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venerdì 10 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON APRITE QUELLE PORTE!

Siv dorme fuori
, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Il barbagianni editore 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Cerisia vive in un'altra casa. Non ci sono mai stata, ma oggi faremo un pigiama party da lei. Io e Cerisia siamo pazze di gioia. Sarà meraviglioso. 
Abbraccio papà così può tornarsene a casa, ma lui non fa che parlare con la mamma di Cerisia. 'Bla bla bla!' strilliamo noi. 
Adesso papà se n'è andato. 
Nel corridoio c'è odore di formaggio. La mamma di Cerisia sa di profumo. 
Ci sono tantissime porte, ma quella d'ingresso ha i vetri. 
Almeno so da dove si torna a casa." 

Tutto è pronto per il pigiama party, compreso quel pochino di ansietta...
Nella casa ci sono i genitori di Cerisia con le loro regole - non ci sono biscotti per chi non finisce la cena - e con le loro gentilezze nei confronti dell'ospite - il letto più comodo è per Siv. Poi c'è l'immancabile fratello maggiore, scontroso, invadente e soprattutto gigantesco. Poi c'è anche la bisnonna che, al contrario del fratello, è piccola piccola, ma con un'abilità non indifferente: sa togliersi i denti. Gli animali di casa sono un cane bitorzoluto e non proprio nel fiore degli anni e due porcellini d'India piuttosto rumorosi e, pare, puzzolenti. E poi c'è lei, Cerisia, adorabile amica del cuore che, però essendo a casa sua si sente in diritto di dettare lei la tabella di marcia e di mangiarsi un ghiacciolo in più. E per ultima c'è lei, la casa: grande, piena di porte e soprattutto sconosciuta... 
Che notte aspetta la biondissima Siv? 

Pija Lindenbaum è una buona raccontatrice di infanzie perché è capace di vederne tanto forza quanto la fragilità, sa dare voce alla loro immaginazione, ossia a quel senso di magia che pervade ogni giorno o notte normale che però un bambino è capace di vivere a mille. E nello stesso tempo sa raccontare il senso pratico che sempre i bambini dimostrano di avere nel cercare di togliersi d'impaccio, soprattutto quando sono i grandi a metterli nei guai. 
Ma soprattutto di quella strepitosa età sa apprezzare autonomia di pensiero e alterità assoluta nei confronti del mondo dei grandi. Non è facilissimo ammettere con tanta determinazione entrambe le qualità per chi è ormai adulto... 
Per capirci: i sette papà in miniatura della piccola Else-Marie sono il risultato di una bella proiezione di bambina, ma anche una bella scocciatura da risolvere e lo stesso può dirsi per quanto riguarda la grande ingiustizia che si rinnova ogni giorno nell'orfanotrofio tra Giralisi e Fiordasoli (!), la crudeltà pura dell'unica adulta, Lacapa, e la relativa fuga di tutti quei poveri piccoletti. E ancora la fragilità di Zlatan di fronte alla comparsa di un potenziale competitor nei confronti dello zio Tommy, il prediletto del suo cuore. Alla crisi, peraltro superata con destrezza, di Zlatan corrisponde la noncuranza di Frike che perde in una notte la sua scarpa nuova e il piede che c'è dentro... 


Dunque la prima notte fuori casa è l'humus più adatto per far accadere una sequenza fitta fitta di assurdità che nascono dallo scompiglio della normalità di una casa. 
Con precisione millimetrica la Lindenbaum ci mostra in un'unica carrellata, un lunghissimo piano sequenza con inquadratura rigorosamente sempre dall'alto, una serie di personaggi, ritraendoli nella loro quotidianità diurna o al più crepuscolare: il fratellone, i due genitori e la vecchia bisnonna, cane e porcellini d'India. 
Poi arriva la notte con il buio e il silenzio e tutto si mischia, si scuote come se fosse in uno shaker da drink. 
E nulla è più come prima. E tutto assume la parvenza di un piccolo horror ad uso e consumo di quella ragazzina alla sua prima notte fuori casa. 


Due le grandi idee: assecondare emotivamente questa esperienza nell'uso di colori dominanti e in secondo luogo decidere, tavola dopo tavola, di non scendere mai dal soffitto come punto di ripresa. 
In onore di Cerisia sono costruite le prime tavole e non potrà sfuggire la deformazione degli ambienti, il primo fra tutti il corridoio su cui affacciano le porte che nascondono le diverse stanze. 


Ogni pagina ha una sua dominante e tanto più cresce il pathos tanto più la scelta si radicalizza intorno a colori precisi: il gioco spensierato dei cavernicoli è pieno di un giallo luminoso, l'impatto con il fratello maggiore si avvolge di ottanio e fucsia, mentre l'inizio dell'incubo è avvolto in un grigio diffuso. 
E dopo può solo peggiorare, si fa per dire... 

