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venerdì 21 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE...  (II PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

Il testo di un albo illustrato deve assomigliare a una rete dalle maglie larghe: deve essere rete per poter sostenere la storia, la sua coerenza, ma le maglie devono essere larghe per permettere a chi lo illustra, ma poi anche a chi lo legge, di entrarci dentro e accomodarcisi. 
Ma, a parte questo, ci sono dei luoghi di un albo illustrato che sono assoluta pertinenza dell'illustratore: la copertina, i risguardi, il frontespizio... 
Sydney Smith se ne appropria immediatamente e crea una copertina con due bambini - un bambino più grande e una bambina più piccola che corrono da destra verso sinistra, in qualche modo controcorrente rispetto all'andamento consueto di un libro che si sfoglia, come se stessero tornando indietro... si tengono per mano e il maggiore tira l'altra più piccola. 
Quando Brian Floca la vede per la prima volta, si commuove. E, presumo, trovi conferma nella scelta di aver chiesto a Sydney Smith di illustrare The Island Storm. 


La doppia pagina del frontespizio è divisa in due, due doppie pagine. Nella prima, a destra, compare solo il titolo e l'immagine racconta una sorta di antefatto: di spalle un bambino e una bambina guardano fuori dalla finestra un cielo pieno di luce. E siccome è Sydney Smith che lo concepisce, c'è un meraviglioso gioco di riflessi sui loro capelli, sui loro profili. Sulle finestre o sulle porte aperte di Sidney Smith da cui fa filtrare lame di luce, sempre emozionanti, andrebbe scritto molto di più... 
L'altra parte del frontespizio, nella doppia pagina successiva, quella che ospita i crediti e le dediche degli autori, mostra un altro dettaglio importante: una donna bionda, nel vento, sta con fatica raccogliendo i panni in giardino, prima che la furia della tempesta glieli porti via del tutto o la pioggia imminente glieli bagni di nuovo. 


Poi parte il testo e, con lui, la prima immagine. 
Le parole alludono a un piano d'azione tra due: "prendimi per mano, andiamo a guardare il mare prima della burrasca"
Cose non dette dal testo: che sono fratello e sorella, che stanno uscendo di casa di corsa, mettendosi gli stivali di gomma e una giacca sui vestiti che già avevano indosso. Sono le immagini a parlare. Tu tiri me, io tiro te... 
A questo punto è accaduto: Sydney Smith dà una forma all'idea che il testo gli ha suggerito. 
Decide che quei due siano fratelli, nonostante il testo taccia su questo, per esempio. 
Decide anche un ritmo visivo, accelera nei panel che si sovrappongono e raffigurano i vari luoghi che i due attraversano. E magnificamente il testo scorre come un nastro di parole da sinistra a destra, esattamente come il nastro delle immagini sovrastanti.


Questo per arrivare a un giro pagina importante: una doppia pagina di mare in burrasca, anzi due, che comprimono il testo verso la cornice bianca a sinistra - Nel paese dei mostri selvaggi rules! 
Nella pagina successiva, lo spazio bianco per il testo diventa ancora più esiguo. 
E così si va avanti tra doppie tavole con poco testo o sequenze di panel quando la corsa di quei due attraversa luoghi diversi nella campagna. Un sottile gioco di movenze e sguardi rende ancora più tangibile la relazione che tiene insieme i fratelli. 
Sydney Smith racconta che ha pescato a piene mani nei suoi ricordi d'infanzia, ossia le "uscite" fatte con suo fratello più grande di lui di otto anni, e naturalmente ha "usato" per i due bambini raffigurati un distillato dei suoi due figli, Sal e il biondissimo Emrys, cui il libro è dedicato (loro sono anche i soggetti della bellissima copertina, con annessa finestra, dell'Illustrators Annual 2025). 
Racconta che la cosa che lo interessava era creare un sottotesto ulteriore, ossia rendere visualmente la relazione affettiva e di dipendenza fra i due. 
E poi c'è lei, la madre. Neanche un rigo che la riguardi nel testo originale, che Floca poi è ben contento di limare su questa nuova presenza. 


