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venerdì 12 settembre 2025

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

L'ALTRO TALLEC: LA VENDETTA! 

Le cose che sto imparando e mettendo in fila su Olivier Tallec sono molte. 
Nei suoi libri ci sono delle costanti che lo rendono riconoscibile quanto unico e per questo amabile. 
A parte il fatto che abbiamo potuto seguire il suo segno, del quale abbiamo apprezzato l'evoluzione dal suo primo esordio italiano con Bi sognerà fino ad arrivare all'ultimo i Tre sassi... 
A parte il fatto che lo abbiamo visto crescere anche come autore, e quindi 'sganciarsi' dalle parole e dalle storie di altri per andare a scrivere le proprie, fermo restando che in coppia con alcuni autori - da Nadine Brun-Cosme a Laurent Rivelaygue - è in perfetta sintonia sempre... 
A parte il fatto che abbiamo imparato ad apprezzare la sua rara capacità di raccontare pregi e difetti dell'umanità - il più delle volte sotto mentite spoglie - attraverso impercettibili ma efficacissimi dettagli espressivi: dagli occhi sgranati alle sopracciglia inarcate, alla postura delle spalle e delle ginocchia... 


A parte il fatto che abbiamo capito quanto gli piaccia disegnare animali graficamente confacenti, lo scoiattolo, il lupo dal muso lungo, il fungo così tondeggiante... 


A parte il fatto che abbiamo capito quanto ami disegnare e dipingere i boschi: rari nelle sue storie i contesti urbani... 
A parte il fatto che abbiamo apprezzato che lentamente ma inesorabilmente nelle sue storie ha potuto dare grande sfogo al suo senso dell'umorismo, che va dal comico verso una sana e robusta ironia che talvolta sfocia nel sarcasmo, senza il quale adesso credo faticherebbe a sentirsi appieno soddisfatto del suo lavoro....


A parte il fatto che - almeno in tutte le storie di cui firma anche il testo - si apprezza la sua sospensione di giudizi e di morale e, più in generale, di soluzioni preconfezionate... 
A parte il fatto che di Tallec abbiamo imparato ad apprezzare il suo modo di guardare (e quindi di costruire) i suoi protagonisti, in un miscuglio, molto umano, tra affetto e cinismo... 
A parte il fatto che di Tallec apprezziamo il suo coraggio a non tirarsi indietro di fronte a questioni 'spinose' da sottoporre ai bambini, forte del fatto che a loro si può dire tutto a patto che lo si faccia con cura e leggerezza (esce a giorni Sta dormendo?
A parte il fatto che tutto questo non è poco, credo vada aggiunta un'altra costante che con l'idea che i bambini vanno trattati come persone, ha parecchio a che fare. 


Tallec non ce la fa proprio a non essere "universale": non ci sono libri, tra quelli pubblicati per l'infanzia, che non parli anche ai grandi. Come è giusto che sia. 
Le ragioni per cui questo accade nei libri dei migliori dipendono dal fatto che dato che hanno una bella testa non riescono a non considerare un bambino come qualcuno che valga di meno di un adulto? O forse vale il contrario? Inverti i fattori, ma il prodotto non cambia! 
Tallec è tra loro, almeno per me, e quindi ha un posto nel mio pantheon. 
Tallec, ovviamente, in alcune circostanze, come gli altri grandi ha deciso di rivolgersi a un pubblico prevalentemente adulto: lo fa dei giornali, dalle riviste francesi ed è un Tallec che colpisce con un unico proiettile: in una vignetta si gioca tutto. 


In Italia questa produzione è difficile intercettarla, a meno che non si sia sulle sue tracce come un segugio, per preparare un incontro di formazione in previsione del suo arrivo a Cagliari al Festival Tuttestorie. 
A Cagliari si parlerà e circolerà il suo scoiattolo p-ossessivo, i suoi alberi tuttofare, i suoi bambinetti e le sue bambinette con le grandi teste e piccoli corpi, ma i suoi tre libri (che nella mia bibliografia sono segnati in neretto come DA GRANDI) raccontano un Tallec che ha appoggiato da qualche parte la "cura" di cui si parlava prima, per andare a intercettare tutti quegli adulti profondamente crudeli - me compresa - che per anni hanno letto i suoi libri per bambini, accontentandosi della sua bonomia...


I libri in questione sono usciti a distanza di due anni gli uni dagli altri: 2014, 2016, 2018 e sono tutti pubblicati da Rue de Sèvres. In due su tre si ringrazia Laurent Ryvelaugue (il suo compare nella serie a fumetto dei Cosachi) e in tre su tre viene ringraziata Joy Sorman (lui ha illustrato il suo Blob, l'animal le plus laid du monde nel 2015). 
La costante che li tiene insieme come perle - è il caso di dirlo - su uno stesso filo è la sua spietatezza: è satirico, beffardo, politicamente scorretto, 


ironico, sarcastico e spesso anche sanguinario e un cincino blasfemo... 
Tale mancanza di pietà viene sparsa come lo zucchero a velo su un pandoro, ce n'è un po' per tutti.
 

Tallec è lì che ne versa manciate, pagina dopo pagina, e si diverte un mondo e noi con lui, onestamente: si prende gioco delle convenzioni, del perbenismo, dei vizi, delle virtù, dell'infanzia, degli adulti, del senso comune, del moralismo, del conformismo, della moda, della religione... 
Ci si vede a Cagliari... 

Carla

Olivier Tallec, Bonne Journée, Rue de Sèvres 2014
Olivier Tallec, Bonne Continuation, Rue de Sèvres 2026
Olivier Tallec, Je reviens vers vous, Rue de Sèvres 2018

lunedì 10 marzo 2025

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

IL TUO KLASSEN! 

[seconda e ultima parte] 
La cura, il rispetto sono una sorta di terreno fertile dove Klassen fa crescere i suoi semi preferiti. 
Si allude al suo irrefrenabile bisogno di dare sempre e comunque una scossa finale, possibilmente anche un po' inquietante, a un andamento tutto sommato regolare e rassicurante. E ancora una volta gli occhi dicono tanto.


