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domenica 14 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRLO E' IMPORTANTE

No
, Paula Carbonell, Isidro Ferrer (trad. Laura Costa)
Kite edizioni 2026 


ILLUSTRATI
 
"Io e mio fratello siamo andati a scuola. 
Il mio amico non è arrivato. 
La maestra ci ha detto di tornare a casa. 
Non l’abbiamo trovata. 
Siamo andati a giocare al parco. 
La mamma ci ha trovato e ci ha riempito di baci. 
Mamma ha detto che avremmo giocato a nascondino e a cercare papà." 

I due bambini hanno davanti a loro un buco. Ci guardano dentro, ma è troppo piccolo per nascondere qualcuno, ma non per infilarci le gambe a penzoloni. Il gioco sembra non voler finire, ma nel frattempo il buco si allarga, tanto da poterci infilare una scala dentro e scendere in profondità. I grandi botti non fanno dormire la madre. Poi arriva anche la fame e la sete. E quando suonano le sirene, mamma li porta al ristorante e allora si mangia. Quando il fratello si ammala, per lui non c'è l'ospedale. Ma il papà alla fine li ha ritrovati. Ma sul treno che volevano prendere non ci sono mai saliti: non glielo hanno permesso. Niente viaggio per andare a casa dalla zia, e intanto il buco si allarga sempre di più e ricomincia il nascondino e anche la fame. Il padre impreca quando vede suo figlio sdraiato, immobile. Pare che dorma... 

"Dirlo è importante." 
Queste le uniche tre parole che si leggono in quarta di copertina. E che danno il senso al titolo, fatto di sole due lettere, ma anche alla frase finale che chiude il libro. 
Da questa prospettiva tutto va letto. 
Quello che accade tra la copertina e il retro è un gelido elenco di fatti. A metterli in fila è la voce di una bambina a cui questi fatti accadono. Lei è con suo fratello - e solo loro due compaiono nelle immagini di Ferrer. Ma anche il loro padre e la loro madre sono lì intorno. Ciascuno dei fatti che la bambina constata ha a che fare con il medesimo contesto, fino a quel momento taciuto, la guerra. Tutto parla di lei, o meglio di quello che lei si porta dietro, ma la parola per chiamarla in primo piano, arriva davvero un momento prima di chiudere il libro. 
Che Paula Carbonell abbia un talento raro nell'usare le parole, credo non vada dimostrato: è un fatto. E che Isidro Ferrer sia un genio assoluto, tanto meno. 
Qui hanno unito i loro magnifici pensieri per creare un libro straordinario. E, in qualche misura, unico. Uno scenario che ha tridimensionalità non solo nelle immagini, nei corpi che lo attraversano, ma anche nelle parole. E tanto le une quanto le altre sono lì - veri e propri corpi, volumi con molto peso, eppure entrambe asciugate di ogni concessione al superfluo. 
Riuscire a costruire comunque una narrazione esclusivamente attraverso un mero elenco di situazioni che guidano il pensiero come frecce verso il bersaglio finale, la dannata guerra, è uno dei valori di questo libro. E per di più farlo, muovendosi tra la concretezza delle situazioni e nello stesso tempo essere così simbolica ed emblematica da diventare universale. Insomma in questo libro si tocca il nocciolo più profondo che tiene insieme ogni guerra, che è uguale, ma tragicamente anche un po' diversa dalle altre. Altrettanto iconico è Isidro Ferrer che, come spesso accade nei libri che illustra, costruisce nel senso più letterale del termine, degli autentici scenari in cui fa muovere i suoi personaggi. E solo con il legno. Come altrettanto spesso accade, sceglie elementi formali che trasforma di immagine in immagine: qui una scala e un buco. Entrambi si modificano in modo plastico nel seguire il senso del testo. La scala si rompe, diventa barella, gioco di parco, tavola, binario percorso per entrare nel buco. E il buco, giorno dopo giorno, si allarga al pari del suo significato simbolico. 
Sul fondo, dopo una quinta che allude a un palazzo cittadino (la scala intanto si fa verticale e poi orizzontale), nel parco giochi diventa un intreccio di tavole di legno modellate a creare l'effetto di un boschetto ombroso. E poi diventa interno spoglio, quindi portico di una stazione e poi di nuovo angusta e geometrica scansione di uno spazio interno.
Intorno al buco si muovono i due bambini. Anche loro ridotti ai minimi termini, lei vestitino a quadretti marrone, lui pantaloni neri corti e maglietta bianca. Niente occhi o bocche, niente braccia, insomma nulla che possa alludere a una troppo facile espressività. Le loro posture sono essenziali, ma piene di pathos, a dare ancora più spessore a quel che si dice nel testo. Tra loro, testo e figura, e tra loro, il bambino e la bambina, esiste un dialogo ininterrotto. 
E poi c'è lei: la luce. Che, come sempre, percepiamo quasi inconsapevoli, ma che è il raffinato tocco, una sorta di carezza che Isidro Ferrer, particolarmente ispirato, appoggia con delicatezza sul grigio tetro della guerra, sfiorando i suoi scenari, i suoi sventurati bambini. 
Gran bel libro che arriva da una piccola, ma gagliarda casa editrice spagnola in una altrettanto piccola ma gagliarda casa editrice italiana. 

Carla 

Noterella al margine. Ha pubblicato più di 50 magnifici libri, è una icona vivente del design, è una delle migliori menti creative contemporanee e questo è il primo libro pubblicato in Italia di Isidro Ferrer... o tempora, o mores!

venerdì 6 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI E NEMICI

Tre dita, Massimo Canuti 
Uovonero 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ci ho messo un po' prima di riuscire a trovare le parole giuste. Non sapevo se dargli del lei oppure del tu. Alla fine ho optato per il lei: era molto, molto, molto vecchio e mi sembrava la scelta più adeguata. Mi sono fatto il segno della croce (mi è venuto particolarmente bene, con tutte e dieci le dita), dopodiché ho fatto un piccolo inchino. 
'Salve. Come sta?' 
Credevo che interessarsi della sua salute fosse una buona cosa: del resto la prima impressione è sempre quella che conta, come diceva mamma. 
Dio però è rimasto zitto." 

Anno di grazia 1943.
Nado ha dodici anni e vive nel piccolo paese di Bettolle, in Valdichiana. Sua madre fa la sarta a domicilio e parla fitto fitto con Dio, tutti i giorni, più volte al giorno e sempre con un tono poco più che bisbigliato. Suo padre ha un piccolo laboratorio dove fa il sapone; lui al contrario parla pochissimo e mai con Dio. Ha una sorella minore, Vilma, che Nado cerca di evitare il più possibile, ma che gli viene affidata spesso e volentieri. Ha anche una piccola banda di amici e con loro passa gran parte del suo tempo, ci chiacchiera, ci gioca e molto di rado ci litiga: Civetta, Gambadoro, Neno e Tiritinfièri. Tutti loro si sono guadagnati sul campo il soprannome che portano, quello di Nado è Tre dita, per via di quell'ordigno che un giorno gli è esploso tra le mani... 
Questa è la sua storia tra l'alternarsi di piccole monellerie e grandi decisioni, tra le chiacchiere di paese e le chiacchiere col Padreterno, tra tedeschi nemici e tedeschi che ti salvano la vita, tra il giocare a fare i grandi e poi diventarlo davvero... 

