Visualizzazione post con etichetta emozioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emozioni. Mostra tutti i post

mercoledì 6 agosto 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COPERTI DI FANGO 

Due albi per mostrare e rendere fruibile il sotterraneo dialogo che si compie tra il sopra e il sotto, tra l’oscurità e la luce, il male e il bene. Due albi per conferire narrazione e parole all’interdipendenza tra la felicità e la rabbia, lo scontento e l’eccitazione, poli energetici apparentemente in conflitto ma facenti parte, tutti, della multisfaccettata e organica capacità umana del sentire. 
Due albi necessari, per spodestare un poco il valore che viene dato in automatico alle emozioni positive e smascherare come sia invece l’alfabetizzazione sensibile dei vissuti negativi a potenziarle, perché esattamente come per la tridimensionalità delle immagini, al nostro cuore servono anche le ombre, per vedere. 


In Sua altezza Poltiglia Principessa di Fango la consapevolezza profonda che Beatrice Alemagna da sempre dimostra per la coesistenza nell’animo bambino tra male e bene, luce e ombra è rintracciabile fin dal titolo, dove la poltiglia e il fango, elementi materici che si trovano letteralmente sotto i nostri piedi vengono legati a doppia mandata a concetti astratti quali altezza e regalità. Un titolo che è quindi una dichiarazione di intenti per quello che verrà raccontato. 


Questa è la storia di Yuki, che sconfortata dall’ennesima incomprensione con Sen, silenziosissimo e imbronciato fratello maggiore, getta le chiavi in un tombino. 
Yuki è colei scende, compiendo il passo volontario di entrare nella propria riconosciuta negatività. Perché lo dice subito, lei, di essere cattiva e intrattabile, ammette di urlare e sbattere i pugni a terra, sa di ingarbugliarsi come fili elettrici con grande facilità. Yuki butta le chiavi nel tombino e poi decide di andarle a riprendere, ed è qui, sotto lo strato di asfalto e pietrisco che separa la città del quotidiano dai suoi malmostosi sotterranei, che la sua avventura apre davvero alla consapevolezza. 



Negli oscuri cunicoli a cui approda, Yuki fa la conoscenza di sua altezza Poltiglia, la Principessa di Fango: una massa informe e bonaria che la invita cortesemente a seguirla nei luoghi in cui viene accumulato, analizzato e gestito il fango dell’anima, questa rabbia che Yuki si ritrova appiccicata addosso ma che, a quanto pare, oltre che a sporcare ha anche altre caratteristiche. Passando per la Giungla Nera, dopo aver fatto conoscenza con Caccoli, (piccoli e buffi esserini deputati allo sviluppo del senso di Colpa) Yuki oltrepassa Lagondiglio, e arriva alla Rabbioteca, dove scopre che la rabbia può essere catalogata a seconda delle sue specifiche modalità di espressione, e addirittura assaggiata, passando da sentimento informe a travolgimento scomodo sì, ma anche ricco di informazioni da degustare. 


Non solo: a corollario di questa alfabetizzazione gourmet, nei sotterranei – sempre bellissimi grazie all’illustrazione caleidoscopica e sensibile di Alemagna – Yuki mette a fuoco due questioni nevralgiche. La prima è l’interdipendenza tra il proprio sentire e le dimensioni della Principessa di Fango; la seconda è conseguenza diretta della scoperta che anche suo fratello sia passato di lì. Il fatto che tutti abbiano accesso ai sotterranei, che addirittura Sen abbia conosciuto la Principessa, che la rabbia e il suo fango appiccicoso non siano un fatto personale e solitario, legato indissolubilmente alla propria identità ma al contrario uno stato quasi fisiologico di pertinenza comune, permette a Yuki di ribaltare la gerarchia che relega il suo sentimento ai margini, come una inadeguatezza da nascondere e ignorare. È dopo aver disinnescato questi due fattori che Yuki può concepire la risalita. Mano nella mano con il fratello, approda alla calma lineare delle strade consuete, dei marciapiedi e dei muri. È tra le pareti di casa, tutte dritte, che la Principessa mostra il suo dono. 


 
Accolta, nominata, conosciuta e condivisa, sua Altezza Poltiglia si mostra per quello che è, un accadimento naturale quanto la pioggia, da attraversare senza paura come si attraversa la gioia, passeggero come passeggero può essere lo sporco che imbratta i vestiti, scomoda, certo, ma non per questo priva di angoli di bellezza. 


