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lunedì 1 settembre 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

UNA COSA LEGGERA CHE PRIMA NON C'ERA 

Una luce in soffitta, Shel Silverstein (nella voce di Damiano Abeni)
orecchio acerbo 2025 


POESIA ILLUSTRATA 

 "Metti qualcosa 

Fa’ un disegno un po’ matto, 
scrivi una poesia scombinata, 
canta una canzone biascicata, 
usa il pettine come strumento musicale. 
Balla una danza stramba in cucina di sera, 
metti nel mondo una cosa leggera 
che prima non c’era." 

La poesia non la puoi spiegare. 
Shel Silverstein non lo puoi spiegare. 
L'unica cosa possibile e onesta da fare è leggere - dritti dritti - le sue poesie e godersi quella linea nera apparentemente incerta e talvolta tremolante che ha il dono di chiudere in sé un gioco, uno scherzo, un nonsense, un bel po' di ironia, diverse rasposità e sempre molta verità. 
Per queste due ragioni l'unica cosa che penso si possa fare è quella di aprire il libro e leggerlo e sfogliarlo. 
Ed è esattamente questa la cosa che mi ero prefissa di fare, andando a Bologna per la fiera. 
Come avrei potuto spiegare in due parole l'arte di un gigante? 
Potevo solo metterla in mostra ed è esattamente ciò che ho fatto: ho aperto il libro decine di volte e a chi avevo davanti ho letto poesie di zio Shelbi, nella pimpante traduzione di Damiano Abeni che è come il burro sul pane quando si tratta di tradurre Silverstein, da Alla ricerca del pezzo perduto in poi... 
E cosa è successo? Nessuna delle persone a cui l'ho letto, seppure in modo molto parziale (una o due poesie contro le centotrentatrè che contiene il libro di più centosettanta pagine...) è andata via senza averlo sottobraccio. 
La medesima cosa la si può fare qui.  

- A proposito di verità e di bambini: 

Preghiera del bambino egoista 

Adesso che mi preparo per andare a letto 
prego che il Signore mi tenga protetto, 
e che se muoio mentre dormo
i miei giocattoli levi di torno 
così gli altri bimbi non se li portano via... 
E così sia. 

oppure 

Esé 

 Ieri sera a letto meditavo parecchio 
quando un Esé mi è entrato nell’orecchio 
e tutta la notte ha ballato e fatto festa 
cantandomi la canzone Esé nella testa: 
Esé a scuola vado male? 
Esé hanno chiuso la piscina comunale? 
Esé qualcuno mi mena? 
Esé mi avvelenano la cena? 
Esé comincio a frignare? 
Esé, malato, finisco per schiattare? 
Esé la maestra mi boccia? 
Esé un pelo verde sul petto mi sboccia? 
Esé nessuno mi gradisce? 
Esé un lampo mi colpisce? 
Esé non cresco più? 
Esé la testa mi casca giù? 
Esé non pesco un bel pescione? 
Esé il vento mi strappa l’aquilone? 
Esé scoppia una guerra? 
Esé i miei divorziano? 
Esé l’autobus è in ritardo? 
Esé i denti mi crescono storti? 
Esé mi strappo i pantaloni? 
Esé non imparo mai a ballare? 
Tutto sembra normale, a posto, ma poi 
l’Esé di notte colpisce ancora, ahinoi! 

 - A proposito di verità e cura del mondo 

Qualcuno deve 

Qualcuno deve lucidare le stelle, 
paiono un po’ troppo fioche. 
Qualcuno deve lucidare le stelle, 
perché le aquile, gli storni, le oche 
si lamentano che sono consunte e brunite, 
ne vogliono di nuove, che non possiamo comprare. 
Per cui prendete gli stracci, 
i saponi e i solventi e lucidate le stelle, 
ridatecele splendenti. 

oppure 

Il timone di Dio 

Dio mi domanda con un sorrisino: 
«Ti piacerebbe essere Dio per un pochino 
e guidare il mondo?» 
«Oh» rispondo, «ci provo. 
Come mi muovo? 
Mi puoi pagare? 
Cosa mi dai da mangiare? 
Quando smonto?» 
«Ridammi il timone!» ordina Dio. 
«Non sei ancora pronto.» 