Intrecciare pezzetti di vita vera, quella di Nado Canuti, suo padre, all'interno di un racconto inventato è quello che ha fatto Massimo Canuti, scrivendo Tre dita
Gli spunti presi dalla realtà dei fatti sono: il contesto, ossia Bettolle la cui gioventù si organizza per dare vita a una propria azione di Resistenza contro gli invasori tedeschi; ma soprattutto l'incidente in cui effettivamente il piccolo Nado perde una mano e due dita per aver maneggiato incautamente un ordigno inesploso e il relativo salvataggio da parte di un giovane soldato tedesco che lo porta di corsa in ospedale. Molto vera è anche la sua precoce passione per la scultura, che lo renderà da adulto un artista di grande talento. 
Ma in verità tutte le duecentocinquanta pagine trasudano autenticità, cosa che rende la lettura una vera gioia. 
Il tono di voce di questo ragazzino ti entra nelle orecchie e tu lo stai a sentire dall'inizio alla fine, senza mai annoiarti. 
Altrettanto si può dire per il suo sguardo sulla realtà. 
Da un lato colpisce, da parte di quel pugnetto di ragazzini, l'irrinunciabile ricerca del gioco, modalità attraverso la quale tutto viene filtrato: giocare alla Resistenza, giocare a fare gli eroi, giocare a far finta che... Al contrario, altri tra loro decidono di diventare grandi e di saltare il fosso, rinunciando, di fatto, alla loro condizione di bambini. 
E dall'altro colpisce la capacità di quegli stessi ragazzini di andare a leggere il mondo attraverso macrostrutture, proprio come capita a chi è piccolo e deve districarsi in un mondo complesso. 
Quindi per tutto il romanzo si parte sempre distinguendo tra i buoni e i cattivi, tra i grandi e i piccoli, tra i paurosi e coraggiosi, tra gli amici e i nemici, tra il sacro e il profano. 
Solo con il tempo vediamo il ragionamento affinarsi, accettare la sfumatura e quindi dal bianco assoluto o dal nero pece piano piano vengono in luce diversi toni di grigio, frutto del bianco che si mescola al nero. 
Questo bisogno naturale che porta alla semplificazione del pensiero, a una visione un po' facile e manichea, lascia il posto a un fare che, seppure scanzonato, ha il pregio di spostare il punto di osservazione, dando più spessore alle cose. 
In questo senso paiono esemplari i ragionamenti ironici e serissimi su e con Dio, ma soprattutto i pensieri che lentamente maturano nella testa di Nado riguardo all'invasore tedesco, che nel contempo è quello stesso nemico che gli ha salvato la pelle. 
A quel tedesco lui riconosce un'umanità che cozza con quello che è il pensiero comune. Con quel suo gesto istintivo di autentica umanità, il giovane soldato tedesco ha dimostrato di essere altro dal male assoluto. Su questa stessa lunghezza d'onda si mette anche sua madre, che decide di sdebitarsi con quel ragazzetto dalla divisa sbagliata, cercando di regalargli il vestito buono del padre. 
Pagine piene di risate e di profondità e di grandi domande. Bellissime, davvero. 

 Carla

mercoledì 19 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CAPPUCCETTO VIVE A COPENAGHEN 


C’è un tipo di scrittura che io amo moltissimo ed è quella che raccontando fatti, trascrivendo dialoghi, stando sulla superficie delle storie che racconta, scende in profondità e te ne accorgi man mano procede e non solo quando il libro è finito. Quando torni alla realtà hai un tassello in più da utilizzare oppure no, da conservare senz’altro. 
Lois Lowry è una scrittrice maestra in questa scorrevolezza. Conta le stelle è un libro che ha scritto nel 1989, già tradotto in Italia e ripubblicato oggi per Mondadori. 
Nel 1943 a Copenaghen la popolazione comincia a sentire la presenza tedesca in modo sempre più pressante: la Danimarca si era arresa ai tedeschi immediatamente nel 1940, non avrebbe mai potuto resistere all’assedio. Annemarie vive nella capitale danese, tranquilla e allegra, come lo può essere una bambina di dieci anni per cui le strade sono il luogo per eccellenza del gioco. Certo lei non ama particolarmente quei soldati tedeschi appostati in ogni svincolo strategico, che fanno paura con quel loro accento tutto strano, che urlano ordini e impongono regole (tipo non correre sul marciapiede). La loro presenza si fa però via via più ingombrante man mano che vede sparire dentro casa la sua migliore amica Ellen e la sua famiglia, la famiglia Rosen. 
Annemarie è curiosa: ascolta parole strane di cui non capisce bene il significato (come “Resistenza”), fa i conti con la morte della sorella maggiore, addormenta la sorellina minore da cui imparerà una lezione che le salverà la vita e che accompagna ogni sera attraverso le porte della veglia raccontandole fiabe di ogni tipo. 
Proprio sull'impianto fiabesco questo libro mi ha rubato il cuore. 
Annemarie è nata e cresciuta a pane e fiabe, ogni sera tenta invano di raccontare alla piccola Kristi la storia dell’arcinota sirenetta, ma la sorella le nega sempre e in modo deciso questa possibilità. 
I momenti più intensi del libro sono di due tipi: il primo fa riferimento a tutto il quotidiano di tre bambine (Annemarie, Kristi e Ellen) che giocano, si spaventano, si aiutano vicendevolmente apprendendo anche l’una dall’altra in modo automatico, osservando i comportamenti con precisione. In questo la Lowry è assoluta maestra: dettaglia minuziosamente i micro movimenti tipici dell’infanzia, quelli che all'apparenza appaiono come casuali posture e che poi si trasformano in elementi fondamentali per quelle piccole persone e di conseguenza per la storia. 
Il secondo è quello della tragica storia degli ebrei danesi, costretti all’esilio in Svezia, esilio progettato e messo in atto dalla Resistenza: anche in questo frangente Annemarie e Lowry si affidano alle fiabe, prendendo in prestito dalla tradizione, e giocando proprio sul sottile limite che fa sfumare la realtà nella fantasia. 
Quanto le fiabe raccontano di soprusi, di prepotenze, di salvezze all’ultimo momento, di catarsi, di bambine perdute, di cani che diventano buoni? Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’impalcatura della storia e rimangono gli alleati perfetti in primis di Annemarie ma anche del lettore, che come lei partecipa al tentativo di salvare Ellen. Il libro contiene due scritti della Lowry, una prefazione e una postfazione nella quale la scrittrice rimette un po’ il limite al suo posto, raccontando come abbia attinto dalle storie ascoltate e dalla realtà. Con il suo consueto amore per i dettagli, nelle ultime pagine unisce magistralmente la Storia alle storie. Lo consiglierei a lettori oltre i dieci anni.

Valentina

Conta le stelle, di Lois Lowry, trad. Simona Broglia, Mondadori 2025


mercoledì 17 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LAGGIÚ, OVVERO PRENDERE UNA DIREZIONE


“Ogni eroe ha una storia [...] 
Tutti vogliamo vedere un eroe. 
Dargli una pacca sulla spalla, stringergli la mano e dirgli quanto è stato in gamba, quanto gli siamo grati. Vogliamo che sia coraggioso, ma non vogliamo sentire quanto quel coraggio gli è costato. Non vogliamo sapere che sotto tutto quel coraggio c’è la paura, profonda e fredda come il fiume Watauga dopo il primo disgelo di primavera. Non vogliamo sentire la sua storia. O, comunque, non la sua storia vera. Preferiamo raccontare una storia nostra. 
Era così quando i soldati partivano per la guerra e poi tornavano a casa. E fu così anche per Jack.” 

