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mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

lunedì 29 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LESSICO FAMIGLIARE 

Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) 
Pension Lepic 2021 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Per legge, zia Lucrezia era la loro tutrice, insieme a Charlie. Era stata una decisione del giudice, alla morte dei loro genitori: aveva ritenuto che fosse una responsabilità troppo pesante da addossare solo alla sorella maggiore. In pratica, questo si traduceva in un assegno di zia Lucrezia una volta al mese e in una sua visita una volta ogni morte di papa. Una soluzione che andava bene a tutti. 
Quando Geneviève riattaccò, dopo numerosi ringraziamenti, scoppiarono tutte in una risata che sembrava un nitrito. Era, però, una risata forzata. Troppo esagerata per essere gioiosa, troppo forte per non nascondere un dolore più forte ancora." 

Le cinque sorelle Verdelaine, orfane dei genitori persi in un incidente d'auto diciannove mesi prima, vivono tutte insieme nella loro casa di famiglia, Vill'Hervé, un grande edificio isolato, a un passo da una falesia sull'Atlantico. 
Charlie, all'anagrafe Charlotte, ha ventitré anni ed è l'unica ad avere un lavoro presso un laboratorio farmaceutico. Ed è anche l'unica ad avere un fidanzato, Basile 29 anni, medico timido. Geneviève, per quanto i suoi impegni glielo permettono, dà il suo grande contributo nella gestione della casa, mentre le altre Hortense, quindici anni, Bettina tredici e Enid, appena nove passano le loro giornate tra la scuola, le amiche e i primi innamoramenti, la lettura e scrittura, gli scoiattoli e i pipistrelli. 
Sebbene diversissime tra loro per indole, tutte loro hanno un segreto che le accomuna: tutte chiacchierano con i fantasmi dei genitori. Poche battute ogni tanto, quando loro gli compaiono davanti... 
Questa è la loro magnifica storia che ruota inevitabilmente intorno a quelle potenti quattro mura che sono il loro baluardo di appartenenza: sono casa. 
Questa è la storia di cinque caratteri principali e vari comprimari, il loro lessico famigliare, le loro relazioni interpersonali. Qui basti sapere che è un vero piacere fare la loro conoscenza. 