Sydney Smith ha sentito il bisogno di inserirla per poter far partecipare i lettori, anche e soprattutto in un'auspicata lettura condivisa tra grandi e piccoli, della trepidazione anche di un adulto. 
Fondamentale che lei abbia una torcia in mano (peraltro è l'ennesima prova per Smith di restituire al lettore - a livello emotivo e sensoriale - un effetto luminoso)  a testimoniare anche il suo stato d'animo, la sua paura. 
In questo modo, con questo finale accadono due cose importanti: da un lato si dimostra che a casa c'è qualcuno che è in pensiero per te, c'è qualcuno che ti ama molto e dall'altro, nella lettura condivisa, quello stato delle cose non fa altro che cementare la percezione che leggere assieme una storia può diventare anche un'emozione comune, rinforzando la relazione affettiva tra un grande e un piccolo.


Questa è una delle ragioni che all'epoca convinsero l'editore americano - Neal Porter - a pubblicare il libro. 
Ma non fu la sola: lo convinse anche e molto il fatto che la nettezza del testo di Floca abbia trovato un corrispettivo così "emotivo" nelle tavole di Smith, che solo in apparenza possono considerarsi spontanee e immediate. Sono, al contrario, frutto di un lungo processo che, tentativo dopo tentativo, molte sono le prove che fa anche sui materiali, arriva a raggiungere la soddisfazione personale dell'autore che è l'unica che gli assicura di aver raggiunto il suo risultato migliore. 

Carla

venerdì 7 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE... (I PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, 
sotto un cielo pesante e sempre più cupo. 
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. 
Rimbomba nelle orecchie, scuote le piante, sbatte i rami sui rami toc toc toc! 
Sugli scogli non ci siamo più mossi, scogli come immensi ossi 
consumati e percossi dall'acqua e dal tempo 
da burrasche come questa che ci sta venendo addosso..." 

Insieme, questi due bambini escono di casa e si avventurano per andare incontro alla burrasca, una grande tempesta sul mare, che si sta avvicinando. 


Attraversano il boschetto con il vento che si fa sempre più teso. I rami sbattono tra loro, ma i bambini proseguono. Arrivano sul mare e lì le onde sono alte e impetuose, ma si sentono al sicuro sugli scogli. Il suono, il rombo dell'oceano li avvolge. 
È abbastanza come prova di coraggio? Devono tornare indietro o proseguire nella burrasca sempre più vicina e sempre più furiosa? 
La risposta è: tu tiri me, io tiro te, e andiamo avanti.
Attraversano i campi e quei pochi che la burrasca ha colto di sorpresa stanno correndo al riparo... 
Loro no, tu tiri me, io tiro te, e andiamo avanti. Fino ad arrivare al villaggio, dove ormai non c'è più nessuno  per strada. Ma al primo tuono che scuote l'aria , decidono di correre indietro. 
Come Pollicino fanno il percorso a ritroso e quando tutto sembra molto pericoloso, Tu tiri me, io tiro te... una luce in lontananza. 

Almeno tre cose magnifiche sono dovute accadere per arrivare a questo libro, che è la quarta cosa bellissima, in realtà. 
La prima: l'incontro. La seconda: questo testo. La terza: queste immagini. 
Sydney Smith e Brian Floca sono due giganti della letteratura illustrata per l'infanzia. 
Hanno entrambi un pedigree di tutto rispetto e i loro libri hanno collezionato nel tempo i più prestigiosi riconoscimenti. 
Entrambi scrivono, ma soprattutto illustrano. Seppure con un segno sideralmente distante. La precisione ossessiva di Floca, non a caso allievo di Macaulay alla Risd come David Wiesner, è tutt'altra cosa dall'espressionismo luminoso di Sydney Smith. 


