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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

mercoledì 13 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DALLA BOCCA DI UN LEONE 


Sono la Rabbia. Non ho né padre né madre: 
sono saltata fuori dalla bocca di un leone 
quando non avevo neanche mezz'ora di vita; 
e ho scorrazzato su e giù per il mondo 
con questa coppia di spade, ferendo me stessa 
quando non avevo nessuno da combattere. 
Sono nata all’inferno; e fate attenzione, 
perché qualcuno di voi sarà mio padre. 

Con questa citazione de Il dottor Faust di Christopher Marlowe in esergo, Inés Garland dà il via alla storia di una ricerca, che è anche un combattimento, che è anche la lenta costruzione di sé del giovane Tadeo. 
La rabbia è quella che Tadeo sente crescergli dentro sin dalla prima scena del romanzo, quando suo fratello Iván lo costringe ad allargare le braccia a croce tenendo sul palmo di ciascuna mano un volume dell’enciclopedia Britannica con la minaccia di riempirlo di botte se le braccia dovessero cedere sotto quel peso. Il combattimento pure è di Tadeo, contro quella rabbia di cui rischia a ogni passo di diventare il padre. La ricerca è quella di capire sé stesso e la sua triste e opprimente famiglia, capire tutto quello che gli viene taciuto. 
Quello che Tadeo certamente sa è che non vuole diventare né come suo padre, né come Iván. 
Siamo in Argentina, a Buenos Aires e Tadeo è un quattordicenne, il più giovane di quattro fratelli. Vive in una famiglia devastata dall'irragionevole severità del padre, dalla triste e anaffettiva sottomissione della madre e dalla crudeltà fisica e psicologica di Iván. 
In effetti, motivi per farsi divorare dalla rabbia ce ne sarebbero abbastanza. 
La fugace presenza in famiglia della sorella Lucrecia, per quanto affettuosa, non riesce a spezzare l’angoscia che si respira costantemente in casa. E poi c'è l’altro fratello, Jano, personaggio centrale nella storia ma intorno al quale si condensa un omertoso mistero che riguarda la paralisi dovuta a un incidente di cui nessuno vuole parlare: la sua presenza, per quanto immobile e muta, è il nocciolo duro della storia.
Si tratta dunque di un affresco familiare che – per quanto nelle intenzioni dell’autrice nasceva come una storia corale - presto viene sopraffatto dalla figura di Tadeo che prende le redini della narrazione: il suo sguardo sulla famiglia e su se stesso diventa voce narrante alla quale l’autrice decide di affidarsi senza esitazione. 
Appena può, Tadeo si rifugia al fiume. Lì trova ristoro: la natura gli offre la possibilità di cercare un contatto con se stesso e sarà proprio lì che incontrerà Vera, una coetanea che invece ha una famiglia gioiosa e aperta, non priva di problemi ma con una sana stravaganza che consente di vedere le cose del mondo con amore e immaginazione. La famiglia di Vera è differente: non è questione di perfezione, non si tratta di non avere problemi, di essere più o meno fortunati… è questione di abbracci, di sincerità, di coraggio, di immaginazione e di cura. 
Sarà lei ad aprire lo sguardo di Tadeo a un modo diverso di essere famiglia e più in generale, a una postura differente rispetto ai fatti della vita. 
Tadeo osserva, si fa domande, mette insieme ricordi, confronta gli sguardi, cerca la strada e segue le tracce che Jano, quel fratello ormai ridotto al silenzio, gli ha lasciato. 
Inés Garland costruisce un racconto intenso, ruvido e coraggioso al tempo stesso che procede seguendo i pensieri e le vicende del protagonista, ma anche servendosi delle grandi narrazioni: ci imbattiamo nel mito di Atteone, che viene trasformato in cervo per aver visto quello che non poteva vedere e viene sbranato dai suoi stessi cani, o nei racconti delle Mille e una notte che dicono di potenti metamorfosi e terribili presagi. Come la lenta costruzione di un puzzle, Tadeo mette insieme i pezzi fino a svelare i tormenti, i segreti e le radici che hanno fatto di quella famiglia quella che è. Per percorrere i labirinti di quella rabbia e trovare la via di uscita. 
Tante sono le questioni affrontate: la malattia mentale, l’omosessualità, la violenza domestica, la vergogna, la sconfitta, il coraggio della verità, l’amore, il dolore, la libertà, la forza e la debolezza, ma nessuna di queste diventa “un tema” né tanto meno un insegnamento. 
I personaggi sono densi di sfaccettature, mai completamente incasellabili in un tipo piuttosto che in un altro. Tutte persone vive e dunque complesse. 
Tadeo diventa capace di attraversare questa complessità e di riconoscerla in se stesso. E questo fa di questa storia, una bella storia. 
"Tutta la rabbia che ho dentro", il cui titolo originale è "De la boca de un león", è stato premiato dalla giuria del XXI Premio Alandar che ha definito l'opera come "un avvincente romanzo di formazione, che parla di crescita, maturazione e ricerca dell'identità, capace di creare un'intensa tensione psicologica attraverso piccoli gesti. Notevole sia dal punto di vista tecnico che letterario, riesce a costruire una grande storia a partire dai conflitti familiari e a stabilire uno schema di disattivazione della violenza. Una narrazione travolgente con improvvisi sprazzi di chiarezza, soprattutto nelle scene rurali, che qui sembrano avere un potere curativo." Pienamente d’accordo. 
Inés Garland è stata apprezzata anche in Italia con l’attribuzione del Premio Strega Ragazzi nel 2023 per “Lilo” (Uovonero). Con Feltrinelli, nel 2015 ha pubblicato "Carta Forbice Sasso". 