Nel 2003 Malika Ferdjoukh racconta una porzione della loro vita, dedicando il titolo dei 4 volumi in sequenza a ciascuna di loro: Enid, Hortense, Bettina e, ultima, Genèvieve. Per ognuna di loro una stagione (alla quinta sorella nessuna mezza stagione). 
A turno, capita che la sorella nel titolo si trovi quindi sotto una luce leggermente più intensa delle altre, ma è roba di poco. Come sarebbe anche nella vita vera, le cinque Verdelaine costituiscono un gruppo inscindibile, sotto molti punti di vista. Charlie è l'unica a non avere un volume che porti il suo nome, ma c'è sempre. Fortunatamente per loro e per noi. 
Ad arrivare in Italia i quattro romanzi impiegano quasi vent'anni, infatti Pension Lepic li pubblica tra il 2021 e il 2022, credendoci moltissimo. 
Cerca una traduzione che gli renda merito, e la trova nella penna felice di Chiara Carminati. E un bravo illustratore che fa centro con le quattro copertine. Al suo amato mare non rinuncia ma lo mette solo in quarta: davanti mette sempre lei, la Vill'Hervé, in quattro stagioni diverse, appunto. 
Luca Tagliafico molto saggiamente la considera come fulcro narrativo delle quattro storie. Tutto passa attraverso quelle porte, finestre e scale... 
A riscuotere successo, a giudicare dai timbri dei prestiti in biblioteca, parrebbe sopratutto Enid che ha la fortuna di essere la prima a comparire sulla scena editoriale. 
Le ragioni di Pension Lepic sono molto condivisibili. 
La prima: Malika Ferdjoukh, nonstante abbia scritto cose sempre molto convincenti, finora in Italia non aveva trovato un editore che l'avesse trattata come un personale fiore all'occhiello da mostrare nel catalogo dei titoli pubblicati. Pension Lepic decide di farlo. 
La seconda: la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre. 
La terza, invece, ha a che fare con questa storia in particolare. L'idea che una prospettiva del genere - un romanzo che racconti la storia di fratelli/sorelle orfani e soli al mondo - sia un plot vincente. Peraltro ne sono prova provata tanti altri fulgidi esempi. E forse Lepic questo lo sa.
Alcuni dei questi esempi, per certi versi, stupiscono per sovrapponibilità. 
in verità, quando uscì Quattro sorelle.Enid tutti pensarono alle sorelle March della Alcott. Facile, direi quasi banale, il confronto. 
Ma, a ben vedere, c'è ben di più che irrobustisce l'idea di partenza dei quattro romanzi della Ferdjoukh. 
Primo fra tutti, l'indimenticabile Oh, Boy! Anche lì (nel 2000) famiglia azzerata già in partenza e questi piccoli fratelli che al momento di chiaro hanno solo l'intento di non voler essere separati e cercano di fare squadra. La penna felicissima della Murail fece il resto. 
E, a onor del vero, va detto che le due scritture, quella di Murail e quella di Ferdjoukh (il discorso sulla narrativa d'Oltralpe non era dettato da una malcelata esterofilia), si assomigliano parecchio, in quel loro saper essere comiche e commoventi a distanza di poche battute. 
Entrambe sanno essere lievi nel racconto dei fatti e profondissime nelle riflessioni che nascono nelle teste dei loro personaggi. Entrambe sanno stare in silenzio, quando non c'è alcun bisogno di spiegare, entrambe sospendono i loro giudizi e non danno soluzioni. Entrambe sanno dare spessore ai loro personaggi attraverso la famosa regola: Don't tell, show. Infatti entrambe sono eccellenti creatrici di trame e costruttrici di intrecci. 
Orfanezza, fratelli o sorelle, la casa come perno: mi vengono in mente grandi romanzi: Nove braccia spalancate (ed. originale 2004), Hotel Grande A (ed. originale 2014), come pure La casa di Pine Island (ed. originale 2020), quest'ultimo con somiglianze belle forti, anche se non il migliore di Polly Horvath.
Fino a qui le affinità. Ma esistono anche due caratteri che mi paiono del tutto originali, e spettano alla sola Malika Ferdjoukh. 
Il primo: lei è una grande amante dei fantasmi. E l'argomento le è così congeniale che quando può ce ne infila qualcuno...
In Quattro sorelle. Enid  ce ne sono vari, ma i migliori sono quelli di mamma e papà. Malika Ferdjoukh ha saputo giocare, e rendere assolutamente normale, a tratti anche divertente, la relazione tra questi genitori e le loro figlie. Bella chiave per sdrammatizzare. La loro presenza 'fantasmatica', i brevi dialoghi e incontri con le figlie (nessuna delle cinque lo confessa alle altre e quindi pensa di essere l'unica a ricevere le loro visite) e genitori sono righe di pura bellezza. 
Leggere per credere. 
E secondo carattere peculiare: la sua abilità sottile nel non voler troppo definire un preciso momento storico in cui ambientare la storia. 
A tratti, davvero sembra di essere in un romanzo dell'Ottocento (complice anche il formato?) con personaggi che potrebbero essere ottocenteschi, che si muovono in un contesto che a tratti lo potrebbe essere e poi entrano in scena oggetti o situazioni che riattualizzano il tutto al contemporaneo. Ma questa sapiente nebbiolina da brughiera e da falesia che avvolge tutto ha il merito di rendere ancora più universali personaggi e storia in sé. 
Di nuovo, leggere per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Complice forse il tipo di lavoro che faccio, complice una mia attenzione maggiore quando si parla di cibo, sono inciampata in quella che a me parrebbe essere una bella svista. Ho verificato anche nell'edizione francese ed effettivamente compare fin dall'originale... Ma a quanto pare, tutti quelli che a vario titolo hanno lavorato sul testo, e quelli che l'hanno letto, non l'hanno notata o hanno preferito soprassedere...
Per me può anche partire un contest: tra pag. 66 a pag, 70, è lì.

