Visualizzazione post con etichetta natura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta natura. Mostra tutti i post

venerdì 21 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE...  (II PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

Il testo di un albo illustrato deve assomigliare a una rete dalle maglie larghe: deve essere rete per poter sostenere la storia, la sua coerenza, ma le maglie devono essere larghe per permettere a chi lo illustra, ma poi anche a chi lo legge, di entrarci dentro e accomodarcisi. 
Ma, a parte questo, ci sono dei luoghi di un albo illustrato che sono assoluta pertinenza dell'illustratore: la copertina, i risguardi, il frontespizio... 
Sydney Smith se ne appropria immediatamente e crea una copertina con due bambini - un bambino più grande e una bambina più piccola che corrono da destra verso sinistra, in qualche modo controcorrente rispetto all'andamento consueto di un libro che si sfoglia, come se stessero tornando indietro... si tengono per mano e il maggiore tira l'altra più piccola. 
Quando Brian Floca la vede per la prima volta, si commuove. E, presumo, trovi conferma nella scelta di aver chiesto a Sydney Smith di illustrare The Island Storm. 


La doppia pagina del frontespizio è divisa in due, due doppie pagine. Nella prima, a destra, compare solo il titolo e l'immagine racconta una sorta di antefatto: di spalle un bambino e una bambina guardano fuori dalla finestra un cielo pieno di luce. E siccome è Sydney Smith che lo concepisce, c'è un meraviglioso gioco di riflessi sui loro capelli, sui loro profili. Sulle finestre o sulle porte aperte di Sidney Smith da cui fa filtrare lame di luce, sempre emozionanti, andrebbe scritto molto di più... 
L'altra parte del frontespizio, nella doppia pagina successiva, quella che ospita i crediti e le dediche degli autori, mostra un altro dettaglio importante: una donna bionda, nel vento, sta con fatica raccogliendo i panni in giardino, prima che la furia della tempesta glieli porti via del tutto o la pioggia imminente glieli bagni di nuovo. 


Poi parte il testo e, con lui, la prima immagine. 
Le parole alludono a un piano d'azione tra due: "prendimi per mano, andiamo a guardare il mare prima della burrasca"
Cose non dette dal testo: che sono fratello e sorella, che stanno uscendo di casa di corsa, mettendosi gli stivali di gomma e una giacca sui vestiti che già avevano indosso. Sono le immagini a parlare. Tu tiri me, io tiro te... 
A questo punto è accaduto: Sydney Smith dà una forma all'idea che il testo gli ha suggerito. 
Decide che quei due siano fratelli, nonostante il testo taccia su questo, per esempio. 
Decide anche un ritmo visivo, accelera nei panel che si sovrappongono e raffigurano i vari luoghi che i due attraversano. E magnificamente il testo scorre come un nastro di parole da sinistra a destra, esattamente come il nastro delle immagini sovrastanti.


Questo per arrivare a un giro pagina importante: una doppia pagina di mare in burrasca, anzi due, che comprimono il testo verso la cornice bianca a sinistra - Nel paese dei mostri selvaggi rules! 
Nella pagina successiva, lo spazio bianco per il testo diventa ancora più esiguo. 
E così si va avanti tra doppie tavole con poco testo o sequenze di panel quando la corsa di quei due attraversa luoghi diversi nella campagna. Un sottile gioco di movenze e sguardi rende ancora più tangibile la relazione che tiene insieme i fratelli. 
Sydney Smith racconta che ha pescato a piene mani nei suoi ricordi d'infanzia, ossia le "uscite" fatte con suo fratello più grande di lui di otto anni, e naturalmente ha "usato" per i due bambini raffigurati un distillato dei suoi due figli, Sal e il biondissimo Emrys, cui il libro è dedicato (loro sono anche i soggetti della bellissima copertina, con annessa finestra, dell'Illustrators Annual 2025). 
Racconta che la cosa che lo interessava era creare un sottotesto ulteriore, ossia rendere visualmente la relazione affettiva e di dipendenza fra i due. 
E poi c'è lei, la madre. Neanche un rigo che la riguardi nel testo originale, che Floca poi è ben contento di limare su questa nuova presenza. 


Sydney Smith ha sentito il bisogno di inserirla per poter far partecipare i lettori, anche e soprattutto in un'auspicata lettura condivisa tra grandi e piccoli, della trepidazione anche di un adulto. 
Fondamentale che lei abbia una torcia in mano (peraltro è l'ennesima prova per Smith di restituire al lettore - a livello emotivo e sensoriale - un effetto luminoso)  a testimoniare anche il suo stato d'animo, la sua paura. 
In questo modo, con questo finale accadono due cose importanti: da un lato si dimostra che a casa c'è qualcuno che è in pensiero per te, c'è qualcuno che ti ama molto e dall'altro, nella lettura condivisa, quello stato delle cose non fa altro che cementare la percezione che leggere assieme una storia può diventare anche un'emozione comune, rinforzando la relazione affettiva tra un grande e un piccolo.


Questa è una delle ragioni che all'epoca convinsero l'editore americano - Neal Porter - a pubblicare il libro. 
Ma non fu la sola: lo convinse anche e molto il fatto che la nettezza del testo di Floca abbia trovato un corrispettivo così "emotivo" nelle tavole di Smith, che solo in apparenza possono considerarsi spontanee e immediate. Sono, al contrario, frutto di un lungo processo che, tentativo dopo tentativo, molte sono le prove che fa anche sui materiali, arriva a raggiungere la soddisfazione personale dell'autore che è l'unica che gli assicura di aver raggiunto il suo risultato migliore. 

Carla

venerdì 7 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE... (I PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, 
sotto un cielo pesante e sempre più cupo. 
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. 
Rimbomba nelle orecchie, scuote le piante, sbatte i rami sui rami toc toc toc! 
Sugli scogli non ci siamo più mossi, scogli come immensi ossi 
consumati e percossi dall'acqua e dal tempo 
da burrasche come questa che ci sta venendo addosso..." 

Insieme, questi due bambini escono di casa e si avventurano per andare incontro alla burrasca, una grande tempesta sul mare, che si sta avvicinando. 