Patrizia 

Noterella al margine. Qui il testo spagnolo delle motivazioni della giuria del Premio Alandar:  "una emocionante novela sobre el crecimiento, la madurez y la búsqueda de la identidad que consigue crear una intensa tensión psicológica a través de pequeños gestos. Notable tanto desde un punto de vista técnico como literario, logra levantar, a partir de los conflictos domésticos, una gran historia y establece un patrón de desactivación de la violencia. Consigue llenar una narración sobrecogedora de ráfagas de claridad, especialmente mediante las escenas de campo, que aquí parece tener un poder curativo".


Tutta la rabbia che ho dentro", Inés Garland, trad. di Francesco Ferruccio, Uovonero 2026 


mercoledì 6 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

“La sua testa è uno strano posto in cui stare in questo momento” 


Juri è un ragazzino come tanti che frequenta una scuola corrispondente in Italia pressappoco alla primaria, è probabile che abbia sui 10, 11 anni, si trova in quella fase della vita cioè in cui tanti hanno ancora l’aspetto, i timori, le fantasie dei bambini, ma tanti altri cominciano ad affacciarsi su quel territorio incerto e spaventoso della pre-adolescenza. 
Il racconto comincia con una passeggiata nel bosco che Juri compie in compagnia dei suoi genitori, diretti a una festa di compleanno. Durante il percorso in auto c’è una cosa che lo incuriosisce: un sacchetto di plastica appeso al ramo di un albero. Non è chiaro cosa contenga e questo interrogativo non smette di occupare i suoi pensieri, tanto che nel corso della giornata, quando riesce a procurarsi una bicicletta e ad allontanarsi dai suoi amici, sarà verso quel sacchetto che cercherà di arrivare. Si scoprirà poi che conteneva semplicemente degli asciugamani e che casualmente risulteranno molto utili per medicare le ferite che si procura con una caduta. 


Questo episodio così apparentemente banale in realtà chiarisce già molti aspetti di questo romanzo. Prima di tutto non ci verrà fornita alcuna informazione circa il contesto nel quale questa vicenda prende corpo, o meglio, riusciamo a ricavare man mano che andiamo avanti, solo dettagli che ci permettono di capire che almeno avremo a che fare con un gruppo di ragazzini molto simili a quelli che conosciamo, che niente di fantastico e surreale attraverserà il romanzo. E questa potremmo definirla come una sorta di premessa, alla quale farà seguito però un racconto che si rivelerà sempre estremamente parco di descrizioni, nessun paesaggio naturale o urbano trova spazio in questa narrazione e anche gli stessi personaggi sono connotati con i loro nomi e pochissimi altri elementi. 
Nessuna progressione di eventi, nessun intreccio in cui distinguere un prologo, uno sviluppo, una conclusione, ma una sorta di fermo immagine su un cambiamento che preme per avere atto, e che invece ora intravediamo solo in potenza, che riconosciamo in piccoli frammenti di vita giustapposti e che solo da lontano riusciamo a ricomporre in un’immagine unitaria, ma non armonica e fatta invece di dissonanze e scompensi, di arretramenti e slanci felici verso l’ignoto. 


Del giovane Juri riusciremo a ricavare un’idea un po’ più ampia solo alla fine, quando comunque il sapore e il senso che conserveremo saranno quelli di una storia raccontata con brevi e rapidi colpi di pennello, con squarci che si aprono di volta in volta su questioni e situazioni che vengono avvicinate, lambite ma mai completamente scandagliate. E questo non perché l’autrice sorvoli sulle questioni importanti, tutt’altro, ma perché sceglie di comporre un quadro complesso utilizzando soltanto tasselli evocativi e lasciando al lettore la facoltà, il piacere, e perché no, la scelta di completarlo. 


Il mondo reale è un groviglio di elementi che chiedono di essere interpretati, di codici che aspettano di essere svelati e la fine dell’infanzia rappresenta il momento in cui si comincia a prendere consapevolezza di questo. Le frasi lapidarie pronunciate dagli adulti (“il gruppo, la cosa più importante che un essere umano possa avere”, “devi essere sempre te stesso”) rimangono nelle teste di questi quasi adolescenti e non più bambini, come concetti vuoti che veleggiano senza riuscire però a concretizzarsi in pensiero, al pari di quel sacchetto di plastica inspiegabilmente rimasto appeso a un ramo. Quelle parole, quei segni che il reale ci consegna, Juri li accoglie e cerca di decifrarli e il romanzo ci racconta, di capitolo in capitolo (ognuno dei quali corrisponde ad un episodio), proprio dei tentativi di riuscire a dipanare queste matasse. 
Anche gli altri ragazzini adesso per Juri hanno smesso di essere semplici compagni di gioco e al periodo facile in cui era sufficiente correre insieme, si è sostituito un presente in cui con un’amica il rapporto potrebbe essere anche diverso e un amico potrebbe essere anche meno disposto alla compagnia perché preoccupato di quanto accade in famiglia. 
Come nel precedente romanzo dell’autrice, Felice abbastanza, pubblicato anch’esso da Camelozampa, Il gruppo è corredato da illustrazioni della stessa autrice. In bianco e nero, sembrano riprodurre delle incisioni in cui anche gli spazi ampi sono definiti da tratti evidenti e sottili. Alcune restituiscono figure al limite del “disturbante” e contribuiscono non poco a caricare il racconto di un senso di inquietudine tangibile. Juri è spesso raffigurato con occhi enormi e sbarrati, la sua testa e il suo corpo deformati come fossero concretizzazioni di incubi e pensieri angosciosi. Le illustrazioni concorrono ad alimentare l’ambiguità di fondo su cui si costruisce l’intero senso della storia: ci troviamo ancora ancorati a pensieri fantastici, infantili e divertenti o quelle stesse figure generate dalla fantasia ingenua adesso possono trasformarsi in qualcosa di straniante? 


Il finale lascia aperta una porta attraverso la quale si intravede qualcosa di diverso: “Juri si sente un po’ adolescente. 
È la prima volta. 
Che giorno strano. 
Che giorno bello.” 
E non a caso questo momento coincide con un limite varcato, con una trasgressione prima mai neanche contemplata e con la sensazione di sentirsi un po’ diversi, quasi un po’ fighi, giusto quel tanto che basta per non indietreggiare e accettare invece di scoprire quello che ci aspetta. 

