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mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

domenica 5 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL FRICCICORE

Semplicemente Kerstin, Helena Hetlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Secondo Kerstin è tutto stranissimo quando la mamma non c'è. Niente è come al solito, non c'è nulla di divertente. Le stanze sono vuote e desolate. A tavola sono pochi e sulla sedia della mamma è seduta solo l'aria, si vede tutto lo schienale marrone. Nessuno accende la lampada gialla e calda sul davanzale della finestra, nessuno accende la radio. Il papà è più silenzioso del solito quando non ha la mamma con cui parlare, tutta la casa sembra silenziosa e inquieta. È come se ci fosse un grosso buco, quando la mamma non c'è.'Ti manca?' domanda papà. Kerstin annuisce. Nello stesso istante dalla tasca del papà si sente un suono." 

È lei, la mamma, che ha appena mandato un messaggio: ciao amori miei, mi mancate! oggi sono stata dal parrucchiere a farmi la cresta!
Da una settimana è a Mallorca con la sorella: 7 giorni di vacanza per staccare da tutto e per sancire con una svolta rispetto alla solita routine, la crisi dei suoi quarant'anni. 
Torna il giorno successivo e all'apparenza ci sono evidenti cambiamenti in lei, che Kerstin non apprezza: i capelli corti che stanno dritti sulla sua testa e un tatuaggio con un cuore e al centro una K. Una kappa sospetta. 
I cambiamenti non sono roba da Kerstin, la destabilizzano. 
E in questo momento intorno a lei sono molti i segnali che le cose sono in continua evoluzione. 
A parte il look di sua madre, a parte la sua vacanza senza di lei e papà, anche la sua maestra Lotten sta lasciando la cattedra perché tra poco le nascerà un bambino e al suo posto sta arrivando il maestro Kenneth. 
E come se non bastasse, anche la madre di Gunnar, esasperata dai cinghiali che le arano il giardino ogni notte, minaccia di voler tornare a Stenungsund, da dove erano arrivati meno di un anno fa. 
Cambiamenti nell'aria sono anche sul fronte Fatima: la loro amicizia, seppure trascinata nella noia, non esiste più. Adesso Fatima è tutta presa dal divorzio di sua madre ed è entusiasta di poter avere due di tutto: due camere, due case, due papà... 
Ma sotto sotto Kerstin, forse suggestionata da tutta questa gente che se ne va o minaccia di andarsene, è lì che si macera all'idea che tra suo padre e sua madre le cose non siano più come prima. E che all'orizzonte ci sia la loro separazione. 
Semplicemente Kerstin è un'altra porzione di vita di questa ragazzina e del fedelissimo e imperdibile Gunnar con il quale si lanciano in incauti acquisti online di pipì di lupo contro i cinghiali e con cui 'condividono' disegni di famiglia. 
Ancora un po' di bugie, ancora soluzioni estemporanee per salvarsi all'ultimo minuto, ancora qualche dubbio esistenziale, qualche paura e una buona dose di incertezza, perché essere bambini - si sa - è un mestiere difficile. Ed esserlo, circondati dagli adulti, lo è ancora di più! 

La cosa fantastica che succede con questo libro in mano rassomiglia molto al friccicore che si prova nell'incontrare di nuovo un vecchio amico. Anzi, una vecchia amica. 
Se da una parte c'è la gioia di rivedersi, dall'altra - inevitabilmente - c'è il brivido di non riconoscerne più le cose che di lei ci piacevano. 
Ecco. Qui si prova questo friccicore. Della prima Kerstin ci erano piaciute tantissime cose. Ci eravamo subito affezionati a lei. Ma ora è passato più di un anno dal tempo in cui la leggevamo... e se Helena Hedlund non ce l'ha conservata con la dovuta cura? E se Helena Hedlund ha perso smalto e ispirazione nella sua scrittura densa e piena di ironia? E se Helena Hedlund ha deciso di renderla meno bugiarda, più matura, meno impulsiva, più sicura di sé... solo per il fatto che ha un anno di più? E se ha reso gli adulti più performanti e meno fallaci?
No panic.
I profili dei personaggi che ronzano intorno a questa ragazzina sono ancora lì, nitidi: il maestro Kenneth sostituisce magnificamente la maestra Lotten. 
Fatima continua - anche se ha smesso i videogiochi e i tappeti da pettinare - a essere una ragazzina un po' vanesia, in perfetto contrasto con lo spessore emotivo di Kerstin con cui entra in confronto. 
Gunnar continua a essere un meraviglioso visionario e costruttore di alternative. Il padre e la madre di Kerstin sono sempre lì a fare da pilastri portanti, fondamenta robuste su cui far crescere la loro bambina, a dispetto dei suoi traballamenti, dei suoi dubbi e delle sue incertezze. 
Smentendo il sospetto che le seconde prove siano sempre tagliole pericolose, il team Hedlund/ Strömgård/ Milton Knowles lega alla perfezione i fili luminosi lasciati sospesi con Il bello di Kerstin ai nuovi, altrettanto brillanti, di Semplicemente Kerstin
Gran bella seconda prova! 

