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venerdì 27 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PICCOLA È GRANDE 

Grande e piccola
, Arianna Squilloni, Raquel Catalina (trad. Elena Rolla) 
Kalandraka Italia 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Una mattina, all'improvviso, Natalia ebbe la sensazione che la città stesse diventando troppo grande, enorme. Senza quasi rendersene conto, aveva iniziato a rimpicciolire. Non era una sua supposizione, stava davvero diventando sempre più piccola. 
 Il mondo visto dal basso le riservava scoperte sorprendenti, ma... 
vivere era una impresa sempre più difficile. Per questo, al calar della sera, si sentiva esausta. E fu così che..." 

... Che se ne tornò da dove era venuta, Ossia ritornò - a novant'anni - nella sua casetta in campagna, che un giorno le era sembrata davvero troppo stretta e piccola per lei, E da lì era andata via per girare il mondo, per vivere in città e fare tante cose appassionanti, prima fra tutte dipingere quadri... Nella sua vecchia casetta il suo diventare sempre più piccola non si interruppe, ma lei comunque riuscì a trovare un suo modo gradevole di passare il tempo. 
Certo, il suo rimpicciolire fino a non essere più visibile agli occhi degli altri presentava qualche effetto collaterale, ma anche alcuni aspetti davvero interessanti. 
E così quando anche per lei la solitudine cominciò a diventare un peso, fu un bene essere impercettibile alla vista, ma molto accogliente nei fatti... 
Questa è la sua meravigliosa storia. Ma anche la storia di chi è arrivato dopo di lei. 

Essere piccoli e grandi è un concetto che non si può esaurire con semplicità, limitandosi a farne una questione di dimensioni e di tempo che passa. 
No no. C'è molto di più dietro. 
Per intenderci, si può essere piccoli e grandi allo stesso tempo. 


Arianna Squilloni ne è un esempio: è piccola, davvero una delle donne più minute che l'editoria per l'infanzia abbia prodotto. È minuta anche nella voce. E delicata nei modi. Eppure. 
Pur piccola, è una grande editora e spesso e volentieri è anche una grande escritora
E ancora. La sua casa editrice, A buen paso, che lei si è cucita addosso nel corso degli anni, è una minuscola fabbrica di libri grandissimi. 
Dunque per la proprietà transitiva, si potrebbe dire che anche la signora Natalia, nonostante fisicamente si stia rimpicciolendo, umanamente dimostra di essere una gran persona. 
Il suo mutarsi da piccola a grande e poi di nuovo piccola, fino a diventare delle dimensioni di un piccolo insetto che si infila nelle tasche della camicia o passeggia indisturbata tra i vasi di fiori e che la sera sussurra ninne nanne a chi ha tanto bisogno di riposo, si può leggere come enorme metafora dell'esistenza. E anche di più: dell'esistenza che supera l'esistenza stessa.


Natalia cresce e ha tutta l'energia per dare un senso alla sua vita: nel mondo si guarda intorno, coltiva le sue passioni, vive una vita che è piena... ma poi arriva un altro tempo in cui la sua grandezza, forza ed energia si trasformano di nuovo in una piccolezza che la rende sempre più delicata e fragile. Ma il suo animo è ancora grande.
Questo è il tempo di passare il testimone, di farsi così piccola da diventare invisibile ai più, ma di non sparire mai del tutto! 
Natalia, come capita a tutte le grandi persone, trova un modo per farlo: mette la propria voce nella testa di chi verrà dopo di lei. 
Meravigliosa idea. 
Così l'ha anche considerata Raquel Catalina - che ha appena visto il Bologna Ragazzi Award con Ingravida - alla quale la minuscola ma grande Arianna Squilloni l'ha proposta. 
Squilloni e Catalina hanno già lavorato assieme ed è piuttosto evidente il fatto che abbiano voci che si accordano bene reciprocamente. A tal punto che, è la stessa Catalina a dichiararlo, entrambe non hanno esitato a rimodellare il proprio lavoro su quello dell'altra. 


Mi viene da supporre che l'infinità di "cose appassionanti" cui allude il testo di Arianna si trasformino nella passione artistica che i disegni di Raquel ci mostrano e che quindi due pagine dopo il testo di Arianna ne prenda atto e lo confermi anche a parole. 
In mezzo agli albi da sempre, va da sé che Arianna Squilloni nella sua scrittura lasci grande margine di azione alle matite di Raquel Catalina che, a sua volta, si prende l'incarico di dare una forma plastica a Natalia. 
Non una operazione semplice, perché di Natalia noi dovremo vedere la sua intera esistenza: da ragazza a vecchina curva: il suo lento quasi sparire.


La soluzione visuale che Raquel Catalina ha scelto per seguire questa trasformazione è un piccolo gioiello in sé. 
Fidatevi del parere di una che di canizie ne sa parecchio... 

Carla 

Noterella al margine: Questo libro ha vinto il Premio Internazionale Compostela nel 2025. E il caso vuole che, nella giuria giudicante, ci fosse - tra gli altri, il grande Pep Carrió, quello di Pietras Negras.

mercoledì 15 ottobre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CINÉMA, MON AMOUR! 


