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venerdì 5 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRIMINI DI GHIACCIO

Pia, Pepe e i ladri di biciclette, Marie Hüttner (trad. Valentina Freschi) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni) 

" 'Santo cielo, avrò chiamato Lore sul cellulare almeno dieci volte, ma non risponde. E cinque volte sul numero di casa. Hai idea di quanto fossimo preoccupati? State bene? È successo qualcosa? Perché hai risposto tu al telefono e non Lore?' 
Era una buona domanda. Un'ottima domanda. Dovevo dire la verità? Ovvero che nonna Lore era sparita senza lasciare traccia? Cosa sarebbe successo? Papà e Tanja avrebbero fatto subito dietrofront e sarebbero sfrecciati dalle Alpi fino a Klein Funkenwalde e, quando sarebbero arrivati, probabilmente la nonna sarebbe saltata fuori già da un pezzo. Ma ormai sarebbe stato troppo tardi e io avrei dovuto ripartire con loro e salutare nonna Lore dal lunotto posteriore e guardarla diventare sempre più piccola davanti alla sua bellissima casetta gialla." 

Breve antefatto: Pia, undici anni, è appena arrivata nel paesino dove vive sua nonna per trascorrere con lei un po' della sua estate. Sua madre è irraggiungibile in una delle sue settimane di digital detox (da cellulari e altri device). Suo padre è in vacanza con la sua nuova fidanzata che Pia detesta. 
Il problema è che alla stazione non c'è nessuna nonna Lore ad aspettarla, e anche a casa sembra non esserci. 
Così Pia, dopo quattro lunghe ore di attesa nella sala d'aspetto, si fa coraggio e cerca di arrivare da sola alla casa della nonna. Con un po' di scaltrezza, entra e l'unico ad accoglierla è il gatto Sbaffo. Della nonna, appunto, nessuna traccia. Scatta in questa ragazzina la sindrome da detective (della serie Crimini di ghiaccio lei non si perde neanche un episodio) e, con il taccuino e una buona dose di capacità deduttive, ma soprattutto facendosi coraggio da sé, prova a trovare una logica per quella insolita situazione. 
E - ancor di più - cerca di salvare la sua idea di vacanza lontano da mamma e papà e addentelati, mentendo alla grande. E anche un po' rubando.
Questa è la sua rocambolesca, avventurosissima e bugiardissima settimana, in cerca di sua nonna. Ma è anche una storia gialla, in cui lei, con il pedante ragazzino vicino di casa, prova a risolvere l'intricato caso delle bici rubate, che con ogni probabilità è alla base di tutta questa inarrestabile baraonda. 

Il punto di partenza di questa storia contiene in sé tutti gli ingredienti di una buona storia avventurosa: l'imprevisto, ossia qualcosa che non accade come pianificato; l'età della protagonista, undici anni è età perfetta;  il suo essere da sola in un luogo conosciuto, ma non del tutto, e neanche tanto grande; la agognata lontananza dei genitori e soprattutto la grande difficoltà a essere raggiunta da uno di loro nell'immediato; l'impossibilità di fare marcia indietro e tornare al punto di partenza. 
Su questo intreccio di fattori si appoggia l'intraprendenza della protagonista. 
"So che posso farlo" è il motto di Harusha Mikaro, una famosa scalatrice, uno dei miti indiscussi di Pia. Così, vista la situazione, lo fa diventare all'istante anche il suo (e di sua nonna), di motto: spegni la paura, accendi il coraggio! 
Come da canone, a Pia si affianca dopo poche pagine un socio, e come da copione si tratta di un suo coetaneo, maschio e lievemente pedante, che altri non è che il vicino di casa della nonna. Con lui, sebbene non goda - almeno non subito - della fiducia della ragazzina, Pia condivide la passione per risolvere i misteri. Ma, come da canone, se al principio i due si guardano con sospetto, dopo un altro po' di pagine si alleano, pur non smettendo mai del tutto di battibeccare tra loro. 
Altrettanto canonico è l'animale, il gatto della nonna, Sbaffo, che funziona come una sorta di transfert nei confronti della signora, assente ingiustificata. 
Intorno a tutto questo ruotano come satelliti due fattori. 
Il primo: un'evidente passione da parte della protagonista per gli stereotipi da kolossal cinematografico, cui lei attinge appena può per immaginarsi finali della sua storia pieni di pathos: tramonti indimenticabili, addii lacrimevoli... cose così. 
Il secondo: una certa tendenza a sfociare nell'inverosimile quando entriamo in contatto con l'immaginazione di Pia, per esempio per spiegarsi l'assenza della nonna. 
Se al principio si potrebbe rimanere basiti delle ipotesi che lei formula per dare un senso a questa inspiegabile assenza - nonna Lore è chiusa nel bagno del parrucchiere perché non le piace il taglio; si è dimenticata del mio arrivo ed è partita per i Caraibi; è caduta dal ciliegio e, con la mano rotta, va dal medico e rimane bloccata nello studio, dopo la chiusura... Ebbene, con l'andare avanti ci si fa l'abitudine e nulla o quasi ci sembra più tanto inverosimile. 
In questo alternarsi di realtà vera e fantasie spinte, fanno capolino un paio di cose interessanti.  
La prima: nonna Lore compare solo intorno a pagina 200, ma noi di lei sappiamo tutto grazie ai racconti di Pia. Divertente conoscere un personaggio attraverso gli occhi di un altro... 
La seconda: la lettura intelligente che detta nipote fa di ciò che la circonda. È una ragazzina nel contempo visionaria, ma anche molto attenta a leggere i dettagli e interpretarli: uno su tutti, le saponette asciutte nel bagno che per lei sono, giustamente, sintomo di qualcosa… 
La storia gialla, che si intreccia con la settimana 'in solitario' di Pia, è, in sé, poca cosa ed è lì solo come strumento per mettere alla prova i semplici ragionamenti e le successive deduzioni di due ragazzini piuttosto svegli, ma soprattutto è lì per far succedere ciò che succede e per dare modo alla tensione di non mollare mai del tutto. 
Ecco perché un libro fatto praticamente solo di cose che accadono sarà una lettura riposante da fare d'estate.

Carla

venerdì 1 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

C'ERA UNA VOLTA...

Questa mia nonna
, Kim Fupz Aakeson, Stian Hole (trad. Lucia Barni) 
Beisler 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un giorno suonano alla porta. Sono appena tornata da scuola e sono a casa da sola. Quando apro, trovo la nonna. 
Nonna? la saluto sorpresa. Sei scappata dalla casa di cura? 
Ho sete, dice lei, allora vado a prendere dell’acqua con il ghiaccio e ci sediamo fuori al sole. Il nostro giardino è noioso, c’è solo erba tagliata e poco più. 
Poi dico: C’era una volta. 
Allora lei sorride. Annuisce. Ripete: C’era una volta, sì. 
Ma poi non aggiunge altro. Sorride e basta." 

Alla fine questa sua nonna l'hanno affidata a una casa di riposo per vecchietti, come lei. Ma prima questa sua nonna era proprio una gran nonna. 


