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lunedì 3 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO.  
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo di un meraviglioso racconto di Saki.  
E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog.  
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera.  
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piediTutto cambiaVacanze o ancora Oltre il giardino.  Ma non è successo.  

LA COSA PIÙ IMPORTANTE È NON PERDERLI DI VISTA 


Qualche anno fa è successo che alcune tra le piccole case editrici di libri per bambini abbiano sentito forte l'esigenza di riproporre il proprio catalogo sotto forme editoriali diverse: principalmente i loro libri sono diventati più piccoli e più economici e, necessariamente, meno "rigidi". 
 Un albo illustrato, per come è fatto, è un oggetto necessariamente costoso, con la sua copertina cartonata, con il suo formato grande, che è il suo bello, è arrivato a costare cifre considerevoli nell'economia di un lettore medio (così come di una biblioteca scolastica o di una biblioteca tout court) e così è accaduto che siano nate collane di libri che sacrificassero un po' della loro misura consueta e un po' del loro essere più robusti di altri in cambio di un prezzo più contenuto e quindi accessibile. 
Sono nate così le collane di Babalibri, dei Topipittori, di Edizioni Clichy e qualche altra. 
Che sia stata una scelta vincente - economicamente parlando - non saprei. 
Di sicuro, per tutti coloro che hanno maneggiato i loro antecedenti, è corso rapido e fugace il pensiero:
sì, ma quando erano grandi era ben altra la percezione nel tenerli in mano, nello sfogliarli e leggerli da soli o di fronte a una classe o anche a un paio di bambini... 
Vero è che nelle loro versioni ridotte sono oggettivamente più "lievi": pesano meno, stanno in tasche o borse capienti e se ne vuoi comprare due invece di uno, forse lo puoi fare più serenamente. 
A qualche anno di distanza dalla loro nascita, sembra però che il fenomeno stia un po' rallentando... 
Nel 2026 non ne escono molti, a parte i Bababum, che continuano a costare 6 euro e misurare 15x19 centimetri. 
Vuoi vedere che derogare a due delle caratteristiche distintive e fondamentali che hanno fatto dell'albo illustrato quel preciso oggetto su cui grafici, autori e illustratori hanno sognato per decenni, non si è rivelato così tanto risolutivo per il mercato dell'editoria per l'infanzia? 
In tutto questo moltiplicarsi di formati e prezzi all'interno delle case editrici, sono arrivati anche gli orecchini di orecchio acerbo. 
Nascono nel settembre del 2025, quindi buoni ultimi.


Anche in questo caso si tratta di una collana, si tratta di libri che condividono il formato (14x21 cm), il tipo di rilegatura - continuano a essere tutti cartonati, non hanno mai lo stesso prezzo, ma sono un po' più economici dei loro "fratelli maggiori", seppure la differenza è di pochi euro. 
Questo è per dire che il primo criterio che ha portato a decidere di creare una nuova collana non è quello economico. Peraltro, la casa editrice ha già una sua collana in economica che accoglie tutti quei titoli che, forti di un buon successo, possono permettersi di perdere la loro costosa e rigida copertina - ma non il formato, se non impercettibilmente - per diventare libri meno costosi e in brossura: forse uno dei primi è stato In bocca al lupo (nel 2005) di Fabian Negrin e l'ultimo è Cosa diventeremo? di Antje Damm. 
Gli orecchini però sono un'altra cosa.


E soprattutto nascono da un desiderio diverso: nascono per affetto, sono frutto di una severa selezione, e poi sono piccole nuove edizioni che escono a mazzetti. Prima sei, poi tre e poi di nuovo tre. E via così. 
Si tratta di casi ben precisi, ovvero sono tutti libri che sono esauriti (alcuni anche da parecchio tempo) nel catalogo e che se venissero ristampati così come sono in originale, avrebbero un costo difficilmente sostenibile.
E da lì l'idea: troviamo un modo per salvarli dall'oblio, per far sì che non si perdano di vista, visto che sono 'pezzettini' imprescindibili del cuore di orecchio acerbo. 
Tra loro ci sono libri che sono stati in origine scovati anche da un lontano passato, oppure sono libri di esordienti pieni di talento, oppure ancora sono libri su cui all'epoca della prima uscita si è scommesso parecchio, perché erano libri belli, ma insoliti. 
Ma sia come sia, tutti loro sono libri che costituiscono il DNA di una linea editoriale: sono - in quota parte, ciascuno per sé - orecchio acerbo in carta e inchiostro. 
Facendo della facile ironia sul nome che li tiene insieme, si possono dire i gioielli di famiglia! Rinunciare al loro valore, perderli di vista, prima di tutto per la casa editrice stessa, sarebbe stato un vero dolore. 
Poi il pensiero va a loro: i collezionisti, i 'precisini' e quelli che amano cercare e poi trovare il senso più profondo delle cose. 
Gli orecchini sono per quelli che amano costruire con il tempo le loro raccolte, quelli che amano gli scaffali ordinati e per coloro che cercano di leggere attraverso le scelte di un editore la sua ragion d'essere. 
Dunque: per una questione affettiva interna, ma anche per tutti quelli che si sono persi gli originali all'epoca, per i collezionisti, per gli ordinati e per gli esegeti - ma anche per tutti gli altri ovviamente - circa un anno fa hanno ripreso a circolare i primi sei orecchini: A una stella cadente N.E. di Mara Cerri, Strisce e macchie N.E. di Dahlov Ipcar, Il bianco e il nero N.E. di Debora Vogrig e Pia Valentinis, Un gioco da ragazze N.E. di Alessandra Lazzarin, Il cane e la luna N.E. di Alice Barberini, e lui quello che chiude il cerchio con il titolo di questo post un po' sentimentale: La cosa più importante N.E.di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgard. 

