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lunedì 29 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL MOMENTO TOPICO

La grande nanna
, Kelly DiPucchio, Lita Judge (trad. Sara Ragusa) 
Il Castoro 2026 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Ancora un minutino davanti al lavandino 
per far splendere i denti e poi, felici e contenti... 
Tutti insieme da papà e mamma per la storia della nanna. 
Ogni topolino sceglie il libro preferito (e ci vuole tempo per questo rito!). 
La mamma li legge, nessuno escluso, ma prima che l'ultimo sia chiuso 
dormono tutti, mamma compresa. 
È riuscita l'impresa!"

Seee, lallero! Ma magari fosse vero! 
Trentotto topini che, a fine giornata, dopo aver cenato, dopo essersi fatti il bagno, messo il pigiama, lavati i denti, ascoltata la storia, aspettano "solo" il bacio della buonanotte per addormentarsi... 
Sulla quantità, trentotto sono un bel numero, statisticamente c'è sempre qualcuno che si fa venire in mente un diversivo prima di cadere addormentato: baruffe, calcioni sotto le coperte... 
Poi arriva immancabile la sete, naturalmente per tutti e trentotto. 
Poi, per gli unici due topi adulti, arriva il gravoso compito di ripristinare l'ordine di prima: con coperte e pupazzi.  Ma, silenzio, pare davvero che adesso finalmente si possa dormire. 
Già, peccato che si sia fatta l'alba! 
Ecco, è difficile ammetterlo, ma questa è la dura routine di due giovani genitori a cui la natura ha regalato una famiglia numerosa. 

Kelly Dipucchio è una macchina da storie. Americana, laureata in psicologia infantile e dell'età dello sviluppo nel 1989, dal 2004, anno in cui ha pubblicato il suo primo libro, ne ha sfornati ben più di quaranta e ha venduto più di un milione di copie in giro per il mondo. 
Naturalmente, anche qui come tra i topi, nella quantità, alcuni emergono. Uno di questi, Grace for President, è stato premiato come bestseller dal NYT e ha ricevuto ulteriori importanti riconoscimenti e, com'è naturale che sia, Kelly DiPucchio non perde occasione di ricordarlo in giro. 
Tutto questo è per dire che, statisticamente, i suoi testi non possono essere sempre dei capolavori indimenticabili (in Italia è stato pubblicato, con Nord-Sud, solo Gastone, altro suo grande successo). 
A vederli in sequenza, sono molto diversi l'uno dall'altro perché gli illustratori e le illustratrici, chiamati a raccontare per immagini quello che lei fa a parole, si avvicendano. 
La differenza in qualche modo, sono loro a farla. 

 
E quindi è un fatto che alcuni tra questi funzionino meglio di altri. E che alcuni abbiano avuto illustratori migliori di altri.
La grande nanna è uno di questi. 
L'idea di partenza ruota intorno al momento topico (!) dell'andare a dormire, ossia dell'accompagnamento da parte dei genitori dei loro piccoli verso il letto, verso il silenzio, verso la pace, verso il riposo ecc ecc. 


La routine è più o meno rispettata, la cosa che rende tutto un po' più comico del solito è il fatto che siamo in una tana di topi e che i topi, nella vita vera, sono prolifici: hanno sempre famiglie numerose. Quindi, con un testo piacevolmente in rima grazie a Sara Ragusa che lo ha tradotto ed adattato, tutto si gioca sulla quantità di gente che si agita sulle pagine. 
E ancora: a parte i due genitori che di nome non ne hanno, tutti i loro piccoli vengono ricordati, in elenco, ben due volte (con il cimento finale nei confronti dei lettori a ricordarseli tutti e trentotto). 
E anche questo può essere divertente. 


