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mercoledì 22 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SORRISI E LE ZANNE


Che ci si trovi di fronte a un capolavoro ci avvisano fonti autorevoli fin dalla quarta di copertina. Jon Klassen afferma che "Il Ponte è così tante cose insieme: molto divertente, molto misterioso, molto bello, e come nessun altro libro che abbia mai visto. Diventa più profondo e più strano a ogni lettura: una vera trappola fantastica". A lui si aggiungono gli Hamelin, a sottolineare come Eva Lindström giochi con gli stereotipi e le aspettative, divertendosi ad abbatterli. 


È tutto vero. Il ponte è un dispositivo misterioso che, dietro le reazioni di perplessità che potrebbe suscitare a una prima lettura, nasconde molto altro. 
Qui più che in altri casi, la questione si fa rarefatta: una manciata di pagine che scorrono veloci, una palette di colori ridotta e rigorosa che richiama certe atmosfere di fine inverno, protagonisti laconici che attendono, e mentre attendono si scambiano scarni dialoghi bevendo caffè in tazze che mi piace immaginare di sottile porcellana bianca. 
Chi può, pensi a Beckett, ad attese sconsolate che si fanno carne ed esistenza. Chi lo sente nelle sue corde, come la sottoscritta, ricordi Lynch: la sua fiducia incrollabile nelle cose che non si capiscono immediatamente, il suo corteggiamento infinito e circolare per il dubbio come stato mentale privilegiato. 
Il lettore più innocente e ben disposto, da parte sua, attraversi l’albo armato di coraggio, perché ci si caricherà di una tensione quasi fastidiosa, passando da una pagina all’altra con un senso di allerta tanto presente quanto apparentemente immotivato e, per certi versi, insoddisfacente. 


Ma quali sono gli elementi che favoriscono la costruzione di questo clima?  
Cosa intacca quel senso di sicurezza con cui si attraversano solitamente le storie custodite negli albi, anche quelle apparentemente più paurose? 
Quali scelte narrative ed estetiche questionano il patto di lealtà che si stabilisce tra autrice e lettore, attraverso cui si accetta di seguire chi racconta ovunque voglia perché si presuppone che entrambi giochino con le stesse regole? 
La questione da cui scaturisce la storia, innanzitutto, è fin troppo semplice per non insospettire: ci dovrebbe essere un ponte, che però è guasto e deve essere aggiustato, e quindi è necessario aspettare. C’è un maialino che dovrebbe attraversare per essere da qualche parte, a nord, entro una certa ora. C’è una coppia di lupi, piuttosto solerte nell’offrire ospitalità al maialino, in attesa del ripristino dell’infrastruttura. 


Ci sono elementi che informano in direzioni opposte e contrarie, riverberando una sottile dissonanza: il tratto infantile e la postura narrativa sofisticata, il maialino e il lupo, l'accetta e lo spartito, l'apparente disposizione di una fin troppo evidente trappola e i gesti di un'accoglienza accurata e genuina. 
I sorrisi ci sono. E le zanne. 
Anche la costruzione delle illustrazioni è gravida di elementi che destabilizzano subliminalmente un quadro della situazione statico fin quasi all’immobilità: la difficoltà di lettura del paesaggio, per cui è arduo capire dove sia il fiume, dove la strada; le finestre del salotto in cui viene accolto il maialino, aperte verso l’esterno della casa, ma anche spalancate oltre il margine fisico della pagina; la disobbedienza alle leggi della prospettiva, che sovverte la rappresentazione dello spazio fino al limite consentito, oltre cui il pavimento sembra inclinato e le pareti deformate fino alla verticalità, il frequente cambio di punto di ripresa della stanza. Tuttavia, nessuno di questi segnali, pur suggerendo una direzione probabile della narrazione, prende davvero forma. 


L’attrito sotterraneo che caratterizza tutto l'albo si manifesta nell’attesa. Ma quali sono davvero le entità che entrano in contatto e lo provocano? E soprattutto: chi è il vero interlocutore di Lindström, o meglio, dove sta la parte che sembra mancare al racconto ma che in realtà lavora incessantemente al suo fianco nella costruzione dell’intero dispositivo? 
Gli elementi collocati sapientemente pagina dopo pagina possono fare quello che fanno solo tramite la collaborazione di un interlocutore che possieda tutta quella parte del combustibile culturale capace di prendere fuoco attraverso gli inneschi predisposti dall’autrice. Sappiamo per tradizione che il lupo dovrebbe mangiare il maialino, sospettiamo per questo di ogni gesto di gentilezza e leggiamo ogni mossa con la consapevolezza della probabile fine della storia e un'aspettativa quasi incrollabile. 
A citare Čechov, diremmo che ci sono fin troppi fucili. 
Ed è qui che interviene l'autrice: disattendendo, smantellando, decostruendo. Sottraendoci al gusto della previsione, Lindström ci coinvolge in un gioco che è soprattutto suo: non è la mera rendicontazione di fatti avvenuti secondo uno schema prevedibile perché condiviso, ma una riflessione profonda su quello che una storia è e sul ruolo che ha l’autore nel farcela attraversare.  


Il ponte può permettersi di iniziare in medias res perché si fa forte di una narrazione che il lettore fa per conto suo ancor prima che l’albo abbia inizio, deducendo dal contesto quello che viene dato per scontato: che il maialino sia il protagonista, che sia lui a dover attraversare il ponte e, soprattutto, che il ponte esista.  
Solo approdando alla quarta di copertina, dove occhieggia quella frase che potrebbe essere riferita a ogni lettore in procinto di attraversare un libro "Ecco qui qualcuno che deve attraversare il ponte" capiamo la sublime metafora a cui abbiamo partecipato e il ruolo che abbiamo avuto. 
Perché nemmeno la disposizione della sequenza narrativa nella struttura libro è esente dalla magica opera di dissoluzione dell’armamentario di previsione che Lindström mette in atto. E se la struttura libro solitamente ci informa per convenzione e con esattezza del suo inizio e della sua fine, la disattesa più sublime è proprio quella del titolo, che ci inganna sottilmente utilizzando le nostre stesse cecità di lettori.  Non c'è infatti nessun ponte, o forse sì, e lo abbiamo appena attraversato… 


Giorgia


 “Il ponte”, Eva Lindström, (traduzione di Laura Cangemi), Camelozampa 2026 





mercoledì 24 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SOGNATO, MA NON DA NOI 


Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo, 
perché chi più dormiva più sognava. 
E i sogni erano la sola materia di cui era fatto il cosmo. 