I due, ovviamente, si stimano reciprocamente per la loro arte e così capita che, nel 2022, durante uno dei passaggi di Sydney Smith a New York vada a trovare Brian Floca nel suo studio di Brooklyn. In quell'occasione Floca tira fuori dal cassetto un suo testo che propone a Smith. 
Da parte sua, Brian ha l'assoluta certezza che, visto l'argomento, il suo stile non sia adatto, mentre quello di Sydney sarebbe perfetto... 
Lui lo legge e accetta. 
A convincerlo ha giocato un fattore importante: Brian Floca, come lui, è un visual thinker, anche se molto diverso da lui dal punto di vista stilistico. Ma questo lo abbiamo già detto. 
I due, a questo punto, smettono di chiacchierare troppo sul da farsi, sul come procedere: Floca si mette nelle mani di Smith e, come succede ai due bambini della storia, decidono di fare squadra e di fare un po' di strada assieme - tu tiri me, io tiro te! 
A ben vedere, lavorare a quattro mani per un libro è un po' questo: prendere coraggio e intraprendere un'avventura di collaborazione e fiducia reciproche. Si può dare per acclarato che Brian Floca lavori nei suoi testi cercando di esprimere al massimo il portato emozionale e sensoriale del racconto e Sydney Smith è perfettamente allineato. 


Così si arriva al secondo evento magnifico: il testo, appunto. 
Si tratta di una storia di coraggio, ossia di voglia condivisa di superare i propri limiti. 
L'infanzia è il tempo delle prime grandi prove, ma è anche il tempo della condivisione. Se si è in due, si va avanti con più sicurezza. È vero anche che le prime grandi prove si presentano davanti a un mondo che si manifesta più grande, davanti a una natura meno conosciuta, qualcosa che fa sentire minuscoli di fronte agli scricchiolii e all'oscurità di un bosco, davanti al rombo dell'oceano, davanti a spazi grandi, a case disabitate, alla solitudine di una città vuota e allo scoppio di un tuono. 
Così, la sua prosa poetica - una qualità che per Floca era già stata notata e apprezzata all'epoca di Locomotive, nel 2014 - qui affidata alle sapienti mani di Damiano Abeni anche in italiano diventa suono, oserei dire musica, che evoca sensazioni palpabili. 
A partire dal titolo, che si discosta un po' dall'originale Island Storm, in onore di quella parola "burrasca" che, con quel bu che esplode all'inizio e quelle due erre che rombano nelle bocche di chi la pronuncia per poi scoppiare nella sillaba sca che tutto chiude. 
Insomma, poesia o canzone con un ritornello.
Burrasca, parola non tanto usata, almeno non quanto tempesta o temporale. 
Un testo che ricorda nel suo andirivieni Nel paese dei mostri selvaggi, ma ancora di più l'andamento del testo poetico e soprattutto musicale, di Michael Rosen per A caccia dell'orso andiamo, laddove c'è un percorso di andata più lento e uno di ritorno, simmetrico ma ben più accelerato, lì un orso, qui un tuono!

[continua] 

 Carla

mercoledì 8 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

CON AFFETTO, PAPÀ 


È il 3 marzo. Esattamente un anno prima, il papà di Lucas è stato cremato. 
Un intero anno senza suo padre ha svuotato la vita di Lucas come quella di sua madre: un Natale senza, un Capodanno senza, un compleanno senza, la prima media senza. In quella casa ormai sembra che manchi pure l’aria. 
Oggi è di nuovo il 3 marzo e Lucas riceve una scatola, una banale scatola da scarpe. "Me l'ha detto papà - dice la mamma- che dovevo dartela dopo un anno". 
Un anno. Un ciclo intero di stagioni, un ciclo intero di giorni. Ora può cominciarne un altro, e sarà scandito dal contenuto di questa scatola. 

Prendi un biglietto alla volta, in ordine. Inizia dal numero 1. Non più di un biglietto a settimana. Ma non devi per forza aprirne uno tutte le settimane. Tra uno e l’altro puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. 
 Con affetto, papà 
 