Carla 

Noterella al margine. Per completezza dell'informazione, i successivi tre sono stati Gambipiombo N.E. di Fabian Negrin, Il Signor Ventriglia N.E. di Marco e Mirto Baliani, La riparazione del nonno N.E. di Stefano Benni e Spider.

lunedì 29 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL MOMENTO TOPICO

La grande nanna
, Kelly DiPucchio, Lita Judge (trad. Sara Ragusa) 
Il Castoro 2026 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Ancora un minutino davanti al lavandino 
per far splendere i denti e poi, felici e contenti... 
Tutti insieme da papà e mamma per la storia della nanna. 
Ogni topolino sceglie il libro preferito (e ci vuole tempo per questo rito!). 
La mamma li legge, nessuno escluso, ma prima che l'ultimo sia chiuso 
dormono tutti, mamma compresa. 
È riuscita l'impresa!"

Seee, lallero! Ma magari fosse vero! 
Trentotto topini che, a fine giornata, dopo aver cenato, dopo essersi fatti il bagno, messo il pigiama, lavati i denti, ascoltata la storia, aspettano "solo" il bacio della buonanotte per addormentarsi... 
Sulla quantità, trentotto sono un bel numero, statisticamente c'è sempre qualcuno che si fa venire in mente un diversivo prima di cadere addormentato: baruffe, calcioni sotto le coperte... 
Poi arriva immancabile la sete, naturalmente per tutti e trentotto. 
Poi, per gli unici due topi adulti, arriva il gravoso compito di ripristinare l'ordine di prima: con coperte e pupazzi.  Ma, silenzio, pare davvero che adesso finalmente si possa dormire. 
Già, peccato che si sia fatta l'alba! 
Ecco, è difficile ammetterlo, ma questa è la dura routine di due giovani genitori a cui la natura ha regalato una famiglia numerosa. 

Kelly Dipucchio è una macchina da storie. Americana, laureata in psicologia infantile e dell'età dello sviluppo nel 1989, dal 2004, anno in cui ha pubblicato il suo primo libro, ne ha sfornati ben più di quaranta e ha venduto più di un milione di copie in giro per il mondo. 
Naturalmente, anche qui come tra i topi, nella quantità, alcuni emergono. Uno di questi, Grace for President, è stato premiato come bestseller dal NYT e ha ricevuto ulteriori importanti riconoscimenti e, com'è naturale che sia, Kelly DiPucchio non perde occasione di ricordarlo in giro. 
Tutto questo è per dire che, statisticamente, i suoi testi non possono essere sempre dei capolavori indimenticabili (in Italia è stato pubblicato, con Nord-Sud, solo Gastone, altro suo grande successo). 
A vederli in sequenza, sono molto diversi l'uno dall'altro perché gli illustratori e le illustratrici, chiamati a raccontare per immagini quello che lei fa a parole, si avvicendano. 
La differenza in qualche modo, sono loro a farla. 

 
E quindi è un fatto che alcuni tra questi funzionino meglio di altri. E che alcuni abbiano avuto illustratori migliori di altri.
La grande nanna è uno di questi. 
L'idea di partenza ruota intorno al momento topico (!) dell'andare a dormire, ossia dell'accompagnamento da parte dei genitori dei loro piccoli verso il letto, verso il silenzio, verso la pace, verso il riposo ecc ecc. 


La routine è più o meno rispettata, la cosa che rende tutto un po' più comico del solito è il fatto che siamo in una tana di topi e che i topi, nella vita vera, sono prolifici: hanno sempre famiglie numerose. Quindi, con un testo piacevolmente in rima grazie a Sara Ragusa che lo ha tradotto ed adattato, tutto si gioca sulla quantità di gente che si agita sulle pagine. 
E ancora: a parte i due genitori che di nome non ne hanno, tutti i loro piccoli vengono ricordati, in elenco, ben due volte (con il cimento finale nei confronti dei lettori a ricordarseli tutti e trentotto). 
E anche questo può essere divertente. 


