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mercoledì 5 agosto 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

QUESTO LIBRO È MIO E LO GESTISCO IO 


Ancora una volta Stefania Camilli – direttrice editoriale di Vànvere edizioni – tira fuori una chicca dal passato. Pubblicato per la prima volta a Parigi da Delpire éditeur nel 1967, poi in Italia da Il Saggiatore nel 1969, Cowboy è un libro che si fa subito notare. Intanto perché è grande: 44 centimetri di altezza per 30 di larghezza. Poi per il titolo che occupa tutto lo spazio della copertina: caratteri cubitali in giallo, arancione e blu carta da zucchero; elegantissima. Se cerchi il nome dell’autore dei testi o delle immagini, non lo trovi manco nel colophon. 
E quindi lo apri e il frontespizio ti conferma che sì, è proprio uno strano libro: si chiama AttiBum e ti parla dandoti del tu. 


Allora cominciamo. 
La storia: la voce è quella di Tornado Jack che è un cowboy, e si presenta. “My name is Jack. Tornado Jack” e già siamo in uno stile epico. “È così che mi chiamano tutti e ne sono fiero, perché corro come il vento. L’importante, per noi, è riuscire a farsi un nome. E non è mica facile, sapete? Ma quando ci riesci, allora il West è tuo”. 
Subito ti sembra di rivedere il personaggio di un film western, seduto in un saloon mezzo ubriaco a vantarsi di improbabili e solitarie avventure. Ma ci vuole poco a verificare che con il prototipo del pistolero solitario (criminale, sceriffo o cacciatore di taglie che sia) il nostro cowboy non c’entra proprio nulla e ancor meno c’entra con l’eterna guerra contro gli indiani. Tutto quello che ci viene in mente pensando agli innumerevoli film sul Far West che ci scorrono puntuali davanti agli occhi, con il nostro cowboy non c’entra proprio niente. Tornado Jack è un cowboy vero, un guardiano di bestiame, uno che raduna le mandrie per trasferirle da un capo all’altro del Vecchio West. E qui capisci che tutto il cinema che abbiamo visto ci ha propinato cowboy inesistenti, dal baraccone del teatro itinerante di Buffalo Bill al cinema degli spaghetti western. Il vero cowboy lo abbiamo tra queste pagine. Ci racconta del suo lavoro, delle sue giornate, delle mandrie, dei tornei, di quella volta che spostarono quella mandria di cinquemila capi e Jim la Iena, ladro di bestiame, li attaccò. Racconta del senso di libertà di una vita in territori sterminati in sella a cavalli veloci e affezionati. 
E poi le illustrazioni. Bellissime incisioni su legno realizzate da Frederic Sackrider Remington, artista americano di fine ‘800, considerato uno dei cantori del Far West e apprezzato anche da Fabrizio De André che scelse uno dei suoi dipinti per la copertina de L’indiano
Scene vivide che celebrano una natura maestosa, un mondo selvaggio e sterminato attraversato da uomini a cavallo, carovane e bufali.


Come ci viene detto nel frontespizio, con le illustrazioni possiamo farci ciò che vogliamo. Ed ecco allora qualche istruzione in più: 
“Cosa ci vuole per divertirsi con AttiBum? Occhi e mani, matite colorate, forbici, acquarelli, pennarelli, ma soprattutto la voglia di usare i colori come più ti piace (e se sbagli non importa…perché sbagliando s’impara). Noi abbiamo colorato la prima illustrazione per mostrarti come si fa. Tu puoi copiarla, puoi seguire i consigli che ti diamo nel testo scritto in piccolo, ma puoi anche fare l’esatto contrario e andrà bene lo stesso, perché l’importante è che tu usi i colori seguendo la tua ispirazione”. 
Dunque massima libertà oppure, se si vuole, si possono seguire le brevi note alle illustrazioni dove, come in un copione teatrale, le didascalie descrivono le atmosfere: 