 - A proposito di rapporto felice tra testo e immagine 


Gran bel tuffo 

Il tuffo più elaborato mai tentato 
l’ha fatto Melissa di Prato. 
Dal trampolino si è lanciata in aria 
scuotendo testa e capelli con boria. 
Ha fatto 34 carpiati, avvitamenti e capriole, 
un quadruplo rovesciato alto verso il sole, 
e nove volte un mortale con la ruota. 
Poi ha guardato giù... 
la piscina era vuota. 

oppure 


Snap! 

Stava aprendo l’ombrello 
perché la pioggia era prevista. 
Abbiamo sentito come un colpo di pistola 
o lo schiocco di una tagliola 
e nessuno l’ha mai più vista. 

- A proposito di nonsense e di grandi traduttori 

 L’Iochì con un Giustocosa 

Toc toc! 
Chi è? 
Io! 
Io chi? 
Giusto! 
Cosa è giusto? 
Iochì! 
Questo voglio sapere! 
Ma cosa vuoi sapere? 
Io chi? 
Sì, giusto! 
Giusto cosa? 
Sì, ho un Giustocosa al guinzaglio! 
Giusto... cosa al guinzaglio? 
Sì! 
Sì cosa? 
No, Giustocosa! 
Quello voglio sapere! 
Te l’ho già detto: Giustocosa! 
Giusto... cosa? 
Sì! 
Sì cosa? 
Sì, è qui con me! 
Cosa è con te? 
Il Giustocosa. 
Siamo lui e io. 
Io chi? 
Sì! 
Pussa via! 
Toc toc... 

oppure 

Hurkoro 

Vorrei giocare a tennis e non andare dal dentista. 
Vorrei giocare a calcio e non andare dal dottore. 
Vorrei giocare a Hurkoro e non andare al lavoro. 
Hurkoro? Hurkoro? Cos’è l’Hurkoro? 
E chi lo sa. Sempre meglio che andare al lavoro.


Ecco. Tutto qui, otto cose leggere che prima non c'erano




Carla

lunedì 20 marzo 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PENSIERO DIVERGENTE

Ma che storia è?
Sergio Olivotti 
Edizioni Clichy 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"C'ERA UN TIZIO CON LA CORONA... 
-Un principe! È una storia di principi e principesse! 
- Sapete che mia zia era una principessa? 
- Te l'abbiamo chiesto? 
... A UNA FESTA DI CARNEVALE. 
- Carnevale! sarà sicuramente una storia ambientata a Venezia. 
- La biioondinnnaaa in gondoletaaaa... 
- Venezia??? Io odio l'umidità! 
ALLA FESTA CHE ERA A TROFANELLO E NON A VENEZIA, INCONTRÒ MARIA: SEMBRAVA UN ANGELO! 
- SÌÌÌÌI! Una storia d'ammoore! 
- Mi piacciano le storie d'amore! 
- Prepariamo i fazzoletti." 

Maria, visto che era carnevale, sotto la maschera, aveva il suo vero viso: quello da strega. Cattiva. Davanti al lei l'unica cosa da fare era fuggire ed è ciò che il tizio fece, imbarcandosi verso il Polo Nord. Che fosse un tipo dalle alterne fortune lo si poteva intuire e infatti la nave fece naufragio, ma fu salvato da una sirena. 
Scoccò l'amore, ma non durò perché la sirena (forse per una lisca andata di traverso) morì. Così, senza preavviso. 
Ma la fame poté l'indicibile e la sirena finì nel piatto del suo innamorato a togliergli la fame e a fargli venire una diarrea micidiale, perché Nettuno questo fatto della sirena a cena non lo aveva molto gradito. Ma come spesso accade, arrivò un medico che lo salvò. Un giovane medico. 
Cosa che permise al tizio dalle alterne fortune di tornare al suo lavoro che era quello di addestratore di pinguini. 
Non c'è da illudersi però che da quel momento in poi la sua vita tornasse tranquilla... Ah, no no. 

La domanda, che poi è anche il titolo del libro, è del tutto lecita. 