Teodosia 

Il gruppo di Kari Stai, illustrazioni di Kari Stai, traduzione di Maria Valeria D’Avino, 
Camelozampa 2026  

mercoledì 11 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MOSTRO E LA STELLA
 

Sirio è una ragazzina di 12 anni, ha un nome da maschio il cui significato ha ignorato fino ad ora. Il mistero di questo nome è tutt’uno con quello di un padre mai incontrato, del quale sente rabbiosamente la mancanza, un padre che viene continuamente evocato, ogni volta immaginato con un’identità diversa. Sì, perché Sirio ha una grande inventiva, diciamo pure che ha una particolare abilità nel confezionare bugie, il più delle volte utilizzate per raggiungere scopi precisi. Ha un carattere deciso, tanto che nella banda costituita da una manciata di ragazzetti, lei è indiscutibilmente il capo! Le bande si compongono e si fronteggiano tra di loro, e le ragioni per cui una banda si costituisce è perché ti permette di fare esattamente le cose che faresti, ma in compagnia, ha una forza maggiore e le contese diventano spesso lo scopo di lunghe e vuote giornate in un piccolo paese quale è Fiesole. 
Ma questo è vero fino a quando, il 3 settembre del 1943, non viene firmato l’armistizio. Fino a quel momento la guerra è stata un racconto o una serie di notizie che hanno scalfito solo in minima parte la spensieratezza di questi ragazzi, ma lo scenario cambia completamente e anche Fiesole smette di essere un luogo sicuro e tranquillo, per essere raggiunto dai fatti e dalle persone direttamente collegate al conflitto. Si apre così una cesura importante, tra un tempo che aveva tutte le caratteristiche e la leggerezza dell’infanzia, e un altro in cui anche ai più piccoli viene di fatto imposto di crescere, di guardare il presente e soprattutto di cominciare a farsi delle domande. 
Un incontro decisivo sembra mostrare ai ragazzi l’impossibilità di essere ancora bambini e soprattutto di credere che ci siano dei valori eterni e non negoziabili. La storia, con le sue contraddizioni laceranti, si presenta con le vesti di un soldato gravemente ferito, che Sirio e Giovacchino (suo piccolo e fedele compare) trovano in un castello situato nel folto di un bosco. 
Sono convinti che si tratti di un soldato inglese e, come tale, amico. Sirio scopre in un secondo momento che si tratta invece di un tedesco e questo la pone di fronte a un grande dilemma: continuare a prendersi cura di lui o abbandonarlo ad un destino di morte certa? È lecito anche solo porsi una domanda del genere o la vita umana va custodita e preservata in ogni caso? Sirio è naturalmente e spontaneamente convinta di quest’ultimo assunto, soprattutto non comprende (ancora) perché la guerra, che sta travolgendo ogni aspetto della vita, debba insinuare dubbi di questa natura e impedirle di prendere una decisione che lei reputa inevitabile. 
Il soldato ferito viene chiamato Il mostro, perché nel momento in cui viene ritrovato le sue condizioni sono molto critiche, vittima di un pesante pestaggio, l’uomo viene scambiato da Giovacchino per una creatura mostruosa e tale rimarrà nei racconti e nei riferimenti, anche quando sarà guarito e avrà ritrovato un aspetto umano. 
La scelta di non attribuirgli un nome diverso da quello di mostro conferisce un tono spaventoso alla relazione che Sirio costruisce pian piano con lui e l’esposizione dei fatti non manca mai di generare nel lettore uno stato di inquietudine mai sedata, come se fossimo sempre in attesa che la natura non umana di questa creatura venga prima o poi a galla. Oltretutto l’uomo non pronuncia alcuna parola, né in italiano, né nella sua lingua d’origine, e non sembra compiere alcuno sforzo per comunicare, tanto che sorge il sospetto che oltre che la parola, abbia perso la memoria. 
Il nodo del romanzo è tutto in questa questione che Nicoletta Verna non risolve nel modo più scontato, apparecchiando la tavola con valori chiari e facilitando così lo schieramento del lettore. Neanche la scelta della vita è la più scontata in tempo di guerra, semplicemente perché le tracce di umanità si fanno sempre più rare e il modo in cui occorre guardare al presente è tutto cambiato. La presa di coscienza del mondo, ma soprattutto del contributo determinante che si può fornire perché cambi in una direzione piuttosto che in un’altra, segna la svolta più importante nella vita di Sirio e di tutti i suoi giovani amici. Non più gruppo unico di vite che attendono la fine della giornata come un dono certo e dovuto, ma soggetti distinti e in grado di assumersi la responsabilità di una scelta, anche quando questa provoca delle conseguenze dolorose. 
L’impegno che Sirio, sola, decide di riservare alla guarigione dell’uomo le permette di rivendicare una sua autonomia e differenza rispetto a Dante, ragazzo più grande di lei, appartenente a una famiglia esposta politicamente e che ha nutrito l’educazione del ragazzo di una serie di valori che hanno poi determinato la sua naturale scelta di campo. Sirio è molto attratta da lui, ma la loro relazione è burrascosa, perché la costruzione di un’identità per la ragazza è il frutto di un percorso molto più difficile; lei parte da un contesto aspro e rude. L’approdo a un pensiero, a una convinzione, per lei sarà scelta totale e priva di compromessi: si dedicherà interamente e da sola alla salvezza del soldato, così come sarà completamente presa dalla realizzazione di una vendetta che, sola, può riscattare il suo errore. In uno scenario fosco e drammatico come quello di una guerra la luce non scompare del tutto, ma viene cercata con grande desiderio e trovata in piccoli ma preziosi momenti. La luce è quella delle stelle (Sirio scopre le stelle grazie al casuale incontro con una giovanissima Margherita Hack) che mute e imperturbabili in cielo assistono allo scempio umano e nutrono i sogni di pace. La luce è anche quella degli affetti sinceri, degli abbracci rassicuranti di una madre e di quelli forti come un terremoto di un nuovo amore. 
Nicoletta Vera ha costruito con questo romanzo una storia avvincente e un personaggio che difficilmente sarà dimenticato. 

