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mercoledì 13 marzo 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

STORIE D’ALTRI TEMPI


Ci sono storie non particolarmente eclatanti, in cui la Storia costituisce uno sfondo, spesso drammatico: sono storie che raccontano la vita reale di tante e di tanti che non hanno la postura eroica, vite di ragazzi e ragazze di cui spesso non si parla. Penso ai due romanzi che Chiara Carminati ha dedicato ai civili coinvolti nella Prima Guerra Mondiale e ai figli ‘bastardi', che sono stati una delle conseguenze.
Ora si aggiunge un nuovo romanzo, firmato da Vichi De Marchi, dal titolo ‘Chiamami Giulietta’, pubblicato da Feltrinelli. Siamo più o meno nelle stesse terre in cui Carminati ha ambientato i suoi romanzi, nella provincia di Belluno, dagli anni Trenta alla Seconda Guerra Mondiale. Il fulcro della storia qui raccontata è rappresentato da Maria, undicenne figlia di una povera famiglia di contadini, il cui orizzonte è racchiuso fra i lavori nei campi e la prospettiva di ‘andare a servizio’ in città.
Nelle grandi città, infatti, era richiesto il lavoro delle bambine ‘servette’, pagate pochissimo e con poche ambizioni. Maria accetta a malincuore di andare a lavorare a Roma, presso una famiglia benestante; al paese, infatti, lascia la sua amica del cuore Cristina e l’incipiente amore per un ragazzo di poco più grande, Gabriele, anche lui al lavoro negli alpeggi per un’altra famiglia.
La famiglia di Maria è povera, ci sono tanti figli da sfamare, la tenerezza è un lusso che non ci si può permettere.
Comincia così la sua vita a servizio, lontano da casa, presso una famiglia che l’accoglie con durezza. Non sono tanto le faccende domestiche, cui è abituata, quanto la grettezza e l’avarizia dei suoi datori di lavoro a renderle il lavoro pesante. Lavoro che dura tutto il giorno, con la sola domenica di riposo, passata spesso insieme a una compaesana. Da quella situazione così avvilente decide di fuggire, per tornare a casa.
Incombe però la guerra; un fratello parte sotto le armi, un altro emigra con la moglie in America. La povertà non concede tregua e Maria deve ripartire, per andare a servizio presso una famiglia milanese, che questa volta l’accoglie calorosamente. Viene poi richiamata a casa, servono braccia per lavorare e la ragazza porta con sé alcuni libri che la famiglia in cui lavorava le ha regalato. Anche la scuola è un lusso, Maria l’ha dovuta lasciare presto, suo malgrado.
Infine la disfatta, l’8 settembre e lì al Nord, la guerra partigiana. Senza esitazione, Maria e Cristina diventano staffette partigiane, vivendo quegli anni terribili di occupazione nazista.
E poi, la pace, quando si fanno i conti con i lutti, le tragedie, le distanze; e si comincia a pensare al futuro.
Il romanzo di De Marchi parte dalle ricerche fatte intorno alla vita di Lina Merlin, fra le poche donne della Assemblea Costituente e prima senatrice d’Italia. Anche lei aveva vissuto l’esperienza del lavoro domestico, condividendo la sorte di tante ragazzine povere che dal Veneto contadino andavano a lavorare nelle grandi città. Si tratta quindi di una storia con solide radici nella realtà del nostro Paese, una storia che racconta con grande sensibilità il mondo povero dell’Italia ante guerra, dove studiare era un lusso e far lavorare i figli e le figlie in età giovanissima una necessità.
Se, per fortuna, siamo lontani da quella povertà diffusa e tanto si è fatto per l’affermazione del diritto allo studio e alla salute, non siamo esenti da altri tipi di povertà, che si nascondono nei quartieri ghetto delle grandi città, o in alcune zone del Meridione, ad esempio. Povertà che fatichiamo a comprendere e decifrare fino in fondo.
Per capire il nostro presente e il passato recente sono indispensabili libri come questo, che raccontano con semplicità e rigorosa documentazione le radici nascoste di questo Paese.
Consiglio caldamente la lettura a tutti i ragazzi e le ragazze appassionati di storia e che vogliano capire meglio il mondo in cui vivono.