Grande raccontatrice di storie, preferibilmente davanti a una tazza di caffè e a un vassoio di lingue di gatto, lei è sopravvissuta al suo marito dal dente d'oro e ai suoi due cani. Scorrazzava con la sua Toyota argento anche nelle siepi (e così anche la macchina le hanno tolto). Poi ha cominciato a usare la bici alta, ruzzolando talvolta (e così anche la bici le hanno tolto). Di case ne aveva due: una piccola e storta al mare e una grande e bella in città, con il giardino che anno dopo anno sembrava sempre più una giungla (e così anche la casa le hanno tolto). 
Ma lei non ha mai smesso di pensare alle sue storie. 
E se anche la voce, come la memoria, l'hanno abbandonata, non è proprio detto che le fiabe ora le siano estranee. E se a raccontarle è questa sua nipote, pescando qui e là nei ricordi e mischiandoli come fosse un racconto tutto nuovo ma anche vecchio, perché non crederle e andarle dietro? 

Tre cose colpiscono.
La prima: ciò che dichiara Kim Fupz Aakeson a proposito della letteratura per ragazzi. Lui, che di mestiere fa lo sceneggiatore, dichiara: "La letteratura per ragazzi è diventata la mia casa di campagna. È lì che mi rilasso. La letteratura per ragazzi è un campo molto più coraggioso dell'industria cinematografica. Nel cinema c'è più ansia perché ci sono in ballo somme di denaro enormi. La letteratura per ragazzi è infinitamente più ricca rispetto ai film per ragazzi..."
La seconda: come è stata concepita la sinossi dell'edizione italiana. 
Apre così:"Come si fa a raccontare ai bambini e alle bambine l’Alzheimer se anche gli adulti, davanti a un loro caro malato, faticano ad affrontarlo? 
E poi prosegue, soffermandosi sul decorso della malattia, alludendo al fatto che la nonna smette di ricordare e deve (!) trasferirsi in una casa di cura... Poi si allude alla demenza senile che ha qualcosa di affine alla fanciullezza e si legge "chi meglio di una bambina [...] può relazionarsi con la nonna che lentamente è entrata nel tunnel della demenza? " 


La terza: le figure concepite da Stian Hole, che sembrano ignorare l'Alzheimer della nonna e concentrarsi molto più giustamente sulle sue rughe. E sui suoi sguardi furbetti. 


Procediamo con ordine. 
Sulla prima cosa, ovvero che lo scrivere libri per ragazzi lo rilassa, forse ha senso soffermarsi e farsi venire un dubbio. Ma ne parliamo in conclusione. 
Sulla seconda e sulla terza, dopo aver letto e riletto il libro, trovo ci sia da dire un bel po'. 
Certamente questa sua nonna sta invecchiando, certamente sta perdendo e prendendo un sacco di colpi (a cui i due zelanti genitori cercano di porre rimedio). Altrettanto certamente sta perdendo la memoria e certamente questo la porta a beccarsi la diagnosi di Alzheimer, o più genericamente di demenza senile. 
Ma la storia che sprizza da parole e immagini è qualcosa di ben più complesso. 
E ha a che fare con le relazioni umane piuttosto che con le diagnosi cliniche! 
A me pare evidente che la storia trasudi freschezza, bellezza, dolcezza e complicità, ma soprattutto vivacità. 


Tutte cose lontanissime dal peso di un libro che abbia la pretesa di spiegare l'Alzheimer ai bambini. Questo libro racconta piuttosto e, mi permetto di aggiungere, fortunatamente, l'intesa profonda tra questa sua nonna (con l'Alzheimer) e questa sua nipote. 
E come accade? 
Con un testo da cui sprizza a ogni rigo quanto quelle due si intendano e siano alleate nello sguardo reciproco e in quello comune che hanno sul mondo. 
Per converso, emerge altrettanto quanto siano pesanti i grandi che per tutto il tempo non fanno altro che demolire la vita precedente di questa rugosa e smemorata vecchina, fattasi rischiosa, in nome di una sua nuova esistenza, in cui sicurezza e noia siano assicurate. 
E ancora, questo accade guardando la struttura della narrazione: per metà del libro ci viene raccontato con brio il declino fino al punto di non ritorno : "aggrotta la fronte e non sa di cosa parliamo..." 
E solo due pagine dopo tutto si ribalta, salta letteralmente per aria: la nonna bussa alla porta della casa della nipote (è sfuggita al suo cerbero) e parte così il loro viaggio folle e magnifico in cui tutti quei dettagli che si erano accumulati nella prima parte del racconto si mischiano senza nessun ordine. 
Stanno lì a testimoniare quello che sono diventati: dei ricordi, con cui la nipote cucina un meraviglioso e saporitissimo frappè per la nonna. 
E per noi che leggiamo. 
Infine ci sono le figure di Stian Hole. Visionario, originale e decisamente insolito anche dopo quindici anni dai suoi pochi libri pubblicati in Italia. Riconoscibile a grande distanza, attraverso la sua rielaborazione di immagini fotografiche, collage e disegno dà il meglio di sé in questa storia che offre all'immaginazione un bel po' di spunti. Sa essere folle nell'illustrare nonna e nipote su un aereo in fuga, o a cavallo di un unicorno nel cielo, ma sa anche essere struggente nel ritrarre la nonna con il suo biscotto in mano. 


Sa essere ironico e sa turbare lo sguardo del lettore con figure mostruose. Costruisce scenari pieni di dettagli che animano gli spazi: polpi nell'armadio e boschi pieni di uccelli e occhi che ti puntano. Dimostra una grande sapienza nel connettere anche visivamente la successione delle varie tavole (un esempio per tutti: le scale della cantina che si allungano per diventare quelle dell'ospizio), nel giocare tra pieni e vuoti ed è un vero drago del colore. 
Difficilmente, anche e soprattutto soffermandoci sulle immagini, si percepisce un qualsiasi senso di malinconia o di cupezza: al contrario, tutto ciò che percepisce lo sguardo è decisamente folle, pur restando agganciato al reale. 


Ecco. 
Volendo tirare le somme, io è questo che leggo in questo libro coloratissimo e allegrissimo. 
Quindi, giocoforza, dubito di essere nel giusto a pensarlo così. Allora vado a controllare per pura curiosità la sinossi danese/norvegese di Cappelendam (l'editore originale) e leggo quanto segue: 
"Eventyr" (avventura) è un bellissimo albo illustrato che racconta come storie, avventure e ricordi leghino nipoti e nonni. La nonna sta invecchiando e la sua memoria non è più quella di una volta. Ma è ancora bravissima a raccontare fiabe! È solo questione di iniziare: "C'era una volta...". Le illustrazioni oniriche di Stian Hole, ricche di colore e vitalità, si sposano perfettamente con il testo fantasioso di Kim Fupz Aakeson. E come lettore, avrai voglia di intraprendere anche tu delle avventure! "Eventyr" è un connubio tra maestri danesi e norvegesi, due amatissimi e pluripremiati artisti di albi illustrati. In questo libro, Stian Hole e Kim Fupz Aakeson parlano con affetto e calore del rapporto tra nonni e nipoti."
Ed ecco che si torna al punto di partenza: rilassato, nella sua "casa di campagna" Aakeson (in tandem con Stian Hole) inventa una storia di vecchiaia, una storia che non si esaurisce in una vecchietta con l'Alzeheimer, ma diventa una storia allegra e un po' folle - che si intitola Avventura -  e che ruota intorno al senso più universale della frase che tiene insieme questa sua nonna e questa sua nipote: c'era una volta... 