Carla

lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla

martedì 30 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 


gennaio 2025

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2024 

perché

"Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. "



I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 

perché

"Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! "

febbraio 2025 


Ascoltami quando sto zitto, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 

perché

"Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. (...) Ma il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età."


L'odissea dei semi, Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

perché

"Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse..."


marzo 2025 


L’angolo, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 

perché

 "Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. (...) L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura."



(trad. Laura Cangemi) , Lupoguido 2024 

perché

"non offende mai l'intelligenza dei suoi lettori, con l'essere didascalico o retorico: fa succedere, o non succedere, le cose, descrive luoghi e abitudini con la consueta grazia, ossia portando il lettore a percepire per deduzione certa serenità diffusa. Sottilmente ironico, largamente affettuoso, con pochi dettagli messi in elenco è in grado di creare il necessario spessore di caratteri e situazioni. 
Insomma, questa percezione piacevole che si prova nel ritrovarsi fra conoscenti si riverbera nelle illustrazioni di Gitta Spee. Le sue tinte pastello, i contorni morbidi, le sfumature ovunque, certa dolcezza che dedica alle rotondità di Gordon e certa esilità che distingue Buffy in camicia da notte oppure con l'ambito berretto in testa, contribuiscono a rendere tutto così tanto accogliente, da non voler mai chiudere il libro per andare a fare altro. "


aprile 2025 


Oggi la parola è meraviglia, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern Pension Lepic 2025 

perché

"È un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme." 


Origine, Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

perché

"Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. La seconda, quello che ho visto accadere anni fa, durante uno dei festival cagliaritani di Tuttestorie, in cui Elena Iodice ha sussurrato nelle orecchie di frotte di bambine e bambine di immaginare i volti delle persone come fossero paesaggi ("Quaranta anziane/i sono stati fotografati per divenire volti/paesaggi, ispirati al lavoro dell’artista Tullio Pericoli, e poi “lavorati” dai piccoli con la loro fantasia e il loro sguardo unico. Ed ecco che le due età così diverse – infanzia e vecchiaia – assumono ognuna e entrambe un significato nuovo [...] per “entrare” nella grande poesia dell’incontro fra le due estremità del Tempo."Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi."


maggio 2025 


Martin lo scheletro
Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024

perché

"Potrebbe scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che sull’aspetto del tempo il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia."


Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare (trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) Iperborea 2025 

perché

"Alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie..."

giugno 2025 


Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli)  #Logosedizioni 2025 

perché

"Per la qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. "


Enigmi a tutti i piani. Criminali allo sbaraglio, Paul Martin (trad. Serena Tardioli) Il Castoro 2025 

perché

"Con noncuranza, metterlo in mano a ragazzini e ragazzine perché passino una bella estate, facendo nel contempo un atto rivoluzionario: si facciano vedere con un libro in mano. 
E, magari, alla fine constatare con rammarico che sono stati più svegli di noi nel risolvere i casi." 

[continua]

venerdì 9 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VEDO DUNQUE SONO

Quello che non vedo
, Daniela Pareschi 
Il Barbagianni Editore 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)  

"QUANDO osservo i dettagli, 
VEDO il piccolo nel grande.
 QUANDO noto i cambiamenti 
VEDO il tempo. 
 QUANDO mi volto 
VEDO altre cose .
 QUANDO uso l'immaginazione 
VEDO il futuro." 

Se in mano un bambino tiene una foglia raccolta da terra, nel notarne il dettaglio è possibile che si accorga che le sue venature assomigliano al reticolo di strade di una mappa stradale che disegna in scala uno spicchio di città. E su una mappa di città potrebbe succedere di cogliere un dettaglio, e quel dettaglio potrebbe proprio essere il bambino di prima che ha raccolto quella foglia, camminando lungo quella strada... 