Carla

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


venerdì 29 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA PISCINA

E se il mondo salta in aria
, Sara Jäger, Sarah Maus (trad. Valentina Freschi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "Cosa vuoi Da me 
Cioè cosa vuoi da me? 
Niente.
Mi annoio. Mi annoio a morte. Che poi è inevitabile se stai sempre chiusa in casa e non succede niente, no? 
Allora esci 
Lo farei subito se potessi. Te lo assicuro. Immediatamente, se mi lasciassero. Stare in punizione durante le vacanze dovrebbe essere vietato dalla legge, non credi? Sei a casa anche tu, vero? 
Cosa te lo fa pensare? 
Perché non sei un tipo da piscina..." 

Dialogo tra due vecchi compagni delle elementari, Ava e Juri, che si 'reincontrano' dopo anni di silenzio reciproco, chattando al telefono. 
Ava è in punizione, segregata in casa; digita sul suo cellulare un numero di telefono scritto su un foglietto. Sotto il numero, un nome: Juri. 
Lei solo vocali, lui solo messaggi scritti. Cominciano a chiacchierare: Ava, che al carnevale della quarta, sua madre l'aveva obbligata a mascherarsi da pappagallina, detta quindi Uccello pazzo, è tutta energia, sempre un po' sopra le righe e incapace di fare a meno degli altri, non conosce l'arte del dubbio, apparentemente. Passa il suo tempo a fare, fare fare. E' in perenne movimento. A parte adesso che è chiusa nella sua camera, punita. 


Juri - che in quarta si era mascherato da astronauta - è il suo esatto opposto: un ragazzino pieno di paure (sono settimane che non mette piede a scuola), ama la solitudine, ed esclusivamente nella sua camera, dove si trova ora, si sente al sicuro. Scappa dal resto del mondo perché ambisce al silenzio intorno. Passa il suo tempo a piegare la carta facendo origami e a ragionare ragionare ragionare e nel frattempo coltiva molti dubbi. 
Cosa avranno mai da dirsi questi due, per giorni e spesso anche serate intere? 
Eppure. 

Architettura leggera, direi quasi invisibile, ma solidissima e perfetta.


Viste le due clausure, si potrebbe usare anche in senso metaforico il termine di gabbia di impaginazione studiata alla perfezione. 
Funziona così: nella pagina di sinistra i vocali di Ava. Nella pagina di destra i messaggi digitati da Juri. In tutta l'aria che c'è intorno alle due griglie di testo fluttuano, si infilano, si insinuano, si appendono, si appoggiano, si fanno largo i disegni di Sarah Maus che sono una storia nella storia: imprescindibili e magnifici. 
Sono parecchie le qualità di questo libro, oltre al robusto scheletro che la tiene su. 
La prima consiste proprio nel ritmo che uno scambio di messaggi presuppone. 
E calza a perfezione la scelta che uno scriva e l'altra parli: sono utili specchi per descrivere quei due, Ava e Juri. 
L'immediatezza di comunicazione - tutt'al più stemperata dagli sporadici silenzi dell'uno e dell'altra che altro non sono che prese di distanza, pause di riflessione - li rende immediatamente tridimensionali. Si impara a conoscerli, oserei dire a vederli e quindi a riconoscerli, attraverso quello che si dicono, ma anche molto attraverso il modo in cui se lo dicono. 
E ancora. I dettagli. 
Ce ne sono disseminati moltissimi, anche a livello figurativo. Davvero un lavoro così acuto e profondo da parte di Sarah Maus accanto a quello altrettanto raffinato dell'altra Sara. Penso per esempio, alla scelta dei loro costumi di carnevale... Tutto prende senso. 
Impercettibili a chi lo leggesse in modo distratto, ma altrimenti veri faretti luminosi (come quelli delle piste di atterraggio per gli aerei). 


E poi. Chiunque di noi usi le chat in modo efficace, ossia per fare arrivare chiaro e forte il proprio pensiero, le sa usare, dosare, calibrare: un maiuscolo qui, un a capo lì hanno la stessa efficacia di un tono sotto nella voce o di un'improvvisa accelerazione nel parlato. 
A parte tutto questo - e dico un'ovvietà, ossia che la forma sia latrice di contenuto - narrativamente parlando sono bellissimi quei due e sono bellissimi nel loro reciproco venirsi incontro. 


Lo fanno lentamente - hanno paure diverse, ma sono entrambi cauti nei confronti dell'altro - quasi inconsapevoli di quello che stanno mettendo in piedi insieme: una profonda amicizia, intima, sincera. 
A tenerli insieme ci sono le loro reciproche fragilità e paure, le loro esigue robustezze. Quei due si fanno forza a vicenda, senza per questo essere accudenti o mielosi, o patetici. 
Al contrario, sono schietti, talvolta ruvidi, reticenti il giusto, ma maledettamente veri, nel loro darsi una mano, nel farsi coraggio prima del grande tuffo nel vuoto. 
E anche prima della capriola finale... 
Ora, parlare di assoluta autenticità nel regno della finzione è come mettere una medaglia d'oro intorno al collo di chi ha concepito così bene questo libro. E non sono certo la prima ad averlo fatto e spero nemmeno l'ultima. 
Evviva, un altro raro libro necessario. 

