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mercoledì 3 dicembre 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

È UNA STORIA. È UN TERRITORIO. È UNA CASA 

Vi è un legame intrinseco tra le questioni legate alla narrazione e il nostro rapporto con lo spazio che ci circonda: può accadere di intravederlo muovendosi in profondità, scavando con andamento verticale nelle storie (vere o inventate che siano) ma anche ricercando una connessione più di superficie, quella che si sperimenta affrontandole come fossero territori in cui esplorare per orientarsi.


Prendiamo un trasloco, per esempio. Un’esperienza classicamente tra le più stressanti. Io del mio non ricordo tanto la fatica del cambiamento, quanto quella dovuta alla quantità di cose che, scomodate dai loro legittimi e silenziosi alloggiamenti, hanno sprigionato un’intollerabile quantità di quella impalpabile energia chiamata memoria. Non erano meri oggetti portatori di ricordi, ma accumulatori di cosmogonie legate a interi periodi di vita. In altre parole, radici denudate che mostravano in bella vista la loro intera estensione. 


Lo strambo trasloco della magione Miller racconta di un filone d’argento, della miniera Minnie Moore e relativa fortuna, dell’amore tra Henry Miller e Annie. E poi c’è la costruzione della villetta, la morte del marito, i rovesci di fortuna. È solo quando Annie, in cerca di nuova prosperità per sé e il figlio, decide di spostare l’intera costruzione per trasferirla sei chilometri più in là, in un luogo più adatto al suo nuovo progetto di vita (un allevamento di maiali) che si entra nel vivo della faccenda. Traslocare una casa intera, infatti, è un ossimoro: pensare lo spostamento in un unico blocco di tutta la struttura, a partire dai muri, per passare alle stanze, ai mobili, i letti, gli armadi, i tavoli, le sedie richiede non solo ingegno e forza muscolare, ma anche un considerevole sforzo immaginativo.


Che il fatto sia dichiaratamente una storia vera è da annoverare non tanto nell’ambito di quella crisi nei confronti dell’immaginario e del fantastico che tanto viene lamentata di questi tempi. Tutto al contrario. Eggers si riallaccia alla tradizione usando uno stratagemma da vecchi cantastorie, che questo dovevano saper fare per lasciare a bocca aperta il proprio uditorio: conoscere una struttura intimamente, interamente, dalle fondamenta alla soffitta, esattamente come muratori competenti capaci di smuovere solo quello che deve essere smosso, per lasciare intero tutto il resto. Il trasloco della magione, con la numerazione puntuale di tutti i mattoni delle fondamenta, funziona benissimo come similitudine per raccontare come si trasferisce tutta intera una narrazione dalla propria testa a quella di chi ascolta.


Lo strambo trasloco della magione Miller, nelle mani di Dave Eggers, è contemporaneamente una storia vera, la sua (re)invenzione e anche una riflessione sul narrare e sulla scrittura. Soprattutto è una riflessione su quella vena preziosa e segretamente lucente che ci attraversa, fatta di memorie e credenze e mitologie sotterranee che stanno, silenti, stipate, in attesa. Un patrimonio grezzo, spesso inconscio o addirittura sconosciuto, che rende però possibile il travaso di interi ecosistemi narrativi. La questione della miniera – fatto vero – così come il viaggio in Europa (se non vero, sicuramente molto probabile e verosimile), ma ancora di più: il fatto della numerazione delle componenti delle fondamenta sono in questo senso eloquenti: è dalle profondità che parte ogni racconto, dal frantumarsi degli accadimenti e delle esperienze, dallo stratificarsi dei significati e dalla successiva ricomposizione.


Perché dal momento che esiste, poi, ogni storia va attraversata, in modo simile a come si attraversa il territorio vero, quello fisico, quello che ci circonda e che in primo luogo sperimentiamo come superficie rilevabile con gli sguardi, con distanze immaginate e vissute. Le analogie sono tali per cui spesso raccontare il fuori diventa intrinsecamente raccontare quello che accade dentro. 


Prendiamo ad esempio un cow-boy. Immaginiamo che decida di seguire le orme del padre solo dopo averle verificate. Immaginiamolo così, alle prese con l’idea della mandria che dovrebbe gestire, ammansire e mungere, come da sempre fa la sua famiglia. Immaginiamolo come un punto circondato da un territorio che esiste, ma che lui vuole percorrere, vedere, rilevare e registrare in autonomia, prima ancora che esserne assorbito. Ecco Billy delle nuvole, il nuovo albo di Eva Offredo. Billy delle nuvole ha la pretesa e l’ardire di voler conoscere prima di accogliere. Anche Offredo si aggancia a una storia vera (o almeno lei così dice): ha incontrato Billy, tanto tempo fa, e questo albo è la sua testimonianza. Invece di scavare però, lei decide di percorrere le tracce in superficie. 