Ma il vero merito, come si diceva, sta soprattutto nelle illustrazioni. Lita Judge ha molto talento. 
E lo ha sempre dimostrato: da autrice e, come qui, da illustratrice. Anni fa uscì in Italia un suo bel libro, di tutt'altro genere: un libro pieno di mistero, inquietudine e tanto tanto nero. 
Adesso la ritroviamo a disegnare topini, in una colorata tana e in una movimentata serata. 
Lei prende molto sul serio il gioco che propone Kelly DiPucchio e crea quaranta diversi musi di topo, li veste in modo diverso tutti e quaranta! 
E soprattutto a tutti loro offre un dettaglio espressivo che diventa una piccola ribalta, per diventare riconoscibili nel mucchio agli occhi dei bambini lettori (che non vorranno andare a dormire...) 
E, come se non bastasse, li mette in sequenza in una galleria di ritratti che occupa entrambi i risguardi. La bellezza sta in questo loro essere tutti diversi! Per esempio, indugia sugli occhi talvolta speranzosi, sempre pazienti, ma anche stanchi di mamma e papà, assonnati e stremati. 
Come DiPucchio ha concesso loro un paio d'ore di sonno, altrettanto fa Lita Judge che dota loro di riconoscibili e comodi vestiti da casa e, rispettivamente, di una camicia da notte a fiorellini e di un pigiama a righe. E anche di un letto nuziale che si distingue per quei cuoricini. 
Insomma, a parte il testo divertente e musicale che terrà desti molti bambini, è il talento di questa grande autrice e illustratrice che segna la differenza. 
Sembra assurdo ma sono ancora una volta gli occhioni espressivi a rappresentare il marchio della Judge, Nel 2018 colpirono il pubblico quando disegnava Mary Shelley e il mostro, tragici e umidi nel vento e nella tempesta, e oggi restano altrettanto impressi quando li si vede accendersi sui musetti di trentotto topi instancabili e due che avrebbero bisogno di un paio d'ore di sonno... 


Carla

venerdì 26 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

La panetteria, Lucía Belarte, David Lorenzo (trad. Emma Vaccaro) 
Kalandraka 2026


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Papà si alzava molto presto per cuocere il pane, la pizza, i biscotti. 
Alle sette faceva le consegne alle panetterie e quello che avanzava lo vendeva in giro. 
I filoni emanavano un profumo delizioso, ma la gente del posto raramente si fermava a comprare qualcosa da lui. 
Quando arrivò l'autunno, i miei genitori impacchettarono tutte le nostre cose e le caricarono nel furgone. Ci trasferimmo in un paese dove speravano che gli affari sarebbero andati meglio." 

Certo la casa nuova era più grande dell'appartamento precedente e aveva una gran vista, dato che era su un cucuzzolo appena fuori dal villaggio. 
L'attività del fornaio riprese ma qui come in città nessuno comprava. 
E anche dopo aver girato per tutta la domenica nelle strade del villaggio offrendo alle persone assaggi del loro pane e dei loro biscotti, le cose cambiarono. 
Forse dipendeva dal fatto che loro erano diversi, erano lupi? Gli unici lupi in quel paesino di mucche, maiali e leprotti. 
Anche quando tutto il villaggio si allagò per la tempesta e l'unica casa a rimanere all'asciutto era quella del fornaio in cima alla collina, nulla cambiò. E anche quando, passati tre giorni, nel paese isolato dal fango, cominciava a scarseggiare il cibo, i paesani vollero assaggiare il pane del fornaio. 


Erano di nuovo sul punto di caricare i bagagli sul furgone per partire di nuovo in cerca di miglior fortuna quando una pecora si avvicinò... 

Beh, come potrebbe andare a finire questa storia, non sarà poi troppo difficile immaginarlo. 
Se per di più si tiene conto del fatto che la prima cliente sia proprio una pecora... 
Gli ingredienti sono tutti presenti; la famiglia di fornai, che è nuova e soprattutto diversa, viene guardata con sospetto dal resto della comunità. E per chi non l'avesse capito ancora, loro sono i primi e unici lupi in un paesino popolato da altri animali... 
Il loro continuo arrendersi e quindi spostarsi in cerca di miglior fortuna è un altro gancio simbolico della realtà che ci circonda. 