Ci sono dentro le 16 lettere che il padre ha scritto per lui,16 messaggi che possono essere brevissimi (messaggio n. 1: Ciao, Luca) o molto più lunghi, possono contenere riflessioni, semplici domande, una chiave con un indirizzo dove recarsi o missioni da eseguire, per esempio terminare la costruzione della casa sull'albero che hanno dovuto interrompere Con la sopravvenuta malattia. Le indicazioni possono arrivare a essere anche super dettagliate (utilizza le viti a testa di cigno. È importante che usi viti a testa di cigno) salvo poi scoprire in ferramenta che le viti a testa di cigno proprio non esistono. 
C’è molta ironia in questa storia che potrebbe sempre pericolosamente cadere nel melenso ma che invece non lo fa. 
Lucas è un tipo simpatico, ha i suoi compagni di classe, compreso Sleppa il bullo, ha i suoi prof, ha una sonora cotta per Eva e ha doti di apprendimento parecchio spiccate per cui il suo cervello è capace di contenere una serie svariatissima di dati, di fatti, nozioni che lui comincia a elencare tra sé e sé nei momenti in cui l'emozione potrebbe sopraffarlo. 

Ho un sacco di libri pieni di questo tipo di fatti, curiosità che non ti fanno venire da piangere, come ad esempio il numero di specie di uccelli canterini esistenti o che il twatwa è un uccello canterino del Suriname che qui da noi si chiama semplicemente becco grosso. Ma twatwa e un nome molto più bello. Sono tutte informazioni che mi ficco in testa in modo da poterci pensare quando è necessario. Al funerale di papà ho recitato a mente tutta la linea del tempo dei dinosauri. 

E poi Lucas (e quindi la sua autrice) sa raccontare davvero bene: la sua voce, pagina per pagina, ci dice la quotidianità scandita dall'apertura dei biglietti e dalle vicende legate alla realizzazione di quanto scritto dal padre, ma è anche costantemente inframmezzata da un flusso di pensieri che ci portano avanti e indietro nei suoi ricordi e nella sua immaginazione, liste di nozioni incluse. Questo incedere del racconto produce in chi legge una particolare forma di ascolto, che risulta molto intimo e al tempo stesso capace di osservare ed apprezzare tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto. 
E poi non mancano le avventure. 
Perché questi bigliettini hanno il potere di fare accadere cose, anche impensabili, quelle che possono capitare quando si esce dalla propria zona di comfort, che in questo caso è il lutto per la perdita del padre e la nostalgia per la vita come era prima. A ogni biglietto sembra aprirsi più spazio, la casa stessa si trasforma. Così può accadere che il tipo del ferramenta, una volta constatata l’inesistenza delle viti a testa di cigno, si offra di aiutarlo a terminare la costruzione della casetta sull'albero, o che la mamma si ritinga i capelli, o che la vicina lo coinvolga in un furto mentre il suo sogno d'amore con Eva pare infrangersi proprio contro il fascino aggressivo di Sleppa. Può accadere che arrivi un cane, un nonno, un occhio nero, un incendio...
Vita, insomma, rimessa in moto, ingranaggio dopo ingranaggio. Mai cupo anzi avventuroso, questo romanzo sulla morte, si può proprio dirlo, è pieno di vita e può essere proposto a lettrici e lettori a partire dai 10 anni. 

Patrizia 

16 lettere per Lucas, Marlies Slegers, trad. Valentina Freschi, Il Castoro 2024 

lunedì 11 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL SERISSIMO STRUZZO

L'esploratore, Michela Nodari, Andrea Antinori 
Glifo Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Qualche anno fa sono partito. 
Ho preparato tutto il necessario. 
Ho salutato chi dovevo salutare. 
Mi sono voltato indietro tante volte. 
Non sono mancate le lacrime 
ma dovevo farmi coraggio. 
Perché io sono un esploratore. 
E l’avventura è il mio mestiere." 

In un giorno qualsiasi, questo piccolo, almeno il più piccolo di tutti, si mette in cammino e si lascia alle spalle gli affetti. Supera la malinconia e comincia la sua lunga e tortuosa strada verso l'ignoto. 


Si perde numerose volte, incontra gente diversa: grandi, piccoli. Con alcuni fraternizza, con altri un po' meno. 
Poi, con altri ancora, stringe "forti alleanze" e condivide la grande avventura... 
Pericoli, ma anche belle novità. E via andare: lentezze, ma anche grandi velocità. 
E poi, in un altro giorno qualsiasi... 