Teodosia 

L’inverno delle stelle di Nicoletta Verna, Rizzoli 2025 


mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

mercoledì 26 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

...(R)ESISTERE ALLA PIOGGIA 


Criniera arruffata, serrande abbassate, cappuccio nero calato in testa, Zebrina affronta giorni un po’ tristi. Meno male che la zia piccola decide di mandarle un regalo di compleanno in anticipo. E siccome zia è un po’ pazzerella, il suo non è un regalo qualsiasi, ma un armadio magico, capace di fornire ogni giorno un completino diverso che Zebrina potrà indossare con una certa soddisfazione. 
Certo dovrà avere cura di lavare i vestiti ogni sera e fare attenzione alla pioggia, ma cosa vuoi che sia, a confronto della possibilità di indossare nuovi vestiti? 


Il mattino successivo Zebrina schiude le antine con la dovuta eccitazione e indossa con gran gusto i vestiti che il magico mobile le fa trovare pronti. E, sarà che la salopette ha sempre fatto tanto campagna, vuoi che ogni vestitino (tanto più se non devi fare la fatica di assemblare combinazione e modelli) ha il potere di trasformarci un po’: ecco che Zebrina decide, dopo molto tempo di casa e oscurità, di uscire per una passeggiata. A sera, le raccomandazioni della zia si concretizzano: gettati nell’acqua saponata, i vestiti si sciolgono come fossero fatti di zucchero. Le conclusioni di Zebrina sono semplici quanto ficcanti: essi possono essere indossati una volta sola. 


Stimolata e sostenuta dalle più svariate combinazioni di camicette, abiti, scarpe e foulard, Zebrina attende con nuova eccitazione i giorni successivi. La gonna a palloncino chiama la sala da tè, i pantaloni arancioni a zampa di elefante ispirano una gita in bicicletta, una camicetta di flanella introduce delle approfondite pulizie, un abito in lino color carbone fa subito pittrice; e quando dall’armadio spunta un grembiule…beh, Zebrina passa immediatamente a progettare la torta di cinque piani per il suo compleanno pregustando, oltre al dolce, la specialissima sorpresa del magico armadio. 


Il fatidico giorno, però, Zebrina trova soltanto un cappellino di carta. Disdetto in fretta e furia il festeggiamento, Zebrina si rifugia sotto le coperte. E lì, nell’oscurità, può sognare un risveglio tra i più attesi, quello in cui le sue strisce nere e il suo muso dentuto e un po’ sgraziato si tramutano nel manto opalescente di un unicorno, con tanto di criniera lucente e un corno lunghissimo piantato in fronte. Peccato per la pioggia…


Un paio di questioni mi hanno fatto tremare durante la lettura di quest’ultimo, denso lavoro di Baek. 
Primo: la rappresentazione dell’ombra come parte costituente dell’interezza di Zebrina. La campitura nera con cui apre l’albo, il passamontagna scuro calato sul viso, le inquadrature della protagonista, catturata spesso di spalle o in penombra…la mestizia di certi giorni incerti – che non sono certo esclusiva dell’adultità – viene raccontata con la delicata naturalezza di uno sguardo capace di abbracciare e restituire anche questo aspetto della quotidianità come fisiologico. Necessario, addirittura.


Nello stesso pacchetto stanno alcuni segnali di irriducibilità di Zebrina. 
La presenza del cappuccio a terra qui e là, ad esempio, ma anche l’inaudito coraggio di smantellare la festa di compleanno già organizzata: un atto passibile di maleducazione ed egoismo, ma che va letto qui come segnale preciso di rispetto del proprio sentimento non soltanto quando questo è roseo, zuccheroso, bello e accettabile, ma anche quando comporta spinosità ed allontanamento degli altri. 
Per molti, esercitare questa libertà sarebbe una conquista. 


Secondo: l’introduzione del concetto di irripetibilità come occasione di rivelazione di ciò che irripetibile non è. 
Attraverso i vestiti, la loro intercambiabilità, il loro potere di costruire e consolidare identità – senza tuttavia arrivare al vero e proprio mascheramento – si manifesta il sottile legame tra ciò che della persona è modificabile e ciò che invece è costante. Il cappuccio nero e lo smarrimento che rappresenta si rivelano essere il ponte da attraversare per ricongiungere due aspetti integrati dell’identità. 
I vestiti si sciolgono, i sogni si interrompono, ma Zebrina, con il suo manto a righe, la sua energia, esiste sempre. Non solo, è il suo corpo a riempire i vestiti, la sua dimensione spirituale a dare spazio a desideri, visioni e sogni. A volte capita la tristezza, è vero, ma anche questo fa parte del gioco.


Buon Compleanno! non è solo una storia sul tempo e sugli effetti che esso provoca su grandi e piccoli di giorno in giorno. È forse soprattutto un racconto che mette a fuoco il punto di equilibrio dove si toccano mutamento e identità. Perché l’infanzia è tradizionalmente il momento dello stupore assoluto, ma anche il tempo in cui quello che è certo muta repentinamente. Ed è questo che Baek riesce a raccontare in questo albo traversale: quel mischiarsi agrodolce di emergente consapevolezza e residuo incanto tipico di ogni momento di crescita. 
Uno spazio liminale dove si sperimenta, tra grazia e sconcerto, quel delicato equilibrio tra ciò che è momentaneo e ciò che invece rimane, imparando a (r)esistere se non addirittura ad apprezzare entrambi gli stati: i momenti irripetibili e i vestiti di sempre, quelli che non scompaiono mai, nemmeno quando piove. 