Fin dal titolo, questo albo dichiara di porsi in contrasto con la vulgata di valori e credenze che sembrano andare per la maggiore. Nonostante la scienza ribadisca che il sonno sia un momento importantissimo per la costruzione del cervello, siamo culturalmente più propensi a pensarlo come tempo perduto, inattivo, una stasi contraria alla produttività frenetica a cui tutto, nel mondo occidentale, viene ricondotto. Persino l’infanzia. 
Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo è un'affermazione che in primo luogo sconcerta o quanto meno incuriosisce proprio per come pone una distanza con i valori attuali e pervasivi di efficienza e produttività, anteponendogli i sogni, intesi come materiale per la fabbricazione del reale. 


I sonni lunghissimi e potenti di cui qui si narra sono infatti necessari per sognare. E ogni sonno corrisponde a una cosmogonia privata, in cui il mondo esiste internamente, tanto più intero quanto più lungo è il sonno. Alcuni affermano che il signore del creato fosse l’Orso bianco, altri che fosse il Ghiro, re del letargo. Altri ancora attribuiscono la genesi del tutto alla Pecora della Mesopotamia, che non ha mai aperto gli occhi. 
Non l’uomo, quindi, come consueto ideatore di ogni cosa, ma una pluralità di animali, ognuno produttore di materia onirica specifica, ognuno con il proprio verso, in cui è possibile muoversi e incontrarsi. Ed è proprio qui, in questo guazzabuglio, che appare l’uomo. Dopo aver preso forma nel sogno di un gorilla, l’uomo passeggia nei sogni degli altri animali e inizia a produrre i propri suoni, dando forma alla parola e alla seduzione che dal linguaggio deriva. È qui, nel sogno degli animali, che un bel giorno l’uomo si spazientisce, forse per noia, forse intuendo l’esistenza di un altrove. Non ricevendo risposte soddisfacenti, l’uomo urla e il suo urlo interrompe fatalmente il sogno degli altri animali. 


L’enigmatico testo di Massimo D’Anolfi emerge dal complesso ed enciclopedico docu-film Bestiari Erbari Lapidari, di cui Massimo D’Anolfi è regista assieme a Martina Parenti. Si tratta di un'esplorazione in tre atti del regno animale, vegetale e minerale. Mondi accanto ai quali spesso camminiamo senza essere in grado di prenderli interamente in considerazione. Supportato dalle tavole dinamiche e altrettanto evocative di Giulia Pastorino, D’Anolfi si avvicina e ci avvicina a una riflessione sull’interdipendenza tra immaginazione e realtà, definendo la prima come materia primigenia da cui tutto il resto deriverebbe in seconda battuta. 
Viene anche detto in modo chiaro nella dedica: 

Sogno e poesia muovono, malgrado le apparenze, il mondo. Non smettete di crederci e continuate a sognarlo”. 

Si pensa allora all’albo Le terre immaginate (Il libro delle Terre immaginate - L'ippocampo Edizioni), che tanto efficacemente racconta il passaggio dalle concezioni filosofiche delle terre che hanno preceduto le scoperte scientifiche e oggettive; si pensa ai sogni e alle intuizioni che hanno preceduto e precedono la strutturazione di ogni conquista tecnologica; si pensa a quella voce che ci tende come lance fin dall’infanzia e che ci si augura sempre possa trasformarsi e trasformarci in realtà. Si pensa a quel luogo impalpabile collocato all’interno di ognuno, in cui le cose esistono prima di esistere. 
Si pensa anche a come l’immaginazione possa essere invasiva e infestante, tornando al giorno in cui il primo film della saga di Harry Potter si è portato via tutti i singoli maghetti che avevano albergato nella fantasia di ogni singolo lettore; si pensa a come ogni sogno strappato al sonno e condotto nel reale comporti la perdita di tutti gli altri, ridefinendo il contorno sfumato di concezioni mai del tutto coincidenti, dotandole magari di nomi, struttura, consistenza. 
Perché questo accadde, quando l’uomo uscì dai sogni iniziando a vivere con gli occhi aperti:

...il mondo smise di esistere per come lo avevano sognato la Tigre, la Volpe, la Zebra, la Giraffa, il Rinoceronte l’Ippopotamo, il Gufo, l’Orso, il Cavallo, il Cane, l’Elefante, il Maiale, l’Aquila, la Formica, la Balena e tutti gli altri animali…


Molti sono i ribaltamenti messi in atto nell’albo per questionare se non addirittura scardinare il pensiero comune che l’umano sia il solo a sognare e che solo per questo abbia il predominio anche nell’immaginazione. Del sonno abbiamo già detto, ma che dire degli animali come creatori, oppure del fatto che l’uomo non sia scaturigine di invenzione e invenzioni ma anello di un processo onirico sognato dal gorilla? Pure aprire gli occhi viene inteso come una soglia oltre la quale avviene la perdita di innumerevoli mondi interiori. Questo è il costo del risveglio: una realtà che appare più oscura del sogno stesso.


