Visualizzazione post con etichetta campagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta campagna. Mostra tutti i post

mercoledì 5 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GEOGRAFIA DI UN'INFANZIA

Gladys, Ronald Curchod (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"Attraversare i prati, le colline, 
 il bosco, il ruscello. 
Vedere in cielo 
l'Aquila & il Falco. 
Sentire in montagna 
il fischio della marmotta, 
quello del camoscio. 
Scoprire sui prati 
una jungla di giunchiglie, 
la quinta foglia della potentilla, 
la farfalla Vulcano, la Xantia e l'Orbettino." 

Gladys ha undici anni, vive in una fattoria nei monti che sovrastano la cittadina di Aigle, in Svizzera, nel cantone di Vaud, attraversata dalla ferrovia. Suo padre, un uomo robusto, sua madre, una donna alta che avrebbe tanto voluto suonare il piano, e un fratello che ha due passioni, la montagna e i camosci. Tutti insieme lavorano sodo alla fattoria - la cucina, la stalla, il pollaio, la cantina, il fienile, l'orto e le conigliere. Ci sono i campi da coltivare, i prati da curare e tra il bosco e il torrente c'è sempre un grande viavai. A tutto questo va aggiunta la scuola. 
Questa è la vita di Gladys, una ragazzina, che impara dal nonno maestro di scuola i nomi delle piante e degli insetti, che ha le gambe secche ma forti, una ragazzina cui piace stare scalza, cui piacciono i gufi, anche di legno, che fa a pallate con i cachi maturi, che non teme gli orbettini, che le strisciano anche sotto il suo vestitino a pois. Vestito che cresce con lei: lo indossa anche da grande, in copertina, dove i capelli sono stati domati. Da vecchia con i capelli bianchi, i pois sono spariti, ma gli occhi continuano a essere frecce azzurre che scoccano verso chi la guarda. 

Gladys, da lì a nove anni, si sposerà e poi sarà la madre di Ronald Curchod.
 
© Ronald Curchod

Questa è la sua storia. È a lei dedicato questo libro molto particolare. 
Particolare nella sua architettura. 
Un grande panorama visivo: l'intera vallata punteggiata di lettere dell'alfabeto, tutte le lettere dell'alfabeto, cui corrisponde un panorama testuale. 
A una tavola doppia dedicata ad Aigle, la sua valle e le sue montagne, segue una doppia pagina di solo testo in cui quelle stesse letterine sparse diventano l'iniziale di singole parole che si organizzano in una poesia, che ha l'andamento di un elenco di luoghi, azioni da non dimenticare. 
Scritti come versi, in una traduzione che ha saputo destreggiarsi con grazia tra i vincoli ineludibili di un alfabeto che non è il nostro, hanno il merito di mettere in fila, perle lungo un unico filo, molti dei ricordi di un'infanzia. 

© Ronald Curchod

L'intento sembrerebbe proprio quello di tenere a mente, mettere in una sequenza personale le cose da fare ma anche da tenere a mente: tenere d'occhio l'orto, vedere la lepre che si abbevera, annaffiare la yucca. 
Un verbo, sempre all'infinito, che scandisce il tempo: lanciare i kaki (!) quando ormai si spappolano, sentire in montagna il fischio delle marmotte. 
A ciascuna di queste perle è dedicata poi una grande tavola e un breve testo che riverbera in parte il testo iniziale, ma ha anche il pregio di farlo sbocciare, ossia maturare. Sentire in montagna il fischio della Marmotta e quindi poi desiderare da morire di dormire nella sua grotta... Ecco cose così. 
In un gioco di rimandi tra parole e parole e tra parole e immagini, ma anche a ben vedere tra immagini e immagini si ricostruisce un quadro di insieme: la storia della piccola Gladys che attraversa gli scenari che hanno ospitato la sua infanzia e, forse, una certa parte della sua vita. 
La si conosce bambina al principio, la si saluta in uscita con i suoi capelli bianchi nell'ultima pagina. Stessa specularità è data alla grande fattoria. Bella, grande, imponente al principio. 
Drammaticamente ritratta la sua fine.

© Ronald Curchod

In questo libro, come già si notava altrove per un altro bel libro di Curchod, ogni singola tavola diventa in qualche misura una visione, dove le dimensioni diventano parte di un gioco - un'enorme nocciola, delle minuscole vacche, una lepre gigante. 

