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domenica 30 ottobre 2011

RESISTERE E POI REAGIRE


Resistere e poi reagire, cercando di salvare l'Umano: questo è stato in estrema sintesi il senso delle parole, come al solito, intelligenti e illuminanti che Goffredo Fofi oggi ha pronunciato per introdurre l'opera di Fabian Negrin, uno degli artisti di maggior valore a livello mondiale, esplorato nella sua produzione di libri per ragazzi.
Nell'ambito del salone dell'editoria sociale, alla sua terza edizione, oggi a Roma intorno a un tavolo discutevano, in un incontro dal titolo I BAMBINI NE SANNO PIU' DI NOI, Goffredo Fofi, Emilio Varrà e Fabian Negrin su che cosa significhi creare un libro per ragazzi e su come si possa lavorare sul loro immaginario.
Nell'introduzione dai toni apocalittici, e come potrebbe essere diversamente?, Fofi sostiene che l'unica strategia a tutt'oggi praticabile sia quella di resistere, quindi reagire con l'intento di salvare il nocciolo 'umano' che è riconoscibile ancora nei bambini.
Negrin, chiamato in causa dalla domanda di Varrà riguardo a come lui si ponga di fronte a un pubblico infantile, ci ha fornito spunti di riflessione molto interessanti.
Fondamentale è il suo punto di partenza: i bambini sono altro dagli adulti. Detta così, sembra una banalità, ma non lo è affatto se si segue il ragionamento di Negrin.
Provo a ripercorrerlo: i bambini, al contrario degli adulti, sono portatori di un 'quid' di antico, di primordiale, di vergine, di atavico, di istintivo; sono legati da un filo rosso a quelli che sono stati i primordi dell'umanità, a quel luogo da cui tutto ha avuto origine.
I bambini, nel loro stare al mondo, sono per questa ragione molto più vicini agli animali, alle piante o ai minerali che non agli adulti. I piccoli sono, nel loro essere 'nuovi' al mondo, ancora incorrotti e quindi sempre uguali. Un bambino, in fondo, nasce così da sempre e le sue modalità di conoscere il mondo, di costruirsi un immaginario, fino ad una certa età, sono state, sono e saranno sempre le stesse. Per poter comunicare con loro è fondamentale quindi mantenere sempre teso questo filo rosso che li lega alla natura primordiale dell'umanità.
Io aggiungerei che forse questo quid atavico può corrispondere in qualche misura a quel 'Umano' cui alludeva Fofi.
Nella carrellata fatta su alcuni tra i migliori libri di Negrin sono uscite cose molto interessanti riguardo al recente Chiamatemi Sandokan!. Libro che per Negrin, oltre a essere un suo personale omaggio a Salgari, è la dimostrazione che i libri siamo noi, ovvero noi - nella nostra infanzia, ma non solo - scopriamo attraverso la letteratura chi siamo. Racconta Negrin che ancora oggi lui è convinto che Sandokan sia opera sua e non come si dice in giro, di Salgari. Nella lettura dei bambini c'è identificazione.
Molto diversa è la storia di In bocca al lupo: è un libro nato intorno a 5 tavole che per Negrin dovevano avere il senso di scardinare verità solo apparenti. In questo tipo di prospettiva Negrin è davvero maestro. 