In tutta onestà, devo alla cornicetta di fiori della copertina la prima ragione del mio interesse. Questo tipo di decorazione che ha riempito per anni i quaderni di legioni di bambini, all'interno del libro ha una sua eco in alcune pagine in cui la parte inferiore del disegno sembra uscire dalle pagine di uno di detti quaderni, quello di un bambino dotato nel disegno (quale è Andrea Antinori!): uno su tutti, il pattern di funghi e piantine. 
La seconda cosa che mi ha incuriosito subito dopo è lui, il protagonista. 
Una creaturina gialla, sorridente, con uno zaino in spalla a cui è attaccata una tazza da globetrotter. E il fatto che cavalchi uno struzzo.


La storia raccontata da Michela Nodari, il cui finale è l'altra cosa notevole che mi ricorda un po' l'Orso e i sussurri del vento di Marianne Dubuc, stride lievemente con i disegni di Andrea Antinori e questo è già di per sé un bene. 
Tra le righe del testo che è giustamente ridotto all'osso non è dato sapere nulla del protagonista, men che meno la sua età. 
In quello spazio muto si infila l'idea di Antinori di dare al protagonista quelle precise fattezze. 
Piccolo, sia per altezza sia per età, non identificabile con un bambino, ma piuttosto con una creaturina che ricorda un coniglio o un orsetto. 
Contrariamente alla loro timidezza, questo, come anche il suo più noto predecessore, Lorenzo di Anais Vaugelade, parte e va. E contrariamente alla migliore tradizione delle mamme chioccia, le due rispettive genitrici, li guardano allontanarsi, trepidanti, ma piene di fiducia e consapevolezza che sia giusto così. 
Antinori decide anche un po' di altre cose: chi sono quelli che l'esploratore si lascia alle spalle - mamma, papà e fratellone? - chi sono le persone alte e quelle basse. Decide che questo piccolo cavaliere senza paura cavalchi non un destriero ma un insolito e serissimo struzzo. 


Decide cosa fargli fare insieme, decide anche come sia il mondo da cui partire e quello da attraversare. Che sia uno solo e come sia fatto il personaggio con cui stringere le grandi alleanze. Su tutto questo Michela Nodari giustamente tace. 
E ancora, quali siano i pericoli a cui il testo allude, e cosa mettere nello zaino e come arredarne la casa, con telescopio e cavallo a dondolo. 
Va da sé che essendo un albo illustrato per bambini piccoli, in qualche modo i non detti del testo possano suggerire che il protagonista sia coetaneo dei propri lettori, così come lo raccontano le figure di Antinori, e che quindi faccia sorridere di tenerezza l'idea che la prima partenza risalga a qualche anno prima e che un esploratore, così come si dichiara, non abbia mai tregua veramente. 


Come capita spesso nei disegni di Andrea Antinori si possono perdere minuti a osservare i piccoli dettagli, i giochi di sguardi, le espressioni che mette in faccia a tutti gli abitanti delle sue pagine colorate. Ed è una gioia farlo!
 
Carla

mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla

mercoledì 7 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

È GIÀ TUTTO SOTTO I NOSTRI OCCHI


Tobia, il romanzo di Timothée De Fombelle, torna in Italia presso Terre di Mezzo e con un nuovo titolo: al precedente Tobia, un millimetro e mezzo di coraggio si sostituisce il Tobia, una vita sospesa, più fedele al testo originale e di fatto al senso dell’intero libro.

La scelta del primo editore, San Paolo, che portò questa storia in Italia nel 2012, fu quella di focalizzare l’attenzione sulla dimensione eccezionale del protagonista, di fornire un’informazione che funzionasse da gancio incuriosendo e spingendo alla lettura.

Il sottotitolo attuale gioca un’altra carta, quella dell’incertezza esistenziale e quindi apre a un ventaglio anche più alto di significati, laddove il primo connotava la storia in senso avventuroso.

Che la storia sia avvincente e molto coinvolgente è indubbio, ma forse ora i tempi sono anche più maturi rispetto a una decina di anni fa perché il valore di questo racconto si possa cercare anche in altro.

