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lunedì 3 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO.  
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo di un meraviglioso racconto di Saki.  
E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog.  
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera.  
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piediTutto cambiaVacanze o ancora Oltre il giardino.  Ma non è successo.  

LA COSA PIÙ IMPORTANTE È NON PERDERLI DI VISTA 


Qualche anno fa è successo che alcune tra le piccole case editrici di libri per bambini abbiano sentito forte l'esigenza di riproporre il proprio catalogo sotto forme editoriali diverse: principalmente i loro libri sono diventati più piccoli e più economici e, necessariamente, meno "rigidi". 
 Un albo illustrato, per come è fatto, è un oggetto necessariamente costoso, con la sua copertina cartonata, con il suo formato grande, che è il suo bello, è arrivato a costare cifre considerevoli nell'economia di un lettore medio (così come di una biblioteca scolastica o di una biblioteca tout court) e così è accaduto che siano nate collane di libri che sacrificassero un po' della loro misura consueta e un po' del loro essere più robusti di altri in cambio di un prezzo più contenuto e quindi accessibile. 
Sono nate così le collane di Babalibri, dei Topipittori, di Edizioni Clichy e qualche altra. 
Che sia stata una scelta vincente - economicamente parlando - non saprei. 
Di sicuro, per tutti coloro che hanno maneggiato i loro antecedenti, è corso rapido e fugace il pensiero:
sì, ma quando erano grandi era ben altra la percezione nel tenerli in mano, nello sfogliarli e leggerli da soli o di fronte a una classe o anche a un paio di bambini... 
Vero è che nelle loro versioni ridotte sono oggettivamente più "lievi": pesano meno, stanno in tasche o borse capienti e se ne vuoi comprare due invece di uno, forse lo puoi fare più serenamente. 
A qualche anno di distanza dalla loro nascita, sembra però che il fenomeno stia un po' rallentando... 
Nel 2026 non ne escono molti, a parte i Bababum, che continuano a costare 6 euro e misurare 15x19 centimetri. 
Vuoi vedere che derogare a due delle caratteristiche distintive e fondamentali che hanno fatto dell'albo illustrato quel preciso oggetto su cui grafici, autori e illustratori hanno sognato per decenni, non si è rivelato così tanto risolutivo per il mercato dell'editoria per l'infanzia? 
In tutto questo moltiplicarsi di formati e prezzi all'interno delle case editrici, sono arrivati anche gli orecchini di orecchio acerbo. 
Nascono nel settembre del 2025, quindi buoni ultimi.


Anche in questo caso si tratta di una collana, si tratta di libri che condividono il formato (14x21 cm), il tipo di rilegatura - continuano a essere tutti cartonati, non hanno mai lo stesso prezzo, ma sono un po' più economici dei loro "fratelli maggiori", seppure la differenza è di pochi euro. 
Questo è per dire che il primo criterio che ha portato a decidere di creare una nuova collana non è quello economico. Peraltro, la casa editrice ha già una sua collana in economica che accoglie tutti quei titoli che, forti di un buon successo, possono permettersi di perdere la loro costosa e rigida copertina - ma non il formato, se non impercettibilmente - per diventare libri meno costosi e in brossura: forse uno dei primi è stato In bocca al lupo (nel 2005) di Fabian Negrin e l'ultimo è Cosa diventeremo? di Antje Damm. 
Gli orecchini però sono un'altra cosa.


E soprattutto nascono da un desiderio diverso: nascono per affetto, sono frutto di una severa selezione, e poi sono piccole nuove edizioni che escono a mazzetti. Prima sei, poi tre e poi di nuovo tre. E via così. 
Si tratta di casi ben precisi, ovvero sono tutti libri che sono esauriti (alcuni anche da parecchio tempo) nel catalogo e che se venissero ristampati così come sono in originale, avrebbero un costo difficilmente sostenibile.
E da lì l'idea: troviamo un modo per salvarli dall'oblio, per far sì che non si perdano di vista, visto che sono 'pezzettini' imprescindibili del cuore di orecchio acerbo. 
Tra loro ci sono libri che sono stati in origine scovati anche da un lontano passato, oppure sono libri di esordienti pieni di talento, oppure ancora sono libri su cui all'epoca della prima uscita si è scommesso parecchio, perché erano libri belli, ma insoliti. 
Ma sia come sia, tutti loro sono libri che costituiscono il DNA di una linea editoriale: sono - in quota parte, ciascuno per sé - orecchio acerbo in carta e inchiostro. 
Facendo della facile ironia sul nome che li tiene insieme, si possono dire i gioielli di famiglia! Rinunciare al loro valore, perderli di vista, prima di tutto per la casa editrice stessa, sarebbe stato un vero dolore. 
Poi il pensiero va a loro: i collezionisti, i 'precisini' e quelli che amano cercare e poi trovare il senso più profondo delle cose. 
Gli orecchini sono per quelli che amano costruire con il tempo le loro raccolte, quelli che amano gli scaffali ordinati e per coloro che cercano di leggere attraverso le scelte di un editore la sua ragion d'essere. 
Dunque: per una questione affettiva interna, ma anche per tutti quelli che si sono persi gli originali all'epoca, per i collezionisti, per gli ordinati e per gli esegeti - ma anche per tutti gli altri ovviamente - circa un anno fa hanno ripreso a circolare i primi sei orecchini: A una stella cadente N.E. di Mara Cerri, Strisce e macchie N.E. di Dahlov Ipcar, Il bianco e il nero N.E. di Debora Vogrig e Pia Valentinis, Un gioco da ragazze N.E. di Alessandra Lazzarin, Il cane e la luna N.E. di Alice Barberini, e lui quello che chiude il cerchio con il titolo di questo post un po' sentimentale: La cosa più importante N.E.di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgard. 