“La finestra dava sulla baia. La pioggia aveva ripreso a cadere sul mare come un enorme sipario spumeggiante. Una palma in vaso spingeva con tutte le sue forze contro il vento, in direzione della luce fioca (…). 
Le palme... La California... Il sipario si strappò e la scena, stranamente, si capovolse... si illuminò. Tutto a un tratto. La finestra chiusa su quella grigia baia scozzese parve schiarirsi, ingrandirsi, aprirsi... E contro il paesaggio bianco di pioggia attraversato dai gabbiani, proiettò all’improvviso il ricordo dei miei 16 anni in Technicolor e su grande schermo”

Ed è già cinema! Possiamo accomodarci e goderci la magia. 
“Il ragazzo che sapeva troppo” è la storia di un film di fantasmi (i fantasmi sono una sua passione, evidentemente) che diventa a sua volta un film fantasma: appare, poi scompare e infine riappare. Una storia circolare, rotonda come la bobina di un film di altri tempi. E Malika Ferdjoukh intreccia diversi dati di realtà per ospitare una storia di finzione. 
I dati di realtà: Alfred Hitchcock all’età di 20 anni aveva assistito a una rappresentazione teatrale dal titolo Mary Rose, scritta da J. M. Barrie (l’autore di Peter Pan). Ne rimane profondamente colpito e negli anni successivi proverà a farne un film, che però non convincerà la produzione e dunque non sarà mai realizzato. Il testo teatrale che incantò il giovane Hitchcock, in estrema sintesi, racconta di una giovane donna, Mary Rose, che recatasi su un’isola scozzese scompare per poi riapparire di tanto in tanto in forma di un fantasma che la blocca all’età e al tempo della sua scomparsa. Quando dopo molti anni il figlio Henry ormai adulto si recherà sull’isola cercando le tracce della sua infanzia, incontrerà il fantasma di sua madre. 
La finzione: Henry -che ora è il nome del protagonista della nostra storia- è un uomo che ha superato la sessantina e si sta recando con sua moglie su un’isola della Scozia (traghettato da un pescatore che si chiama Cameron, come il pescatore che traghetta Mary Rose sull’isola nel testo teatrale... e così comincia il valzer delle citazioni). Ha ricevuto un invito da una donna di cui al momento non sappiamo nulla. Mentre attende di essere ricevuto il suo sguardo intercetta quella palma: una visione che strappa il sipario (Il sipario strappato, Hitchcock, 1966) trasportando Henry e noi lettori in un lungo flashback che ci riporta a 50 anni prima. 
Ora siamo a Parigi negli anni ‘60. Henry e suo padre condividono una profonda passione per il cinema, i due entrano ed escono in continuazione dalle sale che proiettano il grande cinema. Conoscono a memoria scene, trame, nomi dei divi, rivedono ripetutamente i film che amano. Per un caso assolutamente fortuito (e anche molto divertente) padre e figlio si trasferiscono da Parigi a Los Angeles e, per un caso ancora più fortuito, si ritrovano a lavorare a Hollywood, su un set segretissimo dove il grande Hitchcock sta girando, appunto, la storia di Mary Rose. Henry non poteva chiedere di più: di giorno si gode i fasti della California dei divi e di notte (poiché il film è top secret) sgrana gli occhi per lo stupore di vedere all’opera il grande regista. Ma la passione del giovane Henry per il cinema (ma anche un po’ il suo segreto innamoramento per Veronica, l’attrice che sul set interpreta Mary Rose) lo metterà presto in un brutto guaio e diventerà, suo malgrado, artefice della sparizione della pellicola. 
La trama si fa sempre più rocambolesca, con personaggi che vengono via via disegnati con una inesorabile sequenza di dettagli che lentamente andranno a definirli a tutto tondo. 
Un’avventura che segnerà la vita del giovane protagonista e che, nell’ultimo capitolo, lo porterà in quella casa su quell’isola scozzese dove ogni cosa ritroverà il suo posto. 
Intrighi amorosi, furti, suspense, dialoghi serrati e ironici e soprattutto un inseguimento à bout de souffle (giusto per rimanere nel grande cinema di quegli anni) costruiscono una trama davvero degna di un film di Hitchcock. 
In effetti è proprio Alfred Hitchcock il vero signore della storia e si ha l’impressione che Ferdjoukh abbia voluto costruire un racconto che è il risultato di un puzzle di pezzi hitchcockiani, una trama che, come si è detto, si insinua tra diversi dati di realtà. Ogni capitolo porta il nome (o il riferimento) a uno dei titoli del grande regista inglese e non c’è pagina in cui non si possa trovare, in maniera più o meno esplicita, un riferimento a lui, ai suoi collaboratori, alle trame e ai personaggi dei suoi film (compresi i corvi neri!). Nella storia trovano posto: Lina Lamont, il personaggio coprotagonista in Singing in the rain; la governante Madame Homolka, che porta il nome dell’attore Oscar Homolka che recitò in Sabotaggio; la costumista Edith Head, che lavorò con molti dei più grandi registi dell’epoca e per moltissime delle pellicole di Hitchcock portandosi a casa ben otto oscar; incontriamo anche Fred Astaire che scommette all’ippodromo e, sull’etichetta della bobina trafugata, troviamo il nome di Peggy Robertson che fu assistente alla produzione di Hitchcock per una trentina d’anni e che recitò per tre dei suoi film più noti. E chi avesse visto e rivisto i film del regista inglese di recente o ne serbasse una limpida memoria, potrà trovare innumerevoli richiami a singole scene e ai diversi personaggi dei suoi film. 
Sono tantissimi i riferimenti al mondo hitchcockiano tanto che questo romanzo potrebbe essere utilizzato per una caccia la tesoro. Sicuramente fa venir voglia di rivedersi tutte le pellicole di quel gran genio. 
E a parte Hitchcock? 
A parte Hitchcock è la storia di un ragazzo che cresce dentro una grande passione. Una passione che lo aiuta a crescere. In questo senso possiamo dire che è un romanzo di formazione. E non certo il suo primo... Ma soprattutto è una dichiarazione d’amore al cinema e a chi, grazie al cinema, immagina e cresce. 
Piacevolissimo da leggere, potrà essere proposto a partire dai 14 anni e ai fans di ogni età delle pellicole del grande Alfred. 

