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mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

mercoledì 25 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LO SGUARDO CHE PARLA 


Sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, abbiamo ospitato in libreria Virginia Clericetti per la presentazione dell’albo Il più grande spettacolo che ha illustrato per Orecchio Acerbo, sui testi di Luigi Dal Cin. 
Virginia abita qui vicino a noi, e ci siamo conosciute in libreria. L’avevamo già ospitata per il suo debutto come illustratrice, sempre con Orecchio Acerbo, con il libro Di cosa hai paura? con il testo di Carola Susani. 
Il dialogo di sabato è parso interessante non solo per fare un focus sul lavoro di Virginia, e su questo nuovo albo in particolare, ma soprattutto sul rapporto tra immagine e testo, piedistallo su cui si innalza l’essenza stessa degli albi. 
Il più grande spettacolo racconta di un uomo che pare vivere su una panchina, raccontato con gli occhi di una bambina che tutti i giorni lo vede durante il suo tragitto verso scuola: suo papà lo definisce ‘invisibile’. Da questa invisibilità la bambina comincia a fantasticare: e se l’uomo fosse un giocoliere, un clown, un mago? Perché solo i maghi sanno rendersi invisibili.


Quando incontro un’illustratrice di un albo, le mie riletture del libro sono in funzione delle domande che il libro mi porge e pongo maggiore attenzione sul rapporto tra la storia narrata con le parole e quella narrata con le immagini. 
La prima evidenza è stata lampante: Virginia aveva creato un suo proprio mondo immaginifico che dialoga perfettamente con un testo ricco di riferimenti a oggetti (le bottiglie abbandonate sotto la panchina) o a situazioni (l’uomo come protagonista di uno spettacolo). 
Leggere il testo di un albo senza guardare le immagini è un esercizio molto interessante da fare. 
Quindi la mia prima domanda è stata proprio qual era stata la sua reazione alla ricezione del testo. 
Spaventata, risponde onestamente Virginia. E le credo. L’argomento molto delicato unito alla suggestione evocata dalle parole riguardo al mondo dello spettacolo avrebbe potuto far inciampare chiunque nello stereotipo. Ma non lei. 
Ha cominciato subito a ragionarci cercando di lavorare su piani non scontati. Ci ha raccontato che è stato importante per lei un libro che leggeva coi suoi fratelli da bambina Il Clown di Dio di Tomie de Paola (Jaka Book) da cui ha preso ispirazione. 
Il primo lavoro difficile che ci ha raccontato è stato quello legato all’invisibilità. L’uomo c’è, ma non c’è. Virginia ci ha raccontato di come abbia attinto questa suggestione da alcune performance fatte durante il lockdown in cui alcuni bambini erano dipinti come gli sfondi di fronte a cui stavano. 
La seconda difficoltà è stata dettata dalla presenza nel testo di oggetti, come per esempio le bottiglie. Come farle diventare qualcosa d’altro, di magico, di spettacolare? 
Farle diventare stelle. 
Noto che il suo uso ritmico della scansione delle tavole è impressionante e generoso. Utilizza più volte tavole tagliate orizzontalmente e verticalmente a dare ritmo, a segnare un tempo che è sempre un tempo altro: tempo dell’immaginazione della bambina, tempo della magia che ferma e allunga e gioca. 


A queste tavole spezzate si alternano tavole a tutta pagina, larghe, ariose, spaziose, aperte. Spiazzanti a volte. 
Una terza caratteristica che amo molto del lavoro di Virginia è lo ‘sguardo in camera’. Ben presente nella copertina del suo primo albo, si manifesta anche in questo, chiaramente nella prima doppia pagina del libro. 


In questa pagina lo sguardo della bambina aggancia il lettore, portandolo subito dentro la storia e in qualche modo facendolo aderire alla figura dell’uomo invisibile. Lo sguardo della piccola è esattamente quello dei bambini che guardano e che mentre guardano domandano con tutto il corpo. Che precisione, che esattezza. 
Ce ne sono molti di sguardi rivolti a noi lettori in questo libro, anche se il più bello, il più forte è quello della doppia pagina di spettatori. 
Tra la pagina di sinistra e quella di destra passano pochi secondi (di nuovo il tempo dilatato), ma allo stesso tempo leggiamo distanza e continuità, come si vede dai passaggi curati tra una tavola e l’altra, disegnati appunto in continuità. 
Mentre parlo con Virginia del libro, alzo lo sguardo e ritrovo almeno la metà delle persone rappresentate in queste pagine. Il suo mondo familiare, intimo, di vicinanza è lì. Mi guarda dal libro e dalla realtà. 


