Visualizzazione post con etichetta l'ippocampo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta l'ippocampo. Mostra tutti i post

martedì 30 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 


gennaio 2025

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2024 

perché

"Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. "



I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 

perché

"Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! "

febbraio 2025 


Ascoltami quando sto zitto, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 

perché

"Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. (...) Ma il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età."


L'odissea dei semi, Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

perché

"Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse..."


marzo 2025 


L’angolo, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 

perché

 "Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. (...) L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura."



(trad. Laura Cangemi) , Lupoguido 2024 

perché

"non offende mai l'intelligenza dei suoi lettori, con l'essere didascalico o retorico: fa succedere, o non succedere, le cose, descrive luoghi e abitudini con la consueta grazia, ossia portando il lettore a percepire per deduzione certa serenità diffusa. Sottilmente ironico, largamente affettuoso, con pochi dettagli messi in elenco è in grado di creare il necessario spessore di caratteri e situazioni. 
Insomma, questa percezione piacevole che si prova nel ritrovarsi fra conoscenti si riverbera nelle illustrazioni di Gitta Spee. Le sue tinte pastello, i contorni morbidi, le sfumature ovunque, certa dolcezza che dedica alle rotondità di Gordon e certa esilità che distingue Buffy in camicia da notte oppure con l'ambito berretto in testa, contribuiscono a rendere tutto così tanto accogliente, da non voler mai chiudere il libro per andare a fare altro. "


aprile 2025 


Oggi la parola è meraviglia, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern Pension Lepic 2025 

perché

"È un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme." 


Origine, Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

perché

"Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. La seconda, quello che ho visto accadere anni fa, durante uno dei festival cagliaritani di Tuttestorie, in cui Elena Iodice ha sussurrato nelle orecchie di frotte di bambine e bambine di immaginare i volti delle persone come fossero paesaggi ("Quaranta anziane/i sono stati fotografati per divenire volti/paesaggi, ispirati al lavoro dell’artista Tullio Pericoli, e poi “lavorati” dai piccoli con la loro fantasia e il loro sguardo unico. Ed ecco che le due età così diverse – infanzia e vecchiaia – assumono ognuna e entrambe un significato nuovo [...] per “entrare” nella grande poesia dell’incontro fra le due estremità del Tempo."Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi."


maggio 2025 


Martin lo scheletro
Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024

perché

"Potrebbe scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che sull’aspetto del tempo il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia."


Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare (trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) Iperborea 2025 

perché

"Alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie..."

giugno 2025 


Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli)  #Logosedizioni 2025 

perché

"Per la qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. "


Enigmi a tutti i piani. Criminali allo sbaraglio, Paul Martin (trad. Serena Tardioli) Il Castoro 2025 

perché

"Con noncuranza, metterlo in mano a ragazzini e ragazzine perché passino una bella estate, facendo nel contempo un atto rivoluzionario: si facciano vedere con un libro in mano. 
E, magari, alla fine constatare con rammarico che sono stati più svegli di noi nel risolvere i casi." 

[continua]

venerdì 18 aprile 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

UNA COSA SOLA 


"Per i bambini e le bambine moken, il silenzio è un segno di rispetto e un modo per comunicare con gli animali. Il destino degli inuit è legato a doppio filo a quello dell’oceano Artico. Popoli come gli ngāti hau, gli anangu o gli mbuti hanno lottato per decenni affinché i loro luoghi sacri – fiumi, montagne, boschi – venissero rispettati. La vita collettiva di questi popoli si basa sul principio della reciprocità, ovvero sulla solidarietà e sul mutuo aiuto, sulla moderazione e sulla gratitudine per quel che si ha. 

Le comunità indigene si prendono cura della natura perché la percepiscono come un essere vivente in cui vivono e che vive in loro, che è parte di loro stessi: è famiglia, madre, sorella, antenata." 

Questo si legge nella introduzione a questo libro, dal titolo così ricco di significati. 
La parola origine racchiude tanto la complessità del pianeta su cui viviamo e nello stesso tempo allude al fatto che ogni creatura che lo abita parte da un medesimo ingrediente condiviso, la polvere delle stelle. Una sola origine per tanti popoli differenti. 
Se si riflette su questo, accade che contemporaneamente siamo di fronte a tante diversità, eppure, davanti a un punto di inizio che è unico. 
Ah, se i più potesse tenere a mente questo pensiero... forse sarebbe tutto più semplice. 
Ma. 
Nel grande libro Origine, pubblicato per la prima volta da una delle più significative case editrici di lingua spagnola, Libros del Zorro Rojo, il ragionamento e lo studio decennale fatto da Nat Cardozo, magnifica illustratrice che lavora in Uruguay, su questo concetto così importante e complesso ha come esito questa magnifica galleria di ventidue diversi volti di bambini o bambine.


