Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post

mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

mercoledì 8 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

CON AFFETTO, PAPÀ 


È il 3 marzo. Esattamente un anno prima, il papà di Lucas è stato cremato. 
Un intero anno senza suo padre ha svuotato la vita di Lucas come quella di sua madre: un Natale senza, un Capodanno senza, un compleanno senza, la prima media senza. In quella casa ormai sembra che manchi pure l’aria. 
Oggi è di nuovo il 3 marzo e Lucas riceve una scatola, una banale scatola da scarpe. "Me l'ha detto papà - dice la mamma- che dovevo dartela dopo un anno". 
Un anno. Un ciclo intero di stagioni, un ciclo intero di giorni. Ora può cominciarne un altro, e sarà scandito dal contenuto di questa scatola. 

Prendi un biglietto alla volta, in ordine. Inizia dal numero 1. Non più di un biglietto a settimana. Ma non devi per forza aprirne uno tutte le settimane. Tra uno e l’altro puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. 
 Con affetto, papà 
 
Ci sono dentro le 16 lettere che il padre ha scritto per lui,16 messaggi che possono essere brevissimi (messaggio n. 1: Ciao, Luca) o molto più lunghi, possono contenere riflessioni, semplici domande, una chiave con un indirizzo dove recarsi o missioni da eseguire, per esempio terminare la costruzione della casa sull'albero che hanno dovuto interrompere Con la sopravvenuta malattia. Le indicazioni possono arrivare a essere anche super dettagliate (utilizza le viti a testa di cigno. È importante che usi viti a testa di cigno) salvo poi scoprire in ferramenta che le viti a testa di cigno proprio non esistono. 
C’è molta ironia in questa storia che potrebbe sempre pericolosamente cadere nel melenso ma che invece non lo fa. 
Lucas è un tipo simpatico, ha i suoi compagni di classe, compreso Sleppa il bullo, ha i suoi prof, ha una sonora cotta per Eva e ha doti di apprendimento parecchio spiccate per cui il suo cervello è capace di contenere una serie svariatissima di dati, di fatti, nozioni che lui comincia a elencare tra sé e sé nei momenti in cui l'emozione potrebbe sopraffarlo. 

Ho un sacco di libri pieni di questo tipo di fatti, curiosità che non ti fanno venire da piangere, come ad esempio il numero di specie di uccelli canterini esistenti o che il twatwa è un uccello canterino del Suriname che qui da noi si chiama semplicemente becco grosso. Ma twatwa e un nome molto più bello. Sono tutte informazioni che mi ficco in testa in modo da poterci pensare quando è necessario. Al funerale di papà ho recitato a mente tutta la linea del tempo dei dinosauri. 

E poi Lucas (e quindi la sua autrice) sa raccontare davvero bene: la sua voce, pagina per pagina, ci dice la quotidianità scandita dall'apertura dei biglietti e dalle vicende legate alla realizzazione di quanto scritto dal padre, ma è anche costantemente inframmezzata da un flusso di pensieri che ci portano avanti e indietro nei suoi ricordi e nella sua immaginazione, liste di nozioni incluse. Questo incedere del racconto produce in chi legge una particolare forma di ascolto, che risulta molto intimo e al tempo stesso capace di osservare ed apprezzare tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto. 
E poi non mancano le avventure. 
Perché questi bigliettini hanno il potere di fare accadere cose, anche impensabili, quelle che possono capitare quando si esce dalla propria zona di comfort, che in questo caso è il lutto per la perdita del padre e la nostalgia per la vita come era prima. A ogni biglietto sembra aprirsi più spazio, la casa stessa si trasforma. Così può accadere che il tipo del ferramenta, una volta constatata l’inesistenza delle viti a testa di cigno, si offra di aiutarlo a terminare la costruzione della casetta sull'albero, o che la mamma si ritinga i capelli, o che la vicina lo coinvolga in un furto mentre il suo sogno d'amore con Eva pare infrangersi proprio contro il fascino aggressivo di Sleppa. Può accadere che arrivi un cane, un nonno, un occhio nero, un incendio...
Vita, insomma, rimessa in moto, ingranaggio dopo ingranaggio. Mai cupo anzi avventuroso, questo romanzo sulla morte, si può proprio dirlo, è pieno di vita e può essere proposto a lettrici e lettori a partire dai 10 anni. 

Patrizia 

16 lettere per Lucas, Marlies Slegers, trad. Valentina Freschi, Il Castoro 2024 

venerdì 22 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DON'T HOPE, COPE!*

L'attesa, Federica Ortolan, Cecilia Ferri 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Da un po' di tempo si sentiva stanca. 
Delle cose, del vento, dell'autunno, delle cicale, dei ricordi. E anche delle persone. 
Decise che l'avrebbe semplicemente aspettata. 
La casa era confortevole. 
Non le mancava niente. 
Avrebbe continuato a fare le cose di sempre che però adesso erano diventate un'altra cosa. 
Nell'attesa ogni mattina, si legava il grembiule dietro la schiena." 

Lei lo sapeva da sempre, lo aveva sentito nelle storie, nei racconti e persino nelle filastrocche, che un giorno Lei avrebbe bussato alla sua porta e lei si sarebbe alzata e le avrebbe aperto e le avrebbe detto: eccomi. Era una cosa che sapevano tutti: rimane giusto il tempo che serve per organizzare la partenza all'ora che solo Lei conosce e poi si va... 
Il giorno successivo qualcuno effettivamente bussa alla porta, ma è una bambina a cui è caduto il pallone nel giardino. E il giorno dopo ancora è lo spazzacamino che le libera la canna della stufa, poi la vicina di casa in cerca di un fiore di calicantus. E così accade che giorno dopo giorno, il tempo passato ad aspettare diventa sempre meno, mentre le sue giornate si riempiono sempre di più di altre cose da fare. Fino al giorno in cui a bussare è una intera compagnia di saltimbanchi... 

In perfetto stile Kite, questo libro parla a diverse generazioni di lettori. Non mi pare adattissimo per essere letto in una scuola dell'infanzia, ma molto di più a gente già cresciutella e ancora di più a gente con un bel po' di anni dietro le spalle. 