Ma il vero merito, come si diceva, sta soprattutto nelle illustrazioni. Lita Judge ha molto talento. 
E lo ha sempre dimostrato: da autrice e, come qui, da illustratrice. Anni fa uscì in Italia un suo bel libro, di tutt'altro genere: un libro pieno di mistero, inquietudine e tanto tanto nero. 
Adesso la ritroviamo a disegnare topini, in una colorata tana e in una movimentata serata. 
Lei prende molto sul serio il gioco che propone Kelly DiPucchio e crea quaranta diversi musi di topo, li veste in modo diverso tutti e quaranta! 
E soprattutto a tutti loro offre un dettaglio espressivo che diventa una piccola ribalta, per diventare riconoscibili nel mucchio agli occhi dei bambini lettori (che non vorranno andare a dormire...) 
E, come se non bastasse, li mette in sequenza in una galleria di ritratti che occupa entrambi i risguardi. La bellezza sta in questo loro essere tutti diversi! Per esempio, indugia sugli occhi talvolta speranzosi, sempre pazienti, ma anche stanchi di mamma e papà, assonnati e stremati. 
Come DiPucchio ha concesso loro un paio d'ore di sonno, altrettanto fa Lita Judge che dota loro di riconoscibili e comodi vestiti da casa e, rispettivamente, di una camicia da notte a fiorellini e di un pigiama a righe. E anche di un letto nuziale che si distingue per quei cuoricini. 
Insomma, a parte il testo divertente e musicale che terrà desti molti bambini, è il talento di questa grande autrice e illustratrice che segna la differenza. 
Sembra assurdo ma sono ancora una volta gli occhioni espressivi a rappresentare il marchio della Judge, Nel 2018 colpirono il pubblico quando disegnava Mary Shelley e il mostro, tragici e umidi nel vento e nella tempesta, e oggi restano altrettanto impressi quando li si vede accendersi sui musetti di trentotto topi instancabili e due che avrebbero bisogno di un paio d'ore di sonno... 


Carla

lunedì 30 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

KANT e TOPOLINO

Il sogno del gigante, Jon Fosse, Akin Düzakin (trad. Eva Valvo) 
Iperborea 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mi chiamo Kristoffer. Ho otto anni e faccio la terza. La sera quando vado a letto, spesso rimango sveglio a pensare. Quando non penso, spesso leggo Topolino. 
Adesso penso. Sento mio padre muoversi in soggiorno. Se viene in camera so già che mi dirà di mettermi a dormire, perché domani devo andare a scuola, dirà. E io gli risponderò che prima voglio leggere un po’ di Topolino. D’accordo, dirà lui, ma tra poco devo mettermi a dormire, altrimenti domani sarò troppo stanco a scuola. 
Mi chiamo Kristoffer e ho otto anni. Stavo giusto pensando all’universo. L’universo è una cosa che non capisco." 

Urge la presenza di papà, perché pensare all'universo - come diceva anche Charlie Brown - schiaccia sempre un po'. 
La questione che preoccupa Kristoffer è complessa e altamente speculativa: l'universo ha una fine? E cosa c'è al di là dell'universo? Il niente? Eh già, ma cosa è il niente? E se invece l'universo una fine non ce l'ha, come è possibile pensarlo, poterlo immaginare? 
Pensare una cosa e il suo contrario è dunque possibile. E la cosa fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
E se da qualche parte nell'universo c'è un gigante così grande che nessuno può vederlo e che ognuno di noi esiste solo nel sogno di questo gigante? E se lui si sveglia, che fine facciamo tutti noi, che esistiamo solo nei suoi sogni? 
Anche questa idea fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
La paura di questo bambino nasce proprio da questo suo non capire. 
Le cose che non si capiscono fanno paura. 
Urge la presenza di papà. 
"Papà!" "Sì, Kristoffer, che c'è?

In questo dialogo tra padre e figlio, alle soglie della notte, si mettono giù un bel po' di questioni di carattere filosofico e nello stesso tempo le si incornicia in un pezzettino di vita vera. 


Sulle pagine c'è un bambino che si interroga nel momento in cui capita a tutti di lasciar correre i pensieri - prima di addormentarsi. 
Lui è lì sdraiato nel suo letto, con una lucina accesa, un giornalino di Topolino sulla pancia e guarda nel vuoto. E quel vuoto si riempie di universo e di giganti e di domande... 
Nella camera accanto c'è invece un papà seduto in poltrona che legge un libro. 
Chiamato, interpellato, risponde. 
Il suo ruolo è quello di provare a ragionare con quel bambino senza mai perdere di vista il suo obiettivo: domani c'è scuola e non ci possiamo permettere una notte di ragionamenti sui massimi sistemi...


Questo è per dire che il "quadro" di questa storia è altrettanto interessante quanto la sua "cornice". 
La cornice deve la sua bellezza all'intensità emotiva e all'onestà intellettuale di quel padre. Dietro di loro c'è Jon Fosse, ovviamente. Queste due caratteristiche fanno di Jon Fosse uno scrittore da non perdere di vista. 
Colpisce la sua capacità di raccontare, qui riassunta in poco più di una frase, un'abilità, per la verità tutta infantile: quella di saper passare da Topolino ai massimi sistemi con un semplice switch. 
Bel colpo! 
E altrettanto colpisce la capacità di profilare il padre che ogni bambino si meriterebbe: onesto nelle risposte, capace di restituire con parole semplici il profilo di una grande questione: la relatività delle cose, la finitezza del pensiero umano di fronte alle molteplici possibilità, l'impossibilità di avere risposte per ogni domanda... Questo è già parte del quadro. 


