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mercoledì 7 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MATITA AFFETTUOSA

Che difficile! Guridi (trad. Valentina Mai) 
Kite edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Vorrei dire «ciao» al panettiere, alla mia vicina Anna e alla signora Antonia. 
E aggiungere qualcosa come «Che bel vestito!». 
Però mi riesce solo un sorriso... Sorrido... solo questo. 
È tanto difficile parlare..." 

Quando esce di casa, tutto diventa difficile. 
Per arrivare alla fermata dell'autobus è meglio per lui contare i respiri perché contare lo tranquillizza. Salito sul 21 l'unica cosa da fare è sorridere al conducente che gli chiede sempre come va, poi sedersi e guardarsi le scarpe e soprattutto no guardare chi siede vicino a lui. 
La voce alta delle persone non gli piace e anche il rumoroso arrivo a scuola non fa per lui. 
In classe, al suo banco, non parla e non dice il nome di nessuno. Eppure li sa tutti. 
La sua mamma gli dice di non preoccuparsi perché le parole prima o poi arriveranno. 
Certo, però tutto è così difficile... Ma, magari, sottovoce... 

Ed è così che si scoprono un po' dei pensieri, dei trucchi con i numeri, delle paure, delle sfide che attraversano la testa e il cuore di questo bambinetto. 
Piccolo, in un mondo molto più grande di lui. 


La matita veloce, emotiva e affettuosa di Guridi trasforma le sensazioni in disegno. 
Il grande è molto grande e il piccolo è molto piccolo. E Guridi è un grande disegnatore di piccoli.
Tratti chiusi, come a intrappolarlo, rendono la sua solitudine palpabile. 
La confusione e il rumore appare nella moltiplicazione di facce, tante facce tutte uguali, che con la bocca aperta parlano all'unisono. Fanno paura.  
E anche in classe il solito cerchio lo tiene nella bolla: i compagni tutti azzurri e lui, fuori dalle loro file di banchi, è l'unico senza colore: un solo tratto che lo definisce, lo rende diverso, lo isola. 


Tutto questo 'scarabocchiare', tutti questi segni che si ripetono e che vanno in direzioni sempre diverse sono l'immagine della difficoltà, della confusione. 
È l'esterno di uno che nell'esterno non riesce proprio a muoversi con disinvoltura.
 

I pochi altri colori, al pari del tratto, sono portatori di senso. Il rosso, in particolare, una linea più grossa e anche più precisa, definisce tutto quello che rappresenta agli occhi di quel bambinetto così minuscolo, la sua difficoltà, il mondo che ruota intorno a lui, mamma compresa. 
Nonostante le parole rassicuranti. 
E, a proposito di linee di demarcazione, di linee che dividono una bolla dall'altra sarà utile riflettere solo un momento sul fatto che la relazione con l'esterno, con quell'esterno che arriva appena varcata la soglia della porta di casa, porta ciascuno di noi in direzioni tra loro molto diverse. 


È l'esperienza che mi fa dire. Ho visto bambini che hanno bisogno di tempo per costruire le loro sicurezze verso l'esterno, che hanno bisogno di prepararsi dentro prima di pronunciare una parola che li renda visibili. Ci sono invece bambini che dell'esterno si nutrono. 
Ci sono i bambini timidi e i bambini disinvolti. Ci sono i bambini che anche se solo cerchi di incontrare il loro sguardo, si fanno schivi, cercano di nascondersi dove possono, di solito verso il corpo sicuro di madri e padri. 
Ci sono bambini silenziosi. Ogni tanto, un sorriso. Che forse sono anche stanchi di sentirsi chiedere se qualcuno gli abbia mangiato la lingua. Magari il gatto... 
Ci sono bambini che poi diventano ragazzi che quando è ricreazione restano seduti al banco e da lì guardano gli altri precipitarsi fuori a giocare o a a mangiare qualcosa. 
Ci sono bambini e poi ragazzi che devono forzare loro stessi per andare al telefono a parlare con la zia o ordinare una pizza. 
Ci sono bambini e poi ragazzi che se invitati alle feste di compleanno si mettono in un angolo e dopo un'oretta sarebbero già pronti per andare via. 
Ci sono bambini che, alle loro di feste di compleanno, quando è il momento di soffiare sulle candeline della propria torta, si sentono tutti gli sguardi addosso, e piangono. Invece di soffiare. 
Ci sono bambini che giocano da soli in allegria. Ci sono ragazzi che sanno stare in compagnia ma da soli alle volte si sentono meglio. 
Ci sono bambini, ragazzi e adulti a cui piace circondarsi di silenzio e se vogliono raccontare qualcosa decidono di farlo con le matite, con i disegni, più che con le parole. E magari non lo fanno davanti a tutti, ma li mettono preferibilmente nero su bianco - con un po' di rosso qui e là - su un foglio da disegno e poi li fanno diventare un libro. 