© Ronald Curchod

Le cose talvolta abbandonano il loro contesto - una lampada pende nel bosco. Chi legge e osserva non non apprezzare la percezione materica di animali e piante e soprattutto non può fare a meno di partecipare al gioco che Curchod ha organizzato per lui: una continua oscillazione dal particolare al generale in cerca di conferme, in cerca di punti fermi, come lo si farebbe su una carta geografica. 

© Ronald Curchod

Una carta geografica emotiva. 

 Carla

mercoledì 12 maggio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VECCHIO E UN BAMBINO 
 
Ulf, il bambino grintoso, Ulf Stark, Markus Majaluoma
(trad. Samanta K. Milton Knowles)
Iperborea 2021


NARRATIVA PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"'Credi che i pesci arrivino in tavola volando, già puliti e salati, e si posino da soli su un vassoio?' 'Sarebbe divertente'. 'Sì però non succede' disse il nonno. 'E domani tu mi farai da schiavo. Mi aiuterai tutto il giorno, così ti ricorderai per sempre che non devi catturare i bombi'. 'Uff' dissi.
Quella notte sognai dei pesci volanti. E il giorno dopo iniziai a lavorare."
 
La storia è presto detta: il piccolo Ulf è in campagna dai nonni paterni, con, sullo sfondo, mamma, papà e fratello maggiore. Nonno Gottfrid non si ferma un minuto, dalla mattina alla sera. Ed è sempre lì che impreca mentre lavora, aggiusta, pianta, sradica: e in tutto questo fare, gli insetti gli danno fastidio. Quindi Ulf, che ha appena catturato l'ennesimo bombo che adesso ronza come un rasoio elettrico in una scatolina vuota di cerini, pensa di fargli un piacere, portandogli in dono l'ambita preda. E invece no, il nonno lo sgrida! I bombi sono instancabili impollinatori, serve che volino liberi! 
 
 
Ulf non ne fa una giusta, a sentire nonno Gottfrid. E poi, a tutte le sue richieste di collaborazione - spaccare la legna, per esempio - quel nipotino gli dimostra di essere senza un briciolo di grinta.
Un giorno da 'schiavo', al completo servizio del nonno, ne raddrizzerà per bene il carattere da mollaccione. A salvarlo dalla fine di una giornata molto faticosa - legna accatastata, latte ritirato, panche dipinte - arriva in traghetto il vecchio Gustav, il nonno materno, che per 5 corone compra Ulf e ne riscatta la libertà. Sebbene anche Gottfrid ora debba ammettere che quel piccoletto si è dimostrato finalmente grintoso e che tutti quei soldi li vale davvero, un meraviglioso piano di rivincita si fa spazio nella mente vulcanica del nonno antischiavista. Adesso che Ulf è un bambino libero sarà con Gustav che assaporerà il gusto di un'avventura notturna e di un magnifico scherzo mattutino.
 
Tutto il bene possibile su Ulf Stark è già stato scritto in queste pagine, in svariate e molteplici occasioni (basta digitare il suo nome nella barra di ricerca e il gioco è fatto). 
Qui come altrove il racconto è intriso di ironia e nel contempo, di profondità. C'è però un'altra qualità che Stark mette sulle pagine di questa brevissima storia, ultima in ordine di pubblicazione, che continua a colpirmi per il suo essere rara e preziosa.
Credo di non essere lontana dal vero se affermo che si possono contare sulle dita di una mano gli autori che la possiedono, questa qualità, e che riescono a servirsene, con così tanta naturalezza, come se fosse per loro aria da respirare.
Si tratta della capacità di raccontare una storia con una voce che, anagraficamente, non gli appartiene, ma emotivamente è tutta loro. Ovvero quell'abilità che in pochissimi hanno di abbassare del tutto il loro tono adulto per dare fiato invece alla loro stessa tonalità, ma infantile. E nel farlo, ed è qui la meraviglia, non dimenticano neanche per un secondo la loro condizione di persone grandi. Credo che questo abbia un po' a che fare con una loro memoria mai sopita di quello che è stata la personale esperienza infantile, la loro lettura del mondo, quando erano bambini. Quello che, per esempio, le rispettive mogli e figlie di William Steig e di Tomi Ungerer definivano, con ironia/affetto/ammirazione, un inspiegabile arresto del loro processo di crescita. 
O forse si tratta del metodo Stanislavskij applicato alla letteratura?
In sostanza, qui Stark mette in scena una sorta di numero di ventriloquia, in cui è contemporaneamente capace di essere lo scrittore dei personaggi e, nello stesso tempo, i personaggi stessi. Tutto più facile quando a parlare sono Gustav o Gotttfrid, molto meno quando è la volta di Ulf e di suo fratello maggiore.
 