La mansuetudine nei modi, nelle azioni, nei goffi tentativi di farsi accettare da parte di fornaio e famiglia, il suo stesso mestiere, è simbolo. 
Insomma: il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, il desiderio di essere accettati, e di contro invece la diffidenza nei loro confronti, perché stranieri, - a guardarli, anche fisicamente diversi - sono le questioni, non esattamente nuove e originali nei libri per bambini, che attraversano questo albo illustrato. 
È probabile dunque che anche questo libro possa diventare strumento per ragionare sull'accettazione dell'altro da te. È di nuovo un libro in cerca di un destino segnato, o forse si potrebbe dire meglio cercato e voluto. 
Eppure. Eppure c'è qualcosa che lo rende più aggraziato di altri. 
E credo che questo qualcosa che mi solletica sia principalmente nelle sue illustrazioni e nel modo in cui si dipanano sulle pagine e le occupano. 
Innanzitutto il bianco e nero di una matita. 
Forse dipende dal fatto che è una tecnica familiare e riconoscibile all'istante dai nostri occhi. Ma subito dopo se ne percepisce la difficoltà: se utilizzata, come fa qui David Lorenzo, in cerca del chiaroscuro e di ogni volume, diventa una tecnica molto complessa e raffinata e soprattutto lunga e attenta. L'esatto contrario del gesto estemporaneo di una pennellata. 
Colpisce la copertina in cui si vede un cucciolo che preme le sue zampe su un vetro. Viene subito in mente - visto il titolo che è scritto più in basso - che il piccolo stia desiderando un panino in vetrina... 
E invece, no. Chi avrà modo di sfogliare il libro capirà che si tratta di un altro vetro, ma di un'analoga malinconia. 
Sono interessanti gli scorci, uno è addirittura una citazione (inconsapevole o no?) della tavola della Cenerentola di Innocenti. 
Interessanti sono i volumi che crea - dalle case vuote, alle botteghe, ai forni, passando per i cofani pieni di valigie - e la luce che li attraversa. 


Interessante è scoprire alcuni dettagli - compiacersi della passione per Keith Haring che si manifesta sui muri e nei portachiavi e compiacersi anche della presenza discreta di un fratellino minore. Lui, alla fine, forse lo hanno preso al nido comunale, dato che, nelle ultime tavole, sparisce allo sguardo. 
Chissà.

Carla

lunedì 11 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL SERISSIMO STRUZZO

L'esploratore, Michela Nodari, Andrea Antinori 
Glifo Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Qualche anno fa sono partito. 
Ho preparato tutto il necessario. 
Ho salutato chi dovevo salutare. 
Mi sono voltato indietro tante volte. 
Non sono mancate le lacrime 
ma dovevo farmi coraggio. 
Perché io sono un esploratore. 
E l’avventura è il mio mestiere." 

In un giorno qualsiasi, questo piccolo, almeno il più piccolo di tutti, si mette in cammino e si lascia alle spalle gli affetti. Supera la malinconia e comincia la sua lunga e tortuosa strada verso l'ignoto. 


Si perde numerose volte, incontra gente diversa: grandi, piccoli. Con alcuni fraternizza, con altri un po' meno. 
Poi, con altri ancora, stringe "forti alleanze" e condivide la grande avventura... 
Pericoli, ma anche belle novità. E via andare: lentezze, ma anche grandi velocità. 
E poi, in un altro giorno qualsiasi... 

In tutta onestà, devo alla cornicetta di fiori della copertina la prima ragione del mio interesse. Questo tipo di decorazione che ha riempito per anni i quaderni di legioni di bambini, all'interno del libro ha una sua eco in alcune pagine in cui la parte inferiore del disegno sembra uscire dalle pagine di uno di detti quaderni, quello di un bambino dotato nel disegno (quale è Andrea Antinori!): uno su tutti, il pattern di funghi e piantine. 
La seconda cosa che mi ha incuriosito subito dopo è lui, il protagonista. 
Una creaturina gialla, sorridente, con uno zaino in spalla a cui è attaccata una tazza da globetrotter. E il fatto che cavalchi uno struzzo.


La storia raccontata da Michela Nodari, il cui finale è l'altra cosa notevole che mi ricorda un po' l'Orso e i sussurri del vento di Marianne Dubuc, stride lievemente con i disegni di Andrea Antinori e questo è già di per sé un bene. 
Tra le righe del testo che è giustamente ridotto all'osso non è dato sapere nulla del protagonista, men che meno la sua età. 
In quello spazio muto si infila l'idea di Antinori di dare al protagonista quelle precise fattezze. 
Piccolo, sia per altezza sia per età, non identificabile con un bambino, ma piuttosto con una creaturina che ricorda un coniglio o un orsetto. 
Contrariamente alla loro timidezza, questo, come anche il suo più noto predecessore, Lorenzo di Anais Vaugelade, parte e va. E contrariamente alla migliore tradizione delle mamme chioccia, le due rispettive genitrici, li guardano allontanarsi, trepidanti, ma piene di fiducia e consapevolezza che sia giusto così. 
Antinori decide anche un po' di altre cose: chi sono quelli che l'esploratore si lascia alle spalle - mamma, papà e fratellone? - chi sono le persone alte e quelle basse. Decide che questo piccolo cavaliere senza paura cavalchi non un destriero ma un insolito e serissimo struzzo. 