Uno potrebbe illudersi che in libri così l'inquietudine, il piccolo mistero non trovi casa, e invece (effettivamente è costato un lungo confronto con l'editore che alla fine ha ceduto)... Qui in effetti non muore nessuno, ma ci sono personaggi che partono (ma poi ritornano) e altri che arrivano quando fa scuro e poi e stazionano. 
Attenzione però, che lui mai dimentica che questi tre libri sono destinati a un pubblico di piccoli piccoli, ragione per cui va a toccare corde sensibili. 
E come lo fa? Costruendo per loro scenari, dove piccole storie accadono, dove gli occhi parlano (i lattanti sono i primi a dover imparare quel linguaggio), dove le figure sono forme, dove tutto quello che accade accade nell'arco di un giorno (altro leitmotiv di Klassen) e soprattutto dove tutto appartiene in modo incontrovertibile al lettore stesso. 


Questo è per dire del grande salto in avanti - anche emotivo, ma soprattutto di visione - che fa Klassen rispetto a quanto visto finora per i toddlers. 
Lui che, fin dal principio della sua carriera, ha sempre cercato la semplicità (al confine della monotonia che fracassava con il crimine finale) ora sembra essere arrivato a un punto interessante. In questi tre libri manca del tutto il gusto per il problema del personaggio e anche il personaggio, inteso come quello che guida la storia, di fatto non c'è. 
Ci sono, al suo posto, una serie di entrate in scena, peraltro rigorosamente mute, da parte di figure che convivono in armonia proprio perché il luogo che vanno a costruire sia il più accogliente possibile. E finisce così: lo scopo dei tre è quello di creare piano piano posti per poi regalarli ai propri lettori. È qui è il salto cui alludevo. 
Che bella cosa. Di nuovo. 
Your places, non a caso, è il titolo di una mostra che è durata una settimana di febbraio con le illustrazioni di questi tre libri e Jon Klassen, per un intero giorno a firmare le copie che una interminabile fila di adulti che glieli sottoponeva... 
La costruzione a livello visuale di questo scenario è di nuovo un elemento pieno di interesse. Sembra davvero che ci siano mani trasparenti che vanno a disporre in un preciso quanto voluto ordine spaziale (tridimensionale, nonostante il piano del foglio) i singoli personaggi. E poi li mettano in connessione. Complici anche gli occhi di ciascuno di loro. 
Funziona così: le "cose" entrano in scena nella pagina di destra - sole escluso - accanto al testo, mentre nella pagina di sinistra la "cosa" precedente ha preso posizione senza più perderla. Accade quindi che nelle pagine di sinistra lo scenario si va componendo e arricchendo di "cosa" dopo "cosa", il cui ingombro era stato previsto fin dall'inizio. Viene spontaneo ricordare, per quelli che almeno una volta lo hanno fatto, di quando con i bambini piccoli gli montavamo davanti fattorie o stazioni di treni, piccoli mercati, camere da letto per bambolotti... Per poi dare loro, nella disposizione scelta, una informazione successiva, un senso più generale a cui riferirsi per cominciare il gioco vero e proprio. 
E se così davvero è, mi parrebbe plausibile pensare che questi libri contengano qualcosa che sta in mezzo tra il gioco puro e la narrazione. 


Che cosa bella. Di nuovo. 
Adesso occorre tornare alla questione degli occhi e degli sguardi. 
Gli occhi e gli sguardi che pagina dopo pagina cambiano sono di nuovo un attestato di stima nei confronti dei lettori, ma anche un modo per suggerirgli, come se ce ne fosse bisogno, che ogni personaggio, anche vegetale o minerale, ha un suo preciso sentire e un suo autonomo moto di reazione a ciò che capita. Uno su tutti lo sguardo delle "cose" già presenti, all'arrivo del falò sull'isola. Be' a quel che so sono i bambini le creature più animiste che conosco. Per loro quegli occhi e quegli sguardi sono solo una conferma, mentre per gli adulti co-lettori rappresentano il non plus ultra della goduria. Come è accaduto dal primo libro di Klassen in poi. 
Ancora e ancora una cosa bella. 
I libri che già così possono definirsi grandiosi e in qualche modo unici e rivoluzionari nei confronti del canone dei cartonati per bambini piccoli piccoli hanno un'ulteriore lucentezza nei diversi piccoli doni che Klassen lascia appoggiati qui e lì per i suoi lettori. E non mi sto riferendo all'uso ripetuto degli aggettivi possessivi che attestano che cosa sia e di chi sia. 
Sono regaletti più nascosti... 


Il primo dei quali sta nella qualità del mondo che sta offrendo ai suoi lettori: nella fattoria il cavallo ha il fieno, nella foresta c'è l'acqua e il ponte per attraversarlo, nella foresta c'è anche un fantasma gentile e di parola, e una capanna per ripararsi, nell'isola c'è una tenda da campeggio, un fuoco magico che non si spegne mai e una barchetta per navigare, nella fattoria c'è un fienile dove tanto l'ottimo camion quanto il cavallo satollo potranno trascorrere felici la notte. 
E noi con loro! 
Buona notte, buona notte.

Carla 

Noterella al margine. Due spigolature sul fenomeno editoriale. I tre libri vengono annunciati per il 4 febbraio: si possono prenotare. Poi spariscono dal mirino: l'attesa, preannunciano, potrebbe durare anche mesi, visto il successo immediato i libri sono andati a ruba. Non si stenta a crederlo, visto cosa sono...

Tu isla, Jon Klassen, Oceano Travesia 2025
Dein Wald, Jon Klassen, Nord-Süd Verlag 2025
Your Farm, Jon Klassen, Candlewick Press 2025

venerdì 7 marzo 2025

OLTRE IL CONFINE! (libri dall'estero)

IL TUO KLASSEN! 