Federica Ortolan e Cecilia Ferri costruiscono un albo illustrato secondo i canoni dell'ortodossia, ma lo offrono a un pubblico differente da quello consueto. Di nuovo, in perfetto stile Kite. 
La questione che L'attesa solleva riguarda tutti coloro che si sentono stanchi. 
E la stanchezza, si badi, non è solo un fatto di fatica fisica che si accumula e fiacca le forze, ma ha anche parecchio a che fare con la noia, con la scontentezza, l'insoddisfazione, l'abulia, la mancanza di motivi per muoversi e fare. Sono stanco, non mi va. Non fa per me. Lascio perdere... 
E allora quel che viene spontaneo fare è proprio il suo contrario: non fare. 
Facciamo finta che il lettore abbia più o meno 66 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - seduta sulla sua poltrona - non fa altro che pensare alla sua fine: Lei busserà presto alla porta e da parte sua non potrà fare altro che seguirla, perché è così che da sempre è andata. Sedersi lì ad aspettare che qualcuno bussi e ti porti via. Finire, andarsene, morire. E nel frattempo che aspetti, smetti di fare, di interessarti, di appassionarti, di emozionarti. Sei lì, come la protagonista, tutta concentrata ad aspettare il toc toc alla porta, il tuo momento. 
Però però, nonostante tutto, nonostante l'ineludibile destino, e nonostante la stanchezza quel grembiule ogni mattina ancora se lo lega dietro la schiena... E alle sorprese che dietro la porta si nascondono, reagisce.
Facciamo finta che il lettore abbia invece più o meno 16 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - pensa che stare seduta sulla sua poltrona sia la cosa da fare - non fa altro che affondare nella sua abulia: se ne sta lì a non fare niente perché non riesce proprio ad averne voglia, non è capace di interessarsi, di appassionarsi, di emozionarsi. E allora anche a 16 anni capita che si stia lì, come la protagonista, ad aspettare che qualcosa cambi: in attesa che il primo passo sia qualcun altro a farlo. E allora, se anche così fosse, perché non andargli dietro, a quel passo?


Bene. Tanto a 66 quanto a 16 forse varrebbe la pena di riflettere su questo apologo. E magari prendere in considerazione il suggerimento velato, una cosa semplice semplice vivere e non sopravvivere. Ogni mattina prendere l'abitudine di alzarsi e poi legarsi un vero - o metaforico - grembiule dietro la schiena e cominciare a fare: studiare, stendere il bucato, andare a lavorare, dare l'acqua alle piante, fare il pane, e occuparsi un po' di gatti e cani e anche del resto mondo intorno... 

Carla

*Tomi Ungerer...

lunedì 4 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MORIR DAL RIDERE 

Alla fine mangerò anche te, David Duff, Marianna Coppo 
(trad. Alessandro Zontini) 
Il Castoro 2026 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"E' proprio un bel giorno per essere vivi, vero Frank? 
Il migliore. 
SPLAT! 
Ehi, perché l'hai fatto? 
Scusa, non ho visto il tuo amico. 
Dovresti guardare dove vai. 
Mi spiace, lascia che mi faccia perdonare. 
Non importa. 
Ho delle cose da fare. 
STRISCIA STRISCIA 
Io e gli altri vermi lo mangeremo più tardi. 
Lo mangerete? 
Sì, te l'ho detto. Hai le nuvole nelle orecchie, lassù?" 

Conversazione a tre: un verme, un brachiosauro, il lettore/trice. 
Fino a poco fa cadeva una bella pioggerella, ragione per la quale i due vermi si compiacevano della situazione. Poi, la tragedia, così all'improvviso: il verme, Frank, perde il suo amico, che viene schiacciato inavvertitamente da un brachiosauro. I due, nonostante la differenza di dimensioni, dialogano: Frank è molto seccato e il dinosauro è molto contrito. Ma il verme ha una certezza: quel dinosauro sarà comunque mangiato dai vermi, e non tra molto, e non succederà il contrario, perché il brachiosauro è erbivoro... 
A parte questo battibecco tra i due, il verme chiarisce anche al lettore/trice, stupito, che saranno i vermi a mangiarsi il brachiosauro, e che anche per lui la fine sarà la stessa. E lapidario afferma: alla fine mangerò anche te. 
Non sono forse i vermi quelli che durante il ciclo della vita si occupano dell'ultimo stadio, e facendolo si rivelano degli ottimi rigeneratori? Non sono forse loro quelli che nella terra si nutrono di ciò che è in decomposizione, per poi trasformarlo in nuovi nutrienti fondamentali e necessari per la crescita e la moltiplicazione nel mondo vegetale (e quindi animale)? 
Tutto molto vero, ma resta un debito di riconoscenza che va onorato. E il brachiosauro non si sottrae, salvo un brevissimo momento di défaillance, fatale, ma non per Frank... 

Che il verme sia da sempre un animale sotto osservazione da parte dei bambini è fatto noto. Ed è forse per questo che trova un suo spazio onorevolissimo nelle letture per l'infanzia. 
Nel 2021 usciva La sfortunata vita dei vermi. Trattato abbastanza breve di storia naturale, più di duecento pagine di ironia e scienza che coabitano felicemente nel libro rosa di Noemi Vola (Corraini 2021). 
E adesso succede qualcosa di molto simile. 
Il formato non è quello enciclopedico, ma qui come lì, adesso come allora, è fatta salva la convivenza tra sense of humor e scienza. 


Il libro, pubblicato ovunque da editori di rango: dalla Cina al Portogallo, dall'Olanda agli States, è già un oggetto di culto. 
Tralasciamo l'aspetto più scientifico della faccenda e invece concentriamoci sul gusto sottilmente macabro che attraversa l'intera storia. D'altronde, visto che di morte e soprattutto di post mortem si parla, non poteva essere diversamente, se ci si vuole 'scherzare' un po' su. 
Tutto comincia con uno spiacevole incidente e con un primo morto. Il verme non piange la scomparsa dell'amico, ma al contrario, con una velata nota di cinismo, se ne serve per 'lavorare' sui sensi di colpa del dinosauro. 
Una volta spiegato al ragazzone che l'aver schiacciato un verme implica un peggior funzionamento dell'intero sistema, lo convince a sdebitarsi, montando di guardia per difenderlo da un predatore seriale di vermi: un uccello. 



Con una serie di esilaranti teatrini tra i due, si arriva al nocciolo della questione che finora è stato solo latente: il brutto presentimento che il verme nutre nei confronti del dinosauro... 