Patrizia 

“Il ragazzo che sapeva troppo”, Malika Ferdjoukh, trad. di Chiara Carminati, Pension Lepic 2025 


lunedì 26 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORAGGIO NELLE TASCHE
 
Il vestito di Lia, Sara Marconi, Daniela Costa 
Edizioni Corsare 2020 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Il corso di teatro non lo vuole fare, e sciare le dà il capogiro; le piace soltanto giocare con la sua amica Emma, suonare il pianoforte e leggere storie di animali. Per questo quel giovedì, la mamma, il papà, il nonno e anche la mamma di Emma si telefonano preoccupati: Chi le darà la notizia?"


Lia è una bambina timida e molte cose le fanno paura. Eppure la notizia le va assolutamente data.
Il papà pensa che mangiando un gelato forse la notizia sarà meno aspra. Purtroppo quel giorno piove, niente passeggiata con gelato.
Il nonno pensa che in mezzo a un bel racconto, infilare la notizia la farà sembrare meno spaventosa. Ma Lia si alza sul più bello e quando torna è il coraggio del nonno a essere svanito.
Non resta che la mamma. D'altronde - si sa - le maggior parte delle mamme hanno coraggio da vendere e non si spaventano davanti a nulla, o quasi. Così prende in braccio la piccola Lia e, tutto di un fiato, le dice che il concerto di pianoforte per la fine del corso è lì a un passo: domenica.
Chiude gli occhi e aspetta di essere investita dall'elenco di tutte le paure della sua bambina e da un perentorio: no! Non se ne parla, io su quel palco non ci salgo.
E invece... Avvolta e protetta nel suo vestito nuovo, quello con le tasche, Lia si sente bella e forte. Sul palco, davanti a tutti, avrà con sé anche un pianoforte e, questo lo sanno persino le rondini, la musica che lei è capace di farne uscire la riempirà così tanto di gioia, che per timidezza e timori bisognerà aspettare un altro tempo.


La percezione, lo sguardo in particolare ma anche gli altri sensi sono coinvolti, per quanto uno ne possa studiare i meccanismi, anche quelli chimico/fisici del cervello, mantiene sempre una sua porzione di mistero. Quindi per quanto uno si sforzi di razionalizzare, di mantenere un oggettiva distanza per poter valutare un oggetto - un libro in questo caso - per quello che è, ad alterare l'analisi subentrano fattori che arrivano da luoghi e tempi diversi.
Qui di seguito, il breve elenco di fattori che hanno alterato l'oggettività di giudizio.
 

Il primo: irrompe dalla memoria - per molte altre cose molto macilenta - il vestito del compleanno di mia figlia Margherita per i suoi 5 anni. Con le tasche, color rosso papavero con fiori stampati qui e là. E largo, che se girava veloce su se stessa si apriva come quello di un derviscio.
Il secondo: quella stessa Margherita che a ogni compleanno fino almeno ai 6 anni compiuti proibiva con pianti dirotti tutte le canzoncine o coretti o anche solo sguardi concentrati su di lei al momento del soffio sulla torta di compleanno.
Il terzo: quella stessa Margherita, che a vent'anni si vergognava a ordinare una pizza per telefono, durante la sua discussione di laurea magistrale alla facoltà di chimica a Bologna (con il tocco e la toga e con un biglietto aereo per la Spagna e un dottorato in tasca) che padroneggiava davanti a un pubblico vario il puntatore laser su molecole sconosciute quanto deliziose, sotto il profilo grafico, nonché su composti dai nomi impronunciabili, ma da lei amatissimi.
Il quarto: la commozione costante che da sempre mi genera la vista dei papaveri. Sia singoli, sia a campi, sia a bordo strada, in filari.
 