Cambiare prospettiva, conferire dignità a sogni di cui nulla si conosce e con cui è impossibile interferire, percepire come reali tutti i mondi potenziali ancora senza collocazione: questa pare essere l’unica strada per poter sperare in qualcosa di non ancora conosciuto. Tornare a sognare diventa nell’albo un atto di ribellione silenzioso e necessario, l’unica alternativa alla vera morte per tutti gli animali sconosciuti e senza nome. E forse questo è il dono misterioso e controcorrente che viene condotto al termine dell’albo: l’esortazione ad abbandonare il controllo esclusivo di quello spazio futuro che è deputato alla visione. E se gli animali non ancora nomenclati sono per l’autore gli insetti e in generale quelle parti dei regni naturali che non sono state sufficientemente esplorate, si intravede per chi legge la possibilità di confidare in quelle categorie subalterne, fortunosamente ai margini della visione precisa e cosciente dell’uomo, per la nascita di qualcosa di nuovo. 
Un sogno non ancora sognato, oppure sognato, ma non da noi…


Giorgia

“Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo”, Massimo D’Anolfi, Giulia Pastorino, Terre di Mezzo 2026 
“Bestiari Erbari Lapidari” regia Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2024 
“Il libro delle terre immaginate”, Guillaume Duprat, L’ippocampo 2012

mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

venerdì 24 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RESPIRA!

Atman! La via per tornare a casa mia
, Bart Moeyaert, Mark Janssen 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2026 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)
 
"L'uomo mi guardò, dall'alto in basso. 
Poi disse: 
'Sai, bella domanda la tua. 
Ma la risposta io non la so. 
La tua casa potrebbe essere ovunque. 
Quindi: boh?' 
'La porta ha una fessura per la posta 
e quando arriva posta, per noi è sempre festa. 
La porta è rossa, a destra c'è una finestra. 
E dietro la finestra c'è una bestia.' 
Gli sembrò strano, pensò che fossi matto." 

Era andato a comprare il pane dal solito panettiere, quando capitò questo fatto strano: la via di casa era smarrita... 
Suo papà lo aveva mandato a fare quella commissione e ora lui è lì con quel fagotto tra le mani e non si sa più orientare. Non serve descrivere con minuzia come è fatta la sua casa, quell'uomo che ha fermato per strada non sa aiutarlo, se non dicendogli di gridare forte e chiaro aiuto, alzando bene le braccia solo, e sottolineo solo, in caso di pericolo tremendo! 
Ed eccolo, il pericolo tremendo: quella donna dal passo svelto con una fune rossa in mano che lo rapisce e lo porta sulla sua nave dei pirati pronta a salpare verso il grande mare. 


Comincia così qualcosa che ha il sapore di un'avventura - forse tutta nella testa, ma forse anche no - di un bambino che cerca di ritrovare il posto caldo ed accogliente che chiama casa, dove papà lo aspetta e anche la bestia, il gatto! 

Fin dal titolo, questo libro canta e respira a tempo come succede alla poesia e alla musica! 
Ragione per la quale è tassativo leggerlo ad alta voce, anche da soli! 
Un racconto che parte da una sensazione molto precisa: perdere qualcosa crea spaesamento. Ai bambini, è lo stesso Moeyaert a ricordare netta la sua sensazione da piccolo nel momento in cui anche un semplice sassolino andava perduto, perdere non piace. In questa occasione a perdersi non è un oggetto ma un bambino. 
Da un dato di realtà il racconto si stacca ben presto e decolla verso un viaggio immaginario o immaginato, molto avventuroso che lo porta sul mare, sotto il mare, nella foresta, e poi di nuovo in alto, attaccato all'albero maestro di quella stessa nave di pirati che lo aveva gettato ai pesci... 
Ma poi - chi lo ha detto che i pirati non hanno un cuore - la piratessa, la capitana, quella con la benda sull'occhio lo sbarca sul molo cittadino e lì a trovarlo è una bambina, bendata anche lei, che gira per ogni dove con il suo monopattino e una carta stradale che le permette di possedere un'intera città, tenendola in tasca.
Concepito come testo per un'opera musicale (!) per il Teatro Nazionale di Opera e Balletto di Amsterdam, Atman! è tante belle cose insieme. 


La principale è la sua musicalità. Laura Pignatti ha fatto davvero un gran bel lavoro nella traduzione, producendo rime e assonanze a ogni rigo, per rispettare quanto più possibile la musicalità dell'olandese originale: un libretto di un'opera lirica. E inventandosi per far parlare la piratessa un grammelot veneto/portoghese che è uno spasso al pari del ritratto che ne fa Jannsen con le sue matite. 
Ascoltarlo, quasi a prescindere da quello che si racconta, genera sorrisi e meraviglia per le soluzioni trovate. Brava! 


L'altra cosa bella che succede sta nel sottotesto. Una bella riflessione su cosa significhi "casa", su quali siano gli elementi che determinano in una persona la percezione di trovarsi in un luogo protetto e familiare. In questo Moyaert si fa carico di espandere il più possibile il concetto e, sebbene lo metta nella bocca di un solo ragazzino che è andato semplicemente dal panettiere a comprare il pane per pranzo, riesce a dare della questione una dimensione universale. 
Nel sottotesto si discute anche di nostalgia, malinconia e di smarrimento e inquietudine. 


Così come belli sono pure i disegni. Ogni tanto una tavola doppia, un vero e proprio fondale, uno scenario, altrimenti punteggiano il testo che già di per sé è abbastanza disegnato, con colori diversi di stampa, e corpi che crescono e rimpiccioliscono alla bisogna e corsivi, tanti corsivi. 
E ancora bellissimo è il fatto che leggendo d'un fiato questa storia - non ci si può fermare a metà e poi riprendere dopo - si ha magicamente la sensazione di essere tutto il tempo lì con il piccolo Atman, esattamente come accade nel buio di un teatro quando - ancora di più che in un libro - siamo parte viva di di quello che accade sul palco: tanto in cima al pennone di una nave, quanto in fondo al mare tra i pesci, o su un molo a spiagnucolare... 