Ognuno di questi diventa ritratto di una appartenenza a un territorio, a una cultura. 
Ventidue popoli, detti originari, ossia che si sa abbiano abitato il luogo in cui vivono ancora oggi, fin dal principio, fin dall'origine appunto. 
Una selezione durissima e dolorosa deve essere stata per Nat Cardozo, visto che, gli studi di antropologia, attestano che a oggi le popolazioni originarie sono più cinquemila. 
Da piccole comunità di poche migliaia di individui, fino a più di un milione, tutti loro sono tenuti insieme non solo dalla comune radice "stellare", ma anche e soprattutto dal senso di rispetto e gratitudine nei confronti della natura che li circonda. E, purtroppo, nell'essere tutti tenuti socialmente ai margini da parte delle società più forti, nell'essere stati oggetto di allontanamento dalla loro terra, di imposizioni di credo religiosi diversi dai loro, di lingue che non sono quella originaria. 
Leggere per credere. 


Il libro, questo prezioso catalogo di facce e paesaggi, nelle sue pagine è così organizzato: in quella di sinistra, un titolo che allude alla popolazione e poco sotto la sua collocazione geografica e qualche dato sul numero di appartenenti alla comunità e la lingua parlata. Poi su due colonne c'è una narrazione che racconta il territorio, l'alimentazione, le abitudini, i rapporti all'interno del gruppo e le relazioni con ciò che li circonda. E ancora più in basso, perfettamente speculare alle quattro righe su geografia, popolazione e lingua, ci sono altre quattro righe in cui si regala al lettore un altra piccola informazione. 
A destra, l'intera pagina è occupata dal volto di bambini e bambine, attraversato ogni volta da un paesaggio differente.
Sfogliandolo si scopre che tra i !Kung vale la regola di non affezionarsi a oggetti o utensili, perché il loro nomadismo attraverso il deserto del Kalahari gli ha insegnato che è meglio "viaggiare leggeri" e si scopre anche che un sopracciglio piò diventare l'ombra di un baobab e le colline in lontananza sono capelli crespi. Si impara che il nomadismo acquatico della ragazzina moken, le fa dire che la barca su cui vive, il kabang, una vera e propria casa galleggiante, se ben curata sarà in grado di portarla dove lei vorrà. Solo in alcuni periodi dell'anno è saggio abbandonarla, ossia quando è più sicuro costruire e abitare piccole capanne sulla terraferma, aspettando che il monsone passi. E i coralli le circondano un orecchio.


Anche il bambino Evenki, nella taiga della Siberia, è nomade perché lui e la sua gente, popolo di pastori, seguono le renne e per le quali cercano i percorsi più sicuri. Dormono in tende e partono che non è ancora l'alba per andare a caccia, non prima di aver chiesto all'anima dell'animale che si vorrebbe catturare di stipulare con il proprio cacciatore un patto di lealtà. Il fiume al disgelo gli attraversa la fronte.
Nel mondo della bambina Cherokee sono sette i punti cardinali per orientarsi e tre i livelli dell'universo. E come darle torto: est ovest nord sud il sopra il sotto e il centro, e poi un mondo superiore, uno inferiore e uno di mezzo, in cui vivere. E due bisonti pascolano sulle sue sopracciglia.
Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. 


Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi. 
E qui entra la terza grande cosa: noi siamo la nostra storia. 
Io ci credo fermamente, e di questo mi sono convinta leggendo uno dei migliori libri di sempre (ovviamente fuori commercio), Gli ultimi giganti di François Place, pubblicato - sarà un caso? - da L'Ippocampo. 
Tutta la superficie del loro corpo, la loro pelle, era coperta di tatuaggi, che cambiavano nel corso del tempo, raffigurando, di fatto ridisegnando con i loro segni, gli accadimenti vissuti da ciascuno di loro. 
Va da sé che l'uomo troppo curioso che li ha scoperti, ha portato alla loro scomparsa. 
Beh, mi pare che qui il cerchio - quasi - si chiuda. 
Stando a quanto scrive Nat Cardozo, con la supervisione di María José Ferrada, c'è da chiedersi quanto il destino di Inuit, Bribri, Musuo, Ngati Hau e gli altri quasi cinquemila popoli originari sia affine a quello degli ultimi giganti... 