Tu islaDein Wald,Your Farm: che in italiano sono rispettivamente La tua foresta, La tua isola, La tua fattoria. 
Questi 3 piccoli libri sono usciti i primi di febbraio e, come piume nel vento, si sono sparsi nel mondo. La prova ne è che li puoi trovare in inglese, in tedesco, in olandese, in spagnolo e, ovviamente, anche in italiano. I bambini francofoni credo siano rimasti fuori dal giro. Almeno per il momento. 
In Italia li ha pubblicati Zoolibri, in una collana intitolata I cartoncini. 
Questo perché sono cartonati di piccolo formato e sono concepiti per le primissime letture, nello specifico: le primissime letture prima di addormentarsi. 
Anche se con lievissime differenze di rilegatura, la misura oscilla intorno ai 18 cm di lunghezza e i 13 di altezza e lo spessore di 1,5 cm. Sono concepiti per mani piccole. Le mani piccole devono anche essere pulite perché la copertina, come le pagine interne ha il fondo bianco. 
Partiamo dalle copertine.


Disposti in modo armonico, fluttuanti nel bianco, sono presenti QUASI tutti gli elementi che poi si ritroveranno all'interno. Quel 'quasi' credo dipenda dal fatto che in tal modo il piccolo lettore dopo una prima lettura li possa riconoscere e con questo si rassicuri, ma nello stesso tempo non metterli tutti ha lo scopo di rinnovare ogni volta la scoperta, durante la nuova lettura. 
Nella copertina di Tu isla fanno bella mostra di sé la palma, uno dei due cespugli, il fuoco (un piccolo falò da campo) e la tenda da campeggio e il sole. Quest'ultimo è in tutte le copertine e segna con regolarità l'inizio delle tre piccole storie. Mentre il tramonto e poi la notte segna tutte le chiusure (tranne una che ha un brividino finale). 


Ciascuna di queste "cose" è stilizzata nel profilo. Circostanza questa che costituisce la prima cifra distintiva del disegno di Klassen. La ragione per cui, a partire dal suo ormai mitico orso killer, fino ad arrivare a questa ultima capanna, lui riassuma le sue figure il più geometricamente possibile, sta nel suo desiderio di riprodurre un oggetto o un soggetto rendendolo immediatamente riconoscibile. 
E' una forma di esagerazione; un po' la stessa che in teatro gli attori devono applicare alla loro gestualità per rendersi visibili e leggibili anche a una certa distanza. 
Il secondo elemento distintivo per Klassen è in quegli occhi che, dalla copertina, guardano dritto verso il lettore. E all'interno del libro muovono stati d'animo ed emozioni e creano divertenti dialoghi espressivi tra le singole "cose" che diventano così personaggi. Ma su questo occorre tornare. 
Adesso invece entriamo nei libri. 
Lo schema si presenta pressoché invariato, anche se le impercettibili differenze sono piene di significato. Cade lo schema consueto nei cartonati per i toddler, in cui testo e immagini si spartiscono lo spazio. 
Qui il testo è sempre nella pagina di destra. Mentre i soggetti raffigurati si muovono liberi, si fa per dire, nella doppia pagina. Il testo è sempre breve e ha la funzione di presentare l'entrata in scena delle singole "cose": Tu isla per esempio esordisce così: Éste es tu sol. Sale sólo para ti


L'impercettibile differenza visiva in questo incipit, identico nel testo, tra Tu islaDein Wald (Da ist deine Sonne. Sie geht gerade auf für dich) sta nel fatto incontrovertibile che il sole di un'isola sorge dal mare, e quindi necessita di qualche ondina che definisca il contesto e lo differenzi degli altri due: fattoria e foresta, appunto. 


Dalla pagina due in poi comincia il gioco reciproco di sguardi: il sole guarda i ben quattro abeti che invece guardano il lettore in Dein Wald, mentre sull'isola c'è giustamente una palma e in Your Farm un alberello rotondo che ti guarda. 


Tutti questi alberi, dando retta al testo, possono stare sotto il sole. Se si prende in considerazione l'accenno di acqua - le poche ondine - e il fatto che nella pagina degli abeti, gli alberi siano quattro invece che essere solitari, come palma e alberello rotondo, sembra evidente un fatto: il grande rispetto nei confronti del proprio lettore. La sua intelligenza, la sua curiosità di fronte alle piccole variazioni sul tema sono tenute in grande considerazione. 


Nulla, ma proprio nulla è lasciato al caso, al contrario tutto si riempie di senso e il lettore piccolo piccolo noterà e farà domande al lettore grande che probabilmente si stupirà di tanta cura e dovrà rispondere in modo circostanziato, così come fanno le immagini. 


Che bella cosa. Ma non è certo l'unica. 
[continua]

Carla

Tu isla, Jon Klassen, Oceano Travesia 2025
Dein Wald, Jon Klassen, Nord-Süd Verlag 2025
Your Farm, Jon Klassen, Candlewick Press 2025


venerdì 13 maggio 2022

OLTRE IL CONFINE! (libri dall'estero)

SPEECHLESS! 
L'arte di raccontare senza parole


Ancora una volta lo spunto arriva da uno degli incontri di Foto di gruppo con autore
Questa volta si tratta di un incontro per raccontare la carriera di un gigante dell'albo illustrato, e in particolare di quello senza parole, David Wiesner (Devid Uisnɚ)  
Le tre ore dell'incontro so già che faticheremo a farle bastare per andare in esplorazione, quindi di ciò che è rimasto fuori dal sacco - chi ci sarà saprà cosa ci sia dentro - si parlerà qui. 


I got it! è in effetti il penultimo libro di David Wiesner ed è stato pubblicato nel 2018. 
L'ultimo in ordine di tempo è Robobaby (del 2020) di cui qui non si parlerà perché è pieno di divertentissimi dialoghi, qualcosa di molto simile a un fumetto, genere con il quale Wiesner ha peraltro sempre dimostrato grande dimestichezza. 
Scriverne qui dell'arrivo di questo piccolo tutto meccanico di nome Flange sembra inutile, visto che a farlo in rete c'è lo stesso Wiesner, in modo esilarante, per di più.  
I got it! è allo stato attuale delle cose il suo ultimo libro senza parole e come tale si può utilizzare come guida per mettere in evidenza una serie di punti chiave nella poetica di questo autore. 
Rispetto alle sue storie passate, con poche o del tutto senza parole, questa appartiene alla categoria in cui sono gli esseri umani gli unici protagonisti, se si fa eccezione per uno stormo di uccellini che attraversa le pagine, della vicenda. 
Siamo ai bordi di un campo da baseball, precisamente dietro la recinzione, e un ragazzino di spalle guarda verso il campo e vorrebbe giocare con gli altri: ha un guantone che tiene nascosto dietro la schiena. Quelli che sono nel campo, forse una decina tra maschi e femmine, piccoli e più grandi, stanno decidendo le squadre: lo fanno entrare e lo mandano in base per verificare il suo livello di gioco. 
Per lui è una grande prova. 