Eleonora

“Chiamami Giulietta”, V. De Marchi, Feltrinelli 2024





venerdì 12 gennaio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


RICORDARE



Se il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, in realtà le proposte editoriali sul tema dell'Olocausto cominciano a comparire anche qualche mese prima. E' il caso di Hanna non chiude mai gli occhi, che Luigi Ballerini firma per le edizioni San Paolo.
A metà fra ricostruzione storica e fiction, questo romanzo breve racconta la storia, vera, del console italiano di Salonicco, Guelfo Zamboni, e del capitano Lucillo Merci, nel terribile 1943, quando i tedeschi decisero di estirpare la colonia ebraica di quella città.
Romanzata è, invece, la vicenda dei due giovani protagonisti, Hanna e Yosef, adolescenti in quel terribile inverno in cui gli ebrei locali furono deportati in Polonia.
A interporsi fra loro e un destino infame, il consolato italiano, che portò in salvo, presso l'ambasciata italiana di Atene, centinaia di ebrei italiani o quasi, cioè cui era stato possibile attribuire anche solo una lontana parentela italiana.
Lo svolgimento del romanzo alterna la vicenda dei due ragazzi, uniti all'inizio da una coabitazione forzata, poi da una forte amicizia, a quelle del diplomatico italiano e del suo assistente, nel tentativo affannoso di sottrarre il maggior numero possibile di ebrei alle persecuzioni naziste.
E' facile in questi casi cadere nella ritualità legata alla ricorrenza e nella retorica; devo dire che Ballerini riesce a tenersene alla larga, con uno stile essenziale, senza eccessive sottolineature drammatiche, che pure sono nei fatti, così come sono accaduti e come sono stati raccontati.
Attraverso gli occhi increduli dei due giovani protagonisti, assistiamo al progressivo smantellamento di ogni regola civile, di ogni diritto, nel nome della presunta superiorità ariana. E attraverso la ricostruzione storica vediamo come sia stato possibile per alcuni, purtroppo troppo pochi, opporsi alla spietata caccia all'uomo praticata dai nazisti.
Entrambi questi temi sono di stringente attualità: non troppo lontano da noi, c'è chi definisce ipotetiche identità etniche per alzare muri e si sente, nell'Est dell'Europa, un minaccioso rumore di stivali al passo cadenzato delle marce militari. E di fronte al fenomeno delle migrazioni clandestine, c'è chi salva e chi respinge.
Non è semplice, mai, sapere cosa è giusto fare, ma credo che, da Antigone in poi, sia evidente il conflitto fra l'etica, cioè il mondo delle leggi morali, e la politica, le leggi che qui e ora regolano le relazioni fra gli uomini.
La presenza di spirito critico, la capacità di valutare situazioni e scelte è la migliore garanzia che i tanti orrori del Novecento, guerra balcanica compresa, non si ripetano. E quello che concorre a conservare la memoria e a consolidare la distanza dalla furia nazista, come questo prezioso sobrio romanzo, è importante come un mattone del muro di tolleranza e di pace che si oppone ai fantasmi del nostro recente passato. Lettura consigliata a ragazze e ragazzi con gli occhi aperti, a partire dai dodici anni.
Eleonora

“Hanna non chiude mai gli occhi”, L. Ballerini, Edizioni San Paolo 2017



mercoledì 6 dicembre 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


LA VITA A COLORI DI SONIA DELAUNAY


Sonia Delaunay è un personaggio fra i più interessanti, nel movimentato inizio Novecento. Insieme al marito Robert, dà vita ad una corrente del post impressionismo detta orfismo, per il suo richiamo ai ritmi musicali.
La sua originalità sta nel concepire la pittura come un insieme di esperienze sensoriali che coinvolgono totalmente chi guarda. Ma non parliamo solo di pittura; Sonia, infatti, fino quasi agli ultimi anni della sua vita, ha prodotto tessuti, arazzi, vestiti, tutti ispirati alla sua visione del colore, basata dai contrasti simultanei, dalla vivacità irrefrenabile di una giostra sempre più astratta di forme e colori.