Ecco è a tutti loro, piccoli e anche grandi, che Guridi ha pensato. Con affetto.

Carla

venerdì 28 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GENTLEMEN'S AGREEMENT

Il riflesso di Hariett, Marion Kadi (trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di mezzo, 2022 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"C'era una volta un vecchio leone. Aveva tanto cacciato, mangiato e dormito, finché un giorno morì. il suo riflesso si trovò da solo. 
Ben presto cominciò ad annoiarsi. Non voleva diventare il riflesso di un fiore... 
...e nemmeno quello di un'anatra. E allora partì. 
Dopo aver camminato a lungo, scorse una casetta." 


In quella casetta abitava Hariett. Quando il riflesso la vide dai vetri, lei si stava preparando per andare a scuola e aveva la sua solita faccia imbronciata, perché andare a scuola non le piaceva. 
Sarà stato il suo cattivo umore, sarà stata la sua rabbia, fatto sta che il riflesso del leone decise di diventare all'istante il riflesso di quella creaturina così nervosa. 
Corse in una pozzanghera dove Hariett passando inevitabilmente si specchiò e, cacciato via in malo modo il vecchio riflesso, quello del leone si insediò e da quel momento quei due si piacquero e decisero di comune accordo di fare coppia fissa. 
Hariett, con quel riflesso da leone, si sentiva una 'tigre', si sentiva forte e coraggiosa: quel giorno a scuola giocò un sacco e con tutti e parlò anche di geometria pubblicamente, davanti al maestro... 
Anche la sua nuova fame era proporzionata al suo riflesso. Quello vecchio, quello originale, era ormai dimenticato. 
Ma si sa che a volte le cose possono sfuggire di mano. 
E così il leone del riflesso sembra dare ad Hariett un piglio eccessivamente aggressivo che le frutta vari malumori e una punizione. Circostanza questa che le fa desiderare il suo vecchio riflesso da bambina timida. 
Si può vivere con più di un riflesso? Si può. 

Questo è il suo primo albo illustrato ed ha già tirato su un buon numero di riconoscimenti: a seguito del BRAW come migliore Opera Prima, sono arrivati anche i White Ravens e una candidatura alla Pepite di Montreuil. 
Marion Kadi, francese, trapiantata a Boston dove collabora con testate come il NYT o, in Francia, come Zadig Magazine, ha già detto molto e soprattutto ha già dimostrato al mondo il suo talento d'artista. 
Un senso del colore degno dei Fauves (lei stessa cita Matisse come riferimento) e del precedente gruppo dei Nabis a cui si aggiungono diverse cose. 
In primo luogo la sua capacità di concepire un'idea così tanto originale e quindi di realizzarla nella cornice di un albo illustrato. 


Lascerei ad altri le riflessioni sulla questione che attraversa il libro, ossia la possibilità e quindi anche la volontà di essere complessi: essere molte cose contemporaneamente, timidi e intraprendenti, in questo caso, e di decidere di esserlo a seconda dei momenti, e di farlo in una misura che, di volta in volta, ci si sembri confacente. 
Mi concentrerei invece su alcuni aspetti più formali, ma non per questo più di superficie o accessori. 
In primo luogo la qualità del disegno che denuncia grandi capacità fin dai risguardi di copertina: un gruppo di carpe che nuotano in poche dita d'acqua tra foglie di ninfea. Sembrerebbe il laghetto che il riflesso del leone sta abbandonando per cercarsi una nuova residenza. Nei risguardi di chiusura, ovviamente non manca l'acqua, parlando di riflessi, ma qui è piovana sul selciato del vialetto della scuola. 
Questa grande capacità di disegnare si piega, si flette, si distorce ad uso e consumo della storia e del suo personaggio principale - il riflesso di un leone morto - che già di per sé è un meraviglioso assurdo. 


A lui vengono date connotazioni espressive molto precise e necessarie: grandi occhi e soprattutto una criniera e una pelliccia che ne attestino sempre certa tangibilità mischiata alla sua opposta inconsistenza, tipica di ogni riflesso. 
Zampe, corpo e massimamente criniera hanno profili ondulati e sono attraversati da striature che alludono alla materia di cui sono fatti: l'acqua. Tutta l'espressività dell'altra protagonista passa per un incarnato bello accesso e tante rughette di espressione. 
Sullo sfondo delle loro azioni si muove un mondo di animali e di vegetazione che è una bellezza. A questo si aggiungono piccole scene isolate, con conigli, anatre, pecore con lupo travestito, galli, mucche e molti altri animali che costituiscono anche un vero e proprio repertorio di modelli: dalle mattonelle della classe al motivo del tappeto in casa di Hariett. 
Altrettanta abbondanza è concessa ai bambini e alle bambine della scuola, anche loro ritratti in un bel brulicare di singole azioni.