Questo modo di raccontare, che mi pare la cifra di David Duff, trova una sua perfetta eco nei disegni di Marianna Coppo e nel design  di Orith Kolodny che si allineano fin da subito a quel tono così ironico e sempre un po' nero. I dialoghi sono costruiti in modo essenziale: neretti, corsivi e poco altro. Accelera con pagine suddivise in sequenze di piccole tavole, che ricordano il ritmo del fumetto classico, per poi riprendere fiato in tavole doppie, zooma sulle espressioni, cambia prospettive, ma soprattutto riempie i suoi disegni minimali di una miriade di dettagli che, individuati, fanno "morir" dal ridere. 

Carla

mercoledì 18 febbraio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SE TI PRENDI CURA DI UN ANGELO 


Yaya ha 17 anni e sta vivendo la sua personalissima apocalisse: ha perso la madre da pochi mesi e la ragazza che ama è scomparsa senza dirle nulla. E non basta. Intorno a lei è tutto il pianeta a vivere come se si fosse vicini alla fine del mondo. Quello che succede è che da qualche mese (una decina di giorni dopo la morte della mamma), dal cielo cadono esseri alati che si schiantano al suolo senza vita. I media, e quindi tutti, li chiamano le Creature: ne sono cadute già più di ottanta. Precipitano in tutti gli angoli del pianeta, hanno fattezze umane e la pelle e il sangue color oro o bronzo. 
È il caos totale, tutti sembrano impazziti e dopo i primi tempi in cui il panico collettivo manda all’aria ogni organizzazione sociale, la vita riprende il suo corso, ma il delirio rimane. Gli scienziati sezionano le Creature nei laboratori, i Cacciapiume si scapicollano per accaparrarsi i loro resti e venderli a un improvvisato mercato di reliquie, i video delle cadute girano virali nella rete. Gli sconti nei magazzini diventano “paradisiaci” e non mancano i ristoranti con menù che propongono “Aureola di cipolla”, “Patatine cherubine” o “Ali fritte”. La setta dei Caduti Risorti spinge gli adepti ad arrampicarsi sui luoghi più alti delle città mettendo in scena performance mozzafiato per recitare il loro penitenziagite! di medievale memoria. 
Quando anche suo padre e sua sorella si lasciano prendere dalla caccia alle Creature tutto diventa troppo per Yaya: si sente in conflitto con tutto e tutti e si chiude in una solitudine scettica e insofferente. 
Ma proprio lei che non ne voleva sapere di angeli e di Creature si ritrova con un angelo che le precipita davanti, ferito, ma vivo. Yaya se ne prende cura proteggendola (è femmina) dal delirio collettivo. 
La storia che ne segue si svilupperà intrecciando diverse questioni: l’elaborazione del lutto, il senso di colpa per non essere riuscita a salvare la madre, il conflitto e gli affetti, la famiglia, l’amicizia, la malattia, un nuovo innamoramento, ma anche uno sguardo lucido su una società caotica che delira di fronte all’ignoto. 
Out of the blue comincia come una distopia ma presto ci restituisce a una dimensione assolutamente reale, a una quotidianità dentro cui lo straordinario trova posto nella vita concreta dei protagonisti, pur mantenendo la sua radicale estraneità. L’angela non porta alcun messaggio di salvezza, non ha richieste o prescrizioni, non domanda e non risponde; è semplicemente lì e ha bisogno di essere curata e liberata. Non c’è da chiedere “chi sei” o “perché” o “a cosa mi puoi servire”. Neanche all’autrice interessa raccontarci il perché e il per come di queste creature, e anche chi legge dovrà fare i conti con questa presenza inspiegabile. Sarà proprio la capacita di riconoscere questa alterità che consentirà a Yaya e agli altri protagonisti di questa storia, di fare pace con la vita. E con la morte. E accogliere, “mettere in salvo” il mistero, l’insondabile, la possibilità di vedere oltre. 
Realismo magico, si potrebbe dire, ma ben piantato in uno sguardo interessato a raccontare la vita concreta di una ragazza concreta che sta facendo i conti con la morte. E con l’amore. 
Particolarmente riuscita è la maniera in cui l’autrice fa parlare la Creatura. L’angela infatti non parla alcuna lingua umana e la sua capacità comunicativa è piuttosto emotiva ma è in grado di memorizzare e ripetere intere frasi ascoltate alla radio. La comunicazione con Yaya e i due gemelli (Allie e Calum che si uniranno ben presto all’impresa) passa attraverso parole della stessa (nostra) lingua, ma quando le utilizza la Creatura assumono una capacità comunicativa davvero bizzarra. Le parole e le frasi che utilizza nei dialoghi con i giovani protagonisti sono mere ripetizioni di previsioni meteo o interviste ascoltate in radio; parole svuotate di significato contingente che, oltre a far sorridere, suonano in un certo qual modo anche intellegibili. Infatti si comprendono alla perfezione. La loro intesa funziona come una semplice (straordinaria) amicizia. 
Tra le pagine di questa storia aleggia certamente un altro angelo, un certo angelo da garage. Quell’ineguagliabile Skellig pare affacciarsi da lassù, dalla schiera degli angeli salvati dal coraggio di ragazzi e ragazze intente a crescere. E da lassù mi immagino che continui a sussurrarci: Se ti prendi cura di un angelo… Se ti prendi cura di un angelo… 

Patrizia 

“Out of the blue. Dal cielo all’improvviso”, Sophie Cameron, (trad. di Luigi Cojazzi), 
Terre di Mezzo 2026 

venerdì 3 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (iibri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA

Sta dormendo?
, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Prendiamo il sentiero del prato giallo, per andare ad ascoltare il nostro uccello preferito, il merlo. Ma oggi non c’era. 
Lo abbiamo cercato dappertutto, anche vicino al torrente. Non era da nessuna parte. 
Alla fine l’abbiamo trovato sul sentiero. Era sdraiato, tutto tranquillo. 
Non avevamo mai visto un uccello così da vicino." 

Lo scoiattolo e Pok amano molto sedersi sul vecchio ceppo per vedere gli uccelli che passano ad alta velocità sulle loro teste, ma quando arriva la noia si spostano e vanno a sentire il merlo. 


Non vedendolo, lo vanno a cercare. Lo trovano steso sul sentiero. 
E la domanda sorge spontanea: sta dormendo? In questo caso loro dovranno aspettare che si svegli e dovranno fare silenzio. Ma se fanno troppo silenzio, il merlo indisturbato continuerà a dormire e quindi i due decidono di chiamarlo, ma niente. Allora fanno un po' di rumore, ma niente. 
Allora fanno un bell'urlo, ma niente. 