Qui di seguito, il meno breve elenco di cose che mi hanno riportato il più possibile a riconquistare una qualche oggettività di giudizio.
In rigoroso ordine di entrata.
Il primo: i colori della copertina. Quattro in particolare, a coppie. Il bianco non troppo bianco del fondo e il nero non troppo nero di matita del pianoforte. I due colori del vestito: opposti e messi con sapienza vicini a suggerire all'occhio di passare da uno all'altro e di goderne in uno dei suoi giochi preferiti: caldo freddo caldo freddo... Buona sensibilità e gusto.
Il secondo: i risguardi. Occupati con intelligenza da una sequenza di topini vestiti che stanno per accomodarsi (forse) nella storia e stanno invitando lo sguardo a pedinarli. Ciò preannuncia che dell'oggetto libro nulla resterà indietro.
Il terzo: la carta. Uso mano, direi. Che è un piacere sfogliare le pagine. E che è anche un atto di rispetto nei confronti dei propri lettori.
Il quarto: la musicalità del testo. le prime quattro righe - che per crudeltà qui non sono scritte - suonano.
 

Il quinto: la conferma che i topi non erano lì per caso, ma a costruire micro racconti paralleli alla storia principale. Ciò conferma un disegno che sa raccontare a sua volta e non si limita ad appoggiarsi solo sul testo.
Il sesto: un disegno che invade lo spazio, domina la pagina in mille diversi tagli di prospettiva, gente che esce o entra dal taglio del foglio, zoom sui dettagli, sequenze di movimento. Ma anche e soprattutto capace di essere nel contempo immaginifico -con animali e piante che sono quasi pattern- come pure attento al dettaglio della realtà raccontata. Di nuovo una gioia per gli occhi che vanno dal generale al particolare e viceversa.
Il settimo: le buone letture del nonno.
L'ottavo: un testo pulito da ogni decorazione che corre dritto al punto senza sbavature didascaliche. Una bella sorpresa che sembra così ben messa lì sul finale, da far supporre che Sara Marconi ne sappia parecchio dello stupore che ci riservano i bambini e le bambine. In altre parole, che abbia la giusta sensibilità per saper raccontare l'infanzia.
 
 
 
Il nono: una buona capacità di regolare in modo diverso il ritmo delle tavole con ogni mezzo a disposizione di un illustratore, e farlo in buona armonia con il testo.
Il decimo: la questione intorno a cui tutto ruota. Anzi le questioni. Da una parte il racconto sincero di una timidezza riconosciuta e protetta dai grandi e dall'altra l'inaspettato coraggio di una bambina che della sua passione fa il suo destriero che la porterà lontano. 
 

Che sia la musica o sia la chimica, l'importante è che ci sia.
 

Carla
 
Noterella al margine. Ce ne sarebbe anche un undicesimo: il formato del libro è esattamente uguale al piatto del mio scanner.


mercoledì 22 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NONOSTANTE TUTTO

La ballata del naso rotto, Arne Svingen (trad. Lucia Barni)
La Nuova Frontiera Junior, 2019


NARRATIVA per GRANDI (dagli 11 anni)

"Il bello della vita è che non sai mai cosa succederà, un po' come se ogni giorno fosse un regalo: scartalo e vedi cosa c'è dentro. Mi serve solo un po' più di ossigeno prima di entrare nel cortile della scuola. Non si può mica essere sempre allegri per tutto, nella vita."

Nella vita di Bart (in onore di quel Bart che tutti conoscono: Bart Simpson) le cose per cui non essere allegri sono un certo numero, ma lui è un ragazzino che dalla vita sa sempre cogliere anche quel poco di buono che pare offrirgli.
Nelle sue ore di scuola, Bart galleggia in una apparente calma piatta: di norma i prepotenti lo ignorano. Studia il giusto per non essere preso di mira dai professori.
Quando non è a scuola, è a casa - minuscola, disordinata e in un palazzo piuttosto degradato. Lì condivide l'unica stanza con sua madre, della quale si prende cura con amore e dedizione.
Quando non è né a scuola, né a casa, vuol dire che è in palestra. Sta imparando a boxare, ma senza grande esito. Troppi pochi muscoli e troppa poca cattiveria nel tirare pugni. Ha una discreta guardia e un'infinita ammirazione per Muhammad Ali e non vuole deludere sua madre che lo ha iscritto lì perché il suo bambino deve imparare a difendersi.
Quando cammina da solo (quasi sempre), quando è a casa da solo (molto spesso) Bart dà spazio alla sua grande passione: il canto. Ma non quello che ogni adolescente ascolta, ma il bel canto, la lirica. Per strada si sfonda le orecchie con i tenori, a casa si esercita, chiuso nel bagno davanti allo specchio. Impensabile esibirsi davanti a chiunque.
Queste sono le sue routine che vengono interrotte rispettivamente da: Ada, la sua amica di scuola che non sa mantenere i segreti e che lo caccia in diversi guai; dalla sua amatissima mamma che non riesce a darsi una regolata e che lo caccia in diversi guai; dal suo vicino di casa tossico, Geir, che nei diversi guai ci si caccia da solo. Unico punto di riferimento, la nonna. E un forse padre all'orizzonte.