Complicato spiegare tutto questo ai bambini, senza dover entrare nella storia delle correnti artistiche o nei riferimenti colti. La coppia Cara Manes, per i testi, e Fatinha Ramos, per le illustrazioni, ci riesce efficacemente con un albo, prodotto dal MoMA e tradotto da Fatatrac.
Sonia Delaunay. Una vita a colori ci descrive l'universo estetico dell'artista di origine ucraina, immaginando le domande rivolte alla mamma dal figlio Charles, che trova in un cassetto una strana coperta, di tutti i colori. Da qui prende il via un viaggio nella vita e nell'arte di Sonia, fermandosi prima a Le Bal Bullier, un locale parigino dove si balla il tango, per poi volare in Portogallo, in un mercato multicolore. Infine Amsterdam, in un negozio che vende i tessuti di Sonia, per poi tornare a Parigi. Ovviamente, le tappe si riferiscono alle opere dell'artista, riviste dalla brava illustratrice, che riesce a dare un ritmo vorticoso alle immagini, così come sarebbe piaciuto alla Delaunay.


Questo illustrato appartiene a una collana, che talvolta vi ho segnalato, realizzato in collaborazione con il MoMa, uno dei più importanti musei per l'arte moderna. Ed è anche uno dei volumi più riusciti, con un testo che dà molto spazio alle immagini, le lascia parlare, rendendo chiaro intuitivamente il senso dell'originalità di queste opere d'arte. Aprire questo libro è farsi accogliere da un vortice di colori vivaci, in continuo movimento, e non è difficile immaginare un sottofondo musicale a ritmo di fox-trot.


Strumento didattico o viaggio nell'immaginario novecentesco, mi sembra un bel regalo di natale per bambine e bambini curiosi a partire dagli otto anni.

Eleonora

“Sonia Delaunay. Una vita a colori”, C. Manes e F. Ramos, Fatatrac 2017




martedì 10 gennaio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FRIDA


Frida, con i testi di Sebastien Perez e le immagini di Benjamin Lacombe, è un albo illustrato che rende omaggio all'artista messicana, diventata nel tempo un'icona pop. I due autori hanno scelto, come spiega Lacombe nella postfazione, alcuni temi che fanno da filo conduttore al racconto della vita e dell'arte di Frida Kahlo, non seguendo un ordine cronologico.

 

Dunque l'incidente, la medicina, la terra, la fauna, l'amore, la morte, la maternità, e così via. Viene sinteticamente raccontato il legame con la sua terra e i suoi miti, il corpo, l'amore, quell'amore passionale, devastante eppure imprescindibile, per Diego Rivera; gli animali, alcuni molto particolari, che l'hanno circondata alleviando il suo dolore. E l'arte, quella passione compulsiva che le ha dato la forza di vivere.

Frida è un personaggio complesso spesso confuso con un'espressione ingenua dell'arte locale: consapevole del suo dolore, rappresentato nella stringente carnalità di un corpo martoriato, lo rappresenta continuamente, spesso sezionato per mostrare il 'dentro' di un corpo alla fine costretto in un corsetto metallico. In lei sussiste una ricerca, anche esasperata, che riflette i passaggi cruciali di una vita sfortunata: la poliomielite, l'incidente automobilistico, i due aborti; il dentro e il fuori del corpo, la sua incontrollabilità, la solitudine legata alla malattia, l'infelicità di un grande amore costantemente tradito. Tutto questo mediato dalla scelta stilistica di attingere alle tradizioni popolari e all'iconografia messicana, in cui la morte, come è noto, gioca un ruolo importante e vitale.



I due autori attingono direttamente agli scritti della Kahlo e si attengono scrupolosamente ai dati biografici, già di per sé così intensamente romanzeschi, e credo di poter dire che restituiscono un ritratto sintetico, in cui testo e immagini sono ugualmente importanti, intenso, un omaggio ammirato ad un'artista fuori dai canoni comuni, che ha sempre fatto della propria passionalità una straordinaria fonte di ispirazione artistica.



In particolare, mi sembra che la prova di Lacombe superi i limiti di un certo manierismo, che ne aveva appesantito alcune opere precedenti, per dare vita ad una galleria di immagini intense, raffinate, nell'intreccio di tecniche diverse, fedeli agli stilemi dell'artista cui si ispirano. 