 “Il paesaggio è aperto e profondo, sotto l’immensità di un cielo che l’alba tinge di rosa. Le montagne in lontananza sembrano quasi azzurre, sullo sfondo di una pianura gialla e bruna. In primo piano, l’acqua forma piccoli gorghi fangosi, dal colore rossastro. Bisogna far risaltare il grembiule di cuoio del cowboy, e i cavalli dovrebbero avere colori diversi: dal bianco al marrone e al nero.” 
“Quando ho scoperto questo libro, mi è sembrato di incontrare il mio editore gemello. Cowboy sembra essere fatto apposta per il catalogo di Vànvere!” mi dice Stefania Camilli mostrandomi Cowboy nel suo affollatissimo stand della Fiera di Bologna. 
In effetti, nel catalogo di Vànvere i grandi formati non mancano e diversi sono i titoli che possono trasformarsi o anche disfarsi tra le mani di chi li acquista. Si pensi ai grandi formati di Guido Scarabottolo, dal Manifesto segreto a Viva il mondo!, tutti pensati per essere ritagliati e ricostruiti a piacimento, o anche a Il mondo di Gabri di Gabriella Giandelli, dove puoi vestire una bambolina con le più diverse mise da ritagliare. 
Insomma, trattasi di un diverso concetto di autorialità. 
Gli AttiBum di Delpire éditeur - così come quelli poi pubblicati da Il Saggiatore - furono diversi, forse una decina scarsa, e davvero speriamo che Vànvere possa riproporceli tutti. 

Patrizia

 “Cowboy”, trad. a cura della redazione, Vànvere edizioni 2026 


mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

mercoledì 22 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SORRISI E LE ZANNE


Che ci si trovi di fronte a un capolavoro ci avvisano fonti autorevoli fin dalla quarta di copertina. Jon Klassen afferma che "Il Ponte è così tante cose insieme: molto divertente, molto misterioso, molto bello, e come nessun altro libro che abbia mai visto. Diventa più profondo e più strano a ogni lettura: una vera trappola fantastica". A lui si aggiungono gli Hamelin, a sottolineare come Eva Lindström giochi con gli stereotipi e le aspettative, divertendosi ad abbatterli. 


È tutto vero. Il ponte è un dispositivo misterioso che, dietro le reazioni di perplessità che potrebbe suscitare a una prima lettura, nasconde molto altro. 
Qui più che in altri casi, la questione si fa rarefatta: una manciata di pagine che scorrono veloci, una palette di colori ridotta e rigorosa che richiama certe atmosfere di fine inverno, protagonisti laconici che attendono, e mentre attendono si scambiano scarni dialoghi bevendo caffè in tazze che mi piace immaginare di sottile porcellana bianca. 
Chi può, pensi a Beckett, ad attese sconsolate che si fanno carne ed esistenza. Chi lo sente nelle sue corde, come la sottoscritta, ricordi Lynch: la sua fiducia incrollabile nelle cose che non si capiscono immediatamente, il suo corteggiamento infinito e circolare per il dubbio come stato mentale privilegiato. 
Il lettore più innocente e ben disposto, da parte sua, attraversi l’albo armato di coraggio, perché ci si caricherà di una tensione quasi fastidiosa, passando da una pagina all’altra con un senso di allerta tanto presente quanto apparentemente immotivato e, per certi versi, insoddisfacente. 


Ma quali sono gli elementi che favoriscono la costruzione di questo clima?  
Cosa intacca quel senso di sicurezza con cui si attraversano solitamente le storie custodite negli albi, anche quelle apparentemente più paurose? 
Quali scelte narrative ed estetiche questionano il patto di lealtà che si stabilisce tra autrice e lettore, attraverso cui si accetta di seguire chi racconta ovunque voglia perché si presuppone che entrambi giochino con le stesse regole? 
La questione da cui scaturisce la storia, innanzitutto, è fin troppo semplice per non insospettire: ci dovrebbe essere un ponte, che però è guasto e deve essere aggiustato, e quindi è necessario aspettare. C’è un maialino che dovrebbe attraversare per essere da qualche parte, a nord, entro una certa ora. C’è una coppia di lupi, piuttosto solerte nell’offrire ospitalità al maialino, in attesa del ripristino dell’infrastruttura. 


