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mercoledì 10 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LE CICATRICI DELLA STORIA 



Ho sempre creduto a queste cose, intendo dire, alla premonizione, a ciò che sappiamo senza saperlo, ai segni… Ho sempre saputo che siamo qualcosa di più di un ammasso di cellule chimiche. Ho sempre saputo che esiste un mistero…

Olivier. Tredici anni. La sera prima ha baciato Caroline per la prima volta (e per giunta sulla bocca), e il giorno dopo... è il giorno del trasloco. La famiglia si sposta a 600 chilometri di distanza, segue il padre per un incarico temporaneo. Certo, solo per 10 mesi, poi si torna. Ma è quanto basta per aprire una breccia nella vita di Olivier, dentro la quale prende posto lo sconosciuto, l’inconoscibile, il mistero.
Un corto circuito nella linea del tempo. Lo spazio giusto per i fantasmi, che possono tornare a chiedere giustizia. É questa la storia di Olivier. Una storia che lo segnerà per tutta la vita come una cicatrice. Uno sfregio ben visibile sul volto. E un gran silenzio tutto intorno.
Solo lui lo sa quello che è successo. Solo lui e l’anziana signora Goret.
Una storia intrigante già dalla copertina saggiamente affidata a Maurizio A.C. Quarello: una bambina piccola e un cane grande ci guardano negli occhi ma con occhi vuoti. Sono sulla soglia di un cancello grigio di una casa grigia in un paese grigio.
Quello che è successo è accaduto sei anni prima e Olivier, ora ventenne, ce lo sta raccontando.
La sua è una voce pacata e a tratti ironica ma capace di tenerci costantemente in tensione. Così vicini all'invisibile da non poterci più staccare. Dunque Olivier incontra i fantasmi: una bambina e un cane. Scopriremo che furono vittime di un rastrellamento nazista, e più precisamente, dalla delazione che consegnò quella famiglia ebrea ai nazisti.
Solitudine, suspense, immaginazione, paura, ricerca, responsabilità personale, senso di giustizia, dare pace. Sono questi i passaggi che segnano il racconto di quei dieci mesi a cavallo tra i 13 e i 14 anni di Olivier. In quei dieci mesi, per non abbandonarsi alla follia, Olivier si impegna in una ricerca coraggiosa che mette insieme indizi, visioni, ricerche storiche, e tante palpitazioni, insieme a molto coraggio.
Ma pure molta solitudine: a chi lo dici che vedi una bambina e un cane che nessun altro vede? Non lo dici nessuno! La signora Goret, l’anziana e ruvida vicina, come s’è detto, è l’unica che sa quello che è successo. E menomale che c’è lei, la sola che può provare ad Olivier che non è matto, è solo che la Storia è venuta a trovarlo. Evidentemente ha ancora qualcosa da dire. Un senso di responsabilità da richiamare. Mourlevat ha davvero ben scritto questo breve romanzo di formazione che fa i conti con la Storia attraverso la dimensione del mistero, del “ciò che sappiamo senza saperlo”, del sogno, delle visioni, dei fantasmi. E Pension Lepic ha davvero ben fatto ad aggiungerlo alla sua collezione preziosa di piccoli libriccini. “La cicatrice” è la prima opera narrativa di Jean-Claude Mourlevat, che esce in Francia nel 1998. Dunque Olivier è il primo personaggio protagonista di un romanzo (prima l’autore aveva scritto per il teatro). È interessante rilevare come, dopo più di vent’anni da questa prima pubblicazione, durante una masterclass per la Bibliothèque nationale de France del 2022, Mourlevat riconosca: “A volte penso che i miei personaggi, i miei protagonisti e le mie protagoniste siano tutti in fondo lo stesso personaggio. Sono uomini, donne, giovani, ragazzi, ragazze, animali, ma sicuramente tutti hanno uno stesso profilo che io declino ogni volta in modi diversi. Sono sensibili, gentili, un po’ timidi, con un gran desiderio di giustizia… fanno del loro meglio.”
Ecco, è proprio così, già a partire da Olivier, che è proprio un ragazzino sensibile, gentile, un po’ timido, con un gran desiderio di giustizia. E fa davvero del suo meglio per attraversare la paura con molto coraggio. Una bellissima lettura per lettrici e lettori a partire dagli 11 anni.

Patrizia

La cicatrice”, Jean-Claude Mourlevat, trad. di Renato Poletti, Pension Lepic 2026
Podcast della Bibliothèque nationale de France BnF per il ciclo di incontri “En lisant, en écrivant” del 2022. Masterclasse Jean-Claude Mourlevat | En lisant, en écrivant 2022



venerdì 29 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA PISCINA

E se il mondo salta in aria
, Sara Jäger, Sarah Maus (trad. Valentina Freschi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "Cosa vuoi Da me 
Cioè cosa vuoi da me? 
Niente.
Mi annoio. Mi annoio a morte. Che poi è inevitabile se stai sempre chiusa in casa e non succede niente, no? 
Allora esci 
Lo farei subito se potessi. Te lo assicuro. Immediatamente, se mi lasciassero. Stare in punizione durante le vacanze dovrebbe essere vietato dalla legge, non credi? Sei a casa anche tu, vero? 
Cosa te lo fa pensare? 
Perché non sei un tipo da piscina..." 

Dialogo tra due vecchi compagni delle elementari, Ava e Juri, che si 'reincontrano' dopo anni di silenzio reciproco, chattando al telefono. 
Ava è in punizione, segregata in casa; digita sul suo cellulare un numero di telefono scritto su un foglietto. Sotto il numero, un nome: Juri. 
Lei solo vocali, lui solo messaggi scritti. Cominciano a chiacchierare: Ava, che al carnevale della quarta, sua madre l'aveva obbligata a mascherarsi da pappagallina, detta quindi Uccello pazzo, è tutta energia, sempre un po' sopra le righe e incapace di fare a meno degli altri, non conosce l'arte del dubbio, apparentemente. Passa il suo tempo a fare, fare fare. E' in perenne movimento. A parte adesso che è chiusa nella sua camera, punita. 