Non si tratta di un libro per ragazzi, ma può essere utilizzato per raccontare ai più grandicelli, dai tredici anni in poi, la vita straordinaria di un'artista che ha vissuto pienamente dentro la Storia, pur nel legame fortissimo alle tradizioni di un paese, il Messico, in una fase di travolgenti trasformazioni.
Non si possono sfogliare queste pagine senza sentire il fascino e la forza dolorosa di una grande artista, di una donna dalla personalità ricchissima.

Eleonora


“Frida”, S. Perez e B. Lacombe, Rizzoli 2016






martedì 12 aprile 2016

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


DELLA STORIA E DELLA LOTTA DI CLASSE

Della storia del Novecento i nostri pargoli sanno poco, e solo i più grandi. Eppure i loro nonni e i loro genitori ne sono testimoni e potrebbero, probabilmente, raccontarne molte, se ne avessero voglia.
Di certo, ragazzini e ragazzine non troverebbero molto materiale nei libri che abitualmente si sfogliano in libreria, ormai il più delle volte appiattiti sui programmi scolastici.
Con qualche nobile eccezione, che si segnala per il coraggio con cui affronta l'arduo compito. Lo fa, in una forma narrativa particolare, Daniele Aristarco in Cose dell'altro Secolo. I grandi avvenimenti del Novecento, pubblicato ora da Einaudi ragazzi.
Diciotto episodi, momenti significativi della travagliata storia del secolo scorso, descrivono in altrettanti racconti episodi cruciali e protagonisti della Storia. Si inizia e si finisce, quasi, con il volo, come a voler vedere dall'alto il passato recente: si inizia con i fratelli Wright e si finisce con l'astronauta sovietico che, nel '99, partì dall'Unione Sovietica e tornò dopo poche settimane in orbita con il colosso sovietico dissolto. Con grande nitidezza sono posti in successione gli episodi che portano dalla crisi degli anni '30, all'avvento del nazismo, alla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Pietre miliari della storia recente, intercalate con aspetti più leggeri, come l'ascesa dei Beatles o la beffa radiofonica di Orson Welles. Spiccano alcune figure importanti, da Gandhi a Kennedy, da Einstein a Mandela, sotto il filo conduttore delle grandi lotte ideali contro l'imperialismo britannico, o contro l'apartheid o contro la filosofia della guerra che ha insanguinato il mondo con due guerre mondiali e un'infinità di conflitti locali.
La forma narrativa consente di accennare, senza approfondire, come è giusto che sia, dando un'idea efficace di alcuni dei momenti storici che hanno segnato il recente passato.
Un aspetto di cui non si parla è quello dei grandi movimenti pacifisti, o 'rivoluzionari', che hanno improntato gli anni settanta. Dimenticanza non grave, rispetto alla necessità di scegliere di cosa parlare: certo non bastano i Beatles a rendere l'idea di cosa agitava le menti, e non solo quelle, di tante ragazze e ragazzi. Non rendono conto soprattutto della grande domanda di giustizia che spesso non ha trovato risposta. Ne accenno perché uno dei libri della collana di 'saggistica' premiata a Bologna per il settore non fiction è proprio figlio di quei tempi: Hay clases sociales, è stato scritto da Equipo Plantel fra il 1977 e il 1978, poco dopo la morte del dittatore Franco. 


La collana si chiamava Libros para manana, ora ristampata con una nuova veste grafica con le illustrazioni di Joan Negrescolor nell'edizione di Media Vaca.
Fa un certo effetto sfogliare questo libro coraggioso che cerca di insegnare a bambine e bambini che cosa è la differenza sociale, il nascere poveri o ricchi, avere delle opportunità o non averle. Con lo spirito manicheo del tempo, ci sono i lavoratori e gli sfruttatori e in mezzo la classe media divisa fra l'attrazione verso l'ascesa sociale e la paura di cadere nel baratro della povertà. Cosa che per altro è lo specchio di ciò che è accaduto.


Se quindi possono far sorridere alcune espressioni, trovo di una attualità spiazzante l'affermazione che tutti sono uguali e tutti hanno gli stessi diritti. Gli ultimi vent'anni sono stati esattamente il percorso inverso, che ha ripristinato distanze e differenze e segnato l'eclissi di un pensiero collettivo.