Secondo Negrin quando si crea un albo illustrato occorre lasciare un po' aperta la storia, deve esserci dello spazio 'vuoto' che poi verrà colmato o trasformato dalla seconda componente dell'albo, ovvero il disegno. Così è nato In bocca al lupo. Un albo illustrato è una miscela magica dall'equilibrio perfetto tra due ingredienti. Prendiamo l'esempio della pizza: miscuglio raro tra due ingredienti tra loro molto diversi. Parole e immagini in un albo illustrato sono come acqua e farina che fanno una pizza.
Ulteriormente Negrin ci illumina ancora di più sul suo concetto di albo illustrato. Nel libro deve esistere una sorta di spazio vuoto tra immagine e testo dentro cui si inserisce la testa, il pensiero, l'immaginario del lettore.
Una illustrazione che sia troppo didascalica - e Negrin ne stigmatizza i limiti definendola quasi come una decorazione - è quanto di meno narrativo si possa immaginare. Il disegno per Negrin, al pari del testo, è un modo di pensare.
A tale proposito, ha preso ad esempio l'ultimissimo libro pubblicato in Italia Frida e Diego (la storia di Diego Rivera e Frida Kahlo bambini e del loro viaggio nel mondo dei morti. Eleonora ha preannunciato un suo post in proposito). Si tratta di un suo personale omaggio al Messico, terra da lui molto amata, scritto una decina di anni fa. Negrin ci racconta che in origine si trattava di un racconto molto più lungo che ha tagliato, volendo farne un albo illustrato. Tuttavia, nell'omettere intere sequenze di racconto, esse sono comunque sopravvissute, quasi suo malgrado, nelle immagini superstiti che, in tal modo, portano in sè tanto non detto. Negrin, facendo proprie le parole di Hemingway 'Tutto ciò che si cancella, rimarrà per sempre', fornisce di fatto maggiore complessità all'albo, proprio grazie a tale processo di eliminazione e taglio.
Frida e Diego è pensato come un vero e proprio racconto di formazione. La vicenda dei due bambini nella notte dei Morti in un cimitero, con il successivo rocambolesco viaggio sottoterra tra gli scheletri è di fatto un percorso di formazione per entrambi. Al loro ritorno in superficie nulla è più come prima.
Resta aperta una questione: perché Negrin, che ama definire sé stesso un essere molto antisociale, è chiamato a parlare in questa occasione dove il Sociale è il perno di tutto?
La risposta è facile: sociale è già di per sé l'atto di scrivere e quindi pubblicare un libro.
Sociale è la costante ricerca di qualità e di complessità che mette Negrin in ogni suo libro.
Sociale (perché estremamente onesto e lontano da ogni ipocrisia), ho trovato il suo affermare una certa indifferenza riguardo al tipo di pubblico potenziale destinatario dei suoi libri. Il suo lavoro finisce nel momento che il libro è diventato libro. Chi lo sfoglierà distratto, chi lo leggerà, chi lo amerà o lo odierà? Non è più affar suo!    
Carla
Breve noterella a margine: mentre scorrevano veloci queste due ore di riflessioni sulla letteratura per ragazzi, scorrevano altrettanto veloci le immagini di libri come: In bocca al lupo, Occhiopin, Favole al telefonino, L'ombra e il bagliore, Capitan Omicidio, La vita intorno, Chiamatemi Sandokan!, Frida e Diego. Per chi non lo sapesse, solo questi ultimi tre titoli NON fanno parte del catalogo di Orecchio Acerbo. Seduta accanto a Fausta Orecchio, una delle due orecchie acerbe di Orecchio Acerbo, gongolavo per lei. Ma non l'ho guardata, perché tra timidi si fa così...