Se un bambino si sdraia accanto a una piantina e per otto ore ne controlla la crescita, potrebbe capitare di vederne i piccoli cambiamenti dovuti alla sua crescita. Ma se quella piantina è di agave c'è il rischio che quel bambino si annoi moltissimo perché l'agave cresce lentissima: può raggiungere i 2 metri di altezza in soli 30 anni. È il suo fiore che invece è rapidissimo: proprio perché è l'unico che l'agave fa in tutta la sua vita, è ricco di semi e cresce fino a raggiungere i 4 metri di altezza in soli 4 mesi. 
Potrebbe sembrare una banalità se considero la frase in senso letterale quando mi volto vedo altre cose, ma se io a questa frase cerco di dare un senso che non sia solo letterale, allora non dico una banalità, ma una grande verità. E magari noto anche che il sole un po' rassomiglia a una enorme pallina da tennis. 
E ancora. Se quel solito bambino che raccoglie le foglie per strada, che si sdraia accanto alle piante per vederle crescere e guardare il tempo che scorre. Ecco, se lui, dopo aver lanciato la pallina al cane e poi essere rientrato a casa, si mette dietro i vetri della finestra, vede la luna piena e una moschina che gli ronza intorno. Se lui, con una squadra, ne stima le misure (non della mosca che comunque è ancora lì), ma della luna, potrebbe anche decidere di buttare giù un progetto per un razzo, un vero e proprio modellino da ritagliare e poi incollare e da spedire nello spazio. E se così fosse, il suo piccolo razzo potrebbe decollare a breve e dimostrare a tutti che con l'aiuto dell'immaginazione è possibile progettare il futuro, magari anche solo il proprio. E sarebbe già un bel po'. 

Il libro funziona così: a guardarlo ha un ritmo molto regolare perché ogni doppia pagina accoglie a sinistra testo e disegni, verrebbe da dire quasi bozzetti per tenere insieme un concetto, mentre a destra c'è invece la grande tavola. Sorta di epifania di ciò che a sinistra sta andando a costruirsi. 


Il libro funziona così, perché così aveva funzionato anche il suo fratello maggiore, ossia Animali bellissimi. E perché, verrebbe naturale aggiungere, così funziona la testa di Daniela Pareschi. 
La testa di Daniela Pareschi, credo, che funzioni così: le piace comporre le cose secondo schemi che non siano convenzionali, che non sono routinari. 
Al contrario le piace dare attenzione a qualcosa che fino a un attimo prima era di lato. Le piace partire da punti di vista differenti. Nel ricomporre questo qualcosa secondo inaspettate modalità, non può fare a meno di coglierne il lato ironico. Ma Daniela Pareschi è anche una donna che ama l'ordine, almeno quello mentale. Infatti ha organizzato questi due libri secondo una griglia, uno schema preciso e coerente, in modo che il lettore possa coglierne la struttura e, pagina dopo pagina, possa accomodarcisi dentro. 
Tutto questo lo avevamo visto accadere per la prima volta in Animali bellissimi, dove creature di specie anche molto lontane avevano tra loro punti di contatto incontrovertibili. 
Cosa hanno in comune un levriero afgano e un leone, a parte la lapalissiana evidenza di essere due quadrupedi e due mammiferi? Risposta: la loro smodata crescita di capelli, ossia di peli. 
Ecco. Qualcosa di simile capita anche qui. Ma in chiave più filosofica, se mi si passa l'aggettivo impegnativo. 
Lievemente meno felice del fratello maggiore, almeno a livello di qualità del disegno, tuttavia anche in Quello che non vedo si riconferma l'efficacia della scelta di prospettiva di osservazione della realtà. 
Prospettiva che anche questa volta stupisce il lettore. E spesso stupisce anche la scelta di come dare forma visiva a un testo non sempre facile. In questo senso, mi paiono interessanti alcune soluzioni trovate per ragionare su concetti che potevano essere banalizzati dall'immagine o peggio potevano annodarsi sul testo e invece guizzano felici per originalità di scelta iconografica. 


La parte per il tutto: Quando unisco i punti, vedo l'insieme oppure Quando osservo i segni vedo il passato o ancora Quando mi perdo vedo altre strade
Tiriamo le somme. 
Ancora una volta lo sguardo e il pensiero di Daniela Pareschi va esplorando il vasto e inaspettato territorio della possibilità. Con questo suo gusto di guardare le cose sempre un po' di traverso, qui il suo immaginario si confronta e ragiona più sulle idee che sulle forme in sé. 
Verrebbe da dire che il libro per intero ruoti intorno a due concetti davvero importanti. 


Da un lato suggerisce l'atto importante e profondo del vedere. Dall'altro, suggerisce l'atto altrettanto importante e necessario perché quel vedere non sia solo percezione ma diventi comprensione e si riempia di senso: fermarsi. 

Carla

lunedì 17 marzo 2025

ECCEZION FATTA!

