Visualizzazione post con etichetta mistero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mistero. Mostra tutti i post

mercoledì 10 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LE CICATRICI DELLA STORIA 



Ho sempre creduto a queste cose, intendo dire, alla premonizione, a ciò che sappiamo senza saperlo, ai segni… Ho sempre saputo che siamo qualcosa di più di un ammasso di cellule chimiche. Ho sempre saputo che esiste un mistero…

Olivier. Tredici anni. La sera prima ha baciato Caroline per la prima volta (e per giunta sulla bocca), e il giorno dopo... è il giorno del trasloco. La famiglia si sposta a 600 chilometri di distanza, segue il padre per un incarico temporaneo. Certo, solo per 10 mesi, poi si torna. Ma è quanto basta per aprire una breccia nella vita di Olivier, dentro la quale prende posto lo sconosciuto, l’inconoscibile, il mistero.
Un corto circuito nella linea del tempo. Lo spazio giusto per i fantasmi, che possono tornare a chiedere giustizia. É questa la storia di Olivier. Una storia che lo segnerà per tutta la vita come una cicatrice. Uno sfregio ben visibile sul volto. E un gran silenzio tutto intorno.
Solo lui lo sa quello che è successo. Solo lui e l’anziana signora Goret.
Una storia intrigante già dalla copertina saggiamente affidata a Maurizio A.C. Quarello: una bambina piccola e un cane grande ci guardano negli occhi ma con occhi vuoti. Sono sulla soglia di un cancello grigio di una casa grigia in un paese grigio.
Quello che è successo è accaduto sei anni prima e Olivier, ora ventenne, ce lo sta raccontando.
La sua è una voce pacata e a tratti ironica ma capace di tenerci costantemente in tensione. Così vicini all'invisibile da non poterci più staccare. Dunque Olivier incontra i fantasmi: una bambina e un cane. Scopriremo che furono vittime di un rastrellamento nazista, e più precisamente, dalla delazione che consegnò quella famiglia ebrea ai nazisti.
Solitudine, suspense, immaginazione, paura, ricerca, responsabilità personale, senso di giustizia, dare pace. Sono questi i passaggi che segnano il racconto di quei dieci mesi a cavallo tra i 13 e i 14 anni di Olivier. In quei dieci mesi, per non abbandonarsi alla follia, Olivier si impegna in una ricerca coraggiosa che mette insieme indizi, visioni, ricerche storiche, e tante palpitazioni, insieme a molto coraggio.
Ma pure molta solitudine: a chi lo dici che vedi una bambina e un cane che nessun altro vede? Non lo dici nessuno! La signora Goret, l’anziana e ruvida vicina, come s’è detto, è l’unica che sa quello che è successo. E menomale che c’è lei, la sola che può provare ad Olivier che non è matto, è solo che la Storia è venuta a trovarlo. Evidentemente ha ancora qualcosa da dire. Un senso di responsabilità da richiamare. Mourlevat ha davvero ben scritto questo breve romanzo di formazione che fa i conti con la Storia attraverso la dimensione del mistero, del “ciò che sappiamo senza saperlo”, del sogno, delle visioni, dei fantasmi. E Pension Lepic ha davvero ben fatto ad aggiungerlo alla sua collezione preziosa di piccoli libriccini. “La cicatrice” è la prima opera narrativa di Jean-Claude Mourlevat, che esce in Francia nel 1998. Dunque Olivier è il primo personaggio protagonista di un romanzo (prima l’autore aveva scritto per il teatro). È interessante rilevare come, dopo più di vent’anni da questa prima pubblicazione, durante una masterclass per la Bibliothèque nationale de France del 2022, Mourlevat riconosca: “A volte penso che i miei personaggi, i miei protagonisti e le mie protagoniste siano tutti in fondo lo stesso personaggio. Sono uomini, donne, giovani, ragazzi, ragazze, animali, ma sicuramente tutti hanno uno stesso profilo che io declino ogni volta in modi diversi. Sono sensibili, gentili, un po’ timidi, con un gran desiderio di giustizia… fanno del loro meglio.”
Ecco, è proprio così, già a partire da Olivier, che è proprio un ragazzino sensibile, gentile, un po’ timido, con un gran desiderio di giustizia. E fa davvero del suo meglio per attraversare la paura con molto coraggio. Una bellissima lettura per lettrici e lettori a partire dagli 11 anni.

Patrizia

La cicatrice”, Jean-Claude Mourlevat, trad. di Renato Poletti, Pension Lepic 2026
Podcast della Bibliothèque nationale de France BnF per il ciclo di incontri “En lisant, en écrivant” del 2022. Masterclasse Jean-Claude Mourlevat | En lisant, en écrivant 2022



mercoledì 8 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ECO LONTANA DI UNA DOMANDA