lunedì 25 luglio 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"LADRI DI BAMBINI"


CHIAMATEMI SANDOKAN! Un omaggio a Emilio Salgari, Fabian Negrin
Salani, 2011

ILLUSTRATO per MEDI (dai 7 anni)

" 'Non sai come si gioca a Sandokan?' ho asclamato.Corpo di un cannone! Ho dovuto spiegargli ogni cosa. 'Sandokan è il capo dei pirati della Malesia e abita in un'isola che si chiama Mompracem. Lotta contro gli inglesi che hanno sterminato la sua famiglia...' 'Allora è un orfano' ha interrotto mio cugino. 'Be', sì, ma non è importante, perché ha un amico , Yanez de Gomera, e si vogliono bene come fratelli. Potremmo essere Sandokan e Yanez'. 'Ma noi siamo cugini, non fratelli ' ha obiettato Aldo. Con mio cugino di deve avere molta pazienza. 'Meglio se ti leggo un brano del libro' gli ho detto."

Tutto comincia con una macchina rossa che si allontana, uscendo veloce dalla pagina del libro, lasciando lì una bambina ferma sul marciapiede che ha davanti a sé una vacanza 'in bianco e nero' a casa della nonna. Ma quello che si preannunciava un periodo di noia assoluta, si rivelerà molto movimentato, grazie al ritrovamento di tre libri di Salgari, in fondo a un armadio. E grazie anche a un cuginetto disposto a condividere l'avventura.
Così comincia questo libro in continuo movimento tra la realtà e l'immaginazione, tra il 'bianco e nero' e il colore. Per superare la noia e la realtà bisogna affidarsi alle parole del libro (ed è questo che fa la bambina per convincere il riluttante cuginetto). 'Giocare a Sandokan' significa per i due bambini trasformarsi all'istante nei due protagonisti dei romanzi salgariani: Sandokan e Yanez. Così i due cugini a pagina 11 sono ancora due bimbetti, mentre nella pagina successiva si sono trasformati nei due eroi. Affrontano il pericoloso mare in tempesta per andare nell'isola di Labuan, arrampicandosi sui divani o sui letti o timonando nella vasca da bagno. Ma l'avventura prende il sopravvento ed è lo stesso Sandokan (quello vero raccontato da Salgari) a coinvolgere i due bambini nell'impresa ardita, chiamandoli per nome e rivolgendosi a loro nel momento del bisogno per evitare il naufragio. L'avventura continua: il racconto di Salgari con Yanez e Sandokan che attraversano la giungla, incrociando ogni tipo di animale esotico, si concretizza nella realtà del gioco dei due bambini in una pericolosa scalata della credenza. Ma quando i due vengono richiamati alla realtà, la risposta è perentoria: voglio essere la storia che è nel libro e quindi "Chiamatemi Sandokan!" (se volete che vi risponda...)
E' un fatto che Emilio Salgari abbia fatto e faccia ancora sognare frotte di ragazzini e che si debba considerare, come ha detto recentemente Denti a Torino, un 'ladro di bambini', perché i suoi libri hanno 'rapito' bambini e bambine per traghettarli poi verso un altrove strepitoso.
Ma è altrettanto un fatto che anche Negrin sia un grandissimo costruttore di immaginari. Sono certa che Salgari sia davvero stata una sua lettura infantile (d'altronde la dedica del libro non lascia dubbi) e che questo libro sia un suo personale omaggio all'autore, ma anche alla sua infanzia, o per meglio dire, all'infanzia tout court.
Il continuo muoversi sui due piani, quello della realtà e quello del romanzo, attraverso due diversi codici iconografici (ai quali peraltro Negrin ci ha da sempre abituato) rende 'tridimensionale' l'esperienza della lettura. Proprio come è (o dovrebbe essere) la lettura per i bambini. Per loro, il libro non è più un oggetto piano, portatore di immagini e di parole, ma 'contenitore' spazioso e profondo dentro cui è bello sparire. L'immagine descritta con le parole di Salgari prende forma e colore ed 'esce' nelle figure di Negrin, ma nel contempo i due bambini disegnati brevemente sulla pagina della realtà, li ritroviamo vestiti da Tigrotti, perché sono 'entrati' nel romanzo.
La capacità di Negrin di muoversi attraverso stili così diversi (bellissima la pagina in cui i due stili si compenetrano) e di utilizzare la pagina come diaframma percorribile tra realtà e finzione (dove il testo è la realtà e il disegno la finzione) lo avevamo già visto per esempio in In Bocca al lupo (Orecchio Acerbo, 2003), ma adesso la scelta pare molto più consapevole e matura. Libro davvero da non perdere, ma da usare come prontuario del bravo piccolo lettore.