Carla

mercoledì 6 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

“La sua testa è uno strano posto in cui stare in questo momento” 


Juri è un ragazzino come tanti che frequenta una scuola corrispondente in Italia pressappoco alla primaria, è probabile che abbia sui 10, 11 anni, si trova in quella fase della vita cioè in cui tanti hanno ancora l’aspetto, i timori, le fantasie dei bambini, ma tanti altri cominciano ad affacciarsi su quel territorio incerto e spaventoso della pre-adolescenza. 
Il racconto comincia con una passeggiata nel bosco che Juri compie in compagnia dei suoi genitori, diretti a una festa di compleanno. Durante il percorso in auto c’è una cosa che lo incuriosisce: un sacchetto di plastica appeso al ramo di un albero. Non è chiaro cosa contenga e questo interrogativo non smette di occupare i suoi pensieri, tanto che nel corso della giornata, quando riesce a procurarsi una bicicletta e ad allontanarsi dai suoi amici, sarà verso quel sacchetto che cercherà di arrivare. Si scoprirà poi che conteneva semplicemente degli asciugamani e che casualmente risulteranno molto utili per medicare le ferite che si procura con una caduta. 


Questo episodio così apparentemente banale in realtà chiarisce già molti aspetti di questo romanzo. Prima di tutto non ci verrà fornita alcuna informazione circa il contesto nel quale questa vicenda prende corpo, o meglio, riusciamo a ricavare man mano che andiamo avanti, solo dettagli che ci permettono di capire che almeno avremo a che fare con un gruppo di ragazzini molto simili a quelli che conosciamo, che niente di fantastico e surreale attraverserà il romanzo. E questa potremmo definirla come una sorta di premessa, alla quale farà seguito però un racconto che si rivelerà sempre estremamente parco di descrizioni, nessun paesaggio naturale o urbano trova spazio in questa narrazione e anche gli stessi personaggi sono connotati con i loro nomi e pochissimi altri elementi. 
Nessuna progressione di eventi, nessun intreccio in cui distinguere un prologo, uno sviluppo, una conclusione, ma una sorta di fermo immagine su un cambiamento che preme per avere atto, e che invece ora intravediamo solo in potenza, che riconosciamo in piccoli frammenti di vita giustapposti e che solo da lontano riusciamo a ricomporre in un’immagine unitaria, ma non armonica e fatta invece di dissonanze e scompensi, di arretramenti e slanci felici verso l’ignoto. 


Del giovane Juri riusciremo a ricavare un’idea un po’ più ampia solo alla fine, quando comunque il sapore e il senso che conserveremo saranno quelli di una storia raccontata con brevi e rapidi colpi di pennello, con squarci che si aprono di volta in volta su questioni e situazioni che vengono avvicinate, lambite ma mai completamente scandagliate. E questo non perché l’autrice sorvoli sulle questioni importanti, tutt’altro, ma perché sceglie di comporre un quadro complesso utilizzando soltanto tasselli evocativi e lasciando al lettore la facoltà, il piacere, e perché no, la scelta di completarlo. 


Il mondo reale è un groviglio di elementi che chiedono di essere interpretati, di codici che aspettano di essere svelati e la fine dell’infanzia rappresenta il momento in cui si comincia a prendere consapevolezza di questo. Le frasi lapidarie pronunciate dagli adulti (“il gruppo, la cosa più importante che un essere umano possa avere”, “devi essere sempre te stesso”) rimangono nelle teste di questi quasi adolescenti e non più bambini, come concetti vuoti che veleggiano senza riuscire però a concretizzarsi in pensiero, al pari di quel sacchetto di plastica inspiegabilmente rimasto appeso a un ramo. Quelle parole, quei segni che il reale ci consegna, Juri li accoglie e cerca di decifrarli e il romanzo ci racconta, di capitolo in capitolo (ognuno dei quali corrisponde ad un episodio), proprio dei tentativi di riuscire a dipanare queste matasse. 
Anche gli altri ragazzini adesso per Juri hanno smesso di essere semplici compagni di gioco e al periodo facile in cui era sufficiente correre insieme, si è sostituito un presente in cui con un’amica il rapporto potrebbe essere anche diverso e un amico potrebbe essere anche meno disposto alla compagnia perché preoccupato di quanto accade in famiglia. 
Come nel precedente romanzo dell’autrice, Felice abbastanza, pubblicato anch’esso da Camelozampa, Il gruppo è corredato da illustrazioni della stessa autrice. In bianco e nero, sembrano riprodurre delle incisioni in cui anche gli spazi ampi sono definiti da tratti evidenti e sottili. Alcune restituiscono figure al limite del “disturbante” e contribuiscono non poco a caricare il racconto di un senso di inquietudine tangibile. Juri è spesso raffigurato con occhi enormi e sbarrati, la sua testa e il suo corpo deformati come fossero concretizzazioni di incubi e pensieri angosciosi. Le illustrazioni concorrono ad alimentare l’ambiguità di fondo su cui si costruisce l’intero senso della storia: ci troviamo ancora ancorati a pensieri fantastici, infantili e divertenti o quelle stesse figure generate dalla fantasia ingenua adesso possono trasformarsi in qualcosa di straniante? 