La verità è che la lotta di classe l'abbiamo vista sotto i nostri occhi e abbiamo visto anche il piccolo esercito dei super ricchi vincere a mani basse. E hanno vinto talmente bene e talmente in profondità che un libretto piccolo piccolo, che denuncia solo la nudità del potere, possa sembrare più rivoluzionario del libretto rosso di Mao. Chiediamoci perché è così difficile per noi, figlie e figli del Novecento, parlare con franchezza della realtà sociale, delle discriminazioni che separano chi ha e chi non ha, chi detiene la conoscenza e chi la subisce, chi detta legge e chi tace.

Eleonora

“Cose dell'altro secolo”, D. Aristarco, Einaudi Ragazzi 2016
“Hay Classes Sociale”, Equipo Plantele e Joan Negrescolor, Media Vaca 2015


mercoledì 2 marzo 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


 IL COLORE DEL PRATO


La poesia ha un proprio linguaggio e proprie regole, talvolta rigidissime. C'è chi afferma che sia per pochi, e, soprattutto, che sia lontana dal linguaggio dei bambini, se non nella forma della filastrocca. Che la poesia 'alta' sia un territorio non praticabile, nel proporre letture ai ragazzi e alle ragazze. Eppure...
Le poesie di Antonia Pozzi, selezionate da Teresa Porcella e illustrate da Gioia Marchegiani per la bella collana Il suono della conchiglia di Motta junior, sono l'esempio di una strada percorribile.
Antonia Pozzi è un personaggio particolare: giovane donna, cresciuta negli anni '30, all'interno di una famiglia borghese e molto colta che le ha consentito di avere tutto, tranne quello che più desiderava: coltivare la sua storia d'amore con l'ex professore che l'aveva iniziata alla meraviglia della letteratura classica. Colta, raffinata, intelligente e profondamente sola, la Pozzi in pochi anni ha scritto, fra l'altro, bellissime poesie che meglio di qualsiasi biografia ci consegnano il ritratto fedele del suo universo interiore.


Stati d'animo, ricordi, immagini che raccontano i momenti di spensieratezza dell'infanzia affiancati ad altre poesie che raccontano il disagio di essere se stessa.
La semplicità è apparente, la costruzione del verso, anche laddove appare più spontanea, dimostra quanto intimamente presente sia la lettura dei classici antichi, la lirica greca e latina, così come per Quasimodo l'uso del frammento, l'immagine che parla per il tutto. E ci ricorda, per altri aspetti, alcuni componimenti delle Myricae pascoliane: l'intimismo, l'attenzione per il dettaglio nella descrizione naturalistica, come specchio dell'anima.

Ma di tutto questo ai bambini e alle bambine importa ben poco: quello che conta è potersi specchiare in qualche rima, riconoscere uno stato d'animo, una nostalgia, un'immagine che evoca emozioni.
La scelta fatta da Teresa Porcella in Nel prato azzurro del cielo mi sembra impeccabile, regalando una piccola, preziosa antologia di versi, tutti da interpretare. Da leggere, rileggere, ascoltando la propria voce muta, gustando l'uso libero delle parole, gli accostamenti audaci, le metafore. Condividendo la profonda tristezza, la malinconia, affiancate agli sprazzi di allegria.


Gioia Marchegiani si è immersa in queste atmosfere, cercando di renderne il respiro, l'impronta, come un'immagine ne richiama un'altra. La sua è, per necessità, un'interpretazione del testo e non potrebbe essere altrimenti. E' un'interpretazione che con delicatezza entra nel mondo impenetrabile di una poetessa, grande. Riesce a dare un colore alle emozioni, alle immagini che emergono dal testo, senza mai soverchiarle.
Per questo motivo, vi propongo le immagini con il testo, inscindibili.
Questa, secondo me è una lettura necessaria, per chi ama la poesia, a qualsiasi età. Per la bellezza dei versi e per la scoperta, che credo riguardi molti e molte, di un'autrice troppo poco conosciuta.
poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca -
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Eleonora

“Nel prato azzurro del cielo”, A. Pozzi, illustrazioni di G. Marchegiani. Motta junior 2015

giovedì 18 dicembre 2014

FAMMI UNA DOMANDA!