Attraversano il boschetto con il vento che si fa sempre più teso. I rami sbattono tra loro, ma i bambini proseguono. Arrivano sul mare e lì le onde sono alte e impetuose, ma si sentono al sicuro sugli scogli. Il suono, il rombo dell'oceano li avvolge. 
È abbastanza come prova di coraggio? Devono tornare indietro o proseguire nella burrasca sempre più vicina e sempre più furiosa? 
La risposta è: tu tiri me, io tiro te, e andiamo avanti.
Attraversano i campi e quei pochi che la burrasca ha colto di sorpresa stanno correndo al riparo... 
Loro no, tu tiri me, io tiro te, e andiamo avanti. Fino ad arrivare al villaggio, dove ormai non c'è più nessuno  per strada. Ma al primo tuono che scuote l'aria , decidono di correre indietro. 
Come Pollicino fanno il percorso a ritroso e quando tutto sembra molto pericoloso, Tu tiri me, io tiro te... una luce in lontananza. 

Almeno tre cose magnifiche sono dovute accadere per arrivare a questo libro, che è la quarta cosa bellissima, in realtà. 
La prima: l'incontro. La seconda: questo testo. La terza: queste immagini. 
Sydney Smith e Brian Floca sono due giganti della letteratura illustrata per l'infanzia. 
Hanno entrambi un pedigree di tutto rispetto e i loro libri hanno collezionato nel tempo i più prestigiosi riconoscimenti. 
Entrambi scrivono, ma soprattutto illustrano. Seppure con un segno sideralmente distante. La precisione ossessiva di Floca, non a caso allievo di Macaulay alla Risd come David Wiesner, è tutt'altra cosa dall'espressionismo luminoso di Sydney Smith. 


I due, ovviamente, si stimano reciprocamente per la loro arte e così capita che, nel 2022, durante uno dei passaggi di Sydney Smith a New York vada a trovare Brian Floca nel suo studio di Brooklyn. In quell'occasione Floca tira fuori dal cassetto un suo testo che propone a Smith. 
Da parte sua, Brian ha l'assoluta certezza che, visto l'argomento, il suo stile non sia adatto, mentre quello di Sydney sarebbe perfetto... 
Lui lo legge e accetta. 
A convincerlo ha giocato un fattore importante: Brian Floca, come lui, è un visual thinker, anche se molto diverso da lui dal punto di vista stilistico. Ma questo lo abbiamo già detto. 
I due, a questo punto, smettono di chiacchierare troppo sul da farsi, sul come procedere: Floca si mette nelle mani di Smith e, come succede ai due bambini della storia, decidono di fare squadra e di fare un po' di strada assieme - tu tiri me, io tiro te! 
A ben vedere, lavorare a quattro mani per un libro è un po' questo: prendere coraggio e intraprendere un'avventura di collaborazione e fiducia reciproche. Si può dare per acclarato che Brian Floca lavori nei suoi testi cercando di esprimere al massimo il portato emozionale e sensoriale del racconto e Sydney Smith è perfettamente allineato. 


Così si arriva al secondo evento magnifico: il testo, appunto. 
Si tratta di una storia di coraggio, ossia di voglia condivisa di superare i propri limiti. 
L'infanzia è il tempo delle prime grandi prove, ma è anche il tempo della condivisione. Se si è in due, si va avanti con più sicurezza. È vero anche che le prime grandi prove si presentano davanti a un mondo che si manifesta più grande, davanti a una natura meno conosciuta, qualcosa che fa sentire minuscoli di fronte agli scricchiolii e all'oscurità di un bosco, davanti al rombo dell'oceano, davanti a spazi grandi, a case disabitate, alla solitudine di una città vuota e allo scoppio di un tuono. 
Così, la sua prosa poetica - una qualità che per Floca era già stata notata e apprezzata all'epoca di Locomotive, nel 2014 - qui affidata alle sapienti mani di Damiano Abeni anche in italiano diventa suono, oserei dire musica, che evoca sensazioni palpabili. 
A partire dal titolo, che si discosta un po' dall'originale Island Storm, in onore di quella parola "burrasca" che, con quel bu che esplode all'inizio e quelle due erre che rombano nelle bocche di chi la pronuncia per poi scoppiare nella sillaba sca che tutto chiude. 
Insomma, poesia o canzone con un ritornello.
Burrasca, parola non tanto usata, almeno non quanto tempesta o temporale. 
Un testo che ricorda nel suo andirivieni Nel paese dei mostri selvaggi, ma ancora di più l'andamento del testo poetico e soprattutto musicale, di Michael Rosen per A caccia dell'orso andiamo, laddove c'è un percorso di andata più lento e uno di ritorno, simmetrico ma ben più accelerato, lì un orso, qui un tuono!

[continua] 

 Carla

mercoledì 13 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DALLA BOCCA DI UN LEONE 


Sono la Rabbia. Non ho né padre né madre: 
sono saltata fuori dalla bocca di un leone 
quando non avevo neanche mezz'ora di vita; 
e ho scorrazzato su e giù per il mondo 
con questa coppia di spade, ferendo me stessa 
quando non avevo nessuno da combattere. 
Sono nata all’inferno; e fate attenzione, 
perché qualcuno di voi sarà mio padre. 