venerdì 19 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FIORDASOLI E GIRALISI 

L'alleanza dei bambini, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di mezzo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"È quasi come la scuola materna, solo che nessuno ti viene a prendere. Qui ci divertiamo molto. 
Lacapa è quella alta, ovviamente. Ci sono tantissime bambine e bambini, forse mille. Abbiamo il permesso di andare in giro un po' come ci pare. Ma è vietato oltrepassare la linea bianca. 
Lacapa ha tracciato la linea bianca con la vernice, così sappiamo dov'è. Nessuno la oltrepassa, neanche Lacapa. 
Noi Fiordasoli abbiamo i calzini a righe." 

Su uno dei tanti cocuzzoli di tante montagne ci sono tre grandi case di legno: quella con le persiane rosse è dei Fiordasoli, mentre i Giralisi stanno in quella con le persiane verdi. La casa in mezzo viene usata come refettorio e per fare tutte le altre cose. Lacapa vive in una casetta da sola, sull'albero. 
Lì tutto lo decide Lacapa, così i bambini hanno un pensiero di meno... 
La mattina un po' di esercizio fisico, poi la colazione. Poi Fiordasoli e Giralisi si dividono: i primi vanno a fare tamburo, danza e poi pittura, mentre i secondi vanno a pelare le patate. Spesso vanno a passeggio insieme, guidati da Lacapa; anche quando piove e quando si torna a casa i Fiordasoli si tolgono gli stivali infangati e vanno sul tappeto elastico, mentre i Giralisi puliscono gli stivali di ciascuno. 
Al lago, quando c'è il sole, i primi vanno in barca e fanno il bagno mentre i secondi gonfiano salvagenti, braccioli e palloni da spiaggia. A tavola i Giralisi servono il pranzo e gli altri lo mangiano, dopo loro a lavare i piatti e calzini e i Fiordasoli a giocare a croquet. 
Nell'ora di relax alcuni stanno sdraiati a guardare il cielo, altri trasportano pietre... indovinate chi? 
Ecco, anche la Fiordasola narratrice: quella con il braccialetto che tiene nascosto, se ne è accorta: c'è un'ingiustizia in atto. Ma a quanto pare Lacapa ama le ingiustizie... 


Questa è la storia di una rivolta organizzata, ma anche un po' improvvisata, basata su un semplice sotterfugio che porta a una qualche confusione inaspettata. Complice una cecagna de Lacapa non preannunciata, la fuga può essere perseguita e la linea bianca superata... 

Tre colpi di genio in un unico libro! 
Il primo, e il più evidente: l'idea di raccontare come se niente fosse - e per di più in un libro per l'infanzia - l'ingiustizia. Così bell'e fatta. Senza spiegazioni, dettata -come si conviene a ogni buona ingiustizia- solo dall'uzzolino di chi detiene il potere. 
Il secondo ha a che fare con il tono del testo, complice una traduzione luminosa di Samanta K. Milton Knowles che non perde occasione per dimostrare le sue belle idee e la sua felice penna. 
Qui, in particolare, sono partiti applausi ai tre nomi intorno a cui tutto ruota: Lacapa, Fiordasoli e Giralisi. 
A proposito del testo, c'è da dire che una delle doti che vanno riconosciute alla Pija Lindenbaum è la capacità di andare dritta al punto, senza perdersi in spiegazioni che lei ritiene superflue. 
Per intenderci: con Else-Marie e i suoi sette piccoli papà, libro fulminante almeno quanto questo, lei non dà la minima spiegazione di perché quella ragazzina abbia 7 papà alti trenta centimetri: è così e basta. E tutto ruota invece sui curiosi 'siparietti' che una stranezza del genere può determinare. 
Qui scatta il medesimo meccanismo: dire pochissimo per far immaginare moltissimo. 


