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venerdì 21 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE...  (II PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

Il testo di un albo illustrato deve assomigliare a una rete dalle maglie larghe: deve essere rete per poter sostenere la storia, la sua coerenza, ma le maglie devono essere larghe per permettere a chi lo illustra, ma poi anche a chi lo legge, di entrarci dentro e accomodarcisi. 
Ma, a parte questo, ci sono dei luoghi di un albo illustrato che sono assoluta pertinenza dell'illustratore: la copertina, i risguardi, il frontespizio... 
Sydney Smith se ne appropria immediatamente e crea una copertina con due bambini - un bambino più grande e una bambina più piccola che corrono da destra verso sinistra, in qualche modo controcorrente rispetto all'andamento consueto di un libro che si sfoglia, come se stessero tornando indietro... si tengono per mano e il maggiore tira l'altra più piccola. 
Quando Brian Floca la vede per la prima volta, si commuove. E, presumo, trovi conferma nella scelta di aver chiesto a Sydney Smith di illustrare The Island Storm. 


La doppia pagina del frontespizio è divisa in due, due doppie pagine. Nella prima, a destra, compare solo il titolo e l'immagine racconta una sorta di antefatto: di spalle un bambino e una bambina guardano fuori dalla finestra un cielo pieno di luce. E siccome è Sydney Smith che lo concepisce, c'è un meraviglioso gioco di riflessi sui loro capelli, sui loro profili. Sulle finestre o sulle porte aperte di Sidney Smith da cui fa filtrare lame di luce, sempre emozionanti, andrebbe scritto molto di più... 
L'altra parte del frontespizio, nella doppia pagina successiva, quella che ospita i crediti e le dediche degli autori, mostra un altro dettaglio importante: una donna bionda, nel vento, sta con fatica raccogliendo i panni in giardino, prima che la furia della tempesta glieli porti via del tutto o la pioggia imminente glieli bagni di nuovo. 


Poi parte il testo e, con lui, la prima immagine. 
Le parole alludono a un piano d'azione tra due: "prendimi per mano, andiamo a guardare il mare prima della burrasca"
Cose non dette dal testo: che sono fratello e sorella, che stanno uscendo di casa di corsa, mettendosi gli stivali di gomma e una giacca sui vestiti che già avevano indosso. Sono le immagini a parlare. Tu tiri me, io tiro te... 
A questo punto è accaduto: Sydney Smith dà una forma all'idea che il testo gli ha suggerito. 
Decide che quei due siano fratelli, nonostante il testo taccia su questo, per esempio. 
Decide anche un ritmo visivo, accelera nei panel che si sovrappongono e raffigurano i vari luoghi che i due attraversano. E magnificamente il testo scorre come un nastro di parole da sinistra a destra, esattamente come il nastro delle immagini sovrastanti.


Questo per arrivare a un giro pagina importante: una doppia pagina di mare in burrasca, anzi due, che comprimono il testo verso la cornice bianca a sinistra - Nel paese dei mostri selvaggi rules! 
Nella pagina successiva, lo spazio bianco per il testo diventa ancora più esiguo. 
E così si va avanti tra doppie tavole con poco testo o sequenze di panel quando la corsa di quei due attraversa luoghi diversi nella campagna. Un sottile gioco di movenze e sguardi rende ancora più tangibile la relazione che tiene insieme i fratelli. 
Sydney Smith racconta che ha pescato a piene mani nei suoi ricordi d'infanzia, ossia le "uscite" fatte con suo fratello più grande di lui di otto anni, e naturalmente ha "usato" per i due bambini raffigurati un distillato dei suoi due figli, Sal e il biondissimo Emrys, cui il libro è dedicato (loro sono anche i soggetti della bellissima copertina, con annessa finestra, dell'Illustrators Annual 2025). 
Racconta che la cosa che lo interessava era creare un sottotesto ulteriore, ossia rendere visualmente la relazione affettiva e di dipendenza fra i due. 
E poi c'è lei, la madre. Neanche un rigo che la riguardi nel testo originale, che Floca poi è ben contento di limare su questa nuova presenza. 


Sydney Smith ha sentito il bisogno di inserirla per poter far partecipare i lettori, anche e soprattutto in un'auspicata lettura condivisa tra grandi e piccoli, della trepidazione anche di un adulto. 
Fondamentale che lei abbia una torcia in mano (peraltro è l'ennesima prova per Smith di restituire al lettore - a livello emotivo e sensoriale - un effetto luminoso)  a testimoniare anche il suo stato d'animo, la sua paura. 
In questo modo, con questo finale accadono due cose importanti: da un lato si dimostra che a casa c'è qualcuno che è in pensiero per te, c'è qualcuno che ti ama molto e dall'altro, nella lettura condivisa, quello stato delle cose non fa altro che cementare la percezione che leggere assieme una storia può diventare anche un'emozione comune, rinforzando la relazione affettiva tra un grande e un piccolo.


Questa è una delle ragioni che all'epoca convinsero l'editore americano - Neal Porter - a pubblicare il libro. 
Ma non fu la sola: lo convinse anche e molto il fatto che la nettezza del testo di Floca abbia trovato un corrispettivo così "emotivo" nelle tavole di Smith, che solo in apparenza possono considerarsi spontanee e immediate. Sono, al contrario, frutto di un lungo processo che, tentativo dopo tentativo, molte sono le prove che fa anche sui materiali, arriva a raggiungere la soddisfazione personale dell'autore che è l'unica che gli assicura di aver raggiunto il suo risultato migliore. 

Carla

venerdì 7 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE... (I PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, 
sotto un cielo pesante e sempre più cupo. 
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. 
Rimbomba nelle orecchie, scuote le piante, sbatte i rami sui rami toc toc toc! 
Sugli scogli non ci siamo più mossi, scogli come immensi ossi 
consumati e percossi dall'acqua e dal tempo 
da burrasche come questa che ci sta venendo addosso..." 

Insieme, questi due bambini escono di casa e si avventurano per andare incontro alla burrasca, una grande tempesta sul mare, che si sta avvicinando. 