Giorgia 

Noterella a margine: che Baek sia autrice di una consolidata raffinatezza e sensibilità lo abbiamo già potuto notare in Le caramelle magiche , e in La fata dell’acqua e in Io sono un cane
Tuttavia fa sempre piacere potersi soffermare a gustare quei dettagli che amplificano la dimensione del racconto restituendo con discrezione gli strati della storia e dei personaggi. I pattini di Zebrina, cechovianamente appesi al muro con una certa indifferenza, i suoi sogni da unicorno, mai declamati, ma da scorgere lentamente, nella seconda o terza lettura, sullo sfondo del cellulare o nei quadretti appesi al muro riescono ad alludere a storie e personaggi che travalicano il confine della pagina e dell’albo stesso. Raro e bello. 


 “Buon compleanno!” Heena Baek, (traduzione di Dalila Immacolata Bruno), 
Terre di Mezzo Editore 2025 

mercoledì 5 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

È ANCORA LECITO SOGNARE? 


I protagonisti di questa vicenda sono Giorgio, Joëlle, Florence e Max, rispettivamente padre, madre, bambina e bambino. Sono i componenti di una famiglia che attraversa una situazione dolorosa: il padre è detenuto in carcere con l’accusa di rapina (presumibilmente a mano armata, considerata la misura della pena). 
Giorgio non appartiene a una banda armata, la sua storia non è quella di un delinquente seriale, ma è semplicemente la vicenda eccezionale di un uomo assolutamente comune, che conduce una vita cosiddetta normale. È accaduto qualcosa che ha rotto un fragile equilibrio e l’uomo gentile e padre affettuoso si è improvvisamente trasformato in un bandito. 
Condannato a 20 anni di reclusione, Giorgio riceve le visite dei bambini, accompagnati dall’assistente sociale, poiché la moglie Joëlle chiede immediatamente il divorzio all’indomani dell’arresto. Con loro cerca di intrattenere una corrispondenza e un rapporto fatto anche di doni che realizza in carcere durante le lunghe giornate. 
Ma i figli non reagiscono allo stesso modo: il piccolo Max è l’unico a possedere una fiducia nel padre che non viene minimamente scalfita da quanto accaduto, il bambino gli scrive lettere affettuose e accoglie sempre con grande gioia i modellini di imbarcazioni che Giorgio realizza. 
Florence, al contrario, si chiude prima in un solido mutismo, dopo, la sua rabbia e l'impossibilità di accettare quanto accaduto sfociano in un atteggiamento aggressivo e nel rifiuto totale di avere alcun rapporto con il padre. Ognuno procede per la propria dolorosa strada e il racconto si sviluppa nell’arco di 20 anni mostrando da una parte Giorgio che si ostina a costruire barche e a cercare di vivere il proprio presente nel modo meno doloroso possibile, dall’altra figli e moglie che tentano di ricucire una ferita di cui dimensioni forse lo stesso Giorgio non ha piena consapevolezza. 
Una storia complessa e attraversata da sentimenti e vissuti così profondi non è facile raccontarla, soprattutto se a disposizione si hanno solo le poche pagine di un albo illustrato. Ma Germano Zullo e Albertine (una coppia di autore e illustratrice già molto rodata) sono maestri nella sottrazione, nel ricondurre, cioè, anche i contenuti più ardui a poche frasi e illustrazioni di grande pregnanza. 
La prima doppia pagina ci propone Giorgio, 30 anni, e una lettera in cui dichiara il proprio dispiacere per quanto accaduto e il suo amore, oltre alla speranza che il tempo possa aiutare le ferite a guarire. 
La pagina successiva è il ritratto di Joëlle, anch’essa trentenne, che risponde alla lettera di Giorgio chiedendogli però di non scriverle più e di continuare a farlo solo ai bambini. 


Le pagine che seguono sono quadri che ritraggono, alternandosi, la vita in prigione dell’uomo e quella del resto della famiglia, ognuno affiancato da una lettera scritta alternativamente da uno di loro. In questo senso il libro potrebbe definirsi un romanzo epistolare, poiché composto unicamente dagli elementi di corrispondenza e, come nella tradizione del genere, nessun elemento narrativo si somma alle informazioni che ricaviamo dalle missive. E questo è vero se ragioniamo unicamente sul piano verbale. 


Se invece allarghiamo la questione includendo le informazioni che provengono anche dalle immagini, ci rendiamo conto che quella definizione di genere non è più calzante. Perché qui un racconto esiste eccome, e dalle tavole dalle linee morbide di Albertine riusciamo a rimettere insieme i pezzi di una condizione esistenziale complicata e in continua evoluzione. Quello con cui gli autori giocano sono le ellissi temporali, in alcuni casi anche molto ampie, quadri che mostrano quanto accade in cella e nel quotidiano del resto della famiglia. 


Non siamo di fronte a un romantico bandito, né tantomeno a un fascinoso cattivo. Giorgio piuttosto sembra essere un uomo scollegato dal presente, un uomo del quale la moglie prova quasi compassione e la figlia ostilità. Unico che sembra riuscire a rimanere vicino a lui è il piccolo Max che condivide con il padre un sogno irrealizzabile, a prescindere dalle conseguenze concrete e disastrose che ha generato. Si legge della sua vicenda e si guarda a tutta la storia con la tenerezza che si concede a un bambino convinto di essere un supereroe solo perché provvisto di mantello. 
 

Non si propone una lettura di tipo storico del presente, non si cerca, cioè, di recuperare, attraverso la strampalata iniziativa di questo padre sognatore, gli antefatti rintracciabili di un contesto sociale. E restano quindi molti interrogativi sui quali sarebbe bello confrontarsi con gli autori. 