La partitella ha inizio e il ragazzino si allunga per prendere la palla. Si allunga e si sbraccia ed è a un passo dall'averla nel guantone che grida l'unica frase che c'è in tutto il libro: I got it! Ce l'ho! ed è proprio in quello stesso istante che il suo bel gesto atletico si trasforma in un vero e proprio incubo - quello stesso genere di incubo notturno che sogni di correre e non ce la fai a muovere un passo. Qui se possibile è anche peggiore, perché lui inciampa in una radice perde una scarpa e finisce a terra e tutti i compagni di squadra lo guardano delusi. 
Ma qualcosa cambia: ora lo rivediamo in piedi, ancora più vicino all'atto di avere la palla nel guanto, forse ce la fa! No, ora alla radice si sostituisce un tronco di albero che gli ferma la corsa. Di nuovo un incubo. 


Ma ancora qualcosa cambia: la palla adesso è davvero a pochi centimetri dal cuoio, ma di nuovo il suo gesto per prenderla si trasforma nell'ennesimo incubo: la palla ora è gigante rispetto a lui. 
Ma di nuovo qualcosa è successo lui è di nuovo in piedi ed è lì per afferrarla quando un nuovo orrore gli si para davanti: tutta la sua squadra lo scavalca e lui è minuscolo rispetto a loro. 
Cerca di raggiungerli ma sono dei giganti, riesce ad attaccarsi ai loro vestiti e piano piano risale con dei salti all'altezza delle loro teste ed è proprio grazie a loro che anche nel suo peggiore sogno ad occhi aperti prende quella palla! 
Ed è proprio così che lo vediamo, in una immagine che sogno non è di certo: con la palla nel guanto e con i suoi compagni di gioco che esultano. Due tavole dopo, a fine libro, lo vediamo seduto con gli altri a riposarsi dopo la bella prova: è definitivamente in squadra e forse, d'ora in poi, anche un po' amico. 
La storia è semplice, ma è perfettamente doppia: da una parte c'è un racconto visivo della sua partita e dall'altro c'è la raffigurazione parimenti visiva di quello che è il suo stato d'animo, di tutto quello che è il portato della sua immaginazione in un momento di così forte tensione: la paura di non farcela, di deludere le aspettative di quelli che lo hanno chiamato in squadra. 
Tutto il peggio che potrebbe capitargli si para davanti a suoi occhi ma anche ai nostri. 


La coerenza millimetrica che caratterizza i libri di Wiesner (la sua volontà di trasmettere in modo non dichiarato un codice di lettura) qui ha una sua forma esatta, come sempre: la cornice delle tavole segna l'esperienza vissuta da questo ragazzino nella realtà, il suo incubo è disegnato, invece, al vivo. 
E ancora: la luce della realtà è quella di una giornata di sole su un campetto da baseball di una qualsiasi cittadina americana, la luce dell'incubo è quella sfumata che attenua anche i contorni e i colori. Lo sfondo della realtà è il cielo azzurro, lo sfondo del sogno è bianco (quel bianco della pagina che tanto lo intriga), ovvero non esiste, se non per il fatto che è occupato da tronchi e soprattutto da uccellini che lo attraversano volando con il merito di dare profondità a uno spazio virtuale, oltre che sostegno psicologico a uno stress vero, e nello stesso tempo essere capaci di attraversare l'immaginario per irrompere nella realtà, per attestare la permeabilità dei due stati e anche festeggiare con i ragazzini.
I got it! è la realizzazione concreta di quello che è uno dei temi portanti di tutta la poetica di Wiesner: la domanda che è sempre alla base di ogni suo lavoro: what if
Ancora una volta a lui spetta il merito di averlo saputo raccontare in assoluto silenzio, in modo che il libro abbia agio di entrare da sé nella testa del lettore, secondo un numero di possibilità pari a al numero di chi lo starà leggendo. 
La voce di Wiesner tace e lascia spazio a quella degli altri. In questo modo il ruolo del lettore è quello di stretto collaboratore dell'autore stesso. 
 I got it! è anche specchio di un'altra questione nodale che ha segnato l'inizio della carriera di Wiesner e che ancora oggi è per lui fondamentale: quella di raccontare storie e di farlo attraverso un mezzo espressivo particolare: l'immagine, molto più che non la parola. 
Per farlo, ne è molto consapevole, occorre che la storia sia così potente - ovvero coerente, logica e autoportante - da poter tenere sulle proprie spalle le divagazioni, vere e proprie finestre che si aprono sull'immaginario. La storia deve essere così convincente per il lettore che qualsiasi salto nell'immaginario le poi faccia, il lettore la seguirà!
Qui nella semplicità tutta diversa dalle complessità di libri come Flotsam, The three pigs, June 29 1999 è tutto molto chiaro ed evidente: Wiesner vuole raccontare un piccolo fatto: un ragazzino che ha voglia di farsi una partitella a baseball e magari fare anche amicizia. 


Su questa base costruisce il lato onirico, ovvero l'aspetto della narrazione che attiene all'immaginazione, e così, accanto alla partita vera e propria, disegna e dà forma anche lo stress di un incubo bello e buono. In libri come Tuesday che di fatto raccontano una storia semplice, ossia una notte brava, partono invece da un evento straordinario, che con assoluta logica e coerenza, attraversano la realtà, lasciando dietro di sé oltre alle foglie di ninfea, un perdurante senso di meraviglia. E noi rimaniamo come sempre senzaparole, Speachless!! 