Tutta questa ricchezza di colore e movimento accoglie anche una serie di spunti ironici che danno la cifra di tutto il racconto. In modo particolare Marion Kadi si diverte con il riflesso che caccia il suo predecessore, che corre per andare a scuola, che si moltiplica in diverse pozzanghere e, soprattutto, che stipula un gentlemen's agreement con il suo rivale, con cui si può imparare a convivere nel medesimo specchio. 

Carla

mercoledì 31 agosto 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI TIMIDEZZA E DI DETERMINAZIONE: GLI STEADS 

Sonata per la signora Luna, Philip C. Stead, Erin E. Stead 
(trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2019 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Quella sera quando Harriet Henry scese per cena, i suoi genitori dissero: 'Un giorno suonerai il violoncello in una grande orchestra. Non sarebbe bellissimo?' Harriet immaginò una folla di persone, tutte vestite come pinguini. 
Le sue mani iniziarono a sudare e il viso a scottare. 
'No' rispose dopo un sospiro. 
E sistemò i fagiolini in una lunga fila ordinata." 


Come è facile intuire ad Harriet non sarebbe per niente piaciuto suonare davanti a tante persone, in una grande orchestra (tra tante persone che sembrano pinguini). 


Lei voleva - a lei piaceva - suonare il violoncello da sola. E' timida, è introversa.
Allontanatasi dalla cucina e dai genitori, rifugiatasi nella sua camera, la trasforma nella propria minuscola casa con fuoco nel caminetto, tavolino e tazza di tè. 
Mentre suona, un gufo sull'albero di fronte alla sua finestra comincia a bubolare. 
Harriet con gentilezza lo prega di andarsene, ma lui bubola di nuovo così Harriet, arrabbiata, gli scaglia addosso la sua tazza di tè. 
Non colpisce il gufo, ma la Luna in persona che cade dal cielo e si incastra sul suo comignolo, riempiendo di fumo la sua casetta. 


Harriet si arrampica e la libera e comincia così una chiacchierata, e una passeggiata in città, un giro in barca e quando è l'ora di tornare a casa per entrambe, quella bambina introversa accetta l'invito della Luna solitaria e suona per lei. 
A un patto, però: occhi chiusi e niente applausi. 

In una intervista, Philip Stead ha definito questo libro un libro per bambini timidi su una bambina timida. Ed è assoluta verità. 
La bambina Harriet Henry (ci si potrebbero spendere tante righe su questo colpo da maestro di Philip Stead per non dare al personaggio una connotazione precisa di genere, come a voler dire i timidi sono tanto le Harriet quanto gli Henry e gli Hank... e altrettanto geniale il ritratto che ne disegna Erin) è timida e introversa quindi non ha voglia di condividere la sua musica con altre persone: il viso le si scalda e le sue mani cominciano a sudare. 
E anche quando fa una eccezione alla sua regola e suona per la signora Luna, lo fa, in un cielo vuoto, tranquillo, chiedendo in cambio silenzio e occhi chiusi. 
Ma Philip Stead non ha detto tutto. 
Questo libro non è solo un libro sulla timidezza, ma è anche un libro sulla determinazione (dote accessoria cui ogni timido dovrebbe poter accedere liberamente). 


Ecco, se da un lato la timidezza fa avvampare le guance e spesso anche sudare le mani, dall'altro la determinazione di quella bambina le permette di poter sussurrare i suoi no. No, fermi. 
Ma questo libro è anche un libro sull'incoraggiamento. 
Se da una parte i due genitori entrano nella timidezza e ritrosia di Harriet a gamba tesa, al contrario la signora Luna, dopo essersi dimostrata vicina e comprensiva nei confronti della bambina che mette in fila i fagiolini, prova a valicare il confine della timidezza e, con garbo, trova una via per incoraggiare la piccolina a superare la sua paura. 
Sempre nella stessa intervista, Philip dichiara: "Gli introversi sono spesso messi in una posizione in cui devono difendere la loro introversione. Penso che spesso ci sentiamo come se la cosa che stiamo facendo abbia valore anche se la stiamo facendo da soli. E penso che sia una cosa particolarmente importante a cui pensare perché è quasi impossibile essere soli di questi tempi. 
Ultimamente abbiamo riflettuto molto su come sarebbe crescere in questo momento in un mondo che è tutto basato sulla condivisione. Il tempo tranquillo e da soli era essenziale sia per me sia per Erin, da bambini. E lo è ancora. 
Non credo che ai bambini sia spesso permesso di fare le cose da soli, davvero da soli. Tutto è sempre documentato e condiviso. Music for Mister Moon è un libro su un personaggio introverso, fatto da due introversi. 
Di solito non amiamo dire cosa significhi un libro, ma in fondo il libro ha lo scopo di porre una domanda che è: una cosa può avere valore se non è condivisa?"
Chi conosce il percorso formativo dei coniugi Stead (percorso che li ha portati a essere quello che sono oggi) non può non leggere in questo libro una meravigliosa metafora della loro relazione 'artistica' e, più in generale, umana. 
Per essere subito chiari, dietro Harriet ci sono tutti i timidi e gli introversi del pianeta, la cui schiera è guidata da Erin - la cui riottosità all'essere sotto i riflettori è ormai proverbiale - e dietro la Luna (nelle lingue di ceppo anglosassone Luna è maschile e nel titolo infatti parla di Music for Mister Moon...) ci sono tutti gli incoraggiatori, con Philip capofila. A lui si deve la spinta iniziale per dare la necessaria fiducia a Erin nell'intraprendere la carriera di illustratrice. 
Ma ci sarà modo e tempo di approfondire.