Juri - che in quarta si era mascherato da astronauta - è il suo esatto opposto: un ragazzino pieno di paure (sono settimane che non mette piede a scuola), ama la solitudine, ed esclusivamente nella sua camera, dove si trova ora, si sente al sicuro. Scappa dal resto del mondo perché ambisce al silenzio intorno. Passa il suo tempo a piegare la carta facendo origami e a ragionare ragionare ragionare e nel frattempo coltiva molti dubbi. 
Cosa avranno mai da dirsi questi due, per giorni e spesso anche serate intere? 
Eppure. 

Architettura leggera, direi quasi invisibile, ma solidissima e perfetta.


Viste le due clausure, si potrebbe usare anche in senso metaforico il termine di gabbia di impaginazione studiata alla perfezione. 
Funziona così: nella pagina di sinistra i vocali di Ava. Nella pagina di destra i messaggi digitati da Juri. In tutta l'aria che c'è intorno alle due griglie di testo fluttuano, si infilano, si insinuano, si appendono, si appoggiano, si fanno largo i disegni di Sarah Maus che sono una storia nella storia: imprescindibili e magnifici. 
Sono parecchie le qualità di questo libro, oltre al robusto scheletro che la tiene su. 
La prima consiste proprio nel ritmo che uno scambio di messaggi presuppone. 
E calza a perfezione la scelta che uno scriva e l'altra parli: sono utili specchi per descrivere quei due, Ava e Juri. 
L'immediatezza di comunicazione - tutt'al più stemperata dagli sporadici silenzi dell'uno e dell'altra che altro non sono che prese di distanza, pause di riflessione - li rende immediatamente tridimensionali. Si impara a conoscerli, oserei dire a vederli e quindi a riconoscerli, attraverso quello che si dicono, ma anche molto attraverso il modo in cui se lo dicono. 
E ancora. I dettagli. 
Ce ne sono disseminati moltissimi, anche a livello figurativo. Davvero un lavoro così acuto e profondo da parte di Sarah Maus accanto a quello altrettanto raffinato dell'altra Sara. Penso per esempio, alla scelta dei loro costumi di carnevale... Tutto prende senso. 
Impercettibili a chi lo leggesse in modo distratto, ma altrimenti veri faretti luminosi (come quelli delle piste di atterraggio per gli aerei). 


E poi. Chiunque di noi usi le chat in modo efficace, ossia per fare arrivare chiaro e forte il proprio pensiero, le sa usare, dosare, calibrare: un maiuscolo qui, un a capo lì hanno la stessa efficacia di un tono sotto nella voce o di un'improvvisa accelerazione nel parlato. 
A parte tutto questo - e dico un'ovvietà, ossia che la forma sia latrice di contenuto - narrativamente parlando sono bellissimi quei due e sono bellissimi nel loro reciproco venirsi incontro. 


Lo fanno lentamente - hanno paure diverse, ma sono entrambi cauti nei confronti dell'altro - quasi inconsapevoli di quello che stanno mettendo in piedi insieme: una profonda amicizia, intima, sincera. 
A tenerli insieme ci sono le loro reciproche fragilità e paure, le loro esigue robustezze. Quei due si fanno forza a vicenda, senza per questo essere accudenti o mielosi, o patetici. 
Al contrario, sono schietti, talvolta ruvidi, reticenti il giusto, ma maledettamente veri, nel loro darsi una mano, nel farsi coraggio prima del grande tuffo nel vuoto. 
E anche prima della capriola finale... 
Ora, parlare di assoluta autenticità nel regno della finzione è come mettere una medaglia d'oro intorno al collo di chi ha concepito così bene questo libro. E non sono certo la prima ad averlo fatto e spero nemmeno l'ultima. 
Evviva, un altro raro libro necessario. 

Carla

mercoledì 17 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LAGGIÚ, OVVERO PRENDERE UNA DIREZIONE


“Ogni eroe ha una storia [...] 
Tutti vogliamo vedere un eroe. 
Dargli una pacca sulla spalla, stringergli la mano e dirgli quanto è stato in gamba, quanto gli siamo grati. Vogliamo che sia coraggioso, ma non vogliamo sentire quanto quel coraggio gli è costato. Non vogliamo sapere che sotto tutto quel coraggio c’è la paura, profonda e fredda come il fiume Watauga dopo il primo disgelo di primavera. Non vogliamo sentire la sua storia. O, comunque, non la sua storia vera. Preferiamo raccontare una storia nostra. 
Era così quando i soldati partivano per la guerra e poi tornavano a casa. E fu così anche per Jack.” 