Il finale lascia aperta una porta attraverso la quale si intravede qualcosa di diverso: “Juri si sente un po’ adolescente. 
È la prima volta. 
Che giorno strano. 
Che giorno bello.” 
E non a caso questo momento coincide con un limite varcato, con una trasgressione prima mai neanche contemplata e con la sensazione di sentirsi un po’ diversi, quasi un po’ fighi, giusto quel tanto che basta per non indietreggiare e accettare invece di scoprire quello che ci aspetta. 

Teodosia 

Il gruppo di Kari Stai, illustrazioni di Kari Stai, traduzione di Maria Valeria D’Avino, 
Camelozampa 2026  

mercoledì 1 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DOVE SONO QUANDO NON SEI CON ME 

A e B sono amici. Un’oca e un riccio, per l’esattezza. Giocano, litigano e fanno pace. Passano molto tempo assieme, come ogni coppia di amici che si rispetti: si vedono ogni mattina, fanno colazione e chiacchierano, si scambiano qualche opinione, qualche osservazione sullo stato delle cose, qualche sorriso e qualche nostalgia. Poi, come accade a tutti gli amici, si allontanano in direzioni opposte, per vivere, ognuno per suo conto, la propria giornata. 

 
Dell’osmosi tra il mondo esterno e quel luogo privilegiato che è l’amicizia viene solitamente analizzata la direzione che dal fuori conduce al dentro: l’amicizia è una ritirata sicura, un’officina dove si scambiano idee, valori e sentimenti sperimentati altrove; dove si abbassano le difese, si condividono valori e piacevolezze in una prossimità che è fisica, intellettuale e sentimentale esclusiva, e intendo: caratterizzante e impossibile da sperimentare altrove. Meno indagata invece è la relazione che intercorre tra il calore del fuoco degli affetti elettivi e tutto quello che ci circonda e forse è a questa domanda a cui cerca di rispondere Sara Donati con la delicata vicenda narrata in questo albo: qual è il rapporto tra il nostro intimo star bene attorno al fuoco amicale e tutto quello che sta fuori di esso? In che modo agiamo per il bene della comunità coltivando quella pozza di luce e calore che sono le relazioni intime più profonde? Come si connettono la presenza e l’assenza, come divengono tessuto per il benessere comune?  


L’albo procede alternando illustrazioni calde e dotate di testo, in cui A e B sono presenti assieme, a narrazioni senza parole, vignette leggere, quasi appena schizzate in punta di penna. Ecco allora la giornata di A, il riccio: dopo aver salutato B, l’oca, si avventura controvento. Poco dopo A recupera gli occhiali di una lontra che si protegge dal vento con una sciarpa dorata. Qui, perdiamo le tracce di A per seguire le vicende di personaggi che appaiono per pochi attimi, in cui la silenziosa protagonista è una sciarpa dorata: ecco la lontra che aiuta le formiche ad attraversare il fiume - la sciarpa trasformata in ponte - ecco gli uccellini prendere la sciarpa per farci un nido, ecco la sciarpa cadere dal nido per atterrare fortuitamente davanti alla tana dell’oca, come se fosse quella la sua originaria e più naturale destinazione. Ormai è sera, e nulla è più bello di una sorpresa morbida e gialla . 


C’è un luogo dell’amicizia che è fatto di presenza: essere insieme nello stesso luogo e nello stesso tempo. Ma lo stesso legame esiste quando ci si muove in direzioni opposte e contrarie. Esiste dunque un luogo dell’amicizia in cui non si sta assieme, dove però l’assenza è ben lungi dall’essere vuota e ammalata di solitudine, dove il legame prende strade diverse ma persiste, quasi dotato di una persistenza capace di dilatare smisuratamente quel luogo e quel tempo. A e B fanno ancora colazione assieme, chiacchierano e condividono una desiderata prossimità, anche se non sono dello stesso umore. Come in ogni storia che si rispetti, ora seguiremo B, l’oca, avventurarsi sulla propria strada. Vedremo i suoi gesti propagare e diffondersi come cerchi nell’acqua. B scomparirà dalla scena, ma le sue energie caricate, allenate e messe in moto dalla colazione con A, continueranno a muoversi in sua assenza. Contrassegnato dal nastrino rosso, qualcosa che ha preso il via da B, sviluppato nell’intimità specialissima tra A e B, procederà per suo conto, fino ad approdare davanti alla tana del riccio, sua legittima destinazione, sotto forma di un mazzetto di shanghai; e il riccio si sa, va matto per le sorprese, specialmente quando sono appuntite e misteriose. 