Si guardi per esempio la questione della 'schiavitù' come è risolta magistralmente. Nessuna remora nel dire al proprio nipote: domani tu sei il mio servitore e nessuna esitazione in tutti gli altri adulti che incontra Ulf e ai quali comunica con rassegnata onestà il suo ruolo di 'schiavo' del nonno. Tutti, ma proprio tutti, non mettono in discussione la sua condizione di vittima, si limitano a compiangerlo, perché quel nonno lì non perdona. Nessuno dei grandi muove un dito e Ulf non si aspetta neanche che qualcuno lo faccia per toglierlo dai guai. La stessa soluzione del riscatto pagato da Gustav fa parte della grande messa in scena. La grande abilità di Stark, ovvero quella di dare tridimensionalità, spessore ai personaggi, attraverso il loro stesso agire e parlare, ma soprattutto attraverso lo sguardo di un bambino, fa sì che, quando il libro si chiude, il lettore abbia di tutti costoro una percezione chiarissima, costruitasi lentamente e in tutta la sua complessità di luci e ombre, attraverso una rete di punti che si sono andati a disporre strategicamente nel racconto. E così, con questa stessa naturalezza, prendono corpo questioni ben più profonde e universali, che ci lasciano lì a ragionare per giorni. Come per esempio il rapporto tra "un vecchio e un bambino..." 
 

E quindi, per tutte queste ragioni, mi piace credere che, dopo aver finito anche quest'altro libro di Stark, anche un bambino potrebbe muovere la seguente richiesta, usando le parole del sommo poeta: E poi disse al vecchio con voce sognante:"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"
 
Carla

lunedì 11 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


RICORDARE PER RACCONTARE

Grilli e rane, Barbara Ferraro, Alessandra Lazzarin
Edizioni corsare 2019


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"La incontravo sulla collina, oltre i pini; mi aspettava tra le ginestre, aveva scelto lei il posto.
La scorgevo accucciata, ma mi accoglieva in piedi, scodinzolante.
Le ginestre non erano quelle americane. Mia nnonna dice che qui in Sila le hanno seminate con gli aerei per rendere meno brutta la guerra che aera arrivata anche in Calabria."

Ogni giorno queste due - una bambinetta in vacanza e una cana randagia - si danno appuntamento per vedersi. Ci scappa qualche polpetta per conquistarla e qualche corsa assieme 'facendo finta' di appartenersi l'una all'altra. Poi ognuna di loro riprende la strada del ritorno. La bambina torna a casa dove nonno e nonna l'aspettano e il cane invece va chissadove.
E così ogni giorno.


Ma quella notte, mentre tutti dormono, un rumore sospetto sveglia e mette in allarme tutti gli abitanti della casa. La bambina esce da sotto le tante coperte con cui la nonna ogni notte la protegge dal freddo di una casa grande e poco riscaldata e si dirige verso la fonte del rumore, verso il portone di casa. I nonni, svegliatisi anche loro, armati di luci e bastoni, si incontrano con la bambina dietro quella porta. Spetta a loro, sono gli unici adulti di casa, ad affrontare con coraggio il rumore sospetto...che si rivela molto meno pericoloso del previsto, sebbene faccia luce su un segreto...

Questo è il primo dei tre brevi racconti che hanno come centro l'estate di quella bambina, ospite a casa dei nonni in Calabria. Lo seguono il racconto della sua caccia alle rane per poi farle gareggiare, e quella ai grilli, raccolti in bottiglia per far colpo su mamma e papà. Queste tre piccole perle fatte di ricordi sono legate tra loro da un unico filo: quello di un'infanzia che trascorre. E' un' estate, evidentemente non l'unica, in cui la libertà, più grande rispetto a quella invernale e cittadina, si scolpisce nell'anima di quella bambina e che, a distanza di trent'anni, diventa racconto da mettere su carta e condividere con gli altri.
Ed è proprio il piacere per il ricordo che emerge e che diventa immediatamente racconto. Lo conferma il tono sommesso e un vaghissimo senso di nostalgia. Nonostante il fatto che sia un testo scritto, che è stato preceduto evidentemente da un attento vaglio delle parole, tuttavia Grilli e rane mantiene una leggerezza che invece è propria del parlare, del raccontare a chi ha voglia di stare a sentire.