Percorso inverso quello de Il sasso più bello, anche se sempre giocato sulla linea retta che divide il sopra e il sotto, il limaccioso e l’aereo, il ristagno della palude e il movimento della corrente. Fin dalle prime pagine siamo accolti da tavole scure e avvolgenti, che pur suggerendo staticità sono percorsi da fremiti e bagliori, un’inquietudine dorata che sembra cercare una strada per oltrepassare i tratteggi fittissimi. 


Di questo si tratta: di un luogo dove l’acqua ha smesso di scorrere, dove le cose sono quello che devono essere e nulla si muove. In questo albo non si scende: siamo già sotto. La melma ha invischiato ogni vitalità, riempie gli occhi del panettiere fin dal primo mattino, l’acqua trattenuta ristagna a bordo del tavolo della colazione e per raggiungere i banchi e insegnare qualcosa le maestre devono strappare giunchi e ninfee. Primi piani della vegetazione si alternano a visioni notturne di treni e stazioni, dove i ricordi dell’infanzia si susseguono rapidi, frammenti che pur luminosi non possono che essere fagocitati dal martellante ritmo delle giornate. A quanto pare, non esiste sasso che possa rimbalzare su acque di questo genere, perché a stare sott’acqua ci si fa l’abitudine. 


Eppure, anche in un luogo così immobile è possibile che qualcuno azzardi il cambiamento. Accade una notte che bagliori e macchie trovino una strada per arrivare al cielo: un signore fa rimbalzare dei sassi sulla superficie irreprensibile dell’acqua, e questa in risposta risponde schioccando, come fosse uno strumento musicale. Dalla riva, suo figlio batte le mani e ride. Risvegliati dalla misteriosa melodia che sembra una lingua sconosciuta, altri bambini risalgono dalle profondità limacciose e, liberi dalle costrizioni del fango, si raccolgono attorno all’uomo alla ricerca del sasso più bello, quello con cui eseguirà il lancio perfetto, che rimbalzerà fino all’orizzonte e poi oltre, all’infinito. 


Questo uomo, senza nome, con la barba incolta e i vestiti stazzonati, è colui che risale. Colui che per amore si ribella alla rassegnazione compiendo un gesto che ha l’audacia del gioco e le radici profonde della memoria. Con una tecnica impeccabile, questo uomo al pari di un mago ha il potere di far scoppiare fuochi d’artificio e di accendere nei cuori altrui la meraviglia a il desiderio di emulazione, moltiplicando l’energia originaria nei gesti e nella gioia di tutti. Tutti i colori che serpeggiavano furtivi nelle illustrazioni, quasi inquinando le massicce campate di nero, convogliano liberi nei ricchi fondali marmorizzati e dinamici per sostenere questo slancio: arrivato sull’altra sponda il sasso non si ferma, trascina con sé l’acqua della palude, lo stagno comincia a gonfiarsi trasformandosi velocemente in onda gigantesca, in torrente, in fiume. 


Eccoli: Sua altezza Poltiglia principessa di Fango e Il sasso più bello
Due albi in cui si parla di ciò che sta sotto, il luogo dove la materia tutta decade, si frammenta, si decompone e dopo aver preso una pausa, si riconfigura. Il luogo del fango, un elemento che sporca, macchia, spesso maleodora e trattiene, da cui si cerca di allontanarsi ma in cui maturano i presupposti della fertilità futura. Perché è sempre qui, a contatto con la frantumazione minima, che si sviluppa la capacità di posizionare la gioia. È attraverso l’esaurimento dell’esperienza che è possibile risalire alla trasformazione. Perché in ogni frammento è conservata una minima parte del tutto, forse una luce giallo acida che non va perduta mai, nemmeno quando in apparenza sembra di essere tutti coperti di fango. 


Giorgia

“Sua altezza Poltiglia principessa di fango” Beatrice Alemagna, Topipittori, 2025 
“Il sasso più bello” Gilles Baum, Joanna Concejo, (traduzione di Lisa Topi), Topipittori, 2025 


lunedì 17 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA SEIN 

Oggi come stai? Kathrin Schärer (trad. Claudia Valentini) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Sono incuriosito." 
"Sono impaurito." 
"Sono felice." 
"Sono triste." 
"Sono nei guai." 

Ogni volta un'emozione, uno stato d'animo, attraversa gli animali che lo esprimono attraverso l'espressione di musoni e musetti e attraverso la loro postura del corpo. 
Un ermellino è impaziente e si sporge in avanti per capire perché la fila per comprare il gelato vada tanto a rilento... 
Un elefante è indeciso su che gusti scegliere per il proprio cono gelato fa sì che dietro di lui la coda di altri clienti spazientiti si allunghi...