Billy abbandona il lazo e lo sostituisce con lo sguardo. Il movimento di questo utensile riassume efficacemente il funzionamento del nostro occhio in azione: l’energia del lancio, l’allontanamento dell’estremità e poi il ritorno, la deliberata volontà di afferrare qualcosa. 
Diversamente dalla fune, poi, l’occhio torna sempre con qualche informazione: e allora ecco le immagini di Billy tornare e fissarsi sulla pagina come se questa fosse non solo la retina, ma quel posto speciale dove quello che vediamo si deposita. Ecco la Pampa correre a perdita d’occhio, gli armadilli e le civette e poi mangrovie, doline marine e fiordi e renne… 


Pagina dopo pagina, paesaggio dopo paesaggio, pianta dopo pianta, roccia dopo roccia, ecco emergere – in Billy e in noi - una visione più ampia: le singole rilevazioni si approfondiscono e, accumulandosi si dispongono in mappe, le mappe diverse si aggregano in territorio, l’esplorazione narrata assume una consapevolezza spaziale più estesa, lo stupore attonito si traduce in indagine. L’esperienza viva si astrae, i passi si tramutano in rette, le soste si fanno simbolo. Il tesoro che Billy raccoglie camminando è impalpabile. È fatto di oggetti, di sguardi e sensazioni, sorrisi, suoni, versi di animali, temperature e luci. 
E poi c’è la fatica, la frustrazione al cospetto della strabordante molteplicità, la meraviglia. Il caldo, il freddo, la terra sulle mani, le nuvole che viaggiano e, sopra, il cielo.


Se esiste uno scrigno per questo tipo di cose, ha la forma di un quaderno. Nelle pagine straripanti di appunti, nella seconda parte dell’albo, avviene una prima appropriazione della molteplicità incontrata camminando. Ecco far capolino il tempo, le date, la durata effettiva degli spostamenti e dei giorni. Ecco il riordinare, attraverso numeri ed elenchi, quella messe di informazioni e immagini e reperti raccolti sul sentiero, in forma sparsa, estemporanea, accidentale. Ecco il sedimentare del territorio nel racconto personale, una soglia imprescindibile per il passo successivo. Al ritorno del viaggio, la prima lettura del territorio viene integrata con un approfondimento documentato su flora e fauna delle parti del mondo attraversate.


Billy delle nuvole è un incontro faccia a faccia con il mondo naturale per scoprire come farne parte. Forse proprio per questo contiene diversi sguardi. Il primo è narrativo, certo, ma poi, per contenere tutto, si trasforma, suggerendo un metodo di raccolta da praticare nel quotidiano e infine ancora, offrendo un inquadramento di carattere divulgativo. 


Questi due albi si parlano in modo sottile. Se il primo ragiona sulla profondità delle radici e sul trasferimento della memoria da una mente all’altra, il secondo si dispone come indagine geografica, di superficie, evocando inequivocabili analogie tra il camminare e il leggere. Entrambi però, prendono un punto nello spazio, un luogo conosciuto e familiare, e lo correlano a uno poco distante, in cui non siamo ancora stati: si apre davanti ai nostri occhi una distanza che vuole essere conosciuta. Che chiama, come una promessa. È una storia. È un territorio. Soprattutto: è una casa. 


Giorgia

 “Lo strambo trasloco della magione Miller”, Dave Eggers, Julia Sardà, (traduzione di Giulia Rizzo) L’ippocampo 2024 
“Billy delle nuvole”, Eva Offredo, (traduzione di Martina Arecco), Quinto Quarto 2025 


mercoledì 6 agosto 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COPERTI DI FANGO 

Due albi per mostrare e rendere fruibile il sotterraneo dialogo che si compie tra il sopra e il sotto, tra l’oscurità e la luce, il male e il bene. Due albi per conferire narrazione e parole all’interdipendenza tra la felicità e la rabbia, lo scontento e l’eccitazione, poli energetici apparentemente in conflitto ma facenti parte, tutti, della multisfaccettata e organica capacità umana del sentire. 
Due albi necessari, per spodestare un poco il valore che viene dato in automatico alle emozioni positive e smascherare come sia invece l’alfabetizzazione sensibile dei vissuti negativi a potenziarle, perché esattamente come per la tridimensionalità delle immagini, al nostro cuore servono anche le ombre, per vedere. 


In Sua altezza Poltiglia Principessa di Fango la consapevolezza profonda che Beatrice Alemagna da sempre dimostra per la coesistenza nell’animo bambino tra male e bene, luce e ombra è rintracciabile fin dal titolo, dove la poltiglia e il fango, elementi materici che si trovano letteralmente sotto i nostri piedi vengono legati a doppia mandata a concetti astratti quali altezza e regalità. Un titolo che è quindi una dichiarazione di intenti per quello che verrà raccontato. 


Questa è la storia di Yuki, che sconfortata dall’ennesima incomprensione con Sen, silenziosissimo e imbronciato fratello maggiore, getta le chiavi in un tombino. 
Yuki è colei scende, compiendo il passo volontario di entrare nella propria riconosciuta negatività. Perché lo dice subito, lei, di essere cattiva e intrattabile, ammette di urlare e sbattere i pugni a terra, sa di ingarbugliarsi come fili elettrici con grande facilità. Yuki butta le chiavi nel tombino e poi decide di andarle a riprendere, ed è qui, sotto lo strato di asfalto e pietrisco che separa la città del quotidiano dai suoi malmostosi sotterranei, che la sua avventura apre davvero alla consapevolezza. 



Negli oscuri cunicoli a cui approda, Yuki fa la conoscenza di sua altezza Poltiglia, la Principessa di Fango: una massa informe e bonaria che la invita cortesemente a seguirla nei luoghi in cui viene accumulato, analizzato e gestito il fango dell’anima, questa rabbia che Yuki si ritrova appiccicata addosso ma che, a quanto pare, oltre che a sporcare ha anche altre caratteristiche. Passando per la Giungla Nera, dopo aver fatto conoscenza con Caccoli, (piccoli e buffi esserini deputati allo sviluppo del senso di Colpa) Yuki oltrepassa Lagondiglio, e arriva alla Rabbioteca, dove scopre che la rabbia può essere catalogata a seconda delle sue specifiche modalità di espressione, e addirittura assaggiata, passando da sentimento informe a travolgimento scomodo sì, ma anche ricco di informazioni da degustare. 