Ci sono elementi che informano in direzioni opposte e contrarie, riverberando una sottile dissonanza: il tratto infantile e la postura narrativa sofisticata, il maialino e il lupo, l'accetta e lo spartito, l'apparente disposizione di una fin troppo evidente trappola e i gesti di un'accoglienza accurata e genuina. 
I sorrisi ci sono. E le zanne. 
Anche la costruzione delle illustrazioni è gravida di elementi che destabilizzano subliminalmente un quadro della situazione statico fin quasi all’immobilità: la difficoltà di lettura del paesaggio, per cui è arduo capire dove sia il fiume, dove la strada; le finestre del salotto in cui viene accolto il maialino, aperte verso l’esterno della casa, ma anche spalancate oltre il margine fisico della pagina; la disobbedienza alle leggi della prospettiva, che sovverte la rappresentazione dello spazio fino al limite consentito, oltre cui il pavimento sembra inclinato e le pareti deformate fino alla verticalità, il frequente cambio di punto di ripresa della stanza. Tuttavia, nessuno di questi segnali, pur suggerendo una direzione probabile della narrazione, prende davvero forma. 


L’attrito sotterraneo che caratterizza tutto l'albo si manifesta nell’attesa. Ma quali sono davvero le entità che entrano in contatto e lo provocano? E soprattutto: chi è il vero interlocutore di Lindström, o meglio, dove sta la parte che sembra mancare al racconto ma che in realtà lavora incessantemente al suo fianco nella costruzione dell’intero dispositivo? 
Gli elementi collocati sapientemente pagina dopo pagina possono fare quello che fanno solo tramite la collaborazione di un interlocutore che possieda tutta quella parte del combustibile culturale capace di prendere fuoco attraverso gli inneschi predisposti dall’autrice. Sappiamo per tradizione che il lupo dovrebbe mangiare il maialino, sospettiamo per questo di ogni gesto di gentilezza e leggiamo ogni mossa con la consapevolezza della probabile fine della storia e un'aspettativa quasi incrollabile. 
A citare Čechov, diremmo che ci sono fin troppi fucili. 
Ed è qui che interviene l'autrice: disattendendo, smantellando, decostruendo. Sottraendoci al gusto della previsione, Lindström ci coinvolge in un gioco che è soprattutto suo: non è la mera rendicontazione di fatti avvenuti secondo uno schema prevedibile perché condiviso, ma una riflessione profonda su quello che una storia è e sul ruolo che ha l’autore nel farcela attraversare.  


Il ponte può permettersi di iniziare in medias res perché si fa forte di una narrazione che il lettore fa per conto suo ancor prima che l’albo abbia inizio, deducendo dal contesto quello che viene dato per scontato: che il maialino sia il protagonista, che sia lui a dover attraversare il ponte e, soprattutto, che il ponte esista.  
Solo approdando alla quarta di copertina, dove occhieggia quella frase che potrebbe essere riferita a ogni lettore in procinto di attraversare un libro "Ecco qui qualcuno che deve attraversare il ponte" capiamo la sublime metafora a cui abbiamo partecipato e il ruolo che abbiamo avuto. 
Perché nemmeno la disposizione della sequenza narrativa nella struttura libro è esente dalla magica opera di dissoluzione dell’armamentario di previsione che Lindström mette in atto. E se la struttura libro solitamente ci informa per convenzione e con esattezza del suo inizio e della sua fine, la disattesa più sublime è proprio quella del titolo, che ci inganna sottilmente utilizzando le nostre stesse cecità di lettori.  Non c'è infatti nessun ponte, o forse sì, e lo abbiamo appena attraversato… 


Giorgia


 “Il ponte”, Eva Lindström, (traduzione di Laura Cangemi), Camelozampa 2026 





lunedì 13 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUESTA CASA (NON)  È UN ALBERGO

Il mio pazzo amore che brucia
, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Un elenco di cinque cose che sarebbero state più piacevoli che essere innamorato di ADRIAN! 
1. Mettermi nell'occhio delle gocce di tabasco. 
2. Usare come guanti due vespai. 
3. Fare il bagno con un tostapane. 
4. Farmi i buchi nelle orecchie con una perforatrice. 
5. Andare a vivere con un grizzly che ha problemi di aggressività. 
Premetti i palmi uno contro l'altro, intrecciai forte le dita e pregai dio. Dissi che ero disposto a scambiare l'innamoramento per Adrian con uno dei punti della lista." 