Prendete uno degli scrittori per ragazzi oggi più apprezzati in Italia e un mistero tra i più noti, materia di centinaia di scritti e di numerose trasposizioni cinematografiche. A questo aggiungete il desiderio di quello scrittore di cimentarsi con un genere finora non sperimentato nella sua forma canonica, ma solo lambito in alcuni suoi aspetti. Otterrete le premesse di questo romanzo scritto da Davide Morosinotto e appena pubblicato da Mondadori: Il mistero di Kaspar Hauser
Morosinotto è un collaudato autore di romanzi di ambientazione storica, le sue ricostruzioni sono sempre frutto di lunghe e dettagliate ricerche e anche in questo caso ha attinto a numerose fonti, si è recato in loco, ossia a Norimberga (la prima edizione del romanzo è tedesca) e qui ha incontrato e consultato persone che hanno contribuito a comprendere in che modo questa storia sia entrata a far parte della cultura nazionale. 
Kaspar Hauser è un uomo giovane che, nel maggio del 1828, completamente smarrito e disorientato, viene trovato nella principale piazza di Norimberga in possesso di due lettere dai contenuti contraddittori. Stando a quanto riportato e a quel poco che il giovane riesce a riferire, sarebbe stato solo in quel momento liberato dopo aver trascorso la sua intera esistenza in una cella, senza mai incontrare altro uomo e senza mai uscire. Il suo aguzzino, prima di liberarsi di lui, gli avrebbe insegnato a scrivere il suo nome e quelle poche parole che è in grado di pronunciare. 
Il mistero che circonda questo personaggio è molto fitto, qualcuno ipotizza che si tratti un uomo segregato da chi voleva prendere il suo legittimo posto di successore al trono, qualcun altro sostiene che si tratti semplicemente di un malato di mente o addirittura di un impostore. 
Kaspar viene minacciato di morte e per scoprire chi attenti alla sua vita viene convocato un noto medico italiano, Grimaldi, conosciuto soprattutto per le sue abilità di investigatore. L’uomo viaggia in compagnia della sua giovane figlia, Greta, che narra in prima persona l’intera vicenda. Loro e un gruppo di non secondari personaggi costituiscono il contributo originale di Morosinotto alla storia di Kaspar. 
Certo, la materia prima era affascinante e molto ricca, ma occorreva che tutto avesse anche un percorso lineare, un punto di vista privilegiato che conferisse senso ad un groviglio di situazioni che sarebbe stato difficile dipanare. Morosinotto, come uno scultore, rimodella la storia secondo lo schema del giallo classico, tanto da potervi riconoscere i tradizionali aspetti: 
 • Un delitto e/o una minaccia di delitto. 
 • Un investigatore che si muove osservando, raccogliendo indizi e che raggiunge, per mezzo del pensiero logico, la soluzione del caso. 
 • Un più o meno nutrito numero di sospettati, ognuno dei quali dotato di una sorta di alibi. 
 • Uno scenario circoscritto all’interno del quale tutti si muovono. 
Eppure in questa griglia che non presenta sbavature di sorta e che finisce per soddisfare la curiosità del lettore, una domanda riecheggia, ossia chi sia veramente Kaspar Hauser; Morosinotto non offre risposta, poiché l’unicità di quella storia ha interrogato tutti, allora come nei tempi successivi, sulla natura umana nel complesso: che cos’è l’uomo se viene privato dell’esperienza sociale, se non incontra da subito un viso nel quale rispecchiarsi e riconoscersi? La sorte originale di Kaspar viene rispettata, ma a quella vita Morosinotto ne ha associate altre, che hanno rappresentato il ponte con il nostro presente. In particolare, di Greta e della sua relazione con il padre, Morosinotto non rinuncia a descrivere dettagli che possano connotarla come fanciulla del diciannovesimo secolo, eppure nella sensibilità di cui è dotata per alcuni aspetti dell’animo umano sembra di scorgere un segno dei nostri tempi e qualcosa che può accostarla a un'adolescente di oggi. Greta dimostra da subito una grande perspicacia, una notevole abilità di osservatrice e al contempo una grande discrezione che oltre a essere qualità richiesta alle signorine per bene dell’epoca, è una sorta di sipario dietro cui nascondersi e agire inosservata. Pegno che paga lei, donna del diciannovesimo secolo, e obbligo che uno scrittore deve assolvere se vuole che il suo caso venga praticamente condotto e poi svelato da una giovane fanciulla, anziché da un attempato e serioso investigatore. 
Rispetto ad altre prove di Morosinotto, si percepisce in questa una maggiore fatica a restare nei vincoli che la vicenda storica impone. In diverse altre occasioni la scrittura e l’invenzione narrativa non sembravano patire i dettami del periodo di riferimento: mai dimenticati o sottovalutati, non risultavano però nemmeno stringenti e in qualche modo limitativi. A cospetto di una vicenda reale così imponente, il contributo inventivo qui appare in alcuni casi timoroso e privo di autentico slancio. 
Dobbiamo probabilmente accettare che questa sia stata una prova allo scopo di testare il genere, per poi guadagnare audacia in un'esperienza successiva. Francamente è quello che mi auguro. 

Teodosia 

Il mistero di Kaspar Hauser di Davide Morosinotto, Mondadori 2026 

mercoledì 4 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA LEGITTIMA PORZIONE DI MISTERO 

Al rientro da un weekend dai nonni, le bambine lo vedono subito. 
La cucina, il bagno, l’ingresso… anche la loro cameretta. È tutto molto vuoto e dritto, persino l’odore nell’aria è cambiato. Troppo ordine, troppa pulizia le insospettiscono immediatamente. È chiaro che qualcosa deve essere stato buttato via. Perché non si può pulire così tanto senza buttare via niente. 
E siccome le cose buttate vanno conferite da qualche parte, ecco il sacco. Le bambine lo trovano e indignate lo prendono e lo riportano nella loro cameretta, per analizzare quali oggetti i genitori abbiano buttato in loro assenza, credendoli cose senza importanza al punto da definirli robaccia rotta o inutile, pelucchi e frammenti talmente insignificanti da far definire il sacco “vuoto”. 
 

Ordinare sembra un gesto semplice, eppure ci mette di fronte a continue scelte. E se è vero che ogni manuale che si rispetti suggerisce di liberarsi senza troppi pensieri di ciò che è inutile, vecchio o rotto, meno ci si sofferma a riflettere in quale sistema di valori tali aggettivi trovino sostanza e realtà. E se le persone che vivono in casa sono più di una, i fraintendimenti e le sovrapposizioni possono essere tante. 


Estratti uno a uno dalle proprietarie, le penne rotte, i coperchi senza funzionalità apparente, i tappini, i pelucchi, gli occhiali senza lenti e i cucchiaini gettati con efficiente noncuranza tornano ad assumere la loro dimensione affettiva originaria, prendendo corpo in usanze e costumi che le bambine restituiscono con crescente sdegno: una cintura con i campanelli può sempre tornare utile, le carte delle caramelle rivelano essere una collezione di trasparenze e colori. E il ciocco di legno assomiglia talmente a un bebè da avere un nome e una storia: è stato cuginetto delle sorelle per una intera estate. 
 Nelle mani delle bambine, il contenuto del sacco, riversato sul tappeto al centro della cameretta, corrisponde a un mondo di giochi, tradizioni, simboli e posture sentimentali che le bambine abitano, all’insaputa degli ignari genitori, colpevoli soltanto di aver voluto riordinare. In questa ottica - l’ottica delle bambine - il sacco è ben lungi dall’essere vuoto. Il sacco contiene tutto. 


Le illustrazioni si susseguono catturando nei confini delle pagine porzioni di un territorio domestico che dialoga incessantemente con la propria continuazione oltre il margine: un quadro tagliato a metà, le gambe del padre che spuntano dal tappeto, tavolini, quaderni e scale alludono a un altrove e che ce lo lasciano immaginare oltre la pagina in un continuo incrociarsi di pieno e vuoto, senso e non senso. Le cose buttate dai genitori nella loro pur necessaria furia di pulizia divengono mondo nelle spiegazioni accorate dalle bambine, il rigore di un weekend di riordino approfondito è anche una vera catastrofe per la teoria di oggettini minuscoli e apparentemente sacrificabili. 