UN PAUL KLEE SORPRENDENTE



In effetti, Paul Klee è stato uno dei maestri del primo Novecento, un grande innovatore e anche un vero maestro, con le sue memorabili lezioni alla Bauhaus. Parliamo degli anni Trenta in Germania, della repubblica di Weimar e di un grande esperimento didattico, in cui si sono avvicendati personaggi come Gropius, Klee, Kandinskij. Una stagione di speranze e di grande libertà espressiva, stritolati successivamente dall'avvento del nazismo. Delle preziose, illuminanti lezioni di Klee alla Bauhaus la Feltrinelli fece, decenni fa, una bella e rara edizione.


In Che sorpresa Paul Klee!, di Paola Franceshini, non abbiamo certo la resa di questo importante impianto didattico, ma un libro d'arte per ragazzi veramente ben fatto, che rende l'idea della ricerca di Klee sul piano grafico e pittorico e anche della cerchia di amici, quel clima così straordinario che consentì capolavori che hanno profondamente influenzato l'arte successiva.
Attento studioso dell'espressione estetica infantile e delle leggi della percezione, Klee produsse opere solo all'apparenza elementari, in realtà frutto di una profonda ricerca.


L'autrice è veramente efficace nel rendere tutta questa densità di significati in un libro godibilissimo, chiaro per i giovani lettori ed estremamente stimolante sul piano didattico, utilizzabile per infinite sperimentazioni. Se volete farvi un'idea più precisa, potete sfogliare il libro qui.


Se, invece, mi chiedete per quale fascia d'età possa andar bene, vi direi che, a diversi livelli, può essere usato dai quattro ai novantanove anni.

Eleonora

Che sorpresa Paul Klee!”, P. Franceschini, Artebambini 2014


lunedì 29 settembre 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA GUERRA, LA RUSSIA E STALIN


Il viaggio di Paul Dowswell nel tormentato Secolo Breve, il Novecento, approda questa volta nella Russia Sovietica, fra il 1940 e il 1941, quando comincia l'invasione nazista. E' questo il tema di Tra le mura del Cremlino, ora pubblicato da Feltrinelli.
I due giovani protagonisti, Misha e Valja, sono in fondo dei privilegiati, vivono all'interno del Cremlino, i loro padri sono funzionari governativi, il padre di Misha è addirittura segretario di Stalin. Il privilegio è comunque relativo, tant'è che la madre di Misha da un giorno all'altro sparisce e non ci vuole molta fantasia per capire che è stata prelevata dalla polizia politica, alla caccia dei cosiddetti nemici del popolo. L'opprimente clima di sospetto, con la paura delle deportazioni, pervade anche la vita dei ragazzi, comunque presi dalla retorica del regime e desiderosi di fare del proprio meglio per la patria.
Se in questo contesto la vita è pericolosa e avvilente, l'incalzare dell'avanzata nazista rende tutto più difficile; il governo sovietico e il suo umorale capo sono stati colti di sorpresa e stentano a reagire all'avanzata tedesca.
Sotto i bombardamenti nemici e sotto il pugno di ferro della repressione politica, i due ragazzi cercano di rimanere umani e di conservare i legami familiari; Misha sembra riuscire a fuggire col padre e con tutti i funzionari governativi da Mosca, ormai allo stremo; ma il Piccolo Padre decide di rimanere nella capitale. In un crescendo di defezioni e di arresti, anche Misha e la sua amica del cuore cadono nella rete della polizia politica e vengono condannati a morte. Ma, in seguito ad un bombardamento, si apre una nuova possibilità di vita.
Non voglio raccontarvi di più, la storia è avvincente, sostenuta dal consueto ritmo narrativo che Dowswell imprime sempre ai suoi romanzi. Efficace la descrizione della Russia sovietica, con le sue grandezze e le sue miserie. Importante la distinzione fra la retorica di regime e l'attaccamento del popolo russo alla propria terra, il grande orgoglio nazionale, che ha consentito, fra l'altro, di vincere la decisiva battaglia di Stalingrado, contribuendo a sconfiggere definitivamente l'orda nazista. Differenza che ancora oggi sfugge, come se la fine dell'impero sovietico avesse eclissato per sempre le ambizioni russe.
Ancora una volta colpisce la capacità espressa da Dowswell nel descrivere con precisa documentazione storica il contesto in cui si svolge l'azione, in questo caso la tragica realtà del socialismo reale, nel momento più cupo della dittatura staliniana.
Come per i romanzi precedenti, già immagino il fuoco di fila di obiezioni, legate all'estraneità dei temi trattati rispetto al vissuto di ragazzi e ragazze, digiuni di storia contemporanea e piuttosto lontani da queste tematiche. Ma bisognerà pur parlarne, al di là della retorica, che santifica il nostro sistema di vita, di momenti così importanti della storia recente e che hanno condizionato la vita politica di questo paese; parlare, ad esempio, dell'utopia marxiana, tragicamente tradotta nella dittatura staliniana, ma che ha prodotto anche grandi forze, movimenti e partiti che hanno saputo trasformare il mondo occidentale. Dovranno pure farsi un'opinione, i nostri ragazzi, se vorranno inventare loro una nuova fertile utopia.