CRESCERE


Questo è proprio il caso di dirlo: una grande eccezione alla regola che vige, ossia un libro, una recensione. 
A distanza di sette anni dalla sua prima uscita e dalla recensione, in occasione del suo trentacinquesimo compleanno (in Svezia è stato pubblicato nel 1990), il Barbagianni pubblica in una nuova edizione questo magnifico libro, complice anche la festa del papà imminente. 
Le cose che lo differenziano dalla sua prima uscita sono queste: la traduzione, il titolo, il formato, la carta, il font e una breve introduzione dell'autrice. 
Tutti questi cambiamenti,  a mio parere,  sono sintomo di una maturazione, una crescita, da parte dell'editore. 
Alla sua prima edizione la casa editrice era agli inizi e pubblicava libri tra loro poco in sintonia: alcuni di questi interessanti e singolari, altri meno. 
Con il tempo si è cominciato a distinguere un profilo editoriale più definito e più coerente. 
Per esempio, accanto alla pubblicazione della serie di Hilo, di Nate, di Ramona, sono arrivati vari e bei romanzi di Beverly Cleary, gli albi illustrati da Daniela Pareschi. Così facendo, nel lettore si è creata una bella affezione e in qualche modo una piacevole sensazione di sentirsi a casa in una casa editrice. Che non è mai un male. 
Ma accanto a questi, in catalogo compaiono anche libri che "viaggiano da soli": penso a Piangete bambini, con le poesie di Alberto Masala e le tavole di Daniela Pareschi o, appunto, Else-Marie e i suoi sette papà
All'epoca, Pija Lindenbaum era qualcosa che spiccava per singolarità in quel catalogo ancora un po' incerto. Ma se avevi un po' di occhio non potevi non notare quanto questa autrice svedese avesse da dire. 
Già notata nel 2007 con le illustrazioni per Mirabell, di Astrid Lindgren e uscito con Motta Junior, in cui si raccontava di una bambola piuttosto orgogliosa e consapevole, nata come un cespo di insalata, nel giardino di una bimbetta, in seguito la Lindenbaum era uscita quasi del tutto dai radar. 
Ma con il libro di Else-Marie riappare e si riconferma la sua vena un po' folle che ha fatto del tutto è possibile un vero e proprio credo. 
Lei stessa ha sempre voluto ribadire che dietro quei sette papà non c'è nessuna interpretazione da cercare, se non quella che le sembrava molto buffo che una bambina potesse avere un tot di papà in miniatura al posto del consueto papà unico, ma formato standard. E a conferma di ciò spiega, nella nuova introduzione,  che il numero sette è dipeso solo dal fatto che su quella poltrona disegnata il numero giusto di papà seduti a leggere il giornale era sette: non uno di meno non uno di più. 
Per una volta almeno tutti rimettano dentro la cabala e accettino di buon grado il fatto che l'arte di narrare non ha confini stabiliti. 
Evviva, autori e autrici che così la pensano. Partono da una follia e intorno ci costruiscono il resto...


Cominciamo dalla traduzione. 
La cosa che succede quando a tradurre è Samanta K. Milton Knowles è la seguente: tutto si illumina e vibra un po' di più. Le va dato merito di saper trovare sempre il tono giusto da dare al pensiero e quindi alle parole dei bambini e bambine dei libri che traduce: un normale pezzo di torta, nelle sue mani diventa quello che è, ossia una treccia danese con la crema gialla. Secondo questa logica i nomi delle persone, i toponimi delle strade e dei luoghi, i titoli dei libri e dei fumetti letti in bagno diventano qualcosa di molto preciso e circostanziato e nulla va perso del nitore originario, sacrificato in nome di una lingua più universale, ma di certo meno efficace. 
Rimane da chiedersi perché se si fa una scelta del genere, coraggiosa e molto condivisibile, si senta poi l'esigenza di mettere nelle mani di una bambina svedese che mangia aringhe fritte una copia in italiano del Piccolo Principe e sul suo letto penda un diploma, ad evidenza, conseguito da noi. 
Passiamo al titolo: i papà non sono più sette, o meglio lo sono ancora ma non viene esplicitato già nel titolo. Questo significa ben due cose: una già detta, il numero dei papà (come pure il loro nome di battesimo) ha importanza relativa, e la seconda attesta che in un libro illustrato il testo, e ancora di più il suo titolo, non dovrebbe mai essere eccessivamente informativo, esplicativo e, possibilmente, rassicurante. Infatti nel titolo originale il numero dei papà non è per nulla citato. 
Riguardo al formato c'è poco da dire: è lievemente più piccolo rispetto alla prima edizione e a guardarlo ricorda di più l'edizione originale in svedese. 
Sulla scelta della carta invece è stato fatto un passo notevole: è stata abbandonata la carta lucida in favore di una patinata opaca che al tatto e alla resa finale del colore è molto più adatta. 
Sul font è stata fatta una scelta diversa. I pacchetti di testo sono tanti e hanno un grande impatto visivo. Non siamo di fronte a una quantità di testo tipica di un albo illustrato. Qui Pija Lindenbaum si è presa tutto il tempo necessario per raccontare la sua storia, quindi la scelta di utilizzare un font più elegante oltre che ad alta leggibilità e con un corpo lievemente più piccolo e quindi proporzionato al formato è stata proprio una bella idea!
Si cresce e si diventa grandi.