Ma le storie non avevano forse la funzione di tenere comodamente seduti, silenziosi e assorti, o addirittura sdraiati i propri piccoli lettori, con il recondito desiderio di trasportarli con delicatezza dalla veglia al sonno? 
Non qui. Qui si galoppa un bel po' e al piccolo e grande lettore è richiesto un certo impegno per starle dietro e non il sonno auspicato, ma la contrario un lieve mal di mare, viene provocato dal continuo sballottamento necessario per non perdersi pezzi importanti della storia. 
Nel breve lasso di tempo che occorre per girare la pagina si viaggia da una parte all'altra del globo e oltre, da Trofarello, in provincia di Torino, al Polo Nord, da lì al tavolo operatorio, con un non tanto breve pit stop in gabinetto. 
Altro impegno richiesto al proprio lettore è quello del salto logico, della capriola di senso. 
Ma qui i piccoli lettori si sentiranno ben a casa e non si stupiranno dei repentini cambi di prospettiva: loro sono assoluti cultori del pensiero divergente. 


Ecco, Sergio Olivotti, i cui libri si caratterizzano tutti per questa loro forte connotazione che affonda a piene mani nel nonsense e nell'assurdo, con il pensiero divergente ha un buon rapporto. 
Ragione per la quale, i suoi libri se messi in mano ai bambini, godono di un gran successo e li fanno molto ridere. Evviva. 
Solo en passant va fatto un accenno al fatto che i libri purtroppo non li comprano i bambini in totale autonomia, ma gli adulti che sono i loro 'agenti' educatori per eccellenza. 
Tornando al pensiero divergente, va detto che è in stretta connessione con la creatività, non ha molta dimestichezza con la logica, e che sta lì a creare nessi inaspettati, insoliti e originali e anche efficaci. Attenzione: nel pensiero divergente nulla è gratuito perché la parola pensiero non si può ignorare, di certo è un pensiero fluido e flessibile. 
Se si è dotati di pensiero convergente, come la maggioranza delle persone (purtroppo) il fatto di costruire un libro, quindi una storia, che con la logica abbia ben poco a che fare è un bel cimento e implica un certo rischio di impresa. 
Ma se invece il creatore di storie è lui stesso un 'divergente' sarà piuttosto normale proporre storie del genere. 
Olivotti, l'architetto 'divergente' si è posto il problema (e sa che i libri li acquistano e li leggono anche i grandi). 
E così ai margini della storia assurda che ha messo in scena, ha collocato tre figurine in b/n, tre voci 'fuori scena' che rappresentano i tre diversi gradi di fede nel potere delle storie. 


Primo grado: il credente devoto, che prende tutto per buono quello che gli viene raccontato e che è felice così. I bambini, non tutti, appartengono a questa categoria. 
Secondo grado: il credente sensibile, che filtra tutto attraverso la propria emotività. Cattivo Olivotto che le dà sembianze femminili... 
Terzo grado: lo scettico militante, che non crede a nulla, e men che meno alle storie per bambini, anzi si scoccia pure di tutto questo gran cancan messo sulla pagina. Ne fanno parte i grandi dal pensiero convergente e qualche bambino particolarmente versato a cercare la logica ovunque. 
Lascio ad altri la riflessione tra logica e creatività, ma godo dentro di me a constatare l'immensità dell'universo dei libri per bambini in cui coesistono i libri di Mac Barnett o di Sergio Olivotti che per farsi credere dai loro lettori richiedono solo un grande atto di fede a priori e quelli di autori come David Wiesner che per raccontare storie altrettanto assurde sente il bisogno di ancorare tutto a una logica stringente. 

Carla 

Noterella al margine.
Un post a parte andrebbe dedicato al segno di Olivotto. 
Non qui e non ora, salvo due brevi notazioni su ciò che lo rende inconfondibile. 
Da un lato, mi parrebbe di vedere una scelta di gusto, molto consapevole e dotta nei confronti di una parte dell'illustrazione anni Sessanta e Settanta, chessò da Glaser a Luzzati, per citarne due belli grandi e belli distanti. 


Conosce, ha visto e nel suo sguardo ha sedimentato tante cose diverse: dai pattern ripetuti, a tanta grafica, da un certo horror vacui e un bel gusto per gli aspetti decorativi. 
E dall'altro, un'eccellente capacità di organizzare lo spazio della pagina e il colore che la attraversa, secondo un preciso progetto equilibrato e armonico. La copertina ne è un esempio.

mercoledì 12 ottobre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DI POLLINE NON SA: NON È UNA FARFALLA.