Una storia complessa e parecchio avvincente quella raccontata in prima persona da Danny che ha 13 anni nel 1943 e vive a Foggy Gap. Ci troviamo in una piccola cittadina sul fiume Watauga, al confine coi boschi, nel Nord Carolina. 
Gli Stati Uniti sono nel pieno della seconda guerra mondiale. 
Danny è un adolescente attento che si fa interrogare dagli eventi. 
E gli eventi sono due: la guerra e Jack Bailey. 
La guerra arriva a Danny con la retorica nazionale sull’eroismo nei “campi di battaglia della democrazia”, gli appuntamenti radiofonici con le “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt, le prime sussurrate notizie sui lager nazisti. Ma anche con il razionamento dei viveri, l’orto di guerra nel giardino di casa, la raccolta dei metalli per gli armamenti, qualche papà o fratello che si arruola, e qualcuno che già non torna, qualcuno che diserta. 
E poi c’è Jack: il suo migliore ed eroico amico, che però nasconde una storia difficile e una scomparsa misteriosa… compreso l’enigma di un posto chiamato Yonder. 
Il racconto parte da un prologo che apre già a una domanda: che cos’è un eroe? 
Forse quel ragazzo, Jack Bailey, di pochi anni più grande di lui, che quel giorno di qualche anno prima aveva salvato a nuoto le gemelle Coombs dal diluvio che fece esondare il fiume Watauga? L’unico ad avere il coraggio di tuffarsi mentre tutti gli altri del paese restavano immobili? Quel giorno, ci dice Danny, “tutti eravamo d’accordo sul fatto principale: Jack Bailey era un eroe. Nessuno però si soffermò a riflettere su cosa fossimo noi.”
La paura e il coraggio. 
Possiamo dire che è tutta qui la questione nella quale, insieme a Danny, ci imbattiamo attraversando questa storia, che comincia un venerdì di giugno del 1943, e comincia con la misteriosa scomparsa di Jack Bailey. A partire da quel venerdì, Danny cercherà di risolvere quel mistero e in sette giorni porterà avanti una vera e propria investigazione da detective story. 
Ma lasciamo momentaneamente da parte la trama per soffermarci sulla struttura del racconto. 
C’è un prologo in cui Danny ci parla da un tempo presente, quando tutto è già accaduto da un pezzo, poi ci sono i capitoli che narrano i giorni alla ricerca di Jack (da quel venerdì al successivo giovedì del giugno ‘43), e poi ci sono i capitoli -stampati su carta grigia - che intervallano i precedenti, e che raccontano singoli fatti pregressi. Una struttura narrativa ben studiata, costruita su diverse linee temporali che si richiamano e si collegano agganciandosi l’una con l’altra con precisi richiami (al modico prezzo di un leggero stordimento temporale per chi legge). 
Grazie a questo intreccio dei tempi del racconto accadono contemporaneamente due cose. 
La prima: chi legge ha modo di conoscere fatti e antefatti della vicenda narrata procedendo con informazioni aggiuntive che i continui flashback forniscono di volta in volta. 
La seconda: con questo flusso di pensieri e di eventi, con questo andare costantemente tra prima e ora, Danny pare proprio impegnato a stendere ponti tra due sponde che improvvisamente si aprono sotto i suoi piedi, due rive che sembrano allontanarsi sempre più: l’infanzia (prima) e l’adolescenza (l’ora). Grazie a questo andirivieni, Danny può mettere insieme i pezzi di una nuova consapevolezza come se quei flashback fornissero anche a lui delle informazioni aggiuntive su se stesso e sul mondo. Un fitto lavoro interiore che, sulle tracce dell’eroe scomparso, lo porta a cercare risposte a domande che non si era mai posto prima, a fare i conti con la propria paura, con la lealtà, con le violenze nascoste, con le apparenze, coi pregiudizi. Danny scopre che la guerra è dovunque, sui campi di battaglia, ma anche nel suo Paese (Foggy Gap come gli Stati Uniti d’America) ancora invischiato nella segregazione razziale, nella paura che diventa complicità di chi sa e non dice, nella prepotenza dei potenti. O semplicemente nell’indifferenza condivisa, come quel giorno delle gemelle Coombs e del diluvio che se le stava portando via. 
E così Danny, che già conosceva la paura, scoprirà il (suo) coraggio. 
Qualche passaggio didascalico di tanto in tanto (soprattutto nel finale) non toglierà il piacere della lettura di questa storia ben raccontata, con un adolescente attento che abbandona l’infanzia aprendo gli occhi sul mondo. 
Ma Yonder? A Danny gliene aveva parlato Jack, e a Jack lo raccontava spesso sua madre. 
Yonder – raccontava – è “una città perfetta […]. Dove non hanno mai neppure sentito parlare della guerra. Con una tavolata che si stende sulla via principale, così lunga che non riesci a vedere da un capo all’altro. Tutti mangiano insieme. Nelle notti fredde accendono fuochi e la città intera si siede al tavolo a cantare canzoni e raccontare storie. E quando fa caldo, dormono tutti su amache tirate fra gli alberi”. Yonder, in inglese, “laggiù”. Una direzione, un’indicazione verso un luogo dove non siamo ancora, una lunga tavolata ancora da imbandire. 

Patrizia 

 “Yonder. Per sognare un mondo senza guerra”, Ali Standish, trad. di Anna Carbone, Mondadori 2025 


mercoledì 21 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN CUOCO (IN FAMIGLIA) FA SEMPRE COMODO 