Una storia complessa e parecchio avvincente quella raccontata in prima persona da Danny che ha 13 anni nel 1943 e vive a Foggy Gap. Ci troviamo in una piccola cittadina sul fiume Watauga, al confine coi boschi, nel Nord Carolina. 
Gli Stati Uniti sono nel pieno della seconda guerra mondiale. 
Danny è un adolescente attento che si fa interrogare dagli eventi. 
E gli eventi sono due: la guerra e Jack Bailey. 
La guerra arriva a Danny con la retorica nazionale sull’eroismo nei “campi di battaglia della democrazia”, gli appuntamenti radiofonici con le “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt, le prime sussurrate notizie sui lager nazisti. Ma anche con il razionamento dei viveri, l’orto di guerra nel giardino di casa, la raccolta dei metalli per gli armamenti, qualche papà o fratello che si arruola, e qualcuno che già non torna, qualcuno che diserta. 
E poi c’è Jack: il suo migliore ed eroico amico, che però nasconde una storia difficile e una scomparsa misteriosa… compreso l’enigma di un posto chiamato Yonder. 
Il racconto parte da un prologo che apre già a una domanda: che cos’è un eroe? 
Forse quel ragazzo, Jack Bailey, di pochi anni più grande di lui, che quel giorno di qualche anno prima aveva salvato a nuoto le gemelle Coombs dal diluvio che fece esondare il fiume Watauga? L’unico ad avere il coraggio di tuffarsi mentre tutti gli altri del paese restavano immobili? Quel giorno, ci dice Danny, “tutti eravamo d’accordo sul fatto principale: Jack Bailey era un eroe. Nessuno però si soffermò a riflettere su cosa fossimo noi.”
La paura e il coraggio. 
Possiamo dire che è tutta qui la questione nella quale, insieme a Danny, ci imbattiamo attraversando questa storia, che comincia un venerdì di giugno del 1943, e comincia con la misteriosa scomparsa di Jack Bailey. A partire da quel venerdì, Danny cercherà di risolvere quel mistero e in sette giorni porterà avanti una vera e propria investigazione da detective story. 
Ma lasciamo momentaneamente da parte la trama per soffermarci sulla struttura del racconto. 
C’è un prologo in cui Danny ci parla da un tempo presente, quando tutto è già accaduto da un pezzo, poi ci sono i capitoli che narrano i giorni alla ricerca di Jack (da quel venerdì al successivo giovedì del giugno ‘43), e poi ci sono i capitoli -stampati su carta grigia - che intervallano i precedenti, e che raccontano singoli fatti pregressi. Una struttura narrativa ben studiata, costruita su diverse linee temporali che si richiamano e si collegano agganciandosi l’una con l’altra con precisi richiami (al modico prezzo di un leggero stordimento temporale per chi legge). 
Grazie a questo intreccio dei tempi del racconto accadono contemporaneamente due cose. 
La prima: chi legge ha modo di conoscere fatti e antefatti della vicenda narrata procedendo con informazioni aggiuntive che i continui flashback forniscono di volta in volta. 
La seconda: con questo flusso di pensieri e di eventi, con questo andare costantemente tra prima e ora, Danny pare proprio impegnato a stendere ponti tra due sponde che improvvisamente si aprono sotto i suoi piedi, due rive che sembrano allontanarsi sempre più: l’infanzia (prima) e l’adolescenza (l’ora). Grazie a questo andirivieni, Danny può mettere insieme i pezzi di una nuova consapevolezza come se quei flashback fornissero anche a lui delle informazioni aggiuntive su se stesso e sul mondo. Un fitto lavoro interiore che, sulle tracce dell’eroe scomparso, lo porta a cercare risposte a domande che non si era mai posto prima, a fare i conti con la propria paura, con la lealtà, con le violenze nascoste, con le apparenze, coi pregiudizi. Danny scopre che la guerra è dovunque, sui campi di battaglia, ma anche nel suo Paese (Foggy Gap come gli Stati Uniti d’America) ancora invischiato nella segregazione razziale, nella paura che diventa complicità di chi sa e non dice, nella prepotenza dei potenti. O semplicemente nell’indifferenza condivisa, come quel giorno delle gemelle Coombs e del diluvio che se le stava portando via. 
E così Danny, che già conosceva la paura, scoprirà il (suo) coraggio. 
Qualche passaggio didascalico di tanto in tanto (soprattutto nel finale) non toglierà il piacere della lettura di questa storia ben raccontata, con un adolescente attento che abbandona l’infanzia aprendo gli occhi sul mondo. 
Ma Yonder? A Danny gliene aveva parlato Jack, e a Jack lo raccontava spesso sua madre. 
Yonder – raccontava – è “una città perfetta […]. Dove non hanno mai neppure sentito parlare della guerra. Con una tavolata che si stende sulla via principale, così lunga che non riesci a vedere da un capo all’altro. Tutti mangiano insieme. Nelle notti fredde accendono fuochi e la città intera si siede al tavolo a cantare canzoni e raccontare storie. E quando fa caldo, dormono tutti su amache tirate fra gli alberi”. Yonder, in inglese, “laggiù”. Una direzione, un’indicazione verso un luogo dove non siamo ancora, una lunga tavolata ancora da imbandire. 

Patrizia 

 “Yonder. Per sognare un mondo senza guerra”, Ali Standish, trad. di Anna Carbone, Mondadori 2025 


lunedì 5 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CLICK!

Abbi coraggio!, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2025 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"È troppa la paura 
mi blocca, mi circonda, 
è qui, mi paralizza, 
è forte, è profonda. 
È buio questo posto 
non so che cosa fare: 
restare qui non posso 
ma non so dove andare.
Non so cosa mi aspetta. 
Mi stringe nel suo morso 
quest'ansia che ha la forma 
di un gigantesco orso."

Bambinetta che cammina in un bosco. Al principio, si china a guardare il terreno. Ma quando l'intrico dei rami si fa più fitto, lei - che vediamo in trasparenza tra il fitto degli alberi - si ferma e ascolta. 


Sa di non potersi fermare, ma non sa che strada pigliare. E questa è la sua paura che cresce. Accelera il passo perché è proprio quella paura che le fa credere ci sia un orso alle sue spalle. La paura è come l'orso: c'è davvero. 
Se ne percepisce l'ombra che entra in scena e poi incombe sulla fuga di quella piccolina. Lei continua a correre, fino ad arrivare a una radura, dove, con le mani tra i capelli, disperata, non sa che in direzione andare: persino la sua ombra sembra confondersi e voler tornare indietro. E poi il buio delle immagini e solo parole in un crescendo di paura: 

annaspo, farfuglio, barcollo, oscillo... 
indugio, tentenno, arranco, vacillo. 

Il buio sta scendendo, nel bosco che si fa più rado c'è la luna piena che lo illumina. Lo rischiara a sufficienza perché la bambina trovi il coraggio di invertire la rotta, ossia fermarsi e girarsi verso il grande muso dell'orso. L'incitazione dell'animale - o forse della paura stessa - la rassicura e la cosa giusta che la bambina fa è quella di guardare l'orso negli occhi. Che forse vuol proprio dire fermarsi e guardare la paura per far arrivare il coraggio... 

E due! Il mondo è rosso - che usciva nel 2022 - aveva delle qualità così evidenti, almeno per me, che non poteva passare inosservato. E infatti non è successo
Le cose che all'epoca parevano convincenti erano almeno tre: la capacità di Teckentrup di usare colore, luce (ovvero ombra) e forme in movimento per creare in chi legge un ulteriore movimento, ma emotivo. 


La sua seconda abilità stava nell'uso calibrato al grammo del peso delle parole. Cesellate sulla pagina, senza sbavature. Laddove l'immagine accelerava, altrettanto battente si faceva la parola che, in alcuni momenti topici, aveva la forza di prendersi tutta la scena. 