Carla

Noterella al margine. Atman in sanscrito, tanto tempo fa, aveva il significato di soffio di vita. E in tedesco, ancora adesso, quello di respirare...

venerdì 20 febbraio 2026

LA BORSETTA SIRENA (libri per incantare)

"GUARDA, CI SONO MIRACOLI OVUNQUE"...

Poesie d'inverno
, Sabrina Giarratana, Sonia Maria Luce Possentini 
AnimaMundi 2026 


POESIA ILLUSTRATA 

"La sera d’inverno, spento il camino
 il nonno nella casa di campagna
 ci accompagnava in una cameretta 
dove dormiva quando era bambino 
di grande aveva solo una finestra 
che guardava su un giardino incantato 
ci metteva insieme in un lettino 
ci rimboccava gelide coperte 
e ci diceva di abbracciarci forte 
che ad abbracciarsi forte passa il freddo." 

L'unica cosa che si può fare con la poesia è quella di farla entrare se ti accorgi che bussa o cerca di aprire la porta con la sua chiave. Chi gliela ha data? Allora quella poesia è per te, e quindi è poesia. 
Questo l'ho imparato di recente da un poeta. 
Il gioco è molto facile: se quel che leggi ti tocca, se te ne accorgi che qualcosa sta entrando, ecco quella poesia ti riguarda. 


Le poesie di Sabrina Giarratana, non saprei dire per benino il perché, ma io le sento spesso bussare nella mia testa. Non oppongo resistenza e loro entrano e si accomodano. Piccole cose, dettagli, sensazioni che sono riconoscibili da me che le sto leggendo, sono le chiavi che usa per aprire. 
Sono certa di non essere speciale, quindi posso immaginare che anche ad altri capiti lo stesso. 
In questo preciso libro Sabrina Giarratana è insieme a Sonia Maria Luce Possentini. Hanno talvolta fatto tratti di strada assieme e già una volta dentro Anima Mundi (Poesie nell'erba), una piccola casa editrice di Otranto che ha un orecchio attento alla poesia. 


Di nuovo Anima Mundi? Siamo al terzo post nell'arco di un mese. 
La cosa che accade dentro Poesie d'inverno è questa: si susseguono trenta poesie che hanno a che fare con l'inverno e con la percezione che di questo tempo possiamo avere. Per ognuna di loro Sonia Maria Luce Possentini ha costruito uno scenario, o una creatura che la abita. Un pugnetto di animali: la più bella tra loro è la volpe che esce da un buio indefinito e buca il foglio. Un pugno di ragazzini: una che dorme con la testa sul banco, uno che ride contento, tre fratelli nella neve fresca. Spesso di spalle o di profilo, non sono loro i veri protagonisti. Lo sono invece le ombre, i grandi cieli, gli orizzonti, la nebbiolina perenne, l'indefinitezza della natura che riposa: la cifra che preferisco di Sonia Maria Luce Possentini. La campagna, i cieli che si aprono, i ghiacci che si sciolgono nell'acqua che anche sul foglio crea disegno. 


Nei versi come nelle immagini c'è la neve e c'è il silenzio, c'è la nebbia che nasconde, ci sono i rami spogli e qualche foglia o fiore secchi, c'è il ghiaccio, le stalattiti, c'è il disgelo nel canneto. Ci sono le tane di chi si nasconde e in silenzio aspetta o dorme, ma c'è la resistenza di chi non dorme: il pettirosso, la piccola volpe affamata e la ragazza che studia al buio di una candela, ma ci sono anche quelli che dell'inverno conoscono la fatica, la bambina che dopo il gelo dei lavori e del tragitto da casa a scuola si addormenta al tepore che trova in classe. 
C'è la nostalgia per chi se ne è andato tanto tempo fa e che vien fuori di più quando c'è da festeggiare. C'è tanto la campagna e anche un po' di mare deserto, ma c'è anche un po' di città, i portici di Bologna e un semaforo a Milano chissà, laddove comunque un po' di inverno può essere riconoscibile e risuonare, anche se tra case e palazzi, tra macchine e tram. 
Ciascuna di queste poesie porta in sé una sensazione: le lenzuola gelide delle case dei nonni, la fatica di camminare nelle impronte di chi ha le scarpe più grandi delle tue, il piccolo dolore cercato nello sfiorare il pungitopo, il naso di un cane che ti ha riportato a casa. 


Alcune di queste poesie contengono, oltre al loro proprio mistero, evidenti tracce di suggerimenti da fare propri, per attraversare gli inverni, veri o metaforici che siano. Uno su tutti:  

È una goccia di rugiada ghiacciata 
è un dolore che si è cristallizzato 
certe volte il cuore, irrigidito 
e se non sente più niente di vivo 
allora bisogna avere pazienza 
prendersi cura del freddo che ha dentro 
scaldare il suo battito, e attendere 
ci vuole tempo per tornare al mondo 
tornare a battere con l’universo 
tornare fresco come un filo d’erba. 

 Carla

venerdì 21 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DOPPIO AH!

L'ometto a cui non piaceva nulla, Pépito Matéo, Irène Bonacina 
(trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Lo si sentiva mormorare il suo solito ritornello: 
che fastidio questo mondo, ha toccato proprio il fondo 
giran tutti come bestie, il tempo non è di mio interesse 
per non parlare poi del resto, che di certo io detesto 
che schifo qua, che schifo là, mamma mia che follia e così via! 
Quel giorno, a forza di borbottare e camminare - cosa che comunque non gli piaceva -, sempre con il naso all'ingiù, era uscito senza volerlo dalla città." 