Carla

Pija Lindenbaum, "Else-Marie e i suoi Piccoli Papà" (trad. Samanta K. Milton Knowles), Il Barbagianni 2025

lunedì 6 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E' SEMPRE VERO

I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"La donna avvicinò il viso tondo e triste al finestrino dell'auto. 'Fate i bravi' si raccomandò. 
'Capito? Voi piccoli state a sentire Dicey. Capito?' 
'Sì, mamma' risposero. 
'Allora va bene.' Si mise la tracolla della borsa sulla spalla e si allontanò, ciabattando con i sandali che avevano i cinturini rotti, i gomiti ben visibili attraverso i buchi del maglione troppo grande, i jeans scoloriti e sformati. Quando la sua sagoma scomparve tra la folla dei clienti che si accalcavano al centro commerciale quel sabato mattina, i tre bambini più piccoli si sporsero istintivamente in avanti, verso i sedili anteriori, dove stava seduta Dicey. Lei aveva tredici anni ed era capace di leggere le cartine stradali. 
'Perché ci siamo fermati qui?' chiese James. 'La spesa l'aveva già fatta. Non c'è motivo.' James aveva dieci anni e pretendeva che tutto avesse una chiara motivazione. 
'Non lo so. Hai sentito anche tu quel che ha detto, no?' 
'Lei ha detto solo "adesso ci fermiamo qui" ma non ha spiegato perché."

Questo è l'inizio della storia di questi quattro fratelli, i Tillerman: Sammy di sei anni, Maybeth di nove, James di dieci e Dicey, tredicenne. 
La loro madre si è appena allontanata dalla macchina. Si è diretta verso il centro commerciale, ma da loro non è più tornata. I quattro ragazzini, prima aspettano, ma con il passare delle ore, realizzano che qualcosa deve essere successo e che da questo momento in poi se la devono cavare da soli, o per meglio dire, sono passati sotto la guida della loro sorella maggiore. 'State a sentire Dicey', è stata l'ultima indicazione della madre, l'ultima frase cui appendersi... 
Quella mattina erano partiti tutti per andare a Bridgeport dalla zia Cilla, una prozia che forse li avrebbe potuti aiutare. Lei è l'unica parente che ha mantenuto un contatto con loro: una cartolina a Natale, tutti gli anni. Ma poi in quella fatidica mattina qualcosa è andato storto. Adesso Dicey, con pochi dollari in tasca, si trova sulle spalle la solitudine e la responsabilità dei suoi fratelli. Piuttosto che cercare aiuto tra gli adulti, con il terrore che, in assenza di madre, li possano dividere, decide di mantenere il progetto originario, quello di andare a Bridgeport. 
Ma a piedi. 
Questo è il loro lungo viaggio attraverso la provincia americana, dal Connecticut al Maryland, tra parenti e gente sconosciuta, tra brave persone e malviventi. Sempre con una manciata di monete in tasca. 
Questo è il loro modo di misurare se stessi, di imparare a cavarsela, il loro modo di fare i conti con la realtà, a volte anche molto dura. 
Obiettivi da raggiungere: fare squadra e trovare finalmente un po' di serenità e un posto dove potersi sentire di nuovo a casa. 
Riuscire finalmente a provare il senso di appartenenza, senza il quale si vive maluccio.