Non solo: a corollario di questa alfabetizzazione gourmet, nei sotterranei – sempre bellissimi grazie all’illustrazione caleidoscopica e sensibile di Alemagna – Yuki mette a fuoco due questioni nevralgiche. La prima è l’interdipendenza tra il proprio sentire e le dimensioni della Principessa di Fango; la seconda è conseguenza diretta della scoperta che anche suo fratello sia passato di lì. Il fatto che tutti abbiano accesso ai sotterranei, che addirittura Sen abbia conosciuto la Principessa, che la rabbia e il suo fango appiccicoso non siano un fatto personale e solitario, legato indissolubilmente alla propria identità ma al contrario uno stato quasi fisiologico di pertinenza comune, permette a Yuki di ribaltare la gerarchia che relega il suo sentimento ai margini, come una inadeguatezza da nascondere e ignorare. È dopo aver disinnescato questi due fattori che Yuki può concepire la risalita. Mano nella mano con il fratello, approda alla calma lineare delle strade consuete, dei marciapiedi e dei muri. È tra le pareti di casa, tutte dritte, che la Principessa mostra il suo dono. 


 
Accolta, nominata, conosciuta e condivisa, sua Altezza Poltiglia si mostra per quello che è, un accadimento naturale quanto la pioggia, da attraversare senza paura come si attraversa la gioia, passeggero come passeggero può essere lo sporco che imbratta i vestiti, scomoda, certo, ma non per questo priva di angoli di bellezza. 


Percorso inverso quello de Il sasso più bello, anche se sempre giocato sulla linea retta che divide il sopra e il sotto, il limaccioso e l’aereo, il ristagno della palude e il movimento della corrente. Fin dalle prime pagine siamo accolti da tavole scure e avvolgenti, che pur suggerendo staticità sono percorsi da fremiti e bagliori, un’inquietudine dorata che sembra cercare una strada per oltrepassare i tratteggi fittissimi. 


Di questo si tratta: di un luogo dove l’acqua ha smesso di scorrere, dove le cose sono quello che devono essere e nulla si muove. In questo albo non si scende: siamo già sotto. La melma ha invischiato ogni vitalità, riempie gli occhi del panettiere fin dal primo mattino, l’acqua trattenuta ristagna a bordo del tavolo della colazione e per raggiungere i banchi e insegnare qualcosa le maestre devono strappare giunchi e ninfee. Primi piani della vegetazione si alternano a visioni notturne di treni e stazioni, dove i ricordi dell’infanzia si susseguono rapidi, frammenti che pur luminosi non possono che essere fagocitati dal martellante ritmo delle giornate. A quanto pare, non esiste sasso che possa rimbalzare su acque di questo genere, perché a stare sott’acqua ci si fa l’abitudine. 


Eppure, anche in un luogo così immobile è possibile che qualcuno azzardi il cambiamento. Accade una notte che bagliori e macchie trovino una strada per arrivare al cielo: un signore fa rimbalzare dei sassi sulla superficie irreprensibile dell’acqua, e questa in risposta risponde schioccando, come fosse uno strumento musicale. Dalla riva, suo figlio batte le mani e ride. Risvegliati dalla misteriosa melodia che sembra una lingua sconosciuta, altri bambini risalgono dalle profondità limacciose e, liberi dalle costrizioni del fango, si raccolgono attorno all’uomo alla ricerca del sasso più bello, quello con cui eseguirà il lancio perfetto, che rimbalzerà fino all’orizzonte e poi oltre, all’infinito. 


Questo uomo, senza nome, con la barba incolta e i vestiti stazzonati, è colui che risale. Colui che per amore si ribella alla rassegnazione compiendo un gesto che ha l’audacia del gioco e le radici profonde della memoria. Con una tecnica impeccabile, questo uomo al pari di un mago ha il potere di far scoppiare fuochi d’artificio e di accendere nei cuori altrui la meraviglia a il desiderio di emulazione, moltiplicando l’energia originaria nei gesti e nella gioia di tutti. Tutti i colori che serpeggiavano furtivi nelle illustrazioni, quasi inquinando le massicce campate di nero, convogliano liberi nei ricchi fondali marmorizzati e dinamici per sostenere questo slancio: arrivato sull’altra sponda il sasso non si ferma, trascina con sé l’acqua della palude, lo stagno comincia a gonfiarsi trasformandosi velocemente in onda gigantesca, in torrente, in fiume. 


Eccoli: Sua altezza Poltiglia principessa di Fango e Il sasso più bello
Due albi in cui si parla di ciò che sta sotto, il luogo dove la materia tutta decade, si frammenta, si decompone e dopo aver preso una pausa, si riconfigura. Il luogo del fango, un elemento che sporca, macchia, spesso maleodora e trattiene, da cui si cerca di allontanarsi ma in cui maturano i presupposti della fertilità futura. Perché è sempre qui, a contatto con la frantumazione minima, che si sviluppa la capacità di posizionare la gioia. È attraverso l’esaurimento dell’esperienza che è possibile risalire alla trasformazione. Perché in ogni frammento è conservata una minima parte del tutto, forse una luce giallo acida che non va perduta mai, nemmeno quando in apparenza sembra di essere tutti coperti di fango. 