Lui è fatto così: nulla gli piace. E di tutto si lamenta. Ma da quando? Che importanza può avere... 
Non ama alzarsi dal letto, né uscire di casa. Detesta i tombini grigiolini, l'immondizia e la sporcizia (come dargli torto?!). Non ama neanche gli animali e persino il sole lo infastidisce, al punto che con il dito inquisitore e il naso stranamente all'insù ha il coraggio di gridargli contro che lui della sua luce proprio non sa che farsene. 


E così il sole in punta di piedi esce dalla vita dell'ometto. Lo stesso fanno le nuvole, i monti, la terra e gli alberi: insomma, tutto quello che gli si para davanti in quella passeggiata in campagna piano piano sparisce dalla sua visuale. 
Togli questo e togli quello alla fine intorno a lui non rimane nulla: solo un gran silenzio. Un gran gran silenzio. Ma si sa che troppo silenzio, e anche troppo vuoto intorno, schiaccia sempre un po' e l'ometto comincia a preoccuparsi, e poi ad arrabbiarsi fino a davvero spaventarsi... 
"Che ti succede, ometto?"..."Vorrei vedere una stella brillare". 
Clic! 

Non è dato sapere se Irène Bonacina venga scritturata dai suoi editori per illustrare solo storie magnifiche, oppure se dipenda dal suo 'naso' nel scegliere di illustrare questa o quella, ma è un fatto che quando arrivano i suoi disegnini lievi, dietro c'è sempre un grande racconto. 
Anche in questo caso la sua presenza alle figure conferma che la storia di Pépito Matéo è molto ben concepita e scritta e, fortunatamente, anche molto ben tradotta. 
La scintilla che ha fatto venire in mente a Pépito Matéo di raccontare, e lui lo fa così bene, ai bambini la storia dell'ometto perennemente scontento è una signora scintilla, che viene da lontano, nel tempo e nei luoghi. 
Lui stesso lo racconta in poche righe nei risguardi: un cantastorie amerindo, incontrato in Luisiana durante un suo viaggio, gli racconta una storia che suo padre gli aveva raccontato perché a sua volta l'aveva sentita dal suo. 
E la storia diceva così: "tutte le mattine i nativi ringraziavano ogni cosa necessaria all'esistenza, in modo che nulla scomparisse sulla Terra." 
Come sempre dai nativi non possiamo fare altro che imparare. Sembrerebbe quasi che loro siano i depositari della memoria del mondo e resistano - quei pochi che non abbiamo sterminato - per testimoniare. 
La questione parrebbe bella grossa e può essere affrontata da vari lati. 


Senza voler fare un pippone filosofico, mi sembra che dietro alcune parole si possa comunque scavare un bel po' e arrivare a mettere in piedi bei discorsi: parole come ringraziare, cose necessarie, scomparire, nominare... 
Altrettanto interessanti sembrano essere i modi in cui tutto questo si è fatto libro. 
Il racconto di Pépito Matéo, ovvero il suo modo di scrivere, è figlio del suo mestiere di narratore, attore, appassionato autore di scrittura orale: lo hanno definito un 'maestro di parole'. E accipicchia se lo è! 
La lettura di questa storia la si potrebbe paragonare a una giovane pattinatrice che fa scorrere veloce le lame dei suoi pattini, si muove con sicurezza, accelera verso il centro del suo esercizio, e quando è lì fa salti e piroette in aria. E poi riatterra per chiudere in bellezza con un inchino. 
Se il testo, così pieno di poesia (con un sacco di rime) e di filosofia, letteralmente canta nel leggerlo ad alta voce, dimostra tutta la sua difficoltà nell'essere illustrato. 


Un paio di esempi di come anche la Bonacina pattini leggera con i suoi pennelli e la sua china: far sparire le singole cose che mette in elenco, senza mai diventare ridondante con il testo, senza farlo diventare didascalia. Ah! 
Per converso non cade nella trappola di costruire un catalogo visivo di oggetti che il testo nomina per vederli ricomparire. Ah! 
Ma soprattutto, dimostra un grande talento per aver saputo creare visivamente il vuoto, il nulla e il relativo silenzio. E di averlo creato nel suo divenire. Doppio ah! 
Ma lei è Irène Bonacina. 

Carla

venerdì 24 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL VECCHIO E IL BAMBINO...

Il libro delle domande-Libro de las preguntas
, Pablo Neruda, Paloma Valdiví
(trad. Giuseppe Bellini) 
Edizioni Lapis, 2025 


POESIA ILLUSTRATA 

"Perché per attendere la neve 
s'è svestito l'albero ?

Le foglie d'inverno vivono 
in segreto con le radici? 

Dove lasciò la luna piena
il suo notturno sacco di farina?" 

Dónde dejó la luna llena 
su saco nocturno de harina? 

Questo è l'ultimo verso della prima poesia della versione originale in spagnolo de il Libro de las preguntas. Neruda non lo vide mai pubblicato. Morto nel 1973, il libro fu pubblicato in Argentina nel 1974. 
Nella sua forma originale si tratta di 74 poesie che si compongono tutte, ma proprio tutte, di domande. Ogni poesia è a sua volta composta da un numero variabile di versi, da tre a sei distici, mai in rima, ben inteso. 
In tutto sono 320 domande, che Neruda ha collezionato nel corso della sua vita e che ha ordinato in forma poetica poco prima di morire. 
Circostanza questa che ha fatto dire che il Libro de las preguntas fosse una sorta di suo testamento poetico e giocoso. 
Ecco. Giocoso, forse è una sua chiave di lettura. 