Attraversano il boschetto con il vento che si fa sempre più teso. I rami sbattono tra loro, ma i bambini proseguono. Arrivano sul mare e lì le onde sono alte e impetuose, ma si sentono al sicuro sugli scogli. Il suono, il rombo dell'oceano li avvolge. 
È abbastanza come prova di coraggio? Devono tornare indietro o proseguire nella burrasca sempre più vicina e sempre più furiosa? 
La risposta è: tu tiri me, io tiro te, e andiamo avanti.
Attraversano i campi e quei pochi che la burrasca ha colto di sorpresa stanno correndo al riparo... 
Loro no, tu tiri me, io tiro te, e andiamo avanti. Fino ad arrivare al villaggio, dove ormai non c'è più nessuno  per strada. Ma al primo tuono che scuote l'aria , decidono di correre indietro. 
Come Pollicino fanno il percorso a ritroso e quando tutto sembra molto pericoloso, Tu tiri me, io tiro te... una luce in lontananza. 

Almeno tre cose magnifiche sono dovute accadere per arrivare a questo libro, che è la quarta cosa bellissima, in realtà. 
La prima: l'incontro. La seconda: questo testo. La terza: queste immagini. 
Sydney Smith e Brian Floca sono due giganti della letteratura illustrata per l'infanzia. 
Hanno entrambi un pedigree di tutto rispetto e i loro libri hanno collezionato nel tempo i più prestigiosi riconoscimenti. 
Entrambi scrivono, ma soprattutto illustrano. Seppure con un segno sideralmente distante. La precisione ossessiva di Floca, non a caso allievo di Macaulay alla Risd come David Wiesner, è tutt'altra cosa dall'espressionismo luminoso di Sydney Smith. 


I due, ovviamente, si stimano reciprocamente per la loro arte e così capita che, nel 2022, durante uno dei passaggi di Sydney Smith a New York vada a trovare Brian Floca nel suo studio di Brooklyn. In quell'occasione Floca tira fuori dal cassetto un suo testo che propone a Smith. 
Da parte sua, Brian ha l'assoluta certezza che, visto l'argomento, il suo stile non sia adatto, mentre quello di Sydney sarebbe perfetto... 
Lui lo legge e accetta. 
A convincerlo ha giocato un fattore importante: Brian Floca, come lui, è un visual thinker, anche se molto diverso da lui dal punto di vista stilistico. Ma questo lo abbiamo già detto. 
I due, a questo punto, smettono di chiacchierare troppo sul da farsi, sul come procedere: Floca si mette nelle mani di Smith e, come succede ai due bambini della storia, decidono di fare squadra e di fare un po' di strada assieme - tu tiri me, io tiro te! 
A ben vedere, lavorare a quattro mani per un libro è un po' questo: prendere coraggio e intraprendere un'avventura di collaborazione e fiducia reciproche. Si può dare per acclarato che Brian Floca lavori nei suoi testi cercando di esprimere al massimo il portato emozionale e sensoriale del racconto e Sydney Smith è perfettamente allineato. 


Così si arriva al secondo evento magnifico: il testo, appunto. 
Si tratta di una storia di coraggio, ossia di voglia condivisa di superare i propri limiti. 
L'infanzia è il tempo delle prime grandi prove, ma è anche il tempo della condivisione. Se si è in due, si va avanti con più sicurezza. È vero anche che le prime grandi prove si presentano davanti a un mondo che si manifesta più grande, davanti a una natura meno conosciuta, qualcosa che fa sentire minuscoli di fronte agli scricchiolii e all'oscurità di un bosco, davanti al rombo dell'oceano, davanti a spazi grandi, a case disabitate, alla solitudine di una città vuota e allo scoppio di un tuono. 
Così, la sua prosa poetica - una qualità che per Floca era già stata notata e apprezzata all'epoca di Locomotive, nel 2014 - qui affidata alle sapienti mani di Damiano Abeni anche in italiano diventa suono, oserei dire musica, che evoca sensazioni palpabili. 
A partire dal titolo, che si discosta un po' dall'originale Island Storm, in onore di quella parola "burrasca" che, con quel bu che esplode all'inizio e quelle due erre che rombano nelle bocche di chi la pronuncia per poi scoppiare nella sillaba sca che tutto chiude. 
Insomma, poesia o canzone con un ritornello.
Burrasca, parola non tanto usata, almeno non quanto tempesta o temporale. 
Un testo che ricorda nel suo andirivieni Nel paese dei mostri selvaggi, ma ancora di più l'andamento del testo poetico e soprattutto musicale, di Michael Rosen per A caccia dell'orso andiamo, laddove c'è un percorso di andata più lento e uno di ritorno, simmetrico ma ben più accelerato, lì un orso, qui un tuono!

[continua] 

 Carla

lunedì 3 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO.  
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo di un meraviglioso racconto di Saki.  
E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog.  
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera.  
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piediTutto cambiaVacanze o ancora Oltre il giardino.  Ma non è successo.  