Tutto corrisponde, anche in questo secondo libro. 
Il terzo valore ha a che fare con la questione sollevata. Lì era la rabbia qui è la paura! 
Quindi - confermate anche in questo secondo libro qualità e sapienza nell'organizzare le immagini sul foglio, qui come lì ci sono pagine di solo testo che hanno bisogno di lasciare per un momento da parte le suggestioni visive - mi pare davvero importante e condivisibile il lavoro fatto sul nucleo di senso che Britta Teckentrup mette nelle mani dei suoi lettori. 
Come anche per il libro precedente, la questione "paura" è spinosa e piena di rischi di far precipitare tutto entro i confini di una delle innumerevoli soluzioni consolatorie che si propinano ai bambini. 


Il fatto di rappresentare la questione attraverso un modo tanto leale e trasparente, pur usando una delle metafore più consuete, il bosco e il suo più grande abitante, l'orso, già questo mi parrebbe un buon motivo per festeggiare. 
Mi spiego: nelle misurate parole di Britta Teckentrup il bosco rimane bosco, non si incattivisce e non si trasforma per terrorizzare la bambina e anche l'orso fa l'orso, ossia la insegue. 
Ed è proprio qui che si sente il click, l'interruttore che accende la luce sul pensiero di chi scrive: bimba, attenta, che quell'orso mi sa che è la tua paura! 
E se così è, la cosa che ti può capitare potrebbe essere quella che stai per vedere: smettere di scappare, girarsi e guardarlo l'orso, o guardarla negli occhi la paura. Ed è proprio lì che arriva quella sensazione che ogni persona dovrebbe aver sperimentato almeno una volta nella vita: la forza del coraggio, o meglio ancora la forza del coraggio di aver avuto paura. 
A guardarsi dentro, giovani o vecchi che si sia, mi sento di sostenere che le cose vanno esattamente così come ci vengono raccontate in Abbi coraggio!
Fuor di metafora, non c'è una sola parola, un solo passaggio in cui ciascuno di noi, non possa riconoscere proprie esperienze trascorse. 
La paura fa correre, ma non si può correre sempre (alcuni lo fanno) e quindi tocca fermarsi, girarsi e affrontare il problema. E nel preciso momento in cui questo accade, da paurosi si diventa coraggiosi. 


Non credo sia banale, la cosa. Ragionare che coraggio e paura stanno in un unico pacchetto è - a mio avviso - una grande verità. Come pure sostenere, fin dal titolo, che la chiave non sta nel non aver paura, ma nel trovare da qualche parte un briciolo di coraggio per fermare la corsa. 
In tutta onestà, nessun coraggioso può dire di sé di non essere mai stato anche un fifone. Capito il meccanismo, il resto viene da sé. 
Provare per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Per quel che può valere, io ho fatto un gioco con me stessa: ho provato a ricordarmi una mia paura e ho provato a vedere, verso dopo verso, se mi ci potevo vedere dentro a quel crescendo di ansia e poi terrore. E tutto corrispondeva alla perfezione. E poi, mi sono anche vista fermarmi, nel momento in cui ho guardato "il mio orso" negli occhi. Ed è allora che la paura si è ammansita, lasciando spazio a un coraggio che mi son trovata in mano. E così sono andata avanti. 


Perché non giocarci anche con dei bambini?

venerdì 14 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI DI FAMIGLIA

Storie di paura
, Edward Marshall, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni)  

"'Andiamo giù in riva al lago” propose Lolly. 
'Lì si sta tranquilli e si può fare i compiti in santa pace.'
'Ottima idea!' approvò Spider. 'Troviamoci al lago alle sei in punto' disse Sam. 
'Se le nostre mamme ci danno il permesso.' 
Alle sei in punto al lago c’erano solo Lolly e Sam. 
'Forse la mamma di Spider non l’ha lasciato venire' disse Lolly. 
'Ecco che arriva' annunciò Sam. 
'Oh-oh' fece Lolly." 


Sono di nuovo loro. Più uno. 
Lolly, Sam e Spider, ai quali si è aggiunto il fratello minore di quest'ultimo, Willie. In quanto fratello piccolo non ha compiti da fare, al contrario degli altri tre. In quanto fratello piccolo è molesto, per contratto. Infatti è lì appeso all'albero sotto cui i tre stanno cercando di studiare la lezione. 
Sam prega Spider di tenere a bada suo fratello. Come se fosse possibile... 
Infatti è per questo che i tre decidono un secondo appuntamento per poter finire quei compiti: vedersi al tramonto in riva al lago, un posto appartato. 
Ammesso che le madri diano loro il permesso. E' storia nota che le mamme americane i permessi li danno più facilmente di quelle nostrane, così i tre si vedono al lago, ma... Willie è ancora lì. Spider non è riuscito a seminarlo e ora deve anche dare retta alle sue molteplici e petulanti richieste. 
Lolly, la ragazzina sveglia, escogita un piano: mentre scende la sera e il cielo si fa scuro, in riva al lago deserto, vicino al fuoco, circondati dal brusio del bosco che li circonda, sarà bello raccontarsi storie di paura e ancora più bello sarà vedere fuggire a gambe levate verso casa il piccolo e molesto Willie... 
Forse. 

Questa è la storia cornice che contiene i tre più uno racconti di paura. Uno di Lolly, uno di Sam, uno di Spider e uno di Willie che a casa a gambe levate non ci è mai tornato. 
Lo schema, salvo l'entrata in scena di un quarto personaggio, è identico a quello visto per Storie da spiaggia, in originale Three by the sea, che fa pure rima. 
Lì come qui sono tra loro concatenate, ovvero dove finisce una si ricollega la successiva. Più o meno. 


Qui, in Four on the shore, che rifa di nuovo rima ed è di poco successivo, le due cose che lievemente cambiano sono le relazioni interpersonali che un po' si complicano con l'arrivo del quarto, e il fatto che le surreali storie nonsense di un gatto e di un topo qui lasciano il posto a un più classico repertorio di storie del terrore: con lupi, streghe, fantasmi, punteggiato qui e lì dalle arguzie di Marshall: la prima delle quali è un piccolo siparietto tra moglie e marito in casa dei Lupi.