La produzione per ragazzi più recente preferisce storie in cui il livello di tensione sia molto alto, in cui la componente di mistero sia in ogni caso presente. E i motivi sono noti, tra questi il fatto che i lettori attuali (badate bene, non soltanto giovani!) fatichino a tenere la concentrazione su un testo che richieda uno sforzo prolungato: i ritmi lenti, le lunghe descrizioni sono di fatto banditi, sostituiti da improvvisi cambi di scena ed eventi non attesi.

La storia in oggetto di fatto possiede tutte le caratteristiche ritmiche per essere ancora amata dai più giovani, di qui la scelta di una proposta nuova che però cerchi di veicolare anche tutta un’altra serie di contenuti che nel frattempo sono diventati cruciali nel dibattito sociale. Mi riferisco alla questione ambientale che De Fombelle ripercorre in tutte le sue tappe e che soprattutto propone come uno dei tasselli di un discorso molto più articolato, a dimostrazione del fatto che nel nostro pianeta, come sulla quercia su cui vive Tobia, la degenerazione del contesto ambientale è una delle conseguenze di un modo di intendere la vita e il rispetto che scegliamo di riservare agli altri. Che sia su un ramo, o in un intero continente, cercare di ottenere un profitto nell’immediato, trascurando o peggio ignorando completamente le conseguenze, è un gesto mai neutrale, ma fortemente politico.
Tobia è un ragazzino di appena tredici anni, fa parte di una comunità di individui dell’altezza media di un paio di millimetri. La popolazione è organizzata in gruppi che abitano le varie sezioni di una grande quercia, dai rami più alti (arieggiati, scaldati dal sole e raggiunti dalla luce) occupati dai più abbienti, ai più bassi (luoghi quasi sempre in ombra e quindi caratterizzati da grande umidità) dove trovano alloggio quelli che possiedono meno.
Il padre di Tobia, Sim, è un noto e stimato scienziato che ha studiato l’albero e i suoi abitanti e che è riuscito a scoprire le grandi potenzialità di una sostanza che sgorga all’interno del tronco, la linfa nella sua forma grezza, e che riuscirebbe a fornire energia e autonomia di movimento a marchingegni costruiti dall’uomo. E lo rivela mostrando come, alimentato da questa sostanza, un piccolo insetto di legno, Balaina, sia in grado di muovere le zampe e camminare autonomamente
Sì, il metodo Balaina avrebbe cambiato la loro vita e loro erano pronti a portare mio padre in trionfo.
Ma lui continuò: “L’unico problema è che a me questa vita piace così com’è e non ho voglia di cambiarla. L’unico problema è che io volevo solo dimostrare che l’albero è vivo”.

Non è difficile immaginare quale possa essere la reazione dell’intera comunità che dopo aver assistito a una grande scoperta in grado di rivoluzionare la vita di tutti, si veda poi privata di questa possibilità dall’autore della scoperta che, in nome della salvaguardia della salute dell’albero, si rifiuta di rivelarne i dettagli.

Sim e la sua famiglia saranno costretti all’esilio in un primo momento. I due adulti verranno poi catturati, Tobia riuscirà a fuggire grazie alla scaltrezza del padre, ma gli anni che seguiranno saranno segnati da una corsa senza sosta. Il ragazzino, custode di una preziosissima pietra, sarà il ricercato numero uno e la sua lunga e faticosa fuga lo condurrà alla conoscenza di numerose persone, ma soprattutto gli svelerà la disonestà di tante che credeva amiche.
Il romanzo parte dalla fuga per poi ricostruire pian piano, per mezzo di flashback e racconti dello stesso protagonista, i fatti che conducono fino a quel punto. Come in un puzzle che si completa progressivamente di parti mancanti, il quadro si conclude alla fine della storia e a sua volta si rivela solo il punto di partenza per la prosecuzione nel volume che uscirà nella primavera 2026.
Il padre di Tobia si dimostra figura centrale per l’integrità della sua morale che ostinatamente decide di perpetrare. Quella che lui aveva tra le mani era di fatto una bomba che avrebbe decretato la fine della vita sull’albero. 
Non penso di esagerare ipotizzando che De Fombelle abbia costruito questo personaggio pensando a quei fisici, Fermi e Oppenheimer, tra gli altri, che si trovarono di fronte a una scoperta (l’energia nucleare) che avrebbe deciso le sorti dell’intera umanità.