Christine Nöstlinger è stata una scrittrice assai prolifica, in Italia numerosi suoi romanzi sono stati pubblicati da importanti editori, eppure questo che racconta una porzione importante della sua infanzia non era mai arrivato. Pubblicato per la prima volta nel 1973, grazie a San Paolo questo libro raggiunge i giovani lettori italiani ed è una grande gioia che una scrittura come questa possa essere conosciuta e goduta a decenni di distanza dalla sua stesura. 
Originaria di Vienna, la Nöstlinger racconta del periodo conclusivo della seconda guerra mondiale, di quel momento in cui, sotto i bombardamenti degli alleati, cominciava a serpeggiare sempre più consistente il sospetto che i tedeschi stessero perdendo e che prima o poi avrebbero abbandonato la terra invasa. 
Chi ci sarà dopo di loro? Il mondo post bellico a chi farà spazio? Ci saranno i russi, ma chi sono questi soldati che arrivano da lontano e contro cui molti degli stessi austriaci assoldati nelle milizie sottomesse al Führer hanno dovuto combattere in Russia? 
Non sono solo i bambini a costruire leggende e racconti che aiutino a interpretare una realtà complessa, sono gli stessi adulti che si rintanano dietro il baluardo eretto contro il nemico, un po’ per convincersi di essere nel giusto, un po’ perché come sempre ciò che non si conosce, spaventa. 
E così in questi racconti i russi diventano capaci delle peggiori nefandezze, esseri abbietti dai quali conviene fuggire, ma che non si può evitare di incontrare e conoscere. 
E l’infanzia come può sopravvivere in un universo completamente sconvolto dal conflitto armato? 
Gli episodi narrati in prima persona da Christel ci restituiscono un’età tutt’altro che estranea a quello che accade, testimone attiva e propositiva. I bambini qui sono protagonisti di operazioni di incredibile resistenza: lo spazio virtuale e immaginato del gioco continua ad avere ancora piena legittimità, a sgomitare tra le storture adulte per riuscire a ritagliarsi una concreta e assolutamente brillante presenza. E così non mancherà di stupire con quale abilità la Nöstlinger sia riuscita a riportarci con dovizia di particolari l’universo emotivo di chi, come evidentemente è capitato a lei per prima, può rimanere completamente paralizzato in mezzo a un campo, sotto un bombardamento, incapace di muovere le gambe e di fuggire, accanto a una serie strepitosa di momenti in cui il gioco, le invenzioni, le lotte e le fughe della vivace protagonista incollano il lettore alla pagina, deliziandolo e spesso divertendolo moltissimo. 
A suo modo, i bambini si aggrappano a quello che hanno e non è mica detto che sia buono. In un quotidiano in cui gli adulti sono impegnati nella difficile impresa di sopravvivere, loro godono semplicemente di un margine di autonomia maggiore, ma solo di poco, eppure è quel tanto sufficiente a Christel, per esempio, per fuggire di casa, superare un posto di blocco e andare a trovare i nonni che si sono rifiutati di trasferirsi in un luogo forse più sicuro. 
La storia inizia con un bombardamento e la protagonista, diversamente da quello che sarebbe logico e opportuno fare, approfitta della parziale sordità della nonna per non riferirle dell’allarme appena annunciato alla radio perché questo significherebbe rifugiarsi in cantina, luogo che la bambina detesta profondamente. Cominciare un romanzo con una nonna che impreca sonoramente contro Hitler (rischiando non poco) e una bambina che pur di non finire in cantina mette a repentaglio la propria vita e quella dell’anziana significa chiarire da subito alcuni aspetti della storia che stiamo per leggere. 
Nessun ritratto edificante né tantomeno compassionevole dell’infanzia vittima della guerra, nessun gesto eroico compiuto da persone delle quali non si risparmiano lati umani, quanto meschinità. 
Tra i tanti personaggi della storia c’è n’è uno che merita un capitolo a parte: Cohn. 
“Più tardi mia sorella disse che il cuoco era la persona più brutta che avesse mai visto. Hildeard disse che il cuoco era la persona più puzzolente che avesse mai odorato e mia madre disse che era la persona più folle che avesse mai sentito. Per me è stato in ogni caso la persona più brutta, puzzolente e folle che abbia mai amato. L’ho amato veramente e spero che lui se ne sia accorto. A parte me infatti nessuno lo amava, neanche i russi.” Sarto e cuoco per necessità in periodo di guerra, rappresenta per Chris, tra le altre cose, l’antidoto alla noia dei vuoti pomeriggi: paziente fino all’inverosimile, Cohn nonostante il suo poverissimo tedesco, tollera la compagnia della bambina per lunghe ore e accetta di credere anche alle sue storie più bizzarre. Vien da pensare che la componente fantastica che manca in questo romanzo, abbia trovato nei tratti di quest’uomo la maniera per proporsi sotto mentite spoglie. Quasi un elfo venuto da un mondo altro, non accettato dalla parte di umanità che si ritiene sana (e che quindi è idonea alla guerra), Cohn è un soldato che non combatte, che baratta la sua sopravvivenza con della brodaglia improponibile. 
Cosa ci restituisce la Nöstlinger? La descrizione di una stagione storica che imprime alle persone e ai luoghi un’accelerazione improvvisa e un approdo a volte infelice. E lo fa con una scrittura che nonostante risalga a una cinquantina di anni fa, non ha perduto alcuna freschezza, scegliendo di sposare interamente una narrazione realistica che nulla concede all’elaborazione fantastica se non nella misura di una creazione a un uso e consumo della protagonista. 
L’infanzia ritratta della Nöstlinger non è necessariamente buona, ma non potremmo certamente definirla neanche cattiva. E non è perché il contesto bellico ci inviti a giustificare comportamenti poco opportuni, semplicemente perché lo sguardo che si posa su questa umanità ha sospeso il suo giudizio. 
La scrittura è quella di un’adulta che si sforza di ritornare ai giorni di cui vuole parlare e questa particolare scelta comporta delle dirette conseguenze: in primis l’assoluta parzialità della narrazione che non si ricava unicamente dal punto di vista assunto sulle cose, ma prima ancora sulla scelta di chi coinvolgere e chi invece giudicare superfluo. 
La maestria della scrittura è in questa operazione di equilibrismo tra le parti alla luce di quello che si intende restituire. 
La Vienna della fine del 1945 c’è nell’attendibilità degli episodi storici riportati, non è appunto solo uno sfondo, ma una componente assolutamente centrale del racconto e il modo in cui il personaggio di Christel si compone sotto gli occhi del lettore è tutta nella districata relazione con quei luoghi, quelle persone e i fatti di quegli anni.
Un libro che proporrei a lettori a partire dagli undici anni.

Teodosia

Nel ducato in fiamme di Christine Nöstlinger, traduzione di Anna Petrucco Becchi, 
San Paolo 2025. 

venerdì 25 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MEMORIA VIVA, VIVA LA MEMORIA

Il falco e la stella, Fabrizio Altieri 
Equilibri 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"In quel momento l'uomo si risvegliò e prese per il bavero Falco. I suoi occhi erano vivissimi, come solo gli occhi di chi sta per morire possono esserlo. 
'Livio Boschi!' esclamò. 
Falco per la sorpresa stava per cadere all'indietro, ma l'inglese lo trattenne. Rivo era balzato in piedi e l'uomo, vedendogli il coltello in mano, capì quali intenzioni avesse. Accennò al paracadute: 'Potete prenderlo, ma in cambio dovete fare una cosa'. Parlava bene l'italiano, con solo un lieve accento inglese. Senza lasciare il bavero di Falco, con la mano libera prese un cilindro di acciaio che aveva legato al fianco. 
'Portatelo a Boschi', disse, e lo porse a Falco. Lui lo prese senza quasi rendersi conto e lo guardò. 
'Cos'è?' chiese Rivo, ma l'inglese cadde all'indietro trascinandosi Falco. Era morto con la mano ancora aggrappata al bavero del ragazzo."Falco. Era molto con la mano ancora aggrappata al bavero del ragazzo." 

Un ufficiale inglese che si è paracadutato sulle colline dell'Appennino emiliano per consegnare un importante messaggio al capo della brigata partigiana di quelle parti. Il paracadute non si apre come dovrebbe e lui precipita, ma prima di morire, raggiunto dai due ragazzi che hanno assistito alla scena, lo consegna a uno di loro. 
Comincia così, un po' per caso, con il desiderio di raggiungere quel paracadute per poi rivenderlo a borsa nera come seta per abiti, l'avventura partigiana di Falco e Rivo. Fino a quel giorno per loro la guerra era intorno, ma finora non li aveva coinvolti in prima persona. Li aveva lasciati stare. 
Ma l'entrare in contatto con altri ragazzi loro coetanei, vedere dove e come vivono in clandestinità le loro giornate, la loro guerra, conoscere insomma i partigiani di Livio Boschi, nome di battaglia Gordon, cambia la loro esistenza. E diventa Resistenza. 
Falco - e dietro di lui anche il disincantato Rivo, figlio di Dante il comunista - smettono di stare ai margini della Storia e fanno la loro prima e autentica scelta di campo. 
Questa è la loro storia personale (un po' presa dal vero e un po' no), avventure, prove di coraggio, primi amori, lutti in famiglia, musica, tanta musica, che si intreccia con la Storia (vera), ossia quella che racconta di come nel '45 l'esercito britannico combatté al fianco della Resistenza per liberare l'Italia dal nazifascismo.
Ne Il Falco e la Stella ci sono uomini e donne che si sono trovati a combattere, fianco a fianco, in una unica lotta per la liberazione. 