Ultimo venne il verme, Nicola Cinquetti, Franco Matticchio
Bompiani 2016


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"L'orso prese il libro tra le labbra, con cura, come una madre che raccolga un cucciolo ferito, e lo portò nella sua tana. Era tempo di mettersi in letargo, e tutto era pronto là dentro, per la lunga dormita.
Quell'inverno l'orso bruno dormì poco. C'era una fessura che mandava un filo di luce nella sua grotta e lui passò i giorni a leggere il libro e le notti ad aspettare il chiarore dell'alba per ricominciare."

Lui, l'orso, prima non sapeva nemmeno cosa fosse un libro. Vedendolo per la prima volta, perduto forse da un bambino o da una bambina, con le pagine che sventolavano con il vento, pensò fosse una farfalla. Non sapeva di polline, però.
L'incontro, e questo è cosa certa, tra questo orso e il libro è fatale.
Io, come l'orso, quando ho incontrato questa farfalla che non sa di polline, ho fatto come lui: son rimasta fulminata e non ho smesso più di leggerlo.
Cinquantasei favole, che però hanno il tono e la lunghezza di una fiaba, di una storietta. Favole decisamente 'anomale' perché alla consueta morale conclusiva spesso si sostituisce un finale inaspettato, pieno di meraviglia; alla brevità dell'apologo si sostituisce un ritmo pacato; alla prevedibilità della morale consolidata si sostituisce una visione spesso capovolta di centottanta gradi; alla concretezza delle situazioni si sostituisce una visione fortemente immaginifica; all'esigenza di insegnamento si sostituisce il guizzo dell'ironia.


Per questa serie di motivi: il piacere per una narrazione misurata, i capovolgimenti di prospettiva, la cifra fiabesca e meravigliosa, i colpi di teatro fulminanti, a cui si aggiungono una vena poetica e una purezza e scorrevolezza di linguaggio non consuete, e ovviamente per la miriade di spunti di riflessione su grandi e piccole domande della vita, fanno sì che questo piccolo libro diventi un livre de chevet a tutti gli effetti.


Fin dalla sua veste grafica, esso denuncia l'intento di essere un libro di lettura per persone che nei libri cercano qualcosa che non si esaurisca in un soffio, ma piuttosto che si insinui lentamente e che inesorabilmente radichi nella mente del proprio lettore o della propria lettrice.
È un tascabile a tutti gli effetti, almeno per dimensioni (ha la misura di un breviario), ma nello stesso tempo nella sua rilegatura rigida si conserva e preserva la preziosità dell'interno. Sulla sovraccoperta bianca compare un disegno a matita di Matticchio che ha, come spesso accade, la solennità di una forma leggibile e nota, ma nel contempo il guizzo dell'ironica reinterpretazione della stessa. In questo caso un teschio shakesperiano è attraversato nelle orbite vuote da un verme - quello che arriva per ultimo, appunto - che ammicca un sorriso e un colpetto di coda.
Sottile, nella sua ironia, Matticchio 'cavalca' lo spunto offerto dal titolo di Cinquetti (che a sua volta rende omaggio a Calvino) e ne dà una lettura ancora più filosofica, se possibile, laddove il verme è davvero l'ultimo che arriva a chiudere e a cancellare del tutto la nostra esistenza terrena.
Il riferimento calviniano, comunque, non si esaurisce nel titolo, ma si presenta con prepotenza nell'equilibrio delle narrazioni che si ispirano all'idea di esattezza e di leggerezza, esposte in due delle più belle sue Lezioni americane


Il grande lavoro di limatura del testo cui Calvino sottopose la sua trascrizione delle Fiabe italiane, qui ha fatto scuola. Nello stesso tempo, sembra mutuarsi da Calvino anche quella capacità di immaginare scenari che capovolgono la visione della realtà con una scioltezza rara.
Aver definito prima le 'favole' di Cinquetti come storiette ha il preciso e dichiarato scopo di assimilarle alle ben più note Storiette di Luigi Malerba o alle riflessioni delle Galline pensierose che, come queste, guizzano nei finali in altrettanti colpi di teatro che spiazzano chi legge e lo lasciano lì a ridere o a pensare, in entrambi i casi comunque, intensamente. Non sarà un caso che Calvino, di nuovo lui, definisce Le galline pensierose la risultante tra il leggero umorismo del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen...