Va detto che è un po' complicato far finta di non conoscere Barbara Ferraro e Roberto ed Elisa ed è altrettanto difficile non immaginare quella stessa Barbara Ferraro che proprio a loro due, a cui Grilli e rane è dedicato, stia raccontando frammenti della propria infanzia.
Questo doppio registro è forse una delle caratteristiche che più colpisce nella lettura: una ricercatezza delle parole inusuali, tutta meridionale, a cui però fanno da contraltare continue ellissi nel discorso che sono invece tipiche del racconto orale. Un linguaggio che sembra non aver tempo e che spesso mischia il presente di un adulto narrante con un passato di bambina calabrese. Il secondo pregio sta nella capacità di restituire a chi legge, a chi sulla Sila non c'è mai stato, colori e odori e rumori di quei posti. Con altrettanta naturalezza, terzo pregio, riesce a costruire lo spessore dell'essere bambini. In questo senso ci sono i tipici passaggi repentini del pensiero che spazia dal minuscolo al grande, dal personale al generale, dal vero all'immaginato.
Idee e sensazioni che saettano nella testa come lampi.
Insomma c'è tutta l'onestà di chi quelle sensazioni le ha provate davvero e quei pensieri davvero ne hanno attraversato la testa.
La fortuna è stata quella di non dimenticare.


La cattura dei grilli in bottiglia ne è un esempio molto chiaro.
Se da una parte tanta leggerezza di racconto sembrerebbe sposarsi alla perfezione con i rarefatti acquerelli di Alessandra Lazzarin, tuttavia ci sono alcuni tratti in cui ciò che è disegnato sembra lasciare indietro ciò che è scritto.
E senza motivo apparente che giustifichi la scelta.
E' cosa nota che la relazione tra figura e testo è cosa complessa e articolata. Ma è altrettanto vero che deve avere senso la eventuale dissonanza tra i due codici. La complessità di rapporto tra figura e testo può essere anche molto articolata e apparentemente contraddittoria, con l'intento di creare quella ambiguità necessaria (addirittura figure che hanno il compito programmatico di smentire ciò che le parole dicono), ambiguità che è generatrice di attenzione e curiosità nel lettore, che ha via via lo scopo di farlo ridere, piangere, pensare e interrogarsi.
Ma in Grilli e rane a me sfugge un po' quale sia la ragione per non dare alla cagnetta le orecchie che le spettano: 'piccole e nere' e il perché di sdraiare nell'erba Betta che sceglie di stare 'ritta in piedi nella radura'? La costante e meticolosa ricerca delle parole, avvertibilissima, non mi pare presenti altrettanta perseveranza nel disegno: molte tavole sono 'perfette' nella composizione e intelligenti nelle inquadrature, altre (poche) invece sembrano 'distrarsi' per andare altrove, molte sono felici raffigurazioni di bambini in movimento (roba difficile da disegnare),


altre (poche) sembrano 'distrarsi' e dimenticarne un po' le proporzioni.
Poco male, perché comunque in quegli acquerelli si respira a pieni polmoni l'aria di quell'estate di bambina, passata felicemente 'a grilli e a rane'.


Carla

mercoledì 6 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VEDERE OLTRE

Passi da gigante, Anaïs Lambert
Pulce Edizioni 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Stamattina mi sono preparato.
Senza fare rumore,
sono uscito.
In lontananza ho sorpreso una lotta feroce,
e, sotto le foglie, una corsa folle e appiccicosa."

Ha infilato il suo berretto a righe ed è ben coperto da un maglione rosso che si vede da lontano. Anche i piedi sono al sicuro dentro stivali di gomma verde erba. E i pantaloni corti stan su con le bretelle.


Uscito di casa, si incammina in un prato tutto in movimento e pieno di belle cose da scoprire: cervi volanti che si affrontano, lumache che gareggiano sotto le grandi foglie di cavolaccio, ricci di ippocastano, semi d'acero che volano, alberi di ciliegio in fiore, uova di rana nell'acqua ferma...
Ogni cosa ne diventa immediatamente un'altra nella testa di quel bambinetto: mostri pungenti, elicotteri che si catturano, carovane di portatori, zampe di vecchi pachidermi e occhi che dal pelo dell'acqua tutto osservano...
E se così è, non sarà poi difficile immaginare di essere catturato da un gigante affamato che mangerebbe volentieri un orso ma che si accontenterebbe anche di un piccolo gigante, da portare a cavalcioni di nuovo a casa.