Il sacco si prende invece uno spazio centrale, catalizzando lo sguardo come un buco nero: dopo aver fagocitato il sistema valoriale svalutante degli ingenui e inconsapevoli genitori eccolo risputare quello ricco di senso e identità delle piccole. Il sacco è una soglia in cui i valori delle cose si trasformano. 
Si intravede in lontananza una critica all’intervento inconsapevole nel mondo dell’altro e, ancora più lontano, ecco emergere una somiglianza tra la decisione deliberata di cosa tenere e cosa buttare e un certo atteggiamento invasivo e colonialista: quello che si arroga il diritto di nominare, scartare . Il sacco allora diventa un gesto predatorio che forse, nel grande gioco dei frattali che è la vita, mettiamo in atto, minuscolo e apparentemente innocuo, nella vita di ogni giorno. Forse proprio nella relazione tra adulti e bambini. 


Cosa infatti deve essere davvero buttato?
Applicare questo interrogativo al territorio dell’infanzia, alle sue sproporzioni di potere, ai suoi protagonisti tanto vulnerabili e ai loro oggetti minimi, lontani dall’orbita dei grandi genera nelle mani di Adbåge una situazione paradigmatica che getta la sua luce molto lontano. 
Riordinare è stabilire un confine tra ciò che si può tenere e ciò che al contrario va buttato. Significa tracciare un discrimine, dare priorità. Farlo per altri, come accade nell’albo, chiama in causa il valore che diamo al mistero dell’altro, ma interroga il fatto stesso di saper attribuire all’altro (ai bambini, soprattutto!) il diritto a una legittima porzione di mistero senza volerla eliminare o considerare inutile solo perché è a noi sconosciuta. 

Giorgia

“Il sacco”, Emma Adbåge, (traduzione di Samanta K. Milton Knowles), Camelozampa 2026 


mercoledì 8 ottobre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

A VOLTE BASTA UNA SCINTILLA


George ha tredici anni e convive con un grande dolore, la morte di suo padre un anno e mezzo prima, a causa di un incidente stradale. Il dolore è anche di suo fratello maggiore e di sua madre, ma quello che lo differenzia dagli altri componenti della famiglia è il fatto di essere stato presente a quella tragedia e di esserne stato un fortunato sopravvissuto. 
Tutto per gran parte del libro ruota intorno a questa condizione emotiva e affettiva e al tentativo disperato del fratello e della madre di alleviare una ferita che sembra non sanare e che ha fatto sprofondare George in un baratro dal quale sembra oltretutto non volere uscire. Ognuno si muove terrorizzato dal pericolo di ferire ulteriormente questo ragazzo che ha assunto agli occhi di tutti la consistenza di guscio di fragilissimo vetro e che si percepisce invece a sua volta come un blocco granitico dal quale non riesce a emergere alcuna emozione, tanto che neanche le lacrime sono riuscite a sgorgare nel momento successivo alla tragedia. 
Cosa invece a un certo punto sembra finalmente destare interesse in George? 
Un episodio di cronaca riportato dalla stampa locale: in una zona paludosa limitrofa un puledro fuggito è stato ritrovato completamente sbranato. Le ipotesi sono tante, da un puma del quale si favoleggiava già anni prima, fino a quella che attribuirebbe la fine del cavallo a una belva feroce di cui si sono saltuariamente registrati degli avvistamenti. 
Beh, tutti scherzano ammettendo di non credere che possa esistere una bestia simile, eppure… eppure orde di turisti si muovono alla ricerca di questa creatura feroce. George da bambino è stato molto interessato agli animali; la sua intelligenza brillante lo ha guidato alla conoscenza anche di specie poco note. Qualcosa in lui riemerge da quei ricordi e sembra stimolarlo a curiosare in quel posto, sebbene non proprio dei più confortevoli e rassicuranti. 
Suo fratello Jonathan vuole tentare l’impresa di un’intervista a un poeta che abita proprio da quelle parti, senza confessare quale sia la sua reale intenzione. George dichiara di volerlo accompagnare. 
Ma le cose non vanno come previsto e i due ragazzi si trovano a vivere una rischiosa avventura. 
La storia si svolge nel 1976 e questa scelta aiuta anche ad ambientare alcune situazioni che oggi, armati come siamo di cellulari e navigatori, sarebbe stato più difficile giustificare. Riusciamo ancora a perderci? Possiamo contemplare ancora un simile rischio? Ad onore del vero ovviamente anche ora potrebbe accadere (sarebbe sufficiente un luogo non raggiunto dal segnale o un cellulare completamente scarico), ma forse in un periodo storico in cui l’ipotesi stessa dello smarrimento era ammessa il senso di un racconto simile può essere diverso. E finire per acquisire quegli aspetti inquietanti eppure incredibilmente affascinanti che oggi riconosceremmo con maggiore difficoltà. Oppure potremmo dire che perdersi oggi, per un ragazzino di 13 anni e non solo, riuscirebbe a provocare un senso di smarrimento tale da bloccare qualsiasi iniziativa. 
Invece George si muove e il rischio in cui si trova e l’urgenza di fare qualcosa questa volta per primo e per quel fratello che tenta in ogni istante di proteggerlo da qualsiasi ulteriore sofferenza lo costringerà a rompere quella cortina di ferro che lo separa da tutti e non meno, ovvio, da sé stesso. 
L’elemento bestiale, malvagio e soprattutto nascosto e in agguato, si è sempre prestato a raccogliere, moltiplicare e trasformare storie che attingono alla parte dell’animo umano meno facilmente sondabile. E non può che venirmi in mente, tanto per citarne solo uno, La bestia dentro di Kevin Brooks.  
Ma qui l’approdo che Cinquetti sceglie è diverso. Nel romanzo di Brooks la mente del protagonista lega in modo claustrofobico l’intera vicenda narrata. Invece in qualche modo Cinquetti si accosta più felicemente al genere del “giallo”, preparandoci a una rivelazione che conferisce un senso differente a tutto quello che abbiamo fino ad allora letto. Sebbene non ci sia un’indagine e non si accenni in realtà neanche a un omicidio, la scrittura precisa e asciutta del romanzo apre pian piano la scena su una realtà che si è tentato inutilmente di nascondere. 
Come fosse un cadavere malamente occultato, buttato in acqua e che a un certo punto però riaffiora. Solo che qui l’elemento naturale che fa da detonatore è, neanche a farlo apposta, il fuoco. 
E a decidere con forza che non si può chiudere tutto dentro una cantina sarà semplicemente una scintilla. 

Teodosia 

"La bestia di Waltanna", Nicola Cinquetti, Pelledoca 2025 


mercoledì 28 agosto 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ATTENZIONE, RIMANETE DISTRATTI! 