Alla soglia dei suoi tredici anni, a meno di due mesi dal campo scuola, a Sigge sta cambiando parecchio la vita. 
Sua madre ha preso la grande decisione di andare a vivere con i suoi tre figli in un appartamento, a debita distanza dal Royal Grand Golden Hotel di Charlotte, ossia dal grande albergo, ossia dall'ampio albergo che sua madre, donna e nonna piuttosto eccentrica, dirige e che attualmente li ospita. 
Sua madre è stata vista armeggiare intorno a Tinder. 
Anche nel cuore di sua nonna ci sono movimenti interessanti quanto insospettati. E anche nella sua casa/albergo sta cambiando parecchio. E forse le due cose sono in qualche misura anche connesse. 
Sua sorella Majken continua a parlare parla e parlare AD ALTISSIMA VOCE,  ma è riuscita a entrare in una squadra di calcio, anzi due. E a diventarne anche la capitana. E a proposito di calcio, lei continua ad avere un'adorazione sconsiderata per suo padre che, da parte sua, pur avendo sfiorato la morte, continua a essere un uomo e soprattutto un genitore quaquaraquà. 
Sua sorella piccola Bobo, al contrario parca di parole, ha deciso, con tutte le ragioni del mondo, di voler chiudere con la terribile scuola materna, ossia con uno dei sorveglianti, che la terrorizza un giorno e l'altro pure. 
L'amicizia con Juno va a gonfie vele e con essa tutti i progetti messi in piedi, di cui il più geniale è l'app per animali solitari. E a questa certezza affettiva si aggiunge una certa qual popolarità in classe, dovuta, almeno al principio, alla sua riconosciuta abilità con la matita in mano. Solo Hugo continua a prenderlo di mira. 
Anche con il pattinaggio - tra lame e roller - le cose sembrano migliorare. Fino al "grande salto", il celebre salto Sigge! 
E poi c'è Adrian. La sua testa si incendia ogni volta che lo vede: quando si incrociano per caso (!), ogni volta che fanno un po' di strada assieme (!), ogni volta che chattano per serate intere (!), ogni volta che, chiacchierandoci, capisce di non essere per lui uno qualunque. 
Questi sono i 58 giorni che lo separano dal campo scuola ad Esterön... 

Si sa, l'estate segna sempre una svolta. Almeno a quell'età. E allora, che estate sarà per questo pugnetto di ragazzini e ragazzine? 
"... casette rosso Falun con spigoli bianchi. Due camere con due letti a castello ciascuna, per un totale di otto posti. Odore di terra e di chiuso. Tappeti fatti al telaio con gli stracci e vecchi pavimenti di legno. Carta da parati giallina che in qualche punto si è staccata. Karl-Johann, Sixten, Adrian e io in una camera. Maja Juno, Bella-Bjö e Miriam nell'altra." 
Non può andar male. 
Il dubbio che mi ha assalito è stato: ma io ho già detto tutto il bene possibile di Jenny Jägerfeld e dei due precedenti romanzi della saga di Sigge, in particolare. Cosa posso aggiungere? E allora mi sono resa conto di aver gioito per Sigge, Adrian e Juno e co. ma non è di questo che vorrei parlare. Lo faranno già tutti gli altri. È nelle pieghe che mi è parso di vedere una cosa cui in precedenza avevo solo accennato: con quanta onestà Jenny Jägerfeld offra a tutti il mondo adulto, drammaticamente vero e fuori dagli stereotipi di comodo: se ne incontrano di grandissimi, di generosi, ma anche di fragili o sgangherati. Li dispone sulla pagina con grazia e cura, dà loro spessore e quindi li offre a chi legge: grande o piccolo che sia. 
Per chiarire, segnalo tre episodi illuminanti. 
Il primo caso è quello di Svedrik (raccontato al quarantaseiesimo giorno dalla partenza), il patrigno di Sigge e padre di Majken e di Bobo. Vede la morte in faccia quando una nocciolina gli si pianta in gola e rischia di soffocarlo. 
Il fatto: è lui stesso a raccontarlo in una patetica videochiamata, lo fulmina "sulla via di Damasco" e gli cambia del tutto (!) lo sguardo sulla propria vita e apparentemente anche su quella dei suoi cari. Da qui: il tatuaggio sulla pelle dei propri figli, li tartassa di sms in cui parla a vanvera di limonate, ma continua a essere un pessimo padre, in fuga dalle responsabilità, in fuga dall'età adulta. 
Una delle più lucide ed esilaranti pagine sul senso dell'essere cattivi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il secondo caso riguarda Hannah, la madre dei tre fratelli (raccontato nel ventitreesimo giorno dalla partenza). 
Interno notte, appartamento nuovo di zecca, lievi singhiozzi che si odono dalla cucina al buio. Lì Hannah, con la testa sul tavolo, si chiede che altro possa fare per offrire la giusta e necessaria felicità e pace ai propri figli e nello stesso tempo cercare di garantirsi un briciolo di dignità personale. 
Una delle più lucide e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il terzo e ultimo caso riguarda Charlotte, la nonna dei tre fratelli (raccontato in tre parti: al diciottesimo e al dodicesimo giorno dalla partenza e nell'epilogo). 
Esterno giorno, una cantina, una porta verde che si apre su una parete gialla... 
Una delle più geniali e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori, anche a fine carriera, che mi sia capitato di leggere di recente...