Carla 

"Origine", Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

lunedì 10 febbraio 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

STARE E (RE)STARE AL MONDO


Tutto quello che fa Cruschiform assume importanza ai miei occhi. 
Personalmente la cosa che trovo più affascinante nei suoi libri che conosco è, in primis, la sua capacità di catalogare, ossia di leggere e sistematizzare porzioni importanti del mondo, guardandone le caratteristiche. E restituendocele, dopo averle ragionate. 
E, in secondo luogo, mi piacciono proprio questi ragionamenti, ossia i criteri di catalogazione che utilizza, perché spesso non sono convenzionali. 
I cataloghi, lo avrò ripetuto mille molte, li trovo oggetti pieni di fascino. Mi piace sfogliarli e vedere come la realtà può declinarsi, ma soprattutto mi piace scoprire i criteri di visione che hanno guidato il catalogatore, nella scelta. 
Questo perché un catalogo non è un semplice elenco, ma una rielaborazione sistematica e selezionata di materiale omogeneo. E questo prevede necessariamente una scelta, una selezione. Infatti, la cosa che mi attira di un catalogo è il suo non essere mai esaustivo, mai completo, il suo essere per questo potenzialmente infinitamente implementabile (cfr. La vertigine della lista di Umberto Eco). 
Il catalogo di una mostra per esempio è l'esito finale di una scelta da parte dei curatori, che hanno scelto quell'opera d'arte e non un'altra per precisi motivi: cronologici, di stile, di argomento. Non ci sarà l'opera omnia di quell'artista. 
Il catalogo di una biblioteca contiene tutti i titoli presenti sugli scaffali di quel luogo, ma per ovvie ragioni essi sono la risultante di precise scelte da parte dei bibliotecari: questo libro sì, lo prendiamo e lo cataloghiamo, e questo libro no. Resta fuori dal catalogo.


Ecco, il pensiero che sta dietro queste scelte mi interessa. E il pensiero di Cruschiform che sta dietro i suoi cataloghi, mi interessa in modo particolare. 
Amo, a distanza di tanto tempo, Colorama come il primo giorno. 
Adesso c'è da amare un altro catalogo, un magnifico repertorio di semi. 
Si potrebbe ragionare sul perché colori e adesso semi. 
Beh, io me lo sono spiegata così: godono entrambi di immaginari immensi e tutti e due hanno molto a che fare con la vita. 
Ma torniamo ai criteri. 
Se si prova a capire quale sia quello che l'ha guidata nella scelta, direi che la parola Odissea sia imprescindibile. 
Difatti Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse... 
All'interno di queste ha fatto una ulteriore scelta: ad alcune dedica le due pagine iniziali di ogni macro gruppo. Per i sei-otto semi che sono tutti assieme in una unica pagina a destra, a sinistra - sotto la grande definizione del sistema di diffusione che le tiene assieme, compaiono numerate brevi boxini. 




Ad altre, che lei evidentemente giudica più interessanti, dedica una pagina intera, talvolta la doppia, e un titolo evocativo cui fanno seguito grossomodo sei righe che, pur non perdendo il sentiero della scienza botanica, danno di quel seme e del suo sistema una lettura piuttosto evocativa. In tal modo la magnolia diventa una cornucopia, la carota un nido al vento, il vischio un ingegnoso parassita, il fiordaliso il pane delle formiche e l'avocado è un bambino viziato. 