Carla

mercoledì 21 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN CUOCO (IN FAMIGLIA) FA SEMPRE COMODO 


Christine Nöstlinger è stata una scrittrice assai prolifica, in Italia numerosi suoi romanzi sono stati pubblicati da importanti editori, eppure questo che racconta una porzione importante della sua infanzia non era mai arrivato. Pubblicato per la prima volta nel 1973, grazie a San Paolo questo libro raggiunge i giovani lettori italiani ed è una grande gioia che una scrittura come questa possa essere conosciuta e goduta a decenni di distanza dalla sua stesura. 
Originaria di Vienna, la Nöstlinger racconta del periodo conclusivo della seconda guerra mondiale, di quel momento in cui, sotto i bombardamenti degli alleati, cominciava a serpeggiare sempre più consistente il sospetto che i tedeschi stessero perdendo e che prima o poi avrebbero abbandonato la terra invasa. 
Chi ci sarà dopo di loro? Il mondo post bellico a chi farà spazio? Ci saranno i russi, ma chi sono questi soldati che arrivano da lontano e contro cui molti degli stessi austriaci assoldati nelle milizie sottomesse al Führer hanno dovuto combattere in Russia? 
Non sono solo i bambini a costruire leggende e racconti che aiutino a interpretare una realtà complessa, sono gli stessi adulti che si rintanano dietro il baluardo eretto contro il nemico, un po’ per convincersi di essere nel giusto, un po’ perché come sempre ciò che non si conosce, spaventa. 
E così in questi racconti i russi diventano capaci delle peggiori nefandezze, esseri abbietti dai quali conviene fuggire, ma che non si può evitare di incontrare e conoscere. 
E l’infanzia come può sopravvivere in un universo completamente sconvolto dal conflitto armato? 
Gli episodi narrati in prima persona da Christel ci restituiscono un’età tutt’altro che estranea a quello che accade, testimone attiva e propositiva. I bambini qui sono protagonisti di operazioni di incredibile resistenza: lo spazio virtuale e immaginato del gioco continua ad avere ancora piena legittimità, a sgomitare tra le storture adulte per riuscire a ritagliarsi una concreta e assolutamente brillante presenza. E così non mancherà di stupire con quale abilità la Nöstlinger sia riuscita a riportarci con dovizia di particolari l’universo emotivo di chi, come evidentemente è capitato a lei per prima, può rimanere completamente paralizzato in mezzo a un campo, sotto un bombardamento, incapace di muovere le gambe e di fuggire, accanto a una serie strepitosa di momenti in cui il gioco, le invenzioni, le lotte e le fughe della vivace protagonista incollano il lettore alla pagina, deliziandolo e spesso divertendolo moltissimo. 
A suo modo, i bambini si aggrappano a quello che hanno e non è mica detto che sia buono. In un quotidiano in cui gli adulti sono impegnati nella difficile impresa di sopravvivere, loro godono semplicemente di un margine di autonomia maggiore, ma solo di poco, eppure è quel tanto sufficiente a Christel, per esempio, per fuggire di casa, superare un posto di blocco e andare a trovare i nonni che si sono rifiutati di trasferirsi in un luogo forse più sicuro. 
La storia inizia con un bombardamento e la protagonista, diversamente da quello che sarebbe logico e opportuno fare, approfitta della parziale sordità della nonna per non riferirle dell’allarme appena annunciato alla radio perché questo significherebbe rifugiarsi in cantina, luogo che la bambina detesta profondamente. Cominciare un romanzo con una nonna che impreca sonoramente contro Hitler (rischiando non poco) e una bambina che pur di non finire in cantina mette a repentaglio la propria vita e quella dell’anziana significa chiarire da subito alcuni aspetti della storia che stiamo per leggere. 
Nessun ritratto edificante né tantomeno compassionevole dell’infanzia vittima della guerra, nessun gesto eroico compiuto da persone delle quali non si risparmiano lati umani, quanto meschinità. 
Tra i tanti personaggi della storia c’è n’è uno che merita un capitolo a parte: Cohn. 
“Più tardi mia sorella disse che il cuoco era la persona più brutta che avesse mai visto. Hildeard disse che il cuoco era la persona più puzzolente che avesse mai odorato e mia madre disse che era la persona più folle che avesse mai sentito. Per me è stato in ogni caso la persona più brutta, puzzolente e folle che abbia mai amato. L’ho amato veramente e spero che lui se ne sia accorto. A parte me infatti nessuno lo amava, neanche i russi.” Sarto e cuoco per necessità in periodo di guerra, rappresenta per Chris, tra le altre cose, l’antidoto alla noia dei vuoti pomeriggi: paziente fino all’inverosimile, Cohn nonostante il suo poverissimo tedesco, tollera la compagnia della bambina per lunghe ore e accetta di credere anche alle sue storie più bizzarre. Vien da pensare che la componente fantastica che manca in questo romanzo, abbia trovato nei tratti di quest’uomo la maniera per proporsi sotto mentite spoglie. Quasi un elfo venuto da un mondo altro, non accettato dalla parte di umanità che si ritiene sana (e che quindi è idonea alla guerra), Cohn è un soldato che non combatte, che baratta la sua sopravvivenza con della brodaglia improponibile. 
Cosa ci restituisce la Nöstlinger? La descrizione di una stagione storica che imprime alle persone e ai luoghi un’accelerazione improvvisa e un approdo a volte infelice. E lo fa con una scrittura che nonostante risalga a una cinquantina di anni fa, non ha perduto alcuna freschezza, scegliendo di sposare interamente una narrazione realistica che nulla concede all’elaborazione fantastica se non nella misura di una creazione a un uso e consumo della protagonista. 
L’infanzia ritratta della Nöstlinger non è necessariamente buona, ma non potremmo certamente definirla neanche cattiva. E non è perché il contesto bellico ci inviti a giustificare comportamenti poco opportuni, semplicemente perché lo sguardo che si posa su questa umanità ha sospeso il suo giudizio. 
La scrittura è quella di un’adulta che si sforza di ritornare ai giorni di cui vuole parlare e questa particolare scelta comporta delle dirette conseguenze: in primis l’assoluta parzialità della narrazione che non si ricava unicamente dal punto di vista assunto sulle cose, ma prima ancora sulla scelta di chi coinvolgere e chi invece giudicare superfluo. 
La maestria della scrittura è in questa operazione di equilibrismo tra le parti alla luce di quello che si intende restituire. 
La Vienna della fine del 1945 c’è nell’attendibilità degli episodi storici riportati, non è appunto solo uno sfondo, ma una componente assolutamente centrale del racconto e il modo in cui il personaggio di Christel si compone sotto gli occhi del lettore è tutta nella districata relazione con quei luoghi, quelle persone e i fatti di quegli anni.
Un libro che proporrei a lettori a partire dagli undici anni.