La chiave di questa storia sta proprio in quel "fianco a fianco", ossia nella grande prova di reciproca fiducia che ha tenuto assieme un 'esercito' molto eterogeneo ma coeso nel nome di un valore superiore a qualsiasi altro obiettivo politico che muove nazioni ed eserciti: l'umanità delle persone. Il sentirsi compagni, fratelli e sorelle. 
Son meno di tre pagine, a libro finito, in cui Fabrizio Altieri riprende la parola e racconta, con parole importanti e pesate, l'origine del libro e le radici autentiche, accurate nei confronti delle fonti, e quelle letterarie di questa bella storia. Appartenere a quella generazione che la guerra, ma ancora di più la Resistenza, se la è sentita raccontare da chi, ragazzo o ragazza in quegli anni, l'ha vissuta o se l'è vista passare davanti agli occhi, aiuta. 
Anche a chi abbia più di cinquant'anni, storie del genere risultano interessanti e importanti: anche per loro, è naturale riconoscerne e quindi percepirne lo spessore e la complessità. Molti tra loro temono il rischio reale che essa sia trascurata o non capita, o peggio, dimenticata. 
Ma se di anni ne hai una decina o poco più? Se non hai a disposizione un bisnonno che ti racconta e ti chiama dentro fatti realmente accaduti? 
Ecco, in quel caso entrano in gioco scrittori capaci che della materia dei fatti sappiano impadronirsene e sappiano restituirla in forma di buon romanzo. 
Questo è quello che è successo qui. 
Ingredienti imprescindibili, a mio avviso, sono: la buona scrittura; la sapiente capacità di costruire una buona storia (qui intorno a un fatto realmente successo), ossia una trama credibile che sia nel contempo onesta e avvincente; il calibrato dosaggio di elementi, diciamo così, universali che siano in grado di toccare le anime di lettori di età diverse. 
Partiamo dalla buona scrittura. 
In tutta onestà la cosa che mi ha soprattutto colpito, generando in me di volta in volta nuova aspettativa, è la puntualità con cui, a ogni fine di capitolo, con relativo cambio di scenario, Fabrizio Altieri si presenta sempre preparato a un exploit, anche semplici frasi ma di sicura presa ed effetto, che puntuali stanno lì pronte a stupirti e a tenerti attaccato alla pagina. 
Un infallibile incentivo ad andare avanti. 
La capacità di costruire una trama avvincente e onesta intellettualmente è segno - non solo di buon mestiere - ma anche di talento autentico. 
Se si leggono le note finali in cui si è sentita l'esigenza da parte dell'autore di passare al setaccio l'intera storia per distinguere il vero dall'inventato, si può ricostruire a posteriori il grande lavoro di incastro dei vari pezzi che tengono su con onore l'intera struttura, fatta di Storia e di storia. Quella stessa capacità immaginativa che un buon architetto, o un buon regista, deve avere nel progettare un corpo che nel tempo e nello spazio abbia un suo senso, una sua armonia, una sua bellezza. 
A ogni capitolo cambiano le prospettive, i personaggi si avvicendano nel loro sparire dalla scena o rientrarci, proprio come a teatro. 
E infine, gli elementi universali. 
Rispetto a questi, mi verrebbe istintivo tacere, perché ognuno possa trovare i propri, senza essere guidato da una lettura che è, al contrario, molto personale. 
L'unica cosa che mi sentirei di sottolineare è questa: in ogni buona storia, ci sono. 
E questa decisamente lo è.

 Carla

venerdì 14 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VERO

Mal di nebbia
, Nicoletta Gramantieri 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ho raccontato dell'altra guerra, dell'omicidio, degli annegati, della vita triste del paese. Di come i ragazzi stessero ancora su in montagna, di come, dopo la morte della nonna, mi fossi ritrovata ad avere due case, quella del babbo e della mamma e quella della Madrina. Di come io e Celso fossimo diventati amici e di come mi avesse raccontato di quella nebbia che nascondeva il paese, della Bocca dell'Orco, del fiume, della strega e delle morti dei bambini. Di come trovassi consolazione in Vero e nella Iolanda. E anche di tutta la rabbia che mi aveva portato a disubbidire alla mamma..." 

L'Albertina sa come si costruiscono le storie. Vero, l'amico di suo fratello Vittorio che dalla montagna non è più sceso, glielo ha spiegato. 
Prima bisogna raccontare il prima, poi bisogna raccontare un po' dei personaggi e poi si può partire con l'adesso. E adesso è adesso. 
Lei, dodici anni, è appena scappata dalla fredda e misera casa dove vive con le sue sorelle più piccole, la sua sorella maggiore, la Marcella, che arriva solo alla sera perché è a servizio, e con il suo fratellino piccolo, Cecchino, e la sua mamma e il suo papà. Sono poveri, ma molto poveri: poco da mangiare e poca legna per scaldarsi, tanto che la notte ci si deve vestire col cappotto per prendere sonno. L'Albertina, ancora lattante, era stata portata dalla nonna che l'ha allevata con amore e latte di capra. E l'Albertina con lei è cresciuta felice, ma adesso la nonna è morta e lei ha dovuto lasciare la casa sulla collina e tornare in paese da mamma e papà. 
Solo di rado può andare dalla sua madrina, che invece la copre di premure e di cose buone da mangiare. Quando anche quella mattina sua mamma è uscita di casa per andare a mettere in croce due soldi, e le ha affidato le sorelle e il piccolo Cecchino, i mestieri da fare e gli scapini da lavorare a maglia, lei non ce l'ha fatta più: ha buttato in terra lana e ferri, ha infilato la porta e di è diretta verso il campanile dove ha intenzione di nascondersi, per lasciar passare la notte per poi fuggire indisturbata e non vista, al sorgere del sole, prima che il borgo si svegli. 
Vuole andare in città dove forse troverà un lavoro presso una qualsiasi signora ricca che la accoglierà come una figlia e la riempirà di affetto e attenzioni. 
Questo è il principio della storia dell'Albertina, che un giorno perderà la voce: un racconto che dura il tempo di una Quaresima molto piovosa e dove, complice la nebbia, ciò che accade non è affatto come sembra. 