LA COSA PIÙ IMPORTANTE È NON PERDERLI DI VISTA 


Qualche anno fa è successo che alcune tra le piccole case editrici di libri per bambini abbiano sentito forte l'esigenza di riproporre il proprio catalogo sotto forme editoriali diverse: principalmente i loro libri sono diventati più piccoli e più economici e, necessariamente, meno "rigidi". 
 Un albo illustrato, per come è fatto, è un oggetto necessariamente costoso, con la sua copertina cartonata, con il suo formato grande, che è il suo bello, è arrivato a costare cifre considerevoli nell'economia di un lettore medio (così come di una biblioteca scolastica o di una biblioteca tout court) e così è accaduto che siano nate collane di libri che sacrificassero un po' della loro misura consueta e un po' del loro essere più robusti di altri in cambio di un prezzo più contenuto e quindi accessibile. 
Sono nate così le collane di Babalibri, dei Topipittori, di Edizioni Clichy e qualche altra. 
Che sia stata una scelta vincente - economicamente parlando - non saprei. 
Di sicuro, per tutti coloro che hanno maneggiato i loro antecedenti, è corso rapido e fugace il pensiero:
sì, ma quando erano grandi era ben altra la percezione nel tenerli in mano, nello sfogliarli e leggerli da soli o di fronte a una classe o anche a un paio di bambini... 
Vero è che nelle loro versioni ridotte sono oggettivamente più "lievi": pesano meno, stanno in tasche o borse capienti e se ne vuoi comprare due invece di uno, forse lo puoi fare più serenamente. 
A qualche anno di distanza dalla loro nascita, sembra però che il fenomeno stia un po' rallentando... 
Nel 2026 non ne escono molti, a parte i Bababum, che continuano a costare 6 euro e misurare 15x19 centimetri. 
Vuoi vedere che derogare a due delle caratteristiche distintive e fondamentali che hanno fatto dell'albo illustrato quel preciso oggetto su cui grafici, autori e illustratori hanno sognato per decenni, non si è rivelato così tanto risolutivo per il mercato dell'editoria per l'infanzia? 
In tutto questo moltiplicarsi di formati e prezzi all'interno delle case editrici, sono arrivati anche gli orecchini di orecchio acerbo. 
Nascono nel settembre del 2025, quindi buoni ultimi.


Anche in questo caso si tratta di una collana, si tratta di libri che condividono il formato (14x21 cm), il tipo di rilegatura - continuano a essere tutti cartonati, non hanno mai lo stesso prezzo, ma sono un po' più economici dei loro "fratelli maggiori", seppure la differenza è di pochi euro. 
Questo è per dire che il primo criterio che ha portato a decidere di creare una nuova collana non è quello economico. Peraltro, la casa editrice ha già una sua collana in economica che accoglie tutti quei titoli che, forti di un buon successo, possono permettersi di perdere la loro costosa e rigida copertina - ma non il formato, se non impercettibilmente - per diventare libri meno costosi e in brossura: forse uno dei primi è stato In bocca al lupo (nel 2005) di Fabian Negrin e l'ultimo è Cosa diventeremo? di Antje Damm. 
Gli orecchini però sono un'altra cosa.


E soprattutto nascono da un desiderio diverso: nascono per affetto, sono frutto di una severa selezione, e poi sono piccole nuove edizioni che escono a mazzetti. Prima sei, poi tre e poi di nuovo tre. E via così. 
Si tratta di casi ben precisi, ovvero sono tutti libri che sono esauriti (alcuni anche da parecchio tempo) nel catalogo e che se venissero ristampati così come sono in originale, avrebbero un costo difficilmente sostenibile.
E da lì l'idea: troviamo un modo per salvarli dall'oblio, per far sì che non si perdano di vista, visto che sono 'pezzettini' imprescindibili del cuore di orecchio acerbo. 
Tra loro ci sono libri che sono stati in origine scovati anche da un lontano passato, oppure sono libri di esordienti pieni di talento, oppure ancora sono libri su cui all'epoca della prima uscita si è scommesso parecchio, perché erano libri belli, ma insoliti. 
Ma sia come sia, tutti loro sono libri che costituiscono il DNA di una linea editoriale: sono - in quota parte, ciascuno per sé - orecchio acerbo in carta e inchiostro. 
Facendo della facile ironia sul nome che li tiene insieme, si possono dire i gioielli di famiglia! Rinunciare al loro valore, perderli di vista, prima di tutto per la casa editrice stessa, sarebbe stato un vero dolore. 
Poi il pensiero va a loro: i collezionisti, i 'precisini' e quelli che amano cercare e poi trovare il senso più profondo delle cose. 
Gli orecchini sono per quelli che amano costruire con il tempo le loro raccolte, quelli che amano gli scaffali ordinati e per coloro che cercano di leggere attraverso le scelte di un editore la sua ragion d'essere. 
Dunque: per una questione affettiva interna, ma anche per tutti quelli che si sono persi gli originali all'epoca, per i collezionisti, per gli ordinati e per gli esegeti - ma anche per tutti gli altri ovviamente - circa un anno fa hanno ripreso a circolare i primi sei orecchini: A una stella cadente N.E. di Mara Cerri, Strisce e macchie N.E. di Dahlov Ipcar, Il bianco e il nero N.E. di Debora Vogrig e Pia Valentinis, Un gioco da ragazze N.E. di Alessandra Lazzarin, Il cane e la luna N.E. di Alice Barberini, e lui quello che chiude il cerchio con il titolo di questo post un po' sentimentale: La cosa più importante N.E.di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgard. 

Carla 

Noterella al margine. Per completezza dell'informazione, i successivi tre sono stati Gambipiombo N.E. di Fabian Negrin, Il Signor Ventriglia N.E. di Marco e Mirto Baliani, La riparazione del nonno N.E. di Stefano Benni e Spider.

mercoledì 22 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SORRISI E LE ZANNE


Che ci si trovi di fronte a un capolavoro ci avvisano fonti autorevoli fin dalla quarta di copertina. Jon Klassen afferma che "Il Ponte è così tante cose insieme: molto divertente, molto misterioso, molto bello, e come nessun altro libro che abbia mai visto. Diventa più profondo e più strano a ogni lettura: una vera trappola fantastica". A lui si aggiungono gli Hamelin, a sottolineare come Eva Lindström giochi con gli stereotipi e le aspettative, divertendosi ad abbatterli. 


È tutto vero. Il ponte è un dispositivo misterioso che, dietro le reazioni di perplessità che potrebbe suscitare a una prima lettura, nasconde molto altro. 
Qui più che in altri casi, la questione si fa rarefatta: una manciata di pagine che scorrono veloci, una palette di colori ridotta e rigorosa che richiama certe atmosfere di fine inverno, protagonisti laconici che attendono, e mentre attendono si scambiano scarni dialoghi bevendo caffè in tazze che mi piace immaginare di sottile porcellana bianca. 
Chi può, pensi a Beckett, ad attese sconsolate che si fanno carne ed esistenza. Chi lo sente nelle sue corde, come la sottoscritta, ricordi Lynch: la sua fiducia incrollabile nelle cose che non si capiscono immediatamente, il suo corteggiamento infinito e circolare per il dubbio come stato mentale privilegiato. 
Il lettore più innocente e ben disposto, da parte sua, attraversi l’albo armato di coraggio, perché ci si caricherà di una tensione quasi fastidiosa, passando da una pagina all’altra con un senso di allerta tanto presente quanto apparentemente immotivato e, per certi versi, insoddisfacente. 