Uno dei silenzi migliori brilla nella frase: "È quasi come la scuola materna, solo che nessuno ti viene a prendere." Dal che se ne deduce che si tratta di un orfanotrofio, circostanza confermata dalla presenza di Fiordasoli e Giralisi, entrambi nomi che se scomposti dicono moltissimo e vanno in quella stessa direzione. Per di più sono frutto di un semplice quanto magnifico scambio sillabico tra fiordalisi e girasoli, cui bisognava però pensare... E brava Samanta.
Il silenzio che la Lindenbaum usa come strumento narrativo riguarda anche la maggior parte delle attività che i Giralisi fanno. 
Qui entra in gioco il disegno che molto ci dice sulle loro continue corvé: molte delle loro attività di servizio non sono mai menzionate. 



E si potrebbe aprire una riflessione sul modo di raccontare per figure e parole - quindi anche in un albo come questo. Attraverso due linguaggi differenti che si potenziano a vicenda, ne constatiamo il loro funzionamento reciproco, come moltiplicatore di senso. Il fatto di essere tra loro a distanza, talvolta in contrasto, oppure armonici nel dire cose differenti, stimolano il lettore a infilarsi in questo spazio/intercapedine per potersi godere la storia e i suoi possibili significati da lì. Da dentro, tra parole e figure. 
Terzo colpo di genio sta nella modalità che i ragazzini architettano per ristabilire la giustizia e che poi li porta ad andarsene di lì: semplice ed efficace. 
Anche in questo caso cala il silenzio e si lascia intuire tutto attraverso i disegni che compaiono a libro finito (o non ancora incominciato), ossia i risguardi. Il testo in proposito è giustamente lapidario, così come strumentale è la pennichella della cana guardiana.


Su tutto si sparpagliano i bambini e le bambine, sempre un po' storti, con i nasi a patata, ma grande espressività, con zampette esili, distinti da vari colori di pelle, tutti però con capelli a scodella, ma rigorosamente chiusi nei loro grembiuloni celesti senza colletto o blu con colletto, a distinguere una volta di più, se ce ne fosse bisogno, la classe operaia dalla borghesia capitalista... 

Carla

venerdì 17 settembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A ME STA BENE!
 
Le storie della storia del pinguino, Christine Nöstlinger
(trad. Anna Patrucco Becchi)
La nuova frontiera 2021


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)


"Le storie passano anche attraverso le persone che ascoltano. Ciò che per loro non è importante, viene tralasciato. Nel caso di Emanuel e di suo padre verrà tralasciato quasi tutto: le offerte di lavoro, il barboncino, l'aver freddo a Corfù e i caloriferi spenti. Rimarrà soltanto una cosa: c'è un pinguino che nessuno vuole!"


E siccome il padre di Emanuel sa che Emanuel ama i pinguini e siccome lui ama Emanuel... Non gli resta che sospirare e sperare che sia la prozia Alexa a dire che un pinguino in casa lei proprio non lo vuole. E siccome la prozia Alexa è una signora anziana che ama Emanuel e, in linea di massima, il quieto vivere, anche questa volta dirà la frase consueta: a me sta bene!
Così al pinguino, che l'assistente zoologo Schestak non può più tenere in istituto perché è stato licenziato, né tanto meno nella sua camera in subaffitto dalla signora Siebenbürger, perché lei è troppo freddolosa, non resta che andarsene in braccio a Emanuel verso la casa accanto, dove troverà il freddo e l'affetto necessari per crescere e diventare grande.