Uno scoiattolo dal dentista si fa ancora più piccolo di quel che già è, perché tra poco tocca a lui finire sulla sedia reclinabile a bocca spalancata... 
Un giovane coniglio si sente escluso perché per lui apparentemente non c'è posto sullo slittino su cui gli altri tre stanno per lanciarsi in discesa, esultanti... 

Sembrerebbe uno dei tanti libri che negli anni l'editoria per l'infanzia ha pubblicato sulla questione della catalogazione delle emozioni. Ce ne sono davvero tanti, di qualità diversissima. 
Ricordo un antesignano, Emozioni di Mies Van Hout, del 2011, che Lemniscaat pubblicò, infrangendo uno dei tabù più resistenti dell'editoria per l'infanzia: il fondo nero in cui vari pesci sguazzavano, tristi, nervosi, annoiati o spensierati. 
Sembrerebbe, ma non è. 
Le cose che mi hanno fatto rizzare le orecchie sono due: il fatto che sia un libro di Kathrin Schärer e il fatto che il suo titolo originale, in tedesco, sia: Da sein. Was fülhst du? 
Partiamo da Kathrin Schärer. 
Purtroppo, pur essendo una grandissima illustratrice e autrice, che ha pubblicato libri magnifici, in Italia di titoli a sua firma ne circolano ben pochi. Eppure.
L'ho sempre considerata è una delle migliori nel disegnare - e rendere espressivi alla massima potenza - gli animali, con quelle sue matite che non si allontanano mai troppo dai grigi ai bruni. Accanto a questo grande talento, va riconosciuta anche la sua sottile ironia, che attraversa tutte le sue tavole. 
Spesso in coppia con i più grandi da Pauli a Hohler, passando per Schami, ma anche da sola ha concepito libri molto significativi.


Insomma, Kathrin Schärer ha moltissimo da dire e mai banalità. Almeno non fino ad adesso. 
Dal che se ne deduce che questo libro, oltre alla qualità evidente delle illustrazioni, non può essere uno dei tanti libri sulle emozioni, che lasciano il tempo che trovano... 
E così si passa alla questione del titolo che lei ha scelto: Da sein. In tedesco Da sein significa letteralmente essere lì, o in senso più lato il termine Da sein o Dasein (tuttoattaccato) vuole significare esserci, essere presente (strizzando l'occhio a Heidegger, solo per citare il più recente), ma anche più semplicemente l'esserci, nel senso di sperimentare la vita, essere al mondo. 
Tutto questo nel titolo italiano non è sopravvissuto. Ma resta il fatto che la Schärer, nel renderlo centrale, abbia voluto rivolgersi non solo ai bambini (Was fülhst du? ), ma anche ai grandi (Da sein) che questo libro prenderanno in mano per leggerlo ai più piccoli. 
E questa scelta si può facilmente presumere sia dettata, non solo da tale contingenza, ma soprattutto da una consapevolezza molto più profonda: le emozioni sono territorio che un grande e un piccolo condividono!
 

Quindi ancora una volta, come si diceva pochi giorni fa a proposito di Maria Parr, siamo di fronte a un libro che attraversa territori di comune appartenenza, regioni emotive che grandi e piccoli possono riconoscere e attraversare alla pari. 
Dunque, quel titolo enigmatico e filosofico e quel sottotitolo was fülhst du?, come ti senti? cosa provi? come stai? io lo intenderei più provocatoriamente rivolto a tutti e non solo ai più piccoli, per via degli angoli stondati, dei topini e degli scoiattoli in copertina... 
Per questa precisa ragione penso che sarebbe un bel divertimento e un cimento, nonché una bella prova di maturità educativa, se un grande e un piccolo - preventivamente coperto il testo - si confrontassero con le singole trenta immagini e ne potessero dare una loro personale interpretazione E non solo verbale, ma volendosela godere fino in fondo, anche espressiva. 
A parte un vario repertorio di facce messe a confronto, ne verrebbero fuori delle belle discussioni e chiacchiere insieme. E senza parere, si eserciterebbe la rara arte di imparare a leggere le immagini. E ne potrebbero scaturire interessanti sfumature interpretative. 


Ecco, sfumature interpretative che mi hanno vista perplessa, per esempio, nel leggere che gli occhioni spalancati, un sorrisetto fremente, le unghie che affondano un po' nel pelo, l'essere rannicchiato in corpo compatto e teso (addirittura straripante dalla pagina che lo dovrebbe contenere) e, a sigillare il tutto, la coda sulle zampe in quel pochino di tensione tenuta a freno, quello che nell'originale è gespannt appunto, si trasformi in un molto più placido: sono incuriosito, perdendo un po' il senso dell'impazienza che mi pare sia lì sotto gli occhi... 
Dico un'ovvietà, ma questo libro è costruito sul dialogo fitto fitto di due voci, immagine e testo, tanto più le si ascolta e le si 'legge' attentamente entrambe, tanto più il libro potrà brillare. 