La struttura ibrida di questo albo conferisce sostanza ulteriore al territorio in cui si muove la storia: confortato dai colori e dalla presenza delle parole, l’occhio cade nelle sole immagini come si cade sul marciapiede dopo il calore di un caldo caffè sorbito alla presenza rassicurante di chi – amico – ci capisce appieno. Attoniti e sufficientemente impreparati, si sta al cospetto dell’immagine in solitaria, costretti a scattare dalla passività rassicurante del testo ad una più attiva interpretazione immaginativa. Sospesi in questo limbo la riflessione innescata dalla storia si allarga sul mezzo comunicativo dell’albo e delle sue componenti fino ad arrivare a riflessioni sul linguaggio stesso. Dove sta infatti il significato, quando non ancora verbalizzato?  


L’idea esplosiva di questo albo sta tutta qui, nel riuscire a raccontare quella particolare energia che si sviluppa tra due entità amiche e i suoi effetti in assenza delle stesse entità. A e B ogni giorno insieme si dipana quasi come una struttura matematica per svelare come, l’assenza – di un personaggio, del testo, - non sia mai neutra, ma al contrario sviluppi reciprocità e interdipendenza che è essa stessa sostanza. 
A e B non a caso non hanno un vero nome: nella manifestazione esteriore della storia, sono un’oca e un riccio, ma essi stanno uno all’altro come fattori di una relazione specifica e potrebbero essere qualsiasi cosa, elementi tra cui si instaura un legame elettivo speciale capace di propagarsi ben oltre la relazione primaria. Una riflessione condotta in modo non didascalico capace di sostare nei territori indefiniti dell’intuizione e interrogarsi dove siamo davvero, quando non siamo con le persone amiche che ci rendono, intrinsecamente, quello che siamo.


Giorgia


 “A e B ogni giorno insieme”, Sara Donati, Terre di Mezzo Editore 2026 

mercoledì 11 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MOSTRO E LA STELLA
 