La letteratura è per fortuna ancora il luogo in cui possiamo immaginare che ci sia qualcuno che scelga di tirare il freno e procedere in una direzione contraria rispetto a quella di tutti.

Il giovane Tobia è di fatto il portavoce di questo valore assoluto, si muove avendo ben presente quel pensiero che, come un faro, lo guida e lo sostiene nelle durissime prove che affronta.

Il mondo costruito in questo romanzo non è alternativo a quello reale, lo riproduce nei modi di organizzarsi e nelle sue degenerazioni. Il salto compiuto riguarda piuttosto le dimensioni. A un certo punto, così come è successo alla specie umana quando è riuscita ad alzarsi in volo, anche Tobia guarda al proprio albero rendendosi conto che non si tratta dell’unica realtà esistente. La quercia sulla quale lui e gli altri abitanti hanno costruito la loro vita è proprio quella che si trova nei nostri boschi; Tobia, Elisha (personaggio assolutamente centrale e lo sarà ancora di più nel seguito di questa storia) sono esseri che “potremmo” scorgere se dotati di potentissime lenti di ingrandimento. Lo sforzo che De Fombelle chiede al lettore è quello di sprofondare tra le pieghe di una corteccia, tra le foglie e i buchi scavati nei rami. È già tutto davanti ai nostri occhi, occorre solo aguzzare lo sguardo.

Teodosia


Tobia. La vita sospesa di Timothée De Fombelle, traduzione di Maria Bastanzetti
Terre di mezzo, 2025



lunedì 5 gennaio 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

NELLA BURRASCA, UN PORTO SICURO

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni)
orecchio acerbo 2025


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Prendimi per mano, 
andiamo a guardare 
il mare prima della burrasca.
Imbocchiamo la strada di ghiaia che scende alla baia, ogni passo uno scrocchio.
Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, sotto un cielo pesante e sempre più cupo.
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. Rimbomba nelle orecchie,
scuote le piante, sbatte i rami sui rami, toc toc toc!
Sugli scogli non ci siamo più mossi, 
scogli come immensi ossi,
consumati e percossi 
dall’acqua e dal tempo, 
da burrasche come questa
che ci sta venendo addosso."


Due bambini decidono di comune accordo di uscire e andare incontro alla burrasca che si vede all'orizzonte. In fondo è un pericolo lontano: lo si può guardare.
Seguono il sentiero che porta al mare. Attraversano un bosco e il cielo si fa sempre più nero. I rumori del vento sono forti e anche il mare si è ingrossato e loro, fermi sugli scogli, sono colpiti dagli spruzzi che fanno le onde.
Potrebbe bastare e potrebbe essere il momento di tornare indietro. Ma no.
Continuano a camminare lungo la costa. Incontrano la vicina di casa che suggerisce loro di rientrare perché la burrasca è sempre più vicina. Ma no.
Continuano a camminare, mano nella mano: vedono un faro e case abbandonate.
Comincia a piovere, ma loro continuano a camminare e attraversano il villaggio sotto un acquazzone potente. Potrebbe essere questo a fermarli. Ma no.
I negozi che di solito sono pieni di gente, le strade che di solito brulicano, la gelateria amatissima ora sono luoghi deserti e spettrali.
E poi BUM! il primo tuono...