Carla

Domenica 15 maggio dalle ore 10 presso la libreria Svoltastorie di Bari tutto il resto che so su David Wiesner.

lunedì 7 marzo 2022

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

LA OXENBURY CHE C'E' IN MEZZO
 
Foto di gruppo con autore è il titolo di una serie di incontri di approfondimento su alcuni autori o autrici che hanno lasciato un segno importante, indelebile, nel panorama dell'editoria per l'infanzia. 
Le modalità degli incontri sono sostanzialmente sempre le stesse: 3 ore fitte fitte in cui si parte dal principio e si arriva alla fine, ossia si attraversa, quanto più possibile per intero, la vita e le opere dell'autore o dall'autrice in questione per riuscire a capirne a fondo la poetica. 
Non un libro in particolare, ma possibilmente l'intera carriera, le svolte, le conferme, i cambi di stile, le costanti che ne hanno segnato il percorso. Questa modalità, che è mia personale, è tale perché ho imparato a scuola che si fa così per poter conoscere e capire il più a fondo possibile l'arte di un autore e la poetica che ne è alla base. 
Domenica 6 marzo, protette dal vento teso, al sicuro in una libreria bella bella di Bari, sotto il microscopio c'era Helen Oxenbury. 
Con l'intento fermo di dimostrare quello che lei in persona ha cercato di sostenere e difendere nel corso della sua lunga e variegata vita artistica, ovvero il suo ruolo di donna serenamente determinata a dare forma e seguito alle proprie scelte umane e artistiche, fossero queste la maternità, la vita familiare o la sua carriera di autrice e illustratrice, abbiamo attraversato almeno una ventina di titoli. 
E quello che ne è risultato è quanto di più lontano esiste dall'etichetta di 'grazioso' che troppo superficialmente e troppo spesso si trova attaccato alle sue illustrazioni. Due libri, in particolare: uno che segna quasi gli esordi della sua carriera di illustratrice e uno che arriva nella maturità della sua carriera, a sessantaquattro anni. 


Due libri che non hanno visto la luce in Italia: Meal One sul fantasmagorico testo di Ivor Cutler datato al 1971 (Heinemann) e Big Momma Makes the World del 2002 (Walker Candlewick) sul testo vulcanico di Phyllis Root.
 

Cosa li tiene insieme, questi due libri tra loro formalmente così diversi? 
Una medesima idea di donna e di madre. 
Esattamente quella donna e quella madre che la Oxenbury ha sempre cercato di essere. 
Siamo al principio degli anni Settanta, in una temperie londinese davvero molto scoppiettante e in questo contesto si muove Ivor Cutler: che fu uno dei più assidui frequentatori della casa ad Hampstead di Helen Oxenbury e di John Burningham. Poeta, insegnante, umorista e performer scozzese, ebreo ortodosso: era famoso per le sue canzoni dal testo surreale e per le sue performances sempre sul filo dell'assurdo, di rado usciva dal suo personaggio anche quando beveva un tè a casa loro, ancora meno quando con estrema solennità si posizionava agli angoli della strada a distribuire adesivi d'oro su cui erano stampati i suoi Cutlerismi, come Diventa amico di un batterio, La vera felicità è sapere che sei un ipocrita, Per piacere ignora quanto c'è scritto
Elvis Costello o Bertrand Russell erano suoi grandi estimatori, così come i Beatles che gli chiesero di fare la parte del conducente di autobus nel loro film televisivo The Magical Mistery Tour
Cutler fece la sua parte in quel film, ma non amò mai la fama e come scozzese ed ebreo ortodosso, a Londra condusse una vita strana e volle sempre mantenere una sua personalissima e originale visione delle cose, circostanza questa che si rivelò vincente nel momento in cui decise di scrivere libri per bambini. 
Proprio nel fermento degli anni Settanta ne scrisse diversi e l'editore con cui pubblicava la Oxenbury già da qualche anno, ne pubblicò ben tre, illustrati da lei. Sebbene spesso potesse essere definito una presenza ingombrante, Ivor Cutler in qualche modo intercettò l'assoluto bisogno della Oxenbury di non avvertire nessuna ingerenza nel suo lavoro di illustratrice dei suoi testi. 
E quando lei, ancora temendo il peggio, alla fine gli mostrò il lavoro finito per la loro prima opera insieme Meal One, fu immensamente sollevata nel vedere che lui aveva messo via il suo essere burbero ed era pronto, invece, a congratularsi con lei per come aveva svolto bene il suo lavoro. 


Meal One ha rappresentato per lei un'ottima occasione di poter ragionare su un tema nodale, anche a livello personale: la maternità e le relazioni interpersonali che nascono all'interno di un nucleo familiare. E di poterlo fare in un contesto narrativo che affonda le sue radici, è proprio il caso di dirlo, nel fiabesco, nel magico. 
La trama è presto detta: un bambino, Helbert MacHerbert, vive con la sua mamma single. Una mattina il bambino si sveglia con una succosa prugna in bocca che la sua scherzosa madre, da sotto il letto dove è nascosta, confessa ridendo di avergli messo sulle labbra, quando lui si chiede questo frutto da dove arrivi.


Insieme decidono all'istante di piantare il nocciolo facendo un buco nel pavimento di legno, esattamente sotto il letto. Ma nulla sembra crescere fino a che i due, sempre più complici nel progetto, non pronunciano la seguente frase: O stone, O mighty plum! Send forth roots and shoots. Grow with our love into a plum tree, with lots of plums! In quello stesso momento, un massiccio albero sbuca con rami che vanno in tutte le direzioni, dal pavimento, ingolfando la casa. 


Ciò nonostante i due riescono a vedere il lato positivo: il bambino scavalcando i rami riesce a tornare a sdraiarsi. Ma, nel frattempo, si è fatta l'ora di colazione - il
Meal one del titolo. Arrivati al piano di sotto, Helbert a cavacecio della sua mamma tanto grassa quanto strepitosa, arriva la tremenda sorpresa: le radici dell'albero si stanno sbafando tutto quello che hanno trovato sul tavolo apparecchiato e stanno mandando all'aria la loro colazione. 