Questo libro ha più quarant'anni e più di quattrocento pagine. 
Cynthia Voigt lo ha pubblicato, con il titolo Homecoming, nel 1981. Ambientato nell'America dei primi anni Settanta restituisce in pieno la temperie di quegli anni e  delle storie on-the-road. Nella letteratura per ragazzi sono innumerevoli gli esempi e tutti - necessariamente - devono partire da un elemento determinato e comune: la solitudine, l'abbandono, la fuga, la scomparsa di tutti i punti di riferimento su cui di solito un ragazzino - qui quattro fratelli - può fare affidamento: gli adulti, o per meglio dire, una famiglia, quale che sia. 
Cynthia Voigt si inserisce alla perfezione nella cornice di storie del genere. 
Dalla riga cinque già si intuisce che quella madre è in difficoltà. Quel suo abbigliamento sdrucito, quel suo sguardo triste, quella sua frase sibillina sono tutti segnali che la direzione che la storia sta prendendo è quella di un abbandono. 
Ci siamo. La storia on-the-road può cominciare. 
Il passo successivo, nei romanzi di bambini soli diretti chissaddove, prevede la costruzione e il relativo crescendo del lato avventuroso della vicenda. 
Il modello prevede, di norma, diverse prove da superare, attraverso le quali i protagonisti crescono, consolidano il loro coraggio e la personale consapevolezza e soprattutto misurano la complessità della realtà e delle relazioni interpersonali. 
E anche in questo, I Tillerman rispetta il canone. 
E allora dove si trova l'originalità? In due cose principalmente: nelle cento pagine finali e nella compattezza che questa piccola squadra dimostra di avere per arrivare a vincere. 
La bellezza dei Tillerman non sta tanto nel loro avventuroso viaggio, quanto piuttosto nel loro essere i Tillerman. Nessun Tillerman escluso, si intende. 
Lo spessore del libro si percepisce proprio in questo loro diversissimo modo di reagire agli eventi. In tale prospettiva si costruisce, pagina dopo pagina fin quasi alla fine, lo spessore dei personaggi. Si impara a conoscerli e a familiarizzare con loro. Si impara a capire cosa stiano cercando, si apprezza la differenza di percorsi che scelgono per arrivare all'obiettivo comune. 
Ognuno di loro si distingue rispetto alle situazioni: si passa dalla mitezza di Maybeth che viene scambiata spesso e volentieri per stupidità, alla lucidità del pensiero di James, che ogni mattina si sveglia e pronuncia la frase è sempre vero, passando per il grande senso pratico e la determinazione senza scrupoli di Sammy, che lo porta più volte a un millimetro da guai seri. E poi c'è Dicey che tiene in mano il loro destino comune, dimostrando di saper governare con sapienza la barra del timone. Anche in senso letterale... 
Si susseguono i fatti, si generano le singole strategie di reazione. Di volta in volta, esse si intrecciano generando trame e situazioni sempre differenti. E con lo scorrere del tempo le loro relazioni interpersonali mutano, ma inevitabilmente si consolidano. E il risultato finale è un pacchetto di mischia invincibile. 
Due parole ora sulle cento pagine finali. Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! 

Carla

lunedì 9 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA Libri per incantare)

UN VECCHIO E UN BAMBINO... 

L'hamburger perfetto, Alexander Mc Call Smith (trad. Giulia Trapani) 
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Joe ci aveva visto giusto, il ristorante del signor Borthwick aveva i giorni contati. Adesso, sempre meno gente ci andava. La sera, passando di lì, vedevi il proprietario, seduto alla fioca luce del bancone, in attesa di qualcuno che entrasse per un hamburger. Ma nessuno entrava. 
Eccetto Joe. Lui ogni tanto andava e ordinava un panino. Il suo vecchio amico era contento di vederlo, e ce la metteva tutta per preparargli un hamburger. Poi quando Joe finiva di mangiare, rimanevano lì a chiacchierare del più e del meno." 

Fino a che, una sera, il signor Borthwick propose a Joe di prepararselo da solo l'hamburger... Naturalmente, dopo avergli insegnato come si fa. 
Così Joe almeno due o tre volte alla settimana andava da lui, preparava due hamburger gustosi e ogni volta ci metteva un po' del suo nella ricetta originale: uno per sé e uno per il suo amico vecchio.
Fino a a che, un'altra sera, un distinto signore non entrò nel locale per concludere un affare. Era il padrone della nuova Hamburger House che aveva aperto a due passi dal vecchio a malandato locale di Borthwick. L'affare che aveva da proporre era semplice: lui avrebbe acquistato quel locale e la vecchia hamburgeria, a un passo dal fallimento, avrebbe definitivamente chiuso i battenti. Ma l'arrogante proprietario del modernissimo fast food non aveva fatto i conti con la caparbietà di quel vecchietto e del suo giovane amico, che non si sa come era stato in grado di cucinare il miglior hamburger di sempre: l'hamburger perfetto, appunto! 
Comincia così la grande riscossa di due che credono che le ricette vecchio stile siano ancora le migliori e che a fare la differenza siano gli ingredienti, seppure molto, ma molto misteriosi e il loro perfetto dosaggio. 