Carla 

Noterella al margine. Per completezza dell'informazione, i successivi tre sono stati Gambipiombo N.E. di Fabian Negrin, Il Signor Ventriglia N.E. di Marco e Mirto Baliani, La riparazione del nonno N.E. di Stefano Benni e Spider.

mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

lunedì 20 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

(R) ESISTERE



Due le ragioni che mi hanno fatto arrivare qui: da un lato Guridi e il suo lavoro, dall'altra la parola errore, collegata con il verbo abitare. Abitare l'errore non è pratica diffusa, anzi tutto intorno sembra suggerire di starne alla larga: sbagliare non è di moda. 
Bene. Il lavoro che conosco di Guridi mi è sempre sembrato molto interessante e pieno di belle idee. 


Più volte è capitato di riconoscergli doti comunicative fuori dalla norma, pur con un tipo di segno sempre molto evocativo e mai banale. Mi è sempre sembrato che avesse molto da dire e che quel molto fosse denso e profondo, anche se riassunto in pochi segni e ancora meno colore. E ogni volta che si ha un suo libro per le mani si percepisce molto chiara la sua volontà di non essere prescrittivo. Al contrario, è sempre capace di lasciare il proprio lettore trovare la propria strada per interpretare e capire. Pieno di quella ambiguità positiva che tante volte 'abita' i libri illustrati dei migliori. 


Il suo suggerimento costante è: osserva tutto ciò che è sul foglio e poi decide da che parte andare. E in questo andare è previsto anche un bel tornare indietro. Sono in pochi quelli che lo sanno fare con maestria: lo sanno 'imporre' con dolcezza ai propri lettori, portandoli a perdersi, ma dandogli anche la bussola per potersi orientare nuovamente. Un caso per tutti: Piccolo in città di Sydney Smith. La seconda ragione: quell'abitare l'errore, quell'intento di renderlo conosciuto e confortevole e, magari, anche utile. 
Esordisce così: fin da piccolo ho avuto una manifesta incapacità di concentrarmi su un'unica idea. Ogni cosa che mi veniva in mente era inevitabilmente collegata ad altre due o tre, e queste a loro volta si ramificavano, creando una rete piena di connessioni, alcune delle quali prive di senso. Questo mi faceva spesso perdere il contatto con la realtà, e certamente non mi ha aiutato molto nello studio. Tuttavia, col tempo, proprio questa incapacità mi ha permesso di osservare ciò che mi accade da punti di vista diversi, molti dei quali frutto della fantasia, naturalmente. Riconoscere che questa incapacità potesse essere utile mi ha richiesto tempo e qualche dispiacere. 
Senza ancora entrare nel merito della questione, mi pare ci sia già qui una bella lezione: trasformare in positivo quella che tutti considerano un'incapacità. Qualcosa da evitare diventa così qualcosa da avere davanti, da conoscere e con cui vivere. 
È facile cavalcare la propria forza, molto più complicato è sfruttare le proprie debolezze. E prima lo si fa, meglio sarà. 
Quindi timidezza, silenzio, incertezza, errore sono tutti fattori con cui Guridi, nel suo percorso personale, ha fatto i conti. Adesso, a posteriori di una grande carriera, ne ha imparato ad apprezzare il valore. 
Poi arrivano i suoi suggerimenti (d'altronde, è un manuale...) Seguire il segno spontaneo di una matita e leggerlo come espressione di sé, ascoltare il suono di una musica scelta, raccogliere tutto il possibile, dall'infanzia in poi e cercare di mantenerlo vivo. Guardarsi intorno... Non vi risuonano nelle orecchie le parole di Keri Smith - Come diventare un esploratore del mondo? (altro libro fondamentale), leggere, annotare il frutto di queste esplorazioni visive ed emotive. Essere onesti con sé stessi, fissare nella mente le parole che si scelgono come guida, vederle e quindi dare loro una forma. Non vi sembra che l'imbuto arancione calzi a pennello con questi ragionamenti? 
E ancora. Stabilire un ordine di lettura visiva e giocare con l'osservatore per condurlo dove vuoi tu. Cercare di ottenere che lo spettatore diventi parte del processo creativo, ossia che interpreti e completi l'opera attraverso la propria esperienza. In questo processo di interazione l'opera acquista senso e da personale, unica, diventa universale. 
E ancora, e qui cito: Sfruttare l'effetto sorpresa per creare immagini che pongano interrogativi, che invitino l'osservatore a interagire con esse per ricreare un mondo proprio e dare senso a ogni scena aggiungendo qualcosa di sé... Non vi sembra che la storia dell'orso, Ö, calzi a pennello con questi ragionamenti? 
E ancora. Lavorare allo stesso tempo con quello che si vuole dire e con quello che influenza il nostro pensiero: in sintesi, raccontare la propria verità, ossia dare una visione personale delle proprie inquietudini. Cercare di essere sé stessi. 