Sirio è una ragazzina di 12 anni, ha un nome da maschio il cui significato ha ignorato fino ad ora. Il mistero di questo nome è tutt’uno con quello di un padre mai incontrato, del quale sente rabbiosamente la mancanza, un padre che viene continuamente evocato, ogni volta immaginato con un’identità diversa. Sì, perché Sirio ha una grande inventiva, diciamo pure che ha una particolare abilità nel confezionare bugie, il più delle volte utilizzate per raggiungere scopi precisi. Ha un carattere deciso, tanto che nella banda costituita da una manciata di ragazzetti, lei è indiscutibilmente il capo! Le bande si compongono e si fronteggiano tra di loro, e le ragioni per cui una banda si costituisce è perché ti permette di fare esattamente le cose che faresti, ma in compagnia, ha una forza maggiore e le contese diventano spesso lo scopo di lunghe e vuote giornate in un piccolo paese quale è Fiesole. 
Ma questo è vero fino a quando, il 3 settembre del 1943, non viene firmato l’armistizio. Fino a quel momento la guerra è stata un racconto o una serie di notizie che hanno scalfito solo in minima parte la spensieratezza di questi ragazzi, ma lo scenario cambia completamente e anche Fiesole smette di essere un luogo sicuro e tranquillo, per essere raggiunto dai fatti e dalle persone direttamente collegate al conflitto. Si apre così una cesura importante, tra un tempo che aveva tutte le caratteristiche e la leggerezza dell’infanzia, e un altro in cui anche ai più piccoli viene di fatto imposto di crescere, di guardare il presente e soprattutto di cominciare a farsi delle domande. 
Un incontro decisivo sembra mostrare ai ragazzi l’impossibilità di essere ancora bambini e soprattutto di credere che ci siano dei valori eterni e non negoziabili. La storia, con le sue contraddizioni laceranti, si presenta con le vesti di un soldato gravemente ferito, che Sirio e Giovacchino (suo piccolo e fedele compare) trovano in un castello situato nel folto di un bosco. 
Sono convinti che si tratti di un soldato inglese e, come tale, amico. Sirio scopre in un secondo momento che si tratta invece di un tedesco e questo la pone di fronte a un grande dilemma: continuare a prendersi cura di lui o abbandonarlo ad un destino di morte certa? È lecito anche solo porsi una domanda del genere o la vita umana va custodita e preservata in ogni caso? Sirio è naturalmente e spontaneamente convinta di quest’ultimo assunto, soprattutto non comprende (ancora) perché la guerra, che sta travolgendo ogni aspetto della vita, debba insinuare dubbi di questa natura e impedirle di prendere una decisione che lei reputa inevitabile. 
Il soldato ferito viene chiamato Il mostro, perché nel momento in cui viene ritrovato le sue condizioni sono molto critiche, vittima di un pesante pestaggio, l’uomo viene scambiato da Giovacchino per una creatura mostruosa e tale rimarrà nei racconti e nei riferimenti, anche quando sarà guarito e avrà ritrovato un aspetto umano. 
La scelta di non attribuirgli un nome diverso da quello di mostro conferisce un tono spaventoso alla relazione che Sirio costruisce pian piano con lui e l’esposizione dei fatti non manca mai di generare nel lettore uno stato di inquietudine mai sedata, come se fossimo sempre in attesa che la natura non umana di questa creatura venga prima o poi a galla. Oltretutto l’uomo non pronuncia alcuna parola, né in italiano, né nella sua lingua d’origine, e non sembra compiere alcuno sforzo per comunicare, tanto che sorge il sospetto che oltre che la parola, abbia perso la memoria. 
Il nodo del romanzo è tutto in questa questione che Nicoletta Verna non risolve nel modo più scontato, apparecchiando la tavola con valori chiari e facilitando così lo schieramento del lettore. Neanche la scelta della vita è la più scontata in tempo di guerra, semplicemente perché le tracce di umanità si fanno sempre più rare e il modo in cui occorre guardare al presente è tutto cambiato. La presa di coscienza del mondo, ma soprattutto del contributo determinante che si può fornire perché cambi in una direzione piuttosto che in un’altra, segna la svolta più importante nella vita di Sirio e di tutti i suoi giovani amici. Non più gruppo unico di vite che attendono la fine della giornata come un dono certo e dovuto, ma soggetti distinti e in grado di assumersi la responsabilità di una scelta, anche quando questa provoca delle conseguenze dolorose. 
L’impegno che Sirio, sola, decide di riservare alla guarigione dell’uomo le permette di rivendicare una sua autonomia e differenza rispetto a Dante, ragazzo più grande di lei, appartenente a una famiglia esposta politicamente e che ha nutrito l’educazione del ragazzo di una serie di valori che hanno poi determinato la sua naturale scelta di campo. Sirio è molto attratta da lui, ma la loro relazione è burrascosa, perché la costruzione di un’identità per la ragazza è il frutto di un percorso molto più difficile; lei parte da un contesto aspro e rude. L’approdo a un pensiero, a una convinzione, per lei sarà scelta totale e priva di compromessi: si dedicherà interamente e da sola alla salvezza del soldato, così come sarà completamente presa dalla realizzazione di una vendetta che, sola, può riscattare il suo errore. In uno scenario fosco e drammatico come quello di una guerra la luce non scompare del tutto, ma viene cercata con grande desiderio e trovata in piccoli ma preziosi momenti. La luce è quella delle stelle (Sirio scopre le stelle grazie al casuale incontro con una giovanissima Margherita Hack) che mute e imperturbabili in cielo assistono allo scempio umano e nutrono i sogni di pace. La luce è anche quella degli affetti sinceri, degli abbracci rassicuranti di una madre e di quelli forti come un terremoto di un nuovo amore. 
Nicoletta Vera ha costruito con questo romanzo una storia avvincente e un personaggio che difficilmente sarà dimenticato. 

Teodosia 

L’inverno delle stelle di Nicoletta Verna, Rizzoli 2025 


mercoledì 18 febbraio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SE TI PRENDI CURA DI UN ANGELO 