Si tratta di una situazione insostenibile, considerando quanta fame abbiano entrambi e soprattutto come si sia trasformata la loro casetta, fino a un minuto prima linda e pinta. 
Tutto sembra perduto fino al momento in cui quella mamma scherzosa ma molto volitiva non escogita in un batter d'occhio, ossia in un giro di pagina, una soluzione per uscire entrambi dai guai, con un trucchetto che il lettore fino a quel punto non ha potuto prevedere (perché la pagina non l'ha ancora girata!)
La cosa che convinse la Oxenbury a illustrare il testo folle di Cutler fu la relazione scanzonata che tiene insieme madre e figlio. 
Quella madre così complice con il suo bambino alla Oxenbury piacque molto, al punto da volere identificarsi in qualche modo in lei (anche se non fisicamente), visto che il viso del piccolo protagonista Helbert MacHerbert è un ritratto di Bill, il suo secondogenito. 
I disegni della madre, coraggiosa, resa come un donnone imponente e robusto, sono il frutto di una sua precisa intenzione di andare contro lo stereotipo di genere e più in generale di opporsi anche figurativamente a quello legato alla maternità in voga in quel momento. Il mensile femminista Spare Rib premiò il libro Meal One per il suo modo solidale di descrivere le capacità di una madre single: nessuna calamità, neppure la più terribile, sarebbe stata in grado di metterla in difficoltà e di farle rallentare il passo. 
Nel suo ruolo di madre lavoratrice e con una carriera in ascesa, la Oxenbury non avrebbe potuto avere modello migliore a cui ispirarsi! 


Dal punto di vista della costruzione prospettica il libro è un assoluto capolavoro, realizzato a china e colorato a matita con le ombre e i volumi ottenuti a tratteggio, porta in sé già tutto quello che sarà la sua esplosiva capacità di raccontare per immagini. Ci sono in nuce qui tutti quelli che saranno i suoi caratteri distintivi. Un piacere autentico per gli scorci arditi, per la costruzione degli interni, per l'alternanza di tavole a colori a piena pagina, oppure disegni in bianco e nero, primissimi piani che si alternano a grandi fughe prospettiche. 
Come madre lavoratrice lei stessa, Helen Oxenbury apprezza grandemente la resistenza della madre di Meal One, una eroina tenace. 
A distanza di trent'anni esatti, ormai diventata un'autrice di culto a livello mondiale, a Helen Oxenbury venne proposta una ulteriore occasione di cucire un legame con questo suo libro degli esordi. L'occasione arrivò da un testo che David Lloyd, il magnifico editor di Walker, in uno dei suoi pranzi al ristorante con la Oxenbury, ebbe modo di leggerle ad alta voce per convincerla a illustrarlo. 
Lei è reduce dalla grande fatica della Alice nel paese delle meraviglie e quindi è in cerca di qualcosa di meno faticoso, ma di sufficientemente stimolante per rimettersi con la necessaria energia ed entusiasmo al tavolo da disegno. 
Il testo, Big Momma Makes the World, di questa straordinaria autrice americana - Phyllis Root - in sostanza è una riscrittura in chiave femminile della creazione. 
Una giovane madre, di nuovo single, con il suo bebè al seguito, si prende l'impegno di creare il mondo. 


Il Creatore è adesso una Creatrice, una giovane donna lavoratrice con un piccolino da accudire. Big Momma ricorda molto la mamma di Meal One però in chiave divina. 
Il testo è gustoso, potente, esplosivo. Costruito come se fosse parlato, gioca su tutta una serie di modi di dire del migliore slang americano. 
Testi come There was water, water everywhere, and Big Momma saw what needed to be done all right. She rolled up her sleeves and went to it. Wasn't easy, either, with the little baby on her hip. Didn't stop Big Momma, though. Not for a minute. 'Light' said Big Momma. And you better believe there was light! avrebbero potuto creare qualche problema nel pubblico più 'ortodosso', ma la Oxenbury non si tira indietro e pensa che comunque ne possa valere la pena. 
Già, ma la difficoltà per lei sta nel cercare di ottenere nell'illustrazione la stessa potenza del testo. Helen Oxenbury ha una felice intuizione: umanizzare tutto e far passare


ogni cosa attraverso i due personaggi, in particolare il bambino, e per di più semplificando lo sfondo, riducendolo in una scala più accessibile anche visivamente a dei bambini piccoli. 
Dipinte con luminosa gouache, le illustrazioni sono un inno all'infanzia ma anche rappresentano un tributo alla maternità e all'amore per un figlio. E tutto questo si legge attraverso una prospettiva personale, ma anche archetipica. 
Oxenbury mette al centro del libro della creazione, proprio la maternità e la grande energia che una donna è capace di sprigionare. 


Appena esce negli Usa vince un prestigioso premio e quando lei lo va a ritirare condivide con il pubblico un po' delle riflessioni fatte durante la lavorazione. Per esempio, il colore della pelle dei due personaggi: non voleva che fossero bianchi o neri, così sceglie una terza via; la loro pelle prende il colore di ciò che li circonda: via via il colore dell'acqua, del fango, della luce o dell'erba... 
Per la Hoxenbury Big Momma è la rappresentazione della complessa condizione della donna. Sono troppe le cose che ci si aspetta lei faccia: i bambini, tutto ciò che li riguarda, il loro nutrimento e magari anche un lavoro da svolgere e in più, a livello sociale, devono essere splendide. 
La creatrice, dopo aver creato, nell'ordine, l'acqua, la luce, il buio, il cielo, crea il sole e la luna per avere una sorta di orologio naturale per regolarsi quando mettere a dormire il suo bambino. Poi arriva la terra per poterci appoggiare i piedi quand'è stanca e, visto che la terra è dura, crea un po' d'erba e almeno due alberi per la sua amaca. Poi è la volta di pesci e uccelli con cui il bambino può giocare con pezzettini di legno che ottiene dai molti altri alberi che lei ha nel frattempo creato. Poi è la volta degli animali che arrivano tutti insieme con il Big Bang. Ma la solitudine che lei sente su di sé perché gli animali non parlano e il bimbo sa fare solo goo-goo-ga-ga la spinge a creare some folks to keep me company, un po' di gente per tenermi compagnia, magari sotto il portico di casa, al tramonto, a raccontare storie.
 