Ultime due notazioni. 
Le pagine finali portano il libro ancora più lontano. Virginia dice che gliele ha donate Fausta Orecchio, le ha detto continua la storia che hai iniziato con le tue illustrazioni e lei lo ha fatto in modo magistrale. Non ve le racconto perché le dovete vedere dal libro: sono tre doppie pagine che di nuovo si chiudono con uno sguardo potente. 
Ho detto a Virginia che mi ricordano il lavoro di Anthony Browne, mi parevano quasi un omaggio e lei ha confermato il suo amore nei confronti dell’autore britannico. 
Ultima ultimissima cosa. 
A un certo punto del libro c’è una pagina diversa dalle altre, in cui il nostro uomo invisibile lancia con bravura estrema le bottiglie in aria, passeggiando lungo un cerchio. Si chiama fenachistoscopio e Virginia lo ha riproposto ai fortunati che dopo la presentazione si sono fermati per il laboratorio. 
Se si fa ruotare e ci si pone davanti allo specchio, vedremo l’uomo fare il suo spettacolo. 


Le illustrazioni di Virginia sono matite colorate su fondo a olio. 
Per le illustrazioni degli spettatori ci ha messo circa 50 ore: le ho chiesto quante ore ci aveva messo perché si vede che è un lavoro immane. E non sempre i lettori ne sono consapevoli. 
La sua capacità di costruire mondi a partire da un testo di altri è sbalorditiva: lei riesce sempre ad aggiungere, al di là del valore estetico, ulteriore senso a quel libro, a quella storia. 
E quegli sguardi diretti al lettore si impiantano nel cuore. 

Valentina 

Il più grande spettacolo, Luigi Dal Cin e Virginia Clericetti, Orecchio Acerbo 2026

mercoledì 25 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

WHERE ARE YOU? 

Tra le figure magiche del folklore europeo, lo gnomo è quella con cui l’umano condivide di più: certo è molto piccolo e vive molto a lungo, ma ha una struttura corporea simile alla nostra, analoghe strutture familiari, cammina eretto, non dispone di arti magiche ma utilizza tecnologie e collabora con gli animali. Questa rassomiglianza, pur essendo la base del suo fascino, rischia anche di renderci insensibili a quei particolari che ce lo farebbero conoscere davvero. Succede questo, quando le differenze sono sottili: si tende a non vedere, a semplificare, a ricondurre tutto a ciò che conosciamo meglio. 


Con “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi da città” ci troviamo di fronte a una versione più attuale del classico “Gnomi”. Apparso nel 1976, “Gnomi” si presentava come un vero e proprio trattato enciclopedico (il primo in età moderna, stando alle fonti!) che restituiva un’approfondita ed esauriente ricerca sugli gnomi: dimensioni, cenni storici, aree geografiche di diffusione, aspetto fisico e fisiologico, usi e costumi. Questi gnomi – accuratamente osservati, descritti, misurati, rendicontati - erano quelli della foresta, un contesto oltre-soglia che li confinava in un altrove immaginario. La loro esistenza, pur prendendo corpo e sostanza grazie alle spettacolari illustrazioni iperrealistiche, rimaneva (e rimane) magica e fatata proprio grazie alla sostanziale impossibilità di verifica. 


In “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi da città” l’illustratrice Loes Riphagen adotta lo stesso taglio fanta-divulgativo e la stessa minuziosa attenzione per documentare tutti gli aspetti che caratterizzano la vita quotidiana di queste piccole creature: tecnologie, strumenti, struttura familiare e abitudini domestiche; la quotidianità insomma, i rapporti con gli insetti e i piccoli animali, gli spostamenti, i pericoli e le strategie per evitarli. Ma visto che il piccolo popolo, quello che un tempo viveva nei boschi, si è spostato nei paesi e nelle città, è lì che l’albo ci porta: tra case, strade, giardini. Posti che frequentiamo abitualmente, che crediamo di conoscere e magari persino di controllare. 


In più, a fare da guida non è – come nel caso di “Gnomi”- un illustratore adulto in avanscoperta per conto degli umani e a sua volta condotto da un autorevole gnomo altrettanto adulto. Per noi c’è la piccola Kik, è una gnometta ragazzina esperta della propria realtà quel che basta per raccontarla, ma ancora dotata della necessaria meraviglia per farci davvero entrare, aprire bene gli occhi e vedere. 