Ma quali sono gli elementi che favoriscono la costruzione di questo clima?  
Cosa intacca quel senso di sicurezza con cui si attraversano solitamente le storie custodite negli albi, anche quelle apparentemente più paurose? 
Quali scelte narrative ed estetiche questionano il patto di lealtà che si stabilisce tra autrice e lettore, attraverso cui si accetta di seguire chi racconta ovunque voglia perché si presuppone che entrambi giochino con le stesse regole? 
La questione da cui scaturisce la storia, innanzitutto, è fin troppo semplice per non insospettire: ci dovrebbe essere un ponte, che però è guasto e deve essere aggiustato, e quindi è necessario aspettare. C’è un maialino che dovrebbe attraversare per essere da qualche parte, a nord, entro una certa ora. C’è una coppia di lupi, piuttosto solerte nell’offrire ospitalità al maialino, in attesa del ripristino dell’infrastruttura. 


Ci sono elementi che informano in direzioni opposte e contrarie, riverberando una sottile dissonanza: il tratto infantile e la postura narrativa sofisticata, il maialino e il lupo, l'accetta e lo spartito, l'apparente disposizione di una fin troppo evidente trappola e i gesti di un'accoglienza accurata e genuina. 
I sorrisi ci sono. E le zanne. 
Anche la costruzione delle illustrazioni è gravida di elementi che destabilizzano subliminalmente un quadro della situazione statico fin quasi all’immobilità: la difficoltà di lettura del paesaggio, per cui è arduo capire dove sia il fiume, dove la strada; le finestre del salotto in cui viene accolto il maialino, aperte verso l’esterno della casa, ma anche spalancate oltre il margine fisico della pagina; la disobbedienza alle leggi della prospettiva, che sovverte la rappresentazione dello spazio fino al limite consentito, oltre cui il pavimento sembra inclinato e le pareti deformate fino alla verticalità, il frequente cambio di punto di ripresa della stanza. Tuttavia, nessuno di questi segnali, pur suggerendo una direzione probabile della narrazione, prende davvero forma. 


L’attrito sotterraneo che caratterizza tutto l'albo si manifesta nell’attesa. Ma quali sono davvero le entità che entrano in contatto e lo provocano? E soprattutto: chi è il vero interlocutore di Lindström, o meglio, dove sta la parte che sembra mancare al racconto ma che in realtà lavora incessantemente al suo fianco nella costruzione dell’intero dispositivo? 
Gli elementi collocati sapientemente pagina dopo pagina possono fare quello che fanno solo tramite la collaborazione di un interlocutore che possieda tutta quella parte del combustibile culturale capace di prendere fuoco attraverso gli inneschi predisposti dall’autrice. Sappiamo per tradizione che il lupo dovrebbe mangiare il maialino, sospettiamo per questo di ogni gesto di gentilezza e leggiamo ogni mossa con la consapevolezza della probabile fine della storia e un'aspettativa quasi incrollabile. 
A citare Čechov, diremmo che ci sono fin troppi fucili. 
Ed è qui che interviene l'autrice: disattendendo, smantellando, decostruendo. Sottraendoci al gusto della previsione, Lindström ci coinvolge in un gioco che è soprattutto suo: non è la mera rendicontazione di fatti avvenuti secondo uno schema prevedibile perché condiviso, ma una riflessione profonda su quello che una storia è e sul ruolo che ha l’autore nel farcela attraversare.  


Il ponte può permettersi di iniziare in medias res perché si fa forte di una narrazione che il lettore fa per conto suo ancor prima che l’albo abbia inizio, deducendo dal contesto quello che viene dato per scontato: che il maialino sia il protagonista, che sia lui a dover attraversare il ponte e, soprattutto, che il ponte esista.  
Solo approdando alla quarta di copertina, dove occhieggia quella frase che potrebbe essere riferita a ogni lettore in procinto di attraversare un libro "Ecco qui qualcuno che deve attraversare il ponte" capiamo la sublime metafora a cui abbiamo partecipato e il ruolo che abbiamo avuto. 
Perché nemmeno la disposizione della sequenza narrativa nella struttura libro è esente dalla magica opera di dissoluzione dell’armamentario di previsione che Lindström mette in atto. E se la struttura libro solitamente ci informa per convenzione e con esattezza del suo inizio e della sua fine, la disattesa più sublime è proprio quella del titolo, che ci inganna sottilmente utilizzando le nostre stesse cecità di lettori.  Non c'è infatti nessun ponte, o forse sì, e lo abbiamo appena attraversato… 


Giorgia


 “Il ponte”, Eva Lindström, (traduzione di Laura Cangemi), Camelozampa 2026 





venerdì 17 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ZIP ZAP WICKETY WACK

Chi è che fa beee? Grosso guaio in fattoria, Matthew Diffee 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"La mucca fa: 'Muuu'. Il cavallo fa: 'Hiii'. 
La pecora fa: 'beee'. 
La capra fa: 'Ehi, aspetta un attimo. Sono io che faccio bee'. 
'Però l'ho detto prima io'. 
'Ma se io belo da quando ero piccola' 
'Oh, oh, e adesso cosa facciamo?'" 