Questo libro è una bella passeggiata all'aria aperta. Ci sono intorno suoni bassi, ronzii, brezzoline, acqua che stagna e acqua che scorre, il rumore dei passi e qualche parola qua e là (che forse sono solo pensieri).
Ma a ben vedere la cosa ancora più bella di questa passeggiata è l'altezza dello sguardo. 


Se si parte da un ingresso silenzioso di una casa, forse ancora addormentata, con un punto di osservazione esterna al protagonista - lo vediamo che calza stivali e cappello ancora nel frontespizio - subito dopo lo sguardo passa in soggettiva. O per meglio dire, lo sguardo del lettore è quello di altro bambino: è basso.
Capiamo con lui che ci stiamo allontanando dal luogo sicuro e ci lasciamo alle spalle l'orto e il tubo per annaffiare (che normalmente segna quel confine immaginario fin dove si riesce e si può ad arrivare: una sorta di guinzaglio di gomma che ti tiene vicino).
Lo sguardo, come è naturale che sia in una passeggiata avventurosa, è sempre rivolto verso il basso. 


E' molto naturale quando si va verso l'ignoto, guardare in basso per vedere dove si mettono i piedi, cosa riserva lo spazio inesplorato e, invece, alzare lo sguardo solo quando ci si sente sufficientemente sicuri e magari ci si ferma.
Chi cammina per diletto, lo avrà sperimentato mille volte. E' così e basta.
Osservando con circospezione in basso, dove mette i piedi, quel bambino fa (o va in cerca di) belle scoperte che nella sua testa diventano all'istante qualcosa d'altro. D'altronde oltre alla capacità di vedere tout court, anche quella di saper di vedere oltre, ovvero oltre le forme della realtà, è una roba che si esercita quando non si è ancora tanto alti. 


Fortunati e rari quegli adulti che questa capacità visionaria la conservano intatta, anche dopo aver superato il metro e 40 di altezza.
In pochissime occasioni lo sguardo torna esterno alla scena (e spesso e volentieri continua ad avere quella medesima altezza bambina)  e quando accade è per sottolineare un cambio di registro: ovvero quando arriva la pausa e con lei il gioco della paura; quando in scena sta per entrare qualcun altro.
L'idea di un gigante che ti cattura e ti riporta - strano ma vero - in sicurezza vanta precedenti illustri (per esempio, P. Bently, H. Oxenbury Re Valdo e il Drago). Come non è nuovo il gioco tra immaginazione scritta e realtà disegnata. E men che meno la passeggiata nell'erba che già dieci anni fa Komako Sakai illustrava magnificamente (Nell'erba). Lo sguardo ad altezza occhi di bambino lo aveva utilizzato già Iela Mari nel suo Animali nel prato. Ma come sempre nei libri della Mari c'è un rigore e una oggettività di segno e colore per lei evidentemente imprescindibile che qui non appare. Le sue tavole sono silenziose e non lasciano spazio al tipo di 'lettura' immaginifica di cui invece è in cerca Anaïs Lambert. La Mari preferisce non suggerire nessuna interpretazione, quanto piuttosto dare forma iconica alla realtà e, piuttosto, stimolare l'attenzione dell'osservatore sugli accostamenti tra pagina di sinistra e pagina di destra...Con veri brividi lungo la schiena.
Anche nel disegno e nelle diverse tecniche che utilizza la Lambert si riconoscono omaggi a 'giganti' che sono arrivati sulle pagine dei libri prima di lei.


Questo non toglie nulla alla qualità di questo libro che è poco più che un esordio. Come è giusto che sia, a trent'anni o poco più, è segno di intelligenza e consapevolezza da parte di Anaïs Lambert, sapersi e volersi guardare intorno (e non temere davvero il gigante). 
Né più né meno di come fa il suo bambinetto con il berretto.

Carla

mercoledì 5 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA POETICA DELLA SALOPETTE

La fattoria di Pina, Lucy Cousins
Terre di Mezzo, 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"Pina e i suoi amici vanno alla fattoria.
Ciao pecore! Ciao maiali!
Pina guida il trattore nei campi.
Guarda lo spaventapasseri!"

Pina con Lillo e Piopio aprono il cancelletto del recinto della fattoria. 


Hanno molto da fare: prendersi cura degli animali, pulirli, sfamarli e poi coltivare la terra e quindi fare il raccolto nell'orto. A fine giornata, quando il sole va giù, vorrebbero, forse, mettere tutti a dormire.
Quando la fattoria sembra ormai volgere al silenzio, qualcosa di inatteso sta per succedere. L'interno della stalla si anima: gatti, cavalli, pulcini, gufi, ragni, conigli, un maialino, due pipistrelli e un panda (di peluche) hanno tutti gli occhi sgranati perché - chi l'ha detto che è ora di andare a dormire? - ora ci si diverte davvero. Che il gioco abbia inizio!