Alle domande filosofiche che il bambino si pone lui risponde con affetto e con una frase che non ci si aspetterebbe, ma che invece pare essere l'unica accettabile e comprensibile: "pensarci non serve a niente, perché comunque non puoi capirlo... Ci sono tante cose che non si possono capire." (E comunque domani devi andare a scuola...) 
Quindi anche la paura dell'essere nel sogno del gigante si sbriciola perché la cosa che conta non è essere nel sogno di qualcuno, ma essere lì assieme a chiacchierarne, e del sogno e del gigante. (E comunque domani devi andare a scuola...) 


Avere immaginazione è cosa buona e giusta, al pari di saper tenere i piedi nella realtà. 
Si tratta di un percorso da grandi equilibristi: mettersi su un filo ad alta quota, ma avere sempre chiara la percezione che passa attraverso le piante dei nostri piedi sul cavo sospeso. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le immagini. Rendere visivamente un testo così complesso senza cadere nella didascalia, nell'ovvio o nell'oscuro ha il sapore della grande sfida. 
Vinta, anche questa.

lunedì 23 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JOIE DE VIVRE

Il fiore delle strisce pedonali
, Susie Morgenstern, Serge Bloch 
(trad. Maria Bastanzetti) 
Babalibri 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 7 anni) 

"Mia madre fa un lavoro così così: fa attraversare la strada agli scolari sulle strisce pedonali, per evitare che vengano investiti da qualche automobilista che va di fretta. E non mi darebbe neanche fastidio, se solo non lo facesse davanti alla MIA scuola! 
Per mia madre, che tutti conoscono – compresi i MIEI amici – con il nome di Élodie, questo lavoro sottopagato è una vocazione, una missione, e uno spettacolo quotidiano, per giunta. Ci mette l’anima." 

A Beausoleil, vivono insieme da 10 anni a questa parte, ossia dal giorno della sua nascita. Sono mamma (single) e figlia. Del padre nessuna traccia e anche vaghi ricordi e nessuna sicurezza circa la sua identità. 
Nonostante i pochi soldi, il lavoro di aiutante dei bambini sulle strisce per andare a scuola non è molto pagato, quella signora sprizza joie de vivre e allegria da tutti i pori. Cosa questa che fa un po' vergognare sua figlia che la vorrebbe più anonima e simile a tutte le altre mamme e non sempre vestita in modo così originale e vistoso... 


Eppure a quella signora un po' strampalata e con pochi denti in bocca tutti vogliono un gran bene. E lei lo ricambia con la sua grande disponibilità a essere d'aiuto: consola i bambini, aiuta il preside con le fotocopie, tiene le classi in cui la maestra è assente... insomma, si rende utile appena può e lo fa con dedizione e allegria: perché lei vuole bene al mondo! 
I bambini le piacciono quasi quanto le piacciono i fiori che coltiva con altrettanta passione sul suo balcone. Il talento naturale che dimostra con i piccoli è pari alla sua arte di comporre meravigliosi mazzetti di fiori. 
Così quando sua figlia scappa dalla classe, in preda alla consueta vergogna, perché è sua mamma che sostituisce la maestra assente, e si incammina verso Montecarlo, a due passi da Beausoleil, accade l'imprevedibile. Partita per andare a vedere come l'acquario e come vivono gli straricchi, incrocia un cartello che potrebbe cambiare la sua vita e quella di sua madre: CERCASI FIORISTA.
Questa è la mirabolante storia di una brava bambina e di una brava donna che ci sapeva fare coi marmocchi e con i fiori, e anche un po' con gli uomini... 

Due cose mi hanno sempre colpito di Susie Morgenstern. 
La prima è proprio l'energia che produce ed emana: lei è sempre così luminosa, in tutto quello che fa, che è davvero impossibile non accorgersene. 
La seconda: il suo saper raccontare la realtà per quella che è. E forse, a ben vedere, le due cose sono tra loro interconnesse. 
Qui, di nuovo accadono entrambe. E a illustrarle c'è Serge Bloch. 
Da un lato abbiamo l'incrollabile quanto raggiante fiducia nella vita - che condivide con la protagonista  Élodie - e dall'altro la verità di una realtà che è fatta di famiglie senza padri, di lavori precari e dignitose povertà, di vergogne filiali, di bocche senza denti, di pochezze umane... 