E allontanare il superfluo.  E ancora, allontanarsi dal superfluo per rendere tutto più chiaro e a fuoco. Costi quel che costi. Non vi sembra che Che difficile?, calzi a pennello con questi ragionamenti? 
E, per chiudere il cerchio: non buttare nulla perché - come fin dall'inizio è stato chiaro - anche l'errore assume valore e senso. In sostanza, è l'insieme di successi e fallimenti a cui attingere che porta al risultato, spesso inatteso rispetto al punto di partenza. 
E poi c'è lei, la sua caffettiera, compagna di dialoghi. Ma su questo non va detto nulla. 


 O quasi. 


Carla 

Abitare l'errore, Guridi (trad. Laura Costa e Valentina Mai) Kite edizioni 2025

lunedì 13 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUESTA CASA (NON)  È UN ALBERGO

Il mio pazzo amore che brucia
, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Un elenco di cinque cose che sarebbero state più piacevoli che essere innamorato di ADRIAN! 
1. Mettermi nell'occhio delle gocce di tabasco. 
2. Usare come guanti due vespai. 
3. Fare il bagno con un tostapane. 
4. Farmi i buchi nelle orecchie con una perforatrice. 
5. Andare a vivere con un grizzly che ha problemi di aggressività. 
Premetti i palmi uno contro l'altro, intrecciai forte le dita e pregai dio. Dissi che ero disposto a scambiare l'innamoramento per Adrian con uno dei punti della lista." 

Alla soglia dei suoi tredici anni, a meno di due mesi dal campo scuola, a Sigge sta cambiando parecchio la vita. 
Sua madre ha preso la grande decisione di andare a vivere con i suoi tre figli in un appartamento, a debita distanza dal Royal Grand Golden Hotel di Charlotte, ossia dal grande albergo, ossia dall'ampio albergo che sua madre, donna e nonna piuttosto eccentrica, dirige e che attualmente li ospita. 
Sua madre è stata vista armeggiare intorno a Tinder. 
Anche nel cuore di sua nonna ci sono movimenti interessanti quanto insospettati. E anche nella sua casa/albergo sta cambiando parecchio. E forse le due cose sono in qualche misura anche connesse. 
Sua sorella Majken continua a parlare parla e parlare AD ALTISSIMA VOCE,  ma è riuscita a entrare in una squadra di calcio, anzi due. E a diventarne anche la capitana. E a proposito di calcio, lei continua ad avere un'adorazione sconsiderata per suo padre che, da parte sua, pur avendo sfiorato la morte, continua a essere un uomo e soprattutto un genitore quaquaraquà. 
Sua sorella piccola Bobo, al contrario parca di parole, ha deciso, con tutte le ragioni del mondo, di voler chiudere con la terribile scuola materna, ossia con uno dei sorveglianti, che la terrorizza un giorno e l'altro pure. 
L'amicizia con Juno va a gonfie vele e con essa tutti i progetti messi in piedi, di cui il più geniale è l'app per animali solitari. E a questa certezza affettiva si aggiunge una certa qual popolarità in classe, dovuta, almeno al principio, alla sua riconosciuta abilità con la matita in mano. Solo Hugo continua a prenderlo di mira. 
Anche con il pattinaggio - tra lame e roller - le cose sembrano migliorare. Fino al "grande salto", il celebre salto Sigge! 
E poi c'è Adrian. La sua testa si incendia ogni volta che lo vede: quando si incrociano per caso (!), ogni volta che fanno un po' di strada assieme (!), ogni volta che chattano per serate intere (!), ogni volta che, chiacchierandoci, capisce di non essere per lui uno qualunque. 
Questi sono i 58 giorni che lo separano dal campo scuola ad Esterön... 