Carla

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


venerdì 19 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI GRAZIA E GENTILEZZA

Baldo prende l'autobus, Inbar Heller-Algazi (trad. Simona Mambrini) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Mamma e papà dormono ancora. Strano: è ora di andare a scuola... 
Be’, vorrà dire che oggi se la caverà da solo! 
Baldo va in bagno a lavarsi i denti, scende le scale senza far rumore, e si prepara per la giornata. 
Mentre in cielo spuntano le prime luci del giorno, ecco che arriva il suo autobus." 

Baldo ci salta su, saluta l'autista e il cane di lei che è acciambellato accanto al grande volante. Si chiama Toto. Baldo si va a sedere nel suo posto preferito: in fondo in fondo. 
E, forse complice il lieve dondolio dell'autobus o il fatto che stamattina si sia svegliato davvero presto, Baldo si appisola sul sedile con lo zainetto di scuola accanto. E quando si risveglia, grazie ai respironi che Toto, gli fa vicino alle orecchie, fatica a uscire da ciò che stava sognando, ma capisce presto di non sapere dove si trova: quello che vede dai finestrini dell'autobus non gli è familiare per niente. 
Il mare, la spiaggia... altro che città, altro che scuola. 
E quando vede l'autista del bus, seduta di schiena su una roccia davanti al mare, con suo figlio accanto e il canetto che scorrazza tra gli ombrelloni e l'acqua, le chiede aiuto. E lei, gentile come d'abitudine, gli spiega che oggi è domenica e che, come ogni domenica, ha portato a divertirsi - prima della corsa di ritorno tra un'ora - il suo piccolino e soprattutto Toto che per l'acqua ha una vera passione. 
In che guaio si è cacciato? Ma forse non lui e non tutto è perduto... 


Questa è la storia di un orsetto che voleva fare tutto da sé e di un'autista dell'autobus parecchio gentile... 

Terzo episodio che ruota intorno a Baldo, un orso-bambino, che Babalibri pubblica in traduzione dal Moumoute originale di Inbar Heller-Algazi. 
Una delle caratteristiche che vengono ascritte a questa autrice berlinese, ma trapiantata a Tolosa, è la sua grande capacità di creare piccoli mondi, piccole società animali in cui convivono con assoluta naturalezza e in grande armonia bestioline e bestiolone tra loro piuttosto diverse: grilli, orsi ed elefanti (ma anche asini, giraffe e ippopotami e lepri). E un cane. 


La naturalezza non dovrebbe stupire più di tanto, ma di certo la diffusa armonia nella convivenza e la gentilezza, invece, sono un valore aggiunto. 
Come spesso succede nei libri per i più piccoli - in questo caso è un libro che anche bambini che ancora non sanno leggere apprezzeranno, ma ancora di più piacerà a chi lo userà come "palestra" di lettura, visto lo stampato maiuscolo - si raccontano piccoli modelli di buon vivere insieme. 
E in Baldo prende l'autobus questo appare molto evidente nella cura che l'autista, una mamma elefante, dedica al piccolo orso, temporaneamente solo soletto e un po' sperduto. 