Alexander Mc Call Smith andrebbe letto, sempre e comunque, a prescindere. Fin da piccoli, senza mai smettere. Più libri suoi sono in circolazione, meglio è.
Gli adulti possono bearsi con le sue storie gialle legate alla signora Precious Ramotswe, famosa detective nel Botswana, per esempio. I più piccoli possono invece leggere le sue fiabe africane: La ragazza che sposò il leone e Il leone e la lepre. 
Personaggio piuttosto originale - professore di legge all'università del Botswana, professore di diritto applicato alla medicina, nonché membro del Comitato internazionale di bioetica dell'Unesco suona il fagotto ed è cofondatore della Really Terrible Orchestra a Edimburgo - Mc Call Smith nel 2005 molla tutto questo e si dedica esclusivamente alla scrittura: vanta una bibliografia di tutto rispetto, composta di brevi storie come pure di romanzi, che si caratterizzano per la loro piacevolezza di scrittura. 
Nelle sue storie - per grandi o per piccoli - tutto scorre sempre magnificamente. 
Anche qui, in questo breve racconto adatto a lettori in erba, tutto nasce da una difficoltà che però immancabilmente trova il suo esito positivo. 
Qui, in particolare, nonostante sia stato scritto nel 1982, tutto ruota con estrema leggerezza intorno a due questioni piuttosto attuali e tra loro interconnesse. 
La prima: il piccolo commercio, l'artigianato, spesso è costretto a soccombere di fronte alla grande distribuzione. Il secondo: le buone ricette sono il frutto di una perfetta 'alchimia', complicata da raggiungere. Le cose buone, piccole o grandi che siano, in altre parole le loro qualità, sono la risultante di accuratezza, passione, caparbietà. E un po' di estro. Tutte cose che difficilmente si sposano con la produzione in larga scala. 
In questa prospettiva, le due hamburgerie si distinguono: da una parte c'è un grande locale, in cui, in una vera e propria catena di montaggio, si producono - velocemente e in serie - panini con la carne, sempre uguali a sé stessi. Seppure gradevoli dal punto di vista del sapore, sono il prototipo del cibo 'senz'anima'. Dall'altra parte, invece, c'è un locale un po' in disarmo dove però ogni panino viene prodotto singolarmente con la necessaria lentezza, con la dovuta cura e con una sapienza che gli dà quel gusto particolare e inimitabile. Unico. E, in questo caso particolare, addirittura irripetibile, visto che Joe deve passare una notte insonne per ricostruire al meglio gli ingredienti e le loro precise dosi, per riottenere precisamente quel sapore di hamburger perfetto. 
Ecco. Questo piccolo Joe rappresenta la miccia che accende tutta la vicenda. Spetta infatti a un ragazzino il compito di mettere in moto la grande riscossa nei confronti di chi vorrebbe conquistare in quattro e quattr'otto l'intero mercato dei panini con la carne. Infatti è a lui che spetta il compito di aiutare il suo vecchio amico cuoco, sapiente, ma del tutto inerme e sopratutto rassegnato alla sconfitta. 
In questa prospettiva, il legame fra giovane e vecchio è bello da indagare: i due, a turno, si vengono incontro e, con questo, riescono a dare valore e senso a quello che fanno. Il primo, custode del passato, e il secondo, capace di renderlo attuale per spingerlo verso il futuro. 
Prima il signor Borthwick insegna al ragazzino come si fa un hamburger, gli passa il testimone, poi gli affida la sua cucina - i suoi strumenti e i suoi ingredienti - perché lui possa sperimentare ogni qualvolta ne senta il desiderio e lo trasformi in qualcosa di suo.
In tal modo Joe è in grado di raggiungere una sua sicurezza personale ai fornelli che lo rende felice e competente. Questo è per dire che la luce di questa piccola storia si accende proprio in questo continuo gioco di mutuo soccorso tra i due protagonisti, un vecchio e un bambino, nel loro costituire assieme una squadra vincente. 

 Carla

mercoledì 8 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BINOMI FELICI

Strider, Beverly Cleary (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2023 
 
NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 


"Strider sembra contento quando rido. Qualche volta penso che il mio miglior amico sia Strider, non Barry. Sarò contento di rivedere Barry ma mi dispiacerà di... beh, non si può avere tutto. Metà di un cane è meglio di niente, come si dice. 
Strider ha una nuova abitudine. Quando ci fermiamo, mi mette una zampa su un piede. Non è un caso perché lo fa tutte le volte. Mi piace pensare che non voglia lasciarmi andare." 

Seduto sulla spiaggia e fermamente deciso a non muoversi di lì, salvo poi convincersi con un salsicciotto e una bella corsa di due ragazzini, Strider è un bel randagio che cammina a passo veloce, grandi falcate, da cui il nome che si guadagna su strada. I due ragazzini, Barry e Leigh, io narrante, sono amici. Alcune cose li distinguono altre li accomunano: hanno entrambi genitori separati. Barry vive con suo padre, le sue numerose e rumorose sorelline e la nuova moglie del padre. Un mese all'anno lo passa invece con sua madre in un posto che lui non ha difficoltà a definire Los Chifo. Leigh, invece, vive con sua madre, perché suo padre fa il camionista e non ha una casa vera e propria, se non la cabina del suo camion. Di rado si vedono, e quando accade non va sempre bene: ci sono silenzi, malinconia e rimpianto. Barry è sempre circondato da tanta gente e la sua è una casa spaziosa, Leigh è spesso da solo perché sua madre deve lavorare molto per riuscire a pagare tutto e vive in quella che lui non ha difficoltà a definire baracca. 
Alla vigilia dell'estate, in una delle loro passeggiate al mare, incontrano questo cane. Solo. Impossibile solo pensare di lasciarlo lì, quindi i due decidono di tenerlo con loro, ovvero applicano quello stesso principio che tiene insieme le loro famiglie: l'affido condiviso. 
Un cane, un po' per uno. 
Questo è un pezzetto della loro storia a tre. Dei cambiamenti che la attraversano, tra un'estate e una nuova scuola. Tra allontanamenti, tra paura e coraggio, tra nuove amicizie e vecchie sicurezze. Con in vista, finalmente, un po' di tranquillità. E molto correre. 