Questione di feeling... 

Carla

mercoledì 21 dicembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LILO.
UNA STORIA RACCONTATA DAL NASO DI UN CANE

Inés Garland  si conferma autrice di grande talento, qualunque sia il pubblico cui decide di rivolgersi. Uovonero, editore sempre accorto, propone in questo finale di anno una vera perla: ‘Lilo’, con la traduzione di Francesco Ferrucci e le illustrazioni di Maite Mutuberria.
Lilo è un meticcio, dal muso di lupo e le zampe troppo corte, ma forse ha nobili ascendenze svedesi.
Viviamo questa storia con i suoi occhi, con il suo naso e con il suo modo di pensare semplice, ma essenziale. Potremmo dire che i cani pensano semplice, ma pensano forte, come gli squali.
Lilo vive con nonna Ava e nonno Héctor, che ospitano spesso la nipotina Emi, che Lilo ama moltissimo. Lilo ama anche giocare con i suoi amici Armando, un boxer bavoso, e Lio, un meraviglioso e invidiabile pastore tedesco; ama soprattutto Adele, meravigliosa cagnolina da cui si nasconde per la vergogna della sua presunta bruttezza.
Il mondo di questo cane intelligente e coraggioso viene raccontato attraverso le sensazioni che traducono le emozioni umane: è attraverso un odore di limone stantio che Lilo comprende che la piccola Emi ha un problema, spesso piange di nascosto, è irritabile e scontrosa e, soprattutto, resta attaccata al cellulare o al computer, sempre più cupa. A quanto pare è colpa di un’altra ragazzina, Kai, anche lei è circondata da un odore di lievito e limone stantio. Per capire le ragioni di questo mistero, Lilo si deve introdurre nella casa in cui abita Kai, una magione malmessa e inquietante, piena di pipistrelli; lo fa con l’aiuto di Olivertwist, il cane del bibliotecario, divenuto poi un cane randagio; e di Berenice, la superba gatta nera di Kai.


Anche lì si percepiscono lacrime e assenze, che si traducono in rabbia. Poi, però, è la presenza di Lilo a mettere in moto un cambiamento.
Una storia di sentimenti, di emozioni represse, di solitudine raccontata con leggerezza, ironia, poesia. Lilo esprime uno sguardo ingenuo, che coglie però l’essenziale dei rapporti umani, scova la paura, suscita entusiasmo e allegria.
Inés Garland, scrittrice, giornalista e traduttrice argentina si conferma come un’autrice efficace, capace di attraversare diversi generi letterari. Con questo libro ha vinto il premio Ala Delta per la letteratura per l’infanzia ed è entrata nella selezione White Ravens nel 2020.


Mi sembra una perfetta chiusura di questa stagione affollata di tante proposte editoriali, sulle quali ‘Lilo’ spicca per sensibilità ed intelligenza.
Sottolineo un ultimo dettaglio: la descrizione delle battaglie immaginarie vissuta da Emi e Lilo, sopra una tavola di legno, fingendo di essere su un praho, pronto ad abbordare una nave nemica: mi è sembrato di vedere Sandokan, eroe tristemente dimenticato nelle letture dei ragazzi di oggi, attraversare ardimentoso l’Oceano per entrare nel mondo fantastico di ragazzine e ragazzini lontani solo geograficamente.
Consiglio caldamente la lettura a grandi e piccoli, a partire dai nove, dieci anni.

Eleonora

“Lilo”, I. Garland, trad. F. Ferrucci, ill. M. Mutuberria, uovonero 2022



lunedì 27 giugno 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GERMOGLIANO PENSIERI NELLA TESTA 

Poesie del camminare, Carlo Marconi, Serena Viola 
Lapis edizioni 2022 


 POESIA 

"Non correre, rallenta, dai, aspetta! 
Ti spiace pedalare un po’ più piano? 
Mi dici che non c’è nessuna fretta 
e intanto sono qua e tu sei lontano. 
È vero che rimango sempre indietro 
però più di così non posso fare, 
ci provo ma non riesco a starti dietro: 
a passo d’uomo io non ci so andare! 
Facciamo che ritorni qui vicino 
e ripartiamo a passo di bambino?" 

Andare a passo d'uomo è una delle cose che si fanno, andando.