Se le immagini sono il regno dello sguardo, allora gli albi che convogliano i loro segreti nelle illustrazioni affidano all’occhio un compito di ricerca che solo apparentemente può essere svolta attraverso la statica dell’attenzione e che anzi moltissimo deve alla capacità disvelativa della sua sorella minore, la sottovalutata e bistrattata distrazione. 
Se la prima, infatti, gode di un certo lustro e viene chiamata in causa ogni volta che si vuole avere la certezza della forma e della misura, la seconda, fatta di occhi ondeggianti nel vuoto e di numerose perdite di fuoco, conserva la porosità necessaria all’accumulo tridimensionale di dati sensoriali e alla nascita del pensiero.


La spiaggia, albo di Sol Undurraga premiato alla BCBF del 2018 con il Bologna Ragazzi Award categoria Opera Prima, si presenta così, maestosamente fuori misura e stracolmo di immagini pullulanti di particolari. Scanditi regolarmente un’ora dopo l’altra, corrono i singoli momenti a descrivere la protagonista del racconto: la spiaggia. Ecco gli innumerevoli gabbiani, il riverbero dei raggi solari, l’affollarsi delle mani dei pescatori attorno ai corpi guizzanti dei pesci, le prue delle barche, le reti…
 

E poi la gente, i corpi, le persone, ognuna concentrata nella propria singolarità e tuttavia senza volto, senza nome, masse in azione sul margine sfrangiato della battigia, pure funzioni atte a costituire il tutto. Le parole ci sono ma stanno laggiù, relegate in un angolo in basso a destra e nulla davvero aggiungono a quello che appare nell’immagine ma piuttosto contribuiscono ad una sorta di inerzia analitica che caratterizza la prima osservazione. 


Poi d’incanto si aggiungono elementi sensoriali, arriva il calore, lo schiamazzo, l’odore dei panini, della frutta, del carburante dei motoscafi e del barbecue, in una vertigine sensoriale che finisce per stordire e accecare Come giustamente chiosa il testo quando finalmente si sbilancia, alle quattro meno un quarto “c’è così tanta gente che è praticamente impossibile vedere anche solo un granello di sabbia.” 


È quindi per caso e per sfinimento che succede l’aggancio. Un singulto d’attenzione spanata e l’occhio sobbalzando li vede. Cinque piccoli amici a bordo di un aeroplano. Sono fatti di una pasta diversa, loro: sono animali, buffi, minuscoli. Se le figure umane quasi non hanno identità, loro hanno occhi, gesti e intenzioni. Se il moltiplicarsi di particolari e l’omogeneità della palette – tutta giocata sui toni primari - comporta una fisiologica saturazione, i piccoli amici hanno invece gesti che suggeriscono un dialogo intimo con il contesto e in definitiva dotano l’occhio di una direzione.


Alla stolida sequenzialità del tempo, che scorre inesorabile, si aggiungono le vicende dei nuovi personaggi, un controcanto che dota lo sguardo di nuova energia e capacità di concentrazione: quando è stata la prima volta che è apparsa la coppia di coniglietti innamorati? E il Dinosauro? Chi c’era sulla barca oltre Elefante e Scimmia? Dove vanno Coccodrillo e Orso? La curiosità che si innesca è un impulso che ribalta l’andamento dell’albo: non si procede più in senso cronologico, ma da destra a sinistra, si arretra e si avanza, magari per tornare indietro di nuovo, e poi ancora. Trovare i nuovi personaggi diventa un pretesto dinamico per posare lo sguardo sulle grandi tavole con intenzione. 
La concentrazione al particolare permette così di attraversare spazialmente il racconto di un luogo, ed infine di sentire, tutto intorno, l’unitarietà della protagonista dell’albo, la spiaggia, tante cose innumerevoli contenute in un unico luogo. In senso sottilmente contrario lavora l’albo M come il mare.


Fin dalla copertina l’ingaggio dell’occhio si distanzia dalla classica osservazione capace di riportare come cane fedele oggetti e concretezze con un nome preciso. Qualcosa occhieggia tra i marosi agitati, si intravede, si afferra e scompare. Anche la storia, affidata ad una voce bambina si rivela refrattaria alla completezza, e nonostante il testo piuttosto corposo rimane moltissimo vuoto che tocca al lettore compensare, immaginando attraverso i riverberi delle illustrazioni - interlocutorie e apparentemente senza legame- quello che le parole, pur dicendo, non sigillano in una verità completa.


Di fronte al mare, disorientato da qualcosa che è successo, incapace di riconoscere ciò che conosceva, forse sovrastato da un’immensità troppo grande per essere (ancora) nominata, M. sente la propria presenza e tenta una misurazione della propria esistenza al cospetto del mare. 


Se nell’albo precedente veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, qui il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità. 



Attraverso i disegni delle foto –secondi sottratti alla rigida sequenzialità del tempo - troviamo il bambino come troveremmo il mare, attraverso manciate di coralli, sassi e conchiglie , ricostruito attraverso gesti e sguardi che attestano una presenza che si consuma e rigenera incessantemente. 


Una individualità circoscritta e delimitata dalla presenza del mare , perché nel mare si può trovare tutto, anche il cuore di un bambino che realizza di non essere piccolo, ma immenso come il mare in cui si rispecchia e di cui reca traccia in sé, già che il salato delle lacrime.


Si dice che stare attenti è importante, ma altrettanto forte andrebbe detto che la distrazione nient’altro è che una attenzione diffusa, rivolta al tutto che ci circonda e ci riempie, Soltanto attraverso il mistero della percezione del tutto, tutto può essere immaginato, finanche il mistero di un cuore di un bambino. E quindi è salvo anche il nostro. 

Giorgia

 “La spiaggia”, S. Undurraga, (trad. Camilla Diez), Fatatrac 2023
 “M. come il mare” J. Concejo; Topipittori 2020

mercoledì 3 luglio 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ALIENI O PIRATI? 

Penseremo mai abbastanza all’attività esplorativa a cui deve essere disposto il cervello bambino? Quanta la fiducia necessaria per avere a che fare con il mistero? Ci siamo passati tutti, eppure è sempre bene ricordare l’ebrezza che accompagna la rilevazione della quotidiana meraviglia, specie perché crescendo, poi, è proprio quest’ultima quella che si tende a dimenticare. 
Infanzia non è solo, (come etimologia vuole), quel lasso di tempo che si contraddistingue per l’incapacità di produrre favella, ma anche, in dimensione più ampia e metaforica, la condizione di chi non conosce i termini e la nominazione del contesto: tutti quelli che arrivano sono nuovi e ignari, di sé, degli altri, del mondo, e devono procedere con una attività di misurazione che a pensarci ha dell’inverosimile. 
I bambini ce la fanno sempre. Ma come? 