All'editore Bompiani va il merito di aver saputo creare una perfetta sintonia di vedute tra il Cinquetti filosofo e il Mattichio surreale. Ci si rammarica che su 56 racconti, solo alcuni diano una propria e originale lettura dei fatti narrati attraverso l'illustrazione, rigorosamente in bianco e nero. Però immediatamente dopo si intuisce che forse questa parsimonia è dovuta, almeno in parte, al desiderio di non cadere nella didascalia, ma di mantenere quel tono di 'non detto' che conosciamo di Matticchio. E quindi ce ne facciamo una ragione, seppure con la sensazione di non essere sazi. Come dire, di Matticchio non ce n'è mai abbastanza...


Si fa fatica a creare una propria classifica interna tra le cinquantasei 'favole' perché colpiscono l'immaginario per motivi anche molto diversi tra loro.
Per migliore idea originale andrebbe premiato: Il prima e il dopo.
Per miglior omaggio a Rodari andrebbe premiato: Il bambino di traverso.


Per miglior risata finale andrebbe premiato: Tre volte bau.


Per miglior valore poetico andrebbe premiato: Il giardino segreto.
Per migliore nonsense andrebbe premiato: Sette per trette.

Ora a voi.

Carla


Noterella al margine: mi chiedo perché un libro del genere solo in pochi lo abbiano notato.  Le librerie, in imbarazzo, non lo hanno a scaffale o non sanno dove collocarlo. 
Meriterebbe pile di copie da mettere nelle mani di piccoli e grandi... Non occorre essere orsi per accorgersene.

mercoledì 5 marzo 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SE SON FIORI, ROS(S)ERANNO

La lingua in fiamme, Fabian Negrin
Orecchio acerbo 2014


POESIA

Bellissimo.

Ho perso una scarpa.
È scomparso il cappello.
Non trovo la sciarpa.
Hai visto il mio ombrello?
Ho perso gli occhiali.
Avevo un cappotto?
Non trovo i miei guanti.
Vado nudo, mi son rotto.
Ma adesso che le guardo
ho bellissime ginocchia.
E belle sono anche
cosce, natiche e capocchia
Mamma mia quanto sono bello!
E tutti i passanti (adesso lo noto)
mi osservano proprio per quello.
Chi vuoi si renda conto
che non porta il cappello
un uomo tanto, tanto bello?


Bellissimo, come spesso accade, è l'ultimo libro di Fabian Negrin.
Sette poesie e una decina di nonsense, un unico colore per le illustrazioni sulle pagine avorio, il rosso, quello stesso rosso delle pagine con i testi.
Il rosso che, dato a brevi pennellate riassuntive, come se fossero timbri esausti, sembra alludere alle sanguigne rinascimentali, sfumate il più delle volte al fine di conferire l'effetto di non finito.
Il rosso che nasce da una lingua in fiamme.
Un lingua, l'italiano, nelle mani di un argentino d'importazione. E questo è il raffinato risultato. Un'ironia sottile di chi ha guardato la lingua italiana nelle sue pieghe più nascoste e ha saputo coglierne, con occhio scaltro, i doppi significati -e penso ad anche oppure a porci o a Marina che marina la scuola- o ancora i cambi di accento di un capitano cui capitano cose, mentre la nave affonda, o ancora i cambi di vocale tra fretta e frutta, tra segno e sogno gli anagrammi su gli sciacalli in chiusura, o quelle stelle che parevano amore e invece ora somigliano semplicemente a more...
Negrin si è divertito negli anni a raccogliere in un cassetto giochi di parole e nonsense che a Edward Lear e a Toti Scialoja fanno subito pensare, ma accanto a questo materiale, si sono aggiunte anche sette poesie. 
 

Sul filo dell'assurdo, piene di meraviglia, le sette poesie solleticano il nostro immaginario e raccontano tra parole e immagini la passeggiata di un vanesio, la noia di un bambino che aspetta qualcuno che lo venga a chiamare per giocare, l'attesa della moglie del mare, il cui arrivo si annuncia ogni sera con quell'acqua che filtra sotto la soglia. E poi c'è Marina, che va a scuola (colta l'ironia?) e, come in un gioco di scatole cinesi, entra in una poesia che contiene una ragazzina proprio come lei che entra in una poesia che contiene ancora un'altra ragazzina...per poi svanire.
Ma su ogni cosa vince il guizzo crudele di quella bimbetta, marilyn, capace di baciare un ragazzino e tenerne un altro per mano, cotto di lei che la guarda inebetito, con un fiore in dono, e aspetta...