Come è accaduto al principio del loro sodalizio artistico, anche in questo caso Philip scrive una storia per Erin, ossia pensando a lei e al suo modo di illustrare. Si dimostra capace di lasciare a lei un sacco di spazio, mettendo a tacere le parole ed Erin, per converso, riesce a costruire intrecci e richiami, a trovare soluzioni molto originali laddove il testo le offra l'opportunità. 
Mi riferisco, per esempio, all'idea che Harriet come pubblico abbia solo i suoi peluche, un orso e un tricheco, orso e tricheco che incarnano poi il capellaio e il pescatore. 


Erin, illustratrice -timida/introversa/solitaria- con questo libro ha dimostrato a se stessa e al mondo la sua determinazione a dare il meglio di sé: a un passo dalla nascita della sua prima bambina le tavole del libro sono praticamente pronte ed è lì che lei decide che è tutto da rifare. Le illustrazioni fatte non la convincono fino in fondo, quindi ricomincia tutto da zero. 
Nel frattempo la sua bambina nasce, ma lei -timida/introversa/solitaria- va avanti verso il suo obiettivo e si dimostra anche coraggiosa e determinata e il libro diventa quello che è ora. 
Le illustrazioni, scarne e armoniose come il testo, si caratterizzano per un delicato segno a matita applicato su monostampe a inchiostro (si tratta di olio per incisione, non colore a olio per pittura). 
Il colore, questa volta, viene steso con il rullo, la racla, su una base rigida di acrilico. 


Con questo sistema e con una palette di colori ancora più tenui del solito, la Stead ottiene un effetto nebbioso in cui agiscono una grande luna leggermente luminosa con sembianze umane, un carro comicamente minuscolo e una bambina dall'aspetto serio, con i codini, a malapena più alta del suo strumento. 
Si muove sulla scia del libro precedente, Il postino dei messaggi in bottiglia, con le monostampe, tuttavia acquisisce una sicurezza e una distanza dalla precisione ossessiva vista in Se vuoi vedere una balena. Sembrerebbe quasi che Erin Stead stia cominciando a lasciare uno spazio maggiore all'impulsività e alla imprevedibilità del medium. Sembra. 
Per ogni immagine, Erin Stead ottiene una scansione che viene stampata invertita. 
Su quella appoggia la lastra di cianacrilato, insomma di acrilico liscio e rigido, che inchiostra a seconda del fondo colorato che vuole dare all'immagine. Poi libera dal colore le parti dove deve andare il disegno, grazie all'immagine sottostante, usando un tovagliolino da neonato (!) e quando le serve una diversa texture - per esempio lungo la cornice - allora usa una cosa più rigida, uno scottex. 
A questo punto prende il foglio su cui disegnerà e lo fa combaciare, lo mette a registro, alla perfezione con la lastra di cianacrilato inchiostrata e preme con il suo consueto strumento di bambù. Poi aspetta almeno due giorni per dare il tempo al colore di asciugarsi perfettamente, prima di procedere con il disegno nelle zone colorate. E allora è festa grande!

 
La qualità del risultato è sotto gli occhi di tutti. 


 Carla 

Noterella al margine. A settembre di Erin e Philip Stead si parlerà a Cagliari durante una giornata di formazione propedeutica all'incontro/intervista con i magnifici Steads durante il Festival Tuttestorie, a Cagliari dal 5 all'8 di ottobre.

mercoledì 4 maggio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DELLA LEVRIERITUDINE

Un levriero ben nascosto, Andrea Antinori 
Corraini 2022 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Per chi non sapesse cos'è un levriero, è un cane che ricorda il ghepardo, se non fosse per il muso troppo lungo e per la mancanza di pois. Ma soprattutto, a differenza del ghepardo, è un animale estremamente prudente e timoroso. Eppure il levriero è alto ed elegante. Potrebbe essere fiero come un cavallo... se non avesse paura di tutto. Ma proprio tutto." 