Gli ingredienti di base per una storia interessante ci sono tutti: una difficoltà di partenza, un animale esotico, un bambino un po' solo, una mamma che non c'è, un padre affettuoso, un'anziana un po' originale, un'antagonista all'acqua di rose e sullo sfondo un quartiere tranquillo, e una scuola qualsiasi.
Come accade spesso, a trasformare una storia interessante in qualcosa di più interviene il guizzo di chi quegli ingredienti li compone ad arte.
Christine Nöstlinger qui più che altrove è proprio sulla composizione che lavora, ovvero sulla struttura narrativa che diventa così essa stessa una protagonista a tutti gli effetti. Già solo le prime righe e poi le prime pagine sono un 'gancio' irresistibile: Una volta ci sarà un pinguino che non saprà di essere un pinguino. Accadrà tra due o tre anni. A seguire, la Nöstlinger snocciola i nove (in realtà sono sette) indizi che debbono contribuire a schiarire il quadro d'insieme e che rappresentano la mappa di come orientarsi nel corso della narrazione, senza doversi sorbire lunghe spiegazioni sul perché e percome.
Si inizia così, dritti dentro le cose che succedono, con un bel verbo al futuro, per accendere la curiosità del lettore: Accadrà un giorno di primavera, tiepido e sereno. Emanuel sarà con suo padre a fare colazione. La prozia Alexa ha già fatto colazione prima, perché lei si alza di buon'ora.
Per tutto il racconto, solo di rado si incontrano approfondimenti psicologici sui personaggi, li conosciamo molto meglio attraverso quello che dicono - per la verità non moltissimo - o quello che fanno. Oppure a loro viene dedicato un capitolo a sé che in qualche modo contribuisce a dare loro spessore e a trovare il senso nelle cose che accadono; tanto per citarne alcuni: Tutta la storia della prozia Alexa, oppure La storia di Emanuel e dei ricordi. A questi si aggiungono un paio di capitoletti 'funzionali' a chiarire l'arrivo della gatta molto grassa e molto vecchia: una sorta di esilarante cameo 'in crescendo' in un storia già bella buffa di suo. Tutto questo contribuisce a spezzare una eventuale monotonia di contesto e di ritmo del racconto, con consegeunte lieve e salutare spaesamento da parte di chi legge, al solo scopo di tenerlo allegro e vigile.
In tutto questo saltare di qua e di là, andare e venire dal futuro al passato anche remoto, entrare e uscire dalla storia con il fine di condividerne la struttura, non debbono sfuggire una sequenza di piccole perle di saggezza che la Nöstlinger dissemina lungo il cammino e che si distinguono dal resto perché il tono con cui vengono scritte, ma sarebbe più corretto usare dette, perché davvero sembra di sentire una voce bassa fuoricampo che pronuncia cose del tipo: ma quando le storie vengono raccontate passano per le persone che le raccontano... oppure la già citata Le storie passano anche attraverso le persone che ascoltano, oppure un lavoro ben fatto fa sorridere... oppure ancora le persone tristi non concludono niente. Si percepisce davvero come la voce di un amico che ti vuole svelare, e solo a te, qualcosa di importante. 
Confortevole sensazione.
Come se non bastasse, la Nöstlinger che per un centinaio di pagine ci ha tenuti legati a una storia che richiede una buona dose di 'sospensione dell'incredulità', decide di offrire ai suoi lettori ben tre finali differenti, ancora una volta creando un gancio relazionale forte fra chi scrive e chi legge, come a dire: "mi fido di te, per chiudere la storia, scegli quello che più ti convince!"
A onor del merito, sebbene tutto questo piacevole e intelligente lavorio per tenere attaccato alla pagina il proprio lettore sia frutto di un modo di scrivere che era di gran moda intorno agli anni Ottanta (Le storie della storia del pinguino risale al 1978), tuttavia la vicenda dell'arrivo del pinguino a casa dei Bierbauer è anche un pretesto per andare a guardare più in profondità un bel po' di cose sull'amore e le sue declinazioni. D'altronde è la Nöstlinger a scrivere, non uno qualsiasi. 
Evviva!
 