Con questa citazione de Il dottor Faust di Christopher Marlowe in esergo, Inés Garland dà il via alla storia di una ricerca, che è anche un combattimento, che è anche la lenta costruzione di sé del giovane Tadeo. 
La rabbia è quella che Tadeo sente crescergli dentro sin dalla prima scena del romanzo, quando suo fratello Iván lo costringe ad allargare le braccia a croce tenendo sul palmo di ciascuna mano un volume dell’enciclopedia Britannica con la minaccia di riempirlo di botte se le braccia dovessero cedere sotto quel peso. Il combattimento pure è di Tadeo, contro quella rabbia di cui rischia a ogni passo di diventare il padre. La ricerca è quella di capire sé stesso e la sua triste e opprimente famiglia, capire tutto quello che gli viene taciuto. 
Quello che Tadeo certamente sa è che non vuole diventare né come suo padre, né come Iván. 
Siamo in Argentina, a Buenos Aires e Tadeo è un quattordicenne, il più giovane di quattro fratelli. Vive in una famiglia devastata dall'irragionevole severità del padre, dalla triste e anaffettiva sottomissione della madre e dalla crudeltà fisica e psicologica di Iván. 
In effetti, motivi per farsi divorare dalla rabbia ce ne sarebbero abbastanza. 
La fugace presenza in famiglia della sorella Lucrecia, per quanto affettuosa, non riesce a spezzare l’angoscia che si respira costantemente in casa. E poi c'è l’altro fratello, Jano, personaggio centrale nella storia ma intorno al quale si condensa un omertoso mistero che riguarda la paralisi dovuta a un incidente di cui nessuno vuole parlare: la sua presenza, per quanto immobile e muta, è il nocciolo duro della storia.
Si tratta dunque di un affresco familiare che – per quanto nelle intenzioni dell’autrice nasceva come una storia corale - presto viene sopraffatto dalla figura di Tadeo che prende le redini della narrazione: il suo sguardo sulla famiglia e su se stesso diventa voce narrante alla quale l’autrice decide di affidarsi senza esitazione. 
Appena può, Tadeo si rifugia al fiume. Lì trova ristoro: la natura gli offre la possibilità di cercare un contatto con se stesso e sarà proprio lì che incontrerà Vera, una coetanea che invece ha una famiglia gioiosa e aperta, non priva di problemi ma con una sana stravaganza che consente di vedere le cose del mondo con amore e immaginazione. La famiglia di Vera è differente: non è questione di perfezione, non si tratta di non avere problemi, di essere più o meno fortunati… è questione di abbracci, di sincerità, di coraggio, di immaginazione e di cura. 
Sarà lei ad aprire lo sguardo di Tadeo a un modo diverso di essere famiglia e più in generale, a una postura differente rispetto ai fatti della vita. 
Tadeo osserva, si fa domande, mette insieme ricordi, confronta gli sguardi, cerca la strada e segue le tracce che Jano, quel fratello ormai ridotto al silenzio, gli ha lasciato. 
Inés Garland costruisce un racconto intenso, ruvido e coraggioso al tempo stesso che procede seguendo i pensieri e le vicende del protagonista, ma anche servendosi delle grandi narrazioni: ci imbattiamo nel mito di Atteone, che viene trasformato in cervo per aver visto quello che non poteva vedere e viene sbranato dai suoi stessi cani, o nei racconti delle Mille e una notte che dicono di potenti metamorfosi e terribili presagi. Come la lenta costruzione di un puzzle, Tadeo mette insieme i pezzi fino a svelare i tormenti, i segreti e le radici che hanno fatto di quella famiglia quella che è. Per percorrere i labirinti di quella rabbia e trovare la via di uscita. 
Tante sono le questioni affrontate: la malattia mentale, l’omosessualità, la violenza domestica, la vergogna, la sconfitta, il coraggio della verità, l’amore, il dolore, la libertà, la forza e la debolezza, ma nessuna di queste diventa “un tema” né tanto meno un insegnamento. 
I personaggi sono densi di sfaccettature, mai completamente incasellabili in un tipo piuttosto che in un altro. Tutte persone vive e dunque complesse. 
Tadeo diventa capace di attraversare questa complessità e di riconoscerla in se stesso. E questo fa di questa storia, una bella storia. 
"Tutta la rabbia che ho dentro", il cui titolo originale è "De la boca de un león", è stato premiato dalla giuria del XXI Premio Alandar che ha definito l'opera come "un avvincente romanzo di formazione, che parla di crescita, maturazione e ricerca dell'identità, capace di creare un'intensa tensione psicologica attraverso piccoli gesti. Notevole sia dal punto di vista tecnico che letterario, riesce a costruire una grande storia a partire dai conflitti familiari e a stabilire uno schema di disattivazione della violenza. Una narrazione travolgente con improvvisi sprazzi di chiarezza, soprattutto nelle scene rurali, che qui sembrano avere un potere curativo." Pienamente d’accordo. 
Inés Garland è stata apprezzata anche in Italia con l’attribuzione del Premio Strega Ragazzi nel 2023 per “Lilo” (Uovonero). Con Feltrinelli, nel 2015 ha pubblicato "Carta Forbice Sasso". 

Patrizia 

Noterella al margine. Qui il testo spagnolo delle motivazioni della giuria del Premio Alandar:  "una emocionante novela sobre el crecimiento, la madurez y la búsqueda de la identidad que consigue crear una intensa tensión psicológica a través de pequeños gestos. Notable tanto desde un punto de vista técnico como literario, logra levantar, a partir de los conflictos domésticos, una gran historia y establece un patrón de desactivación de la violencia. Consigue llenar una narración sobrecogedora de ráfagas de claridad, especialmente mediante las escenas de campo, que aquí parece tener un poder curativo".


Tutta la rabbia che ho dentro", Inés Garland, trad. di Francesco Ferruccio, Uovonero 2026 


mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

mercoledì 28 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TRA DUE MONDI 


Un albo illustrato? 
Un racconto in versi? 
Una poesia lunga? 
Per bambini? 
Per adulti? 
Quando un libro entra in libreria e fai fatica a collocarlo nelle categorie note, è già interessante di per sé stesso e sicuramente le luci, in lontananza di Elis Wilk, se dovessi trovargli un genere sarebbe proprio quello dell’inclassificabilità. 
Ho grandissimo rispetto e reverenza per tutto ciò che sfugge a una definizione granitica, si tratti di oggetti o esseri animati, ed è con questo atteggiamento che cercherò di mettere in parole le impressioni che questo libro mi ha suscitato, senza pensare troppo su che scaffale metterlo. 
Il libro è raccontato da una bambina di età indefinita, che descrive il trasloco della sua famiglia dalla città alla campagna. 
Questa la trama. 
Ma come spesso accade nelle cose dell’infanzia, è proprio negli anfratti degli avvenimenti più ordinari che si nascondono i veri tesori. 


La prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto superficiale, esteriore: è un libro in versi dove subito appare chiaro quanto la parte illustrativa si imponga al lettore con la stessa forza della parte scritta, anzi l’illustrazione a volte sovrasta la scena e accade che sia la parola a tentare di correre appresso alle immagini. 
Per quanto il testo sia in versi, è strutturato in piccoli capitoli, ognuno dei quali apre a una scena diversa, che attinge un po’ dal prima e getta un sasso per la scena successiva. Ogni capitolo a sua volta è accolto da tre versi solitari, degli haiku verrebbe da dire, ma senza averne quella precisione geometrica esatta. Che la geometria non è di questo libro. 
La prima parte è tutta di sensi: vedere (colori sfumati, la notte nera), ascoltare (passi dei gatti, tremolii della notte), toccare (lumache, anguille), sentirsi parte di qualcosa di più grande, quella cosa che non ha una definizione. 
Dopo le prime pagine, già succede qualcosa di inaspettato, prima nelle parole: 

Le acque del fiume si gonfiano, torride e minacciose. 
Trasportano enormi tronchi d’albero 
 sradicati dal vento. 
 Sembrano coccodrilli 
 nel Rio delle Amazzoni. 

 Poi nelle illustrazioni: 


Il cambio di vita, di ambiente e di paesaggi della piccola protagonista, attiva un mondo completamente altro: l’Amazzonia, gli indiani d’America. Quello stare nell’avventura: le passeggiate nell’erba alta, il guado di un fiume a cavallo, la scoperta del maestoso albero cavo portano lontano. Lei è completamente lì e completamente altrove, la grande magia dell’ubiquità bambina: essere su un sentiero francese e nello stesso tempo su un tracciato della prateria americana. Questo essere altrove Elis Wilk non lo immagina solo come spazio fisico, la sua protagonista diventa anche il suo paesaggio, diventando anche lei animaletto selvaggio. 


Cavalca, le sue braccia diventano il terreno su cui far camminare lumache, si stende a terra sulla paglia, si mette gatti in testa, lei e il mondo sono una cosa sola. 
E in questa unione scopre anche l’efferatezza, vede della selvatichezza anche nel suo aspetto più terribile, inesorabile: 

Papà dice che è la vita. 
Beh, se questa è la vita, 
credo sia molto ingiusta! 

Negli ultimi tre capitoli la bambina torna a volgere lo sguardo sugli umani e quindi su di sé. Nasce una sorellina, una piccola principessa. Le vuole bene, ma vuole che sparisca e di nuovo in questa doppiezza cerca un appiglio: si dice certo potrebbe sparire e io sarei la paladina che a cavallo la ritrova. La doppiezza, me ne accorgo nel penultimo capitolo, è in effetti il filo rosso che tiene insieme il tutto: città/campagna, selvatichezza/civiltà, amore/odio. La bambina rivela di avere una gemella, a lei identica.


Anche qui lei è tirata da due opposti: è come avere una migliore amica che non si sopporta, scrive Wilk, dice la bambina. A volte è come essere un serpente a due teste, prigione? Possibilità? 
Trovo molto bello questo gioco in bilico sempre tra due possibilità: essere qui/essere altrove, essere me/essere qualcun altro. Come una performance acrobatica. 
Il corpo è la chiave di lettura di questo albo. La piccola protagonista è nel mondo con tutta se stessa, dai pensieri al corpo, fino all’ultima minuscola sua cellula. Vive nella dialettica degli opposti, e a volte non trova risposte, forse perché non pone domande. Sta, osserva, vive. 
L’unione la trova alla fine: 

Un giorno, in classe, 
abbiamo potuto cambiare nome. 
Io ho scelto Gaia, il nome di una dea. 
Si è aperto uno spazio, 
di avverabile e di misteri. 

Nello spazio tra ciò che può accadere e ciò di cui niente si sa, sta l’infanzia. 
Esattamente lì, proprio sì. 

Valentina 

“le luci, in lontananza” di Elis Wilk, trad. Valentina De Pasca, 
Animamundi edizioni 2025 


lunedì 1 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E FUORI INTANTO NEVICA

Pikkeli Mimù
, Anne Brouillard (trad. Manon Le Bourg) 
Babalibri 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Pikkeli Mimù abita in una casetta in mezzo alla Grande Foresta. 
'Andrò a fargli visita' decide Killiok. 'Se parto presto, arriverò nel tardo pomeriggio. Camminerò sul lago ghiacciato, così farò più in fretta. Poi però la situazione si complica. 
Non devo perdermi nella foresta. La notte cala velocemente. Forse dovrei chiedere a Veronica di accompagnarmi.' 
'Ma ora devo occuparmi della torta e trovare un regalo per Pikkeli Mimù. E poi nevica ancora. Me la caverò da solo.'" 

La prima neve dell'inverno è arrivata. 
Ed è per questo che Killiok ha guardato il calendario, accorgendosi così che il giorno dopo è il compleanno del suo amico Pikkeli Mimù. 
I preparativi occupano l'intera serata, mentre fuori nevica. E il mattino dopo, ancora prima dell'alba Killiok si mette in cammino tirandosi dietro il suo slittino dove ha messo il bagaglio: la torta, il regalo, un sacco a pelo e un po' di provviste per il viaggio. 
Il tragitto è lungo: deve attraversare la foresta ed è titubante e prudente perché non vuole perdersi. Quando sorge il sole tutto sembra più facile, ma se si guarda intorno tutto gli sembra uguale... 
E in inverno le giornate sono corte, ma fortunatamente al calar del sole è la luna a rischiarargli un po' il sentiero e le tracce di sci e l'odore di legna bruciata lo rassicurano. 
Una casetta nel mezzo della foresta, una finestra illuminata, due figure conosciute all'interno: buon compleanno Pikkeli Mimù! 