Le cose che un levriero nella norma teme sono i piccioni, i palloncini, i funghi sul cammino, gli ombrelli aperti (beninteso, anche chiusi), di tutto ciò che va su ruote, ovviamente dei gatti, del vento. E di molte altre cose. Questo genera in lui uno sguardo sempre sull'orlo della lacrima e poi, fa come il vento, e va a nascondersi. Nei posti consueti per i cani: sotto e sopra il letto, ma sotto la coperta, ma anche in molti altri posti che si direbbero impensabili... come per esempio la cima degli alberi o in qualunque tipo di vaso o di contenitore. 


Stanarlo non sarà facile, perché i metodi tradizionali, ovvero un salamino o una palla da tennis lo lasciano del tutto indifferente. 
Così come dice il proverbio che chiodo scaccia chiodo, nel caso dei levrieri spavento scaccia spavento. Il fatto è che lo spavento porta sempre con se il desiderio di fuga e la ricerca di un nuovo nascondiglio...
Un po' come dire che siamo davanti a un classico caso di 'cane che si morde la coda' per intendere che la soluzione alla convivenza spensierata con un levriero a tutti gli effetti non sembra esserci. Questo libro è dedicato a una levriera in particolare, Alma, che, con la testa nascosta in un innaffiatoio, ha avuto la fortuna di assurgere alla ribalta, solo per aver vissuto due giorni con Andrea Antinori, che intorno a lei ha montato un intero libro, salato in almeno due sensi. 

L'unica accezione dell'aggettivo 'salato' che qui val la pena di menzionare è quella che allude alla sapidità e arguzia della storia. 
Della seconda accezione, di cui Antinori non è direttamente responsabile, non val la pena dire nulla o recriminare. Ormai è andata...


I libri di Antinori sono spesso gustosi, nel senso che hanno sempre un qualche ingrediente che li rende inconfondibili, di piacevole lettura e, in qualche modo, indimenticabili. 
Probabilmente dipende dal modo che ha di guardare il mondo, con uno sguardo che è sempre un poi straniato, stupito e in attesa degli eventi. Di certo, divergente. Forse questo modo di percepire e poi interpretare un segmento di esistenza lo avvicina un bel po' a quello che è il modo di sentire di chi è nuovo al mondo, di chi è piccolo e non appesantito troppo dall'esperienza.
Questa leggerezza è uno dei caratteri che gli si possono attribuire, una leggerezza che è sempre al limite dell'ingenuità ma che poi è in grado di ritrovare una propria forza data dalla consapevolezza. Ormai Antinori ha sulle spalle un considerevole curriculum che si è costruito nel tempo senza mai fare deroghe al suo stile molto particolare. Una serie di riconoscimenti avuti qui e lì ne attestano il valore. 
Come in altre sue storie, anche in questo libro su un levriero, non smentisce il suo gusto ironico nell'oscillare volutamente tra finzione e realtà. Molti dei caratteri che attribuisce a questo stranissimo cane sono frutto di invenzione, un'invenzione che gioca sul crescendo; tuttavia è fatto salvo il senso finale di questo prontuario per saper gestire la timidezza di questo affilato cane. 


I levrieri, e ne parlo con una certa cognizione di causa, sono effettivamente animali molto schivi, che nei consimili non dimostrano interesse, mentre invece hanno un gran bisogno del prossimo, di quello su due zampe, attenzione però non di tutto il genere umano: si affezionano solo ai propri umani e con difficoltà riescono a gestirne gli allontanamenti. Effettivamente tutto il resto sembra aver poco valore, topolini a parte di cui sono strenui cacciatori. E allora lì dimenticano tutto.
Ma per tornare al levriero che appartiene all'immaginario di Antinori, e che il vero levriero Alma gli ha suggerito, non si può non notare la capacità di riassumere in un segno la natura di questo personaggio: in un lago di azzurro un vaso bianco contiene la curva tipica che distingue - anche nella realtà - il profilo di un levriero da ogni altro cane. In sostanza Antinori è stato così sapiente da rendere attraverso pochi emblematici tratti la levrieritudine. 
Come spesso accade nei suoi libri, sebbene il segno a prima vista possa sembrare ingenuo, con questo tratto di matitona nera, ma più spesso di pennarello a volte volutamente impreciso nei registri tra un colore e l'altro, tuttavia dimostra una efficacia nel rendere l'essenza dell'oggetto/animale/persona che vuole raffigurare. E bravo. 