Scegliere di scrivere una storia di questo tipo, ambientata evidentemente nel nostro “moderno e civilissimo” Occidente quali riflessioni induce? 
Forse l’intento degli autori è quello di provocare nel lettore un sottile disagio, che arriva subito dopo la compassione. E quel disagio nasce proprio nel momento in cui si realizza che oggi una storia così ce la aspetteremmo ambientata in altri luoghi, dove ancora il desiderio e il sogno smisurato hanno una legittimazione, dove il necessario manca e si è autorizzati ad aspirare a tutto. Da dove salta fuori in Europa, oggi, un padre che verosimilmente ha un lavoro, che, a giudicare dalla casa in cui vivono moglie e figli, non vive di stenti e che nonostante questo compie un gesto sconsiderato per girare il mondo in barca? Che il senso della storia allora non sia proprio nella natura assolutamente irrazionale del sogno e nell’impossibilità di accettarlo qui, nel mondo che noi conosciamo e che lo scricchiolante benessere degli ultimi decenni non riesce più a riconoscere? 

Teodosia 

"Non tutte le barche prendono il mare", Germano Zullo, Albertine (trad. Beatrice Masini) Timpetill 2025

lunedì 13 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NOMEN OMEN: LA SOLITUDINE DEI NUMERI ULTIMI 

Adelmo che voleva essere Settimo, Daniele Mencarelli 
Mondadori 2025 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Adelmo vorrebbe correre coi fratelli, ma il fiatone gli spezza il respiro, ha le gambe troppo corte per andare allo stesso passo degli altri, è uno scricciolo di bambino, perso dentro pantaloni tanto più grandi della sua taglia. Quei pantaloni hanno camminato assieme alle gambe di tutti e sette i fratelli, da Primo a lui. Consumati e rattoppati, allungati e poi riaccorciati, ne avrebbero di corse e di avventure da raccontare! 
Col mento che trema per il pianto trattenuto a fatica, con passo da soldatino arrabbiato, Adelmo rientra in casa. 
'Sempre la stessa storia'." 

La storia è questa: Settimo figlio di Evelina ed Ernesto, il piccolo Adelmo viene sempre lasciato indietro dai suoi fratelli: Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto e Sesto. Ogni due anni un figlio e solo all'ultimo Evelina decide di dare un nome che è un nome più che un numero al neonato. Forse è questo che lo rende diverso agli occhi dei suoi fratelli che come possono lo prendono in giro, lo lasciano solo e lo accusano di essere il cocco di mamma, perché è quello che ha bisogno di più cure degli altri. 
Nella casa di Ernesto, valente muratore, e di Evelina, valente madre e massaia, non si naviga certo nell'oro, ma anche di fronte a qualche digiuno i due genitori sono bravi a non far mai perdere il buon umore a quella masnada di ragazzini. E anche quando la crisi si diffonde nel Regno della Pianura Piccola dove loro abitano, Ernesto riesce a stare a galla onorevolmente con il suo mestiere. A tal punto da potersi permettere qualche anno di scuola per il piccolo Adelmo. 
La morte improvvisa di Ernesto, però, cambia tutto. Una morte sul lavoro. 
I sei figli partono per cercare, ognuno, il proprio posto nel mondo e a casa restano solo Evelina, consumata dal dolore e dagli anni, e il giovane Adelmo che, oltre a prendersi cura della madre, lavora in campagna dal sor Fiorenzo, si prende cura dei suoi animali. 
Questa è la sua storia, la storia del suo viaggio alla ricerca dei sei fratelli da riportare a casa, perché la vecchia Evelina non vorrebbe proprio dover morire senza riabbracciarli tutti almeno un'ultima volta... 
Ma è anche la storia di Adelmo che parte ragazzo e torna uomo. 
Ma è anche e ancora la storia di uno che combatte contro la solitudine e la sconfigge! 