Attraverso la voce di questa ragazzina, conosciamo sua madre fuori, così come si diverte a disegnarla Bloch, e scopriamo che, accanto al sogno di non trovarsela sempre fra i piedi vestita come un fiore o come un supereroe, la piccola Léa impara a vedere sua madre anche dentro: lentamente ma inesorabilmente si accorge del suo "crescere". 
La vede mentre si impegna in tutto quello che fa, la vede capace di trovarsi un posticino adatto a lei nel mondo. La vede libera dai pregiudizi, consapevole di cosa siano le cose che contano nella vita, compreso l'amore. 
Accanto alle sue estrosità, si accorge che giorno dopo giorno sua madre sa prendere in mano la sua vita, impegnandosi a portarla nella direzione migliore per lei e per sua figlia. E anche per tutti gli altri... 
Onesta con sé stessa, onesta con la sua bambina, e con tutti i bambini della scuola, onesta con Alain di cui non è innamorata, Élodie va dritta per la sua strada, dimostrando al mondo, ma anche e soprattutto a sé stessa, di essere capace di grandi cose. 


Non c'è altra chiave di lettura: la forza di questo magnifico personaggio è proprio in quella fede incrollabile nei confronti della vita che Susie Morgestern diffonde in tutto ciò che crea. A ogni pagina sembra di leggere tra le righe: "ogni cosa va vista e vissuta per quello che è con l'intenzione di ricavarne sempre il meglio per tutti. Anche quando questo meglio sembra poco più che il nulla." 
E così, vuoi per sorte vuoi per talento, quella mamma di cui un po' Léa si vergognava diventa ai suoi occhi una mamma di cui andare fieri. 

Carla

mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

lunedì 5 gennaio 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

NELLA BURRASCA, UN PORTO SICURO

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni)
orecchio acerbo 2025


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Prendimi per mano, 
andiamo a guardare 
il mare prima della burrasca.
Imbocchiamo la strada di ghiaia che scende alla baia, ogni passo uno scrocchio.
Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, sotto un cielo pesante e sempre più cupo.
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. Rimbomba nelle orecchie,
scuote le piante, sbatte i rami sui rami, toc toc toc!
Sugli scogli non ci siamo più mossi, 
scogli come immensi ossi,
consumati e percossi 
dall’acqua e dal tempo, 
da burrasche come questa
che ci sta venendo addosso."


Due bambini decidono di comune accordo di uscire e andare incontro alla burrasca che si vede all'orizzonte. In fondo è un pericolo lontano: lo si può guardare.
Seguono il sentiero che porta al mare. Attraversano un bosco e il cielo si fa sempre più nero. I rumori del vento sono forti e anche il mare si è ingrossato e loro, fermi sugli scogli, sono colpiti dagli spruzzi che fanno le onde.
Potrebbe bastare e potrebbe essere il momento di tornare indietro. Ma no.
Continuano a camminare lungo la costa. Incontrano la vicina di casa che suggerisce loro di rientrare perché la burrasca è sempre più vicina. Ma no.
Continuano a camminare, mano nella mano: vedono un faro e case abbandonate.
Comincia a piovere, ma loro continuano a camminare e attraversano il villaggio sotto un acquazzone potente. Potrebbe essere questo a fermarli. Ma no.
I negozi che di solito sono pieni di gente, le strade che di solito brulicano, la gelateria amatissima ora sono luoghi deserti e spettrali.
E poi BUM! il primo tuono...