Giorgia

“Sua altezza Poltiglia principessa di fango” Beatrice Alemagna, Topipittori, 2025 
“Il sasso più bello” Gilles Baum, Joanna Concejo, (traduzione di Lisa Topi), Topipittori, 2025 


mercoledì 28 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SI POTREBBE DIRE RADICI 


Stufo di stare nell’angolo della classe dove ha aiutato generazioni di bambini e bambine nello studio dell’anatomia umana, ormai vecchio e malandato, lo scheletro della scuola decide di andare in pensione. È la maestra ad accorgersi che qualcosa è cambiato e a telefonare al vecchietto per proporgli la bizzarra adozione. Così, dopo aver aggiustato la macchina, il vecchietto va a prendere lo scheletro, lo porta a casa, riattacca con il fil di ferro quasi tutte le ossa che la scuola gli ha consegnato. Poi, insieme alla vecchietta lo vestono e gli danno un nome: Martin. 


Anche se potrebbe sembrare strano a qualcuno, Martin lo scheletro entra piano piano a far parte della vita quotidiana dei vecchietti: a volte, è lui a entrare in casa con loro, altre sono loro a raggiungerlo all’aperto. Nella cucina estiva, poi, lo scheletro ha una sua poltrona, un tavolino e una tovaglietta di pizzo. E in inverno, una morbida coperta. Non si può poi dire che Martin sia un tipo sedentario. Che dire ad esempio di quando ha fatto fuggire i ladri facendosi cadere la mandibola sulle ginocchia, oppure di come ha saputo consolare il vecchietto per la vergogna di aver scambiato dentista e barbiere. E alla potatura dei meli, quando la vecchietta è sempre agitata? Martin era lì, con lei, a gettare i rami tagliati nel fuoco fissando le fiamme alte. 


Martin, Martin, Martin. Martin dappertutto. Sullo slittino e in sauna, nella vasca da bagno e pure nella favola della rapa. Chi ha aiutato i nipotini quella volta dei mostri notturni? Chi ha tenuto il cesto di funghi che la vecchietta non era riuscita a riempire per via dello gnomo dei boschi? Chi era con lei per risolvere la faccenda della scimmia di neve? 


Forse per questo, il vecchietto ha cominciato a desiderare di avere Martin con sé anche nella tomba. Forse è stato proprio per questa convivenza quotidiana, assidua, fatta di minuzie e piccole attenzioni scambievoli - coperte sulle ginocchia, tovagliette di pizzo, favole della buonanotte – che quando la vecchietta è morta, Martin ha sentito il bisogno di essere consolato. Il vecchietto ha chiuso le braccia attorno alle ossa di Martin, facendolo quasi scomparire, mentre il vapore del tè al tiglio riempiva la stanza dello stesso odore che c’era quando lei era viva. Sembrava quasi che la vecchietta fosse li! Anzi, a guardar bene, la potevi sentire: di chi se non suoi i gesti replicati per ottenere la calda bevanda, lo stesso inconfondibile aroma? 


Tre i punti forti di questo (apparentemente) piccolo romanzo. 
In primo luogo la storia: una vicenda che nasce nel territorio dell’assurdo, apparentemente leggera, che si attraversa con umorismo, tenerezza e un pizzico di salvifica insensatezza, sfiorando temi e metafore importanti senza tuttavia mai toccarli direttamente. La presenza di uno scheletro che decide di andare in pensione, fatto di per sé straordinario, viene presto riassorbita – come succede con tutte le cose – da un quotidiano denso di piccoli gesti, accortezze e minuti presenti. 


Poi, le illustrazioni. Il bianco e nero dinamico e movimentato di una matita felice interrotto da dettagli e campiture di un fucsia (quasi) fluo: per suo mezzo l’attenzione viene convogliata su tutt’altro – il fazzoletto da testa, un gallo, una rapa, un pettine, ma anche parole, minuzie, cieli interi – e vengono disinnescate alcune inibizioni e schermature che spesso accompagnano la presenza di uno scheletro nella narrazione. 


Il terzo elemento è proprio lui: lo scheletro. Deposto il collegamento con le tematiche horror e Halloween, indebolito il legame quasi automatico che scheletro e ossa nude hanno con la narrazione frontale della morte, ecco che in questo testo è possibile fruire di alcune metafore forti che lo scheletro porta con sé e che spesso rimangono sullo sfondo del ragionamento. 


Che cos’è uno scheletro infatti? È una complessa struttura di ossa, robusta ed elastica, che permette al corpo intero di stare in piedi, camminare, correre, raccogliere i funghi e abbracciare. È un sostegno imprescindibile, tuttavia nascosto da strati di muscoli, pelle e vestiti, in ultimo fatto scomparire dalla sua presenza costante e comune. E se è vero che esso si palesa nella morte e nella decomposizione, quando tutto il resto scompare, è anche vero che – incredibilmente! – lo scheletro è sempre, sempre, sempre presente, sempre con noi, in noi, a rendere possibile e significativo ogni passo e ogni respiro. 


Martin, lo scheletro, è dappertutto. Martin, che ha passato la vita a mostrare il fondamento del corpo umano, perfeziona da queste pagine il suo insegnamento, allargando l’idea di corpo umano a quella di corpo sociale, superando l’idea dei legami familiari per approdare a quella di interdipendenza di ogni cosa. Le schegge di fucsia che esplodono qua e là sono illuminazioni che interrompono la conformità dei grigi e spalancano lo sguardo sulla struttura invisibile che sottostà ai gesti quotidiani, sulla sua pervasività muta e fondante Il bagno dei bambini, la raccolta delle lumache, le favole raccontate ogni volta in maniera un po’ diversa sono il corpus di gesti, consuetudini e usanze sotterranee che innervano, irrobustiscono, rinsaldano, sostengono: attraverso questo reticolo non passano solo gli affetti e i legami, ma l’intera esistenza acquisisce senso e coerenza.