Oh, oh. Hanno finito le idee, quindi è il caso di andare a cercare Günther per capire come svegliarlo. Günther pensa che sollevandolo in alto lui avrebbe avuto modo di spiccare di nuovo il volo. Ma loro sono troppo piccoli per riuscirci: essere troppo piccoli per una cosa troppo grande per noi. Ecco che nelle loro teste si insinua il dubbio che il merlo lì steso non stia dormendo, ma sia morto. Günther non lo crede perché chi canta così bene non muore mai... Come dargli torto? 
Visto che i vivi sono caldi e i morti sono freddi, e il merlo adesso è tiepido, forse allora è solo mezzo morto? 
Ma i mezzi morti prima o poi si alzano... Il merlo, no. 
I morti non si possono lasciare lì per terra, con una foglia secca accanto... 
Questa è la storia del suo funerale! 

Tallec non perde una gara! 
Attraversa sempre grandi questioni senza mai prescindere da due fattori: da un lato vederne il lato leggero, teneramente ironico, che spesso e volentieri è un aspetto pratico che riguarda l'intera faccenda e dall'altro far sì che il lettore, proprio in nome di questa prospettiva, possa riconoscere e riconoscersi in ciò che accade. Sorridendone con affetto. 
Per intenderci, cogliere il lato comico e un po' goffo di come si attesta il trapasso del merlo e tutto il rovello che quei tre mettono in piedi, significa alleggerire il tema. 
Per forza. Parlare di un mezzo morto o pensare di issarlo per farlo di nuovo volare fa sorridere e quindi come per magia stiamo sorridendo davanti a un morto e per come i vivi lo trattano. Ed è in questo che Tallec dimostra di ricordare o di sapere come un bambino si pone di fronte all'evento della morte: quale bambino non prova la curiosità di toccare un piccolo animale morto, verificarne con i sensi il suo diverso stato. Per capirci, il merlo freddo caldo o tiepido...


E ancora, parlare di morte con tenerezza, attraverso l'ironia e l'esito pratico di come organizzare le meritate esequie significa tirare uno solo dei mille fili di un intreccio ben più complesso e ben più profondo e doloroso. Ma, combinazione, quel filo "funeralizio" ha qualcosa in sé di così tanto tangibile, tattile, pratico, quotidiano, che rende il grande pensiero, le grandi emozioni che la morte porta con sé, percorribili con meno sforzo. Attraversabili, con addirittura il sorriso in faccia. 
Ed è qui che con grande falcata il suo libro supera tutti quelli che sono solo lacrimevoli. E cercano di trovare soluzioni al dolore di una perdita, affidandole a un albo illustrato. 
Tallec trova il modo di farci sorridere e soprattutto non dà soluzioni preconfezionate. Fa accadere cose semplici, cose che hanno a che fare con la quotidianità e le mette lì in mostra. Spetta a ciascun lettore fare il passo successivo per trovare da sé le proprie ragioni. 
E quello che accade è che attraverso una storia semplice, accogliente, in cui tutti ma proprio tutti possono accomodarsi senza troppa fatica, in cui tutti riescono a trovare il proprio posto, attraverso i dialoghi di personaggi che sono 'umani' nel loro essere pieni di difetti e fragilità, ci confrontiamo senza lacrime, anzi sorridendo, con una delle più grandi questioni dell'umanità, anzi forse proprio la grande questione dell'umanità. 


Come non accettare che arrivi la fine? Come constatare che la vita invece ha un termine? Come superare il distacco? Come provare a far restare con noi chi non c'è più? Come dare un nuovo senso alla vita di chi prosegue? 
Domande di tale portata sono nella testa di ciascuno, grande o piccolo che sia. 
Ed ecco quindi un nuovo libro universale e aperto, e quindi magnifico di Olivier Tallec. 

Carla

mercoledì 16 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FUORI DA QUI. RIFLESSIONI SULL’APOCALISSE. 
E SULL’AMORE. E SUL SESSO. 


Con questa copertina che non passa inosservata per quanto non sia bella, ma ammiccante, Terre di Mezzo decide di pubblicare un romanzo della collana L’ardeur, dell’editore francese Thierry Magnier (che per primo ha scelto la copertina che vediamo). 
Destinata a lettori e lettrici adolescenti, L’ardeur, propone storie che parlano di sessualità (ma non solo) senza troppi giri di parole. 
A questo proposito, del raccontare la sessualità, è interessante scoprire che solo due anni fa - nel luglio del 2023 - uno di questi titoli (“Bien trop petit" di Manu Causse) è stato “censurato” dal Ministère de l'Intérieur che ne ha vietato la vendita in Francia, ai minori di 18 anni. 
Che già solo per questa ragione ci auspichiamo che arrivino tutti in libreria. Ma non solo per questa ragione. 
Da libraia misuro quasi quotidianamente la richiesta di storie che raccontino il sesso e l’amore, già a partire dai 12/13 anni e fino ai 17. Quando arriva in libreria, nel 90% dei casi, questa richiesta è già orientata dalle classifiche più commerciali: Che cosa vorresti leggere? – dico io alla ragazzina che mi sta difronte - Mmmm, un romance – mi risponde lei. E il gioco è chiuso perché subito mi sparerà la richiesta di uno di quei titoli della suddetta classifica. Dunque sarò curiosissima di leggere gli altri due titoli tradotti dalla stessa collana francese: Toccami, di Susie Morgenstern e Il gusto del bacio, di Camille Emmanuelle, entrambi pubblicati da Faros edizioni in questo 2025, collana Teen Spirit. 
In Proprio prima che, la voce narrante è quasi sempre femminile: una ragazza liceale che racconta di sé e del suo migliore amico. Di sé, di loro e di tutto quello che gli succede intorno, delle loro famiglie problematiche e assillanti, della scuola, della solitudine, della situazione sociale e politica, di ansie e antidepressivi. La storia è quella di un’amicizia che diventa amore e scoperta del corpo. Parallelo scorre il racconto super critico della completa esplosione di ogni legame sociale, della violenza dei conflitti, delle cause e degli effetti. Loro due, per sopravvivere all’incomprensione che li attornia, si incontrano ogni giorno, solo loro due, in una casa, più spesso in una sola stanza. Sono migliori amici, passano il tempo insieme con indolenza e complicità. Mentre tutto il mondo, fuori dalla finestra, va via via esplodendo. Fuori dalla loro finestra ci sono allarmi, rivolte, blackout, esplosioni, polizia che picchia i manifestanti, in un crescendo apocalittico. I riferimenti all’oggi sono espliciti: quello che accade là fuori è molto, ma molto vicino al nostro contemporaneo. Il racconto ci trasporta costantemente da dentro a fuori. La scena è quasi sempre dentro le mura, ma il racconto ci porta costantemente fuori da quella stanza con continui flashback, immaginazioni, desideri, per poi riportarci subito dopo tra quelle mura con dentro due corpi adolescenti che scoprono l’erotismo. Chi legge costruisce questa traiettoria tra il dentro e il fuori anche grazie alle altre voci che intervengono nel testo: le pagine di un diario personale, articoli di giornale, trascrizioni di sedute terapeutiche, che interrompono il continuo flusso di coscienza (quello di lei, che nella storia non ha un nome proprio… lui neppure), scomponendo così il fluire del racconto ma ricomponendone la complessità. Quella di una società che va in pezzi, in presa diretta, aggressiva verso sé stessa. 