E con questa gente il lavoro sembra davvero essere terminato. Lei si riprende il suo bambino e dice a tutta quella bella gente di avere cura di tutto ciò che lei ha appena creato, perché lei adesso se ne ritorna sulle nuvole con lui e perché ha anche assoluto bisogno di prendersi una pausa. 
E mentre è lì che fa fare il ruttino al piccolo e inforna biscotti al cioccolato si gira e con l'aria corrucciata, guardando giù, dice Better straighten up down there! 


E' meglio se rigate dritti, laggiù! Ma, di questi tempi, sembra proprio che in parecchi  non la stiano a sentire... 

Carla

venerdì 3 settembre 2021

OLTRE IL CONFINE (libri esteri)

DI DOMAN NON C'È CERTEZZA (parte 2)
 
The Rock from the Sky, Jon Klassen
Candlewick Press, 2021

L'intero libro è attraversato da un diffuso e costante riferimento non dichiarato alla transitorietà dell'esistenza e a un certo fatalismo rispetto all'altalenante percorso di un'esistenza (quello che fa da sfondo al viaggio del bambino di Fortunatamente, un altro libro di genio a firma di Remi Charlip). 
 

Forse è un azzardo pensare che Klassen abbia voluto raccontare una catastrofe planetaria, dentro cui a stento stiamo imparando a muovere piccoli passi, usando la metafora del sassone che piomba dal nulla, inaspettato. Forse. Forse, consapevole del fatto che i sassoni possono arrivare quando meno te lo aspetti, potrebbe essere altrettanto un azzardo  pensare che Klassen abbia la consapevolezza che l'atto di guardare avanti possa generare terrore oltre che speranza. Forse.
Forse sembrerà, invece, meno azzardato leggere fra le righe il pensiero di Klassen riguardo al fatto che la vita è meglio prenderla, come suol dirsi, con filosofia, perché - oggi più di ieri - di doman non c'è certezza.
Con la sua consueta assenza di giudizio, Klassen però ci mette davanti due modi molto differenti di affrontare la vita: da un lato una tartaruga rancorosa e aggrovigliata in molte difficoltà (molte delle quali autoprodotte) e dall'altro una talpa/armadillo che di quel poco che ha sa goderne e che è capace di sognare e di vivere in armonia con ciò e con chi ha intorno. E particolarmente interessante si rivela la loro relazione reciproca: l'attrarsi reciprocamente a cui si alterna la gelosia dell'una e la bonomia dell'altro.
 

Formalmente vicino al 'lessico' del Klassen migliore - vicino alla trilogia dei cappelli, e in qualche modo anche alla trilogia scritta da Mac Barnett (Triangle, Square, Circle) - si rinnova qui la sua capacità di sintesi nel testo e nell'immagine: in prima persona, quasi solo dialogo, due colori per distinguere le voci, il maiuscolo e il minuscolo per segnare un timbro giusto nei dialoghi.
A questo si aggiunga la sua scelta programmatica di disegnare tutto solo attraverso il ricorso alle forme pure, essenziali, al limite del simbolico. Così come l'orso in cerca del cappello aveva la forma di un dolmen, e il pesce era così stilizzato come lo avrebbe potuto disegnare un treenne che, per necessità di forme 'economiche' è assoluto maestro.
Qui la tartaruga e il serpente sono ai minimi termini, la talpa/armadillo porta in sé il nucleo di un ibrido, la roccia è un ovale irregolare, il fiore è il simbolo di un fiore, i tronchi degli alberi sono parallelepipedi e l'alieno a sei gambe con il suo grande occhio non deve ispirare troppa tenerezza, vista la fine che gli viene riservata.
Ma dietro tanta semplicità di forme c'è un ragionamento interessante: sono quelle che di più lasciano spazio all'inventiva dell'osservatore. Corrispondono in qualche modo al silenzio 'narrativo' che circonda gli scenari sempre molto scarni e i testi ridotti all'osso. Tutto questo gran vuoto in cui tutto si muove ha la funzione di creare una sorta di rumore di fondo che rende la storia interessante.
Lui stesso parla di immagini 'noiose'  -boring pictures - che hanno la funzione, in contrappunto perfetto con il testo, di generare aspettativa, curiosità. E' sempre il testo che dà il senso alle forme 'noiose'. 
Bravo, accidenti. Bravo.
Se gli scenari sono ridotti ai minimi termini - eccezion fatta per quelli che nel racconto The Future sono più movimentati - non lo sono gli sfondi che attraversano una intera giornata. Sempre con la medesima delicatezza, Klassen passa da un'alba, nel primo racconto, che vede il cielo oscurarsi sempre di più in relazione alla caduta del sassone che oscura un po' il sole, a una giornata di imminente pioggia con un cielo pesante nel racconto The Fall (ideale per schiacciare un pisolino).
 

Un sole che sta per calare, tenue e rosato per lo sfondo del sogno su un futuro migliore. Un capolavoro, come già nel libro Toh! Un cappello! è il suo tramonto, cui fa seguito una notte stellata che dà senso al sonno di talpa/armadillo e serpente e alla relativa gelosia della tartaruga.
In tutte le pagine ricorre la sua insolita, ma per lui consueta, palette di colori.
Mezze tinte, colori per lo più caldi, ma tenui attraversati dall'acqua del pennarello, tutti rielaborati con la tavoletta grafica: unica deroga l'arancio/rosso (niente blu freddo in quel rosso caldo) dell'alieno nel momento della sua massima pericolosità.
Ritorna potente il gioco di sguardi che, sappiamo, è frutto di una rielaborazione lunga e attenta attraverso il computer. Ma questa è storia già conosciuta.
 

Il repertorio di cui si serve per organizzare lo spazio del testo e della figura, quindi dare un ritmo interno alla storia è quello conosciuto nei suoi altri libri: vediamo un testo corrente sopra con le tavole doppie (Questo non è il mio cappello) oppure testo sulla pagina bianca di destra e immagine a sinistra (contraddicendo volutamente un incedere incalzante che vorrebbe la figura nella pagina di destra), solo di rado la tavola singola si allarga di un po' lasciando al testo di destra un po' meno spazio della facciata intera, tavole doppie senza testo che sono dei veri e propri 'ganci' di suspense per il lettore e segnano momenti culminanti come i finali, per esempio. A ogni cambio di capitolo (capitoli anche in Toh! Un cappello!) che occupa ovviamente il piatto di destra si affianca un'immagine 'introduttiva'.
Sotto il profilo dei contenuti, è di nuovo uno dei Klassen migliori: acuto, ironico, comico, profondo, pieno di silenzi per rispetto dei propri lettori.
E soprattutto volontariamente lontano dall'assurdo di Sam e Dave, ma molto più vicino a veri e propri noccioli di senso, questioni che toccano l'etica e la filosofia, come lo era stato in Voglio il mio cappello! e Questo non è il mio cappello, ma soprattutto in Toh! Un cappello!
Lì come qui, ci mette di fronte l'umanità e i suoi diversi modi di stare al mondo, insieme o da soli.
 