Si potrebbe dire radici, scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che è proprio sull’aspetto del tempo che il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia. 

Giorgia

 “Martin lo scheletro”, Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024


mercoledì 11 dicembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COME SI SCRIVE UNA STORIA 


Sophia Henry Winslow, di anni undici compiuti il 22 luglio, ha già nel suo nome una storia. 
Si chiama anche Henry perché dopo la sua nascita sua madre non avrebbe più potuto avere bambini: dunque le danno anche questo nome maschile, che già era nato nelle menti dei suoi genitori. 
La migliore amica di Sophia è Sophie, ha ottantotto anni, di cognome fa Gershowitz ed è sua vicina di casa. 
Sophia si fa chiamare Sophie, e un giorno accade che ascolti una conversazione dei suoi genitori in cui i due, preoccupati, parlano delle sempre più assidue dimenticanze dell’anziana Sophie e del fatto che il suo unico figlio a breve andrà da lei per portarla via con sé. 
Alla piccola Sophie questa storia non piace per nulla, si fa così prestare da Ralphie, un suo coetaneo figlio di un dottore, un grande manuale medico dal quale prendere dei test per mettere alla prova la memoria dell’amica. Il test dei test è: ricordare tre parole a distanza di dieci minuti. Ce la farà l’anziana Sophie? 
la piccola Sophie si rivolge direttamente ai lettori e fin dalle prime righe anche noi abbiamo un compito, ossia ricordare tre parole: casa, ombrello, mela. Il libro si apre immediatamente a una riflessione su cosa sia una storia. 
A pagina 11 la giovane Sophie ci dice: “Sai una cosa? Non è così difficile scrivere una storia. Ci vogliono tutte quelle cose ovvie: personaggi, ambientazione, dettagli della trama (cosa è successo, perché è successo, cosa succederà dopo) e, ovvio, un finale. E’ tutto, grossomodo.” 
Il libro in realtà, dimostra che beh, non è proprio così semplice, e quella ragazzina lo imparerà con noi. 
Ma lasciamoci portare, e seguiamo le sue tracce, perché il libro ricalca esattamente le orme narrative che Sophie ha deciso. 
PERSONAGGI: se dovessi pensare a chi somiglia la piccola Sophie, penserei a Lisa Simpson. Sì proprio lei, la piccola saccente dolce sensibile Lisa. In fondo non è da tutti fare delle battaglie contro il cibo spazzatura in mensa a nove anni. E nemmeno prendere sempre 10 nei temi. E nemmeno fare riflessioni profonde sul valore dell’amicizia. 
L’ottantenne Sophie invece è una dolce nonnina di origine polacca, che non sa come si pronunciano alcune parole in inglese, che beve il tè nel pomeriggio, che accoglie la piccola Sophie in casa sua. 
AMBIENTAZIONE: siamo in una via, ben precisa, Chocorua Street, famosa per essere stata oggetto di una maledizione da parte di un nativo americano. In Chocorua Street abitano Sophie e Sophie, Ralphie e Oliver. Ossia gli amici migliori della voce narrante. 
DETTAGLI DELLA TRAMA: Sophie sottopone Sophie anziana a vari test. Ma quello delle tre parole rimane il cardine nella mente della piccola. Si accorge così che le tre parole vengono ricordate solo se attivano dei ricordi precisi nella mente della vecchietta. E i ricordi che lei narra sulle tre parole – albero, tavolo, libro – sono ricordi del suo passato di ebrea polacca in tempo di guerra. 
E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. 
Fin da subito, la piccola Sophie si interroga su questo: sta scrivendo per noi lettori una storia e nel farlo si pone delle domande. E’, di fatto, una metanarrazione. Le citazioni di libri e film e serie tv è continua, a dirci come la nostra narrazione sia la somma di ciò che leggiamo osserviamo sentiamo. Mentre lo leggevo pensavo, ma questo è un ottimo libro per chi abbia voglia di scrivere: sempre nelle prime pagine Sophie piccola racconta di un incontro con un’autrice, noiosissimo (“Quanti soldi guadagni?”, “Ce l’hai un animale domestico?” – ah Lowry, mi sa che ne sai qualcosa…), fino a quando si desta dal torpore di fronte alla domanda di un bambino su quale sia il modo migliore di far cominciare un libro: “Inizia dal giorno che è diverso” risponde l’autrice. E così la giovane Sophie riprende le fila, narrando del suo giorno diverso e riflettendo sulla diversità dei giorni che la vita ti mette davanti. E sono giorni diversi anche quelli che racconta Sophie anziana nei tre piccoli capolavori che narra sulle tre parole che deve ricordare.
Insomma, Lois Lowry ha bene in mente che potere abbiano le storie, anche per far rivivere la Storia, che di quelle è fatta. La scrittura della Lowry è fantastica: scorrevole, divertente, emozionante. Scrive questo libro alla veneranda età di 86 anni e fa diventare la sua voce quella di una bambina di 11 anni e quella voce è vera. Così parlano le undicenni. infatti è una lettura perfetta per chi abbia quell'età.
Ma quale magia fa in modo che la Lowry sia così capace di tenere dentro di sé quella voce viva? Ecco, io da grande vorrei diventare come Lois Lowry: scrivere così, pensare così, essere così divertente. 

Valentina

PS: Vi ricordate le tre parole che dovevate tenere a mente all’inizio? 