Ad esempio la faccenda delle mani: sembrano tanto simili alle nostre, eppure gli gnomi di città hanno quattro dita. E la questione del cranio: quello degli gnomi cresce per tutta la vita all’interno del noto berretto rosso, finendo per assumerne la stessa forma conica. E per quanto riguarda l’ombelico: se a noi sembra ovvio che stia sul davanti, per Kik, ecco è altrettanto ovvio averlo sulla schiena. Più cose veniamo a sapere sulla vita degli gnomi di città più aumenta anche la consapevolezza di non conoscere del tutto quei luoghi che consideriamo “nostri”.


Non è facile per nessuno vedere davvero la realtà di ogni giorno. Distinguere come specifico quello che appare come scontato, realizzare quanto sia sorprendente quello che si ripresenta ogni giorno uguale, e misterioso quello che tende a essere fatto rientrare nell’ordinario. E intendo: la propria stanza da letto, la propria tazza della colazione, il tragitto casa scuola, gli insetti che evitiamo (chissà poi perché?). Anche le minutaglie in cui ci imbattiamo in ogni momento del giorno: i bastoncini del gelato, i frammenti di elastico, i tappi a corona delle bottiglie: forse sono molto di più che semplici rifiuti da scostare con la punta del piede. 


Questo albo lavora in direzione contraria: informa per moltiplicare i possibili accessi allo stupore, accumula particolari per indebolire il confine dell’oggettività delle cose reali, fornendo attraverso il linguaggio pur preciso della gnoma narratrice gli strumenti per esercitare attivamente la meraviglia. Perché tutte le cose potrebbero non essere solo quello che sembrano. Ogni frammento potrebbe essere un tesoro. Tutti i pertugi e gli angoli inaccessibili potrebbero essere soglie. E chissà poi cosa succede davvero, sotto i gradini e tra gli interstizi dei muri, oltre le pareti di casa e sotto i pavimenti. 


Stando a Kik, gli gnomi sono reali e vivono tra noi, dove noi non riusciamo ad arrivare, utilizzano lo spazio che è anche nostro ma ad altezze diverse, con altri strumenti e altre sensibilità. Ed è nell’esperienza straniante di questo spazio prossimo che esula dal nostro dominio, che si amplifica la possibilità di ricominciare a osservare le cose con uno sguardo più attento. Cosa ne è di una semplice passeggiata quando si viene a sapere che tombini e grondaie potrebbero essere l’ingresso di una dimora degli gnomi di città? Cosa diventa una scala, una volta saputo che sotto i gradini potrebbe abitare un’intera famiglia di gnomi? E quanto a lungo è necessario osservare un uccello che sfreccia nel cielo, se si ha il sospetto che sulla sua groppa potrebbe starci un minuscolo scolaro?


Particolare attenzione viene data ai travestimenti e alle metodologie che consentono di passare tra gli umani senza farsi vedere. Che sia da topo o da corvo, il travestimento viene annoverato tra le dotazioni di uso quotidiano. È qui che l’albo si sdoppia: raccontando di fatto la necessità dei piccoli – gnomi o bambini - di attuare un mascheramento a salvaguardia della propria integrità in un contesto di convivenza così prossima.
 

Non sarà un caso che, in mezzo alle dettagliate informazioni rese per buone e definitive da Kik, l’illustratrice consegni al lettore con apparente leggerezza l’unica domanda di tutto l’albo, la più trasversale: where are you? Dove sei? Una richiesta di collocazione che non riguarda soltanto gli gnomi, poiché la risposta, la definizione del nostro posto nel mondo procede di pari passo con l’individuazione puntuale e accurata degli altri, quelli che non fanno parte della quotidianità individuale ma che la percorrono assieme a noi, fianco a fianco, lontani eppure vicinissimi. Basta pensare agli animali delle città, alle diverse etnie che della stessa città fanno un uso diverso, basta pensare ai bambini, all’inaccessibilità di quel mondo piccolo che scorre assieme a tutti gli altri, dappertutto, con i propri usi e costumi e tradizioni trasmesse tra pari. Un mondo parallelo, forse davvero troppo simile al nostro, che presenta sottili differenze e che per nostra fortuna, conserva un carattere indomabile capace ancora di mettere in discussione chi crede un po’ troppo di aver visto tutto. 


Giorgia

 “Tutto quello che c’è da sapere sugli gnomi di città”, Loes Riphagen, (Trad. Valentina Franchi), Terre di mezzo 2025
“Gnomi”, Wil Huygen, Rien Poortvliet, (Trad. Maria Duca Buitoni), Mondadori 2018 


mercoledì 18 settembre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COME FANNO LE COSE A SPARIRE, 
COME FANNO A TORNARE... 