A parte la grazia dei disegni, in primo luogo lo scenario del lago che, con il passare delle ore, si scurisce sempre più fino a diventare notte, a parte le espressioni dei quattro ragazzini, uno dei quali sempre sorridente, mentre gli altri tre -solidali- sempre più perplessi e corrucciati o sardonici, a parte i loro gesti e le loro posture intorno al fuoco...


A parte tutto questo, la cosa che mi colpisce, in questa seconda uscita, sono proprio i personaggi che, se guardati in prospettiva, hanno inevitabilmente assunto un loro spessore maggiore rispetto a un anno addietro. 
Capita un po' la stessa cosa quando incontri una persona per la prima volta: certe cose non le noti. Ma già quando la rivedi in una seconda occasione, ti è più familiare. Per questa ragione, le serie - anche corte come questa che se non sbaglio ha solo tre titoli (aspettiamo il terzo!) - innescano nei loro lettori un gusto tutto particolare nel ritrovarsi e riconoscersi e volersi più bene. 
E se gli vuoi già bene, come a un amico, il libro e la sua lettura ti sarà più grata. 
E questa cosa quel geniaccio di Marshall e il suo compare Harry Allard la hanno sempre saputa, ragion per cui a loro si deve una galleria di personaggi che con un niente sono diventati di famiglia nelle case americane: Fox, George e Martha, o gli Stupids, oppure la già nota maestra Dolcini, alias Miss Nelson. 
In concreto, azzarderei qui alcune note in proposito. 
Cominciamo da Lolly, la bambina. Lei è quella sveglia del gruppo, quella che dà sempre la direzione. E anche qui non si smentisce. Lei è anche l'intellettuale del gruppo e anche la più sensibile al look, per cui sulla spiaggia era accessoriata il giusto e qui invece è perfettamente nel ruolo di una magnifica campeggiatrice hippie fuori tempo massimo (complice il falò sul lago?). 
Sam è il più convenzionale dei tre, un elegantone, un po' rigido e inappuntabile sempre, mentre Spider è quello più bonario nei confronti del mondo, e non a caso è lui ad avere un fratellino a carico. 
Ma le sue storie sono decisamente le più pulp. 


Ma, come si dice, buon sangue non mente... 
E questo è (di nuovo) tutto. 
Leggere per credere. 

 Carla

mercoledì 15 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MANO NELLA MANO


Io guardo ad Heidelbach come a una divinità mentre a Könnecke come a un vicino di casa, per questo mi sembra perfetto questo quattro mani con Carla, che Heidelbach me l’ha fatto conoscere lei. 
Questo libro inizia come un film horror coi fiocchi con la leggiadra mano di Ole: una famigliola felice, mamma e papà che stanno per uscire e i due pargoli, Boris e Celeste che, mano nella mano, sulla porta di casa li salutano felici. 
Boris è pettinato bene, Celeste è a piedi nudi. 


I piedi nudi non fanno mai presagire quiete e calma. La prima battuta di papà è rivolta al nostro fratellone: “Fai il bravo con tua sorella, Boris” 
Perché papà dice a Boris di fare il bravo, mi chiedo. Ma ha visto i piedi nudi di Celeste? Ha visto? Forse Boris si vuole vendicare di tutte le malefatte di Celeste? 
La mamma aggiunge: “Sul tavolo in cucina ci sono sogliola e spinaci.” 
Sogliola e spinaci? Ma io dico questi due conoscono i loro figli? Temo di no. 
Giriamo pagina e infatti.


Nelle due pagine successive niente Heidelbach, nemmeno un segnetto piccolino, tutto Könnecke col suo tratto magistralmente pulito e precisamente espressivo. 
La tensione sale per noi lettori, perché se arriverà Heildelbach, e arriverà, chissà come la prenderanno i due frugoletti. 
La serata dei due fratelli rotola velocemente verso la storia della buona notte che sarà, eccerto, una storia da brividi. Ci siamo. 
Da questo momento in poi il libro ha una tavola a sinistra di Heidelbach e una a destra di Könnecke. Boris racconta storie sempre diverse, ma Celeste non sembra per niente toccata, anzi. Lo scambio di battute tra fratello e sorella è veloce, lampante, sbalorditivo. 
Tanto a sinistra il tempo pare fermo e fiabesco, così a destra il ritmo è incalzante e imprevedibile. 
Con pochi dialoghi Könnecke riesce a raccontarci esattamente come sono Boris e Celeste e qual è il loro rapporto: Boris è al bivio che lo porterà nel giro di poco nel mondo degli adulti, è agli sgoccioli dell’infanzia, Celeste invece è nel pieno dell’esplosione bambina: pare ascolti Boris e invece va a chiedergli di un particolare (apparentemente?) insignificante, improvvisamente si mette a saltare, a urlare, a giocare, piange, ride a crepapelle, si intenerisce è incontenibile nella sua imprevedibilità. 


Boris ha un obiettivo chiaro e preciso, Celeste sguscia via ogni secondo: due infanzie ben diverse raccontate in modo magistrale e divertente. 
Boris alza sempre più il tiro delle sue storie, lasciandosi alle spalle la paura di non far addormentare la sorella, ma raccogliendone la sfida (questo fanno i fratelli!). Tanto più lui diventa davvero il maestro dell’horror, tanto più lei si stacca dalla realtà per entrare in pieno nel mondo della sua fantasia. Boris e Celeste lottano a colpi di storie e alla fine Celeste avrà l’ultima parola: si sono divertiti in questa lotta. 
Continuo a pensare, Carla, che Boris e Celeste siano un po’ come Könnecke e Heidelbach e che anche loro si siano divertiti. 
Ma ci siamo divertite anche noi. Vorrà dire qualcosa? 