Si sa, l'estate segna sempre una svolta. Almeno a quell'età. E allora, che estate sarà per questo pugnetto di ragazzini e ragazzine? 
"... casette rosso Falun con spigoli bianchi. Due camere con due letti a castello ciascuna, per un totale di otto posti. Odore di terra e di chiuso. Tappeti fatti al telaio con gli stracci e vecchi pavimenti di legno. Carta da parati giallina che in qualche punto si è staccata. Karl-Johann, Sixten, Adrian e io in una camera. Maja Juno, Bella-Bjö e Miriam nell'altra." 
Non può andar male. 
Il dubbio che mi ha assalito è stato: ma io ho già detto tutto il bene possibile di Jenny Jägerfeld e dei due precedenti romanzi della saga di Sigge, in particolare. Cosa posso aggiungere? E allora mi sono resa conto di aver gioito per Sigge, Adrian e Juno e co. ma non è di questo che vorrei parlare. Lo faranno già tutti gli altri. È nelle pieghe che mi è parso di vedere una cosa cui in precedenza avevo solo accennato: con quanta onestà Jenny Jägerfeld offra a tutti il mondo adulto, drammaticamente vero e fuori dagli stereotipi di comodo: se ne incontrano di grandissimi, di generosi, ma anche di fragili o sgangherati. Li dispone sulla pagina con grazia e cura, dà loro spessore e quindi li offre a chi legge: grande o piccolo che sia. 
Per chiarire, segnalo tre episodi illuminanti. 
Il primo caso è quello di Svedrik (raccontato al quarantaseiesimo giorno dalla partenza), il patrigno di Sigge e padre di Majken e di Bobo. Vede la morte in faccia quando una nocciolina gli si pianta in gola e rischia di soffocarlo. 
Il fatto: è lui stesso a raccontarlo in una patetica videochiamata, lo fulmina "sulla via di Damasco" e gli cambia del tutto (!) lo sguardo sulla propria vita e apparentemente anche su quella dei suoi cari. Da qui: il tatuaggio sulla pelle dei propri figli, li tartassa di sms in cui parla a vanvera di limonate, ma continua a essere un pessimo padre, in fuga dalle responsabilità, in fuga dall'età adulta. 
Una delle più lucide ed esilaranti pagine sul senso dell'essere cattivi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il secondo caso riguarda Hannah, la madre dei tre fratelli (raccontato nel ventitreesimo giorno dalla partenza). 
Interno notte, appartamento nuovo di zecca, lievi singhiozzi che si odono dalla cucina al buio. Lì Hannah, con la testa sul tavolo, si chiede che altro possa fare per offrire la giusta e necessaria felicità e pace ai propri figli e nello stesso tempo cercare di garantirsi un briciolo di dignità personale. 
Una delle più lucide e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il terzo e ultimo caso riguarda Charlotte, la nonna dei tre fratelli (raccontato in tre parti: al diciottesimo e al dodicesimo giorno dalla partenza e nell'epilogo). 
Esterno giorno, una cantina, una porta verde che si apre su una parete gialla... 
Una delle più geniali e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori, anche a fine carriera, che mi sia capitato di leggere di recente...

Carla

mercoledì 8 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

CON AFFETTO, PAPÀ 


È il 3 marzo. Esattamente un anno prima, il papà di Lucas è stato cremato. 
Un intero anno senza suo padre ha svuotato la vita di Lucas come quella di sua madre: un Natale senza, un Capodanno senza, un compleanno senza, la prima media senza. In quella casa ormai sembra che manchi pure l’aria. 
Oggi è di nuovo il 3 marzo e Lucas riceve una scatola, una banale scatola da scarpe. "Me l'ha detto papà - dice la mamma- che dovevo dartela dopo un anno". 
Un anno. Un ciclo intero di stagioni, un ciclo intero di giorni. Ora può cominciarne un altro, e sarà scandito dal contenuto di questa scatola. 

Prendi un biglietto alla volta, in ordine. Inizia dal numero 1. Non più di un biglietto a settimana. Ma non devi per forza aprirne uno tutte le settimane. Tra uno e l’altro puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. 
 Con affetto, papà 
 
Ci sono dentro le 16 lettere che il padre ha scritto per lui,16 messaggi che possono essere brevissimi (messaggio n. 1: Ciao, Luca) o molto più lunghi, possono contenere riflessioni, semplici domande, una chiave con un indirizzo dove recarsi o missioni da eseguire, per esempio terminare la costruzione della casa sull'albero che hanno dovuto interrompere Con la sopravvenuta malattia. Le indicazioni possono arrivare a essere anche super dettagliate (utilizza le viti a testa di cigno. È importante che usi viti a testa di cigno) salvo poi scoprire in ferramenta che le viti a testa di cigno proprio non esistono. 
C’è molta ironia in questa storia che potrebbe sempre pericolosamente cadere nel melenso ma che invece non lo fa. 
Lucas è un tipo simpatico, ha i suoi compagni di classe, compreso Sleppa il bullo, ha i suoi prof, ha una sonora cotta per Eva e ha doti di apprendimento parecchio spiccate per cui il suo cervello è capace di contenere una serie svariatissima di dati, di fatti, nozioni che lui comincia a elencare tra sé e sé nei momenti in cui l'emozione potrebbe sopraffarlo. 

Ho un sacco di libri pieni di questo tipo di fatti, curiosità che non ti fanno venire da piangere, come ad esempio il numero di specie di uccelli canterini esistenti o che il twatwa è un uccello canterino del Suriname che qui da noi si chiama semplicemente becco grosso. Ma twatwa e un nome molto più bello. Sono tutte informazioni che mi ficco in testa in modo da poterci pensare quando è necessario. Al funerale di papà ho recitato a mente tutta la linea del tempo dei dinosauri. 

E poi Lucas (e quindi la sua autrice) sa raccontare davvero bene: la sua voce, pagina per pagina, ci dice la quotidianità scandita dall'apertura dei biglietti e dalle vicende legate alla realizzazione di quanto scritto dal padre, ma è anche costantemente inframmezzata da un flusso di pensieri che ci portano avanti e indietro nei suoi ricordi e nella sua immaginazione, liste di nozioni incluse. Questo incedere del racconto produce in chi legge una particolare forma di ascolto, che risulta molto intimo e al tempo stesso capace di osservare ed apprezzare tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto. 
E poi non mancano le avventure. 
Perché questi bigliettini hanno il potere di fare accadere cose, anche impensabili, quelle che possono capitare quando si esce dalla propria zona di comfort, che in questo caso è il lutto per la perdita del padre e la nostalgia per la vita come era prima. A ogni biglietto sembra aprirsi più spazio, la casa stessa si trasforma. Così può accadere che il tipo del ferramenta, una volta constatata l’inesistenza delle viti a testa di cigno, si offra di aiutarlo a terminare la costruzione della casetta sull'albero, o che la mamma si ritinga i capelli, o che la vicina lo coinvolga in un furto mentre il suo sogno d'amore con Eva pare infrangersi proprio contro il fascino aggressivo di Sleppa. Può accadere che arrivi un cane, un nonno, un occhio nero, un incendio...
Vita, insomma, rimessa in moto, ingranaggio dopo ingranaggio. Mai cupo anzi avventuroso, questo romanzo sulla morte, si può proprio dirlo, è pieno di vita e può essere proposto a lettrici e lettori a partire dai 10 anni. 