Yaya ha 17 anni e sta vivendo la sua personalissima apocalisse: ha perso la madre da pochi mesi e la ragazza che ama è scomparsa senza dirle nulla. E non basta. Intorno a lei è tutto il pianeta a vivere come se si fosse vicini alla fine del mondo. Quello che succede è che da qualche mese (una decina di giorni dopo la morte della mamma), dal cielo cadono esseri alati che si schiantano al suolo senza vita. I media, e quindi tutti, li chiamano le Creature: ne sono cadute già più di ottanta. Precipitano in tutti gli angoli del pianeta, hanno fattezze umane e la pelle e il sangue color oro o bronzo. 
È il caos totale, tutti sembrano impazziti e dopo i primi tempi in cui il panico collettivo manda all’aria ogni organizzazione sociale, la vita riprende il suo corso, ma il delirio rimane. Gli scienziati sezionano le Creature nei laboratori, i Cacciapiume si scapicollano per accaparrarsi i loro resti e venderli a un improvvisato mercato di reliquie, i video delle cadute girano virali nella rete. Gli sconti nei magazzini diventano “paradisiaci” e non mancano i ristoranti con menù che propongono “Aureola di cipolla”, “Patatine cherubine” o “Ali fritte”. La setta dei Caduti Risorti spinge gli adepti ad arrampicarsi sui luoghi più alti delle città mettendo in scena performance mozzafiato per recitare il loro penitenziagite! di medievale memoria. 
Quando anche suo padre e sua sorella si lasciano prendere dalla caccia alle Creature tutto diventa troppo per Yaya: si sente in conflitto con tutto e tutti e si chiude in una solitudine scettica e insofferente. 
Ma proprio lei che non ne voleva sapere di angeli e di Creature si ritrova con un angelo che le precipita davanti, ferito, ma vivo. Yaya se ne prende cura proteggendola (è femmina) dal delirio collettivo. 
La storia che ne segue si svilupperà intrecciando diverse questioni: l’elaborazione del lutto, il senso di colpa per non essere riuscita a salvare la madre, il conflitto e gli affetti, la famiglia, l’amicizia, la malattia, un nuovo innamoramento, ma anche uno sguardo lucido su una società caotica che delira di fronte all’ignoto. 
Out of the blue comincia come una distopia ma presto ci restituisce a una dimensione assolutamente reale, a una quotidianità dentro cui lo straordinario trova posto nella vita concreta dei protagonisti, pur mantenendo la sua radicale estraneità. L’angela non porta alcun messaggio di salvezza, non ha richieste o prescrizioni, non domanda e non risponde; è semplicemente lì e ha bisogno di essere curata e liberata. Non c’è da chiedere “chi sei” o “perché” o “a cosa mi puoi servire”. Neanche all’autrice interessa raccontarci il perché e il per come di queste creature, e anche chi legge dovrà fare i conti con questa presenza inspiegabile. Sarà proprio la capacita di riconoscere questa alterità che consentirà a Yaya e agli altri protagonisti di questa storia, di fare pace con la vita. E con la morte. E accogliere, “mettere in salvo” il mistero, l’insondabile, la possibilità di vedere oltre. 
Realismo magico, si potrebbe dire, ma ben piantato in uno sguardo interessato a raccontare la vita concreta di una ragazza concreta che sta facendo i conti con la morte. E con l’amore. 
Particolarmente riuscita è la maniera in cui l’autrice fa parlare la Creatura. L’angela infatti non parla alcuna lingua umana e la sua capacità comunicativa è piuttosto emotiva ma è in grado di memorizzare e ripetere intere frasi ascoltate alla radio. La comunicazione con Yaya e i due gemelli (Allie e Calum che si uniranno ben presto all’impresa) passa attraverso parole della stessa (nostra) lingua, ma quando le utilizza la Creatura assumono una capacità comunicativa davvero bizzarra. Le parole e le frasi che utilizza nei dialoghi con i giovani protagonisti sono mere ripetizioni di previsioni meteo o interviste ascoltate in radio; parole svuotate di significato contingente che, oltre a far sorridere, suonano in un certo qual modo anche intellegibili. Infatti si comprendono alla perfezione. La loro intesa funziona come una semplice (straordinaria) amicizia. 
Tra le pagine di questa storia aleggia certamente un altro angelo, un certo angelo da garage. Quell’ineguagliabile Skellig pare affacciarsi da lassù, dalla schiera degli angeli salvati dal coraggio di ragazzi e ragazze intente a crescere. E da lassù mi immagino che continui a sussurrarci: Se ti prendi cura di un angelo… Se ti prendi cura di un angelo… 

Patrizia 

“Out of the blue. Dal cielo all’improvviso”, Sophie Cameron, (trad. di Luigi Cojazzi), 
Terre di Mezzo 2026 

mercoledì 7 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

È GIÀ TUTTO SOTTO I NOSTRI OCCHI


Tobia, il romanzo di Timothée De Fombelle, torna in Italia presso Terre di Mezzo e con un nuovo titolo: al precedente Tobia, un millimetro e mezzo di coraggio si sostituisce il Tobia, una vita sospesa, più fedele al testo originale e di fatto al senso dell’intero libro.

La scelta del primo editore, San Paolo, che portò questa storia in Italia nel 2012, fu quella di focalizzare l’attenzione sulla dimensione eccezionale del protagonista, di fornire un’informazione che funzionasse da gancio incuriosendo e spingendo alla lettura.

Il sottotitolo attuale gioca un’altra carta, quella dell’incertezza esistenziale e quindi apre a un ventaglio anche più alto di significati, laddove il primo connotava la storia in senso avventuroso.

Che la storia sia avvincente e molto coinvolgente è indubbio, ma forse ora i tempi sono anche più maturi rispetto a una decina di anni fa perché il valore di questo racconto si possa cercare anche in altro.

La produzione per ragazzi più recente preferisce storie in cui il livello di tensione sia molto alto, in cui la componente di mistero sia in ogni caso presente. E i motivi sono noti, tra questi il fatto che i lettori attuali (badate bene, non soltanto giovani!) fatichino a tenere la concentrazione su un testo che richieda uno sforzo prolungato: i ritmi lenti, le lunghe descrizioni sono di fatto banditi, sostituiti da improvvisi cambi di scena ed eventi non attesi.