La genesi di questo libro nasce nella testa di Nikolaus Heidelbach e nasce dalla constatazione di una rivalità, un po' simile a quella tra Boris e Celeste, che di fatto esiste tra i due autori. 
Si conoscono e si stimano da più di vent'anni, ma le loro storie, i loro libri sono in qualche modo in competizione. Sempre. 
Condividono un genere - il libro illustrato - e un pubblico - i bambini. 
Così un giorno Heidelbach ragiona sul fatto che sarebbe divertente mettere sulle pagine di uno stesso libro la loro competizione. Suggerisce un soggetto all'amico Ole: un fratello maggiore racconta storie a una sorellina, che però si annoia. A questo punto Ole corregge di poco il tiro, suggerendo all'amico che le storie raccontate dal fratello maggiore siano tutte storie di paura. I due si mettono a lavorare in parallelo: Heidelbach aveva già un testo, ma quando gli arriva quello di Könnecke il suo si accartoccia e si butta da solo nel cestino. 
La cosa che convince entrambi a mettersi vicini sulla pagina è il senso finale dell'intera storia, ossia l'innegabile piacere che si prova nell'aver paura. Sensazione che i grandi sembrano voler negare, ma che invece i ragazzini cercano come l'aria. 
Se questo è lo scheletro, è inevitabile che a uno tocchi l'aspetto perturbante e all'altro la comicità della situazione. In questo senso, Heidelbach, ha dichiarato, si sente molto riconoscente nei confronti dell'amico e del suo testo così ricco, per il materiale così vario che gli mette a disposizione: fantasmi, animali giganti, figure deformi, creature che stanno nell'ombra, piante carnivore, draghi figure di pietra inquietanti, dame senza testa. E via andare... 
Così come si è creato uno felice scambio tra Colonia e Amburgo, così altrettanto naturalmente ne è nato uno tra Cantù e Roma. Io, per storia personale e affinità elettive, scrivo di Heidelbach e delle sue creature ad acquerello, ossia guardo solo le pagine di sinistra che, già solo a vederle affiancate, stridono un bel po' con il fumetto che occupa quelle di destra. A destra, un costante cicaleccio, a sinistra invece incombe il silenzio, un silenzio pieno di presagi. 
Si susseguono le tipiche immagini 'frizzate' di Heidelbach nell'istante prima che qualcosa succeda. 


La bambina sul ponte di corda ha davanti un fantasma, ma la cosa che più terrorizza, ovviamente non è il fantasma, ma è quella lama di coltello luccicante che la ragazzina brandisce volitiva. Cosa potrebbe tagliare? Le corde del ponte o il tessuto bianco del fantasma? 
Ecco, l'Heidelbach che conosciamo e amiamo e che tanto solletica i ragazzi e tanto destabilizza i grandi. Quel suo dono innato di saper essere, con un segno serissimo e sapientissimo, ironico, addirittura comico, ma nel contempo inquietante. Indubitabilmente attraente. 
Se Könnecke gli offre con il testo un rospo gigante, Heidelbach se lo immagina incombente e silente alle spalle di una ragazzina, così piccola che ha bisogno di uno sgabello per cuocere la sua padellata di zampe di rana... ignara. 
Per ogni tavola, si rinnova il perturbante, molto più che la paura pura, che si percepisce nell'immagine nel suo complesso, ma che spesso trova conferma negli sguardi in tralice dei protagonisti in scena: uno su tutti quello della principessa in posa che di quel bel fiore rosa, citato nel testo, avverte la potenziale e imminente pericolosità. 
Ah, Heidelbach e questa sua straordinaria capacità di lavorare sul dettaglio, su quell'angolino che nessuno aveva notato, per creare il brivido: un cubetto di ghiaccio lungo la spina dorsale, qualsiasi cosa disegni. Altro che i racconti di Boris che non incantano neanche Celeste... 
Quella bambina che nuota ignara di ciò che la profondità dell'acqua nasconde, è lui stesso a raccontarlo, ha qualcosa di orrorifico ma anche di molto sensuale: il modello ispiratore, per questa immagine in particolare, ci dice Heidelbach, è stato un film degli anni Cinquanta che in Italia è uscito con il titolo Il mostro della laguna nera. Va da sé che l'autore tedesco ne consiglia caldamente la visione... 


E dunque Valentina cara, mi pare così inaspettato e nello stesso tempo divertente essere qui a scrivere a quattro mani con te di uno dei miei autori preferiti che si è messo in coppia con un altrettanto amato autore, che qui, solo apparentemente, fa la parte di quello "lieve" e "scanzonato", ma al contrario si dimostra ancora una volta un profondo conoscitore delle emozioni che attraversano l'infanzia. E non solo. 
Dunque: divertimento e sorpresa, per questo pezzo di strada che facciamo assieme, credo abbiano guidato anche quei due. Così diversi nei loro linguaggi figurativi, così diversi nei loro testi eppure felicissimi di essere assieme. Un po' come capita a quei due fratelli così agli antipodi, eppure imprescindibili l'uno per l'altra e viceversa. Così come il "mio" Heidelbach, si sente riconoscente nei confronti di Könnecke per quel testo così stimolante e divertente, e per quei disegni così pieni di tenerezza e attenzione per l'infanzia, così io ti sono grata di aver accettato, in quel giorno di metà novembre in cui mi whatsappavi Heidelbach secondo me è tuo, di scrivere questa recensione a 4 mani. 
Chiuderei così: Könnecke e Heidelbach han dichiarato che se non fossero stati assieme mai ce l'avrebbero fatta. Possiamo pensare lo stesso di noi? 

Valentina & Carla 

"Niente draghi per Celeste", Nikolaus Heidelbach, Ole Könnecke
trad. Chiara Belliti, Beisler editore 2024

venerdì 15 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LE PERLE SUL FILO

Il coraggio è cosa buona
, Wolf Erlbruch, Arne Rautenberg (trad. Silvia Montis) 
E/O 2024 


POESIA ILLUSTRATA

piccolo canto di coraggio da intonare da soli 

su trampolini ho visto mucche volare a saltelli 
poi maialini esercitarsi scattanti agli anelli 
formiche in slitta su gelato al caffè 
 così ho pensato pian piano tra me 
se ci credi ce la fai pure te! 