Un'altra sensazione che ci si lascia dietro quando si va in giro a piedi, è non sentire la noia. Quando si sta fermi, magari chiusi in casa, allora sì che il tempo non scorre mai, ma se solo si varca la porta, le cose da vedere e da fare ti si parano davanti e la testa può partire.
Di sicuro può rinfrescarsi, soprattutto nei giorni in cui il tempo fa le bizze, con vento e il cielo cupo, ma se non si è da soli e c'è qualcuno con cui condividere i passi, magari dandosi la mano, è tutto molto meglio. 


Ma il camminare, che poi diventa correre, nasconde dei pericoli, ma anche degli incontri. 


Si può prendere la strada conosciuta o andare su una via sbagliata, tornare indietro alle volte non si può, ma di certo c'è il fatto che chi un giorno ci ha messo in cantiere ci ha regalato il futuro di ciò che le nostre mani costruiranno e anche tutti passi che i piedi poi faranno. 

Da Cappuccetto rosso e la sua scorciatoia, a Dante che sbaglia strada, dalle impronte che si lasciano sulla spiaggia e che l'anno prossimo forse saranno ancora lì a ricordare, ai primi passi di uno che fino a ieri gattonava. 
Ventotto poesie che 'passeggiano' intorno al camminare, con alcune digressioni aeree dedicate al camminare in cielo delle rondini, e altre acquatiche dedicate al camminare delle acque, all'andare veloce di un ruscello. Dai passi veloci sotto gli occhi di tutti di chi corre i cento metri e quelli veloci ma discreti di chi fa la staffetta partigiana.


Tra queste ventotto, però, ce n'è una che più delle altre colpisce per essere illuminante su cosa significhi mettere su uno stesso foglio bianco, delle parole e un disegno. 
Il titolo, Cappuccetto Rosso, porta verso un luogo conosciuto e le parole se ascoltate con un filo di distrazione ci guidano nella falsa direzione. Perché a ben vedere, loro si permettono di essere vaghe, incerte e sfuggenti nel portarti da tutt'altra parte, nel confonderti i pensieri, ma ormai la cosa è fatta e ci sei caduto.
Una poesia per voce di lupo, un bel maschile ce lo conferma, il contesto è quello che tutti conoscono e riconoscono, siamo nel bosco, l'incontro è con una bambina dal cesto in mano che dice di chiamarsi Cappuccetto rosso... E alla fine compare pure la merenda. 
Eppure tutto va in una direzione ben diversa ed è il disegno, con quelle sue belle macchie di colore, che ci guida e ci lascia lì a stupirci. 
E ci sposta il pensiero di quel tanto che è sufficiente per far arrivare lo stupore. 

Passeggio in mezzo al bosco senza fretta 
da solo, senza dare confidenza; 
a un tratto c’è qualcuno che fischietta: 
mi fermo ad osservare con prudenza. 
È una bambina con un cesto in mano 
ed una bella giacchettina addosso, 
sorride e si avvicina piano piano, 
poi dice: SONO CAPPUCCETTO ROSSO. 
Sapete com’è andata la faccenda... 
io che volevo solo far merenda! 

Tutto sembra partire da qui, anche nell'immaginario visivo che ha costruito Serena
Viola.
Così come nel disegno c'è un'ambivalenza di fondo, nello stesso modo accede nei versi di Carlo Marconi che gioca sul doppio senso della parola passi - imprescindibile in un libro di poesia che intorno al camminare gironzola - costruisce versi che devi leggere e poi rileggere per trovarne il senso. Significato che è lì, ma va scovato... 
Se muovi passi calma passi pace
E mai fu più corretto il verso finale di questa stessa poesia che in realtà a tutt'altro allude ma che ciò nonostante a una lettura diversa mi piace plasmare: 
germogliano i pensieri nella testa

Non è forse questo il senso del buon leggere e del buon scrivere? Far germogliare pensiero?
E che dire del buon illustrare che Serena Viola mette sulla pagina con i suoi pennelli e le sue matite, tra chine, acquerello e acrilico? Tutto il bene possibile. 
Capace di dare un senso a qualcosa che solo distrattamente lo si potrebbe percepire come semplice macchia di colore. 
Qualcosa che nel nostro sguardo è in continuo divenire.
Accorda i suoi strumenti a un sentire comune che è quello poetico. 
I sensi sono i primi a percepirlo. 


Si esprime anche lei per ellissi, per prospettive inaspettate, per accenni che lasciano dietro di sé grandi spazi di interpretazione. 
E in tutto questo grande gioco emotivo di parole e colori, a volersi fermare con lo sguardo, si coglieranno, intellegibili, le orme di un percorso fatto fin qui. 


Bello, davvero! 