Attenzione questo è un messaggio del governo. 
Il territorio francese è attualmente scosso da intensi fenomeni metereologici e sismici. 
Si prega di non lasciare la propria abitazione. 
Se vi trovate all’aperto, cercate riparo in un luogo chiuso. 
Sigillate i condotti d’areazione e spegnete i sistemi di riscaldamento. 
Se possibile, munitevi del seguente kit di emergenza: torcia, radio portatile, acqua potatile, cibo, medicinali, coperte. 
Seguite le istruzioni delle autorità locali. 
Contattate i soccorsi solo in caso di emergenza. 

 Il cerchio si chiude intorno a loro mentre i loro corpi esplodono di vita. Gradualmente. Senza mezzi termini. 
 La storia risulta interessante per le questioni che affronta, per il modo schietto e chiaro con cui racconta il sesso, per lo sguardo politico (per quanto impotente) sul presente. 
Mantengo qualche riserva che non so ancora argomentare: mi sarà necessario confrontarmi con chi lo leggerà. 
Intanto, prima della pubblicazione, Proprio prima che è passato al vaglio di giovani lettori e lettrici volontari/e del Festival Mare di Libri, che lo hanno letto e valutato insieme a Margherita Petrini (che poi lo ha tradotto in Italia), e pare lo abbiano promosso. 

Patrizia 

 “Proprio prima che”, Joanne Richoux, trad. di Margherita Petrini, Terre di Mezzo 2025 

venerdì 4 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA 

Troppo lunga, Nikola Huppertz, Regina Kehn, (trad. Claudia Valentini) 
Emons raga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'E tu che hai fatto oggi?' mi ha chiesto a un certo punto papà, non trovando più nulla da dire su Malve. Io mi sono stretta nelle spalle. Ho ripensato a Joël e alla Carina, al signor Krekeler che deve sforzarsi di andare a fare jogging (forse), a Snow che mi ha tirato in bici per otto chilometri lungo il canale, con una piccola pausa in mezzo in cui ci siamo seduti sulla riva e io per ringraziarlo gli ho sussurrato delle storie nell'orecchio appuntito e gli ho accarezzato il pelo morbidissimo che ha sotto il muso, e ho subito capito che mamma e papà non avrebbero saputo che farsene di questo racconto." 

Genitorialità consapevole, medico lui, insegnante lei, una sorella maggiore, Malve, sorella maggiore perfetta ed egocentrata, ora alle soglie della maturità, ma con tutt'altro in testa che mettersi sui libri a studiare. Per ora è attratta dalla meditazione, ma non durerà. 
Questo è il piccolo nucleo familiare di Magali Weill, tredicenne piuttosto alta (con la sua statura, 1.82, si colloca al 97esimo percentile) e piuttosto convinta che con questa statura esagerata nessuno avrà mai il coraggio di innamorarsi di lei, figuriamoci di baciarla, magari mettendosi in punta di piedi o, peggio, chiedendole di chinarsi per essere raggiunta... 
I suoi le hanno appena regalato un diario perché ci scriva di sé. Ma lei decide che quel diario è molto più utile per annotare tutto quello che le succede intorno: le vite degli altri.
Magali capovolge lo sguardo e sulle pagine riporta, giorno dopo giorno, quello che accade all'interno della sua piccola comunità condominiale. A parte le litigate tra genitori e figlia maggiore, Magali racconta delle sue passeggiate con Snow, l'husky dei vicini che per lui non hanno mai tempo, visti gli innumerevoli marmocchi che zampettano per casa. 
Magali racconta del suo elegantissimo vicino di casa che, novantottenne, ha ancora voglia di fare jogging ogni mattina. 
Magali racconta del suo amore nascosto per il suo vicino sedicenne, Joël, che non la degna di uno sguardo e trova solo il tempo di litigare sempre e solo in francese, con sua madre che, a sua volta con i gessetti, decora ad arte i marciapiedi intorno al palazzo. 
Questa routine che si ripete grossomodo ogni giorno con poche varianti si inceppa quando il signor Krekeler decide che è arrivato il momento di smettere di fare passeggiate salutari e incominciare a prepararsi alla morte (98 sei fürs Leben zu Lang, così in tedesco, da cui il titolo del libro). 
Con l'eleganza e il garbo di sempre convoca la sua famiglia, ovvero quel che ne resta: suo figlio Louis (tante compagne, molti figli e attualmente abitante in una comune) e il di lui figlio, ossia il nipote del signor Krekeler: Kieran, da adesso in poi KK, poco meno di un metro e sessanta, mingherlino e tutto cerotti. Louis ha il compito di ubbidire al padre in tutto e per tutto, con lo scopo di mettere ordine tra carte e oggetti, prima della prossima dipartita del vecchio. KK invece deve fare solo il nipote. E lo fa magnificamente. 
Questa è la cronaca di un paio di settimane di vita (e di morte) di tutta questa gente: dal 29 marzo al 12 aprile: una settimana di Pasqua indimenticabile. 