Il coraggio è cosa buona, è il primo verso della prima poesia che apre questo libro piccolo piccolo. 
Cos'è il coraggio è la prima di diciotto poesie che sulla questione ruotano e che Arne Rautenberg ha scritto, ispirandosi ad altrettanti disegni di Wolf Erlbruch, pescandoli dal suo magnifico repertorio di animali a pastelli.


A partire dal maiale in copertina, in procinto di fare un tuffo a bomba per arrivare, appunto, a quello che si tiene in equilibrio fra i due anelli, passando per i suoi consueti leprotti dalle orecchie esageratamente lunghe e per i moltissimi gatti, dagli occhi sgranati pronti allo scatto, oppure molto pensierosi davanti a una minestra sgradita. Per non parlare delle oche dal collo allungatissimo o dei cani sempre un po' ispidi, qui titubanti davanti a una doccia da cui scroscia acqua. 
Insomma, la gioia sta proprio in questa minuscola galleria di ritratti che hanno due pregi innanzi tutto: da una parte sono una piacevole e inaspettata sorpresa, perché di nuovi libri di Erlbruch pensavamo di non vederne più, visto che lui ha smesso di disegnare quasi due anni fa, perché gli si è fermato il cuore. Dall'altra, sono la prova provata che i suoi disegni hanno una tale carica narrativa, che basta guardarli per leggerci un sacco di cose dentro. E su queste, scriverne. 
Tale è la prospettiva che ha scelto Arne Rautenberg, stimato poeta tedesco, che li ha selezionati e poi infilati come perle su un filo (del discorso) che è unico: il coraggio. 
E così la "cosa buona" che è successa è che ancora una volta diciotto disegni di Erlbruch sono lì che fanno bella mostra di sé in un nuovo libro, dialogando felicemente con le poesie che Rautenberg ha deciso di scriverci attorno. 
Ogni immagine è per lui (ma anche per noi) trampolino di lancio, spunto per vedere oltre e dire anche altro.


Dall'assoluta mancanza di coraggio, quella che dimostra il piccolo coniglio sul bordo del trampolino, prima di un tuffo che forse mai farà nell'acqua sottostante che forse potrebbe essere piena di girini, al gran fegato che dimostra l'oca (!) che fa equilibrismi sopra i tetti dei palazzoni. Lei poco sforzo fa, perché anche se perde l'equilibrio le ali la salvano. Al contrario, quel pavido coniglietto a cosa potrebbe aggrapparsi? E come se non bastasse, alle sue spalle tremebonde si accalcano gli altri tuffatori. E così ci godiamo un altro po' di Erlbruch con la sua esilarante carrellata di espressioni su facce di animali: da quella evidentemente scocciata della porcella con la cuffia a quelle perplesse e spazientite di cani e gatti, fino a quella speranzosa dell'alce, l'unica a dare un po' di fiducia al povero coniglio. Lui, lì impalato, a macerarsi nella fifa. E, nel frattempo che lui si macera e cerca il coraggio per saltare - forse - tra i girini, la poesia di Rautenberg va avanti in un divertente elenco di casi in cui ci si trova di fronte al bivio tra paura e coraggio estremo: per esempio bere l'acqua dal vaso dei fiori o un buon frappè? o ancora scrivere una lettera d'amore o accontentarsi del premio di consolazione?


Questo libro è nato "podalico", al rovescio, almeno rispetto alla consuetudine: prima sono uscite le immagini e poi le parole che da queste si sono fatte felicemente guidare. 
Non tutte e diciotto le poesie hanno una loro perfetta rotondità, almeno in italiano: talvolta la necessità di una rima chiama dentro un diminutivo di troppo, talaltra il senso addirittura si annebbia un po', ma a parte qualche farraginosità, il guizzo interpretativo di Rautenberg sui disegni di Erlbruch riesce a coglierne e a valorizzarne l'ironia di partenza. E non solo. 
Penso al gattino sull'armadio, testimone di un bacio furtivo oppure ai due genitori davanti a un figlio inappetente, o ancora la rivendicazione forte del piccolo gufo di fronte a un'oca materna. 
Alcune poesie mi sono parse particolarmente riuscite e, guarda caso, sono quelle che al disegno si connettono senza troppa riverenza: alludo a cosa ti passa per la testa quando non riesci a dormire e a gocce di pioggia, che mi paiono entrambe autoportanti. 
Ma, in assoluto, il piccolo capolavoro di Rautenberg sta nell'essere riuscito a dare un senso, e che senso, a un'immagine di per sé meravigliosamente equivoca, che diventa per incanto simbolo di desiderio e nostalgia. 


Insomma, il raffinato gioco di sguardi al quale Elrbruch ci ha educato, quel suo puntuale e attento modo di raccontare l'umanità sotto mentite spoglie - un po' come ha fatto Toon Tellegen con i suoi animali nel bosco - dimostra di essere ancora e ancora pieno di linfa vitale. 

Evviva! 

Carla

venerdì 25 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ANCORA"SHOW, DON'T TELL". E SAUNDERS

Nonnamatta e la caccia ai mostri, Moni Nilsson, Anna Fiske 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Vado in punta di piedi nella mia camera per chiamare Nonnamatta con l'iPad. Dopo il papà, è la migliore che ci sia, perché è bravissima a giocare e a parlare e non si tira mai indietro davanti a nulla.
Nonnamatta è mia nonna e il suo vero nome è Marta, ma quando mio cugino Tarzan era piccolo diceva 'Matta' e da allora si chiama Nonnamatta per tutti. La chiamano così anche i suoi amici, cioè Fatima e quel musone di Ohlsson. Loro però sono barbosissimi, almeno a sentire lei. Dice che non hanno mai voglia di fare cose divertenti o spericolate. Preferiscono stare sempre in cortile a parlare di malattie, acciacchi e altre cose che li preoccupano. Nonnamatta ha paura di una sola cosa: di diventare noiosa e fifona come loro." 