In Niente è impossibile per noi, Eva Lindström decide di porre l’attenzione sul concetto di estraneità e di spaesamento, tenendosi ben stretto quello limitrofo di assenza. Del resto quando si arriva in un posto nuovo è naturale avere nostalgia di quello che si è lasciato…


Il fatto esplicito è un trasloco. Opportunamente dotati di uno stretto cappuccio, i due bambini che atterrano nel nuovo quartiere non paiono affatto turbati da tutta la novità che si dispiega davanti ai loro passi. La attraversano ben sapendo di non appartenere del tutto a questo (nuovo) mondo e anzi, ricavano proprio da questa consapevolezza la baldanza necessaria per mantenersi imperturbabili. 
Accompagnati dal fedelissimo cane King, i due fratelli attraversano stanze disadorne, cortili desolati, accumuli di pacchi semiaperti, nella convinzione di essere comunque perfetti. Tuttavia, mentre si ambientano, mantengono l’occhio vigile per individuare in mezzo agli altri la figura del papà. Questo rapporto con l’assenza, nel giro di poche tavole, assume la dimensione del sentore istintivo che i bambini possono avere del sacro: l’appartenenza a qualcosa di più grande e trascendentale.


Interessantissimo in questo senso è il registro linguistico scelto, capace di restituire quel sottile nonsense, non privo di effetti comici e stranianti, a cui si può assistere ascoltando un bambino impegnato nella propria personale attività di catalogazione del mondo. Queste pagine sono capaci di restituire il turbamento che si prova al cospetto del mistero che riverbera, talvolta, negli spazi sconosciuti e imperscrutabili del pensiero bambino. Luoghi in cui è l’adulto a essere estraneo pur non capacitandosene mai… 


 In direzione opposta ma non contraria si muove l’albo di ATAK.
 

Il fatto: una banda di pirati si intrufola nel giardino di casa e fa accidentalmente esplodere un palloncino. L’esplosione mette tutto a soqquadro. Il piccolo protagonista si mette alla ricerca della causa del botto: noi lo inseguiamo. Le immagini la fanno da padrone: chiassose, particolareggiate e pullulanti; i colori sono sgargianti, il tratto energico e tumultuoso, senza imbarazzi. 


Nonostante le grandi dimensioni dell’albo (o forse proprio per questo?), fin dalla copertina si ha la sensazione di venire risucchiati in un vortice, di dover avvicinare il naso alla illustrazione per vedere meglio, più da vicino, sempre di più. È come se l’autore volesse paragonare l’attività conoscitiva a un indiscriminato atto predatorio: tutte le informazioni, i concetti sperimentati, nominati e acquisiti sono tesori inestimabili; la molteplicità degli elementi, il dinamico alternarsi delle e la generale sovrabbondanza suggeriscono che il tesoro stia proprio dappertutto!
 

La narrazione verbale è ridotta all’osso, affidata alle abbinate cardine che si ritrovano negli albi per la primissima infanzia: dentro/fuori, sopra/sotto, tutto/niente, qui/li. Concetti basilari, spesso attinenti alle primissime esplorazioni delle forze fisiche e naturali che governano il mondo e l’universo, ma resi via via più complessi, nell’albo come nella vita, dallo stratificarsi delle umane, normali e straordinarie esperienze quotidiane. Ma la storia è tutta nell’esperienza visiva e sperimentale. 
Se il mistero c’è, esso viene colto procedendo in direzione diametralmente opposta all’albo precedente, entrando, approfondendo, guardando meglio, quasi a sentire riecheggiare il Richard Feynman: non nuoce al mistero, saperne di più. 
E siccome per qualche attività di sintesi noi grandi ci siamo dimenticati di vedere, il triplice inseguimento pirati-bambino-lettore prosegue in un crescendo di tavole: la ricerca si fa esperienziale, è necessario cercare per trovare, riordinare gli elementi, svolgere moltiplicazioni, controllare l’esattezza di quanto dichiarato in precedenza. L’autore non solo rimanda alle pagine precedenti (e quanto è sovversivo, in un dispositivo sequenziale tutto volto a procedere dall’inizio alla fine?) ma anche spinge lo sguardo oltre il confine dell’albo, con innumerevoli citazioni legate alla letteratura per l’infanzia, alle favole della tradizione, ai supereroi, cartoni animati, arte, giocattoli; una vertigine di riconoscimento che, ben lungi da voler essere consolatoria, ha il potere di coinvolgere i lettori grandi e bambini in quella indefessa, salvifica attività di esplorazione capace di condurre alla meraviglia.  


Se ricordassimo bene come era, all’inizio, capiremmo quanto è ingenerosa l’idea che il dialogo con il mistero sia appannaggio degli adulti. Esso è un cascame dell’attività conoscitiva dell’essere umano, e in ognuno può prendere essenzialmente due strade. La prima sta adiacente al sentimento della nostalgia e ha l’urgenza di mantenere il contatto con l’alterità che ci precede e la sua assenza; l’altra, diametralmente opposta, scava nel minuscolo e scende nella profondità per condurre alla conoscenza. Ma com’è, come non è può capitare, e spesso succede, che le due strade opposte conducano entrambe nel medesimo posto.


Giorgia

“Niente è impossibile per noi”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi), Camelozampa 2024 
“Pirati in giardino”, ATAK – Georg Barber, Orecchio Acerbo 2022 
“Il piacere di scoprire”, R.P. Feynman, (trad. Grazia Gilberti), Adelphi 2020 


mercoledì 22 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL TELEFONO  

La cabina telefonica di Yuan Huan, Miyase Sertbarut, di Zülal Öztürktrad. 
(trad. Maria Chiara Cantelmo) 
Emons Edizioni 2024 



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"'Qualcuno ha letto un libro durante il fine settimana?' Ilhami alzò immediatamente la mano. Caner e Zümrüt quasi si cacciarono sotto il banco per nascondere le risate. Credevano che da lì a poco avrebbero ascoltato la storia di una bambina morta di freddo mentre vendeva fiammiferi in strada. Ovviamente una storia del genere era triste, ma era divertente il fatto che il libro non fosse adatto alla loro età. Con quella fiaba Ilhami sarebbe diventato lo zimbello non solo della classe, ma di tutta la scuola." 