Sono riuniti tutti nella stessa fattoria e discutono di questo bel problema. Pecora, capra, mucca, cavallo, cane, maiale, papera, gallo e anche una rana. 
Visto che capra e pecora hanno il verso in comune, cercano di distinguersi. 
La pecora pensa di fare oink, ma il maiale giustamente protesta. Allora la capra pensa che un bel qua potrebbe fare al caso suo, ma quella è la battuta dell'oca e l'usurpato chicchricchì da parte della pecora fa infuriare il legittimo proprietario, ossia il gallo. 
La pecora, pensa che ti ripensa, escogita un verso che di sicuro in quella fattoria non si è mai sentito e quindi non è di pertinenza di alcuno... E il verso fa esattamente: zip zap pimpeti pam bing bang walla balla flip flap criccheti crack brim ding dilly. 
Ma all'orizzonte c'è già qualcuno che lo sta reclamando... 

La buona idea e il buon disegno fanno il valore di questo libro. 


Partiamo dal buon disegno: Matthew Diffee sa tenere molto bene la matita in mano. Cartoonist per importanti testate, come il New Yorker e il Texas Monthly, lo fa da almeno 25 anni con enorme successo e con grandi riconoscimenti da parte del pubblico e della critica. 
Questo è il suo primo albo illustrato e quindi si sta muovendo secondo un ritmo e con un'ampiezza che non sono quelli suoi consueti: non più un colpo e via. Si gira pagina. 
Anche se effettivamente, a guardare bene, anche qui ogni doppia pagina è fulminante come una vignetta. Ma non divaghiamo. 
Stabilito il passo diverso, Diffee decide quindi di creare un contesto che sia il più classico, canonico e rassicurante possibile (persino nella scelta del font): fattoria, animali, versi degli animali... 
E come li disegna? Di nuovo nel modo più classico, canonico e rassicurante possibile. Nessuna deroga a mettere nel disegno elementi anomali: non è nel suo stile. Intendo dire, neanche quando fa il vignettista puro. 


Gli animali sono molto riconoscibili e potrebbero essere usciti da un libro inglese per bambini di fine Ottocento. Nessuna deroga all'antropomorfizzazione o, peggio, alla caricatura. Ripeto: non è nel suo stile. 
Sono disegnati sulla pagina il più delle volte fuori contesto: solo ogni tanto appoggiati su un praticello verde o una balla di fieno.


L'unico elemento di arredo è uno spigolo del recinto, che è necessario a livello narrativo. Solo alla fine, quando decide di allargare il campo visuale, si vede un magnifico fienile, anch'esso prototipo della categoria iconografica delle fattorie, granai e fienili americani. 
E chiudiamo con la buona idea. 
A tal proposito, consiglio a tutti di sentirsi 15 minuti esilaranti quanto illuminanti sulla teoria delle buone idee che Matthew Diffee nel 2013 ha tenuto in una TEDx
Il libro in questione di buone idee ne ha diverse. 
A parte quella di partenza, abbiamo visto finora che è stata una buona idea trovare questo preciso modo per raccontarla (ovvio anche visivamente). 
Questa storia si regge esclusivamente su un serrato dialogo tra animali. Non esiste nessun narratore esterno, né narrazione che vada al di là del ritmato botta e risposta tra i vari personaggi. Tutto si regge sulle onomatopee dei vari versi, fino ad arrivare a una vera e propria apoteosi sonora, che nel titolo inglese del libro fa bella mostra di sé, mentre nell'altrettanto pimpante traduzione di Sara Ragusa, rimane nascosta all'interno delle pagine. 
Finito questo gioco, Diffee decide di mettere a ragionare i propri attori sul tema di fondo, che- ancora solo nell'edizione originale - viene anticipato già anche nel sottotitolo. 
Per una volta, invece, TdM decide coraggiosamente di mantenere il mistero. 
Come ogni buon cartoonist, Diffee affida ai propri lettori il gusto di scoprire da soli il joke finale. 


L'eloquente gioco di sguardi che più volte si ripete è irresistibile, ma silenzioso!
Firlate, gente, firlate!

Carla

venerdì 10 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FINALMENTE IN BRAGHETTE DI TELA

Finalmente in campeggio!, Philip Waechter (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Di tanto in tanto in campeggio può capitare che piova. Allora ci mettiamo al riparo nei nostri sacchi a pelo e giochiamo a carte. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento! Se la pioggia dura più di due giorni, però, diventa noioso. 
E se poi si aggiunge anche il vento, la situazione si fa piuttosto spiacevole. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento..." 

Ma anche se il vento ha sradicato la tenda e, solo dopo lunghe ricerche con gli altri campeggiatori, è stata ritrovata - e anche se è un po' lacera - è stato bello rimontarla e ripararla tutti assieme. 


Il bello del campeggio è proprio questo: essere tutti un po' più uguali in braghette di tela, stare tutti abbastanza vicini, e darsi una mano quando ce ne sia bisogno. 
Per questa ragione, tutte le estati, finita la scuola, la famiglia parte, caricando la macchina fino all'inverosimile (d'altronde in campeggio sono mille mila le cose che servono), farsi dieci ore di macchina per poi arrivare al campeggio al mare. E lì provare a vedere se ancora si sa montare una canadese... 
Il bello del campeggio è che tutto è già un po' conosciuto: i vecchi amici che sono già lì, il ristorante con la pizza di Pepe, la bottega dove anche un bambino può comprare il pane e il latte per la colazione del mattino. 
Il bello del campeggio è che ci si può divertire se si è iperattrezzati e iperorganizzati o se non lo si è per niente. Ci sono camper con la veranda per cucina e frigo e tende canadesi con fornelletti instabili e senza possibilità di tenere in fresco il burro... 
Il bello del campeggio è che si sente tutto: dall'amaca dove ci si dondola si ode il vicino che di notte russa e la radio a palla del dirimpettaio durante il giorno. 
Questo è il dettagliatissimo quanto autentico racconto di una vacanza indimenticabile perché, ovviamente, è in campeggio! 