Un testo che suona dal principio alla fine. Questo è quello che Brian Floca ha concepito un giorno durante una sua residenza artistica. 
Come nella maggior parte dei suoi testi, c'è una musicalità potente. 
Qui forse anche più che altrove. 
Lui, che di mestiere fa l'illustratore (e che illustratore: allievo alla RISD di David Macaulay; Caldecott Medal nel 2014, se non erro), capisce che questa bella prosa poetica lui non la illustrerà mai. Il suo modo di disegnare non è adatto, si tratta di un testo estremamente 'visuale' ma lontano dalle sue "precisioni" alla Macaulay.
E così succede quanto segue: durante una visita di Sydney Smith nello studio di Brian Floca a Brooklyn (i due si conoscono e si stimano reciprocamente un bel po', come è giusto che sia), quest'ultimo gli propone di leggere Island Storm e gli chiede di illustrarlo.
Quella burrasca che cresce, quella natura così forte, quei due bambini in cerca di emozioni e avventura, piccoli, coraggiosi e così intimamente legati fra loro, quella loro voglia di andare avanti nella certezza che insieme ce la faranno a superare ogni ostacolo, tutto questo è nelle corde di Sydney Smith da sempre.
Per i più distratti, basterà ricordare Piccolo in città, dove il coraggio di un piccolo è sotto gli occhi di tutti, oppure riandare a Io parlo come un fiume, dove il rombo scomposto quanto naturale di un fiume è la chiave del libro, oppure ancora rileggersi Ti ricordi? dove l'essere in due nei ricordi così come davanti all'incertezza di domani può rappresentare il dissolversi di molti timori, di grandi e piccoli.
Quindi accade che Sydney Smith accetti entusiasta.
I due si parlano poco durante la fase di creazione di Smith. 
Fanno solo due chiacchiere intorno a un paio di punti che riguardano i personaggi e la loro reciproca relazione.
Poi Sydney Smith parte e con i suoi disegni e cerca di dare ancora più forza e potenza a un testo che è già pieno di bellezza.


L'aspetto che lo colpisce e che gli interessa più di ogni altro è il rapporto interpersonale tra i due bambini. Gli piace questo loro andare avanti a farsi reciprocamente coraggio. Gli piace che si mettano alla prova. Gli piace che provino entrambi e insieme tanto il coraggio quanto la paura. Gli piace massimamente il finale, al quale aggiunge un dettaglio che fa saltare sulla sedia Brian Floca.
Ma se ne parlerà fra un attimo.
Quei due che sfidano la burrasca, che vogliono osare pur avendo paura, che si sentono forti perché non sono da soli, gli ricordano tanto la sua infanzia quando suo fratello più grande di otto anni se lo portava sempre dietro. Ma nello stesso tempo quei due bambini gli ricordano anche i suoi due figli: Sam il maggiore ed Emrys il più piccolo, biondo pannocchia. Se aveste curiosità di vederli, non avete che da andare a vedere la magnifica copertina del catalogo degli illustratori di BCBF 2025: sono quei due, ritratti mentre disegnano nella cucina di casa, inondata di luce.
E questo è quello che accade.


I due bambini - non meglio definiti nel testo - diventano un fratello e una sorella, ovvero prendono la forma della loro relazione reciproca, due fratelli ma anche due amici solidali tra loro che, con impermeabili e stivali di gomma, vanno a vedere il mare in burrasca, corrono nella campagna, non danno retta alla vicina, arrivano nel villaggio che conoscono, ma sotto tutta quell'acqua, quasi non riconoscono...
Poi c'è qualche cosa che nel testo inverte la rotta (come in Sendak o in Rosen/Oxenbury): qui si tratta di un tuono. 


Come negli altri due esempi, il nastro si riavvolge fino a tornare a qualcosa che possa assomigliare a un porto sicuro.
Ed è qui che Smith inserisce un elemento visivo, che nel testo manca totalmente: una donna che corre nella pioggia, spettinata e coperta dal suo trench giallo, uscita di casa con una torcia in mano e una faccia preoccupata.
Nel testo, potete controllare, tutto questo non c'è. 


Eppure quella mamma, finora nascosta, è davvero un regalo immenso per il libro. 
E questo Brian Floca lo capisce al volo. E, commuovendosi di gioia davanti alla copertina, pensa tra sé quanto sia bello vedere le proprie parole cambiare e crescere nelle mani di altri. 
Sommessamente si potrebbe soggiungere: e che mani...
Gli piace così tanto l'idea di questa mamma nella pioggia che modifica, ovvero taglia, anche parti di testo per seguire l'intuizione di Smith.
Quella madre, grazie a quella torcia, è lì a dire un sacco di cose che il testo tace: "sono spaventata quanto voi, bambini". "Vi vengo incontro, bambini, per portarvi in salvo." E in quell'abbraccio, che commuove, aggiunge senza dirlo "Io sono il vostro porto sicuro. Nella burrasca."

Carla


lunedì 24 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ETA' D'ORO

Allora arrivò Sam
, Edward Van De Velden, Philip Hopman (trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Kix percorse qualche metro del vialetto avvicinandosi al cane bianco. Emilia lo seguì. 
La mamma invece rimase vicino alla macchina. 
Il cane lo teneva d'occhio. 
Guardava e guardava, ma sembrava che cercasse di affondare sempre più le zampe anteriori nella ghiaia. Kix non si muoveva, e anche Emilia non si muoveva. 
'Emi' bisbigliò Kix 'anch'io voglio tenerlo'. 
'Sì' disse Emilia a bassa voce. 
A quel punto Kix cadde in ginocchio. Non sapeva perché, ma lo fece spontaneamente. 'Voglio tenerti', sussurrò Kix al grande cane bianco. 'Io voglio tenerti'. 
E allora accadde." 