Grande espressività dimostra il levriero con i suoi occhioni sempre spalancati, o il cavallo che è in fila per mettersi in mostra sulla cima del monte. Anche in questo ultimo libro si riconosce la costruzione del disegno da parte di Antinori: quel suo uso molto particolare del fondo bianco di una pagina, spazio virtuale in cui spesso mette a galleggiare oggetti, o persone, ignorando in modo programmatico - così come lo farebbe un bambino - la giusta collocazione prospettica in uno spazio reale, tridimensionale. La pagina, il suo bianco, Antinori non lo vuole riconoscere come potenziale contenitore di volumi, al contrario non perde occasione per esaltarne la bidimensionalità. 
E dunque chi meglio di un levriero, seppure nascosto, starebbe meglio nello spessore minimo di un foglio di carta? 

Carla

lunedì 26 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORAGGIO NELLE TASCHE
 
Il vestito di Lia, Sara Marconi, Daniela Costa 
Edizioni Corsare 2020 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Il corso di teatro non lo vuole fare, e sciare le dà il capogiro; le piace soltanto giocare con la sua amica Emma, suonare il pianoforte e leggere storie di animali. Per questo quel giovedì, la mamma, il papà, il nonno e anche la mamma di Emma si telefonano preoccupati: Chi le darà la notizia?"


Lia è una bambina timida e molte cose le fanno paura. Eppure la notizia le va assolutamente data.
Il papà pensa che mangiando un gelato forse la notizia sarà meno aspra. Purtroppo quel giorno piove, niente passeggiata con gelato.
Il nonno pensa che in mezzo a un bel racconto, infilare la notizia la farà sembrare meno spaventosa. Ma Lia si alza sul più bello e quando torna è il coraggio del nonno a essere svanito.
Non resta che la mamma. D'altronde - si sa - le maggior parte delle mamme hanno coraggio da vendere e non si spaventano davanti a nulla, o quasi. Così prende in braccio la piccola Lia e, tutto di un fiato, le dice che il concerto di pianoforte per la fine del corso è lì a un passo: domenica.
Chiude gli occhi e aspetta di essere investita dall'elenco di tutte le paure della sua bambina e da un perentorio: no! Non se ne parla, io su quel palco non ci salgo.
E invece... Avvolta e protetta nel suo vestito nuovo, quello con le tasche, Lia si sente bella e forte. Sul palco, davanti a tutti, avrà con sé anche un pianoforte e, questo lo sanno persino le rondini, la musica che lei è capace di farne uscire la riempirà così tanto di gioia, che per timidezza e timori bisognerà aspettare un altro tempo.


La percezione, lo sguardo in particolare ma anche gli altri sensi sono coinvolti, per quanto uno ne possa studiare i meccanismi, anche quelli chimico/fisici del cervello, mantiene sempre una sua porzione di mistero. Quindi per quanto uno si sforzi di razionalizzare, di mantenere un oggettiva distanza per poter valutare un oggetto - un libro in questo caso - per quello che è, ad alterare l'analisi subentrano fattori che arrivano da luoghi e tempi diversi.
Qui di seguito, il breve elenco di fattori che hanno alterato l'oggettività di giudizio.
 

Il primo: irrompe dalla memoria - per molte altre cose molto macilenta - il vestito del compleanno di mia figlia Margherita per i suoi 5 anni. Con le tasche, color rosso papavero con fiori stampati qui e là. E largo, che se girava veloce su se stessa si apriva come quello di un derviscio.
Il secondo: quella stessa Margherita che a ogni compleanno fino almeno ai 6 anni compiuti proibiva con pianti dirotti tutte le canzoncine o coretti o anche solo sguardi concentrati su di lei al momento del soffio sulla torta di compleanno.
Il terzo: quella stessa Margherita, che a vent'anni si vergognava a ordinare una pizza per telefono, durante la sua discussione di laurea magistrale alla facoltà di chimica a Bologna (con il tocco e la toga e con un biglietto aereo per la Spagna e un dottorato in tasca) che padroneggiava davanti a un pubblico vario il puntatore laser su molecole sconosciute quanto deliziose, sotto il profilo grafico, nonché su composti dai nomi impronunciabili, ma da lei amatissimi.
Il quarto: la commozione costante che da sempre mi genera la vista dei papaveri. Sia singoli, sia a campi, sia a bordo strada, in filari.
 

Qui di seguito, il meno breve elenco di cose che mi hanno riportato il più possibile a riconquistare una qualche oggettività di giudizio.
In rigoroso ordine di entrata.
Il primo: i colori della copertina. Quattro in particolare, a coppie. Il bianco non troppo bianco del fondo e il nero non troppo nero di matita del pianoforte. I due colori del vestito: opposti e messi con sapienza vicini a suggerire all'occhio di passare da uno all'altro e di goderne in uno dei suoi giochi preferiti: caldo freddo caldo freddo... Buona sensibilità e gusto.
Il secondo: i risguardi. Occupati con intelligenza da una sequenza di topini vestiti che stanno per accomodarsi (forse) nella storia e stanno invitando lo sguardo a pedinarli. Ciò preannuncia che dell'oggetto libro nulla resterà indietro.
Il terzo: la carta. Uso mano, direi. Che è un piacere sfogliare le pagine. E che è anche un atto di rispetto nei confronti dei propri lettori.
Il quarto: la musicalità del testo. le prime quattro righe - che per crudeltà qui non sono scritte - suonano.
 