Tutti, ma proprio tutti, parlano di questo libro di Daniele Mencarelli come del suo esordio nel panorama dell'editoria per ragazzi. 
Le cose non stanno esattamente così. 
Più o meno un anno fa, a Natale, usciva il primo testo di Daniele Mencarelli per ragazzi: C'era questa donna. Un testo breve, illustrato magnificamente da Beatrice Bandiera, che quindi è diventato un albo illustrato. 
In quell'occasione Daniele Mencarelli, su suggerimento di Goffredo Fofi se non erro, aveva scritto e proposto un testo a orecchio acerbo. In quel caso, una natività di una donna africana in un bagno di un'area di servizio, sola e spaventata. Una santissima nascita annunciata - come quella ben più nota - non da angeli, ma da un uomo, anche lui di pelle scura che tutti considerano un matto, ma che non si è risparmiato di correre ai quattro angoli del mondo ad annunciare la lieta novella: è nato un bambino... Decisamente nelle corde di Mencarelli, se si conoscono i suoi magnifici romanzi con storie di persone che vivono, per ragioni diverse, sempre ai margini. Altri due 'invisibili' di Mencarelli. 
Se è pur vero che non si tratta di un esordio in piena regola, è pur vero che Adelmo che voleva essere Settimo è il primo romanzo di Mencarelli e quindi Mondadori che lo pubblica, lo annuncia come un grande evento. 
A parte queste spigolature, qui Mencarelli si cimenta effettivamente in un ambito che non è il suo: ossia decide di scrivere una storia che ha il passo della fiaba. 
Non esordisce con il consueto "C'era una volta", ma decide di cancellare ogni punto di riferimento cronologico, ambientando le vicende in un passato indefinibile con certezza, dove ci sono regni rivali, dove arrivano le carestie, dove si va a dorso di mulo, dove a raccontare è una giovane cantastorie. 
Come nel canone della fiaba anche qui c'è l'eroe (o l'antieroe, visto che a scrivere è Mencarelli) che ha una precisa missione da compiere, e per questo deve attraversare territori e superare prove per poi tornare al punto di partenza vittorioso e, naturalmente, cambiato! 
Quasi del tutto assente è l'aspetto magico: non ci sono fate o streghe, non ci sono oggetti fatati, c'è solo un fiume che si personifica per aiutarlo. Il magico, come sostiene la piccola Evelina, è proprio lui, Adelmo. 
Robusto è l'impianto: con uno schema che si ripete per quattro volte, sostanzialmente senza grandi variazioni: ricerca del fratello, incontro con il fratello, partenza con il fratello in cerca dell'altro fratello, prova diversa da superare, prova superata senza troppa fatica. 
E chiusura perfettamente rotonda tra inizio e finale. 
A onor del vero, va detto che tutto decolla e diventa meno routinario proprio a un terzo dalla fine, quando smettono i fratelli e arriva una prova di coraggio che ad Adelmo lo stende per bene. 
Forte è soprattutto il lato 'umano' della vicenda. Il protagonista, il piccolo Adelmo, che fin dalla nascita è segnato da un gesto di affetto materno, quel nome diverso dagli altri gli si ritorce contro come uno stigma. Lo rende, suo malgrado, un estraneo, tenuto lontano dai suoi fratelli maggiori, cui lui invece tende sempre le braccia. 
Io l'ho visto accadere e d'istinto ho preso le parti del più fragile: i più piccoli di un gruppo, gli ultimi in ordine di età e di altezza, sono sempre lasciati indietro dai più grandi. Devono sgomitare per farsi accettare. E qui il canone è perfettamente rispettato: snobbato dai fratelli, protetto dalla madre. 
Adelmo combatte la solitudine. Questo è il punto di partenza. Ma ha bisogno di armi per arrivare in fondo e vincerla. Così Mencarelli lo dota, per contraltare la sua apparente debolezza, di una serie di qualità, veri 'attrezzi' del mestiere, che lui - talvolta inconsapevolmente - usa per andare avanti nel mondo. 
In primo luogo è parecchio intelligente ed è più istruito degli altri. Ha in dotazione una forte dose di empatia, in particolare con gli animali (altri subalterni come lui), di cui capisce al volo i pensieri e che riempie di attenzioni, ricambiato nel momento del bisogno. E possiede un senso del dovere più alto di lui: più e più volte capita di vederlo farsi carico del peso del mondo o, quanto meno, del rischio in cui lui ha messo i suoi fratelli che decidono di seguirlo. 
Il senso del dovere e l'intelligenza gli offrono su un piatto d'argento la terza sua dote: il coraggio. Non è esattamente vero che lui parta fifone e torni coraggioso, perché già il solo fatto di decidere di incamminarsi verso l'ignoto a dorso d'asino in cerca di ben sei fratelli di cui non sa più nulla da tempo, lo si può considerare già una bella prova di coraggio.
Allora se da una parte sono la struttura e la costruzione psicologica del personaggio a convincermi, dall'altra ci sono invece un pugno di cose che mi hanno lasciata perplessa. 
E tutte hanno in qualche modo a che fare con la prudenza. 
Troppo a freno è tenuta la possibilità di 'sterzare' da un sentiero sicuro e benevolo. 
Sulla ragione per cui questo accada, provo dopo a fare un'ipotesi. Ma alla fine. 
Torno al colpo di sterzo: credo che lo scrivere debba muoversi in molte direzioni diverse e lo debba fare per costruire spessore, complessità e quindi senso. Una trama robusta che si riempie di eventi inaspettati, di prospettive differenti, di molteplicità di letture dei fatti sono elementi che tengono alta l'aspettativa e l'attesa, la curiosità e lo stupore, l'emozione e quindi l'attenzione nel lettore. 
Nel momento in cui Mencarelli decide di farlo accadere, uscendo dal sentiero, creando problemi seri all'eroe, oppure facendo entrare in scena qualcuno che un fratello non è, puntualmente il racconto lievita e si gonfia. 
Prudenza nei confronti dei personaggi: in particolare i fratelli che, a parte i diversi mestieri che svolgono, a parte la loro storia personale, sono agli occhi di chi legge quasi interscambiabili. E tutti molto - troppo - condiscendenti. È vero che loro - nell'economia della morale della storia - sono un blocco unico, ossia il tesoro da riportare a casa, tuttavia Mencarelli è uno che sa scrivere, sa osare e sa raccontare molto bene la complessità umana, quindi perché negarselo in questa occasione? Sarebbe stato bello vederli interagire tra loro nella diversità: giocare, litigare, prendersi in giro, volersi bene, discutere. Insomma, vedere un pugno di fratelli un po' più autentici e un po' meno ingessati nel loro ruolo di stazioni di passaggio lungo il percorso di maturazione del piccolo Adelmo. 
E adesso l'ipotesi sul possibile perché questo sia successo. 
Non è che per caso, tutto è dipeso dall'aver pensato troppo al lettore finale? 
Come se qualcuno, più avvezzo di Mencarelli a conquistare il pubblico dei più piccoli, gli avesse suggerito di non perderlo mai di vista il suo lettore bambino. Suggerendogli che forse i bambini è meglio tenerli lontani, un po' all'oscuro, dalla complessità del mondo e dalla difficoltà dei rapporti interpersonali, dalle troppe cattiverie, dalle troppe ingiustizie, da troppi inciampi, cercando invece di fargli solo vedere, come in una fiaba (!), dove sia il Bene, per farlo trionfare, per pacificare gli animi in cerca della tanto anelata morale della storia?
Forse.

Carla

martedì 30 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

...TUTTO LO SPAZIO CHE C'È 

Blanche sceglie la danza come suo destino. Sceglie la scuola migliore che c’è, affronta la selezione e riesce a rompere il confine protettivo che i genitori hanno disegnato attorno a lei, teso tra il timore per l’estremo rigore richiesto dalla danza classica e l’accettazione della bruciante passione della figlia. Blanche approda al liceo coreutico di Marsiglia così, un po’ rigida ma senza dubbio rigorosa, per adempiere a un sogno che è anche un compito che si è autoassegnata.