In linea con un progetto editoriale coerente, che ha come zona di scandaglio la narrativa nordeuropea, si inserisce questo ultimo titolo di provenienza norvegese. Non il più felice tra tutti, irraggiungibili sono Hotel Grande A e Come ho scritto un libro per caso, ciò nonostante La ballata del naso rotto è capace di non scivolare, se non di rado, nel convenzionale, nel prevedibile, nello stereotipo o nell'inverosimile.
A parte l'originale paradosso nel mettere insieme la boxe e la lirica, che genera un bel po' di scintille narrative, il tono generale invece si stabilizza su una certa moderazione, la mediocritas di cui parla Orazio. Lontano dagli eccessi, Svingen è capace con il suo tono pacato e sottilmente speranzoso, di rendere il contesto, spesso e volentieri duro, tutto sommato percorribile senza troppi danni anche da un ragazzino di dodici anni. Lontano dagli accessi, Bart quindi non è il classico 'sfigato', lasciato ai margini della classe, anche se non gli vengono risparmiate una serie di angherie dall'arrogante di turno. Non è completamente solo, anzi ha addirittura una compagna di banco, amica affettuosa, sebbene un po' troppo chiacchierona. Può contare su una nonna un po' ruvida ma assidua, molto meno può fare affidamento su sua madre, alcolizzata e obesa, sebbene lei, nelle sue tante fragilità, lo ami sopra ogni cosa. Non è un ragazzino senza speranze, da recuperare a fine romanzo; al contrario fin dal principio lui è capace di coltivare delle passioni e un un sogno, quello di cantare e quello di ritrovare suo padre.
Bart, nonostante tutto, cerca il più possibile di andare dritto per la sua strada e, sebbene all'apparenza possa apparire un codardo, in verità ha coraggio da vendere. Questo lo rende immediatamente simpatico ai suoi lettori che non possono non dimostrarsi empatici nei suoi riguardi e fare il tifo per lui.
Sempre, fino all'ultima riga.

Carla

mercoledì 25 aprile 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IN BILICO SULLA MEZZALUNA

La ricetta della strafelicità, Matteo Razzini, Alessandro Ferraro
(trad. del testo in inglese Sylvia A. Notini)
Corsiero editore 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"L'estate era il periodo dell'anno che Michele amava di più, perché poteva passare molto tempo da solo con la nonna Isa: la sua gioia più grande era di vederle cucinare la strafelicità. La nonna la preparava seguendo una ricetta segretissima, che custodiva gelosamente tra le pagine di un quaderno a quadretti.


'Un pomo d'amore sopra al tagliere:
trita, sminuzza, poi stallo a sentire;
La voce suadente
induce al pianto
che infine fiorisce
e diventa incanto!'"

Comincia così la ricetta della strafelicità. Occorre pesare la gioia e il ricordo di un succo d'arancia, aggiungere il burro alla nebbia e, tra vulcani di farina che covano uova, tutto si mescola con il cielo azzurro. È una ricetta che mischia ingredienti comuni a ricordi, sensazioni, emozioni e odori. Ma come tutte le ricette per cui valga la pena, deve passare di mano in mano. La nonna lo sa bene e la custodisce fino al giorno in cui il signor Lafine, avvolto nel suo grande mantello, con quella testolina scheletrica, la porta via con sé. '...ma tu continua a cucinare la strafelicità'...
In un inseguimento che ha il sapore del sogno, Michele attraversa grandi spazi, incontra mille cuochi e una giovane donna che lo riporta al punto di partenza, la casa della nonna Isa e soprattutto al quaderno a quadretti. Nelle sue pagine però non è segnato nessun ingrediente: spetta a lui, che viene dopo, scriverla, la ricetta.
Ripercorrere con la mente i sapori, gli odori, i giochi e il tempo passato con lei guideranno la sua penna. E Michele, il bambino che era maldestro, oggi è un cuoco al suo primo giorno di lavoro. In tasca, la ricetta e una foto.

I libri, come molti altri manufatti, hanno bisogno di precisi ingredienti e di un po' di arte nel metterli assieme.
I buoni libri nascono da buone ricette e da buone materie prime. Hanno bisogno di un testo (non sempre), di figure (non sempre), di carta, di colore, di cura e attenzione e di un buon cuoco che li sappia dosare con sapienza. 


Prendendo in mano La ricetta della strafelicità, ancora prima di aprirlo, ci si accorge che c'è qualcosa che ha a che fare con l'equilibrio, ovvero con la labilità dello stesso: un braccio di stadera da cui pende un donnone in altalena entra da sinistra (da contrappeso in quarta di copertina c'è un ragazzino e una mongolfiera che regge il tutto). Unica nota a colori, a parte titolo ed editore, in un mare di grigio in cui caracollano bilance tra mucchietti di farina che nascondono tuorli per l'impasto.
Ecco, l'equilibro mi sembra una dote che una buona ricetta, così come un buon libro devono avere.
Se apriamo il libro, ancor prima del frontespizio, appare la pagina della dedica, a Gianni De Conno, allagata in un cielo di notte, con un ragazzino, di nuovo in bilico su un pomello di legno della mezzaluna. L'anomalia è che non sia una pagina bianca, come spesso succede. No, questa è la pagina della cura, ovvero quella che, forse, Alessandro Ferraro ha composto pensando ai cieli notturni di De Conno, oppure che l'editore ha voluto ricreare in vitro proprio qui per permettere a chi legge di fare un grande respiro silenzioso prima di oltrepassare la soglia che lo porti alla storia. 