Ci sono autori e ci sono argomenti che mi calzano a pennello. 
Ecco. Qui in un solo libro si presentano entrambi. 
Partiamo da Waechter. 
Confermo questa sensazione che si prova leggendo i suoi libri: l'assoluta mancanza di retorica nel racconto che si snoda con altrettanta assoluta naturalezza, leggerezza e armonia, pur essendo ricco di contenuti. 
Se si dovesse riassumere in una frase il suo talento: è un prodigioso narratore, con parole e figure. 
Sia che racconti cosine piccole, sia che vada più a fondo, Waechter ha la capacità di catturare il lettore e di evocare nei suoi pensieri interi mondi riconoscibili. 
E qui si arriva alla seconda questione, ossia il tema trattato: le vacanze di un bambino in campeggio. 


Sono piuttosto convinta, anche sulla base di una buona casistica e di una pluriennale esperienza, che i bambini che hanno avuto la fortuna di crescere con un animale accanto e quelli che hanno avuto per sorte dei genitori che li hanno portati in campeggio crescano più felici. 
Da questo nessuno mi smuove né può convincermi del contrario. 
Ma a parte questa mia rigidità di fondo, da adulti campeggiatori non è possibile non notare quanto Waechter parli con precisa cognizione di causa di questa esperienza. Se ne potrebbe cogliere un segnale inequivoco nei lunghi ringraziamenti che ci sono alla fine del libro. 
Ma questo lo capiranno ancora meglio tutti quegli adulti che conoscono quel tipo di vacanza lì. Si riconosceranno su ogni pagina, sia che siano stati campeggiatori accessoriati, sia che abbiano conquistato Capo Nord in canadese. 
E questo fa un po' la differenza, ossia la capacità di questo grande autore di essere così profondamente onesto con i propri lettori, nel momento in cui decide di raccontare qualcosa. Sia che si metta nei panni di orsi e volpi, sia che inanelli aneddoti sulla propria esperienza di campeggiatore negli anni. 
Tutti riconosceranno la pila di piatti e pentole da lavare o l'estrazione di chi debba portare la spazzatura nei cassoni all'entrata del campeggio... si riconoscerà nell'indipendenza conquistata dai bambini, si riconoscerà nel fittume di tende e roulotte, nella promiscuità con i vicini, nella bellezza di essere tanti e tutti assieme, nella gioia di scoprire cose nuove e di ripetere cose già fatte. 
Riconoscerà miriadi di dettagli e dovrà convenire che l'elenco che Tim fa di cosa non bisogna assolutamente dimenticare di mettere in valigia è semplicemente perfetto. 


Ma ci sono come al solito una miriade di minuscoli dettagli che, a mio parere, riassumono in sé il senso ultimo e la bellezza di una vacanza all'aria aperta. 
Sulle orme di Waechter, ognuno peschi nei propri ricordi... 


E mentre si aspetta che il libro esca in libreria, il 17 di luglio, si monti l'amaca.

Carla

lunedì 29 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL MOMENTO TOPICO

La grande nanna
, Kelly DiPucchio, Lita Judge (trad. Sara Ragusa) 
Il Castoro 2026 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Ancora un minutino davanti al lavandino 
per far splendere i denti e poi, felici e contenti... 
Tutti insieme da papà e mamma per la storia della nanna. 
Ogni topolino sceglie il libro preferito (e ci vuole tempo per questo rito!). 
La mamma li legge, nessuno escluso, ma prima che l'ultimo sia chiuso 
dormono tutti, mamma compresa. 
È riuscita l'impresa!"

Seee, lallero! Ma magari fosse vero! 
Trentotto topini che, a fine giornata, dopo aver cenato, dopo essersi fatti il bagno, messo il pigiama, lavati i denti, ascoltata la storia, aspettano "solo" il bacio della buonanotte per addormentarsi... 
Sulla quantità, trentotto sono un bel numero, statisticamente c'è sempre qualcuno che si fa venire in mente un diversivo prima di cadere addormentato: baruffe, calcioni sotto le coperte... 
Poi arriva immancabile la sete, naturalmente per tutti e trentotto. 
Poi, per gli unici due topi adulti, arriva il gravoso compito di ripristinare l'ordine di prima: con coperte e pupazzi.  Ma, silenzio, pare davvero che adesso finalmente si possa dormire. 
Già, peccato che si sia fatta l'alba! 
Ecco, è difficile ammetterlo, ma questa è la dura routine di due giovani genitori a cui la natura ha regalato una famiglia numerosa. 

Kelly Dipucchio è una macchina da storie. Americana, laureata in psicologia infantile e dell'età dello sviluppo nel 1989, dal 2004, anno in cui ha pubblicato il suo primo libro, ne ha sfornati ben più di quaranta e ha venduto più di un milione di copie in giro per il mondo. 
Naturalmente, anche qui come tra i topi, nella quantità, alcuni emergono. Uno di questi, Grace for President, è stato premiato come bestseller dal NYT e ha ricevuto ulteriori importanti riconoscimenti e, com'è naturale che sia, Kelly DiPucchio non perde occasione di ricordarlo in giro. 
Tutto questo è per dire che, statisticamente, i suoi testi non possono essere sempre dei capolavori indimenticabili (in Italia è stato pubblicato, con Nord-Sud, solo Gastone, altro suo grande successo). 
A vederli in sequenza, sono molto diversi l'uno dall'altro perché gli illustratori e le illustratrici, chiamati a raccontare per immagini quello che lei fa a parole, si avvicendano. 
La differenza in qualche modo, sono loro a farla. 

 
E quindi è un fatto che alcuni tra questi funzionino meglio di altri. E che alcuni abbiano avuto illustratori migliori di altri.
La grande nanna è uno di questi. 
L'idea di partenza ruota intorno al momento topico (!) dell'andare a dormire, ossia dell'accompagnamento da parte dei genitori dei loro piccoli verso il letto, verso il silenzio, verso la pace, verso il riposo ecc ecc. 


La routine è più o meno rispettata, la cosa che rende tutto un po' più comico del solito è il fatto che siamo in una tana di topi e che i topi, nella vita vera, sono prolifici: hanno sempre famiglie numerose. Quindi, con un testo piacevolmente in rima grazie a Sara Ragusa che lo ha tradotto ed adattato, tutto si gioca sulla quantità di gente che si agita sulle pagine. 
E ancora: a parte i due genitori che di nome non ne hanno, tutti i loro piccoli vengono ricordati, in elenco, ben due volte (con il cimento finale nei confronti dei lettori a ricordarseli tutti e trentotto). 
E anche questo può essere divertente. 