Il romanzo inizia con una poesia, o meglio, con delle parole che, per come sono disposte, ricordano una poesia. Un lettore un po’ curioso e frettoloso come sono a volte io potrebbe a questo punto sospendere la lettura, sfogliare rapidamente il testo e scoprire che in effetti sì, il romanzo procede così: parole libere, che disegnano, che plasmano, tratteggiano, corrono dritte verso il margine per tornare a capo quando vogliono, una sopra l’altra e poi di nuovo in fila prima di spargersi nuovamente qui e là. Tuttavia, il fraseggio, l’accostamento di immagini, il susseguirsi di verbo, soggetto e oggetto non è troppo lontano dalla prosa. Poche le rime, molti i versi liberi che a una lettura silenziosa non assumono per forza un andamento ritmico e cadenzato. Eppure, il gioco dei pieni e dei vuoti, i numerosi a capo, la libertà… pare quasi che dal linguaggio poetico l’autrice abbia mutuato soprattutto la gestione dello spazio, della superficie, la possibilità di muoversi a piacimento tra i margini, stabilendo in questo modo un nesso profondo e significativo tra distribuzione del testo sulla pagina e la presenza di un corpo in movimento in un ambiente, aula, palco o marciapiede che sia. Caratteristica tutta, quest’ultima, dell’arte della danza. Scongiurato quindi l’accostamento che spesso viene fatto tra poesia ed elementi sonori della lingua, Balavoine spalanca il campo all’analogia più desueta ma altrettanto potente tra poesia e danza.
Sovrapponendo la narrazione che Blanche fa di sé a elementi testuali rilevabili con l’occhio ci si approssima alla grammatica dell’albo illustrato: le poesie come immagini, infatti, si susseguono raccontando non solo a parole la vicenda di una ragazza alle prese con la propria ambizione, con i propri limiti, con una scuola di danza che la sottopone alle dovute pressioni ma che le permette anche di conoscere meglio sé stessa e il mondo, dentro e fuori. 
Un testo giustificato al centro assomiglia a una ballerina che ruota in solitaria sul proprio asse per eseguire una piroetta. L’allineamento del capoverso lungo il margine sinistro ricorda la regolarità pedissequa degli esercizi alla sbarra, braccia e gambe libere di flettersi ed estendersi solo da un lato, mentre per rimanere dritto, si appoggia alla parete della sala prove. Oppure, un testo pieno, senza spazi, racconta il ritmo serrato e senza respiro di un’ossessione. 
Al liceo coreutico Blanche ha modo di mettere in pratica tutta la sua dedizione. L’estenuante e disorientante alternarsi di lezioni di classico e hip-hop, storia e anatomia mette alla prova la sua determinazione, il suo talento, la stessa idea di danza. Sarà però l’incontro con Ada a destabilizzarla davvero. Ada, che rappresenta tutto quello che Blanche non è: presenza, ardore, dinamismo. Imprevedibilità. Ada e Blanche intrecciano un’amicizia profonda e misteriosa di cui è difficile cogliere la sostanza a parole. Tuttavia, la disposizione dei versi arriva in aiuto, descrivendo quel qualcosa che manca alla definizione ma che ugualmente avviene nella storia…gli elementi della danza – una spaccata, un flow, una improvvisazione - ispirano la disposizione del testo poetico che diviene raffigurazione di uno stato d’animo non ancora pienamente alfabetizzato, e anticipano la verbalizzazione di pulsioni, desideri e sentimenti di cui Blanche, e noi con lei, non abbiamo piena consapevolezza. 
L’acquisizione più raffinata che è possibile fare è forse proprio questa, l’idea che il corpo possieda un’eloquenza primigenia e primitiva che precede la parola e passando attraverso l’occhio, la rende quasi superflua. Lo dice Blanche quando arriva a Marsiglia, lo sappiamo anche noi quando osserviamo i movimenti degli altri, lo si capisce leggendo il romanzo: non c’è sempre bisogno di nominare, definire, precisare, perché i corpi parlano per noi e a noi: non solo i corpi dei danzatori, ma anche il corpo del testo, soprattutto se svincolato dalle regole e giustificazioni proprie della prosa. 
Grumi di parole materializzano lungo il bordo del foglio i bisbigli delle chiacchiere in un corridoio, liste serrate ricordano gli esercizi ripetuti allo sfinimento per inculcare un movimento, spargimenti di sillabe sembrano visioni dall’alto di teste che si muovono su un palco. 
Quasi fossimo di fronte a uno strano ibrido a cavallo tra romanzo e albo si impara a farsi accompagnare nella storia di Blanche dalla superficie della pagina, con la stessa trepidazione di una ragazza che per la prima volta si muove al centro di una sala, quasi traducendo coreografie silenti in informazioni e contrappunti di vuoti e pieni, che integrano e completano quello che Blanche ancora non sa dire, ma che non per questo smette di provare: il primo amore, la mancanza feroce dell’approvazione di Ada, il desiderio bruciante di lasciarsi tutto alle spalle per compiere un passo ancora più grande e audace. 
E se uscire di casa è stato un gran jeté che richiede tutto il coraggio e la disponibilità muscolare di una ballerina in divenire, vincere un’audizione, accaparrarsi un palco e una carriera da professionista sarà un’avventura possibile solo per chi, in possesso di una tecnica superiore, sarà capace di liberarsi definitivamente da dettami e vincoli e paure per abbracciare l’intera gamma di possibilità di movimento e di vita. 
E così bruciamo è un romanzo di formazione scritto sulla pelle del testo e intendo: sulla parte visibile che, poeticamente, anticipa le vibrazioni messe in moto poi, in seconda battuta, dal significato esplicito delle parole che danzano sul foglio. Una rappresentazione impalpabile dell’adolescenza, età che non ha tempo per riflessioni e ponzamenti approfonditi, ma in cui si risponde, come in un passo a due, alle sollecitazioni per una sperimentazione libera di tutto lo spazio che c’è… 

Giorgia

“E così bruciamo” Lisa Balavoine, (traduzione di Eleonora Armaroli), 
Terre di Mezzo Editore 2025