Pranzano assieme, legano in amicizia il piccolo elefante e il piccolo orso, condividono temporaneamente l'aquilone, ma anche il cane e il cibo per il picnic sulla spiaggia. 
E soprattutto l'autista elefante riallaccia il filo interrotto tra Baldo e i suoi genitori; li chiama, li tranquillizza e si fa carico di riportarlo in città da loro a fine corsa dell'autobus. 
Così anche gli adulti che questo libro lo leggeranno con i propri bambini si potranno sentire rassicurati. Che non è poca cosa. 
La seconda caratteristica che viene riconosciuta a questa giovane autrice è la sua capacità di disegnare in un modo quasi infantile, nascondendo dietro un segno a matita talvolta volutamente incerto, una forza espressiva che prende vita quando organizza i disegni sulla pagina ma soprattutto quando decide di costruire lo spazio di azione, o - più in generale - quando si dedica agli scenari. 


Per spiegare a cosa si alluda, basterà guardare come ha scelto di disegnare i due scorci di montagne che Baldo vede al di là dei vetri della finestra della sua camera, quello all'alba e quello a sole tramontato, prima di andare a dormire. Forse anche grazie al fatto che sono "incorniciati" nella finestra, ma davvero sono due piccoli quadri ad acquerello, in uno scenario tutto a matita. 
Lo stesso potrebbe dirsi sul cielo e le sue nuvole che, senza parere, sono una sorta di controcanto alla descrizione piuttosto dettagliata dei diversi bagnanti sulla sabbia, sul bagnasciuga e sotto gli ombrelloni. O ancora quello rosato che segna il fondale di uno scorcio prospettico bello bello di un vialone illuminato ancora dalla luce dei lampioni, in una quieta alba domenicale, in una cittadina ad evidenza ancora addormentata, lei... 
E a proposito di dettagli, si converrà che è davvero molto divertente andarne in cerca, nelle diverse illustrazioni: a partire dalla targa dell'autobus che sembra una data di nascita... 
E credo lo sia. 

 Carla

Noterella al margine. Non riesco a non pensare che ben due libri di Babalibri hanno l'autobus nel titolo, e non solo, e che entrambi si caratterizzano per la grazia e la gentilezza diffuse nella storia. Sono due bei contenitori di umanità diversa, che perde o prende l'autobus. Non fa differenza.
Ecco, di recente, la grazia e la gentilezza sugli autobus sembrano essere merce rara: anziane signore autoctone che pretendono il posto da altrettanto anziane signore di importazione, senza che nessuno (o quasi) alzi un dito e dica ba, oppure degli autisti, maschi di uomo, che, al contrario dell'autista magnifica, femmina di elefante, dimostrano al mondo di essere orrendi...

mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

venerdì 22 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DON'T HOPE, COPE!*

L'attesa, Federica Ortolan, Cecilia Ferri 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Da un po' di tempo si sentiva stanca. 
Delle cose, del vento, dell'autunno, delle cicale, dei ricordi. E anche delle persone. 
Decise che l'avrebbe semplicemente aspettata. 
La casa era confortevole. 
Non le mancava niente. 
Avrebbe continuato a fare le cose di sempre che però adesso erano diventate un'altra cosa. 
Nell'attesa ogni mattina, si legava il grembiule dietro la schiena." 

Lei lo sapeva da sempre, lo aveva sentito nelle storie, nei racconti e persino nelle filastrocche, che un giorno Lei avrebbe bussato alla sua porta e lei si sarebbe alzata e le avrebbe aperto e le avrebbe detto: eccomi. Era una cosa che sapevano tutti: rimane giusto il tempo che serve per organizzare la partenza all'ora che solo Lei conosce e poi si va... 
Il giorno successivo qualcuno effettivamente bussa alla porta, ma è una bambina a cui è caduto il pallone nel giardino. E il giorno dopo ancora è lo spazzacamino che le libera la canna della stufa, poi la vicina di casa in cerca di un fiore di calicantus. E così accade che giorno dopo giorno, il tempo passato ad aspettare diventa sempre meno, mentre le sue giornate si riempiono sempre di più di altre cose da fare. Fino al giorno in cui a bussare è una intera compagnia di saltimbanchi... 