Comunque sia andata, la cura e l'attenzione sono lì, palpabili, nella carta uso mano che ti senti tra le dita, nei colori pastosi e tenui, nelle ombre ripassate a tratteggio. Nella legatura cucita. Stiamo entrando in un libro di altri tempi, in cui il tempo per la cura del dettaglio è valore in sé. Continua il gioco di equilibri che Ferraro immagina per il testo di Matteo Razzini, a sua volta oscillante tra prosa e poesia. Anche il bambino Michele, d'altronde, è uno che rovescia ogni cosa, non ne combina mai una per dritto. Nulla, o ben poco, in questo libro è perfettamente dritto. L'instabilità è nei castelli di oggetti che Ferraro gli fa costruire e nella corsa verso la pagina che segue. Tutto oscilla, tutto si muove e va avanti. A questo si aggiunge lo stupore per gli oggetti, i moltissimi oggetti, messi in scena: diventano grandi, si personificano e si animano, camminano anche loro e vanno.



Cambia sempre la visuale, lo spazio tra testo e immagine: spesso tavole a piena pagina in cui Ferraro inventa un mondo tra la metafisica e il surrealismo, e, mi pare, ricordi un maestro di molti, Tullio Pericoli. Si sovvertono le proporzioni, si apprezzano i panorami aperti verso un grande orizzonte, si gode l'invenzione che fa viaggiare sull'acqua padelle come piroscafi, che trasforma i cuochi in Pulcinella giganti dalle maschere nere naso-beccute.


E su tutto si diffonde l'aroma del caffè appena fatto. Mentre questo accade davanti al nostro sguardo, il testo va avanti a raccontare, quasi si potrebbe dire, a cantare tanto la voce deve rimanere alta nella lettura. Questo è il merito di Matteo Razzini: quello di immaginare un testo nella sua oralità e di riportarlo, qui con una qual sapienza, sulla pagina scritta. A lui vanno anche riconosciuti due altri meriti: di aver saputo mescolare cose anche molto diverse e di aver dato un 'tono sempre in bilico' alla storia che passa per il sogno, l'assurdo, l'emotività e che nei disegni trova una meravigliosa quanto originale interpretazione.

Carla

Noterella al margine. Del tutto inspiegabilmente, Matteo Razzini ripone in me grande fiducia e stima. In nome di questa responsabilità, devo ammettere che nel testo, a mio personalissimo parere, ci sono sei righe di troppo: come al solito, le ultime. Per la precisione sole ventitré parole che sono lì a spiegare tutto ma proprio tutto e a rimettere in ordine ciò che era rimasto, meravigliosamente, in sospeso.

venerdì 5 gennaio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA RAGAZZINA DEL LAGO

Contro corrente, Alice Keller, Veronica Truttero
Sinnos 2017


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Se ne stava dritta, appoggiata allo stipite della porta, oppure alla finestra, a guardare il lago. La prima volta che mi vide urlare a squarciagola, mi squadrò in silenzio dalla testa ai piedi. Era la prima persona che mi squadrava in silenzio, per cui, di botto, stetti in silenzio anch'io. Lei tirò fuori dalla borsa un sacchettino, dove c'era un enorme coso lucido. Lo poggiò su di me, come a prendere le misure. Freddo, sgusciante. Mi solleticava la pancia."


Così Emily, una poppante spesso in preda a crisi di pianto inconsolabile, ottiene il suo primo costume da bagno. E lo riceve in regalo dalla sua cugina di New York, di dieci anni più grande, Gertrude. Da quel momento in poi, la piccolina non smette di desiderare un ulteriore incontro con quella cugina tanto schiva e silenziosa, ma forte e possente. Se la piccola Emily vagheggia di lei, le sue sorelle più grandi di Gertrude ricordano esclusivamente la stravaganza dei modi e giudicano la sua passione per l'acqua e per il nuoto come ennesima stranezza di quella robusta ragazzona, piuttosto mascolina.


Così, da un lato, a New York la giovane Gertrude Ederle macina record di nuoto e colleziona importanti medaglie con la squadra olimpica, dall'altra la piccola cugina cerca di emularne il mito, imparando a nuotare nel lago, da autodidatta, con l'aiuto del solo amico che ha, Leo, che la porta a spasso per le acque basse, legata in vita a una corda.
Da una parte e dall'altra le due cugine, una all'insaputa dell'altra, si pongono obiettivi importanti da raggiungere e sfidano le convenzioni: la grande si allena per la traversata della Manica, la piccola per l'attraversata del lago.


Il grande giorno arriva per entrambe. Il 18 agosto del 1925 Gertrude Ederle tenterà l'attraversata dalle coste francesi a quelle britanniche e la piccola Emily, in spregio a ogni divieto e scortata dal solo amico Leo, quella verso l'isoletta del lago davanti a casa.
Se per Emily l'obiettivo è raggiunto, lontano da ogni clamore, per Gertrude occorre aspettare l'anno successivo. Allora, ad acclamarla - ben più di quattordici ore di nuoto con il corpo coperto di grasso per difendersi dal freddo - però non ci sarà solo il sorriso di un bambino amico, come è avvenuto per Emily, bensì un'intera città in festa, New York imbandierata che la porterà in trionfo e la proclamerà Regina delle onde.