Carla

venerdì 30 luglio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SPERANZA E I SUOI PANINI PER IL VIAGGIO
 
Ci conosciamo? Sentimenti, emozioni e altre creature,
Tina Oziewicz, Alexandra Zając (trad. Valentina Parisi)
Terre di mezzo 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)


La curiosità si arrampica più in alto che può, in cima a un albero, su un tetto o su un camino. [...] L'ansia è un giocoliere. [...] La pazienza ha un bel giardino.[...] La compassione raccoglie lumache dal marciapiede.


Il terrore si nasconde in un posto davvero introvabile: una lattina arrugginita che è abbandonata in un angolo buio, sotto l'armadio e da una fessura sbircia fuori il mondo. E la paura? Lei si mimetizza con la carta da parati per non essere vista. Mentre il coraggio se ne sta spaparanzato in una radura in mezzo alla foresta. La gratitudine fa un maglione e la serenità fa le coccole a un cane, mentre la rabbia, al contrario, esplode.


Si tratta di un catalogo di 31 tra sentimenti, emozioni e altre creature. Potenzialmente un libro pericolosissimo, in particolare per tutti i 'segugi' sempre in cerca di libri assertivi sull'argomento.
Il primo pericolo si annida nella circostanza che il libro dichiara, nel suo sottotitolo italiano, di cosa tratterà all'interno. In qualche modo questo sottotitolo per un'insegnante-segugio ha la medesima funzione dell'indumento con l'odore della persona scomparsa per il tartufo di un cane poliziotto. Questa pericolosità si stempera in quel 'altre creature' misteriose che potrebbero mandare fuori pista l'insegnante-segugio. Meno male.
 

 
Il secondo grande pericolo continua ad annidarsi nel medesimo sottotitolo italiano, ovvero nel mettere insieme sentimenti ed emozioni. Questo perché sarebbe bene che almeno l'insegnante-segugio avesse consapevolezza della loro differenza.Non si chiede a un bambino di saper distinguere tra le tre categorie, ma potrebbe succedere che sia lui a interrogare l'adulto in tal senso. E a quel punto l'insegnante-segugio, sperando ne abbia le competenze, dovrebbe poter essere in grado di rispondere. Le emozioni sono qualcosa che ha a che fare con la chimica corporea e sono in linea di massima di rapido passaggio e tutto sommato insopprimibili. Per governarle, ovvero addomesticarle, gestirle arrivano per l'appunto i sentimenti. Che hanno a che fare molto poco con la chimica, mentre moltissimo con l'elaborazione mentale, l'educazione e finanche la cultura. Sarebbe utile che l'insegnante-segugio sapesse distinguere tra attrazione e amore, tra gioia e felicità. Questo perché uno dei suoi compiti dovrebbe proprio essere quello di educare (si badi bene non insegnare) ai sentimenti. Sulle emozioni, invece, non c'è molto da fare, a parte registrarle.
Superati i due pericoli del sottotitolo, c'è da augurarsi che l'insegnante-segugio si faccia solleticare dal titolo in sé, che è una bella domanda, che rimane aperta, apertissima fino alla fine. Evviva le domande.
A questo punto non resta che aprire il libro e scoprire i 31 soggetti messi a catalogo. 
 

 
Nella sequenza sono mischiati. E questo è un primo pregio. Ovvero si passa dall'emozione che salta sul trampolino, al sentimento che lavora ai ferri. Per poi approdare nella strana creatura che con il vento nei capelli chiude gli occhi di fronte a un trivio...
L'altro valore di cui il libro è portatore sta nella scelta degli esempi illustrativi.
Alcuni esempi sono molto felici ed è anche molto interessante la loro modulazione di intensità. Il terrore sta chiuso in una lattina arrugginita, in un angolo buio sotto l'armadio. Accidenti, funziona. E lo fa con immediatezza: la forza del terrore è subito palpabile in tutta la sua esasperazione - quella ruggine, quel buio, quell'angolo - soprattutto se messa a confronto con la paura che, con molta più pacatezza, si mimetizza tra i fiori della carta da parati. Mentre dell'ansia si percepisce all'istante la sensazione di niente terra sotto i piedi. E in quegli occhi stralunati.
 
 
In più di un caso quindi si possono quasi percepire nella loro fisicità le diverse emozioni e le loro declinazioni corporee (in cui tutti possono riconoscersi): la vergogna con le mani sugli occhi.
In altri casi, il fatto di essere emozione o sentimento abusati nell'editoria per l'infanzia non ha giovato: per intenderci la rappresentazione della rabbia o della felicità non spostano un granché.
Di nuovo nella sfera dei sentimenti e delle altre creature ci sono gli esempi più interessanti, per originalità di relazione tra testo e immagine, per originalità nell'esemplificazione e nelle posture: la compassione accucciata con le sue lumachine di strada, l'ospitalità che spignatta tra le pentole, la nostalgia di spalle con la sua sciarpa, la solitudine, persa in un mare di sabbia. Quasi impercettibile allo sguardo. Ecco è forse questa la chiave. Mimare le emozioni. In tal modo lo spettro delle mille sfumature si allarga e ognuno potrà decidere di riconoscersi, senza 'farsi male'.
 