Patrizia 

16 lettere per Lucas, Marlies Slegers, trad. Valentina Freschi, Il Castoro 2024 

domenica 5 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL FRICCICORE

Semplicemente Kerstin, Helena Hetlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Secondo Kerstin è tutto stranissimo quando la mamma non c'è. Niente è come al solito, non c'è nulla di divertente. Le stanze sono vuote e desolate. A tavola sono pochi e sulla sedia della mamma è seduta solo l'aria, si vede tutto lo schienale marrone. Nessuno accende la lampada gialla e calda sul davanzale della finestra, nessuno accende la radio. Il papà è più silenzioso del solito quando non ha la mamma con cui parlare, tutta la casa sembra silenziosa e inquieta. È come se ci fosse un grosso buco, quando la mamma non c'è.'Ti manca?' domanda papà. Kerstin annuisce. Nello stesso istante dalla tasca del papà si sente un suono." 

È lei, la mamma, che ha appena mandato un messaggio: ciao amori miei, mi mancate! oggi sono stata dal parrucchiere a farmi la cresta!
Da una settimana è a Mallorca con la sorella: 7 giorni di vacanza per staccare da tutto e per sancire con una svolta rispetto alla solita routine, la crisi dei suoi quarant'anni. 
Torna il giorno successivo e all'apparenza ci sono evidenti cambiamenti in lei, che Kerstin non apprezza: i capelli corti che stanno dritti sulla sua testa e un tatuaggio con un cuore e al centro una K. Una kappa sospetta. 
I cambiamenti non sono roba da Kerstin, la destabilizzano. 
E in questo momento intorno a lei sono molti i segnali che le cose sono in continua evoluzione. 
A parte il look di sua madre, a parte la sua vacanza senza di lei e papà, anche la sua maestra Lotten sta lasciando la cattedra perché tra poco le nascerà un bambino e al suo posto sta arrivando il maestro Kenneth. 
E come se non bastasse, anche la madre di Gunnar, esasperata dai cinghiali che le arano il giardino ogni notte, minaccia di voler tornare a Stenungsund, da dove erano arrivati meno di un anno fa. 
Cambiamenti nell'aria sono anche sul fronte Fatima: la loro amicizia, seppure trascinata nella noia, non esiste più. Adesso Fatima è tutta presa dal divorzio di sua madre ed è entusiasta di poter avere due di tutto: due camere, due case, due papà... 
Ma sotto sotto Kerstin, forse suggestionata da tutta questa gente che se ne va o minaccia di andarsene, è lì che si macera all'idea che tra suo padre e sua madre le cose non siano più come prima. E che all'orizzonte ci sia la loro separazione. 
Semplicemente Kerstin è un'altra porzione di vita di questa ragazzina e del fedelissimo e imperdibile Gunnar con il quale si lanciano in incauti acquisti online di pipì di lupo contro i cinghiali e con cui 'condividono' disegni di famiglia. 
Ancora un po' di bugie, ancora soluzioni estemporanee per salvarsi all'ultimo minuto, ancora qualche dubbio esistenziale, qualche paura e una buona dose di incertezza, perché essere bambini - si sa - è un mestiere difficile. Ed esserlo, circondati dagli adulti, lo è ancora di più! 

La cosa fantastica che succede con questo libro in mano rassomiglia molto al friccicore che si prova nell'incontrare di nuovo un vecchio amico. Anzi, una vecchia amica. 
Se da una parte c'è la gioia di rivedersi, dall'altra - inevitabilmente - c'è il brivido di non riconoscerne più le cose che di lei ci piacevano. 
Ecco. Qui si prova questo friccicore. Della prima Kerstin ci erano piaciute tantissime cose. Ci eravamo subito affezionati a lei. Ma ora è passato più di un anno dal tempo in cui la leggevamo... e se Helena Hedlund non ce l'ha conservata con la dovuta cura? E se Helena Hedlund ha perso smalto e ispirazione nella sua scrittura densa e piena di ironia? E se Helena Hedlund ha deciso di renderla meno bugiarda, più matura, meno impulsiva, più sicura di sé... solo per il fatto che ha un anno di più? E se ha reso gli adulti più performanti e meno fallaci?
No panic.
I profili dei personaggi che ronzano intorno a questa ragazzina sono ancora lì, nitidi: il maestro Kenneth sostituisce magnificamente la maestra Lotten. 
Fatima continua - anche se ha smesso i videogiochi e i tappeti da pettinare - a essere una ragazzina un po' vanesia, in perfetto contrasto con lo spessore emotivo di Kerstin con cui entra in confronto. 
Gunnar continua a essere un meraviglioso visionario e costruttore di alternative. Il padre e la madre di Kerstin sono sempre lì a fare da pilastri portanti, fondamenta robuste su cui far crescere la loro bambina, a dispetto dei suoi traballamenti, dei suoi dubbi e delle sue incertezze. 
Smentendo il sospetto che le seconde prove siano sempre tagliole pericolose, il team Hedlund/ Strömgård/ Milton Knowles lega alla perfezione i fili luminosi lasciati sospesi con Il bello di Kerstin ai nuovi, altrettanto brillanti, di Semplicemente Kerstin
Gran bella seconda prova! 