Come un vestito che ti dimentichi di avere e lasci appeso per anni in un armadio, pare, credo, mi sembra di aver letto che questa storia abbia stazionato a lungo nel silenzio, al buio. Forse in un cassetto o forse in una cartella di un computer. E pare anche che, una volta riemersa, così come sarebbe capitato al vestito appeso e dimenticato, abbia avuto diversi interventi di adattamento per il suo debutto. 
Una volta presa la sua forma attuale, accorciato un po' lì, allargato là in alto, la storia ha cominciato a viaggiare ed è andata - credo, forse, mi pare di ricordare leggendo qui e lì - da Davide Morosinotto che, complice tutta quella nebbia e pioggia e quel paesino sul fiume, complice quell'intrigo bello sodo che si dipana solo alla fine, quella lingua così scorrevole e felice, la apprezza.
Da lì a farla diventare libro, mi pare ci sia metta Book on a Tree e poi Emons.
E questo è il prima, credo, forse, mi pare. 
Ma come ci insegna Vero ora dunque è il caso di dire due cose sui personaggi. Quelli del romanzo ma anche quelli fuori: prima fra tutte l'autrice. 
Di professione bibliotecaria, ma anche scrittrice come seconda o terza professione, di sicuro esperta di letteratura e simpatica compagna di passeggiate cagliaritane, città che frequenta da anni perché spirito-guida con Bruno Tognolini del festival Tuttestorie. 
Del suo spessore tutti quelli che la conoscono ne hanno netta la percezione, quindi forse ha più senso parlare dei personaggi che lei si è inventata per Mal di nebbia
Perché sono proprio loro a dare forza ed energia a questa storia. 
A renderla vera.
Ben inteso non rappresentano l'unico pregio del libro, ma di certo uno di quelli che più mi hanno colpito. A ben vedere sono i legami, le relazioni che li tengono insieme che irrobustiscono una storia che ha l'intento di spaziare tra un po' di generi differenti. È un po' un romanzo in cui la Storia è importante e parla di sé, è un po' anche fiaba nel meraviglioso che alimenta le leggende e le credenze che attraversano quel paese e l'immaginario dei suoi abitanti, è un po' anche giallo per il grande mistero che lo attraversa e, infine, sembra avere anche un po' il passo di un romanzo di fine Ottocento-primi Novecento, con quel mondo contadino fatto di tanta fatica e pochi affetti. 
Ribadire il fatto che per scrivere buone storie bisogna averne lette tante, mi pare quasi ridondante, visto chi l'ha scritta. Ma credo che questo sia un caso di specie. 
Lo stesso si potrebbe dire per la robustezza dell'impianto. 
Anche in questo caso, la cosa che colpisce è la consapevolezza - peraltro esplicitata in una sorta di meta racconto - di quali siano le norme del ben raccontare. 
Nicoletta Gramantieri affida a Vero, uno dei miei personaggi preferiti, il ragionamento teorico sulle regole della buona scrittura. E l'Albertina che di lui si fida, lo segue e poi, se non proprio distratti, lo imparano anche i lettori e verificano che il "come" si scrive è già una buona metà del valore di un libro. 
Dunque, la galleria dei personaggi, da Minghinì il matto del paese, cui quasi nessuno crede, che ha una sua lingua incomprensibile, la Fosca che attraversa silenziosa e scura il paese avvolto nell'umidità e che ha un odore addosso che vien su sulla pagina, le ricamatrici intorno alla Iolanda, tra le poche sorridenti e per questo invise da chi ne invidia l'allegria in tempi cupi. E Giusto, il macellaio, sorta di aruspice fuori tempo massimo. E poi Cecchino, fantolino febbricitante, e la Marcella in cerca di amore e Vittorio in cerca di riscatto... Bene, tutti loro costituiscono il contesto allargato intorno a cui si intrecciano invece i rapporti umani stretti stretti tra l'Albertina, la sua nonna, la sua mamma, la sua Madrina, e poi Celso e poi Vero. 
Tutti loro son lì un po' autentici e un po' no, ma con il preciso intento di porgere una mano gentile al lettore per farlo entrare nella storia e poi accompagnarlo affettuosamente attraverso tutti i passaggi anche quelli più impervi. Dove i rumori, gli odori, il tempo è tutto piuttosto vero.
E per questo, un' unica accortezza, prima di entrarci: un cappello di panno, un pastrano e scarponi impermeabili, perché lì dentro piove sempre. O quasi. 

Carla

mercoledì 24 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’OROLOGIO DAVANTI AGLI OCCHI 


Lo scopo dell’arte è spostare impercettibilmente la terra sotto i piedi delle persone. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica sono il modo in cui facciamo le cose. L’arte è il motivo per cui le facciamo. 
Oliver Jeffers 

Una volta una persona a cui devo molte cose mi ha fatto capire un concetto difficile in un modo semplice: mentre parlavamo ha preso il piccolo orologio analogico che era appoggiato al tavolo, me l’ha messo a due centimetri dagli occhi e mi ha chiesto le ore. Non le vedo, ho risposto. E lui mi ha detto è questo che intendo quando dico che per capire le cose che ci riguardano, dobbiamo fare almeno due passi indietro. Se siamo troppo vicini, diventiamo ciechi. 
Questo episodio è stato il primo pensiero che mi è nato dopo la lettura di Intanto sulla terra… Alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio di Oliver Jeffers. 
La storia che racconta Jeffers è apparentemente semplice: un padre chiama i propri figli, devono andare, salutano la mamma, salgono in auto, escono dalla città. La voce narrante però non è quella di nessuno dei tre personaggi rappresentati, pare una voce che da tempo, da ben prima che il libro sia iniziato, stia riflettendo sull’agire umano. 
 Questo è l’incipit del testo: 
“In tutto il cosmo 
questo posto nel nostro sistema solare 
è il posto dove tutte le persone vivono 
da che siamo umani.” 
Tant’è vero che a un certo punto la voce narrante propone ai tre una deviazione dal loro percorso e il padre, nel frattempo irritato dalla litigiosità di fratello e sorella, accetta subito.
 

Il narratore chiede loro di indossare il casco spaziale: direzione la Luna, 400 mila chilometri dalla Terra, un anno di viaggio, come dice la voce, calcolando una velocità media tipicamente automobilista di 60 km orari. 
E in questa parte esplode il colpo di genio di Jeffers: man mano che i nostri tre procedono nel loro viaggio e tanto più tempo ci mettono, tanto più indietro nel tempo storico va il nostro narratore. Come può essere mi chiedete. Ehi, ma questo è un albo illustrato, tutto può essere ed esserlo in modo immediato: per andare sul pianeta Venere ci si mettono 78 anni (sempre viaggiando in auto a 60 km orari), cosa accadeva 78 anni fa sulla Terra? Era la metà del Novecento e l’intero pianeta combatteva una grandissima guerra. Se volete andare su Mercurio in auto, dovete calcolare 150 anni: cosa succedeva 150 anni fa sulla Terra? Un piccolo gruppo di nazioni si divideva un continente intero, era l’epoca del colonialismo. 


E così di pianeta in pianeta, mentre i nostri tre protagonisti avanzano, o meglio si allontanano dalla Terra, tanto più il narratore indietreggia nel tempo storico, raccontando i conflitti che hanno caratterizzato la nostra storia umana. Cosa sta facendo Jeffers? 
Beh, a me verrebbe da dire che sta allontanando l’orologio dagli occhi. 


Tanto più ci si allontana tanto più si riesce a leggere la Storia in modo più completo e la Storia è anche (soprattutto?) una storia di conflitti. Tanto più vediamo la Terra come un unicum, tanto più la comprendiamo e comprendiamo che noi siamo tutti e uguali figli di quella palla schiacciata appesa nello spazio. Ok, fin qui ci siamo. 
Quanta complessità, quanto Jeffers. 
Elementi jeffersiani ne abbiamo tanti in questo albo: le relazioni in primis, con questo padre calvo (oh, ma che bella questa rappresentazione dei padri calvi, esistono! Entrano negli albi illustrati! Sempre grati a Jeffers che racconta anche quello che vede) e i due pargoli litigiosi; il tema del volare, del guardare in su, del cielo insomma (dal suo famosissimo Nei guai, in avanti le sue storie sono spesso lassù); il tema del viaggio pure. 
Ma. Ma qualcosa mi sfuggiva ancora. Né una prima lettura, né una seconda, né una terza, mi bastavano. Capivo che la complessità dell’albo andava ancora oltre (lassù!) e io volevo sapere. Sapete quando avete degli indizi che portano tutti da una parte per scoprire il colpevole, e poi qualche elemento qua e là che non si inserisce perfettamente nel vostro quadro? Ecco, io ero a quel punto. 
In esergo al libro c’è una frase di Jeffers: 
Gran parte dell’ispirazione per questo libro viene dai ripetuti tentativi di spiegare la storia e la geografia del conflitto in Irlanda del Nord a persone intelligenti – che non hanno mai saputo nulla di nessuna delle due e non se ne sono mai interessate – a un oceano di distanza.” 
Lui cerca di spiegare un conflitto irlandese (senza mai citarlo nella narrazione del libro), che potremmo definire piccolo se pensato nelle dinamiche storiche e mondiali, appunto aprendo lo sguardo, andando nello spazio a vedere come si vede da lassù. 
Ma il vero punto di svolta nella mia analisi del libro è arrivato per caso