O quanto meno è la molla che ha fatto pensare a due importanti e illuminati editori di pubblicarlo nella loro collana per bambini. 
Il primo di questi editori è Media Vaca, pazzesca casa editrice spagnola, che lo affida alle illustrazioni di Isidro Ferrer e lo fa uscire nel 2006. Il testo è integrale e le illustrazioni sono, se possibile, un valore aggiunto al testo. 
Il secondo di questi editori è Enchanted Lion, altrettanto interessante casa editrice diretta da Claudia Zoe Bedrick. Ed è questa l'edizione che arriva anche in Italia con Lapis.
Claudia, in quanto editor,  ne pubblica solo una selezione, 39 poesie contro 74, 70 domande contro 320. Decide di cogliere letteralmente fior da fiore dalle domande e le riorganizza in un ordine che non ha quasi più niente a che fare con la suddivisione fatta da Neruda all'epoca. E decide di lasciare, accanto all'inglese, anche il testo originale. Cosa che Lapis, per le troppe difficoltà di acquisizione dei diritti del testo originale di Neruda, purtroppo non fa. 
L'editor di Enchanted Lion lo sottopone all'illustratrice, Paloma Valdivía, sperando che accetti. 
E così succede. 


Paloma, a sua volta, ricevuta la selezione di Claudia, lo stravolge ulteriormente per arrivare a un ordine ancora diverso che però abbia per lei un significato potente e in qualche modo anche "narrativo". 
Lei ha due esigenze fondamentali: segnare come forte il principio e la fine. E se si guarda l'immagine che apre il libro e quella che chiude, si percepisce con grande chiarezza cosa lei vada cercando. 
Inoltre, appunto, Paloma Valdivia vuole creare all'interno del libro una sorta di narrazione che attraversi tre diversi scenari: l'acqua, la terra e il cielo. E se si guardano i risguardi (!) si percepisce con grande chiarezza cosa lei vada cercando. 
E così succede. 
Claudia quindi dà carta bianca (sarebbe più corretto dire carta nera) a Paloma Valdivia (che detto per inciso su questo libro da piccola ha imparato a leggere... poteva rifiutare di illustrare il libro della sua infanzia???), dicendole di fare il libro più bello mai fatto finora e dicendole anche di progettarlo senza porsi limiti, perché poi Enchanted Lion avrebbe fatto di tutto per realizzarlo. 
Su un'unica cosa è molto determinata: Paloma Valdivia nelle illustrazioni non dovrà mai cercare di dare risposta alle domande. 
E così succede. 
Una volta deciso il suo proprio ordine di apparizione delle domande, Paloma Valdivia comincia a ragionare e a studiare: legge tutto Neruda, va mille mila volte a visitare la sua casa e le sue collezioni per capire da dove arrivino queste domande. E poi legge von Humboldt e Darwin, perché pensa che Neruda proprio in quell'ottica si sia posto nell'averle concepite nel corso di una vita. 
Come uno scienziato che va alla scoperta di ciò che non conosce, che esplora il mondo, la natura che lo circonda, capendo una cosa fondamentale: in natura tutto sta insieme. 


E, postasi in questa condizione mentale, Paloma comincia a disegnare. 
E la prima scelta che fa è quella di immaginare spesso il fondo nero, appunto: il colore dell'universo, il colore del mistero, il colore che contiene in sé le cose ignote che sono il grande motore di tante domande. Poi gioca anche visivamente sulle connessioni tra le parti, legando, senza parere, le linee di una pagina con le linee di quella successiva... Vanno cercate, sono lì. Basta seguirle con il ditino. 
Paloma ha anche bisogno di più spazio per tenere insieme più di due o tre domande di fila; secondo lei sono forti i legami che le uniscono. Per accoglierle, nascono per questo le pagine a bandella, là dove necessarie. Questo -detto per inciso- accentua il senso di scoperta, di sorpresa che ogni volta si crea in occasione delle sei pagine doppie, inaspettate e irregolari nell'impaginato. 
Il colore verde dell'inchiostro è l'ennesimo riferimento che Paloma ha voluto nel libro per rendere omaggio a Pablo Neruda che solo di verde ha scritto ogni suo rigo (chi ha letto il magnifico libro sull'infanzia di Neruda, la storia del piccolo Neftalì, ricorderà che verde era anche li colore della stampa e delle illustrazioni del bellissimo Il sognatore, scritto da Pamela Muñoz e illustrato da Peter Sís). 
Tanta cura nel fare un libro, lo studio mattissimo e profondo su Neruda - studio che è durato per tre anni o forse cinque - di Paloma Valdivía hanno avuto un esito: il libro negli Stati Uniti, nel 2022, ha vinto premi prestigiosissimi. 


Per chiudere il cerchio, forse però vanno dette due parole in più sul fatto che un libro del genere abbia solleticato due editori - e adesso tre - per bambini. 
Se dovessi sintetizzare direi che le domande sono la chiave della loro scelta. E con esse, quello sguardo stupito di fronte a tutto quello che non si conosce. Succede un po' così: lo sguardo incuriosito di un bambino non credo sia poi molto diverso da quello di un poeta, ormai vecchio e saggio. 
Le domande sono roba da gente curiosa, roba da gente che immagina per mestiere: sono roba adatta ai bambini e ai poeti. I bambini, loro, per prendere la misura del mondo, ne devono fare in continuazione. Peccato poi che tale sana abitudine di interrogarsi si perda, nella maggioranza dei casi, con il crescere 
Di questo libro i bambini possono reggere il passo e lo sguardo, sguardo che è nello stesso momento attento e meravigliato, esatto e vago... 


E così spero succeda. 

 Carla

martedì 30 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

...TUTTO LO SPAZIO CHE C'È 

Blanche sceglie la danza come suo destino. Sceglie la scuola migliore che c’è, affronta la selezione e riesce a rompere il confine protettivo che i genitori hanno disegnato attorno a lei, teso tra il timore per l’estremo rigore richiesto dalla danza classica e l’accettazione della bruciante passione della figlia. Blanche approda al liceo coreutico di Marsiglia così, un po’ rigida ma senza dubbio rigorosa, per adempiere a un sogno che è anche un compito che si è autoassegnata.