È tornata. La Pina è finalmente tornata. La gioia nasce dalla semplice constatazione che la Pina (un po' come Stanlio e Ollio, i Mumin, come Winnie the Puh, Pippi o Mary Poppins) è necessaria per crescere. Non si può diventare grandi per bene senza averli conosciuti, tutti costoro, senza averli attraversati, e senza averci passato almeno un po' di tempo assieme. E alludo a quel tempo che ognuno di noi trascorre senza consapevolezza ma che poi, è sperabile, non si dimentica: l'infanzia.


La Pina è lì insieme a una moltitudine di altri personaggi che hanno contribuito a costruire l'immaginario di ognuno.
Racconta Lucy Cousins che la Pina è la risultante di una sua lunga ricerca iconografica per trovare un animale che potesse diventare personaggio. Personaggio versatile per creare una infinita varietà di libri per bambini piccoli piccoli.
Fogli riempiti di molti altri animali, elefanti, giraffe, fino ad arrivare a questa topetta che ha saputo imporsi e prevalere su tutti gli altri.
La Pina, è chiaro a tutti, è volitiva, indipendente e molto curiosa di tutto ciò che la circonda. Dovrebbe avere circa due anni e mezzo, al massimo tre - è la Cousins a supporlo - e fa cose piuttosto consuete, ma non disdegna l'avventura che spesso condivide con i suoi amici di cui si prende cura, perché lei in un certo qual modo è sempre quella che tiene le fila di tutto.
È gentile e nello stesso tempo non ama troppo smancerie o leziosità. Per esempio nel vestire: indossa salopette o magliette e pantaloni e solo per le grandi occasioni, matrimoni e compleanni, sfodera un vestitino. Come tutti ha un abbigliamento preferito in cui si sente perfettamente a suo agio: la maglietta rossa e i calzoni a righe verdi. Le righe, comunque, le piacciono parecchio, e anche le salopette passioni che condivido entrambe e che testimoniano una scelta di campo. Non ha fiocchi, non ha lustrini, non ha coroncine e neanche cuori sulle magliette. Vorrà pur dir qualcosa...
È sempre molto appropriata: stivali quando c'è da lavorare, e scarpe da ginnastica quando c'è da correre, sciarpa quando fa freddo.
Lucy Cousins la disegna con quella riga nera di contorno sempre molto evidente, veloce e volutamente imprecisa, quel naso 'importante' usa principalmente colori brillanti e puri, unica eccezione è il rosa Pina con cui colora orecchie, muso, coda, mani e baffetti. 
Il resto del corpo ricorda il tipico candore britannico.
Quali sono le ragioni per amarla? Esattamente quelle fino a questo momento elencate più una: è un personaggio di grande inventiva; è piena di interessi; non è leziosa (al contrario di Giulio coniglio) ; quel che dice fa, in altre parole è affidabile, non è saccente (al contrario della Pimpa), ma sa essere istruttiva, non è ironica ma sa far subito squadra. Attraversa la realtà, sempre sorridente. 
Ed è bella!

L. Cousins, Maisy Big, Maisy Small, Walker 2007

La Pina è compagna ideale di letture con bambine e bambini, all'incirca suoi coetanei. Ed è per questo che Terre di Mezzo ha stondato il cartonato quadrato, piccolo e quindi più maneggevole anche per giovanissime mani.
Come nella maggioranza dei libri di Pina, almeno nella loro edizione originale, l'interazione del lettore è richiesta, anzi necessaria. Si tratta di pop-up che si costruiscono con linguette che si tirano, personaggi che si muovono. In questo caso specifico si ottiene l'interno della stalla in cui far agire i personaggi con una semplice apertura di tre fustelle a fine libro. Probabilmente la scelta di un prezzo contenuto ha fatto sì che si è dovuto sacrificare qualcosa del pop up originale che prevedeva oltre trenta fustellati. 


Non sempre si può avere tutto.
Solo su una scelta si potrebbe dissentire, ovvero la doppia lingua.
Il testo originale in inglese è rimasto sulla pagina anche se non in neretto come quello in italiano, comprese le onomatopee. 


E così la pagina si riempie un po' troppo. Sebbene l'intento dichiarato in quarta di copertina 'scopri le prime parole in inglese' sia in linea di principio lodevole, all'atto pratico sembra non esserlo davvero. E soprattutto a scapito di una buona leggibilità dell'immagine.