Le cose non andarono così, perché Ilhami non raccontò La piccola fiammiferaia, il libro preso a caso in biblioteca, ma un'altra storia: La vendetta delle lettere. Storia, questa che, non si sa come, aveva ascoltato in un rottame di cabina telefonica abbandonata nel parco. Il circo che aveva dovuto lasciare la città anzitempo l'aveva lasciata lì in mezzo, insieme a tanti altri altri rifiuti che nel giro di pochi giorni sarebbero stati portati via. 
La cosa assurda che succede è la seguente: quel ragazzino entra nella cabina, tiene in mano la cornetta, scollegata da qualsiasi filo, e ascolta ogni volta una storia diversa che lui, puntualmente, racconta in classe il giorno dopo per espressa richiesta della prof di turco che vuole che i suoi alunni leggano e raccontino quello che hanno letto al resto della classe. 
Ilhami, che non legge e non vuole cominciare proprio ora. Il suo ragionamento non fa una piega perché tra il leggere una storia e ascoltare una storia è molto meno faticoso ascoltarla. Il risultato finale, in fondo, non cambia: avere una storia da raccontare in classe e fare bella figura con la prof e prendere un bel voto. E questo è quello che succede, all'insaputa dei suoi due amici del cuore che di lui sospettano, ma non capiscono fino all'ultimo cosa stia veramente accadendo. 
 Storia dopo storia, ascoltata furtivamente nella vecchia cabina telefonica, quel ragazzino si appassiona e, oltre a collezionare buoni voti a scuola, capisce una grande verità: le storie sono come l'aria, necessarie. 

Diciamo che Emons è la casa editrice elettiva per pubblicare questa storia che arriva dalla Turchia. Miyase Sertbarut, autrice di successo in patria, ci sta dicendo proprio questo: le storie possono arrivare sotto forme diverse. Possono essere lette da una pagina di libro, ma possono anche essere ascoltate con qualcuno che le legge per te ad alta voce. Il fatto importante è che arrivino. Come dice Benni "non c'è rivalità né inimicizia tra libro e audiolibro". 
Che una storia sia solo ben scritta oppure che sia ben scritta e poi letta altrettanto bene ad alta voce per tutti quelli che vogliono ascoltarla, resta comunque un bell'incanto
Il tempo dell'ascolto non esclude quello della lettura, anzi spesso è prodromico. Almeno questo è quello che pensa la prof di turco, ma anche molte altre persone. 
Certo è che una sola cosa è imprescindibile: la storia deve essere una buona storia. E quella, anzi quelle, che Miyase Sertbarut imbastisce - secondo lo schema della storia cornice che al suo interno ne contiene quattro, quasi cinque - colpiscono per originalità di sguardo. 
Già la storia cornice in sé, in particolare la sua conclusione in cui si trova un senso a tutto il mistero iniziale, è un piccolo congegno piuttosto interessante. Ma la vera piacevolezza arriva nelle storie che la voce misteriosa racconta al ragazzino attraverso la cornetta del telefono. 
Sono racconti autoconclusi che per la necessità di stare nella ventina di pagine diventano blocchetti narrativi belli densi e con una prospettiva di osservazione sempre originale. Brevi sguardi sulla vita quotidiana in Turchia con personaggi sempre molto credibili e riconoscibili anche per il nostro vissuto. Non ci sono maghi e streghe, ma fornai, editori, librai, scrittrici e un consistente numero di ragazzini. I vari pizzichi di magia che l'autrice dispensa qui e là servono a non spiegare proprio tutto, con il risultato di chiamare dentro il lettore che vuole a tutti i costi capire. Insomma si tratta di quel po' di mistero che, anche nella vita vera, rende alcune giornate leggermente diverse dalle solite routine. 
Ma la cosa ancora più interessante è un'altra, ossia la riflessione più generale su cosa nasconda una narrazione fatta di parole e messa nero su bianco su una pagina di libro. 
Non pochi illustratori hanno costruito storie che hanno ragionato sul bianco della pagina, considerandolo uno spazio vero e proprio (pensiamo a cosa è stato disegnato intorno alla cucitura centrale delle pagine), oppure su quale sia il mondo che si nasconde dietro la pagina bianca, uno su tutti David Wiesner con I tre porcellini
Ecco. Altrettanto fa Miyase Sertbarut, ragionando - attraverso le storie raccontate al piccolo Ilhami -su quello che, con la giusta dose d'immaginazione, le parole, i luoghi, i personaggi possono fare: cancellarsi, scavare un buco tra un qui e un altrove, abitare una zona di mezzo tra l'una e l'altra, o ancora rimanere bloccati - come intorno al castello di Rosaspina - ma non per un incantesimo, ma molto più realmente perché l'editore li tiene fermi immobili nel racconto, semplicemente perché non vuole pubblicare il libro di cui sono i protagonisti. 
In questa prospettiva, tutta la metalettura che attraversa La cabina telefonica di Yuan Huan richiede un piccolo sforzo in più da parte dei lettori, un po' di sassolini in tasca perché, dopo essersi persi camminando in diverse direzioni e dimensioni, tornino finalmente a casa. Magari a leggere un libro, anche se con ogni probabilità la loro consapevolezza sarà diversa. 