Teodosia

Nel ducato in fiamme di Christine Nöstlinger, traduzione di Anna Petrucco Becchi, 
San Paolo 2025. 

venerdì 4 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"FARE IL PRESENTE PIÙ CHE PERFETTO"

Non si dice sayonara, Antonio Carmona (trad. Mirta Cimmino) 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Un evento inaspettato veniva a scombussolare la nostra monotona quotidianità: qualcuno ci telefonava. Papà ha espirato a lungo, poi ha sollevato con forza il telefono. 
Ha impostato una voce sicura per esclamare:
'Pronto?' 
Poi si è fatto piccolo piccolo. 
Un demone o un'arpia gli stava urlando contro. 
Non capivo, ma sentivo una voce che sbraitava con tutta la sua forza all'altro capo del filo. Mio padre ha resistito alla pioggia di rimproveri, e ha assentito con dei piccoli suoni gutturali. 
Quando ha riagganciato, la sua mano è rimasta appoggiata sul telefono. Era frastornato." 

Dopodomani sarebbe arrivata dal Giappone, Sonoka, un'anziana vedova che, per combinazione è la madre della sua moglie morta nonché nonna della sua figlia lì presente. Ed è molto, ma molto arrabbiata. Da quattro anni, ossia dalla morte improvvisa di sua moglie, lui non è stato capace di chiamarla nemmeno una volta e, men che meno, di andarla a trovare in Giappone con la nipotina. 
Il dolore per la morte improvvisa e prematura della sua amatissima pianista giapponese, madre della sua piccola Elise, l'ha reso un pezzo di pietra. Ha smesso di vivere pur continuando a farlo. In casa ho posto delle regole ferree, divieti insormontabili: nominare la mamma, parlare giapponese, leggere manga e guardare anime ed entrare nella stanza del pianoforte. Poi ha smesso di annaffiare il ciliegio portato dal Giappone per essere piantato in quel giardinetto francese da sua moglie, ha buttato tutti i suoi spartiti, tutta la musica, tutte le foto. Così vive, inebetito dal dolore, e per la sua bambina che lo guarda sempre nella paura che anche lui si rompa del tutto fa lo stretto necessario: principalmente cucina torte di cipolle, che forse possono diventare la giustificazione di qualche lacrima che sfugge a tanto rigore. Poche parole e vaghe, lo sguardo spesso assente. Così è dunque l'accordatore di pianoforti che aveva fatto innamorare la giovane pianista giapponese a tal punto da seguirlo fino in Francia e con lui mettere su famiglia. 
Ma poi il dopodomani dell'arrivo della nonna da Giappone diventa oggi. 
E lei, dopo averlo preso ad ombrellate sulla porta di casa, entra nella vita di genero e nipote e, una a una infrange tutte le regole... 
Questa è la storia di bambina brava a fare i puzzle, di un uomo triste e apparentemente inconsolabile, di una signora anziana che è ancora capace di guardare avanti e soprattutto decisa a purificare quella casa così piena di mestizia e silenzio. E tra loro tre splende Stella, bambina decisamente sopra le righe, ma magnifica nell'essere la migliore amica di Elise. 

Il nocciolo della questione intorno a cui ruota questo bel romanzo d'esordio di Antonio Carmona (già pluripremiato in Francia in procinto di diventare soggetto per un film) sono le diverse modalità che hanno le persone per superare la perdita di una persona cara. 
Questione universale su cui sono stati versati fiumi di inchiostro. Ma quello che succede qui sembra prendere una strada imprevedibile, nel suo essere terribilmente concreta. E anche allegra!
In altre parole, a me pare che l'abilità di Carmona sia quella di far accadere (o non accadere) le cose e quindi fermarsi sempre un passo prima di ogni riflessione teorica o peggio di ogni giudizio morale o soluzione d'accatto.
Sembra dirci: ora ti faccio vedere come, di fronte a un lutto, si reagisce in due angoli molto lontani del mondo, poi sarai tu lettore, eventualmente, a elaborare una teoria in merito. Ammesso che tu lo reputi necessario. 
Il suo bello è che c'è un gran silenzio di giudizio, mentre sono i sentimenti, ma soprattutto i fatti e le azioni a farsi avanti. 
E allora se da lettrice mi si chiede di elaborare un pensiero sulla questione, la prima cosa che mi pare interessante è per l'appunto il differente approccio del francesissimo padre di Elise rispetto a quello della giapponesissima nonna Sonoka. 
Si assiste a uno scontro tra culture, tra Occidente e Oriente, che è davvero interessante e degno di ulteriore riflessione. 
A tal proposito, tutto l'immaginario che la piccola Stella, con la sua passione per il mondo dei cartoni giapponesi, porta con sé è un buon terreno per i lettori più giovani a cui effettivamente il libro è diretto. Io, come assoluta ignorante di manga e anime, mi sono astenuta dall'andargli dietro per non perdere il bandolo della matassa. 
Comunque, manga a parte, percepisco chiaro lo scontro, o incontro che sia, tra due modi di stare al mondo. Due culture agli antipodi convivono sotto lo stesso tetto per le due settimane di permanenza della nonna in Francia. 
Le cose stanno così: il padre di Elise non riesce a vedere altro che l'assenza. 
Ed è tutto rabbia, rancore, silenzio, dolore solitario, distacco, lontananza e rimozione.
La nonna, invece, è tutta tesa a cercare di percepire in ogni angolo la presenza della sua giovane figlia: tra le mura di casa, nell'aria, negli oggetti, nel ricordo. 
In mezzo a questa collisione culturale c'è lei, l'io narrante della storia: Elise.
Una ragazzina che finora ha vissuto l'assenza della madre sostanzialmente solo attraverso lo sguardo del padre; almeno fino al momento in cui, il loro menage doloroso ma consueto, non si inceppa con l'arrivo della vecchia Sonoka. 
A quel punto l'aria per la bambina davvero si purifica un bel po' (incensi a parte). 
Si riappropria di uno spicchio significativo di libertà e affettività che, ovvio, fa bene a tutti, padre compreso. 
Forte di questa riconquistata autonomia di sentimenti e di sguardo sulle cose, lungi dal soccombere, anzi con la voglia di scavalcarle, diventa sempre più urgente per Elise la domanda chiave. 
Per lei è come l'aria, sapere. 
E quando tutto è detto, allora davvero si può ricominciare. 

Carla

venerdì 22 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN BUONAFFARE

Le piccole astuzie
, Deborah Ellis (trad. Federico Taibi) 
La nuova frontiera junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'Posso usare il vecchio capanno per una nuova attività?' 
'Vorrai dire se puoi affittare il vecchio capanno' replica la nonna. 
'Sì, sì. Affittarlo' 
'Gli darai anche una ripulita e pagherai di tasca tua le riparazioni che non riesci a fare da sola?' 
'Sì' rispondo. Penso a tutto io.' Nonna annuisce. 
'D'accordo, allora. Così mi risparmio pure la fatica di demolirlo. Che attività hai in mente?'" 