Ma il vero merito, come si diceva, sta soprattutto nelle illustrazioni. Lita Judge ha molto talento. 
E lo ha sempre dimostrato: da autrice e, come qui, da illustratrice. Anni fa uscì in Italia un suo bel libro, di tutt'altro genere: un libro pieno di mistero, inquietudine e tanto tanto nero. 
Adesso la ritroviamo a disegnare topini, in una colorata tana e in una movimentata serata. 
Lei prende molto sul serio il gioco che propone Kelly DiPucchio e crea quaranta diversi musi di topo, li veste in modo diverso tutti e quaranta! 
E soprattutto a tutti loro offre un dettaglio espressivo che diventa una piccola ribalta, per diventare riconoscibili nel mucchio agli occhi dei bambini lettori (che non vorranno andare a dormire...) 
E, come se non bastasse, li mette in sequenza in una galleria di ritratti che occupa entrambi i risguardi. La bellezza sta in questo loro essere tutti diversi! Per esempio, indugia sugli occhi talvolta speranzosi, sempre pazienti, ma anche stanchi di mamma e papà, assonnati e stremati. 
Come DiPucchio ha concesso loro un paio d'ore di sonno, altrettanto fa Lita Judge che dota loro di riconoscibili e comodi vestiti da casa e, rispettivamente, di una camicia da notte a fiorellini e di un pigiama a righe. E anche di un letto nuziale che si distingue per quei cuoricini. 
Insomma, a parte il testo divertente e musicale che terrà desti molti bambini, è il talento di questa grande autrice e illustratrice che segna la differenza. 
Sembra assurdo ma sono ancora una volta gli occhioni espressivi a rappresentare il marchio della Judge, Nel 2018 colpirono il pubblico quando disegnava Mary Shelley e il mostro, tragici e umidi nel vento e nella tempesta, e oggi restano altrettanto impressi quando li si vede accendersi sui musetti di trentotto topi instancabili e due che avrebbero bisogno di un paio d'ore di sonno... 


Carla

venerdì 26 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

La panetteria, Lucía Belarte, David Lorenzo (trad. Emma Vaccaro) 
Kalandraka 2026


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Papà si alzava molto presto per cuocere il pane, la pizza, i biscotti. 
Alle sette faceva le consegne alle panetterie e quello che avanzava lo vendeva in giro. 
I filoni emanavano un profumo delizioso, ma la gente del posto raramente si fermava a comprare qualcosa da lui. 
Quando arrivò l'autunno, i miei genitori impacchettarono tutte le nostre cose e le caricarono nel furgone. Ci trasferimmo in un paese dove speravano che gli affari sarebbero andati meglio." 

Certo la casa nuova era più grande dell'appartamento precedente e aveva una gran vista, dato che era su un cucuzzolo appena fuori dal villaggio. 
L'attività del fornaio riprese ma qui come in città nessuno comprava. 
E anche dopo aver girato per tutta la domenica nelle strade del villaggio offrendo alle persone assaggi del loro pane e dei loro biscotti, le cose cambiarono. 
Forse dipendeva dal fatto che loro erano diversi, erano lupi? Gli unici lupi in quel paesino di mucche, maiali e leprotti. 
Anche quando tutto il villaggio si allagò per la tempesta e l'unica casa a rimanere all'asciutto era quella del fornaio in cima alla collina, nulla cambiò. E anche quando, passati tre giorni, nel paese isolato dal fango, cominciava a scarseggiare il cibo, i paesani vollero assaggiare il pane del fornaio. 


Erano di nuovo sul punto di caricare i bagagli sul furgone per partire di nuovo in cerca di miglior fortuna quando una pecora si avvicinò... 

Beh, come potrebbe andare a finire questa storia, non sarà poi troppo difficile immaginarlo. 
Se per di più si tiene conto del fatto che la prima cliente sia proprio una pecora... 
Gli ingredienti sono tutti presenti; la famiglia di fornai, che è nuova e soprattutto diversa, viene guardata con sospetto dal resto della comunità. E per chi non l'avesse capito ancora, loro sono i primi e unici lupi in un paesino popolato da altri animali... 
Il loro continuo arrendersi e quindi spostarsi in cerca di miglior fortuna è un altro gancio simbolico della realtà che ci circonda. 


La mansuetudine nei modi, nelle azioni, nei goffi tentativi di farsi accettare da parte di fornaio e famiglia, il suo stesso mestiere, è simbolo. 
Insomma: il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, il desiderio di essere accettati, e di contro invece la diffidenza nei loro confronti, perché stranieri, - a guardarli, anche fisicamente diversi - sono le questioni, non esattamente nuove e originali nei libri per bambini, che attraversano questo albo illustrato. 
È probabile dunque che anche questo libro possa diventare strumento per ragionare sull'accettazione dell'altro da te. È di nuovo un libro in cerca di un destino segnato, o forse si potrebbe dire meglio cercato e voluto. 
Eppure. Eppure c'è qualcosa che lo rende più aggraziato di altri. 
E credo che questo qualcosa che mi solletica sia principalmente nelle sue illustrazioni e nel modo in cui si dipanano sulle pagine e le occupano. 
Innanzitutto il bianco e nero di una matita. 
Forse dipende dal fatto che è una tecnica familiare e riconoscibile all'istante dai nostri occhi. Ma subito dopo se ne percepisce la difficoltà: se utilizzata, come fa qui David Lorenzo, in cerca del chiaroscuro e di ogni volume, diventa una tecnica molto complessa e raffinata e soprattutto lunga e attenta. L'esatto contrario del gesto estemporaneo di una pennellata. 
Colpisce la copertina in cui si vede un cucciolo che preme le sue zampe su un vetro. Viene subito in mente - visto il titolo che è scritto più in basso - che il piccolo stia desiderando un panino in vetrina... 
E invece, no. Chi avrà modo di sfogliare il libro capirà che si tratta di un altro vetro, ma di un'analoga malinconia. 
Sono interessanti gli scorci, uno è addirittura una citazione (inconsapevole o no?) della tavola della Cenerentola di Innocenti. 
Interessanti sono i volumi che crea - dalle case vuote, alle botteghe, ai forni, passando per i cofani pieni di valigie - e la luce che li attraversa. 