Carla

giovedì 4 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OMAGGIO A POE

Ha un incipit da manuale ‘The Folio Club’, che Guido Sgardoli firma per i tipi della De Agostini:
siamo palesemente messi di fronte alla scena di un delitto, di cui non solo non si conosce il colpevole, ma nemmeno la vittima. Entriamo così immediatamente nell’atmosfera del mistery, con una galleria di personaggi ambigui e un’ambientazione cupa e nebbiosa quanto basta per far sprofondare lettrici e lettori nell’inquietudine.
Siamo in Svizzera, sulle sponde di un lago dalle acque oscure, in un collegio esclusivo per rampolli di famiglie altolocate; a raccontarci la storia è il protagonista, Niccolò, arrivato in quella scuola dopo l’ultima espulsione da un altro istituto. Adolescente più che benestante, con genitori tanto importanti quanto assenti, dedito alle risse e poco incline allo studio. Sbarca al Trinity Lyceum come ultima spiaggia del suo accidentato percorso scolastico, anche perché Jacopo, un suo amico, è alunno di tale struttura. Quello che colpisce subito il nuovo arrivato è la presenza di un club esclusivo, il Folio Club, di cui Jacopo fa parte, creato da alcuni ragazzi e ragazze, capeggiati da un certo Duccio, in arte Byron. Ogni partecipante ha un nome segreto, ispirato al mondo letterario e in particolare a Edgar Allan Poe.
Tutto il romanzo ruota intorno al rapporto fra Niccolò e Duccio, un vero potente antieroe, affascinante, perverso e ambiguo, mentre il nostro protagonista è un personaggio più fragile, attratto e respinto nello stesso tempo dalle atmosfere gotiche di questo club esclusivo. Le loro serate clandestine prevedono ‘sballi’ da alcol e stupefacenti, ma non escludono duelli all’arma bianca e occasionalmente furti nelle chiese. Gli adepti di Byron, fra cui spicca Elena-Ligeia, di cui Duccio s’innamora, sono dieci, perché l’undicesimo è morto suicida. Per questo, e per affermare il proprio potere sul gruppo, Duccio vuole convincere Niccolò a farvi parte.
In un gioco di seduzione e di ricatti, in cui è coinvolto anche l’amico Jacopo, i due ragazzi si attraggono e si respingono, fino a una notte fatale in cui Duccio scompare.
Niccolò e altri ragazzi cominciano a indagare, mentre emergono gli aspetti più oscuri, e più squallidi, della vita di Byron, dedito al gioco e pieno di debiti.
Il suo potere di manipolazione prosegue anche dopo la sua scomparsa e i partecipanti del gruppo sono poco inclini a raccontare i segreti che condividono. La verità emergerà faticosamente e dolorosamente, mettendo a nudo fragilità e debolezze di ciascuno.
Si tratta, infatti, di adolescenti con le tipiche incertezze dell’età, con la ricerca del rischio, il piacere della sfida che li accomuna tutti; ‘superare i limiti’, sine fine sumus, sembra essere un patto programmatico, che qui prende corpo con eccessi conditi di citazioni in latino e del culto di Poe.
Le atmosfere notturne e nebbiose del romanzo riflettono perfettamente il senso di pericolo che si insinua nei lettori. I riferimenti al Maestro dell’horror sono tanti e voluti, a partire dal titolo stesso; perfino il punch and honey, di cui si inebriano gli adepti del club, è ripreso dalla vita dell’autore americano.
Non tutti coglieranno l’accuratezza delle citazioni e la raffinatezza dello stile di Sgardoli; in ogni caso, consiglio caldamente questa lettura, dotta e conturbante allo stesso tempo, a lettrici e lettori attratti dalle atmosfere gotiche, a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“The Folio Club”, G. Sgardoli, De Agostini 2024





lunedì 5 febbraio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DI SCARABEI E STATUE EGIZIE


Non è esattamente una novità, ma merita di essere proposto ai nostri giovani lettori e lettrici: si tratta di ‘Lo scarabeo vola al tramonto’, di Maria Gripe, pubblicato da Iperborea nella collana Miniborei, con la traduzione di Laura Cangemi, nel 2022.
Il romanzo dell’autrice svedese è in realtà del 1978 e rappresenta un'interessante interpretazione del romanzo di avventura: ci sono tre ragazzi, fra i tredici e i sedici anni, casualmente coinvolti in un intrigo che mette insieme un’indagine classica, fatta di indizi dissimulati e prove da ricostruire; il romanzo storico, poiché l’intera vicenda ruota intorno alle lettere ritrovate di due giovani amanti vissuti nel ‘700; infine, il sovrannaturale, che sottende e orienta lo svolgimento degli avvenimenti.
Annika, il fratello Jonas e l’amico David vengono incaricati di occuparsi delle piante di casa Selander, vuota per l’estate. Ma già dal primo giorno avvengono strani fenomeni; David, in particolare, fa un sogno inquietante e Jonas, cui è stato appena regalato un registratore portatile, nel registrare degli appunti su ciò che vede nella casa, registra anche una strana voce appena percettibile, che li indirizza verso una stanza, in soffitta, dove viene fatto il primo ritrovamento importante: una scatola contiene numerose lettere ricevute da una giovane donna, Emilie.
Leggendo le lettere i ragazzi apprendono le vicende dello sfortunato amore fra la giovane donna e Andreas, un allievo di Linneo.
Si tratta naturalmente di un amore contrastato e sfortunato, le cui vicende sono anche legate ai doni che Andreas fece all’amata: una statua egizia e una pianta molto particolare.
Mentre David è affascinato dalla biografia e dalle ricerche di Andreas, sostenitore dell’unicità della natura dei viventi, l’Anima mundi dei platonici per intenderci, Annika è colpita dalle tristi vicende di Emilie, costretta dalle convenzioni del tempo ad accettare un matrimonio combinato.
L’intreccio è complesso e prosegue come un puzzle, sistemando e spostando indizi per cercare di risolvere l’enigma della statua scomparsa e dei mille segnali misteriosi che accompagnano i ragazzi: le telefonate della signora Julia, che coinvolge David in una lunga partita a scacchi, gli scarabei che appaiono ripetutamente, le voci e le musiche che sembrano attraversare il tempo.
Senza anticipare il finale, bisogna dire che il mistero viene svelato a metà, lasciando pensare a un’altra avventura.
Come dicevo all’inizio, ‘Lo scarabeo vola al tramonto’ è un romanzo di avventura, ma è anche altro: se da un lato fa un’incursione nel passato descrivendo l’atmosfera culturale del ‘700, dall’altra si nutre anche delle atmosfere delle storie di fantasmi, fatte di presagi, messaggi misteriosi, un legame imperscrutabile con il mondo dei morti. L’aspetto forse più difficile da comprendere, per i più giovani, sono proprio quelli inerenti una visione del mondo che contrappone alla fredda logica della scienza un approccio vicino al misticismo.
I giovani lettori e le giovani lettrici, a partire dai dodici anni, possono trovare in realtà molti spunti per loro interessanti, che siano appassionati di romanzi storici, di storie del mistero o di storie d’amore. Tuttavia, potrebbero trovare qualche difficoltà nella lunghezza del romanzo e nelle preziose digressioni, che talvolta disorientano i lettori meno esperti.

Eleonora

“Lo scarabeo vola al tramonto”, M. Gripe, trad. L. Cangemi, Iperborea




venerdì 22 dicembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA QUESTIONE DELL'ULTIMO MIGLIO 

Come fa Babbo Natale a passare dal camino?, Mac Barnett, Jon Klassen 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Come ci riesce? Come funziona? 
Si strizza nella cintura? 
O diventa piccolo come un topolino? 
Oppure si allunga come una gomma da masticare e si infila una gamba per volta? 
Forse Babbo Natale si trasforma in un fuocherello! Ma non credo." 