Carla

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


domenica 14 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRLO E' IMPORTANTE

No
, Paula Carbonell, Isidro Ferrer (trad. Laura Costa)
Kite edizioni 2026 


ILLUSTRATI
 
"Io e mio fratello siamo andati a scuola. 
Il mio amico non è arrivato. 
La maestra ci ha detto di tornare a casa. 
Non l’abbiamo trovata. 
Siamo andati a giocare al parco. 
La mamma ci ha trovato e ci ha riempito di baci. 
Mamma ha detto che avremmo giocato a nascondino e a cercare papà." 

I due bambini hanno davanti a loro un buco. Ci guardano dentro, ma è troppo piccolo per nascondere qualcuno, ma non per infilarci le gambe a penzoloni. Il gioco sembra non voler finire, ma nel frattempo il buco si allarga, tanto da poterci infilare una scala dentro e scendere in profondità. I grandi botti non fanno dormire la madre. Poi arriva anche la fame e la sete. E quando suonano le sirene, mamma li porta al ristorante e allora si mangia. Quando il fratello si ammala, per lui non c'è l'ospedale. Ma il papà alla fine li ha ritrovati. Ma sul treno che volevano prendere non ci sono mai saliti: non glielo hanno permesso. Niente viaggio per andare a casa dalla zia, e intanto il buco si allarga sempre di più e ricomincia il nascondino e anche la fame. Il padre impreca quando vede suo figlio sdraiato, immobile. Pare che dorma... 

"Dirlo è importante." 
Queste le uniche tre parole che si leggono in quarta di copertina. E che danno il senso al titolo, fatto di sole due lettere, ma anche alla frase finale che chiude il libro. 
Da questa prospettiva tutto va letto. 
Quello che accade tra la copertina e il retro è un gelido elenco di fatti. A metterli in fila è la voce di una bambina a cui questi fatti accadono. Lei è con suo fratello - e solo loro due compaiono nelle immagini di Ferrer. Ma anche il loro padre e la loro madre sono lì intorno. Ciascuno dei fatti che la bambina constata ha a che fare con il medesimo contesto, fino a quel momento taciuto, la guerra. Tutto parla di lei, o meglio di quello che lei si porta dietro, ma la parola per chiamarla in primo piano, arriva davvero un momento prima di chiudere il libro. 
Che Paula Carbonell abbia un talento raro nell'usare le parole, credo non vada dimostrato: è un fatto. E che Isidro Ferrer sia un genio assoluto, tanto meno. 
Qui hanno unito i loro magnifici pensieri per creare un libro straordinario. E, in qualche misura, unico. Uno scenario che ha tridimensionalità non solo nelle immagini, nei corpi che lo attraversano, ma anche nelle parole. E tanto le une quanto le altre sono lì - veri e propri corpi, volumi con molto peso, eppure entrambe asciugate di ogni concessione al superfluo. 
Riuscire a costruire comunque una narrazione esclusivamente attraverso un mero elenco di situazioni che guidano il pensiero come frecce verso il bersaglio finale, la dannata guerra, è uno dei valori di questo libro. E per di più farlo, muovendosi tra la concretezza delle situazioni e nello stesso tempo essere così simbolica ed emblematica da diventare universale. Insomma in questo libro si tocca il nocciolo più profondo che tiene insieme ogni guerra, che è uguale, ma tragicamente anche un po' diversa dalle altre. Altrettanto iconico è Isidro Ferrer che, come spesso accade nei libri che illustra, costruisce nel senso più letterale del termine, degli autentici scenari in cui fa muovere i suoi personaggi. E solo con il legno. Come altrettanto spesso accade, sceglie elementi formali che trasforma di immagine in immagine: qui una scala e un buco. Entrambi si modificano in modo plastico nel seguire il senso del testo. La scala si rompe, diventa barella, gioco di parco, tavola, binario percorso per entrare nel buco. E il buco, giorno dopo giorno, si allarga al pari del suo significato simbolico. 
Sul fondo, dopo una quinta che allude a un palazzo cittadino (la scala intanto si fa verticale e poi orizzontale), nel parco giochi diventa un intreccio di tavole di legno modellate a creare l'effetto di un boschetto ombroso. E poi diventa interno spoglio, quindi portico di una stazione e poi di nuovo angusta e geometrica scansione di uno spazio interno.
Intorno al buco si muovono i due bambini. Anche loro ridotti ai minimi termini, lei vestitino a quadretti marrone, lui pantaloni neri corti e maglietta bianca. Niente occhi o bocche, niente braccia, insomma nulla che possa alludere a una troppo facile espressività. Le loro posture sono essenziali, ma piene di pathos, a dare ancora più spessore a quel che si dice nel testo. Tra loro, testo e figura, e tra loro, il bambino e la bambina, esiste un dialogo ininterrotto. 
E poi c'è lei: la luce. Che, come sempre, percepiamo quasi inconsapevoli, ma che è il raffinato tocco, una sorta di carezza che Isidro Ferrer, particolarmente ispirato, appoggia con delicatezza sul grigio tetro della guerra, sfiorando i suoi scenari, i suoi sventurati bambini. 
Gran bel libro che arriva da una piccola, ma gagliarda casa editrice spagnola in una altrettanto piccola ma gagliarda casa editrice italiana. 