L. Cousins, Maisy Big, Maisy Small, Walker 2007
Non sempre si deve avere tutto.

Carla

venerdì 22 gennaio 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


VERDE ABBONDANZA


Levi Pinfold è un gran disegnatore e a guardare la sua pagina web se ne ha sufficiente dimostrazione. Greenling è una sua creatura, il misterioso protagonista de La stagione dei frutti magici, pubblicato da Terre di mezzo: forse un folletto, forse una creatura minacciosa. Comunque sia, il signor Orzodoro decide di raccoglierlo e di sistemarlo nella sua fattoria nel modo migliore possibile, lasciando la moglie brontolare.



Il posto migliore è un caldo giaciglio di morbida terra in cui, inutile dirlo, il pupo verdolino si troverà perfettamente a suo agio. Man mano che cresce, questo splendido bambino, specchio della floridezza, produce tutto intorno a sé un rigoglioso fiorire di fiori e frutti di ogni tipo che invadono e pervadono la fattoria e la casa dei signori Orzodoro: non v'è luogo o ambiente che non si riempia di pomi e di angurie, di rigogliose piante di girasole. 



E se la diffidente signora Orzodoro si mette le mani nei capelli di fronte a tanti sconvolgimenti, il serafico consorte ne vede il lato positivo: una grande inarrestabile abbondanza. Anche i vicini sono sul piede di guerra, ma la loro irritazione viene meno di fronte a tutto quel ben di dio messo a loro disposizione da quella magica e generosa creatura. La signora Orzodoro si convince: se noi abbiamo invaso la sua casa, è giusto accoglierlo ora nella nostra.


Tutti raccolgono e mangiano in abbondanza e l'estate scorre in questa animata compagnia di donne e uomini il cui buonumore va di pari passo con la sazietà.


Il tempo scorre e anche l'estate volge la termine, lasciandosi dietro provviste abbondanti. Greenling scompare, ma da bravo folletto si ripresenterà la primavera successiva, con chissà quali altre sorprese.

Dopo Cane nero, Pinfold dà prova di grande abilità nel rappresentare questo mondo all'incontrario in cui l'abbondanza non è frutto del lavoro, ma della spontanea generosità della natura: tanto sono alti e allampanati i protagonisti umani, altrettanto sono rotondi i frutti della terra e Greenling, bimbotto grassottello e compiaciuto. Tonde le zucche, le angurie i pomi, rotondi i girasoli, tonde le guance del bambino. Un albo illustrato tutto improntato ai toni dal verde al marrone, i colori della terra e dei suoi frutti. 
In questa storia, scritta in rima, la natura si riprende la sua aura magica e fa bene il signor Orzodoro, così anziano e stanco, a prendere questa stagione di improvvisa e inaspettata abbondanza come un dono, senza farsi tante domande e senza chiedersi perché. Madre natura, ogni tanto, è così generosa da placare ogni contesa e concede al mondo degli uomini una tregua. Poi finirà, ma non è detto che dietro l'angolo non si celino nuove magie.


Un sogno, forse, l'illusione di un mondo in cui tutto è un inarrestabile proliferare, basta tendere una mano, accogliere con grazia un gentile folletto per riceverne i doni.
Lettura per bimbi appassionati di natura, dai cinque anni in poi, e per sognatori di tutte le età.

Eleonora

La stagione dei frutti magici”, L. Pinfold, Terre di mezzo editore 2016


mercoledì 24 giugno 2015

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)

CAMBIARE ARIA

Little Boy Brown, Isobel Harris, André François 
The Enchanted Lion 2013 


Bambino newyorkese di buona famiglia, il piccolo Brown trascorre gran parte delle sue giornate in compagnia di maggiordomi e addetti agli ascensori di servizio nel vasto ed elegante edificio in cui abita con i suoi genitori. Un labirinto verticale i cui sotterranei immettono direttamente nei corridoi della metropolitana, tantoché babbo e mamma non hanno bisogno di uscire all’aperto nemmeno quando vanno a lavorare. Un sofisticato sistema di raccordi, saliscendi e inabissamenti – la città! - li travasa direttamente in ufficio senza bisogno di mettere il naso fuori. Anzi, se e quando capita loro di uscire per strada… facilmente prendono il raffreddore.
Così, quando il piccolo Brown ottiene di poter accompagnare la governante Hilda fuori città per andare in visita dalla famiglia di lei, la cosa assume i caratteri di una vera epopea. Una sortita - in tutto e per tutto - fuori dal comune, un’avventura dall’A alla Z. 