Carla


Noterella al margine: Di questo libro esiste un'edizione tedesca di Beltz&Gelberg con copertina di Axel Scheffler che già da sola...

 

lunedì 14 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

EVAN IL TERRIBILE
 
Un'isola tutta per noi, Sally Nicholls (trad. Anna Becchi)
San Paolo Edizioni 2021
 

NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)
 
"Ho aperto il cassetto. Era pieno di cose sue, cose che credo zio Evan e Jo avessero portato o tirato fuori dalla sua borsetta o giù di lì. 'Cosa? Queste?' ho tirato su gli auricolari. 'Questa?'. Una scatola di pillole. 'Questo?'. Un pacchetto di polo alla menta. 'Questo?' Ho tirato fuori quello che sembrava un libro e lei ha iniziato ad agitarsi veramente parecchio. Ha smesso di dare colpi e ha mosso le mani facendomi dei segni. Ho guardato ciò che tenevo fra le mani. Era un albo fotografico, uno di quelli piccoli con una singola foto per ogni pagina e con in tutto lo spazio per una ventina di foto.
Mi ha sorpreso che zia Irene avesse una cosa del genere."


Zia Irene, è sempre stata una donna molto particolare: tecnologica e, da sempre, piena di segreti e misteri riguardo ai suoi possedimenti; convinta che nella vita ognuno dovesse guadagnarsi il proprio posticino nel mondo attraverso l'impegno personale.
Ora è in fondo a un letto di ospedale: ha avuto un ictus. A gesti e a bocconi di parole sta cercando di convincere Holly, 12 anni, a prendere quell'album e considerarlo un suo regalo, ma soprattutto la incita a 'uuaare... uuaare'. E ancora di più le preme che né il marito Evan né la figlia Jo, assistano alla scena. Ma loro fortunatamente sono al bar dell'ospedale...
In quelle poche foto - non si tratta di foto artistiche, o foto ricordo di persone, piuttosto sembrano foto per provare un nuova macchina fotografica - sono immortalati luoghi ai loro occhi sconosciuti: rotaie, spiagge, uffici. Un vero mistero per i tre orfani Kennet, ai quali evidentemente la zia, in punto di morte, sta offrendo un bandolo di una intricata matassa per arrivare ai suoi gioielli, di cui saranno - per sua espressa volontà testamentaria - i futuri proprietari.
Bisognosissimi di soldi, i tre orfani Kennet - Jonathan 18 anni tutore dei suoi fratelli, Holly di 12 e Davy di 7 dal momento della morte della loro mamma - sono per ovvie ragioni un nucleo familiare piuttosto originale che può contare poco sull'aiuto dei parenti, mentre un po' di più sul sistema di welfare britannico. Ma è sempre poca cosa: finiti i risparmi della madre, con il sussidio dello stato e il magro stipendio di barista, Jonathan a malapena riesce a pagare l'affitto della loro casa e il cibo (spesso vanno a 'panini'). Ma tutto ciò che è un extra o, peggio, un imprevisto, come per esempio la malattia di Sebastian, il coniglio di Davy, mette in crisi il loro precario sistema di autosussistenza.
Quindi i gioielli di zia Irene, sarebbero proprio un bel colpo di fortuna, che metterebbe i tre fratelli nelle condizioni finalmente di fare una vita un po' più adatta alla loro età. E magari anche di salvare il loro coniglio.
Grazie a una serie di felici intuizioni di Holly, con il supporto di una squadra di 'aiutanti' adulti un po' sui generis, comincia così la loro avventurosa, quanto macchinosa ricerca di questo 'tesoro' che li porterà fino su una piccola isola scozzese, nell'arcipelago delle Orcadi.