In perfetto stile Kite, questo libro parla a diverse generazioni di lettori. Non mi pare adattissimo per essere letto in una scuola dell'infanzia, ma molto di più a gente già cresciutella e ancora di più a gente con un bel po' di anni dietro le spalle. 


Federica Ortolan e Cecilia Ferri costruiscono un albo illustrato secondo i canoni dell'ortodossia, ma lo offrono a un pubblico differente da quello consueto. Di nuovo, in perfetto stile Kite. 
La questione che L'attesa solleva riguarda tutti coloro che si sentono stanchi. 
E la stanchezza, si badi, non è solo un fatto di fatica fisica che si accumula e fiacca le forze, ma ha anche parecchio a che fare con la noia, con la scontentezza, l'insoddisfazione, l'abulia, la mancanza di motivi per muoversi e fare. Sono stanco, non mi va. Non fa per me. Lascio perdere... 
E allora quel che viene spontaneo fare è proprio il suo contrario: non fare. 
Facciamo finta che il lettore abbia più o meno 66 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - seduta sulla sua poltrona - non fa altro che pensare alla sua fine: Lei busserà presto alla porta e da parte sua non potrà fare altro che seguirla, perché è così che da sempre è andata. Sedersi lì ad aspettare che qualcuno bussi e ti porti via. Finire, andarsene, morire. E nel frattempo che aspetti, smetti di fare, di interessarti, di appassionarti, di emozionarti. Sei lì, come la protagonista, tutta concentrata ad aspettare il toc toc alla porta, il tuo momento. 
Però però, nonostante tutto, nonostante l'ineludibile destino, e nonostante la stanchezza quel grembiule ogni mattina ancora se lo lega dietro la schiena... E alle sorprese che dietro la porta si nascondono, reagisce.
Facciamo finta che il lettore abbia invece più o meno 16 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - pensa che stare seduta sulla sua poltrona sia la cosa da fare - non fa altro che affondare nella sua abulia: se ne sta lì a non fare niente perché non riesce proprio ad averne voglia, non è capace di interessarsi, di appassionarsi, di emozionarsi. E allora anche a 16 anni capita che si stia lì, come la protagonista, ad aspettare che qualcosa cambi: in attesa che il primo passo sia qualcun altro a farlo. E allora, se anche così fosse, perché non andargli dietro, a quel passo?


Bene. Tanto a 66 quanto a 16 forse varrebbe la pena di riflettere su questo apologo. E magari prendere in considerazione il suggerimento velato, una cosa semplice semplice vivere e non sopravvivere. Ogni mattina prendere l'abitudine di alzarsi e poi legarsi un vero - o metaforico - grembiule dietro la schiena e cominciare a fare: studiare, stendere il bucato, andare a lavorare, dare l'acqua alle piante, fare il pane, e occuparsi un po' di gatti e cani e anche del resto mondo intorno... 

Carla

*Tomi Ungerer...

martedì 19 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FOTOGRAFIE D’ESTATE 


La prima evidenza che colpisce immediatamente nel nuovo romanzo di Chiara Carminati è che è un romanzo di Chiara Carminati e di Massimiliano Tappari. 
Carminati-Tappari hanno già alle spalle una bella storia editoriale congiunta: da A fior di pelle del 2018 a Segui la stella del 2025, tutti editi da Lapis, i due autori hanno proposto libri per bambini molto piccoli dove le parole poetiche di Carminati accompagnano e sono accompagnate dalle fotografie di Tappari. 
In Mare mosso la sfida si alza di età e di livello: un romanzo per ragazzi, corredato da fotografie. Ogni capitolo, infatti,  inizia con una foto a cui più o meno implicitamente il testo tende. 
La protagonista del romanzo è la giovane Salicornia, Sal per gli amici, che con la madre e le due sorelle Tamerice e Posidonia, approda a San Gaudenzio, isola piccina e spersa del Mediterraneo. Sal non è felice di questo suo sbarco, tant’è che il capitolo si apre con questa immagine