Accade quello che i due fratelli sperano accada: il cane fa due passi verso di loro. Si fa toccare e guardare molto da vicino. Ma quando la madre dei due li raggiunge, allora il cane si allontana. Trotterellando attraversa la strada e va verso la fattoria dei Jones. La madre, che ha molta dimestichezza con i cani, capisce che quel grande cane bianco non è un randagio, ma appartiene ai Jones. E questa non è una bella notizia, per Kix ed Emilia che quel cane da favola lo avrebbero tanto voluto. Sebbene in casa ci siano già due cani - la vecchia e dolce Holly di sua madre e la vivacissima Springer del padre - i due bambini vorrebbero un cane che fosse solo loro. 
E quel grande cane bianco dagli occhi tristi che i fratelli chiamano già Sam potrebbe essere quello giusto. 


Questa è la storia di quel magnifico pastore dei Pirenei che un bel giorno decise del proprio destino. 
Che decise di lasciarsi alle spalle la vita passata e che si diede una seconda possibilità. Ma è anche la storia di tutti gli umani che gli girano intorno e non sempre con buone intenzioni... 

Perché i bambini, una volta cresciuti, possano guardare indietro alla loro infanzia come al più bel periodo della propria vita, è necessario che durante detta infanzia loro possano aver avuto tra i piedi un qualche tipo di animale (escluderei quelli in gabbia o in vaschetta). Vanno bene i cavalli e anche i gatti, ma in assoluto sono i cani quelli che rendono le loro infanzie autentiche età d'oro. 
E questo è un fatto incontrovertibile, che che se ne possa dire. 
Ed è forse questa la ragione per cui tutti i libri che raccontano di bambini o bambine cresciute con un cane sono libri speciali. Questo in particolare ha il grande pregio di essere una storia vera, circostanza che rende tutto molto più toccante nella sua concretezza, quando lo si scopre a storia conclusa. 
Van de Vendel di nuovo di fronte a un fatto realmente accaduto, come era successo con Misha. Qui come lì si riconosce la qualità della sua scrittura, qui come lì si percepisce con chiarezza che la storia lievita con il passare del tempo e con l'intrecciarsi dei fatti. 
Ma qui la materia è meno certa: Van de Vendel deve raccontarci il pensiero di un cane. 
Non solo quello dei due bambini, dei loro genitori, o dei loro scostanti vicini di casa che in fondo è cosa nota. 
Mettersi nella prospettiva di un pastore dei Pirenei, ovvero dare ai suoi comportamenti un senso che diventi leggibile, non credo sia stata una passeggiata. 


E per di più farlo in tutta onestà, ossia avendo il coraggio di mettere anche i lati più selvatici di un cane, senza cedere all'idea che in un libro per bambini la ferocia di un cane si possa omettere... 
E così come dimostra di saper raccontare con grande onestà le scelte di quel cane, altrettanto onestamente mette in scena un vero e proprio duello tra le due famiglie che si stanno contendendo il possesso del cane (salvo poi far arrivare il lettore alla sacrosanta conclusione che spetti al cane, e non ad altri, decidere del proprio destino). 
A quaranta pagine dal finale il ritmo tutto sommato cadenzato, che vedeva un cane sempre più felice di far parte della nuova famiglia e ovviamente la sempre maggiore consapevolezza di questo da parte degli adulti, si interrompe bruscamente e tutto diventa maledettamente concitato, ossia la tensione schizza a mille e si precipita a un centimetro dal baratro. 
In una notte buia, compare un mozzicone di sigaretta che arde, compare un ragazzino in pigiama che se la fa sotto, compaiono due contendenti parecchio aggressivi, compaiono due fucili e un cane. 
E soprattutto compare in tutta la sua chiarezza l'ottusità umana, che solo la lucida assenza di sovrastrutture e preconcetti, la determinazione e la purezza di un ragazzino riescono a smontare e rendere inoffensiva. 
Bravo Van De Vendel a metterlo nero su bianco!