Kate, dodici anni, ha in mente di aprire un chiosco filosofico, un po' come il baracchino di Lucy Van Pelt. Grandi o piccole domande e sempre una risposta, possibilmente un po' criptica e affidata a una roulette di seconda mano e alle parole dei grandi della letteratura, della filosofia e via andare: dal Buddha a Toni Morrison. Per soli 2 dollari a quesito. 
Un'ideuzza niente male. 
Sospesa da scuola per 6 settimane, questa intraprendente e un po' rabbiosa ragazzina deve tenersi occupata. Sua nonna, allo stato attuale la sua unica severissima famiglia, le ha suggerito di mettere su una sua propria attività di pulizia dei giardini... Ma gli affari non vanno come dovrebbero: gli adulti spesso sono dei gran cialtroni con i ragazzini, E Kate lo sa bene.
Lei, che, come sua nonna, è cresciuta dovendosi un po' arrangiare, ha il pallino degli affari e ha molto ben chiaro come la vita possa essere complicata, ma pur sempre piena di opportunità se sei un po' smart e le sai cogliere. 
Sua nonna, da tre anni croce e delizia delle sue giornate, gestisce il più grande e famoso Emporio di oggetti di seconda o anche terza... mano della contea. Un dedalo di stanze, organizzatissimo e ordinatissimo! A proposito di ideuzze niente male. 
Per lei, e questo ha ben insegnato alla nipote, le seconde possibilità anche agli oggetti vanno concesse... Nel loro ménage a due, una cosa è certa: sanno bastare a sé stesse e l'organizzazione e l'ordine regnano sovrani. Con in testa il motto che nella vita è meglio non far mai nulla per nulla, le loro giornate si susseguono, rassomigliandosi sempre un po'. 
Pochi scossoni e un bel po' di faccende da sbrigare, in modo che loro vita, in particolare quella di Kate, sia molto ben regolata: lei ha i suoi compiti da svolgere e sgarrare è vietato! E così anche la sua rabbia sembra aver trovato un canale per defluire senza danni... 
Però però però in questo tran tran qualcosa cova: entrambe, in segreto, coltivano un sogno, o forse più d'uno. 
Questa è la loro storia, a volte esilarante, a volte drammatica. Spesso duramente realistica. Di certo, mai noiosa. 
Effettivamente potrebbe andare avanti così per anni tra loro. Ma invece no. 
Da un lato le loro vite solitarie non possono più di tanto ignorare il crescente brulichio del microcosmo umano che circonda la loro proprietà. E dall'altro, come se non bastasse, i loro grandi segreti vengono alla luce, il complicato passato ridiventa presente e, nonostante tutto, i sogni diventano progetti. 

Quando si dice una copertina ben fatta... 
In quell'immagine di una ragazzina appoggiata a un albero, con le braccia conserte, che guarda lo sfascio di una catapecchia, con un gatto rosso in cima, si riassume il senso più profondo che ti rimane nella testa, a libro letto. 
Tre cose principalmente mi sembrano degne di nota di Piccole astuzie
Da una parte la solidità dei personaggi, almeno dei due principali - nonna e nipote. 
La seconda cosa è l'inaspettata asprezza generale, nei fatti e nelle persone drammaticamente reali,  che attraversa la storia. 
La terza, invece, riguarda proprio la costruzione narrativa che Ellis è in grado di montare. 
La grande potenza di quella nonna e di quella nipote le rendono fin dal principio così credibili che tutto il grande bagaglio del non detto ce lo carichiamo sulle spalle senza che ci pesi non saperne nulla. 
Che cosa succede dunque? 
Che Ellis, come se avesse una torcia in mano, illumina in modo puntiforme solo ciò che vuole. Mette i suoi lettori di fatto dentro una stanza in penombra: la penombra è il misterioso antefatto, che ignoriamo quasi del tutto. Proviamo a intuire cosa si agita nella stanza, ma ci muoviamo a tentoni. 
La Ellis dà una illuminatina sulla rabbia di Kate, uno sprazzo di luce sulla severità e intransigenza della nonna. Ma noi ancora brancoliamo. E la cosa curiosa è che anche la stessa protagonista, in larga misura, brancola con noi su larga parte del contenuto della stanza: una buona porzione del passato della sua scombinata famiglia, lei la ignora. E quindi spesso è con lei che mettiamo insieme i fatti e facendolo, colleghiamo i fili per creare connessioni e senso e un po' di luce. 
Questa grande penombra e il suo venire fuori a poco a poco ha molto a che fare con l'asprezza cui si alludeva. Uno degli esiti della durezza è data dal mandato che nonna e nipote si sono reciprocamente date: il silenzio. 
Tacere, non spiegare, omettere, nascondere - il grande non detto - fa sì che ci si debba muovere nella suddetta stanza, prendendo spesso e volentieri spigoli vivi e taglienti. 
Poi, quando tutto è illuminato, si smette di prender colpi qui e là e si Ritrova l'armonia, tanto per citare il titolo dell'utile manuale che nonna e nipote hanno tirato fuori dalla libreria dell'emporio e che dagli anni Settanta insegna a gestire la rabbia. 
Insomma, va bene così che nonna e nipote abbiano quel caratteraccio: non potrebbe essere diversamente, a meno di non voler raccontare una storia melensa. Ma non mi pare che la Ellis lo abbia mai fatto.
E ancora: queste asperità degli accadimenti e del carattere dei personaggi, le loro reciproche intransigenze, le molte astuzie non solo piccole, costituiscono l'inaspettato, l'imprevedibile, l'originalità, il punto di vista non scontato in una bella storia per ragazzini e ragazzine delle medie. 
Quindi tutto è bene quel che finisce bene...

Carla

venerdì 25 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ANCORA"SHOW, DON'T TELL". E SAUNDERS

Nonnamatta e la caccia ai mostri, Moni Nilsson, Anna Fiske 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Vado in punta di piedi nella mia camera per chiamare Nonnamatta con l'iPad. Dopo il papà, è la migliore che ci sia, perché è bravissima a giocare e a parlare e non si tira mai indietro davanti a nulla.
Nonnamatta è mia nonna e il suo vero nome è Marta, ma quando mio cugino Tarzan era piccolo diceva 'Matta' e da allora si chiama Nonnamatta per tutti. La chiamano così anche i suoi amici, cioè Fatima e quel musone di Ohlsson. Loro però sono barbosissimi, almeno a sentire lei. Dice che non hanno mai voglia di fare cose divertenti o spericolate. Preferiscono stare sempre in cortile a parlare di malattie, acciacchi e altre cose che li preoccupano. Nonnamatta ha paura di una sola cosa: di diventare noiosa e fifona come loro." 

Frasse non ha ancora sei anni e di paure, invece, ne ha parecchie. Quella che lo inchioda ogni notte è il terrore dei mostri. Si sveglia ogni volta urlando in faccia al suo papà che gli dorme accanto che un mostro lo insegue per farlo fuori... E come se non bastasse anche a scuola circola, nelle mani dei suoi più acerrimi nemici/amici, un librone in cui in ogni pagina c'è un mostro in bella mostra. 
E poi c'è la questione della festa da Pollicione: tipo pigiama-party, si dorme tutti da lui, ma come riuscirci con quel problema dei mostri nel sonno? Come può farcela il povero Frasse che dorme solo accanto al suo papà? L'unica soluzione è non andarci. Però è un vero peccato, no? 
Fortunatamente, però, nella vita di Frasse, c'è il giovedì, il giorno in cui Nonnamatta lo va a prendere (sempre un po') prima all'asilo per passare con lui il resto della giornata. 


Anche questo giovedì compare a scuola, ma questa volta non c'è un tranquillo pomeriggio di partitelle a carte e merende sulla coperta nel prato. Ascoltate le confessioni del nipote atterrito dai mostri, decide addirittura di fare con lui un viaggio di un paio di giorni per andare a visitare questo famoso bosco mostruoso, dove ogni creatura tremenda alberga. Davanti a Frasse si prospetta terrore e avventura in pari misura. 
Fatto lo zaino, si parte in treno, in cuccetta, e si arriva il mattino dopo in un luogo sconosciuto con un bosco bello fitto, al di là del quale... 