Il quinto: la conferma che i topi non erano lì per caso, ma a costruire micro racconti paralleli alla storia principale. Ciò conferma un disegno che sa raccontare a sua volta e non si limita ad appoggiarsi solo sul testo.
Il sesto: un disegno che invade lo spazio, domina la pagina in mille diversi tagli di prospettiva, gente che esce o entra dal taglio del foglio, zoom sui dettagli, sequenze di movimento. Ma anche e soprattutto capace di essere nel contempo immaginifico -con animali e piante che sono quasi pattern- come pure attento al dettaglio della realtà raccontata. Di nuovo una gioia per gli occhi che vanno dal generale al particolare e viceversa.
Il settimo: le buone letture del nonno.
L'ottavo: un testo pulito da ogni decorazione che corre dritto al punto senza sbavature didascaliche. Una bella sorpresa che sembra così ben messa lì sul finale, da far supporre che Sara Marconi ne sappia parecchio dello stupore che ci riservano i bambini e le bambine. In altre parole, che abbia la giusta sensibilità per saper raccontare l'infanzia.
 
 
 
Il nono: una buona capacità di regolare in modo diverso il ritmo delle tavole con ogni mezzo a disposizione di un illustratore, e farlo in buona armonia con il testo.
Il decimo: la questione intorno a cui tutto ruota. Anzi le questioni. Da una parte il racconto sincero di una timidezza riconosciuta e protetta dai grandi e dall'altra l'inaspettato coraggio di una bambina che della sua passione fa il suo destriero che la porterà lontano. 
 

Che sia la musica o sia la chimica, l'importante è che ci sia.
 

Carla
 
Noterella al margine. Ce ne sarebbe anche un undicesimo: il formato del libro è esattamente uguale al piatto del mio scanner.


sabato 8 novembre 2014

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


UN CORAGGIO DA LEONI

Das Löwenmädchen, Kim Fupz Aakeson, Julie Völk 
Gerstenberg, 2014


I leoni – simbolo di audacia sin dall’antichità - hanno sempre popolato l’immaginario infantile. Ne ha fatto una bella carrellata tempo fa sul suo blog Anna Castagnoli a proposito dell’albo di Beatrice Alemagna Un leone a Parigi.
Di questo filone fa parte anche l’albo uscito quest’anno in Germania Das Löwenmädchen (La bambina leone) del danese Kim Fupz Aakeson, apprezzato autore di romanzi, fumetti, libri per bambini e sceneggiature cinematografiche (fra le quali quella dell’ironico noir diretto da Hans Petter Moland In ordine di sparizione, che forse qualcuno di voi ha avuto modo di vedere al cinema).
Questo suo testo per bambini risale a dieci anni fa. Uscì in Danimarca illustrato da Hanne Bartholin, ma di questa prima edizione ho potuto vedere soltanto la copertina, che non mi ha particolarmente colpito, e quindi mi è impossibile darne un giudizio o fare dei paragoni. Il titolo originale era: Una bambina, un leone, un grande cacciatore.




A colpirmi sono state invece le illustrazioni della nuova edizione tedesca. E questo effetto non l’hanno fatto solo a me, se all’ultima Fiera di Francoforte la giovane Julie Völk è riuscita ad aggiudicarsi per questo suo primo albo il premio “Serafina” per illustratori esordienti della Deutsche Akademie für Kinder- und Jugendliteratur. D’altra parte è proprio grazie al particolare fascino emanato dal suo stile che è nato l’intero progetto del libro.
Quando Daniela Filthaut di Gerstenberg ha notato i lavori di questa giovane artista di origine viennese in una mostra degli studenti della rinomata Hochschule für angewandte Wissenschaften di Amburgo si è entusiasmata a tal punto da proporle di illustrare un libro per la sua casa editrice. Su suggerimento della sua editor Kathrin Jockusch ha scelto di affidarle il poetico testo di Kim Fupz Aakeson.


 

Ma veniamo alla storia: Louise ha un leone tutto suo che la segue ovunque.


La cosa è molto pratica, perché così nessuno la disturba durante la ricreazione. I compagni la ignorano come se fosse invisibile e da parte sua Louise dimentica persino i loro nomi.