Decide cosa fargli fare insieme, decide anche come sia il mondo da cui partire e quello da attraversare. Che sia uno solo e come sia fatto il personaggio con cui stringere le grandi alleanze. Su tutto questo Michela Nodari giustamente tace. 
E ancora, quali siano i pericoli a cui il testo allude, e cosa mettere nello zaino e come arredarne la casa, con telescopio e cavallo a dondolo. 
Va da sé che essendo un albo illustrato per bambini piccoli, in qualche modo i non detti del testo possano suggerire che il protagonista sia coetaneo dei propri lettori, così come lo raccontano le figure di Antinori, e che quindi faccia sorridere di tenerezza l'idea che la prima partenza risalga a qualche anno prima e che un esploratore, così come si dichiara, non abbia mai tregua veramente. 


Come capita spesso nei disegni di Andrea Antinori si possono perdere minuti a osservare i piccoli dettagli, i giochi di sguardi, le espressioni che mette in faccia a tutti gli abitanti delle sue pagine colorate. Ed è una gioia farlo!
 
Carla

venerdì 8 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ETA' D'ORO

Leopold. il mangiabriciole invisibile
, James Flora 
Bohem Press 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Leopold aspetta sempre che arrivi qualcuno 
che mangi i biscotti e faccia le briciole. 
Un giorno aspettò e aspettò. 
Un poliziotto camminava per strada. 
Un uomo arrivava a cavallo. 
Un treno fischiava passando. 
Ma nessuno di loro fece briciole. 
Poi arrivò Minerva..." 

E tutto cambia nella giornata di Leopold il mangiabriciole invisibile. 
E anche in quella di Minerva, una bimbetta senza denti davanti. 
Leopold, come unica traccia della sua presenza, lascia delle evidenti impronte che sono l'unico segnale della sua effettiva esistenza. Minerva invece a terra scarica un bel po' di briciole dei suoi biscotti alla vaniglia. Nasce così un meraviglioso sodalizio: Leopold la segue ovunque, le sparge briciole lungo il cammino e poi decide di salirgli in groppa per andarsene in giro. Ma la trasparenza di Leopold non aiuta e quindi tutti quelli che li incrociano pensano di avere le traveggole e scappano atterriti. 


Anche il giorno dopo a scuola, dove Minerva lo porta, le cose non migliorano. 
La fame di Leopold si fa sentire così decide di mangiare tutte le merende che incontra, pensando - ingenuo - che siano dei regalini per lui da parte dei bambini. 
Comincia così la loro avventura sempre più rocambolesca e travolgente che li vede attraversare la città: una bambina sdentata, ma piena di inventiva e una creatura invisibile (o quasi), ma dalla pancia mai piena. 

Questo libro ha 65 anni tondi tondi ma ha l'energia di un ragazzino. 
Per di più è uno dei rari casi di importazione di James Flora in Italia. 
Il suo primo libro arrivato da noi è stato Il giorno in cui la mucca starnutì (prima edizione americana nel 1957, poi importato nel 2011 da orecchio acerbo). 
Il secondo esempio è Che paura, nonno! (pubblicato per la prima volta nel 1978 negli Usa e pubblicato quindi qui da Cliquot nel 2020). 
E poi basta! 
Jim Flora, gigantesco artista, dalla musica alla pittura passando per la grafica e il design pubblicitario senza mai fermarsi, meriterebbe ben altra attenzione. Anche perché le sue storie, per come sono costruite e disegnate, hanno una tale energia interna, una tale comicità innata, una tale qualità estetica, che difficilmente passerebbero inosservate alle orecchie e agli occhi dei bambini... 


Sono, almeno due su tre dei libri tradotti, delle vere e proprie fabbriche di caos e della risata schietta. Quella stessa risata intrattenibile di fronte a un qualsiasi filmino di Stanlio e Ollio, per esempio. 
Nel Il giorno in cui la mucca starnutì Flora costruisce tutto su un inarrestabile crescendo che parte da un evento infinitesimale, ossia lo starnuto di una mucca, per poi arrivare a un pirotecnico gran finale, prima di riatterrare con il botto nella stessa stalla di partenza. 
In Leopold in meccanismo non è molto diverso: si parte da un piccolo fatto che, sebbene abbia del meraviglioso in sé, resta comunque circoscritto a delle briciole per terra. 
Ma da lì al decollo verso una irrefrenabile fame di questa creatura bastano davvero un paio di pagine. Parte così la comica: Leopold mangia merende, svaligia pasticcerie, saccheggia un alimentari, depreda una banca, salvo poi risputare tutti i bigliettoni tra i piedi degli onesti (!) cittadini, svuota un negozio di caramelle e, colmo dei colmi, si acchiappa anche il pranzo del commissario in caserma. 
Tutto questo avviene in Leopold come pure ne Il giorno in cui la mucca starnutì davanti agli occhi vigili di un infante. 