Andrebbe letto e poi riletto. Oppure andrebbe ascoltato e poi letto, oppure letto e poi ascoltato. La cosa necessaria da fare è entrarci più e più volte dentro per poterne apprezzare le tante qualità - dalla sceneggiatura - così ben costruita in cui si incastrano a perfezione le molte singole vicende: un piccolo capolavoro di cesello, come spesso sono le storie condominiali - alla scrittura garbata ed elegante che va - tra filosofia e vita di tutti i giorni - a passo sicuro. 
Ogni tanto ci si commuove e ogni tanto si sorride. 
Nonostante il libro abbia un titolo che fa l'occhiolino ai turbamenti di un'adolescente che non ha fatto pace con il suo corpo e la sua crescita, mette nero su bianco anche qualcosa di molto più universale, passeggiando tra grandi domande, grandissime domande. 
In questo l'originale tedesco gioca di più sull'ambiguità di questa lunghezza... le gambe di Magali o la vita del vecchio Krekeler? 
Torniamo alle domande. 
Una su tutte: qual è il senso della vita? Troviamolo e poi possiamo morire con dignità. La grande questione è lì che si affaccia nel momento in cui il signor Krekeler decide che basta: tocca prendere in considerazione l'idea di andarsene. Come ci si deve comportare di fronte alla morte? O per meglio dire, come ci si può organizzare per accettare l'evento con la necessaria naturalezza e dignità? E per chi resta? Quali sono i pensieri che chi vive si vede balenare in testa? Visto che la morte è qualcosa che inevitabilmente a un certo punto busserà alla porta, come ci si può organizzare per non farsi trovare impreparati, ossia quali sono le cose da fare per potersi dire al momento di aver vissuto una vita degna di questo nome? In fondo, la morte non è forse l'ultimo pezzetto della vita? Sì, lo è! 
Tra Seneca e i trenini di legno; tra Rimbaud e le uova da dipingere; tra Stravinskij e le tute da ginnastica; tra Uchermann e il verde pallido di una cameretta è un continuo e piacevolissimo rimbalzo tra la vita vera, quella apparentemente fatta di poco o niente, tra la quotidianità e i massimi sistemi. 
Uno dei libri sulla Grande Domanda, citando Elrbruch, più belli e intelligenti che mi sia capitato di leggere. 

Carla

mercoledì 28 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SI POTREBBE DIRE RADICI 


Stufo di stare nell’angolo della classe dove ha aiutato generazioni di bambini e bambine nello studio dell’anatomia umana, ormai vecchio e malandato, lo scheletro della scuola decide di andare in pensione. È la maestra ad accorgersi che qualcosa è cambiato e a telefonare al vecchietto per proporgli la bizzarra adozione. Così, dopo aver aggiustato la macchina, il vecchietto va a prendere lo scheletro, lo porta a casa, riattacca con il fil di ferro quasi tutte le ossa che la scuola gli ha consegnato. Poi, insieme alla vecchietta lo vestono e gli danno un nome: Martin. 


Anche se potrebbe sembrare strano a qualcuno, Martin lo scheletro entra piano piano a far parte della vita quotidiana dei vecchietti: a volte, è lui a entrare in casa con loro, altre sono loro a raggiungerlo all’aperto. Nella cucina estiva, poi, lo scheletro ha una sua poltrona, un tavolino e una tovaglietta di pizzo. E in inverno, una morbida coperta. Non si può poi dire che Martin sia un tipo sedentario. Che dire ad esempio di quando ha fatto fuggire i ladri facendosi cadere la mandibola sulle ginocchia, oppure di come ha saputo consolare il vecchietto per la vergogna di aver scambiato dentista e barbiere. E alla potatura dei meli, quando la vecchietta è sempre agitata? Martin era lì, con lei, a gettare i rami tagliati nel fuoco fissando le fiamme alte. 


Martin, Martin, Martin. Martin dappertutto. Sullo slittino e in sauna, nella vasca da bagno e pure nella favola della rapa. Chi ha aiutato i nipotini quella volta dei mostri notturni? Chi ha tenuto il cesto di funghi che la vecchietta non era riuscita a riempire per via dello gnomo dei boschi? Chi era con lei per risolvere la faccenda della scimmia di neve? 


Forse per questo, il vecchietto ha cominciato a desiderare di avere Martin con sé anche nella tomba. Forse è stato proprio per questa convivenza quotidiana, assidua, fatta di minuzie e piccole attenzioni scambievoli - coperte sulle ginocchia, tovagliette di pizzo, favole della buonanotte – che quando la vecchietta è morta, Martin ha sentito il bisogno di essere consolato. Il vecchietto ha chiuso le braccia attorno alle ossa di Martin, facendolo quasi scomparire, mentre il vapore del tè al tiglio riempiva la stanza dello stesso odore che c’era quando lei era viva. Sembrava quasi che la vecchietta fosse li! Anzi, a guardar bene, la potevi sentire: di chi se non suoi i gesti replicati per ottenere la calda bevanda, lo stesso inconfondibile aroma? 


Tre i punti forti di questo (apparentemente) piccolo romanzo. 
In primo luogo la storia: una vicenda che nasce nel territorio dell’assurdo, apparentemente leggera, che si attraversa con umorismo, tenerezza e un pizzico di salvifica insensatezza, sfiorando temi e metafore importanti senza tuttavia mai toccarli direttamente. La presenza di uno scheletro che decide di andare in pensione, fatto di per sé straordinario, viene presto riassorbita – come succede con tutte le cose – da un quotidiano denso di piccoli gesti, accortezze e minuti presenti. 


Poi, le illustrazioni. Il bianco e nero dinamico e movimentato di una matita felice interrotto da dettagli e campiture di un fucsia (quasi) fluo: per suo mezzo l’attenzione viene convogliata su tutt’altro – il fazzoletto da testa, un gallo, una rapa, un pettine, ma anche parole, minuzie, cieli interi – e vengono disinnescate alcune inibizioni e schermature che spesso accompagnano la presenza di uno scheletro nella narrazione. 


Il terzo elemento è proprio lui: lo scheletro. Deposto il collegamento con le tematiche horror e Halloween, indebolito il legame quasi automatico che scheletro e ossa nude hanno con la narrazione frontale della morte, ecco che in questo testo è possibile fruire di alcune metafore forti che lo scheletro porta con sé e che spesso rimangono sullo sfondo del ragionamento. 


Che cos’è uno scheletro infatti? È una complessa struttura di ossa, robusta ed elastica, che permette al corpo intero di stare in piedi, camminare, correre, raccogliere i funghi e abbracciare. È un sostegno imprescindibile, tuttavia nascosto da strati di muscoli, pelle e vestiti, in ultimo fatto scomparire dalla sua presenza costante e comune. E se è vero che esso si palesa nella morte e nella decomposizione, quando tutto il resto scompare, è anche vero che – incredibilmente! – lo scheletro è sempre, sempre, sempre presente, sempre con noi, in noi, a rendere possibile e significativo ogni passo e ogni respiro. 