"Albero. Tavolo. Libro" Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll), 21lettere 2024 

mercoledì 25 settembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL ROSSO È (UN) GIALLO 


“Carla Stratos ha sedici anni, quattro piercing, tre tatuaggi e un gatto. 
Non sa ancora che quello che le darà più problemi fino alla fine è proprio il gatto. Carla vive in una casa al centro di Bologna. È la casa dei suoi zii e lei ci abita da quando è successa quella cosa. Ma non pensa volentieri al passato, a quando stava ancora in montagna e tutto il resto. 
Esiste solo il presente. Ora. Adesso. 
E adesso Carla ha 16 anni, fa il liceo artistico, vive dagli zii, ha quattro piercing e tre tatuaggi. E un gatto.” 

Carla dunque è ben piantata nel presente. Il passato, quella cosa, è qualcosa da scordare… 
E invece quello che l’aspetta è proprio un viaggio super avventuroso nella memoria, non nella sua. Ma in quella del gatto. 
E poi, certo, anche nella sua, scoprendo che il passato racconta il presente. 
È sempre bello soffermarsi sugli incipit delle storie di Davide Morosinotto e in questo caso apprezzare come, in pochissime righe e ben conchiuse, riesca a: 

 • scolpire davanti ai nostri occhi i tratti della protagonista 
 • localizzarla (e localizzarci) nello spazio 
 • localizzarci nel tempo facendoci intendere che c’è un prima (quella cosa), oltre al dopo che ci aspetta (siamo solo alla seconda pagina, del resto, e tutta la storia deve ancora accadere). 

Così Morosinotto riesce a prenderci all’amo e all’amo rimarremo fino all’ultima pagina. 
Nelle vicinanze di casa di Carla è appena stato assassinato un uomo, un pericoloso narcotrafficante, e un corpo di polizia particolarmente specializzato sta cercando l’assassino. 
Unico testimone: il gatto. Per la precisione Cucco, il gatto di Carla, che spesso e volentieri se ne va girando per il quartiere ed è rientrato a casa lasciando zampate di sangue. 
La tecnologia investigativa ha messo a punto un dispositivo capace di accertare la veridicità dei testimoni o sospetti criminali, una sorta di macchina della verità che entra nella memoria di chi ha visto. Dunque ci si prepara a entrare nei ricordi di Cucco utilizzando il Dispositivo Mnemonico DM e inchiodare il colpevole. 
Nella memoria di Cucco entreranno in missione l’agente Due, l’agente Nove, Carla e Marco. 
Marco è il fidanzato di Carla, il suo punto di riferimento, “il cuscino che attutisce i suoi spigoli”, è con lei da prima che accadesse quella cosa
Molte cose accadranno in questo viaggio nella memoria che ci porterà a scoprire l’insospettabile assassino attraverso un incrocio di generi letterari, di storie e di accadimenti, di pericoli e di capovolgimenti, di prima e di dopo, come del resto Morosinotto ci ha già abituati a fare. 
Dunque questa storia è un giallo, un’avventura au bout de souffle e anche una storia di fantascienza (o esiste già la “Macchina Mnemonica 171” con il connesso “Dispositivo Mnemonico DM”?). 
Tra le righe della trama, sballottati tra un accadimento e l’altro, riusciamo anche ad attraversare il confine tra animale umano e non umano e come il gatto Cucco, vedremo giallo tutto ciò che è rosso (i gatti non vedono il rosso): gialli i mattoni di Bologna “la rossa”, giallo il sangue della scena del delitto; saremo capaci di fuggire con grandi balzi; vedremo le piante di casa come fosse una foresta… 
Una bella storia che raccoglie con successo la sfida della nuova collana editoriale che Mondadori sotto suggerimento di Alice Bigli ha studiato per i lettori dagli 11 ai 14 anni. 
Si chiama OSSIGENO e propone romanzi brevi da “leggere tutto d’un fiato” per avvicinare alle storie chi non è abituato alla lettura. Dunque solo 126 pagine con interlinea ampia e carattere grande a disposizione di Davide Morosinotto per sfoderare una storia avvincente che apre a interrogativi interessanti: una riflessione sul Male, su come qualunque, proprio qualunque persona possa sceglierlo e agirlo (il riferimento a La banalità del male è esplicito) e sulla vendetta che qui viene proposta come nelle fiabe classiche nella loro versione non edulcorata dalle recenti trascrizioni dove ai cattivi (le sorellastre di Cenerentola come la strega di Hänsel e Gretel, per esempio) capita di morire carbonizzati in un forno o con gli occhi cavati da uccelli vendicatori. 
In ultimo un accenno alla bella copertina illuminata da una luce gialla (per un giallo in cui si vede tutto giallo!) realizzata da Laura Perèz Granel. 

Patrizia

Noterella a margine: Gli altri titoli già usciti per la collana OSSIGENO: Scusa, ma resto qui di Alessandro Barbaglia; Il sentiero degli orsi di Francesco D’Adamo.  

“Il mio gatto ha visto l’assassino” D. Morosinotto, Mondadori 2024

venerdì 24 maggio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

CHIAMIAMOLO BLOB!