Minerva qui non lo molla, anche se il controllo le è un po' sfuggito di mano. Ed è a lei - a lei sola - che va il merito di trovare una soluzione per arginare il magnifico disastro. 
Ed è qui, sul finale che non svelerei, che succedono due cose che testimoniano la bellezza e in qualche modo anche la magnifica scorrettezza di quegli anni d'oro della letteratura illustrata. Ormai perduti, a meno che non editori sensibili e colti vadano meritoriamente a ripescare libri del genere. 
La prima cosa che succede è nel sapiente lavoro sul colore che, alla faccia delle solite pagine alternate con il B/N per risparmiare, sta lì a testimoniare l'arte di Flora. 
La seconda sta in quel finale che - ne sono certa - i bambini si godranno ridendo allegramente, mentre gli adulti, ameno i più politicamente corretti, preferirebbero diverso. E' un po' come se ci fosse tra i libri di quegli anni (penso al libro di Tresselt & Glaser, L'elefante più piccolo del mondo), tra quegli anni d'oro per l'albo illustrato, una sottile quanto tangibile linea di confine con i libri illustrati di questi anni (non tutti, ma parecchi), una linea di confine tra la libertà assoluta di invenzione di allora e una libertà sempre un po' condizionata di oggi... 


Si esulti dunque per l'arrivo di Leopold! 

Carla

lunedì 4 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MORIR DAL RIDERE 

Alla fine mangerò anche te, David Duff, Marianna Coppo 
(trad. Alessandro Zontini) 
Il Castoro 2026 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"E' proprio un bel giorno per essere vivi, vero Frank? 
Il migliore. 
SPLAT! 
Ehi, perché l'hai fatto? 
Scusa, non ho visto il tuo amico. 
Dovresti guardare dove vai. 
Mi spiace, lascia che mi faccia perdonare. 
Non importa. 
Ho delle cose da fare. 
STRISCIA STRISCIA 
Io e gli altri vermi lo mangeremo più tardi. 
Lo mangerete? 
Sì, te l'ho detto. Hai le nuvole nelle orecchie, lassù?" 

Conversazione a tre: un verme, un brachiosauro, il lettore/trice. 
Fino a poco fa cadeva una bella pioggerella, ragione per la quale i due vermi si compiacevano della situazione. Poi, la tragedia, così all'improvviso: il verme, Frank, perde il suo amico, che viene schiacciato inavvertitamente da un brachiosauro. I due, nonostante la differenza di dimensioni, dialogano: Frank è molto seccato e il dinosauro è molto contrito. Ma il verme ha una certezza: quel dinosauro sarà comunque mangiato dai vermi, e non tra molto, e non succederà il contrario, perché il brachiosauro è erbivoro... 
A parte questo battibecco tra i due, il verme chiarisce anche al lettore/trice, stupito, che saranno i vermi a mangiarsi il brachiosauro, e che anche per lui la fine sarà la stessa. E lapidario afferma: alla fine mangerò anche te. 
Non sono forse i vermi quelli che durante il ciclo della vita si occupano dell'ultimo stadio, e facendolo si rivelano degli ottimi rigeneratori? Non sono forse loro quelli che nella terra si nutrono di ciò che è in decomposizione, per poi trasformarlo in nuovi nutrienti fondamentali e necessari per la crescita e la moltiplicazione nel mondo vegetale (e quindi animale)? 
Tutto molto vero, ma resta un debito di riconoscenza che va onorato. E il brachiosauro non si sottrae, salvo un brevissimo momento di défaillance, fatale, ma non per Frank... 

Che il verme sia da sempre un animale sotto osservazione da parte dei bambini è fatto noto. Ed è forse per questo che trova un suo spazio onorevolissimo nelle letture per l'infanzia. 
Nel 2021 usciva La sfortunata vita dei vermi. Trattato abbastanza breve di storia naturale, più di duecento pagine di ironia e scienza che coabitano felicemente nel libro rosa di Noemi Vola (Corraini 2021). 
E adesso succede qualcosa di molto simile. 
Il formato non è quello enciclopedico, ma qui come lì, adesso come allora, è fatta salva la convivenza tra sense of humor e scienza. 


Il libro, pubblicato ovunque da editori di rango: dalla Cina al Portogallo, dall'Olanda agli States, è già un oggetto di culto. 
Tralasciamo l'aspetto più scientifico della faccenda e invece concentriamoci sul gusto sottilmente macabro che attraversa l'intera storia. D'altronde, visto che di morte e soprattutto di post mortem si parla, non poteva essere diversamente, se ci si vuole 'scherzare' un po' su. 
Tutto comincia con uno spiacevole incidente e con un primo morto. Il verme non piange la scomparsa dell'amico, ma al contrario, con una velata nota di cinismo, se ne serve per 'lavorare' sui sensi di colpa del dinosauro. 
Una volta spiegato al ragazzone che l'aver schiacciato un verme implica un peggior funzionamento dell'intero sistema, lo convince a sdebitarsi, montando di guardia per difenderlo da un predatore seriale di vermi: un uccello. 