In libreria è arrivato Begin Again - come siamo arrivati qui e dove potremmo andare - la nostra storia umana, finora, edito da Harper Collins (tutte le traduzioni al testo in inglese sono mie) e tra pochissimo pubblicato in italiano sempre da Zoolibri, dove alla fine Jeffers scrive una nota magnifica sulla sua poetica, sulla politica, sugli sguardi, sulla speranza, sull’immaginazione. 
In questo piccolo saggio (che spero verrà riproposto nella versione italiana del libro) Jeffers racconta di aver lasciato l’Irlanda del Nord nel 2007, per New York dove nessuno sapeva niente del conflitto irlandese. Lui non se ne capacitava, si arrabbiava ma soprattutto non capiva: forse il mio amico avrebbe detto che aveva l’orologio troppo attaccato agli occhi. Così ha cominciato ad allontanarsi e a capire che anche per gli stessi irlandesi quel conflitto era diventato qualcosa di diverso, era un uno contro uno. Ma se si allarga lo sguardo, se l’orologio si allontana, si capisce che la storia dell’umanità intera è costellata da questi scontri e si capisce che si può agire, per esempio attraverso l’arte: 
“Possiamo rielaborare il nostro contesto e la nostra motivazione per guardare le cose come se facessero parte di una narrazione diversa e più produttiva. 
Possiamo scegliere di dare un senso agli eventi per essere governati da cose diverse dalla paura o dall'odio, dalla rabbia o dall'indifferenza. Possiamo cambiare la nostra storia.” 
Chi sa meglio di un autore che le storie – e la Storia – si possono cambiare? 
Chi sa meglio di un autore di libri per bambini che tutto cambia e che bisogna spiegarlo per bene agli adulti? Ve lo ricordate il libro di Jeffers Come vola un pinguino? Il pinguino contro tutte le leggi di natura cerca di volare (ancora il volo, è proprio un vizio!), ecco io penso che ora quel pinguino abbia imparato a farlo. 

Valentina

"Intanto sulla terra… alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio, una visione cosmica sui conflitti con Oliver Jeffers",  Zoolibri 2024

lunedì 25 marzo 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA NOTTE DEI BIPLANI


Esce per I tipi de Il Castoro l’ultimo romanzo di Davide Morosinotto, ‘La notte dei biplani’. In realtà si tratta della radicale riscrittura di un romanzo scritto nel 2011. Di quel romanzo resta l’impianto fantascientifico, che immagina una Storia alternativa: ambientate durante la Prima Guerra Mondiale, entrambe le storie immaginano un precoce sviluppo dell’informatica, lì impiegato nella costruzione di macchine da guerra.
Ma veniamo al romanzo appena uscito, orientato a lettori e lettrici che abbiano almeno dodici anni.
Racconta le vicende di tre amici, di origini diversissime, tutti assistenti dello scienziato e inventore sir Richard Maddox: c’è Arthur, il giovane virgulto della famiglia Maddox, Mary, cameriera presso quella famiglia, e John, minatore, abilissimo meccanico. Sir Richard scompare improvvisamente, non prima, però, di far pervenire a John uno strano Congegno, il cui uso gli è del tutto sconosciuto. Siamo in Cornovaglia, la guerra è ormai iniziata e tanti giovani e giovanissimi vogliono arruolarsi.
Arthur, e Mary, che si traveste da ragazzo, vogliono volare sui biplani, pilotati grazie a un congegno elettronico che connette il cervello dei piloti alla macchina. E i ragazzi, anche se giovanissimi, sono molto più ricercati per l’arruolamento, grazie alla loro duttilità. I congegni elettronici si chiamano BOT, bio-ordinatori-tattici, e provocano danni irreparabili, dopo un certo tempo, al cervello dei piloti, che si stordiscono con un mix di alcol e droga per non sentire il dolore.
Mary viene arruolata come pilota, Arthur invece dovrà guidare dei Carri-BOT, sorta di mezzi cingolati corazzati. Morosinotto, in sintesi, immagina, nel cupo scenario della Grande Guerra, che l’informatica fosse già sviluppata, con i suoi computatori e tutti gli annessi e connessi; e costruisce un armamentario fantascientifico che unisce la reale storia della costruzione di carri armati e altre macchine da guerra all’immaginario dei Trasformer, proprio dei fumetti. Direi particolarmente appropriata la presenza di fumetti che rappresentano al meglio le straordinarie invenzioni narrative, le macchine incredibili, le battaglie aeree.
La trama si incentra nel tentativo di John di salvare tutti i suoi amici, Arthur, Mary e sir Richard, ma per provarci deve necessariamente affrontare una serie di drammatiche avventure al di qua e al di là della Manica: infatti, intorno al Congegno, in suo possesso, si muovono gli interessi degli eserciti in guerra. Nello stesso tempo, la sua famiglia è colpita da diverse tragedie, legate al lavoro in miniera.
Dunque un romanzo dal ritmo serratissimo, con dettagliate scene di battaglie aeree, che sicuramente sarà apprezzato da quei lettori e lettrici che prediligono l’azione, scritto con cura maniacale nella ricostruzioni di storie e d’ambienti; particolarmente efficace l’accurata descrizione della vita dei minatori e delle loro famiglie, dei soldati al fronte, della guerra di trincea: la realtà storica intrecciata all’immaginario fantascientifico.
Forse all’inizio un po’ spiazzante, sarà una bella, emozionante lettura per ragazzi e ragazze che amino scrutare gli orizzonti del possibile.

Eleonora

“La notte dei biplani”, D. Morosinotto, Il Castoro 2024





 

venerdì 26 gennaio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FRA LE DUE GUERRE


A chi ha amato ‘Fuori fuoco’ non può non piacere il nuovo romanzo di Chiara Carminati, pubblicato da Bompiani. ‘Nella tua pelle’, questo è il titolo, è anch’esso un romanzo in cui la Storia viene indagata dal punto di vista dei più deboli, persone che mai entrerebbero nella saggistica storica. L’area geografica è ancora lì, fra il Friuli e il Veneto, e i protagonisti sono ‘figli della guerra’, ovvero bambini e bambine nati in seguito a violenze operate da soldati di tutte le etnie. Siamo alla fine della Prima Guerra Mondiale , col ritorno degli uomini dal fronte e coll’inevitabile rifiuto di questi figli ‘bastardi’, che finivano presso opere di carità come il San Filippo Neri di Portogruaro. Qui è ambientata la storia di Giovanna, Vittorio e Caterina, tre amici che condividono la vita dolce amara dell’orfanotrofio, loro che un padre e una madre in realtà ce l’avevano, ma non potevano condividerne la vita.
Giovanna è la prima a essere adottata da una famiglia benestante, incapace di affetto ma attenta all’educazione, condizione per la quale la bambina incontra per la prima volta un pianoforte, scoprendo un vero talento; poi Vittorio finisce a Venezia, in un istituto per artigiani e da lì fugge per trovarsi al Lido, a fare il falegname per l’ospedale in cui si era rifugiato. Caterina torna a casa, dopo la morte della mamma, perché servono braccia per lavorare.
Nonostante i destini diversi, il legame fra loro non si spezza mai, mentre sulla loro strada incontrano persone più generose di quelle che li hanno allontanati da casa.
Il dottor Caccia, dell’ospedale del Lido, la contessa che ospita Giovanna a Venezia, il maestro di musica Lorenzo sono tutti determinanti nel favorire una svolta nelle vite di questi ragazzi.
In questa storia, in cui non traspaiono giudizi morali, il bene e il male sono indissolubilmente intrecciati: la violenza della guerra, che lascia al suo passaggio infinito dolore, l’indifferenza di tante persone rispetto alla solitudine di bambini e bambine marchiati dal ‘disonore’, sono bilanciati dalla solidarietà, dall’amicizia, dalla stessa opera di carità che li ha accolti.
Anche in questo romanzo, come in ‘Fuori fuoco’, Chiara Carminati sceglie un tono sommesso, che non indugia sugli aspetti più drammatici di queste vite, ma descrive nel dettaglio la vita quotidiana del collegio, delle case, povere o ricche; segue le aspirazioni e le speranze che sostengono la vita incerta di queste ragazze e ragazzi. Fra gli anni Venti e Trenta succedono molte cose, compresa l’ascesa del fascismo; ma i sommovimenti della politica restano sullo sfondo, mentre un’unica novità si impone anche nella vita dei personaggi: la nascita del jazz, quella musica folle che dall’America sta per conquistare il mondo.
Scritto con stile impeccabile e con grande raffinatezza, una rara padronanza della lingua, questo romanzo può essere apprezzato anche dal lettore più esigente e lo consiglio caldamente a lettrici e lettori dai tredici anni ai novantanove anni.