Piano piano i libri di Anne Brouillard arrivano anche qui. 
Questo è il quinto che viene pubblicato in Italia. 
Senza grande clamore le sue storie prendono posto sugli scaffali delle librerie (nelle case, nelle biblioteche) e aspettano solo che qualcuno le racconti. 
Per farlo occorre un tono di voce pacato, una situazione di lettura tranquilla, intima. Magari un divano o qualche cuscino sparso e un tappeto a disposizione: un bambino o un pugnetto di bambini e un grande vicino con il libro aperto davanti. 
L'atmosfera dei libri di Brouillard questo richiede. 
Quella quiete che abita le sue storie deve potersi espandere e avvolgere tutto quello che respira intorno. Altrimenti della storia si perde il meglio, ovvero quel senso di tepore che fin dalla prima tavola è lì a invitare il lettore ad accomodarsi all'interno. 


Dentro la piccola cucina di Killiok, mentre lui è intento a preparare una torta, fuori con un cielo stellato e una distesa di neve che scricchiola, tra le betulle a fare merenda e infine nel tepore dato dalla stufa e dagli amici finalmente trovati nella casina isolata. 
Il lettore deve sentirsi proprio come si sente Pikkeli Mimù, ormai tornato solo, seduto placido tra le pareti di casa sua, con un nuovo legno che arde nel camino, un libro nuovo da leggere e una coperta calda che gli cinge le spalle, entrambi regali di compleanno. 
Ancora una volta i temi cari a Brouillard si riconfermano.


La natura come luogo ideale per ambientare le sue piccole e delicatissime storie. Un ambiente autentico che va esplorato con attenzione e con la dovuta e rispettosa cautela. Solo così ci si potrà sentire armoniosamente particella di qualcosa di immensamente più grande. 
La comunità di piccoli animali e bambini che la abitano lo sanno e per questo con l'ambiente che li circonda vivono in perfetta armonia. 
Ma l'armonia è diffusa anche tra loro. 


Si conoscono, sono amici affettuosi, si aiutano a vicenda, condividono il piacere di stare insieme e nello stesso tempo sanno rispettare i reciproci bisogni di solitudine e di silenzio. 
Ognuno di loro si è costruito un proprio 'nido', casetta o tana che sia, l'importante è che sia confortevole, accogliente e a propria misura. 
E con ciò si arriva al terzo grande elemento essenziale e imprescindibile per Brouillard. 
La casa di Killiok, che è il punto di partenza di questa storia, la casa di Pikkeli Mimù che invece è il punto di arrivo, sono entrambe lì a fare da guscio morbido e accogliente. 
E non solo per i due abitanti. 


Dalle loro finestre, o al loro interno, sono in grado di emanare calore e diffondere luce, hanno addirittura un odore da offrire al lettore: un aroma di torta appena sfornata (che si può riprodurre ogni volta che se ne ha voglia perché c'è la ricetta) e un odore di legna che arde. 
E fuori intanto nevica. E nevica. E nevica. 
Magnifico. 

Carla

mercoledì 18 giugno 2025

FAMMI UNA DOMANDA !

UNO SGUARDO SGHEMBO 


Ultimo arrivato in casa Cocai Books, Fuori luogo rappresenta una nuova tappa di un cammino intrapreso dai due autori Valentina Gottardi e Maciej Michno (fondatori anche della casa editrice) e costituito da una di una serie di cinque albi divulgativi. Gli aspetti della natura presi in considerazione in tutti e cinque i titoli sono quelli più semplici e, in Fuori luogo in particolare, si racconta di quella parte di flora e fauna che abita le nostre città, ma della quale non abbiamo sufficiente consapevolezza. Porzioni piccole di vita, animale e vegetale, che in vario modo e con esiti differenti, cercano di ritagliarsi uno spazio e di aggiudicarsi del cibo in un contesto che non ha tenuto conto della loro presenza se non in misura marginale e spesso soltanto quando costituisce un problema. 
“Fuori luogo” è un’espressione che in italiano ha un’accezione soprattutto negativa, in una conversazione è per esempio un intervento dai toni e dai contenuti non in linea con il resto. Fuori luogo è anche letteralmente qualcosa che non si trova nello spazio circoscritto. 
Il sottotitolo del libro recita: Gli altri abitanti delle città. Ecco quel fuori e quel altri indicano la direzione verso cui lo sguardo viene condotto, alla ricerca cioè di quello che è meno evidente, dei margini, degli interstizi, delle pieghe. Lo spazio cioè non è solo quello che possiamo ripercorrere per intero da lontano, ma è anche quello che si scorge se accettiamo per esempio di abbassarci fino a terra, a osservare le crepe del suolo e le fessure tra i mattoni. E che non esclude possibili incontri imprevisti. Il libro si divide in 15 capitoli corrispondenti ognuno a una doppia pagina. Il titolo assegnato si riferisce al luogo o a un gruppo di specie animali. Fanno eccezione due sezioni, contraddistinte dalla pagina di colore fucsia, che suggeriscono una serie di misure da adottare per rendere alcuni ambienti comuni più accoglienti per gli animali. 


Pagina dopo pagina, luoghi diversi vengono esplorati partendo proprio dalla casa (in ogni sua parte), per poi allontanarsi progressivamente e considerarne altri come i garage, le soffitte, i viali e gli edifici antichi. Costruzioni tutte differenti, ognuna con caratteristiche proprie che le diverse specie di insetti e animali hanno evidentemente esplorato e poi scelto. 


Si arriva poi a esplorare quelle porzioni di natura che l’uomo ha addomesticato e introdotto negli ambienti urbani, ossia i parchi pubblici. A confronto con gli stessi boschi di città, qui la natura appare “ordinata e pulita” e perciò inospitale per gli animali. Come nel precedente albo Caduto, si menzionano quelle situazioni che la logica umana non può che giudicare negativamente e che invece la natura gestisce come occasione di ulteriore risorsa. Per esempio, le foglie cadute dall’albero, prontamente raccolte in un parco, in un bosco sono riparo per molti piccoli roditori e luogo in cui proliferare per tanti insetti. Senza considerare il fatto che quelle foglie, una volta decomposte (ad opera di organismi che in questo modo riescono a sopravvivere) diventano nutrimento prezioso per il terreno.
 

