nove capitoli che lo compongono. Ognuno di questi si accenderà per fare luce su distinte tematiche, per poi ridursi in cenere. Con cadenza regolare. Li elenco per dare onore al merito di un lavoro ordinato di un'artista che si definisce disordinata... 
1 - Perché il disordine è un problema? 
2 - Sei una persona disordinata? 
3 - Definire il disordine 
4 - Gestire il disordine, o: conosci il tuo nemico 
5 - Fare ordine senza diventare ordinati 
6 - Le Genti Ordinate 
7 - I vantaggi evolutivi del disordine 
8 - L'arte della resa 
9 - La salvezza 
Se li si leggono in sequenza si percepisce immediatamente il senso finale dell'intero ragionamento: il disordine è necessario e come tale va capito, accettato e, se possibile, anche utilizzato e messo a frutto. L'unico atteggiamento sensato è quello di saperne cogliere le potenzialità, come pure di imparare a conviverci, oppure imparare a convivere con i rari ortodossi di ordine o disordine senza fare troppe storie. Perché si sa, a questo mondo nessuno è perfetto. 

Come sempre le cose che arrivano da Einat Tsarfati si distinguono per un guizzo di genio e di follia. E anche questa volta, in questo bel librone, l'evento si ripete, puntuale. 


Partiamo dal titolo. In ogni lingua in cui il libro è stato tradotto, le soluzioni sono diverse. Dall'inglese e spagnolo: I'm a mess/Soy un desastre, passando per il francese Je suis bordelique, al tedesco, Ordentlich durcheinander, ossia Ordinatamente disordinati. 
Tuttavia credo che il titolo dell'edizione italiana vinca il premio per raffinatezza. 
A parte quella E fuori posto, si tratta infatti di una sottile parodia di un altro libro che anni fa aveva spopolato, creando molte false speranze nei suoi lettori, almeno in quelli disordinati: Il magico potere del riordino, di autrice giapponese, che aveva un sottotitolo molto promettente... 
E siamo solo alla copertina. 

Appena entriamo in medias res, che in una traduzione libera si potrebbe pensare voglia dire "in mezzo alle cose", cogliamo la rara capacità della Tsarfati di mettere in figura tutto quello che le parole non potrebbero dire, se non a costo di scrivere un libro di mille pagine. 
A prescindere dall'originalità di prospettiva che caratterizza sempre i suoi libri, mi pare che qui - molto più che altrove - Tsarfati applichi al meglio i suoi criteri che la guidano nella visual communication. 
Si percepiscono con molta chiarezza due cose.


La prima, attraverso immagini, simboli e poche, pochissime parole lei è in grado di trasmettere significati ben complessi. E' in grado di far ridere e ragionare il proprio pubblico, attraverso singole figure: una su tutte la scatola di fiammiferi che attraversa l'intero libro. 
Questa sua capacità di tenere sempre alta l'attenzione del lettore è semplicemente magnifica. Mai una volta che si riveli scontata, prevedibile. Al contrario è capace di toccare corde profonde, oppure di sollecitare fantasie, disegnando oggetti che nell'immaginario sono lì sepolti e che brillano nel tornare a galla, improvvisamente e inaspettatamente. 
Utilizza qui tutto il suo know how di graphic designer e di illustratrice pura. 
Ogni pagina è visivamente e letterariamente una sorpresa, un salto verso soluzioni di impaginazione ogni volta diverse, attraversate da un sense of humor degno delle migliori radici di Tsarfati: un capolavoro il test e i paradossi, elencati stanza per stanza: il paradosso del frigorifero, per citarne uno...


Vediamo parole che alludono a precise strategie per sconfiggere il disordine che corrono lungo i margini per lasciare posto a una mappa ideale della propria abitazione, pagine che paiono strappate da un manuale di storia dell'arte in cui si elencano le singole tipologie delle Genti ordinate. 


Oppure strappate da un libro di fisiologia umana, pagine che paiono fumetti ante litteram, per mettere in sequenze le buone pratiche con la ramazza, e altre che sembrano uscite da un fumetto di supereroi con onomatopee esagerate per raccontare un match con uno stendino pieghevole.
 

Si alternano visioni zenitali di ambienti, a immagini frontali, si sfrutta il taglio tra i due piatti della pagina con un gusto senza pari, per separare visivamente e letterariamente l'ordinato dal disordinato. Insomma Tsarfati gioca con tutto, utilizza tutto quello che le viene in mente. 
E i lettori godono sfrenatamente. 


La seconda cosa ha a che fare con i suddetti lettori gaudenti. 
Come spesso capita ai grandi autori - e Einat Tsarfati è certamente nell'olimpo - sanno rivolgersi, colpire e interessare pubblici anche molto diversi. Va da sé che ne godranno tanto quelli che abitano la sponda degli ordinati quanto quelli che vivono sul versante dei disordinati, quanto quelli che sono a metà del guado. 
Ma dirò ancora di più: con cognizione di causa ed esperienza ho visto con i miei occhi che questo libro piace a un novenne, a una quindicenne, a una trentaduenne, a un cinquantenne e a una sessantacinquenne impenitente (per chi non lo avesse capito). 

Carla