Frasse non ha ancora sei anni e di paure, invece, ne ha parecchie. Quella che lo inchioda ogni notte è il terrore dei mostri. Si sveglia ogni volta urlando in faccia al suo papà che gli dorme accanto che un mostro lo insegue per farlo fuori... E come se non bastasse anche a scuola circola, nelle mani dei suoi più acerrimi nemici/amici, un librone in cui in ogni pagina c'è un mostro in bella mostra. 
E poi c'è la questione della festa da Pollicione: tipo pigiama-party, si dorme tutti da lui, ma come riuscirci con quel problema dei mostri nel sonno? Come può farcela il povero Frasse che dorme solo accanto al suo papà? L'unica soluzione è non andarci. Però è un vero peccato, no? 
Fortunatamente, però, nella vita di Frasse, c'è il giovedì, il giorno in cui Nonnamatta lo va a prendere (sempre un po') prima all'asilo per passare con lui il resto della giornata. 


Anche questo giovedì compare a scuola, ma questa volta non c'è un tranquillo pomeriggio di partitelle a carte e merende sulla coperta nel prato. Ascoltate le confessioni del nipote atterrito dai mostri, decide addirittura di fare con lui un viaggio di un paio di giorni per andare a visitare questo famoso bosco mostruoso, dove ogni creatura tremenda alberga. Davanti a Frasse si prospetta terrore e avventura in pari misura. 
Fatto lo zaino, si parte in treno, in cuccetta, e si arriva il mattino dopo in un luogo sconosciuto con un bosco bello fitto, al di là del quale... 

Nulla è mai fermo in questa storia. Tutto si muove e accade senza troppe spiegazioni. 
Già solo il fatto che sia diviso in capitoli che hanno, di due in due, scenari molto diversi tra loro crea questa costante sensazione di essere sempre un po' spostati di qua e di là. 


Poi come accade nella buona letteratura tutto si va a ricomporre in un unico quadro e altrettanto improvvisamente si esce dall'osservazione dei singoli fatti e si comprende il senso più profondo di tutto quello che è accaduto fin lì. 
In letteratura il motto anglosassone "Show, don't tell" trova un sacco di sostenitori, me compresa. Soprattutto quando mi interrogo su quali possano essere buoni ganci perché la lettura di un libro da parte dei più piccoli non sia vista come una delle peggiori condanne che vengono loro inflitte dai più grandi. Questa tendenza teatrale, ma forse meglio dire cinematografica, e aggiungerei poetica, applicata alla letteratura, funziona, soprattutto nei confronti dei primi lettori. Chissà che, in qualche misura, serva ad attutire il passaggio da quell'oggetto multiforme e multiparlante che è il libro illustrato, dove "il vedere" è previsto di default? George Saunders a proposito del tip "show, don't tell", scrive diverse cose molto sensate - tra le tante bellissime che ha scritto, scrive e scriverà. 
La prima: attenzione a non farne un dogma che ti prende la mano e si trasforma in un pilota automatico! 
La seconda: il "far vedere" - lo showing - ha il merito di tener lontano i concetti e le intenzioni palesi. Se facciamo accadere le cose senza troppe spiegazioni, stiamo per forza prendendo le distanze dai risultati overdetermined, sovradeterminati. 


Se non capisco male, questo modo di raccontare tiene lontano, guardando di fatto altrove, la didascalia sotto la figura, il messaggio. Che non viene escluso, ben inteso, ma allontanato almeno per un po'. 
Si confronti quanto detto all'inizio. 
Terza cosa: Saunders, che di sponda cita John Mcgahern, concorda su questo: "Penso che tutta la cattiva scrittura sia un giudizio e un’affermazione e che tutta la buona scrittura, in un modo o nell’altro , sia invece un suggerimento. Perché lasci da soli i personaggi e, attraverso le suggestioni e le immagini, metti nella mente del lettore la loro vita completa... e di conseguenza, ci sono tante versioni del romanzo quanti sono i lettori." (molto vicino a quanto detto a proposito del libro "L'occhio della montagna", o no?). 
Quarta cosa, che poi è un rilancio. Saunders suggerisce che per lui la soluzione che rende una scrittura interessante, stia piuttosto nella specificità. Quindi sia nel telling, quanto nello showing la tensione deve essere verso la specificity. 
E qui, in Nonnamatta, la si trova? Secondo me sì: in un nodo principalmente. Anzi, due. 
Prego riavvolgere il nastro ancora una volta fino alla frase di inizio. 
Dunque. Il primo riguarda la paura che diventa 'specifica' quando si declina - accanto a quella principale di Frasse per i mostri - con quella sotterranea della nonna, una paura che dopo i sessanta anni è abbastanza universale. Paura che arriva, bum, in un vagone o in cima alla scala, e che peraltro continua per molto tempo su altre scale, fino alla sua catarsi. 
E non direi una parola in più. 
Il secondo nodo ha a che fare con il concetto di mutuoaiuto tra un grande e un piccolo. 
Questione questa che nella letteratura del Nord, di norma, si dipana partendo da una visione assolutamente paritaria tra grandi e piccoli. Un adulto e un bambino valgono lo stesso, pesano lo stesso, se messi sui due piatti della medesima bilancia. La differenza tra loro è data dai ruoli. Uno fa il grande e custodisce e cura e mette cerotti, uno fa il piccolo e si sbuccia esplorando. 


Il bello che accade qui è, appunto, la reciprocità nel venirsi incontro a darsi un mano, ossia anche qui, come già molti altri fulgidi esempi di autori/trici nordeuropei, un piccolo può essere decisivo nel superamento di un ostacolo da parte di un grande, perché ha anche lui le sue personali fragilità e limiti.


E, bum, li ammette. 

Carla 

Noterella al margine. Sulla traduzione. Che io mi fidi e apprezzi Laura Cangemi, è roba nota. Dipende in larga misura dalla scorrevolezza che mette, dalla capacità di beccare i registri - e ne bazzica parecchi - ma anche, ed è qui il caso: carampana (nell'acc. 2 della Treccani), nell'uso di parole che sono nel mio lessico famigliare e che, sbagliando evidentemente, sento solo mie. 
Questi incontri mi stupiscono sempre, ma mi fanno subito sentire la Cangemi come una di famiglia. 

Noterella al margine². Sull'illustrazione. Dopo questo postone (post/pippone) non c'è stato il cuore di scrivere neanche una riga sul lavoro pazzesco di Anna Fiske. Ma lo avrebbe meritato. Magari, spero, non mancherà altra occasione...