Qualche giorno fa dovevo travasare l’olio. 
Dopo aver predisposto sul piano da lavoro tanica e bottiglia ho allungato la mano per afferrare l’imbuto. Mi aspettavo fosse dove normalmente avrebbe dovuto essere. Invece, con mio grande disappunto, lui non c’era. Al suo posto, un mestolo, un colino e una grattugia, e un imbuto, sì, ma per le marmellate, con l’imboccatura bella larga e inservibile ai miei scopi. Dove era l’imbuto per i colli stretti? Ho cercato nel cassetto degli arnesi per la cucina, in quello delle posate, nello scolapiatti, nella lavastoviglie, negli armadietti dei piatti e dei bicchieri, ho chiesto a mio figlio che non lo aveva visto, e nemmeno gli altri della famiglia sapevano nulla della sparizione. Alla fine ci siamo ritrovati tutti in cucina, davanti all’asta di metallo da cui penzolano in bell’ordine mestoli, passini, fruste e pelapatate, attoniti e pure un po’ indispettiti. 
Ma come diamine fanno, certi oggetti, a sparire? 
Questo dovevano esprimere le nostre mandibole sganciate. 
Eppure, dovremmo saperlo: si smette di vedere così, per abitudine, quando la mente smette di sorprendersi e dà per assodato che una cosa sia fatta come è fatta, che un oggetto sia lì dove deve stare, che certe premesse debbano condurre prevedibilmente e logicamente a certi risultati. Si smette di vedere quando l’occhio, prese le sufficienti misure, dismette la sua esplorazione per passare a una sintesi (apparentemente?) superiore, scambiando quel frammento di meraviglia che riverbera in ogni filo d’erba per il concetto più esteso di prato, e per praticità si profonde in un’astrazione che fagocita il dettaglio a vantaggio della generalità. 
È lo sguardo adulto, bellezza. Così si smette di vedere. 
Ma come si fa a tornare indietro? 
Un’idea potrebbe essere camminare, come succede nel romanzo “L’occhio della montagna.” 


La storia inizia così: una giovane coppia si trasferisce nella campagna irlandese con l’idea di lasciarsi alle spalle città, frenesia, le rispettive famiglie, le incomprensioni, i dissapori. Protetti dal reciproco amore, Sigh e Bell cominciano una nuova vita e pongono al centro dei loro desideri il proposito di salire, prima o poi, sulla vetta del monte che vedono quotidianamente dalla loro finestra. Per questo iniziano a camminare, accompagnati dai loro fedelissimi cani Pip e Voss: per conoscere i dintorni, per allargare lo spazio conosciuto dai loro passi, per trovare in tanta ampiezza il sentiero… 


Le frasi descrittive procedono tambureggiando con la precisione di un radar, e restituiscono al lettore non solo il territorio e la casa, il mutare delle stagioni, delle luci, degli odori, l’acquisizione di gesti consueti e rituali, ma anche il minuzioso brulicare tutt’intorno… 


L’elencazione indefessa di erbe, oggetti, temperature e percorsi assume curiosamente la forma di una contemplazione che procede per ingrandimenti, come se la fatidica camminata in cima al monte non fosse tanto un’ascesa, quanto un ingrandimento, una digestione concentrica e discendente verso un centro focale possibile unicamente per ripetizione e prossimità. Un risveglio dello sguardo, dunque, un ritorno della capacità di vedere e quindi un ribadire delle entità esterne e reali che ci circondano. 


Punto a punto il paesaggio che circonda Bell e Sigh oltrepassa i confini puramente concreti del sentire e tramuta quello che è fuori in una questione intima. Le piante, l’orto, lo stato dei muri, la presenza del contadino: tutto è una alfabetizzazione ad opera del territorio che a furia di essere rilevato e impresso dalla retina, dall’olfatto, dalla pelle, prende e tiene Sigh e Bell, saldamente, nell’esperimento della realtà, e noi con loro, attraverso l’artificio della nominazione, nella parola. 
 

Non partiamo da un albo illustrato, questa volta, e nemmeno siamo di fronte a un’opera per l’infanzia. Eppure, quello che succede in queste pagine è una esperienza di oggetti, entità e accadimenti molto simile a quella condotta dallo sguardo dei bambini, dal loro sperimentare pronto ad accogliere per la prima volta tutto quello che li circonda e metterlo in relazione. Guarda caso, succede così anche nella raccolta divulgativa "Il mondo intorno a me" che Topipittori dedica ai piccolissimi.