Il romanzo inizia con una poesia, o meglio, con delle parole che, per come sono disposte, ricordano una poesia. Un lettore un po’ curioso e frettoloso come sono a volte io potrebbe a questo punto sospendere la lettura, sfogliare rapidamente il testo e scoprire che in effetti sì, il romanzo procede così: parole libere, che disegnano, che plasmano, tratteggiano, corrono dritte verso il margine per tornare a capo quando vogliono, una sopra l’altra e poi di nuovo in fila prima di spargersi nuovamente qui e là. Tuttavia, il fraseggio, l’accostamento di immagini, il susseguirsi di verbo, soggetto e oggetto non è troppo lontano dalla prosa. Poche le rime, molti i versi liberi che a una lettura silenziosa non assumono per forza un andamento ritmico e cadenzato. Eppure, il gioco dei pieni e dei vuoti, i numerosi a capo, la libertà… pare quasi che dal linguaggio poetico l’autrice abbia mutuato soprattutto la gestione dello spazio, della superficie, la possibilità di muoversi a piacimento tra i margini, stabilendo in questo modo un nesso profondo e significativo tra distribuzione del testo sulla pagina e la presenza di un corpo in movimento in un ambiente, aula, palco o marciapiede che sia. Caratteristica tutta, quest’ultima, dell’arte della danza. Scongiurato quindi l’accostamento che spesso viene fatto tra poesia ed elementi sonori della lingua, Balavoine spalanca il campo all’analogia più desueta ma altrettanto potente tra poesia e danza.
Sovrapponendo la narrazione che Blanche fa di sé a elementi testuali rilevabili con l’occhio ci si approssima alla grammatica dell’albo illustrato: le poesie come immagini, infatti, si susseguono raccontando non solo a parole la vicenda di una ragazza alle prese con la propria ambizione, con i propri limiti, con una scuola di danza che la sottopone alle dovute pressioni ma che le permette anche di conoscere meglio sé stessa e il mondo, dentro e fuori. 
Un testo giustificato al centro assomiglia a una ballerina che ruota in solitaria sul proprio asse per eseguire una piroetta. L’allineamento del capoverso lungo il margine sinistro ricorda la regolarità pedissequa degli esercizi alla sbarra, braccia e gambe libere di flettersi ed estendersi solo da un lato, mentre per rimanere dritto, si appoggia alla parete della sala prove. Oppure, un testo pieno, senza spazi, racconta il ritmo serrato e senza respiro di un’ossessione. 
Al liceo coreutico Blanche ha modo di mettere in pratica tutta la sua dedizione. L’estenuante e disorientante alternarsi di lezioni di classico e hip-hop, storia e anatomia mette alla prova la sua determinazione, il suo talento, la stessa idea di danza. Sarà però l’incontro con Ada a destabilizzarla davvero. Ada, che rappresenta tutto quello che Blanche non è: presenza, ardore, dinamismo. Imprevedibilità. Ada e Blanche intrecciano un’amicizia profonda e misteriosa di cui è difficile cogliere la sostanza a parole. Tuttavia, la disposizione dei versi arriva in aiuto, descrivendo quel qualcosa che manca alla definizione ma che ugualmente avviene nella storia…gli elementi della danza – una spaccata, un flow, una improvvisazione - ispirano la disposizione del testo poetico che diviene raffigurazione di uno stato d’animo non ancora pienamente alfabetizzato, e anticipano la verbalizzazione di pulsioni, desideri e sentimenti di cui Blanche, e noi con lei, non abbiamo piena consapevolezza. 
L’acquisizione più raffinata che è possibile fare è forse proprio questa, l’idea che il corpo possieda un’eloquenza primigenia e primitiva che precede la parola e passando attraverso l’occhio, la rende quasi superflua. Lo dice Blanche quando arriva a Marsiglia, lo sappiamo anche noi quando osserviamo i movimenti degli altri, lo si capisce leggendo il romanzo: non c’è sempre bisogno di nominare, definire, precisare, perché i corpi parlano per noi e a noi: non solo i corpi dei danzatori, ma anche il corpo del testo, soprattutto se svincolato dalle regole e giustificazioni proprie della prosa. 
Grumi di parole materializzano lungo il bordo del foglio i bisbigli delle chiacchiere in un corridoio, liste serrate ricordano gli esercizi ripetuti allo sfinimento per inculcare un movimento, spargimenti di sillabe sembrano visioni dall’alto di teste che si muovono su un palco. 
Quasi fossimo di fronte a uno strano ibrido a cavallo tra romanzo e albo si impara a farsi accompagnare nella storia di Blanche dalla superficie della pagina, con la stessa trepidazione di una ragazza che per la prima volta si muove al centro di una sala, quasi traducendo coreografie silenti in informazioni e contrappunti di vuoti e pieni, che integrano e completano quello che Blanche ancora non sa dire, ma che non per questo smette di provare: il primo amore, la mancanza feroce dell’approvazione di Ada, il desiderio bruciante di lasciarsi tutto alle spalle per compiere un passo ancora più grande e audace. 
E se uscire di casa è stato un gran jeté che richiede tutto il coraggio e la disponibilità muscolare di una ballerina in divenire, vincere un’audizione, accaparrarsi un palco e una carriera da professionista sarà un’avventura possibile solo per chi, in possesso di una tecnica superiore, sarà capace di liberarsi definitivamente da dettami e vincoli e paure per abbracciare l’intera gamma di possibilità di movimento e di vita. 
E così bruciamo è un romanzo di formazione scritto sulla pelle del testo e intendo: sulla parte visibile che, poeticamente, anticipa le vibrazioni messe in moto poi, in seconda battuta, dal significato esplicito delle parole che danzano sul foglio. Una rappresentazione impalpabile dell’adolescenza, età che non ha tempo per riflessioni e ponzamenti approfonditi, ma in cui si risponde, come in un passo a due, alle sollecitazioni per una sperimentazione libera di tutto lo spazio che c’è… 