Nulla è mai fermo in questa storia. Tutto si muove e accade senza troppe spiegazioni. 
Già solo il fatto che sia diviso in capitoli che hanno, di due in due, scenari molto diversi tra loro crea questa costante sensazione di essere sempre un po' spostati di qua e di là. 


Poi come accade nella buona letteratura tutto si va a ricomporre in un unico quadro e altrettanto improvvisamente si esce dall'osservazione dei singoli fatti e si comprende il senso più profondo di tutto quello che è accaduto fin lì. 
In letteratura il motto anglosassone "Show, don't tell" trova un sacco di sostenitori, me compresa. Soprattutto quando mi interrogo su quali possano essere buoni ganci perché la lettura di un libro da parte dei più piccoli non sia vista come una delle peggiori condanne che vengono loro inflitte dai più grandi. Questa tendenza teatrale, ma forse meglio dire cinematografica, e aggiungerei poetica, applicata alla letteratura, funziona, soprattutto nei confronti dei primi lettori. Chissà che, in qualche misura, serva ad attutire il passaggio da quell'oggetto multiforme e multiparlante che è il libro illustrato, dove "il vedere" è previsto di default? George Saunders a proposito del tip "show, don't tell", scrive diverse cose molto sensate - tra le tante bellissime che ha scritto, scrive e scriverà. 
La prima: attenzione a non farne un dogma che ti prende la mano e si trasforma in un pilota automatico! 
La seconda: il "far vedere" - lo showing - ha il merito di tener lontano i concetti e le intenzioni palesi. Se facciamo accadere le cose senza troppe spiegazioni, stiamo per forza prendendo le distanze dai risultati overdetermined, sovradeterminati. 


Se non capisco male, questo modo di raccontare tiene lontano, guardando di fatto altrove, la didascalia sotto la figura, il messaggio. Che non viene escluso, ben inteso, ma allontanato almeno per un po'. 
Si confronti quanto detto all'inizio. 
Terza cosa: Saunders, che di sponda cita John Mcgahern, concorda su questo: "Penso che tutta la cattiva scrittura sia un giudizio e un’affermazione e che tutta la buona scrittura, in un modo o nell’altro , sia invece un suggerimento. Perché lasci da soli i personaggi e, attraverso le suggestioni e le immagini, metti nella mente del lettore la loro vita completa... e di conseguenza, ci sono tante versioni del romanzo quanti sono i lettori." (molto vicino a quanto detto a proposito del libro "L'occhio della montagna", o no?). 
Quarta cosa, che poi è un rilancio. Saunders suggerisce che per lui la soluzione che rende una scrittura interessante, stia piuttosto nella specificità. Quindi sia nel telling, quanto nello showing la tensione deve essere verso la specificity. 
E qui, in Nonnamatta, la si trova? Secondo me sì: in un nodo principalmente. Anzi, due. 
Prego riavvolgere il nastro ancora una volta fino alla frase di inizio. 
Dunque. Il primo riguarda la paura che diventa 'specifica' quando si declina - accanto a quella principale di Frasse per i mostri - con quella sotterranea della nonna, una paura che dopo i sessanta anni è abbastanza universale. Paura che arriva, bum, in un vagone o in cima alla scala, e che peraltro continua per molto tempo su altre scale, fino alla sua catarsi. 
E non direi una parola in più. 
Il secondo nodo ha a che fare con il concetto di mutuoaiuto tra un grande e un piccolo. 
Questione questa che nella letteratura del Nord, di norma, si dipana partendo da una visione assolutamente paritaria tra grandi e piccoli. Un adulto e un bambino valgono lo stesso, pesano lo stesso, se messi sui due piatti della medesima bilancia. La differenza tra loro è data dai ruoli. Uno fa il grande e custodisce e cura e mette cerotti, uno fa il piccolo e si sbuccia esplorando. 


Il bello che accade qui è, appunto, la reciprocità nel venirsi incontro a darsi un mano, ossia anche qui, come già molti altri fulgidi esempi di autori/trici nordeuropei, un piccolo può essere decisivo nel superamento di un ostacolo da parte di un grande, perché ha anche lui le sue personali fragilità e limiti.


E, bum, li ammette. 

Carla 

Noterella al margine. Sulla traduzione. Che io mi fidi e apprezzi Laura Cangemi, è roba nota. Dipende in larga misura dalla scorrevolezza che mette, dalla capacità di beccare i registri - e ne bazzica parecchi - ma anche, ed è qui il caso: carampana (nell'acc. 2 della Treccani), nell'uso di parole che sono nel mio lessico famigliare e che, sbagliando evidentemente, sento solo mie. 
Questi incontri mi stupiscono sempre, ma mi fanno subito sentire la Cangemi come una di famiglia. 

Noterella al margine². Sull'illustrazione. Dopo questo postone (post/pippone) non c'è stato il cuore di scrivere neanche una riga sul lavoro pazzesco di Anna Fiske. Ma lo avrebbe meritato. Magari, spero, non mancherà altra occasione...

mercoledì 7 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LOOPY LOOPY LOOPY! 

Smarriti, Sam Usher (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Stamattina, quando mi sono svegliato, era tutto grigio e freddo e triste. 
Ho detto: 'Nonno, oggi non ho voglia di fare assolutamente niente per tutto il giorno'. 
Il nonno ha detto: 'Abbiamo solo qualche commissione da fare... e non si sa mai, potremmo anche divertirci!" 

Fuori piove e sta cominciando a nevicare. Ma si parte lo stesso, con quel nonno lì. 
Prima tappa, negozio di ottica. Gli occhi del nonno senza occhiali servono a ben poco ormai.
Seconda tappa, la biblioteca. Perché è lì che si trovano le informazioni importanti che il nonno sta cercando.


Terza tappa, l'emporio. Dove si trovano gli utensili necessari per costruire qualcosa. 
Quarta tappa. Casa per progettare e costruire quel qualcosa... il miglior slittino del mondo. Nel frattempo la nevicata ha riempito ogni superficie di neve soffice, quindi si è creato l'habitat ideale per un nonno e un nipote con uno slittino nuovo di pacca da collaudare. Attaccato a un palo, si intravede un cartello che annuncia lo smarrimento di Loopy, canetta nera. Ricompensa per chi la trova: una torta. 
Lo slittino è il mezzo ideale per muoversi con rapidità nella tormenta di neve, invocando il nome di Loopy. 
Slittina, slittina, nonno e nipote parrebbero persi alla ricerca di un cane perso... E intanto la tormenta li tormenta fino a che non trovano un riparo di fortuna dietro il cocuzzolo di un monte. 


Lì conviene fermarsi e aspettare che qualcosa succeda. 
Ed effettivamente qualcosa succede. 