DIAMANTI POCHI DI AMANTI TANTI!

Qui c'è tutto il mio Negrin preferito.

Carla

venerdì 6 luglio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CALLÒ CALLÀI, SI VEDE IL CIARLESTRONE!

JABBERWOCKY, Lewis Carroll, Raphaël Urwiller
Orecchio acerbo, 2012


POESIA (per tutti)

"ERA BRILLOSTO, E I TOSPI AGÌLUTI
FACEAN GIRELLI NELLA CIVA;
TUTTI I PAPRUSSI ERANO MÉLACRI,
ED IL TRUGON STRINIVA.
MA BADA AL CIARLESTRNE, O FIGLIO!
CON FAUCI E DENTI TI RINSERRA."

Badate al Ciarlestrone, voi che girate in libreria...
Jabberwock, o Ciarlestrone, un mostro che si nasconde nella foresta e si insinua tra gli alberi.
Jabberwocky, o Ciarlestroniana, è l'epopea del bambino che sulle sue tracce si mette per sconfiggerlo con gran coraggio.
In un paesaggio lunare, dove solo poche cose hanno contorni precisi, si nascondono occhi ammiccanti di un mostro sconosciuto e lo strugon strinisce, qualcosa sta per accadere. Un minuscolo bambino re, parte alla ventura per attraversare il bosco, tenendosi lontano da terribili artigli e fauci fameliche , parte per cacciare il mostro.
Armato del brando vorpido e di un gran coraggio, il piccolo si inoltra. Ed ecco che alle sue spalle arriva occhidibragia il ciarlestrone. Lo scontro sarà duro ma alla fine - un dué un dué- il mostro schianta e quel re bambino vince. Evviva! e in un mondo visto allo specchio, si può tornare a giocare tranquilli, far volare un aquilone, che pare proprio un ciarlestrone, e sentire di nuovo lo strugon strinire, pronti per la prossima battaglia...
Una fantastica avventura, dove tutto è inventato: dai mostri alle parole. Unica cosa autentica è l'intraprendenza dei bambini.
Jabberwocky è uno dei tanti gioielli linguistici che brillano in Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, capolavoro di Lewis Carroll e seguito del più conosciuto Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Jabberwocky è una delle più famose e riuscite poesie nonsense, che Carroll ha scritto. Talmente famosa che se cercate in un dizionario inglese la parola Jabberwocky troverete come definizione: nonsense.
Costruita come un vero e proprio gioco con le parole e con i suoni, che probabilmente Carroll volle scrivere come j'accuse nei confronti di tutti coloro che all'epoca, nella seconda metà dell'Ottocento, ammantavano il loro linguaggio di anacoluti, di parole obsolete e forbite, di espressioni oscure a molti per ammantarsi di una saggezza fatta di nulla.
Vero e proprio cimento per i grandi traduttori di tutto il mondo. Masolino D'Amico, a mio avviso, il migliore.
Questo libro è prezioso. Molto prezioso in ogni sua parte, e lo si intuisce già solo prendendolo in mano, passando la mano sulla copertina in serigrafia. Estremamente raffinati sono anche i disegni di Raphaël Urwiller, giovane illustratore francese in continua ricerca e sperimentazione nel campo dell'illustrazione d'arte. Per la prima volta, il Jabberwocky prende forma e colore. Due colori soli per creare questa atmosfera surreale che ricorda l'oriente in mille particolari formali, un continuo gioco che pare alludere all'anaglifo, ovvero a quel sistema che, basandosi sul principio della visione binoculare, vede due immagini identiche quasi del tutto sovrapposte e che ci dà l'illusione della tridimensionalità. La raffinata continua ricerca di movimento, ottenuto attraverso lettere che lievemente salgono e scendono, che quasi si sovrappongono, che giocano con lo sguardo del lettore.
Quindi Urwiller risponde ad un gioco linguistico dove le parole alludono e illudono con un gioco illustrativo dove le immagini illudono e alludono.
Un libro che va letto solo ad alta voce, un libro che, nella sua fantalingua, può diventare codice segreto tra bambini e genitori. Mi piacerebbe un giorno, sentire in un parco un papà stripetare gioioso al proprio figlio: o raggioso, galonfa galonfa ma poi ritorna qui al dei tontoni albero, dove io t'abbracci!
Che bello sarà...


Carla