Credo che qui sia la chiave del successo di ogni buon divulgatore: quello di non perdere mai di vista il rigore e la verità nei confronti dell'oggetto di cui si parla, e nello stesso tempo quello di renderlo qualcos'altro, trasformarlo in qualcosa di evocativo, di metaforico, di simbolico. E quindi di comprensibile a molti, se non a tutti. 
E qui l'Odissea ci sta alla perfezione. 
In sostanza, e ancora una volta sotto metafora come fa anche Cruschiform, il divulgatore scienziato sa dove si trova il traguardo e conosce anche bene la via maestra che la scienza ha fatto per raggiungerlo, ma può decidere di prendere anche altri sentieri, deviazioni meno faticose e più consone, per portarci persone che di scienza non sanno. Bambini, in testa. 
In altre parole, deve incrociare tra loro i due linguaggi. 
Da qualche tempo mi capita di chiacchierare con un signore che di mestiere fa l'astrofisico e che ha deciso di fare con me un po' di strada, ogni tanto ci perdiamo ben inteso, ma la sua ricerca verso questi sentieri alternativi, uno di questi che lui predilige è la letteratura per ragazzi, mi pare divertente. 
Ecco, Cruschiform fa questo, ma per mestiere. 
E quindi qui ha trasformato in Odissea il viaggio dei semi. 
Una tassonomia simile a quella vista in Animali bellissimi! 
Quelli che viaggiano nell'aria, quelli che si fanno portare dal vento, quelli che vanno sul pelo dell'acqua, quelli che hanno bisogno del fuoco, quelli che senza le formiche sono spacciati, quelli che transitano nell'intestino degli uccelli (contenti loro...), quelli che si infilano nel pelo, quelli che hanno fatto della gravità la loro modalità, quelli che sono sparati lontano e infine quelli che siamo noi a portare qui e là... 
Ma siccome Cruschiform è Cruschiform qui la sua lettura non convenzionale si espande anche alle parti del libro: per intenderci, gli indici ragionati diventano Scorciatoie, e quello alfabetico si intitola Da una lettera all'altra. 
Da vedere sono tutte le scelte grafiche del libro - a partire dalla sovracoperta forata, alla font che utilizza, al color fiordaliso che si diffonde dai risguardi in poi. 
E naturalmente su tutto, il suo disegno di semoni e semini che, proporzionalmente hanno tutti il necessario spazio nella figura.
 

Leggermente stilizzati per tirarne fuori al meglio il loro carattere precipuo. Ma questa è storia nota. 
Libro necessario per crescere con menti avventurose, come quelle delle piante. 

Carla 

"L'odissea dei semi", Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

martedì 31 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 

 luglio 2024 


Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) Pension Lepic 2021 

 perché 

"la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre.


Papà ha perso la testa, André Bouchard, Quentin Blake (trad. Fabio Regattin) #Logosedizioni 2024 

perché 

"La scintilla che accende le storie di Bouchard è sempre molto luminosa e questa forse lo è ancora più di altre: partire da un assurdo assoluto, da un paradosso, impensabile purché comprensibile, quindi stravolgere o meglio capovolgere la realtà in un colpo solo, quindi rimettersi in piedi e riguardare tutto da un punto di vista consueto che però a questo punto assume i toni del grottesco e del comico. Cosa ne deriva? Umorismo allo stato puro." 

 agosto 2024 
 




perché 

"Se nell’uno veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, nel secondo il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità.


Nino, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari), orecchio acerbo 2023 

perché 

"La permeabilità dei mondi... Qui, in modo molto esplicito, Brouillard ci dice che tra realtà e immaginazione il confine è labile e forse addirittura non esiste. Guardarsi, sorridersi e riconoscersi - animali del bosco e bambino con peluche - attraverso un unico diaframma, invisibile di fatto, ossia una vetrata. Troppo poco perché non siano tra loro comunicanti." 

settembre 2024 


 Ö, Guridi, Kite edizioni 2024 

perché 

 “Da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole -guida- che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato.”


Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió 
(trad. Federico Taibi) L'Ippocampo 2024 

 perché 

"Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola... Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità."

ottobre 2024


Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi  Kite edizioni 2024  

 perché 

"A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono.  Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco."


CRAC, Matteo Pompili e Lorenzo Monaco, ill. Luogo Comune, Camelozampa 2024 

perché

"Il risultato di questa collaborazione può dirsi riuscito nel felice compito di aprire orizzonti di curiosità, stimolare connessioni tra le conoscenze e mettere in relazione la vita propria e quella dell’universo intero. Ma in tutta questa vita che si spezza e che continua notiamo subito una grande assente. La parola morte non appare mai (nessun lombrico vorrebbe cedere al becco di un merlo, per es.), le immagini raffigurano scheletri di animali estinti e un uccellino giace sul terreno visibilmente senza vita, ma nulla di più. Che sia una scelta evidentemente ponderata ce lo conferma, su esplicita domanda, Matteo Pompili: "La nostra intenzione era quella di arrivare anche al concetto di morte, ma senza forzature e con leggerezza. Quando dopo la lettura - a immagini sedimentate - gli insegnanti lavorano coi ragazzi sul libro però ci siamo accorti che emergono proprio questi aspetti: la perdita temporanea o duratura di adulti di riferimento e la volontà di farcela e di diventare autonomi nonostante quanto accaduto. Insomma, CRAC è anche un libro che suggerisce di accettare le perdite e di “danzare” nonostante esse.""