Eleonora

“Nella tua pelle”, C. Carminati, Bompiani 2024



venerdì 27 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE QUALCUN ALTRO

Testa di ferro, Jean-Claude van Rijckeghem (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2023 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Un quarto d'ora dopo, strizzo l'ultima camicia e la butto a Pier. Ho le mani bianche per l'acqua gelida. 'Andiamo a quell'incontro di pugilato' dico. 
Pier mi guarda impietrito dallo stupore. Poi ripiega la camicia di nostro padre senza più badarmi, come fa sempre quando ho un piano meraviglioso che lui non approva, il sapientone... Posa la camicia di papà sul mucchio e afferra una delle maniglia del cesto. 
'Dai, solleva'. mi ordina. 
Io prendo l'altra maniglia e insieme solleviamo il cesto che, con i panni bagnati, è diventato ancora più pesante." 

Gand, primi dell'Ottocento. Fratello e sorella che vogliono andare in direzioni diverse: Stans diciottenne, a un incontro di pugilato clandestino;  Pier, di qualche anno più giovane, vuole tornare a casa. 
Loro due sono come il sole e la luna. Lei volitiva, lui ligio. Lei intraprendente, lui prudente. Lei indomita, lui sottomesso. 
Qui trasportano insieme della biancheria: una buona immagine per raccontare la storia intrecciata e indissolubile di due fratelli, tenuti insieme da un fardello, che qui sono panni, ma nella storia è invece una famiglia. Che nessuno dei due può mollare. 
A casa ad aspettarli per l'appunto il resto dei parenti: un padre frustrato nelle sue velleità da inventore, caduto in disgrazia a causa di una sua invenzione fallita. La madre che ha finito la sua scorta di amore verso il marito e verso i due figli maggiori, e quel poco che ancora possiede lo offre al piccolino di casa, l'ultimo nato, Mondje di appena cinque anni. A questi si aggiungono sullo sfondo: la quarta sorella, Rozeken, la vecchia nonna Blom, sdentata e decrepita e un ronzino bianco altrettanto vecchio e malconcio, Achille. 
Sullo sfondo le campagne napoleoniche tra Francia, Austria e Prussia. 
Constance, detta Stans, è quella che suo padre definisce con felice sintesi: la prima frittella, quella che viene sempre peggio delle altre. Tuttavia, nonostante le sue intemperanze, essendo la figlia maggiore, ed essendo femmina spetta a lei immolarsi per risollevare le sorti di una famiglia che sta colando a picco. Suo malgrado, diventa la giovane moglie dell'usuraio, in cerca di prole, che tiene in scacco suo padre sempre a corto di denaro, per mandare avanti la famiglia, per far studiare alla scuola latina il figlio maschio, per le sue invenzioni. 
La vita e il destino che le si prospetta non è quello che lei sogna per sé, così fuggendo una notte, con gli abiti del marito, si arruola al posto del figlio del fornaio. 
E così ha inizio la sua straordinaria avventura da 'maschio' che la porterà a essere un fante della quattordicesima armata napoleonica, coraggioso, valoroso, apprezzato dai suoi compagni e dal suo superiore (anche quando si scopre la sua vera identità) e talvolta anche fortunato, visto che il suo soprannome 'testa di ferro' se lo guadagna in un duello, da cui esce ferita ma determinata a non mollare. Mai, o quasi. 

Scritto a due voci, in una alternanza pressoché regolare tra il racconto di Pier e quello di Stans, si tratta di un romanzone contemporaneo che per mole, per contesto ha evidenti quanto voluti rimandi alla migliore letteratura ottocentesca. Da Dickens a Brönte. 
Il romanzo ottocentesco è un modello, ma Testa di ferro va anche in esplorazione in luoghi diversi che con l'oggi hanno molto a che fare  - non che Dickens e Brönte non siano importanti per il pensiero contemporaneo, s'intende. 
La causa scatenante intorno a cui ruota l'intera storia, narrata in poco meno che 450 pagine, è la scelta della protagonista, Stans, di essere qualcun altro: un maschio, un soldato. 
La questione si fa piuttosto interessante per diversi motivi. In primo luogo risulta evidente che nella società di allora, ma forse anche in quella di adesso, essere maschio significa - almeno sulla carta - poter godere di maggiori opportunità ed eventualmente di goderne prima di una femmina. 
In secondo luogo, parrebbe che essere maschio, possa salvarti da un destino che altri scelgono per te. 
Però però però, le cose non sono così semplici. 
Infatti a ben vedere, se da un lato Stans in tal modo si è assicurata la consapevolezza di aver autodeterminato il proprio destino, dall'altra c'è qualcun altro che invece è in balia di altri e al suo destino sognato deve rinunciare. E, ironia della sorte, sono i due maschi di casa a trovarsi in questo frangente: da una parte il padre fallito e dall'altra Pier che alla sua tanto amata scuola latina non ci metterà più piede. 
Dal che se ne deduce che in questa storia è soprattutto il coraggio a fare la differenza. Bel nocciolo di senso intorno a cui rosicchiare... 
Intorno a detto nocciolo della questione, c'è tanta polpa, costituita, diciamo così, dagli aspetti accessori dell'essere maschio, pur essendo una ragazza (ma anche viceversa). Questo, presumo, rappresenterà per i lettori e le lettrici un altro elemento di riflessione, che in questo preciso momento ha un suo forte appeal. In questo senso, Testa di ferro, pur sembrando un romanzo di formazione e anche un po' di avventura e un tantino anche storico, diventa anche un buon libro per cavalcare l'onda. 
E in chiusura due o tre ragionamenti sulla scrittura. Una prima cosa che salta all'occhio è ciò a cui si alludeva al principio: l'alternanza del punto di vista, quello di Pier e quello di Stans rispetto ai medesimi eventi, magari raccontati con un lieve scarto temporale l'uno dall'altro. 
A parte il fatto, tecnicamente parlando, che in questo modo il racconto si movimenta di più, rendendo più lieve la lettura del tomone. 
A parte questo, si diceva, è parecchio interessante anche solo a livello teorico, prendere atto del fatto che il punto di vista, la prospettiva di sguardo, determini lo spessore dei protagonisti e delle singole comparse che abitano la storia. Questo continuo movimento di due 'camere' che riprendono da prospettive differenti di fatto lo stesso oggetto rende tutto molto profondo e soprattutto 'cinematografico'. Circostanza questa che fa sì che sia ancora più scorrevole una scrittura già bella esercitata al turning page
Tutt'altro che ingenuo, Jean-Claude van Rijckeghem costruisce una solida struttura narrativa, un solido contesto storico, in cui personaggi più che credibili agiscono, e per accontentare gli amanti del genere, trova anche il modo di scrivere sul finale una dozzina di pagine, che tutti i più attenti lettori non hanno potuto far a meno di notarne la dissonanza: il registro cambia per diventare quello di reportage senza filtri di un sanguinoso teatro di guerra. 
Carne da cannone. 

Carla