Martin, lo scheletro, è dappertutto. Martin, che ha passato la vita a mostrare il fondamento del corpo umano, perfeziona da queste pagine il suo insegnamento, allargando l’idea di corpo umano a quella di corpo sociale, superando l’idea dei legami familiari per approdare a quella di interdipendenza di ogni cosa. Le schegge di fucsia che esplodono qua e là sono illuminazioni che interrompono la conformità dei grigi e spalancano lo sguardo sulla struttura invisibile che sottostà ai gesti quotidiani, sulla sua pervasività muta e fondante Il bagno dei bambini, la raccolta delle lumache, le favole raccontate ogni volta in maniera un po’ diversa sono il corpus di gesti, consuetudini e usanze sotterranee che innervano, irrobustiscono, rinsaldano, sostengono: attraverso questo reticolo non passano solo gli affetti e i legami, ma l’intera esistenza acquisisce senso e coerenza.


Si potrebbe dire radici, scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che è proprio sull’aspetto del tempo che il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia. 

Giorgia

 “Martin lo scheletro”, Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024


mercoledì 13 novembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PIED-DE-COQ: IL CADAVERE 


Sarà qui necessario sorvolare sulla descrizione dettagliata delle relazioni famigliari che legano tutti (o quasi) i personaggi che popolano questa storia. Sarà sufficiente dire che tutto accade in famiglia. 
Una famiglia e una casa, la Collinière, dimora dei Nonni Madame e Monsieur Coudrier. Una magione posizionata in cima alla collina più alta da cui si domina l’intero borgo e impregnata di del senso di superiorità di Madame Coudrier.  Ogni anno, il 31 di ottobre, la Nonna convoca tutta la famiglia per festeggiare il compleanno del Nonno. 
Quel 31 ottobre in casa (in scena) ci sono già i nipoti Hermès, le gemelle Annette e Violette e Colin-seianni. 
La storia comincia da un Prologo che ci mostra questa allegra comitiva di cugini di fronte al cadavere con la sua giacca pied-de-coq marrone scuro in cui si sono imbattuti all’improvviso, vicino al campo delle zucche, per poi fare un passo indietro e, con il capitolo successivo, ricominciare a raccontare dalle ore 6:00 di quel movimentato 31 ottobre. 
Dunque la casa piano piano si sveglia e nel trascorrere della giornata arriverà prima la giovanissima Madeleine e poi tutti gli altri, gli adulti, a completare e complicare la trama di questo giallo che come ogni giallo che si rispetti ci rivelerà un assassinio e un assassino davvero insoliti, con tanto di scena finale in cui tutti sono presenti al disvelamento della verità. Fin qui la trama. Di un giallo non si può dire di più. Però si può dire come viene raccontato, e allora proveremo a individuare alcuni elementi che risultano centrali nell’esperienza di chi legge. 
CINEMA. Bisogna innanzitutto dire che Malika Ferdjoukh scrive come se imbracciasse una telecamera. Le descrizioni dei luoghi e delle azioni sono capaci di prendere occhio e orecchio di chi legge per portarlo dentro la scena. Alcune pagine sembrano proprio delle sceneggiature. Molto coinvolgente. INFANZIA. La storia, nel suo complesso, disegna un contesto di fatti e personaggi compatto e a poco a poco sempre più coerente, ma si percepisce immediatamente l’esistenza di due mondi ben distinti, quello degli adulti e quello di chi adulto ancora non è: Hermès 13 anni e mezzo, le gemelle 9 anni, Colin-seianni (lo dice la parola stessa) e Madeleine 15 anni. Sono loro al centro della scena, i soli a sapere del cadavere e a condurre l’indagine alla scoperta dell’assassino. I soli a interrogarsi sulla morte e sul male. Gli adulti sono impegnati a celare segreti che loro stessi non sanno e non vogliono svelare. 
Un’infanzia destinata a sparire anno dopo anno. Hermès un tredicenne particolarmente maturo dirà: 
“Ho fatto più fatica dell’anno scorso ad arrampicarmici (sul sicomoro, ndr). E già l’anno scorso mi era sembrato più faticoso dell’anno precedente…I bambini piccoli sanno volare, è cosa risaputa da Peter Pan in poi. Dunque, a ogni anno che passa, ho meno infanzia a facilitarmi il compito. Ho tredici anni e mezzo, in fin dei conti”. 
Un’infanzia che vive una vita autonoma, ricca di esperienze, di immaginazione, di intraprendenza, capace di vivere e difendere un’istanza di verità. 
E Colin-seianni, che è il più piccolo di tutti, è il personaggio più splendido. Sulla scena si illumina di luce propria, una luce che lo colloca su un piano diverso, dove si è molto più vicini alla natura e si può stringere amicizia sincera con una volpe ferita e si può vedere nettamente lo spaventapasseri che indica la strada giusta per incontrarla; dove si può fronteggiare il dolore di vivere lontano da una madre inaccessibile e sofferente e ogni impresa è accompagnata da esserini pressoché invisibili che possono essere quelli buoni, i Ghwilltt , o quelli cattivi cattivissimi, i Kyytwwug che bisogna in ogni modo scansare. 
Un piano dell’infanzia al quale nessuno degli adulti può accedere e che anzi dagli adulti è braccata. Così che il pur evidente richiamo al Piccolo Principe e alla Volpe che chiede di essere addomesticata qui devia verso un esito ben diverso. 
VOCE. Tante voci si alternano e si intrecciano: chi legge ascolta alcuni personaggi raccontare in prima persona ma anche una voce fuori campo che riferisce tutto il resto, con l’effetto di una polifonia che ci chiama (anche esplicitamente) nella storia. E chi legge se pur disorientata/o nell’andare da uno all’altro dei personaggi e degli accadimenti, rimane coinvolta/o da un racconto complesso e intrigante. 
Un giallo che si infittisce di personaggi, fatti, sospetti e indizi che noi lettori cerchiamo di mettere insieme. 
A chi vorrà sempre avere chiaro il filo dei fatti così come si dipanano in questo 31 ottobre toccherà a volte tornare indietro nelle pagine tanti sono gli elementi che l’autrice ha voluto inserire in questa storia (qualcuno anche episodico e non molto utile al racconto). 
Una storia che ti cattura fino alla fine ma che forse proprio alla fine perde quella forza autentica che l’aveva sorretta fin lì. Ma qui ogni lettore e ogni lettrice potrà dire la sua. Bellissima anche la copertina di Luca Tagliafico (già autore delle altrettanto belle copertine della quadrilogia “Quattro sorelle”) che ci trasporta immediatamente ai piedi di un cadavere in pied-de-coq nel mezzo di un insolito autunno da ragazzi. Famiglia, casa, infanzia, morte, male, cinema e polifonia si ritrovano spesso nelle storie di questa brava autrice che in Francia ha già pubblicato una quarantina di romanzi. In Italia Malika Ferdjoukh è arrivata proprio con “Livide zucche” pubblicato da Salani nel 2004. Pension Lepic la richiamerà al pubblico italiano pubblicando i quatto volumi delle “Quattro sorelle”, poi “Una notte un assassino” e ora riedita “Livide zucche”. 
Camelozampa ha scelto di pubblicare “Mezzanotte e cinque” e Babalibri, per la collana Prime Letture, “La fidanzata del fantasma”
Tutte storie da leggere. Questa, in particolare, dai 12 ai 112 anni.