Con una serie di esilaranti teatrini tra i due, si arriva al nocciolo della questione che finora è stato solo latente: il brutto presentimento che il verme nutre nei confronti del dinosauro... 


Questo modo di raccontare, che mi pare la cifra di David Duff, trova una sua perfetta eco nei disegni di Marianna Coppo e nel design  di Orith Kolodny che si allineano fin da subito a quel tono così ironico e sempre un po' nero. I dialoghi sono costruiti in modo essenziale: neretti, corsivi e poco altro. Accelera con pagine suddivise in sequenze di piccole tavole, che ricordano il ritmo del fumetto classico, per poi riprendere fiato in tavole doppie, zooma sulle espressioni, cambia prospettive, ma soprattutto riempie i suoi disegni minimali di una miriade di dettagli che, individuati, fanno "morir" dal ridere. 

Carla

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

venerdì 17 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE A PEZZI

Il piccolo robot
, Joe Todd-Stanton (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel profondo di una discarica... ... un piccolo robot rotto si risvegliò. 
Non ricordava come fosse finito laggiù, ma sapeva che non era dove avrebbe dovuto stare. 
Perciò iniziò a camminare. 
Camminò sotto pericolanti torri di spazzatura, superando cumuli di macchinari fuori uso e astronavi abbandonate... ... finché arrivò davanti a un muro. 
Nel muro c'era un'apertura..." 

Al di là del muro c'era il mondo, ovvero un sacco di persone che andavano e venivano lungo le strade. E nel vederle il piccolo robot comincia a ricordare. Anche lui aveva una persona, ma a ritrovarla proprio non riesce. Tuttavia passando davanti alle vetrine di un negozio di giocattoli, pieno di robottini simili a lui, ma soprattutto alzando lo sguardo su un manifesto pubblicitario torna a galla un altro pezzettino del suo passato: ricorda quando era stato regalato, ed era diventato così l'inseparabile compagno di giochi di un bambino. Ma ricorda anche che quando dopo un po' era arrivato un modello più evoluto di robot quello stesso bambino non ci aveva pensato due volte e da lui si era separato, senza grandi drammi. 
Ed è infatti con questo giocattolo nuovo che alla fine, ritrovata la sua antica casa, dai vetri delle finestre lo rivede, quel bambino. Ma è con la versione pro di se stesso che adesso passa il suo tempo libero. 
Come può lui, mezzo rotto com'è, competere con un robot più evoluto e soprattutto nuovo fiammante? 
Da qui, il passo verso il ritorno in discarica è breve.


Lui è a pezzi, anche nel senso letterale, ma deve rassegnarsi... 
O no? 

Uno dei più bei libri che io abbia letto e che magicamente mi si è stampato nella memoria è Kosmos di Matteo Meschiari e Roger Olmos. Oggetto molto diverso da questo: un libro per lettori più grandi: 120 pagine di racconto che all'epoca mi parve corretto definire epico.


Nonostante questa grande diversità di linguaggio e di forma Kosmos di Meschiari/Olmos con Il piccolo robot condivide un bel po' di cose. 
Se li lego come due sottili cavi elettrici, i due libri fanno scorrere dentro di sé la medesima corrente e producono entrambi la medesima energia luminosa che li fa splendere. 
In primo luogo l'ambientazione di partenza, come pure i due personaggi guida che potrebbero essere "fratelli" di sventura: entrambi sono ravatti abbandonati su un cumulo di ferraglia apparentemente inservibile, come lo sono loro, e giacciono lì, legati da un destino comune, nell'ultimo dei luoghi del mondo civile: la discarica. 
Sono due robot, anche se nelle fattezze sono differenti. 
Tuttavia entrambi non condividono - se non in parte - la condizione umana. 
Mi spiego, sono capaci di provare emozioni e sentimenti, ma nessuno dei due può considerarsi umano al cento per cento... 


E a proposito di umanità, qui come lì se ne può cogliere un interessante spaccato antropologico: da persone che sono sempre in cerca di qualcosa di nuovo da avere per le mani a persone che invece del rottame sanno riconoscere il valore e sanno apprezzarne ancora un senso, una possibile esistenza. 
Tanto lì come qui si attraversa la fine per arrivare a un nuovo principio... 
Tanto lì come qui si fanno bei ragionamenti su questioni come quella della memoria che si fa ricordo. Tanto lì come qui molto ruota intorno al concetto di amicizia. 
Tanto lì come qui il tono è quello di un racconto frutto dell'immaginazione, che però nasconde un nocciolo di senso che arriva con la giusta lentezza. 
Tanto lì come qui la stratificazione dei significati e delle questioni che il mero racconto pone davanti ai propri lettori è palpabile. Il che li accomuna sotto il medesimo grande ombrello delle buone storie. 
E ancora: tanto lì come qui si percepisce una grande ventata di potenziale futuro, che dentro libri per bambini e ragazzi non fa mai male. 
Dal punto di vista visivo, i due libri non sono paragonabili. Ma è anche corretto che sia così. 