Fortunatamente, così come è stato concepito, c'è la speranza (con i suoi panini) che l'insegnante-segugio lo riappoggi sullo scaffale per lasciarlo a chi ai libri non chiede certezze.


Carla




lunedì 12 marzo 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IN CERCA DI ALBICOCCHE MATURE

A colori, Barbara Ferraro, Sonia Marialuce Possentini
Bacchilega junior 2018


POESIA

"GRIGIA è l'incertezza che avvolge e opprime
GRIGIA la stanchezza della strada
NERA è la fuga della seppia tra la schiuma
NERA la distanza che separa"



Manca un colore per arrivare a una tavolozza di venti.
Accanto ai più diffusi -giallo, verde o turchese- nel catalogo compaiono anche quelli della 'maniera' degli antichi, come l'ocra e il bruno o l'indaco e il porpora. 


Nomi di colori, questi, che abbiamo letto per la prima volta da bambini, sbirciando in quelle magnifiche cassette di legno piene di tubi ordinati di oli o tempere, desiderando che qualche zia facoltosa ce le regalasse.
A questi già rari, si aggiungono l'ambra, il bronzo e l'argento, colori che più degli altri si legano alla loro radice materiale.
Così si declinano diciannove colori che sulla pagina diventano testo, sorta di controcanto metaforico, più precisamente sinestetico, che del colore dà una lettura emotiva, quindi personalissima e unica.
Tuttavia tra il colore che denota la pagina e la sua lettura metaforica che ne connota il significato emotivo per Barbara Ferraro, si inserisce una terza, seppure saltuaria, via di lettura, dove il colore diventa esperienza condivisa perché legato alla percezione del mondo della Natura. Ed ecco che Il nero è la fuga della seppia, il bruno è lo scrocchiare delle foglie secche, il verde è il guizzo della serpe, arancione è il profumo di albicocche mature.


In questo libro costruito essenzialmente sull'emotività, quindi per definizione mutevole, cangiante e inafferrabile, esiste tuttavia un rigoroso ordine sotterraneo, che sostiene l'intera materia fluida, una sorta di rete solida su cui si appoggiano le parole e i disegni ne sono degno scenario.
C'è una precisa scansione dei testi: un metronomo che dà il tempo della lettura.
Non ho certezza che il merito spetti per intero a Teresa Porcella, ma mi pare di riconoscerne la 'mano' sicura ed esperta.
Se così fosse, affidare a lei la cura di un libro così poco circoscrivibile è stata una magnifica idea.
Accanto a Teresa Porcella, che ha lavorato dietro le quinte, sulla linea del proscenio c'è il binomio Ferraro/Possentini. Tra loro si percepisce una bella armonia, probabilmente dovuta al desiderio di entrambe di 'farsi un regalo'. 


Barbara Ferraro tale desiderio lo dimostra, e mi pare lo dichiari, nell'essersi concessa un testo, diciamo così, quanto meno liminare alla poesia.
Lei, per attitudine e storia personale, ama curare l'uso della parola e il registro scelto per il libro credo vada letto in tale prospettiva. Accanto a questo ha voluto regalarsi anche un viaggio nel suo mondo interiore, nella sua emotività.
Dall'altra parte, Sonia Marialuce Possentini fa altrettanto: si concede un viaggio in territori che di rado frequenta. Allo stesso modo di chi scrive, lei esplora tecniche e mezzi non così consueti che però le danno la possibilità di lasciare indietro lo spessore della materia pittorica per privilegiare, per esempio, la trasparenza e imprevedibilità dell'acquerello. E sembra tanto contenta di poterlo fare in tutta libertà. E noi, con lei.