La cosa che colpisce di più in questo buon romanzo è l'abilità della Nicholls di essere credibile, pur nell'apparente assurdità dell'intera vicenda.
Il piacere che spesso la buona letteratura genera nei propri lettori, ovvero la c.d. sospensione dell'incredulità: lo so che non è vero ma ci voglio credere, qui è diffuso e capillare.
In primo luogo, la situazione di partenza: tre fratelli che vivono da soli, sotto la tutela del maggiore, è già un bell'avvio, narrativamente parlando. Di fatto, nella vita di questi ragazzini ora non c'è nessun adulto di riferimento: padri andati o morti, madre fatta fuori da un cancro, nonni affettuosi, ma anziani e in una casa di riposo, zia Grace anaffettiva e basata in Australia, cugina Jo troppo occupata, zio Evan gretto e meschino, al limite della perfidia: di certo il peggiore. Se tutto questo può sembrare effettivamente un buon inizio per un romanzo di fine Ottocento, nel 2021 potrebbe sembrare inverosimile, e anche un po' stucchevole. E invece questo non succede. Perché nella voce narrante, quella di Holly, c'è talmente tanta verità che il lettore, pagina dopo pagina, le va dietro. E basta. I singoli personaggi che, attraverso gli occhi di Holly, anche il lettore vede riga dopo riga, assumono spessore e credibilità nel loro essere la risultante di un complesso intreccio tra bene e male, tra difetti e pregi, tra debolezze e forza. Esattamente come accade nella realtà: qui nessuno è buonissimo o cattivissimo, ma tutti si muovono in quella zona intermedia che appartiene alla finitezza umana. Holly sa vedere i difetti, le manie, le fragilità, i limiti, ma anche le aspirazioni, le sensibilità e in generale i sogni di ciascuno.
Attraverso il suo racconto, ci si rende conto che anche l'inverosimiglianza che un diciottenne possa avere legalmente la gestione dei propri fratelli minori, può stare in piedi (non a caso è la stessa Nicholls a presentare, sotto forma di ringraziamento, le sue pezze d'appoggio sulla questione).
Lo stesso si può dire per il surreale scenario umano del Maker Space: i tre fratelli frequentano uno di questi luoghi di condivisione tecnologica che nella realtà esistono (anche ai loro frequentatori è tributato un sentito ringraziamento) e sono 'abitati' da nerd 'socievoli', ovvero che hanno, al contrario del nerd duro e puro, uno spiccato senso di comunità e mettono i loro sapere al servizio degli altri. Qui, fondamentali per la soluzione della questione.
Ovviamente sono verissime anche le isolette delle Orcadi.
Un po' meno verosimile invece risulta la questione delle valigette disseminate per il mondo dalla zia Irene, contenenti pezzi di eredità da recuperare. Ma anche qui lo sforzo di crederci arriva sulla scia di tutto il resto e quindi lo si può prendere per buono. D'altronde è più volte detto che la zia Irene era molto originale.
A conclusione forse vale la pena tornare indietro e fare un'ultima considerazione su quanto detto prima, ovvero sull'autenticità di quello sguardo, di quella voce di tredicenne in cerca di felicità. In lei c'è un pragmatismo e una ferma volontà di superare i problemi che mi sento di riconoscere come proprio dei più piccoli: poche chiacchiere, mettiamoci in moto! Per capire a cosa si vuole alludere, basterebbe metterlo a confronto con la prudenza velata di pessimismo del fratello maggiore, e l'inconsapevolezza in cui abita ancora il piccolino di casa.
Nessuna deroga alla retorica, al contrario divertenti siparietti nel reparto biancheria di un grande magazzino, o al capezzale di una afasica moribonda. 
E brava la Nicholls che riconosce che questa bella mistura di fragilità e forza è il marchio di fabbrica di chi non ha ancora passato il guado dall'infanzia all'essere adulto.
 
Carla