Chissà se farà sorridere molti dei lettori adulti che lo leggeranno l'iconografia che Todd-Stanton ha voluto evocare nelle due cercatrici di rottami e nel loro habitat? 
Personalmente, essendo stata testimone e anche parte di quell'era geologica passata, mi sono intenerita parecchio a guardarle: loro davvero sopravvissute come due rarissimi esemplari di dodo. 

Carla

lunedì 13 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I - CONICO! 

Cose perse, Paolo Valsecchi, Guridi 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Mi sono perso 
Dimmi di più 
Ho perso la strada 
Punta alla meta 
Ho perso la bussola 
Segui le stelle 
Ho perso gli occhiali 
Ti guido io 
Ho perso tempo 
Hai fatto bene 
Ho perso la testa 
Bello, vero?" 

Perdere la pazienza, perdere la ragione, perdere il filo del discorso, perdere le parole, la voce, il sonno...E anche il treno. 
Questo è quello che racconta una delle due voci. Alla quale risponde, in una sorta di controcanto, una seconda. Al malessere della prima si offre un secondo punto di vista, che ogni volta risponde, rassicurante, suggerendo con garbo un diverso modo possibile di attraversare la situazione e lasciarsi alle spalle la pesantezza. Un diverso modo di vivere il distacco: un'opportunità differente di vedere le cose. Nella quarta di copertina, c'è la risposta a ogni lamento per essersi smarriti, per essersi persi per strada gli altri o anche pezzi di noi stessi. 

Perdere, qualcuno qualcosa, e perdere anche sé stessi crea smarrimento, mancanza, disagio, dolore. Non mi riesce proprio di vederla diversamente. Dipenderà, personalmente, dal fatto che perdo malvolentieri.


Perdere qualcosa e qualcuno in linea di principio e nell'accezione comune della parola è un'esperienza negativa, ma non si potrà non essere d'accordo con la seconda voce che ha il merito di spostare sempre un po' la prospettiva. E tutto sommato, se le si dà ascolto, l'orizzonte si potrà aprire in modo che possa diventare qualcosa di diverso. Quello che poteva ridursi a essere una sottrazione, una mancanza, un vuoto diventa una speranza, un'occasione, una possibilità. 
Un nuovo inizio. 
In questa chiave, un mucchio di anni addietro, faceva bene Antonella Abbatiello a consolarmi perché avevo perso qualcosa di mio, perché mi si era rotto qualcosa - neanche più ricordo che cosa - e avevo dovuto per forza separarmene. 
Le sue parole di allora - quelle sì, mai dimenticate - mi ricordano quelle di Valsecchi ora. 

Per vedere quanto un libro con le figure valga veramente, si può fare la prova di come testo e figura dialoghino (o battibecchino) tra loro. E per farlo, può avere senso "leggerli" in modo separato. 
Valsecchi, è chiaro fin da subito, crea un dialogo serrato tra due voci: una scoraggiata e l'altra piena di fiducia. Una delle due voci, pare di sentirla, è sommessa, l'altra è solida. Uno dei due protagonisti guarda in basso, l'altro spazia lontano. 
E cosa fa Guridi per dare forma a questo difficilissimo dialogo? 
Sceglie un oggetto i-conico (!), ossia un imbuto.



Anzi due, anzi tanti. E li colora di arancione. Ancora una volta, l'arancione. 
E li sposta sulla pagina. E li mostra da angolazioni ogni volta diverse. E li moltiplica e poi li nasconde. Li rimpicciolisce e li rende enormi. 


Ma soprattutto li mette in dialogo con uno, anzi con entrambi i personaggi. Due uomini. E anche loro, li colora. Ma di nero e di grigio. Ancora di nero e di grigio. Spesso è uno solo ad occupare il foglio. Ed è lì che si flette, si sdraia, si accuccia, si siede, si guarda l'ombelico. 
Ma con gli imbuti fa anche di più. Ci gioca, ovvero se ne serve. Guridi, come potrebbe fare un bambino, di quell'oggetto ne studia la forma, il profilo e ne riconosce molte altre letture: diventano occhiali, diventano amplificatori, diventano megafoni, diventano clessidre, diventano grandi e poi piccoli, diventano tanti da uno che era. Si capovolgono, si orientano nelle mani di quegli uomini in nero. 
E il lettore è chiamato a ogni giro di pagina ad aspettarsi qualcosa di inatteso, è chiamato a leggere l'oggetto messo in relazione con il testo, il suo gioco di forma poliedrica che può essere capita in molti modi diversi. 


Ma nei risguardi, ovvero nella loro sequenza, nel loro segnare un prima e un dopo, nella loro differenza sulla quale è necessario tacere, c'è il senso che Guridi parrebbe voler cogliere, dopo aver ascoltato quei due dialogare. Una sorta di sua morale della favola... 
Come sempre, lui è il gigante che è! 

Carla