Perplesso, davanti alla canna fumaria, sembra lui stesso non avere una risposta. Almeno non una soluzione che possa essere universale. E forse è proprio così. 
Il trucco sta in come infilarsi? Di testa, di piedi o di sedere? Il pericolo di restare incastrato pare reale, ma forse una delle sue renne potrebbe dargli una spintarella. Forse. 


E poi, ammesso che riesca ad arrivare giù a destino, come sarà ridotto il suo bel vestito rosso? Bucato - a ciclo breve, costosissimo - ogni volta? 
Ma la questione più importante è: ma se il camino manca del tutto? Come introdursi in casa d'altri senza effrazione? Sapere di ciascuna casa il nascondiglio del secondo mazzo di chiavi? Bella memoria. Mica le metteranno tutti sotto il vaso nel patio, vero? Vero! 
Trattandosi di Babbo Natale forse avrà abbastanza abilità per farsi sottile e passare sotto la porta, o farsi letterina e farsi infilare nella buca della posta, oppure rendersi cilindrico ed entrare dal rubinetto. 
E l'ulteriore problema del cane di casa? Per non parlare del buio. Basteranno le lucine dell'albero? Una cosa è certa: così come entra, riesce anche ad uscire. Perché nessuno mai lo ha beccato sul fatto. E se per caso è accaduto si sarà trattato sicuramente di un impostore. 
Ed è bello che sia così. 

Ancora una volta una questione universale (o quasi): dopo libri 'angolari' come la trilogia di Triangle-Square-Circle, oppure Sam e Dave scavano una buca o ancora Il lupo la papera e il topo o Filo magico o l'ultimo, The Three Billy Goats Gruff. 
Ancora una volta le loro due magnifiche teste hanno cominciato a ragionare come quelle di due ragazzini, pur essendo grandi e grossi. E hanno cominciato a studiare il problema de 'l'ultimo miglio' di Babbo Natale. E poi hanno lasciato la briglia sciolta e hanno cominciato a esagerare, ossia a non porsi limiti di sorta. 
La logica compare solo qui e là. Esattamente dove è giusto che stia. 
Ancora una volta le loro due teste si sono messe a giocare, spedendo le loro idee all'altro come fossero palline da tennis durante una partita. Da una parte Barnett e dall'altra Klassen, nel vederle arrivare, hanno dovuto trovare la risposta adatta. Uno con il testo e l'altro con le immagini. Chi ha vinto tra i due? Il terzo, ossia il libro, la storia, ovviamente. 
Possiamo immaginarci Barnett e Klassen che, seduti uno di fronte all'altro, si lanciano idee reciprocamente. Non sarebbe la prima volta. Sam e Dave così è nato e così è diventato quel perfetto meccanismo narrativo che è. Quel perfetto dialogo tra figura e testo...
 

Faccio delle ipotesi: insieme hanno cominciato a mettere in elenco un po' dei modi che si possono immaginare per entrare in una casa dalla canna del camino e altrettanti per entrare se il camino non c'è. Entrambi lavorano su questo canovaccio con una serie di punti fermi da cui non è possibile prescindere: l'iconografia del personaggio e quella della sua squadra di renne. La slitta è rimasta fuori scena. 
Quindi: pancione, barba e capelli bianchi, abito rosso (un vero cimento per Klassen che dei colori accesi ha dichiarato di aver terrore panico) bordato di bianco, berretto con pon pon, muffole e stivali neri, e per le renne, finimenti pieni di sonanti campanelli. 
Altra circostanza da cui non prescindere: il tempo in cui la scena accade. La notte del 24 dicembre: neve che copre ogni cosa, neve che cade a fiocchi regolari e cielo nero pece. 


Ultimo dettaglio imprescindibile: la location. Un esterno, pieno di bianco freddo, ossia un tetto di una casa con camino, l'ingresso di una villetta senza camino, un interno - noi vediamo ingresso soggiorno e cucina e la lavanderia - in penombra, ma evidentemente ben riscaldato, visto il colore che Klassen pennella leggero e liquido sulle pareti per farcelo 'sentire' e per contrapporlo a quel nero denso del cielo che ogni volta è riquadrato nelle finestre. 
Ecco da qui in poi è tutta farina del loro sacco (!). Ovvero le commistioni, gli intrecci improbabili che però si agganciano sempre a un qualche punto di realtà che sia riconoscibile - per esempio la forma della lettera - con la ridondanza del francobollo con se stesso (una barnettata, bella e buona nell'idea e una klassenata nel gioco di sguardi tra la lettera intera e il suo primo piano), oppure il cannello d'acqua, o l'essere sottile come un foglio o il farsi minuscolo come un topo o sinuoso come una gomma americana.
Fin qui, diciamo, il livello è molto alto, ma è il loro già visto in altre occasioni. Ci sono però dei piccoli dettagli in cui per l'appunto accade questo gioco di rimpalli, che devono essere stati una bella sorpresa anche per l'altro tra i due. 
Lo spazio di risulta in cui lavorano entrambi è lui: Babbo Natale. 


Sempre raffigurato un attimo prima o un attimo dopo l'azione (come vuole una regola aurea tra gli illustratori di talento). Sempre messo un po' in difficoltà riguardo ai vari metodi di entrata nelle case della gente. 
Si pensi al Babbo Natale a cui calano leggermente le braghe mentre a fatica scende di sedere nel camino, oppure il gioco di sguardi tra il fuocherello contento e quello deluso. La neve sciolta sotto il fuocherello, la renna che sorseggia il caffè che lui non ha voluto, i visori notturni e quelli termici a infrarossi di cui è dotato, i cani di casa da gestire... 


E su tutto questo, che è già moltissimo, ci sono i dettagli: le orme, le lucine, la tappezzeria. E su questo tessuto che per Klassen deve essere stato puro divertimento, c'è ancora qualcosa di più: le inquadrature. Sempre più ardite. E c'è un layout che non ha più la regolarità di chi non se la sente di osare troppo. Al contrario, c'è dietro qualcuno che dimostra una sicurezza acquisita sul campo, ossia sulla pagina. E sopra i dettagli, le inquadrature e l'impaginazione ardita c'è la cosa che Klassen sa fare meglio di qualsiasi altra: costruire gli sguardi, le espressioni. A monitor, spostare di millimetri la pupilla all'interno dell'ovale candido, per ottenere gioia, delusione, fastidio, perplessità, prudenza, rammarico, condiscendenza, pazienza, noia... 
Se vi fosse per caso venuta la voglia di acquistarlo un libro così, sappiate che è esaurito (per il momento). Indovinate perché? 


Salute e buon natale!

Carla