Dopo un lungo tragitto in autobus, l’energica Hilda trasborda il pargolo in un contesto assai più a misura d’uomo. Alla stazione dei bus li attende il fratello di lei, un simpatico poliziotto che li conduce in automobile fino al cottage di famiglia, dove senza nemmeno conoscerlo la madre di Hilda sbaciucchia il nuovo arrivato con empatico slancio. Una prima meraviglia lo attende, una rampa di scale che porta alle camere da letto e che può addirittura salire e scendere senza bisogno di ascensore, solo muovendo i piedi. C’è poi da recarsi nella legnaia per fare rifornimento di ciocchi da ardere e, in cucina, bisogna giusto dare una mano alla mamma di Hilda, che non sa come smaltire un surplus di glassa se non dandola in pasto all’euforico ragazzino. E che dire del canarino che svolazza libero per casa allietando tutti col suo canto? E del cagnone che può uscire senza guinzaglio e quando vuole, sempre desideroso di coccole?
A mezzogiorno, quando il padre di Hilda rientra dopo aver chiuso la sua bottega di droghiere, la famiglia può concedersi uno scambio di chiacchiere, hanno molto da raccontarsi (e, da immigrati quali sono, possono farlo persino in due differenti idiomi!). Dopo pranzo arriva la neve, è bello stare seduti davanti al caminetto mentre la vecchia signora sferruzza e, quando Hilda ha finito di rigovernare la cucina, si può andare fuori a fare un bel pupazzo di neve. E all’ora del tè, è incredibile poter proseguire la conversazione davanti a una grande torta di cioccolato e facendo conversazione niente meno che con un poliziotto in carne ed ossa.


Arriva l’ora della partenza, baci e abbracci e il poliziotto riporta Hilda e il bambino alla fermata del bus. E’ amico del conducente e gli presenta il piccolo Brown, che si sentirà molto fiero di essere il solo a conoscerlo in mezzo agli sconosciuti che via via salgono e prendono posto accanto a lui. Una volta in città, gli spazzaneve hanno già cancellato il poetico manto bianco e quando si ritrova in ascensore, è talmente affollato che il piccolo Brown non riesce suo malgrado a raccontare al portiere della magnifica giornata trascorsa. Ma la sera, grazie a Hilda che fa finta di trovarlo già addormentato, il bambino può almeno saltare il rituale del pigiama e acciambellarsi tenendosi addosso i panni con cui ha trascorso ore indimenticabili. Tutto quello che desidera è prendere sonno fingendo di essere ancora nel piccolo cottage in mezzo alla neve…


Un racconto sull’importanza di uscire allo scoperto, in tutti i sensi. E di misurarsi con una dimensione di vita meno “inscatolata” di quella che fatalmente ci tocca stando in città, forse anche meno… borghese. Una dimensione di vita più diretta, osmotica e integrata. Una storia semplice, senza colpi di scena, ma intrisa di un garbo raffinatissimo, dovuto soprattutto alla bravura di André François. Il testo, volutamente elementare (il resoconto di una giornata speciale narrato in prima persona dal suo giovane protagonista) fa da sponda al tratto sempre veloce, fluido, brioso, elegantemente grafico, essenziale e guizzante al tempo stesso di un artista pieno d’ironia e di sagacia. La mano si muove con estrema naturalezza quando deve cogliere la prospettiva vertiginosa di un incrocio metropolitano come quando tratteggia una fisionomia. E l’approccio è sempre divertito, empatico, sornione. François coglie la realtà con uno sguardo d’insieme istantaneo, ma anche capace di svelare il dettaglio, tutto ciò che osserva sembra piacergli, fa scivolare lesto il pennino sul foglio e con pochi tocchi di acquerello marroncino rende l’effetto più caldo e vivido. Il suo è un gioco pieno di consapevolezza, la facilità – quasi bozzettistica - con cui rende gl’interni, le fisionomie e gli scorci cittadini, si basa in verità su un’osservanza molto scrupolosa delle regole della narrazione e della composizione. E sa comunicare con grande efficacia lo stupore grato di un bambino che (forse anche dimenticando per un giorno d’essere figlio unico?) scopre un modo diverso di stare al mondo, abitudini che non richiedono troppi cerimoniali e paratie stagne, a contatto con le semplici cose che ci rendono altresì più allegri, partecipi e vivi. 

Daniela (Tordi)