Interessante è scoprire alcuni dettagli - compiacersi della passione per Keith Haring che si manifesta sui muri e nei portachiavi e compiacersi anche della presenza discreta di un fratellino minore. Lui, alla fine, forse lo hanno preso al nido comunale, dato che, nelle ultime tavole, sparisce allo sguardo. 
Chissà.

Carla

lunedì 22 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORA DI CENA!

Che noia!, Felicita Sala 
Terre di Mezzo 2026 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Era così annoiata che non le andava neanche di mangiare, e di solito, era la prima cosa che faceva, quando era annoiata. 
Era così annoiata che fece sette sbadigli rumorosi, in modo che tutti quanti la sentissero in casa. 
Era così annoiata che si mise a fare dei salti improvvisi davanti allo specchio per vedere se riusciva a cogliersi di sorpresa. 
Non ci riuscì. 
Era così annoiata che cominciò a roteare le braccia come fossero ventilatori. Poi cominciò anche a sbattere i piedi..." 

Fuori piove. 


E solo quando Rita comincia a fare con la bocca suoni strani suo fratello si accorge di lei. 
Ma nulla cambia. 
Fa prove di abilità - si stende sul pavimento e prova a ripetere noia per cento volte e a modulare la voce perché sembri profonda - ma senza successo. Si sdraia su un monte di cuscini e poi lascia andare la testa a fantasticherie: un autobus della noia pieno di passeggeri sbadiglianti e annoiati. Ma lì anche - immagina - la noia  hail sopravvento, tanto che per gli sbadigli i passeggeri erano gonfi come palloncini. E come palloncini arrivano su un'isola, l'isola della noia, dove continuano ad annoiarsi, giocando coi legnetti o mettendo su una band, o facendo due chiacchiere con le balene o scavando un tunnel fino ad arrivare a un tesoro, o ancora viaggiando nel tempo, ma anche nello spazio... 
Ops, ma non è così che dalla noia si passa, senza accorgersene, al divertimento? 

Sempre stata una grande sostenitrice del valore terapeutico della noia. 


Dal terreno fertile di quello stare lì, un po' buttati da una parte, nascono robe meravigliose. Soprattutto se a stare un po' lì "spiaggiati" sul bracciolo del divano o sul pavimento, sono proprio dei ragazzini o ragazzine che hanno avuto la fortuna di non avere come adulti di riferimento dei planners, ossia dei crudelissimi pianificatori di giornate piene. 
La noia non è di moda. Un bambino che si annoia tra le mura della sua casa è un bambino che va aiutato. Quindi va preso e portato fuori perché faccia sport o corsi di ceramica. Una bambina che non sa che fare del suo pomeriggio va curata e spinta verso una lezione di violino o buttata in una piscina a fare vasche. Tutte cose degnissime, si intende, ma che andrebbero intervallate a momenti di pausa in cui non fare nulla è il traguardo. 
Felicita Sala mi pare condivida il punto di vista. Così affida a Rita il compito di annoiarsi e di lasciar andare la testa dove vuole mentre il suo corpo continua a crogiolarsi nel tedio (per non riutilizzare la parola noia...). 


C'è da presumere che le riflessioni che Felicita Sala ha fatto siano il frutto di un'attenta osservazione di una bambina vera, probabilmente l'Agnese a cui il libro viene dedicato, che però sembra non essere una che si annoia spesso. Ma allora forse la bambina è Felicita stessa, ossia tutto nasce da un ripescaggio di suoi ricordi di infanzia. E se non si tratta di un ricordo preciso, quanto meno di una sensazione che fino a oggi non è ancora andata via. 
Di certo la Felicita bambina e la Felicita grande condividono il gusto per immaginare "a ruota libera". Entrambe hanno la consapevolezza che a lasciar andar la testa non si fa mai peccato. 
Sembra proprio che al tavolo con le sue matite intorno, la Felicita grande decida di mollare il freno e far correre la storia in un bel crescendo sempre più assurdo. Di certo sa di poter mettere questi pensieri un po' folli nella testa di una bambina, perché sa molto bene che i bambini non sono poi molto diversi dagli artisti. 
Così accade questo: il corpo della bambina Rita si accascia sul divano, si allunga sul pavimento, si specchia nello specchio, si spalma sui cuscini, poi - semplicemente - scompare! 
E non lo fa a caso, ma nell'esatto momento in cui è la sua mente a prendere il sopravvento. 
Quello che vediamo è il suo fantasticare di autobus pieni, di gente gonfia che vola sopra le nuvole, di persone che atterrano come palloncini sgonfi sulla sabbia... 


E poi, com'è giusto che sia, guadagnano la ribalta le signore coi legnetti, la band di vecchiette, la ragazzina sulla zattera, gli ambasciatori giapponesi che raspano la terra come talpe. E via andare: grandi tavole piene di colori, di genio e follia. A riportare Rita alla realtà è, come prevedibile e come vuole la norma, la voce della coscienza, una sorta di "grillo parlante", che la fa atterrare di nuovo nella realtà. A questo proposito, mi vengono in mente le parole di Beatrice Alemagna - con cui Felicita Sala parrebbe condividere non poche cose - in cui spiega che una buona storia parte sempre da un dato di realtà, poi decolla verso l'immaginario, e quindi sul finale riatterra nella realtà. Il gioco sta nell'aver fatto sì che la sospensione su quella realtà abbia lasciato un segno. 


Canone per tutti può essere Nel paese dei mostri selvaggi
E guarda il caso: qui come lì c'è una cena che li aspetta. 
Qui Rita e lì Max. 

Carla