Carla

venerdì 10 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LASCIA E RADDOPPIA

Lo spazzolino o l'orso Nino? Mia Floridi, Chiara Ficarelli 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

" 'Ma... hai preso l'ombrello?' 
Fuori il cammello, dentro l'ombrello. 
'E le mutandine?' 
Fuori le macchinine, dentro le mutandine.
'E i calzini?' Fuori i pinguini, dentro i calzini '
E lo spazzolino?' 
Fuori l'orso Nino, dentro lo spazzolino." 

Famiglia in partenza. 
Papà in arrivo con la macchina e la mamma di Teo mette alla prova il suo bambino: prepararsi la valigia da solo. 
Il motto è: prendi solo l'essenziale! 
Lui in una stanza, lei nell'altra, entrambi stanno preparando i bagagli. E se è vero che è solo l'essenziale quello che va portato, Teo non ha dubbi: i suoi giocattoli sono l'essenziale! 
Alla mamma, che sta occupandosi dei propri bagagli, però viene un dubbio. Alle madri vengono sempre dubbi. 
Dalla sua camera da letto in penombra non può controllare che effettivamente Teo stia mettendo nel suo piccolo trolley le cose necessarie. E così, a voce alta gli snocciola il necessario da avere con sé in vacanza... La valigia che già faticava a chiudersi con i soli pupazzi, ora scoppia. 
Se prima Teo era a un bivio tra ombrello e cammello, ora è a un trivio: ombrello, cappello o cammello? Mutandine, macchinine o pantofoline? 
Bisogna trovare una soluzione e Teo la trova! 
E chi è senza peccato, scagli il primo bagaglio... 

La valigia è lo specchio di chi la fa! Non posso dimenticare il mio orgoglio interiore di fronte allo zaino compatto e sodo di mia figlia in seconda media alla partenza con la sua classe: occupava un terzo del volume dei trolley rosa di molte sue compagne. Ma ricordo anche, con tenerezza e comprensione autentica, il sacco americano - un cilindro alto un metro - pieno dei peluche di quella stessa figlia, ma 10 anni prima, che ci intimava di portare con noi ovunque andassimo...
Quindi il libro di Mia Floridi e Chiara Ficarelli non può passare inosservato sotto gli occhi di una che dei bagagli ne ha fatto una religione.
 

Non mi sento di definirlo un libro epocale e indimenticabile, ma ha almeno alcune caratteristiche che lo rendono interessante e piacevole. 
La prima è proprio la questione che pone. Ossia, cosa si intende per essenziale? E l'essenziale per una madre è davvero l'essenziale anche per un figlio? E l'essenziale per un ragazzino delle medie (provare per credere).
E qui si apre il solito invalicabile baratro tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzini. 
Ammetterlo da parte degli adulti sarebbe già un passo avanti, nella giusta direzione.
La seconda questione, assolutamente taciuta dal testo, se non per un accenno sul finale, mette ancora più in evidenza il diverso valore della parola essenziale per gli adulti. Almeno per quelli di questa famiglia... Questo scarto, seppure lieve, tra quello che il testo snocciola, come una litania, e quello che Chiara Ficarelli mette sul foglio rappresenta il divertimento sostanziale del libro. 
A parte il gustoso testo in rima, ovviamente. 


Mi ha fatto sorridere, spippolando qua e là in rete, notare che altri pareri su questo libro semplicemente hanno ignorato questo scarto: nessuno sembrerebbe essersene accorto. 
Ci si è dilungati preferibilmente sul valore delle scelte, sulla ricerca di autonomia cui ogni bambino dovrebbe aspirare - si intende tutte belle cose - ma il sense of humor che sul finale si accentua un bel po' non è stato proprio visto. Il fatto che nessuno sia del tutto senza colpe, in questa storiellina, è passato sotto silenzio. Ma è lì sotto gli occhi di tutti. Perché non notarlo? 
Come spesso accade, è l'edificante che diventa vincente.


Pazienza.
Ecco, la terza cosa è proprio il gustoso testo in rima cui si è accennato prima. 
Per questa caratteristica il libro va necessariamente letto ad alta voce. Ed è stato scritto sapendolo bene.
Va scandito il ritmo tamburellante dei diversi rovelli che il bambino si pone. 
Nella prima metà del libro, di fronte alla facile scelta fra giocattolo e indumento, per poi crescere di intensità quando la scelta raddoppia: indumento, indumento o giocattolo? 
Per poi fare un breve respiro e partire con il crescendo finale! 
E scoppiare a ridere di gusto sull'ultima tavola.
Divertente: da mettere in valigia. 


E se per caso non ci stesse, da portarselo comunque, stringendoselo al petto!