Eleonora


Tra le mura del Cremlino”, P. Dowswell, Feltrinelli kids 2014





giovedì 12 giugno 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SE QUESTA E' LA GUERRA


Ecco un bel libro, del tutto privo di retorica, sulla Prima Guerra Mondiale, di cui si celebra, ed è un paradosso, il centenario dell'inizio delle ostilità.
Si tratta di La notte in cui la guerra si fermò, di James Riordan, e racconta di due amici, Jack, il protagonista, e Harry, catapultati entrambi dalla squadra di calcio del Portsmouth alle trincee del continente a soli diciassette anni.
Diciassette anni dell'inizio del Novecento non sono certo gli stessi di ora, ma si era comunque ragazzi. E con gli occhi ingenui da ragazzo Jack guarda a quello che gli accade intorno, le marce, le trincee, le granate che fanno a pezzi i corpi dei suoi commilitoni. La guerra di trincea viene raccontata con realismo, ma senza nessuna concessione all'orrore o al sentimentalismo. Come in guerra, non c'è tempo di piangere e il lettore o la lettrice, bisogna dirlo piuttosto maturi, vengono presi da questa sequenza senza fine di sentimenti forti e primordiali, la paura, l'attaccamento alla vita, la nostalgia e la rabbia. La rabbia contro chi quella guerra l'ha imposta al proprio popolo, infliggendo infinite sofferenze. Lo dice ad un certo punto il protagonista, la guerra non è solo contro il nemico dichiarato, i crucchi nelle trincee di fronte, è anche contro chi li sta mandando al macello.
Dura, durissima verità, spesso occultata nella retorica bellica, nel ricordo deformato che ricorda le vittorie e non il prezzo che se ne è pagato in termini di vite umane.
Dunque il racconto si snoda nei lunghi mesi passati nel fango, fra cadaveri e lettere dei familiari, fino alla vigilia di Natale del '14, in cui i sottufficiali di entrambi gli eserciti decidono una tregua, e saranno giustiziati per questo. In questa breve sospensione in cui l'umanità ritrova se stessa, nasce l'idea di una partita di pallone, che coinvolge i soldati di entrambe le parti, episodio realmente avvenuto.
Nel rotolarsi nel fango, ma questa volta con allegria, i soldati fraternizzano e rendono visibile quello che era già chiaro: dall'una e dall'altra parte stanno i poveracci, compresi i battaglioni di truppe indiane, mandati a morire nelle imprese più disperate. Le ragioni vere della guerra sono altrove, nei salotti buoni di quella borghesia che si spartisce il territorio.
A raccontare in forma di flash back tutta questa triste storia è Jack, diventato nonno e in visita al sacrario che custodisce le ossa di tanti commilitoni. E Jack finalmente racconta la storia di una guerra che fu un'immensa carneficina e che è stato solo un antipasto delle tragedie che hanno segnato il Novecento.
Leggendo il libro mi sono chiesta più volte se il realismo del racconto lo rendesse adatto ai nostri ragazzi/e. Sicuramente richiede l'interlocuzione e la spiegazione da parte di adulti disposti a raccontare le atrocità delle guerre, così come richiede anche la spiegazione di come sia possibile che la guerra sia ancora lo strumento principale di soluzione dei conflitti. Ma in fondo, si, è una lettura giusta, la consiglio a quelli che passano il tempo giocando a video game cruentissimi, in cui vince chi ammazza di più, in cui si dispiegano le armi più potenti e il sangue è solo una macchia di colore.
No, la guerra non è un gioco, e questo libro può aiutare a capirlo. E se non fosse sufficiente, ricordo il bel libro di Dowswell, di cui ho parlato qui.
 