Nelle parole contro corrente che danno il titolo a questo strano libro, a metà tra il fumetto e la narrativa illustrata, coincidono i due nuclei di senso dell'intera storia. Il primo si muove più in superficie, l'altro è intuibile in profondità.
A pelo d'acqua emerge l'importanza dell'impegno e la determinazione di una giovane donna nel cercare di raggiungere un proprio record personale, un proprio obiettivo sportivo; sott'acqua si intuisce invece il riscatto da parte di una ragazzina nei confronti di una società che l'avrebbe preferita a ricamare il proprio corredo da sposa piuttosto che vederla fasciata in un costume nero a mettere bracciate dietro bracciate nelle acque di un lago.


Questi due registri si intrecciano con garbo in un racconto composto per metà di invenzione e per metà di fatti realmente accaduti.
Alice Keller e Veronica Truttero partono raccontando l'anomalia di questa bambinetta che, fin da piccola, è piuttosto decisa ad andare contro corrente, pur di seguire la propria passione (Calpurnia docet). Contro corrente è anche la storia, quella con la S maiuscola, di una ragazzona newyorchese che intorno ai 15 anni si scopre talento del nuoto e macina record, finora appannaggio dei soli uomini.
Alice Keller e Veronica Truttero raccontano così la vera storia di Gertrude Ederle, facendola diventare la cuginona sportiva che le donne della famiglia di Emily guardano con una certa supponenza.
A parte la bellezza intrinseca che la vicenda sportiva e umana di Gertrude Ederle porta con sé, sono almeno altri tre i meriti di questo libro e tutti e tre tenuti insieme da un unico filo rosso comune che è l'equilibrio.
Equilibrata è la costruzione narrativa in cui Invenzione e Storia occupano rispettivamente i due piatti della bilancia, senza predominare mai l'una sull'altra.


Equilibrata è la relazione tra testo e immagine in un originale dialogo, sorta di contrappunto armonico, che le parti più scritte instaurano con il disegno/fumetto. Sembra essere la risultante di un lavoro di continuo confronto tra le due amiche e colleghe libraie, Keller e Truttero. E laddove il dialogo tra autore e illustratore si tramuta e consolida, diventando forte intesa, è il tono del libro a trarne il primo guadagno.
Ancora di equilibrio armonico si può parlare se si osserva la composizione della pagina e i ritmi diversi che il disegno imprime al ritmo di lettura: sequenze 'cinematografiche' che si alternano a fumetto più puro; noterelle al margine talvolta ironiche oppure esplicative; tavole a piena pagina senza testo per conferire il giusto respiro; lettering attento; scelte cromatiche e di contesto rispettose di una precisa epoca.
All'equilibrio e all'armonia dunque si aggiunge la cura per il dettaglio (a parte un'acca di troppo ).
Conclusione finale: Keller e Truttero dimostrano qui una maggiore sicurezza nel raccontare, circostanza che permette loro, vista la storia, di cambiare il registro dei 'crescendo' comici e di muoversi con una certa disinvoltura anche in 'profondità'.
Il disegno di Veronica Truttero, in particolare, trova in questa storia piena di figurine umane e quasi nessun animale, un cifra decisamente più interessante e congeniale che ricorda, a me che pochissimo so di fumetto, la grazia compositiva di Paolo Cardoni.

Chissà che non dipenda dalla loro comune partenza con studi di scenografia? Chissà.

Carla

lunedì 24 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SOTTILE LINEA ROSSA



La grande storia di un piccolo tratto, Serge Bloch  
(trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy, 2017

ILLUSTRATI

"Stavo camminando quando l'ho visto.
Era un pezzettino lungo il sentiero.
L'ho raccolto. L'ho guardato.
Nell'incavo della mia mano
era veramente una cosina.
Un pezzettino di un niente.
Me lo sono messo in tasca, al calduccio,
e l'ho portato a casa."


Riposto con cura nella scatola dei tesori di questo bambino, quel pezzettino di niente è restato lì più o meno dimenticato. Il pensiero però ogni tanto ci tornava e alla fine da quella scatola è uscito ed è finito sul foglio bianco. Si è mosso, è cresciuto e poi, stanco, si è acciambellato. Ma da quel giorno tra quei due è nata un'amicizia che è cresciuta con il fare cose assieme: prima piccole, poi sempre più grandi.
Condivise erano anche le emozioni e non sempre era facile essere vicini. Alle volte spariva il tratto, ma poi tornava sempre e la preoccupazione cessava. Insieme potevano fare belle cose, come divertire i bambini o far ridere o far piangere la gente. Insieme hanno girato il mondo, e hanno fatto scorrere il tempo e poi, di comune accordo, hanno preso una decisione importante...

La storia di una relazione: quella tra un disegnatore, Serge Bloch, e il suo tratto, un segno rosso in un mondo quasi tutto in bianco e nero; unica eccezione, un po' di blu che spunta qua e là.


Raccontata con quelli che sono i tratti consueti della poetica di questo autore: la capacità di sintesi, il disegno 'disimparato', il dialogo tra oggetto e segno, la padronanza del bianco, ironia e poesia in perenne dialogo, lo sguardo, la profondità, la capacità di dare un'anima, un senso all'esistenza.
Non credo che siano solo questi i punti fermi, sorta di punti cardinali, cui ancorare la mappa Serge Bloch per poterla leggere e interpretare.
Tuttavia essi possono costituire un buon punto di partenza.