Un testo che suona dal principio alla fine. Questo è quello che Brian Floca ha concepito un giorno durante una sua residenza artistica. 
Come nella maggior parte dei suoi testi, c'è una musicalità potente. 
Qui forse anche più che altrove. 
Lui, che di mestiere fa l'illustratore (e che illustratore: allievo alla RISD di David Macaulay; Caldecott Medal nel 2014, se non erro), capisce che questa bella prosa poetica lui non la illustrerà mai. Il suo modo di disegnare non è adatto, si tratta di un testo estremamente 'visuale' ma lontano dalle sue "precisioni" alla Macaulay.
E così succede quanto segue: durante una visita di Sydney Smith nello studio di Brian Floca a Brooklyn (i due si conoscono e si stimano reciprocamente un bel po', come è giusto che sia), quest'ultimo gli propone di leggere Island Storm e gli chiede di illustrarlo.
Quella burrasca che cresce, quella natura così forte, quei due bambini in cerca di emozioni e avventura, piccoli, coraggiosi e così intimamente legati fra loro, quella loro voglia di andare avanti nella certezza che insieme ce la faranno a superare ogni ostacolo, tutto questo è nelle corde di Sydney Smith da sempre.
Per i più distratti, basterà ricordare Piccolo in città, dove il coraggio di un piccolo è sotto gli occhi di tutti, oppure riandare a Io parlo come un fiume, dove il rombo scomposto quanto naturale di un fiume è la chiave del libro, oppure ancora rileggersi Ti ricordi? dove l'essere in due nei ricordi così come davanti all'incertezza di domani può rappresentare il dissolversi di molti timori, di grandi e piccoli.
Quindi accade che Sydney Smith accetti entusiasta.
I due si parlano poco durante la fase di creazione di Smith. 
Fanno solo due chiacchiere intorno a un paio di punti che riguardano i personaggi e la loro reciproca relazione.
Poi Sydney Smith parte e con i suoi disegni e cerca di dare ancora più forza e potenza a un testo che è già pieno di bellezza.


L'aspetto che lo colpisce e che gli interessa più di ogni altro è il rapporto interpersonale tra i due bambini. Gli piace questo loro andare avanti a farsi reciprocamente coraggio. Gli piace che si mettano alla prova. Gli piace che provino entrambi e insieme tanto il coraggio quanto la paura. Gli piace massimamente il finale, al quale aggiunge un dettaglio che fa saltare sulla sedia Brian Floca.
Ma se ne parlerà fra un attimo.
Quei due che sfidano la burrasca, che vogliono osare pur avendo paura, che si sentono forti perché non sono da soli, gli ricordano tanto la sua infanzia quando suo fratello più grande di otto anni se lo portava sempre dietro. Ma nello stesso tempo quei due bambini gli ricordano anche i suoi due figli: Sam il maggiore ed Emrys il più piccolo, biondo pannocchia. Se aveste curiosità di vederli, non avete che da andare a vedere la magnifica copertina del catalogo degli illustratori di BCBF 2025: sono quei due, ritratti mentre disegnano nella cucina di casa, inondata di luce.
E questo è quello che accade.


I due bambini - non meglio definiti nel testo - diventano un fratello e una sorella, ovvero prendono la forma della loro relazione reciproca, due fratelli ma anche due amici solidali tra loro che, con impermeabili e stivali di gomma, vanno a vedere il mare in burrasca, corrono nella campagna, non danno retta alla vicina, arrivano nel villaggio che conoscono, ma sotto tutta quell'acqua, quasi non riconoscono...
Poi c'è qualche cosa che nel testo inverte la rotta (come in Sendak o in Rosen/Oxenbury): qui si tratta di un tuono. 


Come negli altri due esempi, il nastro si riavvolge fino a tornare a qualcosa che possa assomigliare a un porto sicuro.
Ed è qui che Smith inserisce un elemento visivo, che nel testo manca totalmente: una donna che corre nella pioggia, spettinata e coperta dal suo trench giallo, uscita di casa con una torcia in mano e una faccia preoccupata.
Nel testo, potete controllare, tutto questo non c'è. 


Eppure quella mamma, finora nascosta, è davvero un regalo immenso per il libro. 
E questo Brian Floca lo capisce al volo. E, commuovendosi di gioia davanti alla copertina, pensa tra sé quanto sia bello vedere le proprie parole cambiare e crescere nelle mani di altri. 
Sommessamente si potrebbe soggiungere: e che mani...
Gli piace così tanto l'idea di questa mamma nella pioggia che modifica, ovvero taglia, anche parti di testo per seguire l'intuizione di Smith.
Quella madre, grazie a quella torcia, è lì a dire un sacco di cose che il testo tace: "sono spaventata quanto voi, bambini". "Vi vengo incontro, bambini, per portarvi in salvo." E in quell'abbraccio, che commuove, aggiunge senza dirlo "Io sono il vostro porto sicuro. Nella burrasca."

Carla