Eleonora


“La notte in cui la guerra si fermò”, J. Riordan, Mondadori 2014



giovedì 28 febbraio 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


LA DUREZZA DELLA GUERRA


Questo è forse il romanzo più duro di Dowswell, già autore di Ausländer e de Il ragazzo di Berlino, vedi qui, ma è intenso ed emozionante, con un grande ritmo narrativo. In L’ultima alba di guerra racconta le ultime ore della Prima guerra mondiale, una delle gigantesche carneficine del Novecento. La racconta dal punto di vista di tre ragazzi, e questo è uno degli orrori, due di sedici anni e uno di diciotto: un americano, pilota, un inglese e un tedesco, fanti.
Tanto, tantissimo si è scritto nella saggistica storica, per descrivere il primo orrore con cui il XIX secolo si è presentato al mondo; nei recenti romanzi per ragazzi l’argomento è trattato incidentalmente, per esempio ne La Dogana Volante o L’estate di Abilene Tucker; qui, invece, il cuore della narrazione è proprio la descrizione di queste ultime ore di guerra che si snodano davanti agli occhi terrorizzati o incoscienti di questi giovani, che abbandonano per sempre la dimensione adolescenziale per entrare, loro malgrado, nel teatro di una gigantesca tragedia, in cui non esiste ragione o pietà o commozione, ma solo la speranza di tornare a casa vivi. La situazione in cui sono rappresentati è paradossale: è stato firmato l’armistizio, ma scatterà dopo alcune ore durante le quali la guerra continua a falcidiare esseri umani. I due giovani fanti si ritrovano a cercare di sopravvivere sui due versanti opposti di uno scontro, il pilota americano tenta la sorte per abbattere un ultimo aereo nemico. I tre, nel convulso finale, s’incontrano, nel disperato tentativo di salvarsi. In questo intreccio di destini c’è chi si salva e chi no.
La situazione di una guerra di trincea è rappresentata con crudo e doveroso realismo, senza dilungarsi sui particolari più crudi, ma senza risparmiare al lettore la sensazione di angoscia e di distruzione che la guerra porta con sé. I colpi di mortaio, le raffiche di mitragliatrice, i bombardamenti aerei causano corpi martoriati, paura e sgomento e morti e ancora morti. E se questo era già troppo, sono bastati pochi decenni per fare ancora peggio. Per non parlare di quello che è successo negli ultimi cinquanta anni.
Si può discutere a lungo sull’opportunità o meno di rappresentare con realismo gli orrori del mondo quando il lettore è un ragazzo, e qui, ovviamente, parliamo di lettori ‘maturi’, dai tredici anni in su. Personalmente ritengo che un adeguato vaccino alle sirene del falso patriottismo, dell’inevitabilità dell’uso della violenza, sia necessario, proprio perché i nostri figli non hanno alcuna nozione della guerra, se non molto indiretta, non hanno sentito parlare di fame, di prigionia, di paura; semmai, nel loro immaginario, s’identifica con le immagini dei videogiochi. Quello che trovo viceversa importante e decisivo è non mancare mai nel proporre la speranza, la possibilità di uscire anche dalle situazioni più difficili o comunque, se pure il sacrificio è necessario, come ne Il pianeta di Standish, non sia inutile e fine a se stesso. Qui, il lieto fine è parziale, ma credo che non avrebbe potuto essere altrimenti, a meno di perdere in credibilità. In altri casi, abbiamo visto, il finale positivo manca del tutto, anche se nel descrivere la realtà si sceglie un linguaggio poetico: è il caso, per esempio, de Lo zoo di mezzanotte, vedi qui, dove la dimensione fantastica, onirica vela di poesia un epilogo senza speranza. Francamente ho avuto delle difficoltà a proporlo ai miei giovani lettori, forse perché condizionata da quello che so su ciò che è realmente avvenuto, mentre un ragazzo potrebbe non cogliere il riferimento storico. Resto con questo dubbio.

Eleonora

“L’ultima alba di guerra”, P. Dowswell, Feltrinelli kids 2013.