Giorgia

“E così bruciamo” Lisa Balavoine, (traduzione di Eleonora Armaroli), 
Terre di Mezzo Editore 2025 

lunedì 22 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA LINEA È UN PUNTO CHE VA A CAMMINARE

Dove sei? Rime senza fissa dimora
, Gianluca Caporaso, Sergio Olivotti 
Salani 2025 


POESIA 

"Spazi e luoghi. 
All'inizio c'è lo spazio. Lo spazio è geometrico e silenzioso. Punti, linee, superfici. 
Lo spazio è sempre aperto. Come una casa senza porte. Ma è disabitato. Come certe piazze di De Chirico. 
Lo spazio è una vigilia che sogna di riempirsi di uomini, donne, bambini. Di vita. 
Lo spazio dorme. Come le parole nella pagina, come un palcoscenico prima che si apra il sipario. 
Lo spazio è un muto che aspetta il mutamento. 
Quindi arriva l'uomo e dentro vi mette il suo respiro, i suoi sogni, le sue paure, i suoi incontri, i suoi abbandoni. 
Quando arriva l'uomo lo spazio diventa luogo, la crisalide diventa farfalla." 

Sette sale che sono abitate dallo spirito di sette artisti diversi: Kandinskij, Vermeer, Hopper, Klee, Monet, Chagall, De Chirico. 
Ciascuno di loro, o meglio la loro arte, diventa guida ideale attraverso tipologie di spazi e di luoghi differenti. A Kandinskij il compito di aprire e in qualche modo di misurare lo spazio. Anche e forse quello della pagina e della scrittura: punto, linea e superficie. Sala piccola, dunque, ma necessaria. 
A Vermeer gli spazi della vita domestica: case, soffitte, stanze proibite. Ovviamente, ad Hopper il compito di condurci all'interno degli spazi pubblici: bar - chi meglio di lui? e poi chiese con campanili come matite e poi la scuola, raccontata alla lettera (!)


A Klee le strade e le piazze e i giardini. A Monet, l'aria aperta, boschi, fiumi. A Chagall, un doppio compito: lo spazio del cielo ma anche quello del Quartiere Sottosopra. E l'ultimo, la Sala De Chirico ospita rime sui paesaggi interiori. 
Cinquantadue componimenti poetici, tutte quartine rigorosamente in rima baciata, ossia aa bb... 

Catalogare, suddividere, ordinare sono attività che attirano la mia attenzione. 
E qui Gianluca Caporaso ha impostato tutto lo spazio per le sue poesie, secondo un'architettura molto organizzata. Ovviamente l'idea di rendere il percorso una sorta di passeggiata in un museo di pittori meravigliosi colpisce almeno altrettanto. 
Così come non può passare inosservato il fatto che tutto abbia un ritmo cadenzato. 
L'ultima cosa che colpisce è che per essere un libro di poesia c'è molto scritto in prosa: ben quattro pagine iniziali in cui si spiega per benino perché e come si sono formate le affinità elettive tra luoghi e pittori. Interessante legame, anche se forse Hopper avrebbe preferito condividere un po' dell'aria aperta -e della luce su cui tanto aveva lavorato- che invece è tutta di Monet... ma questo è un fatto di sensibilità personale e poco importa. 
Intorno a tutte queste rime che raccontano di porte da calcio e di giardini e di orizzonti c'è Sergio Olivotti in una veste abbastanza insolita.


Un passo indietro rispetto alle sue fantasmagorie da albo illustrato. Qui decide di chiudersi in una bellissima scala di grigi, adatta alla porosa carta Salani, decide di seguire anche lui il gioco dell'affinità elettiva con l'arte visuale, alludendo, citando e lasciando andare libero l'architetto che è in lui. Davvero interessante per quanto insolito. 


Così come Caporaso gioca con le parole, così Olivotti gioca con le forme, con i pieni e i vuoti che si incastrano, con le figure che si scompongono... 
E quale è la relazione che stabilisce tra testo e immagine? 
Deve temporaneamente dismettere i panni dell'illustratore di albi e deve giocarsi tutto con una sola figura. Si sostiene magari a un'unica parola del testo e poi da lì comincia a girarci intorno per costruire, dare forza e senso al suo disegno: un caso su tutti La capanna, un magico guscio. O ancora dà una sua personale lettura quando le rime vagabonde, senza fissa dimora, hanno accanto una donna-chiocciola. 
Come sempre accade, delle poesie non andrebbe detto niente: se non il suggerimento di leggerle - queste soprattutto ad alta voce - e godersele nelle loro rime così cadenzate. 
Ma almeno un paio, anzi tre, preferenze le devo segnalare: La scala verso il cielo. Storia di bambino curioso che non avendo elica o ala per andare a vedere nell'oltrecielo si costruì una scala. Mise in fila una scopa, una conca, un anello, una scarpa, una corda e un vitello. In realtà l'oltrecielo non lo vide mai, ma da lassù - con le gambe nel vuoto - poté scorgere il mondo. 


Mentre nel Quartiere sottosopra l'alba è alla sera, il cielo è verde e il prato è giallo. Gli uomini enormi hanno cuori come castagne, mentre i piccoli ce l'hanno che è infinito. Siccome lì va tutto alla rovescia: il cane migliore è un gatto e quando qualcuno rifiuta, urla Sììììì. 
Ultima, dedicata ai punti cardinali, per orientarsi internamente:

A nord del cuore si trova la gola 
rampa di lancio per ogni parola 
A sud del cuore si trova la pancia 
cupola, circolo, tondo d'arancia... 
A est e ovest ci sono i polmoni 
chi ha fame d'aria la mangia a bocconi 
chi si emoziona la prende a pezzetti 
chi sta volando la beve sui tetti... 


 Carla