Carla

venerdì 29 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

SCIOGLIERE IL NODO

Nessuno tranne me
, Sara Lundberg (trad. Maria Valeria D'Avino) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Nessuno tranne me! dice quel bambinetto biondo che, salito sul suo canotto si allontana dal molo e dalla sua mamma. Come lei gira lo sguardo, lui comincia a navigare verso l'ignoto, ovvero in una giungla verde e rigogliosa, tra mangrovie e ninfee, abitata da piccole creature alate, delle fate. Ora sono loro a seguire il suo viaggio. Lo guardano da un ponte o dal tetto di un palazzo mentre naviga tranquillo nelle acque di un un fiume in città. E quando il suo canotto arancione ne incontra un altro identico con sopra una bambina, tra mille altri canotti che si affastellano in un acqua park, succede qualcosa di imprevisto: la bambina cerca le sue mani per mettergli fra le dita un seme... La corrente però li separa e il bambino torna ad attraversare la giungla dove le fate continuano a vegliare su di lui, salvandolo dalle cascate e dalle belve feroci e rimettendolo sul giusto percorso che lo riporti verso acque più sicure e più conosciute. 
Là ci sarà qualcuno ad aspettarlo, qualcuno che non si è mai mosso da lì, proprio come fanno i moli...

Questo libro ha una genesi doppia. Ed è Sara Lundberg a raccontarla. 


Da una parte c'è una delle tavole che prima di essere illustrazione è stata quadro, andato in una sua mostra personale. Una visitatrice lo vede e se ne innamora, lo vuole acquistare: le ricorda suo figlio, che è andato a vivere da solo, lasciando la casa materna. Lei, che sente la sua nostalgia, racconta a Sara Lundberg che è lì nella galleria, ciò che lui da piccolo un giorno le aveva detto: 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Sara Lundberg coglie immediatamente la bellezza e la profondità di questo dialogo tra mamma e figlio e chiede il permesso a quella visitatrice di costruirci intorno una storia. Permesso concesso, a patto di avere una dedica che ne testimoni la "maternità". 
L'altro punto di partenza è una committenza difficoltosa tra Sara Lundberg e un ospedale pediatrico svedese. Le sue pitture avrebbero dovuto abbellire gli spazi comuni, ma i troppi vincoli alla fine hanno fatto desistere artista e committente. Però i bozzetti e i disegni preparatori erano stati fatti e raffiguravano un viaggio attraverso giungle e grandi città... 


Il libro che è nato da queste due circostanze è un capolavoro sotto molti punti di vista. 
Fortunatamente in molti se ne sono accorti: dalla Fiera di Bologna che lo ha premiato quest'anno, fino all'ospedale svedese che ha rivisto le sue posizioni nei confronti di Sara Lundberg e della sua magnifica arte: ora i piccoli pazienti possono godere delle tavole così piene di meraviglia e di verde e di arancione e di fate bambine. 
Dal punto di vista figurativo è magnifico. 


La gestualità dei corpi, uno dei talenti di Sara Lundberg, riesce a raggiungere una espressività davvero notevole. Altrettanto si può dire per la sua sensibilità nei confronti del colore: quella copertina dove il verde della foresta racchiude la potenza esplosiva di quell'arancione è un risultato estetico davvero altissimo. 
Al centro un bambino splendente circondato dalla propria lussureggiante immaginazione. 
Il continuo cambio di prospettiva, la composizione, le velature nel dare il colore, la ricerca di immediatezza nel segno per creare emozione piuttosto che perfezione sono tutte cose cui Sara Lundberg ci ha abituato, ma qui succedono un po' di più e un po' meglio! 
Dietro tutto questo c'è la grande questione: quella del molo, del nodo e della navigazione in solitario... 
A proposito di questo, già in passato con un altro bel libro di Sara Lundberg, Un giorno sbadato, c'era stata l'occasione di parlare della relazione sana tra madri e figli. 
Lì il libro si apriva e si chiudeva con due immagini 'parlanti': una mamma capace di abbassarsi e girarsi per guardare negli occhi il proprio bambino, tenendolo per mano, ma anche di addormentarsi appallottolata sul divano con lui che gioca da solo lì accanto... 


Se si usa la stessa metafora della mamma e del figlio svedesi, non ci spostiamo di molto: il molo è sempre lì e la sua funzione è quella di rendere sicura la partenza e di accogliere chi torna... 
In tal modo i piccoli marinai saranno capaci di sciogliere con maggiore fiducia gli ormeggi per partire e andare. 

Carla