novembre 2024


Qualcuno mi aspetta dietro la neve, Timothée De Fombelle, Thomas Campi (trad. Maria Bastanzetti) Terre di Mezzo 2024 

perché 

"quella bella lingua universale, alla quale De Fombelle ci ha abituato, qui è centellinata. E' il silenzio, a parlare. Sono così tante le cose non dette che però baluginano tra le parole, che il lettore che nei libri va cercando qualcosa che non sa, qualcosa che non sta in evidenza sul piatto della pagina, qui ha di che saziarsi. A parte i due fili narrativi, quello che racconta della rondine e quello che racconta del corriere, a parte 'la quadratura del cerchio finale' su cui si può solo tacere, sono molti altri quelli che illuminano con lo scopo di dare quella profondità di visione, che un buon libro deve avere con sé. Per essere ancora più chiari forse ha senso entrare nel merito, almeno in due casi, quello di Freddy D'Angelo e quello di Gloria. Anche i loro nomi hanno un senso..."


Le piccole astuzie, Deborah Ellis (trad. Federico Taibi) 
La nuova frontiera junior 2024 

perché

"Ellis, come se avesse una torcia in mano, illumina in modo puntiforme solo ciò che vuole. Mette i suoi lettori di fatto dentro una stanza in penombra: la penombra è il misterioso antefatto, che ignoriamo quasi del tutto. Proviamo a intuire cosa si agita nella stanza, ma ci muoviamo a tentoni. La Ellis dà una illuminatina sulla rabbia di Kate, uno sprazzo di luce sulla severità e intransigenza della nonna. Ma noi ancora brancoliamo. E la cosa curiosa è che anche la stessa protagonista, in larga misura, brancola con noi su larga parte del contenuto della stanza: una buona porzione del passato della sua scombinata famiglia, lei la ignora."

dicembre 2024


Albero. Tavolo. Libro, Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll) 21lettere 2024

perché

"E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. "


Il primo Natale di Babbo Natale, Mac Barnett, Sydney Smith (trad. Sara Ragusa) Terre di mezzo 2024 

perché 

"questo è il grande gioco della letteratura, del teatro, del cinema! Tutti siamo consapevoli che quello che stiamo leggendo, vedendo o ascoltando non è veramente così, eppure ci crediamo (Coleridge rules!), ovvero ci piace crederci. E quindi anche BN in persona entra a far parte del grande gioco della finzione. Proprio lui che è - diciamolo a bassa voce - la quint'essenza della finzione, la finzione per antonomasia."

[fine]

venerdì 11 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

THE BOOK OF WONDER

Monsterium
, Junaida (trad. Asuka Ozumi) 
L'ippocampo 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Sin dall’alba dei tempi, il Monsterium era in viaggio per monti e per valli con a bordo le più strane creature. 
In una notte calma e silenziosa, mentre il Monsterium russava della grossa, la strana combriccola sgattaiolò via nel mondo di fuori. 
Cammina cammina, i mostri giunsero in una bella città e si misero a gironzolare per le strade. 
A quella vista grandi e piccini corsero a rifugiarsi in fretta e furia dentro casa." 

I genitori rapidi portano i loro bambini al sicuro e chiudono a chiave le porte delle case. 
Uscire è loro proibito. Le strade della città sono molto pericolose, a detta dei grandi. 
Quei tre fratellini però non ci stanno volentieri rinchiusi dietro i vetri di una finestra, dietro il legno di una porta. 


Il fatto è che per giorni e giorni i mostri vagano lenti lenti per le vie. 
I tre piccoli sono davvero stufi e quindi decidono di "evadere" con gli strumenti che hanno: uno scatolone di cartone sembra proprio una corriera che li porterà in un salto fuori di lì. 
Poi un palloncino potrebbe diventare una mongolfiera che dal cielo fa vedere loro il mondo dall'alto. Comincia così il loro viaggio tra cielo e terra, tra arcobaleni e alberi altissimi. 
Poi una voce molto terrena urla: il bagno è prooontooo! Ma il viaggio prosegue. Adesso li spinge ad arrivare fin negli abissi più profondi dove, un rumore sordo e indecifrabile, una sorta di bisbiglio costante attira la loro attenzione... 