Lo avevamo lasciato che aveva una dozzina d'anni e lo ritroviamo a 14. Sulla soglia delle superiori. Continua a non digerire la sua situazione familiare, ma adesso ha decisamente più frecce al suo arco per imparare a conviverci. E soprattutto, complice un'ispezione sotto il suo letto, richiesta espressamente dalla madre che vorrebbe vedere la camera di Leigh un po' più in ordine, riemerge il suo vecchio diario, che riaccende in lui il desiderio di continuare a raccontarsi, nero su bianco. 
La indiscussa piacevolezza nel leggere le storie di questo ragazzino californiano, dipende da tre fattori, principalmente. 
Una, la scrittura che, forse anche complice la traduzione di Mattiangeli, scorre che è una bellezza. 
La seconda, invece, dipende dall'angolo visuale. Ossia va riconosciuto a Beverly Cleary una capacità evidente nel saper raccontare senza incursioni troppo adulte il mondo dei ragazzini. Merito che le viene riconosciuto dalla critica, che con Caro Mr. Henshaw l'ha premiata con la Newbery Medal. È indubbio il suo talento nel raccontare un undicenne alle prese con una serie di guai - quali la separazione dei genitori, il trasferimento, una scuola del tutto nuova e quindi piena di sconosciuti - nonostante non si possano considerarle come questioni nuove per la letteratura per ragazzi. Insomma, pur non montando un contesto e dei personaggi particolarmente originali, ciò nonostante riesce a dare loro la giusta profondità e complessità e non essere mai troppo didascalica.
La forma del diario le permette di 'sdoganare' il lato riflessivo di tutto il percorso e così risultano autentici i malumori di questo ragazzino, le sue paure, e altrettanto credibili sono gli adulti che lo circondano, con le loro fragilità o necessarie durezze. 
Come già in Caro Mr. Henshaw, anche qui a interrompere la quotidianità di Leigh, tra la scuola e un unico amico, tra le assenze del padre, e quelle della madre per motivi tra loro molto diversi, anche qui arriva un granello di sabbia che lo fa deviare dalla sua routine. 
E qui subentra il terzo elemento di interesse di Strider. Che è proprio Strider, ossia questo randagio che ha il pregio di riempire i vuoti che caratterizzano le giornate di Leigh. Ma non solo. 
Come spesso succede, cani e ragazzini sono binomi felici e costruttivi. E anche questa storia sembra dimostrarlo. 
Un po' per esperienza, un po' per teoria, mi sentirei di dire con una certa sicurezza che far crescere sotto lo stesso tetto dei ragazzini e dei cani (i gatti hanno altri pregi, ma non sono adatti allo scopo) è cosa buona e giusta. In estrema sintesi, credo dipenda dal fatto che da entrambe le parti ci si riconosca - al di là di ogni apparente differenza - come simili. Appartenenti entrambi a una sfera primigenia, a una stessa foresta originaria. 
Quindi l'intuizione della Cleary di mettere insieme cani e ragazzini è buona. Diventa addirittura ottima, dal punto di vista del plot e non solo, il fatto di metterne due e uno, ossia di creare in innesco naturale alla competizione, tra due amici e un unico cane. Con tutte le relative prove d'affetto del caso. 
E puntualmente, accade. E altrettanto puntualmente mette in moto una serie di interessanti riflessioni su ciascuno di loro, dandogli la possibilità di esprimere la complessità che li tiene insieme o li divide. 
E ancora, il cane Strider, come succede nella vita vera, con la sua semplice presenza mette in moto una serie di altre relazioni umane che altrimenti sarebbero rimaste sopite (quante sono le amicizie fatte al parco con il proprio cane?) e con la sua semplice presenza spinge verso piccole e grandi prove di coraggio, dall'indossare proprio quella camicia all'entrare nella squadra di atletica, dall'affrontare la padrona di casa all'invitare a un primo appuntamento quella ragazzina per raccogliere insieme le erbacce nel quartiere. Il coraggio, se si è in due viene fuori, e ancor di più se si percepisce forte e chiara la piacevole responsabilità verso l'altro da sé. 
E se poi questo "altro" è peloso e ha quattro zampe e una coda mozza, ancora meglio. 

Carla