Anche il maestro non la interroga mai, perché forse ha paura del leone. E la mamma rincasa tardi, probabilmente per non incrociare l’amico felino della figlia. Lavora tutto il giorno e lascia a Louise il pranzo da scaldare in cucina con due parole di saluto scritte su un biglietto. Insomma, se si è in compagnia di un leone nessuno osa attaccar briga o bottone, né i compagni, né il maestro e tanto meno la mamma.
Sì, certo, ogni tanto il leone è preso dal mal d’Africa e vorrebbe tornare tra i suoi simili, ma Louise sa consolarlo con qualche canzoncina e tutto torna come prima.
Senonché un giorno accade qualcosa. Sotto casa di Louise si ferma un camion dei traslochi e tra le suppellettili la bambina scorge dei fucili. Non c’è dubbio: il nuovo vicino dev’essere un cacciatore, un cacciatore di leoni!





Qualche giorno più tardi il vicino suona alla sua porta con il “pretesto” di volersi presentare. Svelta Louise nasconde il suo amico nell’armadio e non apre.
Ma da quel giorno, temendo per l’incolumità del leone, preferisce non farlo più uscire di casa e si mette a girare da sola. In assenza della sua “guardia del corpo” accade però che sempre più spesso i compagni, il maestro e la mamma l’avvicinino e le parlino. A quel punto, pur con mille timori, la bambina si decide ad accogliere in casa anche il vicino, che le assicura di non essere assolutamente malintenzionato e di essere in ogni caso disarmato.
Udito questo Louise apre l’armadio pensando di aizzare il leone contro l’infido quanto incauto cacciatore, ma il suo amico è sparito. Alla sorpresa segue la confessione di tutte le sue paure: paura degli altri bambini, di cui non conosce neanche il nome, del maestro e soprattutto di lui che è un estraneo. «Io mi chiamo Martin» si presenta allora prontamente il vicino per rompere definitivamente il ghiaccio. Nel mentre la mamma è tornata a casa, ha preparato una cioccolata calda, il suo profumo si diffonde per la casa e così Louise e Martin si siedono a berla sul balcone. Dopodiché la bambina inizia a guardare fiduciosa il mondo che la circonda, a cominciare dai bambini che scorrazzano sotto al suo balcone e le fanno ciao.




Julie Völk ha illustrato con particolare grazia questa storia in cui il piano dell’immaginario si sovrappone poeticamente a quello della realtà, in cui una bambina abbandona gradualmente il suo mondo fantastico che le dona sicurezza, ma che allo stesso tempo la isola dagli altri, per trovare un nuovo amico, questa volta in carne ed ossa. Le tavole dal lieve tratto a matita, in cui spiccano soffuse macchie di colore (solo colori primari: giallo, blu e rosso), trasmettono un’atmosfera onirica speciale e sono al contempo capaci di trasporre graficamente con grande abilità il significato metaforico della storia. Alla fine il caldo giallo del felino, che infondeva a Louise coraggio, diventa il calore della casa illuminata, in cui compare finalmente anche la mamma.


Anna (Becchi)

lunedì 24 febbraio 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


Romeo e Giulietta, Mario Ramos
Babalibri 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una volta un elefante enorme, grande come una montagna. Si chiamava Romeo ed era un elefante felice.
Beh, quasi...
Aveva solo un piccolo problema. Un piccolissimo problema."



Era timido. Ovvero arrossiva per un nonnulla e gli amici lo prendevano in giro, chiamandolo Pomodoro perché un elefante rosso, seppure di timidezza, è pur sempre un'anomalia. Per questa ragione aveva preso l'abitudine di uscire solo dall'imbrunire in poi. Con il buio i colori si smorzano e tutto sembra grigio (d'altronde di notte tutti i gatti sono bigi). In una di queste sue solitarie passaggiate notturne sente una vocina piuttosto decisa che lo apostrofa dicendogli di fare attenzione a dove mette le sue zampone, visto che lei anche vuole avere il diritto di godersi una passeggiata in solitudine nella notte.
Caso vuole che il rosso sia il colore preferito di quella topolina di nome Giulietta e che tra i due scocchi la scintilla. Andare a vedere l'oceano è la loro prima passeggiata romantica...

Forte di questo nuovo amore, Romeo decide di tornare al villaggio e lì Giulietta dà il meglio di sé.
Elefante e topolina, al pari dei loro omonimi, appartengono a due famiglie (animali) molto diverse, ma a loro riesce di stare vicini per sempre perché semplicemente stanno bene assieme.

Mai tanto compianto, Mario Ramos, continua a allietare le nostre letture.
Questo libro che io ho nella sua versione spagnola è stato parte della maratona fatta in libreria ormai più di un anno fa in occasione della sua scomparsa.
Mi riempie di gioia vederlo tradotto e pensare che da oggi anche i bambini italiani possano, attraverso questo albo illustrato, ragionare sulla timidezza e sul fatto che essa si possa sconfiggere, magari con l'aiuto di chi ci vuol bene. Potranno sorridere e intenerirsi a guardare quel sederone da elefante e quella topolina appollaiata sulla zanna e scoprire che l'amore ignora le diversità.

Carla