Se mi è permesso, partirei dalla forma per poi arrivare alla sostanza.
"Neanche un giorno senza una linea" (quando Paul Klee riprendeva Plinio il Vecchio). La linea è la sua lingua. E' una linea talvolta veloce, talaltra accurata, per definizione sempre sintetica.
Essa è esito di un processo di 'allontanamento' dalla forma perfetta e sapiente del bravo disegnatore che privilegia in sua vece certa verginità e ingenuità del tratto infantile. Va da sé, come diceva Calvino a proposito della scrittura, ovvero che la leggerezza è la risultante di un sapiente lavoro di sottrazione, che anche la linea di Bloch si genera per eliminazione. Il suo segno 'infantile' nasce da una grande capacità disegnativa che però, in nome della sintesi, si libera di tutto il suo bagaglio acquisito per tornare a una forma primigenia. Ripeto ciò che ho notato altrove, "Mi ci è voluta una vita per imparare a disegnare come un bambino" (Pablo Picasso), il disegno è il linguaggio espressivo naturale dei bambini. Non dobbiamo dimenticarlo.


Il secondo elemento formale che è cifra costante in Bloch è la commistione, o per meglio dire il dialogo, che lui cerca tra elementi compositivi differenti: di solito oggetti fotografati che, usciti di contesto, dialogano in modo non convenzionale con la linea. In questo libro accade nel momento di massima tensione: il finale.
Altre volte l'intero libro si costruisce sull'oggetto (Io aspetto, Kite 2015): il filo rosso. Oppure è il frutto di una felice alternanza (Il nemico, Terre di mezzo, 2014). Ed è sempre una gioia per lo sguardo e un cambio di registro che accende l'attenzione, spostando di fatto il punto di vista dell'osservatore per metterlo, parole di Bloch, nella condizione di fargli credere che ciò che vede sia autentico.


Ulteriore elemento formale è l'uso del bianco, o per converso il disuso del colore da parte di Bloch. Ancora sue le parole che privilegiano il tratto, il disegno rispetto al colore. "A me interessa il segno, non il colore". Unica deroga in questo libro, alcune pagine in cui il colore è dato a pennellate liquide e veloci con il fine di creare volumetrie: il mare, la città. Altrimenti anch'esso soggiace al segno, nella linea rossa assoluta protagonista, o in quelle, più rare, blu.
Il registro dell'ironia è di nuovo un elemento costante nei suoi libri.
L'ironia genera sorriso e non risata e anche qui sono molti i momenti in cui il sorriso nasce nel lettore. Per motivi diversi: i lettori piccoli sorrideranno per il grande scarabocchio che è connesso con "quando io urlavo, lui impazziva", mentre i grandi sorrideranno per il tremolio di "non era sempre semplice vivere con lui. Me ne faceva vedere di tutti i colori". Sottile, lieve, la vena ironica è per definizione timida e non per tutti. Talvolta amara, ma sempre molto connessa con la poesia con cui Bloch legge il mondo e l'umanità.


E a proposito di poesia entriamo nella sostanza dei libri di Bloch, compreso questo che sembra essere, oltre a un omaggio al disegno, un bel modo per raccontare una vita, la sua. Diventa lirico nella suggestione creata da "A volte ci sedevamo uno accanto all'altro. Lui si allungava, disegnava l'orizzonte. Guardando bene, si poteva vedere una nave in lontananza" e un personaggino chiuso nelle sue ginocchia con l'occhio, punto nero, puntato lontano, su una sottile linea rossa e su un segnetto in fondo, la nave.
Ed ecco lo sguardo, elemento compositivo e sostanziale per raccontare il mondo e l'umanità che lo abita. Non è forse lo sguardo specchio dell'anima?Ragionavo su questo a proposito di un altro suo bel libro (Ti sfido a non sbadigliare, Edizioni Clichy 2016), quando a uno sguardo nel buio è dedicata una intera doppia pagina. Scrive Bloch che lo sguardo tanto più è evidente e prende spazio nel disegno, tanto più genera vita nel personaggio.


E così, senza quasi accorgersene, arriviamo all'ultimo punto cardinale della nostra mappa: la profondità dei suoi libri che deriva dalla sua capacità di dare anima e quindi un senso alle storie che disegna. Ancora una volta mi aggancio alle parole dello stesso Bloch: "il disegno è una sorta di finestra aperta davanti a un mondo di personaggi. Un teatro in miniatura che io ho la possibilità di animare" o ancora "io disegno cose, persone e circostanze che chiamo dentro attraverso il disegno".
E così, in soli 4 giri di pagina, e sole 8 parole è in grado di raccontare vent'anni di una esistenza. Valicando spesso i testi non suoi attraverso una sempre personale lettura, oppure in questo dialogo con il disegno, La grande storia di un piccolo tratto, riesce a mettere a fuoco questioni nodali: il rapporto con l'altro, l'autodeterminazione, la relazione genitori/figli.
Se non è un genio questo...

Carla