Una bambina apre gli occhi e si dischiude al mondo, permettendo alla vastità del mondo di entrare, passando per i sensi aperti e capienti, e per le relazioni intessute in loro presenza; i quattro elementi vengono circoscritti nei riquadri minuscoli, e pagina dopo pagina divengono familiari per analogie e differenze, per rilevazione, assimilazione e concettualizzazione… 
Attraverso una mano dischiusa a percepire il calore passa l’esperienza del fuoco, attraverso un occhio aperto alla luce sua dorata, attraverso il suono di un fiammifero e il crepitare di fiamma, o addomesticato e azzurro sotto la pentola del latte, così delicato da spegnersi sotto la spinta del fiato…


 

Passa così anche il cielo, dall’azzurro onnipresente e mutevole, dalla luce che lo attraversa, tanto diversa del mattino e della sera, rosso e scuro e poi ancora diverso, così grigio e pauroso se lampeggia, se tuona…

 
Passa nel naso il mondo, dal fuori al dentro, attraverso la terra stretta nelle mani, e il suo odore, racimolato nella memoria e poi restituito nell’accumulo di immagini della sua mutevolezza.


Così anche l’acqua, tutta intorno nelle sue fattezze diverse, berla e averla nella pancia o averla tutta intorno quando si nuota, ascoltarla infrangersi sugli scogli, sgorgare dal rubinetto, addirittura uscire dagli occhi come se fossero fontane… 


 

In questo modo, attraversandoci, quello che è fuori ci riempie e riempiendoci scompare. Ma vi è un margine, tra vedere e non vedere, tanto labile quanto resistente, e scavalcarlo richiede solo la disposizione a un’epifania che ha come oggetto ciò che è manifesto, conosciuto, esplosivamente ovvio. 
Come diceva Margareth Wise Brown: 
“La cosa più importante dell’erba è che è VERDE. 
Cresce, ed è morbida, con un dolce profumo erboso. 
Ma la cosa più importante dell’erba, è che è verde."
La cosa più importante dell’erba è che è verde… 


P.S.: è stato proprio quando sei paia di occhi erano sospesi davanti a lui, che l’imbuto è ricomparso. Stava appeso lì, esattamente dove doveva stare e dove ovviamente era sempre stato, tra il suo largo parente e lo schiacciapatate. E anche se con tutta evidenza nessuno lo aveva toccato, lui era leggermente inclinato, come se avesse voluto nascondersi, e credetemi se vi dico che mi guardava pure lui. 
E sotto sotto, rideva. 

Giorgia

“L’occhio della montagna”, S. Baume, (trad. A. Arduini), Enne Enne Editore 2022 
“Il fuoco”, C.Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“Il cielo”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“L’acqua”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2024 
“Terra ”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi) Topipittori 2024 
“La cosa più importante”, M. Wise Brown, L. Weisgard, (trad. L. Spatocco), 
orecchio acerbo 2018

mercoledì 28 agosto 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ATTENZIONE, RIMANETE DISTRATTI! 

Se le immagini sono il regno dello sguardo, allora gli albi che convogliano i loro segreti nelle illustrazioni affidano all’occhio un compito di ricerca che solo apparentemente può essere svolta attraverso la statica dell’attenzione e che anzi moltissimo deve alla capacità disvelativa della sua sorella minore, la sottovalutata e bistrattata distrazione. 
Se la prima, infatti, gode di un certo lustro e viene chiamata in causa ogni volta che si vuole avere la certezza della forma e della misura, la seconda, fatta di occhi ondeggianti nel vuoto e di numerose perdite di fuoco, conserva la porosità necessaria all’accumulo tridimensionale di dati sensoriali e alla nascita del pensiero.


La spiaggia, albo di Sol Undurraga premiato alla BCBF del 2018 con il Bologna Ragazzi Award categoria Opera Prima, si presenta così, maestosamente fuori misura e stracolmo di immagini pullulanti di particolari. Scanditi regolarmente un’ora dopo l’altra, corrono i singoli momenti a descrivere la protagonista del racconto: la spiaggia. Ecco gli innumerevoli gabbiani, il riverbero dei raggi solari, l’affollarsi delle mani dei pescatori attorno ai corpi guizzanti dei pesci, le prue delle barche, le reti…
 

E poi la gente, i corpi, le persone, ognuna concentrata nella propria singolarità e tuttavia senza volto, senza nome, masse in azione sul margine sfrangiato della battigia, pure funzioni atte a costituire il tutto. Le parole ci sono ma stanno laggiù, relegate in un angolo in basso a destra e nulla davvero aggiungono a quello che appare nell’immagine ma piuttosto contribuiscono ad una sorta di inerzia analitica che caratterizza la prima osservazione. 