Era il 2021 quando mi auguravo che, uno dopo l'altro, i libri di Sam Usher arrivassero anche qui da noi. Ed è successo. 
I primi quattro titoli dedicati, in qualche misura, alle stagioni - Neve (2021) Pioggia (2022), Temporale (2022), Sole (2022) - e quindi quelli dedicati a quattro condizioni e a quattro 'ambienti' che l'umanità può condividere con gli altri viventi più selvatici- Liberi (2023), Selvaggi (2023) e ora Smarriti
E siccome di questi libri di Sam Usher più ce n'è meglio è, ne dovrebbe uscire anche un quarto che sarà 'speculare' a Smarriti. E poi ancora un altro: "spaziale". 
Sam Usher, come ogni buon cuoco, sa che ogni buona ricetta ha una base solida su cui appoggiare l'inventiva che la rende ogni volta diversa e nello stesso tempo originale e unica, pur restando riconoscibile.
La base solida è fatta di un contesto di partenza, la casa del nonno, di due personaggi chiave, nonno e nipote, e infine di uno schema ben calibrato per raccontarli in azione. Queste tre cose non cambiano e, come in ogni serie che si rispetti, costituiscono la tana 'calda e nota' in cui riaccogliere i propri lettori. 
Giusto così. 


Si ripropone ogni volta lo stesso tipo di relazione felice che tiene insieme il nonno intraprendente, metodico e colto e il nipote casalingo, curioso e volenteroso. 
Lo stesso incipit, possono variare tra loro per inezie, è lì ad accendere la nuova miccia e a dire ai propri lettori: siete pronti a una nuova partenza, seppur collaudata?
Il nipote è lì sul suo letto ad aspettare il nuovo che arriva. Lo stesso si potrebbe dire per i finali in cui nulla si chiude in modo definitivo, anzi tutto sembra riaprirsi verso il giorno successivo. Spesso con una domanda. Va da sé che non l'ha inventato Usher Domani è un altro giorno... 
Altrettanto consolidato pare essere il ritmo e il tipo di scansione dello spazio della pagina: la tavola singola, quella doppia quando c'è da rallentare e godersi 'il panorama', o quando l'avventura è al suo apice, la scansione in panel, di norma verticali, quando invece c'è da accelerare come se si fosse in un susseguirsi di fotogrammi o di un fumetto, oppure ancora le brevi sequenze quando è necessario scandire i singoli passaggi di un'azione su cui il testo dice solo l'essenziale. 
Insomma, Sam Usher conosce il lessico dell'albo.


Ecco, questa è la sua ricetta che sta alla base dei sui libri. Su di essa ogni volta inventa piccole variazioni sul tema, che danno ai sette libri un sapore leggermente diverso, anche dal punto di vista strettamente visuale. 
Dunque, appoggiandosi su questa struttura certa e più volte sperimentata, si concede di volta in volta una piccola serie di 'divertissement' sia a livello figurativo, sia nel testo. 
Giusto così.
Qui, in Smarriti, per esempio, nel disegno i bambini noteranno subito che a essersi persi sono piuttosto i proprietari di Loopy, piuttosto che Loopy stessa. Ma vabbè, sulla questione è meglio tacere. 
Nel testo, invece, definirei quanto meno esilarante - sembrerebbe quasi un omaggio all'italiano - la scelta del nome della canetta smarrita, Loopy, che in lingua originale non fa ridere quanto lo fa invece se viene invocata ai quattro venti da lettori nostrani. 


E se tra loro c'è anche uno scout riderà ancora di più: tre volte, Loopy, Loopy, Loopy, mi raccomando. Altrimenti, si ride solo il giusto. 

Carla

lunedì 7 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ATTENTI A QUEI DUE 

Nonno Piero, Kristien Aertssen (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"La battaglia sta per iniziare! 
Io sono il cavaliere e il nonno è il mio cavallo. 
Abbiamo già salvato la principessa. 
Dobbiamo ancora combattere contro i guerrieri e il drago. 
Quando giochiamo al gatto e al topo Nonno Piero non riesce mai a prendermi." 

Interno, pomeriggio. Casa dei nonni. Il nonno, Nonno Piero per la precisione, è passato a scuola a prendere il nipote, lo ha caricato sulla bici e poi se lo è portato, pedalando, a casa. Casa dalla quale la nonna tutta in ghingheri è appena uscita per andare al suo corso di danza. 
Interno, pomeriggio, nonno con nipote. Soli, miscela esplosiva. Il bambino lo ha dichiarato chiaro e forte: a lui piace andare a casa dei nonni. E il perché sta proprio in quel nonno (e di riflesso di quella nonna che li lascia soli): Nonno Piero non è solo un cavallo, un gatto famelico, un aeroplano per volare, ma anche un coniglio mangiaverdure, ma anche un mago per le frittate di verdure e una scimmia per i dolci alla banana. Sa essere anche un elefante doccia, ma soprattutto è un grande orso lettore di storie: almeno cinque... prima di addormentarsi. 
Addormentarsi, chi? 

Ci sono alcuni elementi in questo libro che lo rendono all'istante più piacevole di altri che intorno alla stessa questione girano: nonni e nipoti. 
Se li volessimo mettere in sequenza, si potrebbe partire dal titolo. Nonno Piero non è un nonno qualsiasi, è solo quello, è Piero, non Mario. 
E ancora: il fatto di dargli una precisa identità fa sì che immediatamente diventi per chi legge uno più conosciuto di altri e che sia 'di famiglia' e - soprattutto - lo si assimila, per quel Piero dopo nonno, a tutti quei nonni che, per l'appunto nella vita vera vengono sempre chiamati con il loro nome proprio per distinguerli da Nonno Mario, Nonno Luigi ecc. Questo significa, a voler leggere in trasparenza il testo, che si riconosce un preciso ruolo sociale dei nonni all'interno della gestione familiare. Fortunati quei genitori e quei bambini che possono contare su una squadra da quattro, ma potrebbe anche succedere di averne sei o otto. E più si è, meglio è. 
Altro elemento, che potrebbe sembrare un dettaglio, è il fatto che la nonna si tolga dai piedi subito, uscendo fisicamente di scena e imboccando la porta, nonché il margine sinistro della pagina (lo stesso accade al suo rientro, ma ovviamente in direzione opposta). E che abbia preparato una cena inadatta, troppo salutista, alla circostanza. Due minuscole belle idee che creano immediatamente complicità tra quei due (come se ce ne fosse bisogno). 


Il fatto che stia andando anche lei a divertirsi in una cosa che non li riguarda affatto, è un ulteriore dettaglio che mette di miglior umore e che riconferma il piglio 'femminista' di questa artista fiamminga. La sua assenza è necessaria per lo svolgimento di tutta la storia e soprattutto per il finale, con il suo rientro in scena. 
Nonna giovanile e indipendente, nonno in bici, attore, a carponi, poi con un dolore al ginocchio, quindi ai fornelli, alla cura dell'igiene e infine alla lettura in poltrona: sono il ritratto di quella sconfinata categoria di nonni accudenti/divertenti cui vengono affidate torme di ragazzini e ragazzine di genitori lavoratori. 
E i nonni veri, come Piero, avranno anche loro una stanza o un angolo, o un armadio, o un cassetto dei tesori.... 
Questo è per dire che la Aertessen è brava a costruire un contesto riconoscibile e a costruirlo con tutto quello che occorre per mettere i propri lettori in un'area di morbido relax, senza per questo cadere nel 'miele'. 
E a proposito di comfort zone, le illustrazioni fanno il resto.