Carla 

Noterella al margine. Ha pubblicato più di 50 magnifici libri, è una icona vivente del design, è una delle migliori menti creative contemporanee e questo è il primo libro pubblicato in Italia di Isidro Ferrer... o tempora, o mores!

mercoledì 10 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LE CICATRICI DELLA STORIA 



Ho sempre creduto a queste cose, intendo dire, alla premonizione, a ciò che sappiamo senza saperlo, ai segni… Ho sempre saputo che siamo qualcosa di più di un ammasso di cellule chimiche. Ho sempre saputo che esiste un mistero…

Olivier. Tredici anni. La sera prima ha baciato Caroline per la prima volta (e per giunta sulla bocca), e il giorno dopo... è il giorno del trasloco. La famiglia si sposta a 600 chilometri di distanza, segue il padre per un incarico temporaneo. Certo, solo per 10 mesi, poi si torna. Ma è quanto basta per aprire una breccia nella vita di Olivier, dentro la quale prende posto lo sconosciuto, l’inconoscibile, il mistero.
Un corto circuito nella linea del tempo. Lo spazio giusto per i fantasmi, che possono tornare a chiedere giustizia. É questa la storia di Olivier. Una storia che lo segnerà per tutta la vita come una cicatrice. Uno sfregio ben visibile sul volto. E un gran silenzio tutto intorno.
Solo lui lo sa quello che è successo. Solo lui e l’anziana signora Goret.
Una storia intrigante già dalla copertina saggiamente affidata a Maurizio A.C. Quarello: una bambina piccola e un cane grande ci guardano negli occhi ma con occhi vuoti. Sono sulla soglia di un cancello grigio di una casa grigia in un paese grigio.
Quello che è successo è accaduto sei anni prima e Olivier, ora ventenne, ce lo sta raccontando.
La sua è una voce pacata e a tratti ironica ma capace di tenerci costantemente in tensione. Così vicini all'invisibile da non poterci più staccare. Dunque Olivier incontra i fantasmi: una bambina e un cane. Scopriremo che furono vittime di un rastrellamento nazista, e più precisamente, dalla delazione che consegnò quella famiglia ebrea ai nazisti.
Solitudine, suspense, immaginazione, paura, ricerca, responsabilità personale, senso di giustizia, dare pace. Sono questi i passaggi che segnano il racconto di quei dieci mesi a cavallo tra i 13 e i 14 anni di Olivier. In quei dieci mesi, per non abbandonarsi alla follia, Olivier si impegna in una ricerca coraggiosa che mette insieme indizi, visioni, ricerche storiche, e tante palpitazioni, insieme a molto coraggio.
Ma pure molta solitudine: a chi lo dici che vedi una bambina e un cane che nessun altro vede? Non lo dici nessuno! La signora Goret, l’anziana e ruvida vicina, come s’è detto, è l’unica che sa quello che è successo. E menomale che c’è lei, la sola che può provare ad Olivier che non è matto, è solo che la Storia è venuta a trovarlo. Evidentemente ha ancora qualcosa da dire. Un senso di responsabilità da richiamare. Mourlevat ha davvero ben scritto questo breve romanzo di formazione che fa i conti con la Storia attraverso la dimensione del mistero, del “ciò che sappiamo senza saperlo”, del sogno, delle visioni, dei fantasmi. E Pension Lepic ha davvero ben fatto ad aggiungerlo alla sua collezione preziosa di piccoli libriccini. “La cicatrice” è la prima opera narrativa di Jean-Claude Mourlevat, che esce in Francia nel 1998. Dunque Olivier è il primo personaggio protagonista di un romanzo (prima l’autore aveva scritto per il teatro). È interessante rilevare come, dopo più di vent’anni da questa prima pubblicazione, durante una masterclass per la Bibliothèque nationale de France del 2022, Mourlevat riconosca: “A volte penso che i miei personaggi, i miei protagonisti e le mie protagoniste siano tutti in fondo lo stesso personaggio. Sono uomini, donne, giovani, ragazzi, ragazze, animali, ma sicuramente tutti hanno uno stesso profilo che io declino ogni volta in modi diversi. Sono sensibili, gentili, un po’ timidi, con un gran desiderio di giustizia… fanno del loro meglio.”
Ecco, è proprio così, già a partire da Olivier, che è proprio un ragazzino sensibile, gentile, un po’ timido, con un gran desiderio di giustizia. E fa davvero del suo meglio per attraversare la paura con molto coraggio. Una bellissima lettura per lettrici e lettori a partire dagli 11 anni.