Poi d’incanto si aggiungono elementi sensoriali, arriva il calore, lo schiamazzo, l’odore dei panini, della frutta, del carburante dei motoscafi e del barbecue, in una vertigine sensoriale che finisce per stordire e accecare Come giustamente chiosa il testo quando finalmente si sbilancia, alle quattro meno un quarto “c’è così tanta gente che è praticamente impossibile vedere anche solo un granello di sabbia.” 


È quindi per caso e per sfinimento che succede l’aggancio. Un singulto d’attenzione spanata e l’occhio sobbalzando li vede. Cinque piccoli amici a bordo di un aeroplano. Sono fatti di una pasta diversa, loro: sono animali, buffi, minuscoli. Se le figure umane quasi non hanno identità, loro hanno occhi, gesti e intenzioni. Se il moltiplicarsi di particolari e l’omogeneità della palette – tutta giocata sui toni primari - comporta una fisiologica saturazione, i piccoli amici hanno invece gesti che suggeriscono un dialogo intimo con il contesto e in definitiva dotano l’occhio di una direzione.


Alla stolida sequenzialità del tempo, che scorre inesorabile, si aggiungono le vicende dei nuovi personaggi, un controcanto che dota lo sguardo di nuova energia e capacità di concentrazione: quando è stata la prima volta che è apparsa la coppia di coniglietti innamorati? E il Dinosauro? Chi c’era sulla barca oltre Elefante e Scimmia? Dove vanno Coccodrillo e Orso? La curiosità che si innesca è un impulso che ribalta l’andamento dell’albo: non si procede più in senso cronologico, ma da destra a sinistra, si arretra e si avanza, magari per tornare indietro di nuovo, e poi ancora. Trovare i nuovi personaggi diventa un pretesto dinamico per posare lo sguardo sulle grandi tavole con intenzione. 
La concentrazione al particolare permette così di attraversare spazialmente il racconto di un luogo, ed infine di sentire, tutto intorno, l’unitarietà della protagonista dell’albo, la spiaggia, tante cose innumerevoli contenute in un unico luogo. In senso sottilmente contrario lavora l’albo M come il mare.


Fin dalla copertina l’ingaggio dell’occhio si distanzia dalla classica osservazione capace di riportare come cane fedele oggetti e concretezze con un nome preciso. Qualcosa occhieggia tra i marosi agitati, si intravede, si afferra e scompare. Anche la storia, affidata ad una voce bambina si rivela refrattaria alla completezza, e nonostante il testo piuttosto corposo rimane moltissimo vuoto che tocca al lettore compensare, immaginando attraverso i riverberi delle illustrazioni - interlocutorie e apparentemente senza legame- quello che le parole, pur dicendo, non sigillano in una verità completa.


Di fronte al mare, disorientato da qualcosa che è successo, incapace di riconoscere ciò che conosceva, forse sovrastato da un’immensità troppo grande per essere (ancora) nominata, M. sente la propria presenza e tenta una misurazione della propria esistenza al cospetto del mare. 


Se nell’albo precedente veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, qui il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità. 



Attraverso i disegni delle foto –secondi sottratti alla rigida sequenzialità del tempo - troviamo il bambino come troveremmo il mare, attraverso manciate di coralli, sassi e conchiglie , ricostruito attraverso gesti e sguardi che attestano una presenza che si consuma e rigenera incessantemente. 


Una individualità circoscritta e delimitata dalla presenza del mare , perché nel mare si può trovare tutto, anche il cuore di un bambino che realizza di non essere piccolo, ma immenso come il mare in cui si rispecchia e di cui reca traccia in sé, già che il salato delle lacrime.


Si dice che stare attenti è importante, ma altrettanto forte andrebbe detto che la distrazione nient’altro è che una attenzione diffusa, rivolta al tutto che ci circonda e ci riempie, Soltanto attraverso il mistero della percezione del tutto, tutto può essere immaginato, finanche il mistero di un cuore di un bambino. E quindi è salvo anche il nostro. 

Giorgia

 “La spiaggia”, S. Undurraga, (trad. Camilla Diez), Fatatrac 2023
 “M. come il mare” J. Concejo; Topipittori 2020