La storia in oggetto di fatto possiede tutte le caratteristiche ritmiche per essere ancora amata dai più giovani, di qui la scelta di una proposta nuova che però cerchi di veicolare anche tutta un’altra serie di contenuti che nel frattempo sono diventati cruciali nel dibattito sociale. Mi riferisco alla questione ambientale che De Fombelle ripercorre in tutte le sue tappe e che soprattutto propone come uno dei tasselli di un discorso molto più articolato, a dimostrazione del fatto che nel nostro pianeta, come sulla quercia su cui vive Tobia, la degenerazione del contesto ambientale è una delle conseguenze di un modo di intendere la vita e il rispetto che scegliamo di riservare agli altri. Che sia su un ramo, o in un intero continente, cercare di ottenere un profitto nell’immediato, trascurando o peggio ignorando completamente le conseguenze, è un gesto mai neutrale, ma fortemente politico.
Tobia è un ragazzino di appena tredici anni, fa parte di una comunità di individui dell’altezza media di un paio di millimetri. La popolazione è organizzata in gruppi che abitano le varie sezioni di una grande quercia, dai rami più alti (arieggiati, scaldati dal sole e raggiunti dalla luce) occupati dai più abbienti, ai più bassi (luoghi quasi sempre in ombra e quindi caratterizzati da grande umidità) dove trovano alloggio quelli che possiedono meno.
Il padre di Tobia, Sim, è un noto e stimato scienziato che ha studiato l’albero e i suoi abitanti e che è riuscito a scoprire le grandi potenzialità di una sostanza che sgorga all’interno del tronco, la linfa nella sua forma grezza, e che riuscirebbe a fornire energia e autonomia di movimento a marchingegni costruiti dall’uomo. E lo rivela mostrando come, alimentato da questa sostanza, un piccolo insetto di legno, Balaina, sia in grado di muovere le zampe e camminare autonomamente
Sì, il metodo Balaina avrebbe cambiato la loro vita e loro erano pronti a portare mio padre in trionfo.
Ma lui continuò: “L’unico problema è che a me questa vita piace così com’è e non ho voglia di cambiarla. L’unico problema è che io volevo solo dimostrare che l’albero è vivo”.

Non è difficile immaginare quale possa essere la reazione dell’intera comunità che dopo aver assistito a una grande scoperta in grado di rivoluzionare la vita di tutti, si veda poi privata di questa possibilità dall’autore della scoperta che, in nome della salvaguardia della salute dell’albero, si rifiuta di rivelarne i dettagli.

Sim e la sua famiglia saranno costretti all’esilio in un primo momento. I due adulti verranno poi catturati, Tobia riuscirà a fuggire grazie alla scaltrezza del padre, ma gli anni che seguiranno saranno segnati da una corsa senza sosta. Il ragazzino, custode di una preziosissima pietra, sarà il ricercato numero uno e la sua lunga e faticosa fuga lo condurrà alla conoscenza di numerose persone, ma soprattutto gli svelerà la disonestà di tante che credeva amiche.
Il romanzo parte dalla fuga per poi ricostruire pian piano, per mezzo di flashback e racconti dello stesso protagonista, i fatti che conducono fino a quel punto. Come in un puzzle che si completa progressivamente di parti mancanti, il quadro si conclude alla fine della storia e a sua volta si rivela solo il punto di partenza per la prosecuzione nel volume che uscirà nella primavera 2026.
Il padre di Tobia si dimostra figura centrale per l’integrità della sua morale che ostinatamente decide di perpetrare. Quella che lui aveva tra le mani era di fatto una bomba che avrebbe decretato la fine della vita sull’albero. 
Non penso di esagerare ipotizzando che De Fombelle abbia costruito questo personaggio pensando a quei fisici, Fermi e Oppenheimer, tra gli altri, che si trovarono di fronte a una scoperta (l’energia nucleare) che avrebbe deciso le sorti dell’intera umanità.

La letteratura è per fortuna ancora il luogo in cui possiamo immaginare che ci sia qualcuno che scelga di tirare il freno e procedere in una direzione contraria rispetto a quella di tutti.

Il giovane Tobia è di fatto il portavoce di questo valore assoluto, si muove avendo ben presente quel pensiero che, come un faro, lo guida e lo sostiene nelle durissime prove che affronta.

Il mondo costruito in questo romanzo non è alternativo a quello reale, lo riproduce nei modi di organizzarsi e nelle sue degenerazioni. Il salto compiuto riguarda piuttosto le dimensioni. A un certo punto, così come è successo alla specie umana quando è riuscita ad alzarsi in volo, anche Tobia guarda al proprio albero rendendosi conto che non si tratta dell’unica realtà esistente. La quercia sulla quale lui e gli altri abitanti hanno costruito la loro vita è proprio quella che si trova nei nostri boschi; Tobia, Elisha (personaggio assolutamente centrale e lo sarà ancora di più nel seguito di questa storia) sono esseri che “potremmo” scorgere se dotati di potentissime lenti di ingrandimento. Lo sforzo che De Fombelle chiede al lettore è quello di sprofondare tra le pieghe di una corteccia, tra le foglie e i buchi scavati nei rami. È già tutto davanti ai nostri occhi, occorre solo aguzzare lo sguardo.

Teodosia


Tobia. La vita sospesa di Timothée De Fombelle, traduzione di Maria Bastanzetti
Terre di mezzo, 2025