Le immagini alternano stili diversi: al carattere pittorico e realistico di alcune (riservate per lo più ad animali e piante), si affiancano quelle realizzate con stile geometrico e fortemente grafico. La scelta in alcuni casi sembra giustificata dalla necessità di rimarcare la differenza di sostanza e di forma che i due mondi conviventi contengono; tuttavia la schematizzazione non è così netta e rigorosa, e sorge quindi il sospetto, diciamo, che la ragione di questa commistione sia di natura propriamente stilistica, che alla base ci sia piuttosto il gusto per la sperimentazione di nuovi accostamenti. 
Nelle ultime pagine del libro troviamo un glossario (presente, ad onore del vero, in molti altri libri divulgativi) e una bibliografia, consultabile inquadrando un QR code. E questa mi sembra cosa degnissima di considerazione, perché denota rispetto per l’intelligenza del giovane lettore e perché costituisce ulteriore riprova del rigore scientifico dei contenuti. 
La scommessa di questo libro e di tutta la collana è quella di reputare degno di approfondimento quello che riteniamo già conosciuto e il più delle volte inutile, se non detestabile. 
Questa scelta di campo comporta poi un ulteriore passaggio, di natura come dire “ideologica”: considerare ciò che si ostina a vivere, nonostante e in aperta opposizione all’apparente efficienza e perfezione inseguita dall’uomo, significa educare ad uno sguardo sghembo e soprattutto ammetterlo nel novero delle competenze auspicabili. Il contributo più significativo delle pubblicazioni di Cocai editore e di molti altri editori che non per vocazione iniziale hanno deciso di dedicarsi anche alle pubblicazioni scientifiche per ragazzi, è proprio nella scelta allargata degli argomenti, affrontati con un taglio narrativo originale. Se alla tradizione divulgativa per bambini e ragazzi appartengono libri per animali, piante e spazio, in quella attuale si affiancano a quei soggetti altri che hanno l’esplicito intento di problematizzarli, scoprendo il fianco a possibili contestazioni di quel sapere ritenuto granitico e indiscutibile. 
Certamente figli di un “movimento” che riguarda anche altri settori dell’editoria, questi riservati ai ragazzi hanno dimostrato forse uno spirito di iniziativa più spiccato e ci auguriamo che contribuiscano anche a una valutazione diversa del libro per ragazzi da parte di molti adulti. 
 Libro consigliato alle bambine e bambini a partire dagli 8 anni. 

Teodosia 

Fuori luogo di Valentina Gottardi e Maciej Michno, supervisione scientifica di Dario Miserocchi, Cocai books, 2025 

mercoledì 12 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA PENSA UN FRATELLO 


C’è una questione sul bullismo che viene raccontata poco, ed è: come vivono gli amici, i genitori, i fratelli delle vittime. 
Cosa pensano? Come agiscono? Cosa dicono? Cosa sentono? Cosa vedono? 
Ecco, è quello che ho pensato leggendo L’unica via d’uscita di Oskar Kroon, autore svedese per ragazzi. 
La storia è narrata da Kaj, fratello minore di Krister, un ragazzino occhialuto, solitario e studioso. Krister è continuamente preso di mira da Sacke e dalla sua squadretta di amici. Kaj e Kristen condividono la scuola, la passione per Star Wars, la mancanza della mamma. 
Il libro è costruito con un classico climax ascendente in cui l’arroganza e la cattiveria di Sacke spingono la narrazione tanto quanto l’impotenza di Kaj e della sua amica Naima di fronte all’inazione di Kristen. Sacke si spingerà tanto avanti da arrivare a un punto di non ritorno, costringendo tutti ad agire in modo scomposto, come avviene quando ci si trova non più sotto un sasso che rotola, ma sotto una valanga. 
Diversi sono gli aspetti interessanti introdotti da Kroon.
Il primo è l’ambientazione: non è certo la Svezia di un immaginario stereotipato quella qui descritta, anzi, i luoghi sono ostili, disturbanti. D’altro canto fin dall’incipit del libro, Kroon ci toglie ogni dubbio: 
“Era tutto così triste. Con il fango e il freddo e tutte le cose che non servivano. Tutti gli oggetti che venivano buttati in un mucchio nella discarica, oppure venivano schiacciati in un container blu.” 
La discarica infatti è uno dei luoghi protagonisti, che fa da riparo a Krister: luogo di scarto e di creazione, luogo di periferia e da cui partire. 
La neve sporca, il fango della primavera che a stento avanza, la discarica, tutto ciò unito a quell’epiteto “topo di fogna”, che in modo alternato andrà di bocca in bocca, che passerà dal carnefice alla vittima, come fossimo davanti a un loop linguistico che non può essere risolto, proprio a testimoniare come guerra chiama guerra. 
Ed è qui l’altro punto interessante che Kroon descrive in modo molto realistico, ossia l’idea di vendetta. Piano piano nella mente di Kaj e Naima, angosciati dall’inazione del fratello, nasce l’idea di vendicarsi. Le vendette muovono azioni strane, spesso scomposte, è un attimo passare dalla parte della ragione a quella del torto: di questo fanno esperienza Kaj e Naima e il paradosso è che di nuovo è Krister a farne le spese. 
Kaj racconta della tristezza nel vedere il fratello sottomesso, suo fratello maggiore, allo stesso tempo cova rabbia e rancore, ma non ha gli strumenti per aiutarlo, è piccolo: Krister continua stoicamente a sottrarsi allo scontro diretto e Kaj non capisce. A un certo punto tutti stanno male e stanno tutti male in modo diverso, anche il padre coi suoi vani tentativi di venire a capo del comportamento dei figli. 
E’ proprio in questi passaggi che il libro scende in profondità e tocca il lettore. Perché Krister parla poco in tutto il romanzo, è tutto un racconto di Kaj che, portato all’esasperazione, si chiede perché il fratello sia così tanto strano. 
Perché è goffo? Perché non ha amici? Eppure loro due, i fratelli Kaj e Krister, venuti su a Moomin (il libro è pieno di riferimenti al mondo e ai libri della Jansson), sanno che ognuno ha diritto a essere ciò che è, e che non c’è bisogno di spiegarle certe cose. 
In questo lungo racconto di Kaj, ogni tanto si sente il bisogno della voce del fratello bullizzato. E questa mancanza, voluta e sottolineata dall’autore, è proprio ciò che manca ai suoi cari, la voce di Krister non c’è, lui continua a vivere subendo, e come Kaj, anche noi perdiamo la testa chiedendoci continuamente perché. 
Un evento catastrofico accade, una catarsi si potrebbe dire, dopo la quale il fumo che si era alzato, comincia a calare su tutti gli eroi tragici di questo atto, portandoci a una fine illuminante. 
La natura arriva, arriva sempre ed è salvifica. Ci sono questi fiorellini, che si chiamano anemoni dei boschi, che a un certo punto fioriscono, anche se c’è ancora neve sporca anche se il tuo mondo è bruciato un po’. 
E’ un libro sul bullismo, sì. Ma è soprattutto un libro sulla ricostruzione, sul richiamo della natura che timida appare, sull’amore tra fratelli. 
Un libro per chi ha 11 anni o anche di più. 
Kaj e Kristen la sera leggono I fratelli Cuordileone, della Astrid Lindgren, che per me è il suo capolavoro. Racconta la storia di due fratelli che si salvano in tutti i mondi che oltrepassano. Che è esattamente quello che hanno fatto Kaj e Kristen. 