Per Sal sull’isola c’è troppo caldo, troppa sabbia, troppo mare. Lei vorrebbe solo leggere fumetti di Lucky Luke e ripassare francese, ma pare che tutto congiuri contro queste due ipotesi. Non bastasse il caldo, l’isola è attanagliata dalla mancanza di acqua, motivo per cui saltuariamente si è costretti a fare la doccia con le bottiglie comprate nell’unico alimentari del paese. Il sindaco provvede in qualche modo ad accertarsi che tutti gli ospiti siano a loro agio, mantenendo i contatti con la nave cisterna che approda, se il mare lo permette. 
Sal è una ragazzina che sta bene con sé stessa, non cerca agganci con l’isola, ma è l’isola che gliene procura continuamente. Conosce così Glauco, un ragazzino con cui si scontra, è proprio il caso di dirlo, lungo un sentiero. Glauco ha al collo una macchina fotografica e inquadra pezzi di realtà incomprensibili agli occhi di Sal: delle rocce, il cielo, il mare. Cosa cerca Glauco? 
Dal mare appare anche la dottoressa Angela, che viene chiamata d’urgenza mentre prende il sole, per soccorrere la povera Tam caduta dagli scogli. 
Quello che pare un romanzo di formazione su un’estate inaspettata, piano piano diventa anche un romanzo sulla cura delle persone e dei luoghi. Succedono incendi improvvisi, la dottoressa denuncia il degrado sanitario, l’orizzonte del libro si annuvola piano piano. 


Come si riuscirà a comprendere la realtà dell’isola? Come si capirà cosa è successo? 
Guardando. Osservando, magari attraverso un obiettivo.
Il primo aspetto interessante del libro è il lavoro sulle immagini. Le fotografie di Tappari non sono mero strumento al servizio delle parole di Carminati (tutti i loro libri precedenti si basano sulla fusione creativa di parole e foto), ma aprono all’esplorazione del mondo. 
La mamma delle tre ragazze dipinge tutto il giorno: osserva, prepara i colori, disegna. Glauco fotografa. Sal legge fumetti che del rapporto simbiotico e creativo con le parole sono i capostipiti. Le domande che nascono dalle inquadrature, siano esse quelle di Tappari o quelle dei personaggi del libro, sono tante e profonde: cosa vuol dire rappresentare una porzione di realtà? Quanto cambia la percezione della realtà? La fotografia è solo una rappresentazione? Quanto posso cambiare osservando attraverso un mirino? 
Le fotografie lavorano su un doppio binario (come la nuotata citata dei ragazzi!): arricchendo la trama del libro facendo immaginare luoghi, suoni, profumi, ma anche aprendo il testo a mille significati.
Le fotografie a inizio capitolo allargano le possibilità della scrittura, arrivano dove le parole finiscono, o forse cominciano dando loro possibilità di dire. 


Il secondo aspetto che ho molto amato del libro è quello della lentezza. Non c’è un’esatta collocazione temporale nel libro, ma riconosco gli anni della mia giovinezza, gli anni ’80. Le foto di Glauco sono su pellicola, niente telefoni. Le giornate sono scandite da routine lente. Le fotografie non le vedi subito e per non sprecare pellicola, prima di scattare, ci pensi bene, poi le mandi a sviluppare e tornano giorni dopo. La fotografia analogica offriva uno spazio più lento nel suo rapporto con la realtà. 
Alla questa lentezza si aggiunge il fascino travolgente delle isole, soprattutto quelle piccole, in cui la natura talvolta decide al posto nostro. Se c’è mare mosso, tutto si ferma: non sbarcano turisti, non c’è acqua, non puoi andartene. Anche di questo parla il libro, del sottile confine tra noi e la natura, dell’imparare ad accogliere ciò che offre e, se non lo trovi, a cercarlo, perché da qualche parte un dono c’è. 
Ultime due considerazioni. La prima è che il personaggio della dottoressa Angela è ispirato alla storia vera della dottoressa Caterina Arena che nel 1975 aveva segnalato le scarse condizioni igieniche dei serbatoi comunali di Salina, motivo per cui era stata sollevata dall’incarico. La seconda riguarda la parte finale del romanzo, intitolata Album di fototraduzioni. È un gioco nel gioco. Io l’ho vissuto come un regalo al lettore e poi ho pensato che Glauco esiste. 

Valentina 

 Mare mosso di Chiara Carminati e Massimiliano Tappari, Mondadori