Davvero curioso dedicare un libro illustrato ad una creatura microscopica, ma visibile anche a occhio nudo, il cui nome comune è melma policefala. Si tratta di una muffa unicellulare denominata Physarum polycephalum, cui Giovanni Colaneri dedica un albo, pubblicato da Hopi Edizioni.
L’autore decide di dargli un nome, ‘Blob’, che è anche il titolo del libro, ispirandosi ad un famoso film di fantascienza del 1958.
Veniamo al nostro Blob, creatura antichissima, classificata come appartenente al Regno dei Protisti, quindi non Vegetale, non Animale né Fungo: si sposta, si nutre crescendo a dismisura, e, incredibilmente, ha memoria dei luoghi in cui ha mangiato. Già nel 2012 uscirono articoli sulle riviste scientifiche che descrivevano l’incredibile capacità del nostro Blob di orientarsi in un labirinto. Alcuni ricercatori dimostrarono come questo organismo così semplice ‘segnasse’ il territorio visitato con una secrezione.
Tutto questo è abbastanza incredibile, se consideriamo che il nostro Blob non ha nemmeno un neurone. Questi esperimenti hanno dimostrato l’esistenza di una sorta di memoria spaziale esterna, una sorta di primo feedback dall’ambiente.
Che altro fa il nostro Blob? Colonizza gli ambienti umidi e ombrosi e si sposta quando trova delle fonti di cibo, talvolta si unisce ad un proprio simile, anche se i ricercatori non hanno ancora capito come si differenzino maschi e femmine.
Quando le condizioni esterne sono sfavorevoli, Blob si ‘secca’, in attesa di tempi migliori.
Colaneri traduce questa interessante serie di informazioni scientifiche in divertenti scenette che rappresentano Blob nelle diverse situazioni, a studiare la mappa della metropolitana di Tokyo, o seduto a tavola con commensali umani, lui giallino con gli occhiali da sole, o in felice relax nel sottobosco.
Naturalmente, la scoperta di possibilità di apprendimento in una creatura così semplice , oltre ad avere ricadute tecnologiche, costringe a riflettere su quello che consideriamo ‘comportamento intelligente’.
In realtà, sappiamo bene come la nostra epoca, se si va oltre l’apparenza, è densa di ripensamenti radicali: animali, piante, organismi unicellulari si sono proposti al nostro sguardo in modo nuovo.
Questa diversa sensibilità si sta via via imponendo; Colaneri coglie perfettamente questo nuovo ‘sentire’ e lo trasforma in immagini coloratissime, divertenti, ironiche, ma non per questo meno serie. Riesce a rendere comprensibile, anche nelle sue implicazioni più profonde, l’importanza di un esserino minuscolo a bambini e bambine che sappiano pensare fuori dagli schemi.
Bell’esperimento di un albo felicemente a metà strada fra racconto e divulgazione. Consiglio caldamente la lettura a partire dai sei anni.

Eleonora

“Blob”, G. Colangeli, Hopi Edizioni 2023



mercoledì 12 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RACCONTO DI UNA INFANZIA


La storia di un’infanzia felice, che viene poi travolta dalla tragedia dell’Olocausto, è al centro del libro illustrato ‘La storia di Bodri’, di Hédi Fried con le illustrazioni di Stina Wirsén.
Bodri è un cane, un bel cane gioioso e protettivo nei confronti della sua bambina, Hédi, che così ce lo racconta. La bambina e la sorella Lena vivono in Romania, sono allegre e spensierate; Hédi passa molto tempo con la sua vicina di casa, Marika, e col suo cane Banti. Sono un’allegra combriccola di bambine e cani, che scorrazzano nei prati del parco, si rincorrono, si confidano sotto lo sguardo attento e protettivo dei loro cani.


Fino al giorno in cui Hédi e Marika, perché non pregano nello stesso modo, vengono brutalmente separate. Hédi appartiene a una famiglia ebrea e, dopo che la Romania viene invasa dalle truppe naziste, è costretta a vivere separata dagli altri bambini.


Ma questo a Hitler, lontano migliaia di chilometri, non basta: vuole eliminare ogni ebreo sul suo cammino di conquista dell’Europa. Anche Hédi e la sua famiglia vengono rastrellati e portati ad Auschwitz. Il povero Bodri cerca di rincorrere il treno su cui è stata caricata Hédi, ma invano. Però in qualche modo continua a vegliare su lei: ogni giorno in cui la bambina riesce a ricordarlo, a ricordare le corse a perdifiato, gli abbracci, le torna un po’ di vita, un sottile filo di speranza. Pensa continuamente al suo cane, sperando che qualcuno se ne prenda cura.
Fino al giorno in cui viene liberata e, tornando a casa, lo ritrova. Lui, sì, riconosce Hédi e la sorellina, nonostante la magrezza, i vestiti logori, il dolore che trapela dalle loro parole.
Questa è una piccola storia, che con poche parole racconta le vicende di tanti: il brusco passaggio da una vita normale a una vita di segregazione, l’incredulità che potesse esistere qualcosa di peggiore ai divieti e alla solitudine imposta.
Qui, lo sguardo innocente della bambina e del suo cane descrivono l’assoluta gratuità e assurdità della violenza che il regime nazista ha elevato a sistema. Proprio nelle poche parole, nella estrema sintesi dei fatti emerge l’inconcepibile: da un giorno all’altro le regole del mondo civile possono andare in mille pezzi ed essere sostituite dal puro arbitrio. Noi, dall’alto della comprensione storica, sappiamo che tutto questo non è stato solo il progetto di un folle, ma anche una sistematica, razionale, burocratica macchina di morte, che funzionava già da tempo.
Lo sguardo della bambina e del suo cane tutto questo non lo possono comprendere e ci restituiscono l’esperienza del dolore, della separazione, del lutto, con grande sobrietà e delicatezza.