Valentina 

"L’unica via d’uscita", Oskar Kroon, trad. Samanta K. Milton Knowles, Terre di Mezzo, 2024

venerdì 31 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOCO DI VISIONE

Tutto è meraviglia, Micha Archer (trad. Loredana Baldinucci) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Il sole è la lampadina del cielo? 
La nebbia è la coperta del fiume? 
Le montagne hanno le ossa? 
Le foreste sono la pelliccia delle montagne?" 

Una grande finestra incornicia i visi di una ragazzina e di un ragazzino - sorellona e fratellino. Davanti a quella vetrata che li separa dal fuori prendono lei ha una grande proposta e lui non può non accettare: andare ad esplorare quel fuori! 
E così, una volta in piena aria, guardando il cielo col sole lei si chiede se quella sfera luminosa non possa essere la lampadina del pianeta. Oppure, passeggiando sulle rive del fiume, vedendo la nebbiolina a pelo d'acqua il fratellino si interroghi se non possa essere quella la copertina del fiume. E davanti alla corona di monti che li circondano viene spontaneo chiedersi se anche loro stiano in piedi perché hanno uno scheletro che le sostiene. E se fosse davvero così non potrebbero essere le foreste, la pelliccia delle montagne stesse? 
Sono quindici domande che quei due si pongono a turno. E lo fanno passeggiando nei dintorni di casa: in un bosco e poi sulla spiaggia. Attraversano quegli spazi aperti e attraversano anche le ore della giornata e quando è l'imbrunire e il sole è appena tramontato all'orizzonte, loro dalla veranda di casa, in pigiama e camicia da notte hanno una ultima domanda per quel giorno...


Il titolo di questo albo orizzontale, Caldecott Honor nel 2022, potrebbe insospettire: se la parola meraviglia arriva fin in copertina... Magari dalla prima pagina fino all'ultima si potrebbe innalzare un inno alla bellezza del mondo, un ripetuto sospirare di fronte "alla meraviglia" della natura: animali, alberi, uccellini. Banalità del genere. Le braccia rivolte al cielo in atto di osanna della sorella parrebbe confermarlo. 
E invece no. 


Quello che succede qui - pagina dopo pagina - è un interessante gioco di visione. 
Spesso i bambini, soprattutto se piccoli, lo fanno con assoluta naturalezza.
Si intuisce fin da subito: per ciascun elemento della natura - dal sole alla luna, passando per fiumi e laghi - ne viene ipotizzata non tanto una funzione diversa da quella che obiettivamente ha (il sole davvero illumina il pianeta e lo scalda, per quanto possa scaldare una lampadina e la nebbia ricopre il pelo dell'acqua mantenendone la temperatura protetta), quanto piuttosto viene assimilato a un oggetto della vita quotidiana di quei due, oppure ben più spesso a una parte del corpo di umani o animali... 
Insomma per ogni elemento naturale se ne coglie la forma, talvolta la funzione e la si ribalta in un immaginario tutto personale, piuttosto corporeo: piedi, ossa, pellicce, gambe, braccia, bocca, vene. 
Però però. La bellezza, e mi verrebbe da azzardare anche la poesia, sta proprio in questo scatto che nella testa accende l'immagine inaspettata. 
Penso ai tronchi d'albero - calzoni di legno con le tane nelle tasche qui uno scoiattolo con una spanna di coda... - nella poesia Se fossi albero dentro E sulle case il cielo di Giusi Quarenghi. Ma se ne potrebbero citare migliaia. 
La poesia fa questo, di mestiere.


Dunque è la prospettiva, il punto di osservazione che i due ragazzini hanno che mi pare interessante e molto condivisibile e che da una parte apre scenari e visioni suggestive e dall'altro offre un metodo di lettura del mondo che si può appunto replicare all'infinito. 
E sarebbe bello farlo con dei ragazzini per vedere l'effetto che produce. 
Ecco. Il metodo, ossia la regola del loro gioco, può moltiplicarsi e da quelle che sono le 15 domande iniziali se ne possono produrre centinaia, migliaia. 
I prati sono i capelli della terra? (ogni tanto vanno tagliati, per dare loro forza...). Tanto per aggiungere la sedicesima. 
Il gioco di vedere una cosa in un'altra sembra guidare anche l'arte di chi questo libro lo ha illustrato, oltre che scritto: Micha Archer. 