La Aertessen che abbiamo tanto amato per La regina dei baci (una sbirciatina tra i libri di Leo...) e con Il principe Arturo e la principessa Leila si riconferma una illustratrice della grande scuola, quel tipo di illustrazione sapientemente classica in cui le singole parti della composizione sono riconoscibili all'istante, salvo poi arricchirsi di una piccola serie di dettagli ironici, come la lingua del nonno ai pedali, la canottiera con la S di Superman e i suoi peli, i pantaloni a quadri da cuoco e l'accappatoio di spugna e soprattutto il pigiamone da orso che li assimila: come a dire noi apparteniamo alla stessa famiglia...


E a questo proposito occorre notare due ultime cose: la cura del disegno che si riconosce in quel segno a matita che corre sicuro e non perde un colpo nel raccontare tutto, ma proprio tutto con una precisione fotografica e nello stesso tempo quello stesso segno ha la capacità di portare verso una dimensione tutta emotiva. Come la ottiene? 
A parte tutti gli scenari, dalla collezione di maschere al bagno in fiore, la raggiunge attraverso scelte formali che conducono il lettore - in assoluto silenzio e in modo del tutto inconsapevole - a sentirsi coinvolto, ad affezionarsi a quei due: una per tutte le dimensioni dell'uno rispetto all'altro.


Carla

lunedì 13 giugno 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A FIDARSI 

Nonna Gnocchi, Pizza, streghe e rivoluzione!, Susie Morgenstern (trad. Mara Dompè) 
Biancoenero edizioni 2022 


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

 "'Mamma, te lo dico chiaro e tondo: non ci vado.' 'E io te lo ripeto altrettanto chiaramente: ci vai, punto e basta. Non ho altre soluzioni.' 'E le colonie estive?' 'Pensavo che le detestassi.' 'Sì è vero, ma detesto ancora di più Mémé.' 'Ma dai! NESSUNO detesta la propria nonna!' 'Non c'è però una legge che dice che la devo amare.'" 

Confiance, nove anni, sta cercando in tutti i modi di smarcarsi dal programma che sua madre ha organizzato per lui: l'intero mese di agosto con sua nonna, mentre lei va in viaggio con il suo nuovo fidanzato. Piuttosto Confiance sarebbe disposto anche a stare un intero mese da solo, ma no: sua madre è inamovibile sulla decisione presa. C'è la prigione per chi lascia un minore incustodito... Quindi è deciso: un mese con Mémé. Il fatto è che anche Mémé sta programmando una vacanza e anche lei la sta organizzando con il suo nuovo fidanzato. Ma nella casa in Italia, a Triora, dove lui l'ha invitata c'è posto anche per Confiance e quindi nulla osta. Forse si apre uno spiraglio, perché Eustachio, così si chiama l'anzianotto signore, è anche ospitale, gentile e soprattutto un drago ai fornelli. 
Questa è la storia della loro vacanza, di quella di Eustachio, della sua nipotina Kitti, e di un certo numero di altre persone. 

Centotré pagine di soli dialoghi: una lettura mozzafiato..


Attraverso il dialoghi serrati tra madre e figlio apprendiamo che l'uno - almeno in apparenza - detesta l'altra, se non altro per avergli dato quel nome assurdo. Capiamo che di sua nonna non apprezza la cucina, che lo spaventa l'idea che una anziana signora abbia ancora voglia di avere un fidanzato (per farci che, poi? Il solletico?). Capiamo che a sua madre non perdona di non averlo portato con sé a Londra, lui che ama solo le metropoli, Tokyo su tutte, ora è costretto a stare in un paesino di 200 anime nelle Alpi liguri. Ma apprendiamo anche che il rapporto che tiene insieme questi due è bello, pieno di pieghe e angoli nascosti, di affetto non sempre dichiarato, di sostanziale fiducia reciproca, nonostante tutto. E sopratutto è costruito sulla lealtà e sull'onestà: i due si dicono tutto. Nel bene e nel male. Ben inteso, non sono alla pari nella gerarchia dei ruoli (e questa vacanza lo sta a dimostrare) ma se si guardano negli occhi, sanno di potersi fidare l'uno dell'altra. 
Invece, attraverso i dialoghi tra nonna e nipote capiamo molto bene che tipo di nonna sia Mémé: le cose in cui è brava, quelle che non sa fare. Il suo essere così anticonvenzionale e così serena, nell'esserlo. Conosciamo la sua filosofia di vita che è fatta di ottimismo e di fiducia negli altri, cosa che cozza lievemente con il caratterino da eterno insoddisfatto di Confiance. 
E ancora nei dialoghi tra madre e figlia si capisce che ognuna ha una sua indipendenza, anche psicologica, nei confronti dell'altra ma anche in questo caso traspare una grande disponibilità e fiducia reciproca, costruita nel tempo e anche questa sulle medesime basi di lealtà e di onestà. 
I dialoghi tra i fidanzati 'vecchi' non sono poi molti, ma fanno trasparire una comunità di intenti, due caratteri diversi ma complementari. Circostanza che fa ben sperare che la loro storia possa avere un seguito. 
I dialoghi tra Eustachio (pistacchio) e Confiance (spaghetto), dopo non molto, sono quelli tra un maestro e un allievo, allievo che - giorno dopo giorno - perde di riottosità e guadagna in stima verso il suo 'insegnante'. 
I dialoghi tra Confiance e Kitti sono quelli tra due ragazzini di nove anni, di cui uno è maschio e l'altra è femmina. Kitti ha, fin dal principio, in pugno la situazione e non solo perché lei a Triora ci passa un mese all'anno da quando è nata, ma anche perché lei è, in quanto femmina, qualche passo avanti nel percorso di crescita e di conquista della propria autonomia. Confiance non ha che da andarle dietro e imparare, guardando come si fa. 
Le conversazioni tra Eustachio, Mémé e Confiance sono illuminanti per riflettere su criteri educativi 'alternativi' a quelli che possono considerarsi più convenzionali. In perfetto stile 'Morgenstern'. 
Mentre sulle uniche due conversazioni tra i quattro abitanti della grande casa di Triora non è possibile dire nulla per non togliere la sorpresa in chi lo leggerà. Basterà dire che segnano due punti chiave della storia e sono altrettanto illuminanti per ragionare su quale può essere un sano rapporto tra nonni e nipoti, lontano da ogni ingerenza genitoriale. A volersi fidare. 
In questo centinaio di pagine c'è tutta la Morgenstern da amare. Tutta la sua ironia, tutto il suo punto di vista sempre originale. Lei, che è riconoscibile - secondo diverse percentuali - in tutti, ma proprio tutti i personaggi di questa storia, si riconferma ancora una volta una penna felice, piena di grandi e buone idee (compresa quella tutta visiva di dare le giuste voci a tutte le trentotto conversazioni che si susseguono senza soluzione di continuità e quella di commuovere chi legge in un libro tutto da ridere. E di farlo precisamente alla pagina 103, a una dozzina di righe dalla chiusura del libro). 
Ancora una volta, brava Susie e brave Biancoenero che la pubblicano.

Carla 

Noterella al margine. Questo librino andrebbe letto, a puntate, da un grande con un piccolo (non importa il tipo di relazione parentale o non che li tiene insieme). Ogni giorno, un pezzettino, per la durata di tutta una vacanza. Se non altro, per renderla indimenticabile.