Un altro anello le tiene unite: a entrambe è stata offerta l'occasione di mettere nero su bianco (ma anche viola, rosso, blu, rosa... eccetera) una loro prova d'autore. In tal senso è bellissimo vedere come testi e immagini dialoghino tra loro, come l'immagine dia forma alla sensazione.
Ma c'è un ma.
Ed è proprio qui che si genera un dubbio che da tempo mi si presenta davanti ad alcuni libri per l'infanzia.
Considerando come prerequisito necessario il fatto che un libro di qualità debba possedere un suo quoziente di valori (una buona storia da raccontare, un bel modo per raccontarla con parole e immagini, un buon congegno per attivare il pensiero di chi lo guarda e lo legge, un bell'oggetto in sé. Cosette così) a me pare sempre più urgente che esso contenga anche qualcos'altro. E penso a una voce, a uno sguardo, a un pensiero che -in tutta onestà- siano in grado di tenere conto dell'infanzia cui si rivolgono.
Libri come A colori, mi fanno vacillare. Nella lettura mi sono mancati spesso quegli appigli a cui tutti i lettori, e sottolineo tutti, avrebbero potuto attaccarsi per goderne: poche seppie e poche albicocche e qualche contrasto di troppo tra immagine e testo.
Sono innegabili tuttavia alcuni aspetti di oggettiva bellezza che non vorrei andassero dispersi e così son qui, come prima di un salto, che mi macero nel dubbio a quali mani affidarlo.


Carla

mercoledì 24 settembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'ABECEDARIO DELLE EMOZIONI
 
Lupo & Lupetto. La fogliolina che non cadeva mai, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec
Edizioni Clichy 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Proprio in cima all'albero c'era quella fogliolina. In primavera era di un verde così tenero, che Lupetto aveva una terribile voglia di mangiarsela. 'Lupo', diceva Lupetto, 'per favore, cerca di prenderla, ho tanta voglia di mangiarla'. 'Aspetta', diceva Lupo, 'prima o poi finirà per cadere'."


Quando fu estate e la foglia era di un bel verde intenso e luccicante, Lupetto rifece la domanda perché nella foglia avrebbe voluto specchiarcisi. E poi quando fu autunno, con la foglia di un bel marrone caldo, a Lupetto venne voglia di toccarla. Quando arrivò l'inverno e la foglia era ancora lì, sola sul ramo spoglio, Lupetto non chiese più niente, tanto - pensava - Lupo mi risponderà ancora una volta di aspettare. 

 
E invece le cose andarono diversamente. Con grande sforzo e con qualche rischio, Lupo un mattino si arrampicò sul grande albero e cercò di prendere la fogliolina tanto desiderata. Alla base dell'albero Lupetto, trepidante, lo seguì con gli occhi pieni di paura e rammarico per averlo mandato lassù.
La foglia, rottasi in mille briciole luminose, con i raggi del sole calante, è come una pioggia di stelle che sfiora il naso di Lupetto.
Una foglia che cade in pezzi e un cielo stellato non sono poi così diversi...
Come un cielo stellato d'inverno, nulla fu mai così bello agli occhi di quei due.


Un albo che è un abecedario di sentimenti ed emozioni.
Costruito su un episodio fatto di quasi nulla -un grande albero, una foglia che non cade, e due lupi, uno cucciolo e uno no- eppure è una grande storia.
Conosciamo già il tipo di relazione che lega quei due, perché tanto abbiamo amato la loro prima storia (Lupo&Lupetto, Edizioni Clichy 2013) e quindi partiamo già con il cuore addolcito nel leggere questo secondo episodio della loro vita in comune.
Ma allo struggimento e alla tenerezza, in apparenza, non c'è limite. 
 
Andiamo con ordine, come farebbe un abecedario: c'è la A di Affetto, quello che muove Lupo nella sua decisione di salire sull'albero; c'è la C di Coraggio, quello che fa arrivare Lupo anche sui rami sottili che si rompono sotto il suo peso, o di Curiosità, quella di Lupetto nei confronti della novità di una foglia caparbia; segue la I di Impazienza di un lupetto curioso, la P di Pazienza che è quella che un vecchio Lupo cerca di insegnare a un giovane lupo, ma anche di Pentimento, da parte di Lupetto che vede Lupo andare comunque lassù. 
C'è la T di Timidezza di Lupetto nel non chiedere più la tanto desiderata foglia e di Trepidazione nel vedere Lupo in pericolo in bilico sul ramo.


Se tutto questo, e non è poco, lo intrecciamo per farne una storia ciò che ne nasce è un bellissimo racconto, fatto di tanti silenzi, che ancora una volta ci intenerisce il cuore. Tal quale lo fece il primo libro. La cura affettuosa, gratuita, paziente di un grande Lupo che è un po' papà e un po' amico maggiore ha il suo corrispettivo nella fiducia incondizionata, nella riconoscenza profonda, nello stupore dell'apprendimento di un giovane lupo.
Il loro punto d'incontro sta nell'essere insieme, e nel guardare nella stessa direzione, felici e ammutoliti, di fronte alla grandiosità di un limpido cielo stellato d'inverno.


Carla

Se Nadine Brun-Cosme si conferma narratrice profonda dell'animo umano, Olivier Tallec è un grande poeta con i pennelli in mano.