Patrizia

La cicatrice”, Jean-Claude Mourlevat, trad. di Renato Poletti, Pension Lepic 2026
Podcast della Bibliothèque nationale de France BnF per il ciclo di incontri “En lisant, en écrivant” del 2022. Masterclasse Jean-Claude Mourlevat | En lisant, en écrivant 2022



venerdì 29 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA PISCINA

E se il mondo salta in aria
, Sara Jäger, Sarah Maus (trad. Valentina Freschi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "Cosa vuoi Da me 
Cioè cosa vuoi da me? 
Niente.
Mi annoio. Mi annoio a morte. Che poi è inevitabile se stai sempre chiusa in casa e non succede niente, no? 
Allora esci 
Lo farei subito se potessi. Te lo assicuro. Immediatamente, se mi lasciassero. Stare in punizione durante le vacanze dovrebbe essere vietato dalla legge, non credi? Sei a casa anche tu, vero? 
Cosa te lo fa pensare? 
Perché non sei un tipo da piscina..." 

Dialogo tra due vecchi compagni delle elementari, Ava e Juri, che si 'reincontrano' dopo anni di silenzio reciproco, chattando al telefono. 
Ava è in punizione, segregata in casa; digita sul suo cellulare un numero di telefono scritto su un foglietto. Sotto il numero, un nome: Juri. 
Lei solo vocali, lui solo messaggi scritti. Cominciano a chiacchierare: Ava, che al carnevale della quarta, sua madre l'aveva obbligata a mascherarsi da pappagallina, detta quindi Uccello pazzo, è tutta energia, sempre un po' sopra le righe e incapace di fare a meno degli altri, non conosce l'arte del dubbio, apparentemente. Passa il suo tempo a fare, fare fare. E' in perenne movimento. A parte adesso che è chiusa nella sua camera, punita. 


Juri - che in quarta si era mascherato da astronauta - è il suo esatto opposto: un ragazzino pieno di paure (sono settimane che non mette piede a scuola), ama la solitudine, ed esclusivamente nella sua camera, dove si trova ora, si sente al sicuro. Scappa dal resto del mondo perché ambisce al silenzio intorno. Passa il suo tempo a piegare la carta facendo origami e a ragionare ragionare ragionare e nel frattempo coltiva molti dubbi. 
Cosa avranno mai da dirsi questi due, per giorni e spesso anche serate intere? 
Eppure. 

Architettura leggera, direi quasi invisibile, ma solidissima e perfetta.


Viste le due clausure, si potrebbe usare anche in senso metaforico il termine di gabbia di impaginazione studiata alla perfezione. 
Funziona così: nella pagina di sinistra i vocali di Ava. Nella pagina di destra i messaggi digitati da Juri. In tutta l'aria che c'è intorno alle due griglie di testo fluttuano, si infilano, si insinuano, si appendono, si appoggiano, si fanno largo i disegni di Sarah Maus che sono una storia nella storia: imprescindibili e magnifici. 
Sono parecchie le qualità di questo libro, oltre al robusto scheletro che la tiene su. 
La prima consiste proprio nel ritmo che uno scambio di messaggi presuppone. 
E calza a perfezione la scelta che uno scriva e l'altra parli: sono utili specchi per descrivere quei due, Ava e Juri. 
L'immediatezza di comunicazione - tutt'al più stemperata dagli sporadici silenzi dell'uno e dell'altra che altro non sono che prese di distanza, pause di riflessione - li rende immediatamente tridimensionali. Si impara a conoscerli, oserei dire a vederli e quindi a riconoscerli, attraverso quello che si dicono, ma anche molto attraverso il modo in cui se lo dicono. 
E ancora. I dettagli. 
Ce ne sono disseminati moltissimi, anche a livello figurativo. Davvero un lavoro così acuto e profondo da parte di Sarah Maus accanto a quello altrettanto raffinato dell'altra Sara. Penso per esempio, alla scelta dei loro costumi di carnevale... Tutto prende senso. 
Impercettibili a chi lo leggesse in modo distratto, ma altrimenti veri faretti luminosi (come quelli delle piste di atterraggio per gli aerei). 


E poi. Chiunque di noi usi le chat in modo efficace, ossia per fare arrivare chiaro e forte il proprio pensiero, le sa usare, dosare, calibrare: un maiuscolo qui, un a capo lì hanno la stessa efficacia di un tono sotto nella voce o di un'improvvisa accelerazione nel parlato. 
A parte tutto questo - e dico un'ovvietà, ossia che la forma sia latrice di contenuto - narrativamente parlando sono bellissimi quei due e sono bellissimi nel loro reciproco venirsi incontro. 


Lo fanno lentamente - hanno paure diverse, ma sono entrambi cauti nei confronti dell'altro - quasi inconsapevoli di quello che stanno mettendo in piedi insieme: una profonda amicizia, intima, sincera. 
A tenerli insieme ci sono le loro reciproche fragilità e paure, le loro esigue robustezze. Quei due si fanno forza a vicenda, senza per questo essere accudenti o mielosi, o patetici. 
Al contrario, sono schietti, talvolta ruvidi, reticenti il giusto, ma maledettamente veri, nel loro darsi una mano, nel farsi coraggio prima del grande tuffo nel vuoto. 
E anche prima della capriola finale... 
Ora, parlare di assoluta autenticità nel regno della finzione è come mettere una medaglia d'oro intorno al collo di chi ha concepito così bene questo libro. E non sono certo la prima ad averlo fatto e spero nemmeno l'ultima. 
Evviva, un altro raro libro necessario. 

Carla