Patrizia 

“Livide zucche”, Malika Ferdjoukh, (trad. Orietta Mori), Pension Lepic 2024

mercoledì 6 novembre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

LA MORTE E' UNA DOMANDA? 

La questione morte manca di testimoni diretti. Quand’anche ve ne fossero, sull’ampio territorio culturale che a lei si riferisce gravano pesantissimi tabù e imbarazzi, credenze, superstizioni, al punto che non solo non è possibile sapere cos’è la morte indirettamente, ma spesso persino quello che vi gravita attorno rimane precluso, ammantato di silenzi e ritrosie. 
Del resto anche Scoiattolo e Formica si erano a lungo interrogati a proposito. Come possiamo conoscere quello che nessuno può o vuole raccontare? Come possiamo soddisfare quell’impulso vitale che è la naturale curiosità per qualcosa che nessuno ha visto? 
Perché se di fronte al mistero non esiste strumento più efficace e spontaneo che domandare, è altrettanto vero che questa è solo una metà della questione: in fondo a ogni domanda non vi è solo un vuoto che tanto somiglia alla morte, ma c'è anche uno spazio che attende di essere occupato da una possibile, inedita spiegazione. E per sentirla serve disponibilità: forse infatti la conversazione che abbiamo con la morte non si basa sulla certezza di risposte impossibili, quanto piuttosto sulla capacità di rimanere in bilico sul margine vibrante e tridimensionale che da lei ci separa. E se imparassimo ad ascoltare? 



© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


È quello che succede in Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini
Il volume è l’ultimo della serie Wonder Ponder, progetto di filosofia illustrata per tutte l’età che si propone di agevolare l’accesso della curiosità bambina (ma anche no) ai grandi quesiti. In questo caso, le due autrici hanno incontrato bambine e bambini a frotte e si sono lasciate interrogare sull’argomento morte senza porre limite alla tipologia di domande. Non solo questioni morali o sentimentali, dunque, ma anche faccende pratiche - come la produzione di una lapide o le procedure di successione di una console - e fatti scientifici, come ad esempio la gradualità di decomposizione dei tessuti del cadavere. 
Le domande appaiono tutte insieme nelle sguardie del libro, brulicando, una accanto all’altra, fittissime, serie, inaspettate, a delimitare il territorio concesso per l’azione dell’albo e del ragionamento. Anche figurativamente, sono come le stelle della calotta celeste, che solo apparentemente segnano il confine del cielo: in realtà pulsano dalle distanze più diverse dell’universo e i loro raggi ci colpiscono incessantemente, anche quando siamo in piena luce.


© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni

All’interno del volume, non si punta all’utilizzo delle risposte per esaurire l’indagine; al contrario, in ognuna di esse viene fatta riverberare un nuova domanda, a cui è possibile legarne un’altra e un’altra ancora, senza inibizioni, quasi a voler proporre un metodo di pensiero, uno strumento di visione per una disamina ulteriore della questione, dinamica, attiva, che frammenta, scompone l’oggetto di cotanta insaziabile curiosità, senza giudicarla mai. 
Come ben si conviene al procedere filosofico, la ricerca lievita pagina dopo pagina, alimentata con richieste di opinioni e pareri, stimolata con altre domande che coinvolgono il senso morale, etico ben presente negli interlocutori di ogni età. Non solo: essa viene demandata ad altri tempi e luoghi, trascendendo la pagina presente e la struttura sequenziale con soluzioni formali che tendono a far uscire il lettore dal libro. E’ possibile imbattersi in piccoli rimandi ad altre pagine e ad altri quesiti analoghi, in QR-code che dirottano a luoghi esperienziali diversi, in esperimenti immaginativi da condurre in autonomia. Quasi pare di sentirla, la mano che sfiora la spalla e una voce che dice “Vai…” , incoraggiandoci a sperimentare dopo averci rassicurato sulla legittimità di ogni strada che può prendere il pensiero. 
Così è la morte? si trasforma letteralmente in una soglia da attraversare per raggiungere, immaginando e ragionando, un luogo che è e non è, presente in nuce e tuttavia invisibile, accanto a noi, dentro di noi ma anche altrove e oltre, ancora sconosciuto o, forse, semplicemente, non ancora nominato. Si viene ricondotti alla propria esperienza e lì stimolati a esperire, ben lontano delle pagine, un altrove significativo soprattutto per noi. A partire dalle istruzioni per l’utilizzo del libro, che sono un modo per sgomberare il campo da quegli imbarazzi che talvolta scoraggiano la voglia di esplorare, passando per il registro intimo e personale delle risposte, per arrivare all’estrema e sensibile serie di informazioni con cui le due autrici cercano di appagare l’interrogativo, il lettore capisce di essere in un territorio sicuro, e questo è fondamentale per permettere la grande magia. 
 
© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


Se risposte saranno quindi, saranno (anche) quelle che ciascun lettore saprà darsi da sé attraverso le proprie risorse, attraverso le proprie disponibilità culturali, la propria sensibilità e la propria immaginazione, messa in riverbero da sapienti sollecitazioni. Perché è poi sinceramente così vero che non conosciamo l’esperienza di scomparire? Non sarebbe possibile che la morte assomigli alla perdita di confini che si prova prima di dormire, e che tutte le risposte che occorrono si fondano sull’affaccio concreto da cui, sporgendoci, riusciamo a vedere?


Parafrasando una celebre conversazione accaduta a un’anatra, non è forse possibile in fondo che a dirci cos’è la morte sia proprio la nostra stessa vita? 

Giorgia 

"Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini" Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori, (trad. Chiara Ronchi) #Logosedizioni 2024 
"L'anatra, la morte e il tulipano", Wolf Erlbruch (trad. Viola Starnone), E/O 2007