Il racconto di Hédi Fried, trasferita in Svezia nell’immediato dopoguerra, è accompagnato dalle immagini, a inchiostro e acquerello, dell’illustratrice svedese Stina Wirsén. Tavola dopo tavola, vediamo scorrere la vita serena delle bambine ebree e del loro imponente cane marrone, per arrivare a quel grigio incombente del lager cui fortunosamente sono sopravvissute. Se il testo è scarno, le immagini forniscono il tessuto emotivo, le atmosfere serene del prima e l’angoscia del dopo.
Lontano dalle pubblicazioni legate alla Giornata della Memoria, questo libro, pubblicato da Einaudi Ragazzi, ricorda con delicatezza quello che non dovrebbe mai essere dimenticato, soprattutto nei tempi cupi che stiamo vivendo.
Lettura indicata, e caldamente consigliata, a bambine e bambini sensibili e attenti, a partire dagli otto anni.

Eleonora

“La storia di Bodri”, H. Fried, ill. di Stina Wirsén, Einaudi ragazzi 2022




 

mercoledì 20 gennaio 2021

FAMMI UNA DOMANDA!

FRA MEMORIA E RICORDO



Quello di Lia Levi è un piccolo libro importante: ‘Il giorno della Memoria raccontato ai miei nipoti’, pubblicato da Piemme, è contemporaneamente un discorso impegnativo sul tema dell’antisemitismo e dell’Olocausto e, nello stesso tempo, il racconto dell’esperienza personale dell’autrice.
Il suo più grande pregio sta nell’affrontare questioni fondamentali per comprendere la nostra storia in termini semplici, immaginando un pubblico di ascoltatori costituito dai nipoti insieme a bambine e bambini, fra quelli incontrati nelle scuole.
Il primo punto è la definizione di memoria in senso storico, che è qualcosa di più di un insieme di ricordi, diventando patrimonio collettivo di una comunità. Per questo si è sentita la necessità di istituire il Giorno della Memoria, decretato dall’Onu nel 2005. Già qui ci si potrebbe chiedere perché sia passato tanto tempo da quando il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche varcarono i cancelli di Auschwitz, mostrando al mondo cosa era stato perpetrato nei confronti degli ebrei.
Ma le domande, i quesiti aperti sono molti e spesso le risposte possono essere fuorvianti: l’idea che la ‘soluzione finale’ fosse solo l’opera di un folle e non un’operazione scientificamente pianificata a tavolino, alla cui realizzazione si sono prestate migliaia di persone ‘normali’. La ‘straordinarietà’ dell’obbiettivo che questa operazione si proponeva, sterminare gli ebrei europei come ‘razza’, indicando in essi dei nemici irrecuperabili del Reich e della Germania. Dunque, Hitler incarna quello che si definisce il ‘male assoluto’, qualcosa di ulteriore e diverso rispetto alle innumerevoli atrocità che hanno attraversato la Storia.
Il tema delle origini dell’antisemitismo è estremamente complesso e qui se ne accennano alcuni aspetti, storici, psicologici, culturali. Mentre è estremamente interessante il discorso sull’Italia fascista, quella delle leggi razziali, dell’espulsione degli ebrei dalle professioni e dalle scuole: un’Italia solerte nel seguire l’ideologia nazista, così come la schedatura dei cittadini ebrei ha consentito ai nazisti di ricercare gli ebrei italiani. Triste dimostrazione non solo della subalternità del regime fascista al Terzo Reich, ma anche del profondo antisemitismo già presente nell’ideologia fascista.
Ecco che si arriva alle vicende personali di Lia Levi: è raggiunta dalle leggi razziali a Torino, dove vive; deve lasciare la sua scuola e iscriversi a una scuola ebraica; anche il padre perde il lavoro. La famiglia si trasferisce a Milano, poi cerca di raggiungere la Francia. Infine, Lia e i suoi arrivano a Roma. Qui, una telefonata provvidenziale li avvisa che devono fuggire al più presto, trovarsi un rifugio: è la vigilia del 16 ottobre 1943 e nella Roma occupata dai nazisti sta per avere luogo il rastrellamento del Ghetto e, come tutti sappiamo, dei mille mandati nei campi di sterminio ne sono tornati solo sedici.
Ma di tutto questo né Lia né la sua famiglia sanno nulla: le bambine sono ospitate in un convento di suore, raggiunte dopo qualche tempo dalla mamma. Il padre è nascosto altrove. Si cambia nome, si imparano le preghiere cattoliche, si aspetta che gli americani liberino Roma.
Che pericolo avevano corso realmente lo hanno saputo dopo e solo col tempo, leggendo per esempio i libri di Primo Levi, hanno compreso il baratro di orrore cui erano sfuggite.
Lia, che pure aveva dovuto nascondersi, cambiare nome, avere paura, si è sentita in colpa per non aver condiviso la sorte di quegli ebrei che avevano attraversato l’inferno.
Ma tutte le testimonianze che col tempo sono emerse e hanno svelato la sinistra grandezza dell’orrore messo in atto dal Reich hanno fatto sì che l’Olocausto divenisse memoria collettiva, non più solo degli ebrei e degli altri perseguitati, ma di tutti noi che vogliamo ascriverci a un mondo civile.
E’ per questo che ogni anno ci fermiamo un poco ad ascoltare il racconto degli ultimi testimoni, a leggere quanto è stato scritto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quello che è stato, anche perché l’antisemitismo non è morto, come non lo sono le sotterranee ideologie naziste.
Sono grata a Lia Levi, che ho incontrato più volte nel corso degli anni, per questa testimonianza e per le importanti riflessioni che l’accompagnano, necessarie per affrontare con chiarezza, insieme a ragazze e ragazzi, temi sempre attuali, e decisivi per la nostra democrazia.
Lettura importante per capire la Shoah per ragazze e ragazzi dai dieci anni in poi.
 
Eleonora


“Il giorno della memoria”, L.Levi, Piemme 2021