Ecco. Gli abissi più profondi sono - quasi inevitabilmente - il luogo ideale per entrare in contatto con il mistero che avvolge la storia di questa città, invasa pacificamente da una schiera di mostri che ciabattano sul selciato delle vie cittadine. Da giorni e giorni. 


Complice il cambio di scenario nella giornata di quei tre solari bimbetti, che adesso devono farsi il bagno, i due mondi, che i grandi hanno cercato di tenere separati con ogni mezzo, si toccano, si incontrano e si piacciono. 
Va da sé che ciò che è mostruoso per un adulto lo è molto di meno per un bambino di larghe vedute... 
Questo è il primo libro che approda in Italia. Junaida, artista giapponese, verrebbe da dire un esteta della carta stampata, dal 2011 - anno più anno meno - pubblica delle vere meravigliose fantasmagorie visive. 
La maggior parte delle quali out of print. 
Il libro Monsterium viene pubblicato in Giappone nel 2020. 
A giudicare dai libri che lo seguono e da quelli che lo hanno preceduto, sembra rappresentare una piccola eccezione nello schema piuttosto consueto di Junaida: è un libro con un testo e una narrazione, seppur molto misteriosa e suscettibile di diverse chiavi di lettura, ma pur sempre una narrazione. 
A partire da Undarkness del 2021 fino a risalire a ritroso fino al 2011 con Train Rain Rainbow (un magnifico titolo per un leporello che lascia davvero senza fiato e che nelle sue figure fa esattamente la stessa cosa che fa con il titolo: le trasforma) i suoi libri sono piuttosto silenziosi. 
Si tratta - nella stragrande maggioranza dei casi - di veri e propri cataloghi, repertori di figure, ossia sequenze di immagini che occupano la singola pagina o la doppia e sono tenute insieme da un filo rosso tematico: da Lapis - Motion of the Silence (2015) fino a Home (2013) o Hug, di un anno precedente. Tutti, ma proprio tutti potrebbero stare perfettamente sotto un paio di titoli che ha dato già a 2 suoi libri: The Book of Wonder (2011) e Imaginarium (2019). Quest'ultimo è anche oggetto di una sua mostra personale. Tutti infatti raccontano un ricchissimo, strabordante, immaginario e tutti sono libri della meraviglia, Imaginarium e Book of Wonder, appunto. 
Monsterium, ammesso che si possa parlare di debolezza, ha nel testo il suo tassello meno robusto. Al contrario, le immagini sono in linea con gli altri libri precedenti in cui Junaida costruisce un fittissimo intreccio di forme che sembra avere radici nel Surrealismo, ma anche in autori con Escher, soprattutto per il suo gusto per la costruzione impossibile, assurda eppure riconoscibile nei singoli dettagli che la compongono. Il piano e lo spazio spesso si confondono. 
Anche qui è di nuovo un repertorio di forme, capaci di alludere a immaginari anche molto diversi tra loro.
Alcune sue costanti ritornano: il gusto per la visione dall'alto che è una sua cifra anche in Monsterium compare per dare corpo al silenzioso e lento corteo dei mostri. Il gusto per le architetture impossibili.
E ancora: grande manovratore del colore, gioca sul nero per la copertina irresistibile, e per "il fuori", ossia il cielo della città invasa e per il mare. 
A questo corrisponde una sorta di technicolor per le scene del "dentro", gli interni in cui i protagonisti danno vita al loro viaggio immaginato. 


Ma in assoluto la parte migliore è un altro suo Leitmotiv,  il "catalogo" di mostri che, in un primo momento, sono nascosti nel loro Monsterium, sorta di grande palazzo su sei zampe (la baba jaga qui non credo sia casuale citarla) e poi, fuggiti alla chetichella mentre il loro palazzo su zampe dorme, si snodano in un corteo composito come una variopinta sfilata di carnevale. 
Nessuno di loro inquieta, nessuno di loro fa paura, nessuno di loro è orrendo. Al contrario, il sentimento che generano nel lettore è quello della curiosità mescolata a una diffusa tenerezza.  


E questo lo sanno molto meglio i bambini dei grandi.
Come spesso succede. 

Carla