Il suo punto di partenza è la carta, che colleziona e conserva e che rilavora ogni volta in modo differente per costruire i suoi magnifici disegni a collage. 
Lei stessa dichiara in un video che è davvero molto raro che usi nelle sue composizioni carte che non abbia rilavorato secondo texture diverse, con pattern ottenuti in modo originale, passando i pastelli a cera sulla retina delle arance, per esempio. 
Questa continua rielaborazione ha lo scopo di arrivare a dare la necessaria profondità e l'illusione di un volume (che sul foglio non esiste) ai suoi magnifici paesaggi. Nel suo studio, come accadeva anche in quello di Eric Carle inarrivabile costruttore di immagini a collage, stazionano enormi cassettiere dove, colore per colore, Micha Archer conserva migliaia di pezzettini di carta, tutti diversi: timbrati, dipinti, con mille pattern differenti. E lungo una barra magnetica in alto, sono 'incollate' almeno una ventina di forbici. Per non parlare dei tantissimi timbri. Anche quelli self made, naturalmente. 
Nella sua testa, nei suoi paesaggi disegnati, in quei cassetti pieni di carte, nel suo studio invaso dai tubetti di acrilico e dalle chine di ogni sfumatura, dalle centinaia di pennelli sparsi, lì dentro - facile pensarlo - è tutto meraviglia, davvero! 

Carla

venerdì 6 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IN NATURA NON SI FANNO SCONTI

Una giornata da rospo, Maite Mutuberria (trad. Elena Rolla) 
Kalandraka 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)  

Era una giornata qualunque per il rospo e per la zanzara. 
ZZZZZZ, quanto zzzi annoia il rozzzpo pensò la zanzara. 
Zzzze zzzapezzzi come dizzztrarlo... continuava a pensare. 
Poi gli gridò: Ehi Rozzzpo, prova a prendermi... Zzzzzzzzzzzzzzzzzz!  
E slurp! il rospo se la pappò." 

Fine della zanzara. 


Arriva la chiocciola che, con i suoi tempi, cerca di fare la medesima cosa: distrarre il rospo che è lì tutto solo. Va da sé che anche lei fa una brutta fine. 
E anche della chiocciola non rimane a terra che il berretto... 
E sempre nella stessa giornata qualunque di quel rospo si susseguono formica ragno libellula e millepiedi. Tutti si prendono a cuore la sua apparente noia e lo sfidano ogni volta a essere acchiappati, E lui lo fa. Con la sua linguona vischiosa ed estensibile non fa prigionieri... o quasi. 

Al suo primo libro in solitario, Maite Mutuberria conferma di avere buone qualità per distinguersi. 
In Italia, di suo circola Lilo, di Inés Garland, Premio Strega 2023, di cui appunto è "solo" illustratrice e che attesta un sacco di belle soluzioni interpretative dal punto di vista visuale.
Qui in Una giornata da rospo è divertente, cattiva quanto basta per risultare giustamente impietosa, capace di giocare con parole e silenzi, costruendo un bel contrasto tra testo e immagini.  
Il libro è concepito per i più piccoli, attenzione non i primi lettori che con tutte quelle zeta farebbero tilt, ma per piccole orecchie che godrebbero di tutte le onomatopee possibili che è riuscita a infilare nella sua storiellina un po' macabra perché piena di piccoli cadaveri... 


Ecco. Proprio questo bel gusto cattivello grazie al quale il nostro eroe, il Rospo, lo vediamo circondarsi di sempre più numerosi berrettini a punta senza più testoline da coprire, fa pensare a come anche i più piccoli possano essere introdotti agli incerti dell'esistenza. 
A parte il fatto che quando il Rospo si pappa la prima zanzara, da ogni parte si innalza la ola, viene da pensare che la crudeltà dimostrata nei confronti degli altri insettini sia un bel gioco per tutti quei bambini che almeno una volta hanno puntato il loro piccolo indice con l'intento di schiacciare la formichina che si stava arrampicando sul loro braccio. Per non parlare dei vari sezionamenti che avranno praticato da entomologi in erba, come è giusto che sia. 
I più attenti osservatori si accorgeranno presto di come Mutuberria comincia a raccontare la sua storia già dal frontespizio (e la finisca nella quarta di copertina) e lo faccia nell'assoluto silenzio delle parole, ovvero con la traiettorie di una zanzara che attraversa le lettere del titolo come avessero un loro volume. Lo stesso succede quando si incontra per la prima volta il protagonista assoluto, lui, Rospo. Il testo ci dice che per lui era una giornata qualunque, ma l'immagine mostra un rospo che si sta leccando le labbra (o quel che è) e che ha accanto due insignificanti triangolini colorati... 
Altra cosa che accade è il silenzio assoluto sullo stato d'animo del rospo che occupa quasi sempre per intero la pagina di destra, salvo poi modificarsi come plastilina quando la zanzara lo molesta senza scampo. 


Senza contare che visivamente sta anche ingrassando un bel po' con tutto quel mangiare. 
La stessa Maite Mutuberria sottolinea in una presentazione del suo libro che la cosa che più la intrigava nello scrivere e illustrare un libro da sola era proprio l'opportunità di poter giocare liberamente con il meccanismo - che spesso lavora per contrasto e opposizione - che è alla base dell'albo illustrato: insomma, di poter raccontare con due linguaggi diversi e paralleli un stessa storia. In questa prospettiva, sentendosi totalmente libera nella costruzione del layout, gioca molto con i cambi di prospettiva, le dimensioni e gli spostamenti dei personaggi sulla pagina. 


Questo ritmo bello sincopato che si inventa, cui il testo molto musicale fa eco, genera nel lettore attesa, curiosità, soddisfazione nell'aver previsto anzi tempo, quello che la pagina successiva non fa altro che confermargli. 
Ma è la sua onestà nei confronti dei suoi lettori che colpisce. Insomma, dietro tutte le dovute semplificazioni cui necessariamente ricorre - i colori piatti, certa schematizzazione dei caratteri, le onomatopee che chiamano una lettura condivisa, la sequenza narrativa che si ripete a loop - mette davanti ai suoi lettori almeno un paio di verità inconfutabili che possono servire nella vita: i rospi, e più in generale tutte le creature che vivono in natura, non fanno sconti. 


E, due, se conosci bene il tuo antagonista, puoi batterlo! 

Carla