Come sempre, è a noi che lascia la scelta, a chi sentirsi più affine. [Fine]


Carla


lunedì 30 agosto 2021

OLTRE IL CONFINE (libri esteri)

"DI DOMAN NON C'È CERTEZZA" (parte 1)
 
The Rock from the Sky, Jon Klassen
Candlewick Press, 2021


ILLUSTRATI
 
"1. The Rock
I like standing in this spot. It is my favorite spot to stand.
I don't ever want to stand anywhere else.
...
Hello.
Hello. What are you doing?
I'm standing in my favourite spot. Come. Stand in it with me.
OK.
What do you think of my spot?
Actually I have a bad feeling about it.
A bad feeling?
Yes."
 
Esterno. Landa piatta e deserta o quasi. Una tartaruga con il cappello è in piedi davanti a un fiorellino: quello è il suo posto preferito dove stare. Arriva un altro animale, una talpa o un armadillo?, che decide di passare del tempo con lei in quel medesimo punto. Ma mentre la tartaruga lo trova molto gradevole, al contrario la talpa/armadillo si sente a disagio... 
 

Come se ci fosse qualcosa di incombente e imminente sopra di loro. Ed effettivamente c'è. La talpa/armadillo si sposta più in là, vicino a uno stelo di tre foglie per sentirsi meglio. La tartaruga gli chiede se lì si sente più a suo agio, ma per la distanza la talpa/armadillo non sente bene ciò che la tartaruga le ha chiesto, quindi torna vicino a lei, al fiorellino, rispondendo che lì accanto a lei si sente ancora peggio di prima e le consiglia di seguirla all'altro punto, quello con le tre foglie. La tartaruga rimane al suo posto, mentre la talpa/armadillo tornata al suo, vede arrivare un serpente. Lo invita a stare un po' lì. A quel punto la tartaruga apostrofa entrambi a gran voce, sostenendo che il suo posto è più bello del loro, ma - come già prima - la distanza si mangia le sue parole, così lei si avvicina per farsi capire. E nell'esatto istante in cui arriva al punto preferito della talpa/armadillo e del serpente e pronuncia la frase che non erano riusciti a sentire - il mio è più bello del vostro - sul fiorellino, ovvero nel punto preferito della tartaruga, atterra dallo spazio la grande roccia, conficcandosi nel terreno.


Così finisce il racconto 1 di questo libro di quasi 100 pagine che ne contiene altri 4: The Fall, la caduta; The Future, il futuro; The Sunset, il tramonto; No More Room, Non c'è più spazio.
Gli interpreti parlanti non cambiano, mentre lo scenario muta, seppure solo in sogno, con il passare del tempo.
Conosciamo così una tartaruga depressa, lievemente bugiarda, fifona, un bel po' sorda, caparbia, invidiosa e anche un po' gelosa. Conosciamo una talpa (o armadillo) sensitiva, accogliente, lievemente romantica e visionaria e molto centrata. E un serpente silenzioso, come solo i serpenti sanno essere. Il fatto che il serpente sia muto, così lo spiega Klassen, dipende dal fatto che lui ha molta paura dei serpenti e quindi preferisce non dar loro il diritto di parola.
 

Nei successivi racconti, come sempre accade nei libri di Jon Klassen, ci sono intere visioni del mondo che li attraversano. Ci sono le fragilità e le insicurezze di alcuni, di quella tartaruga che ruzzola giù dal sassone e se ne vergogna, di quella tartaruga che si terrorizza anche solo sognando, cui si contrappongono le stabilità e le sicurezze di altri, di quella talpa/armadillo che ama godersi la fine dei tramonti, con tutto quello che possono significare... di quella talpa/armadillo che sa schiacciare serenamente un pisolino in compagnia... 
 


E -immancabili- ci sono i cappelli e le bugie. In tal senso si potrebbe pensare che quella tartaruga con il cappello sia una vecchia conoscenza, per averla vista mentire a un amico per arrivare all'unico cappello in palio.
La presenza dei cappelli, è lo stesso Klassen a raccontarlo, è un suo modo per dire che quegli animali stanno indossando i loro abiti di scena: stanno recitando la loro parte (se così è, il riferimento al Beckett di Aspettando Godot, assume ancora più senso). Non a caso, l'unico a non avere il cappello è l'alieno, perché è l'unica presenza che non deve far sorridere o indurre tenerezza. Lui che irrompe nella storia-messa in scena-sogno per scombussolare, per fare paura. Quindi meno caratterizzazioni ha, meglio è  per l'economia della storia.
 


Ma a parte questo ci sono dei legami forti con il suo ultimo libro: Toh! Un cappello! dove già era comparso un tramonto che non si era limitato a fare da sfondo, ma era diventato espressione di una sequenza di stati d'animo.
Con quel libro, The Rock from the Sky e in particolare con il racconto The Sunset, condivide un'atmosfera, ma anche una profondità di senso che nei primi due libri, seppur geniali, non si era ancora vista. Lì come qui tutto si muove intorno alle sfumature emotive che hanno un preciso riscontro anche a livello iconografico. Ma su questo sarà meglio tornarci in seguito.
E forse con esso condivide anche l'interpolazione tra sogno e realtà che, per esempio, è la spina dorsale del racconto The Future.
Questione ironia. Il libro, se ne dirà dopo, fa molto pensare, ma fa anche molto ridere, come è stato in tutti i libri siglati Klassen.
Sebbene non si possa facilmente valutare se The Sunset sia il racconto che fa più ridere i lettori più piccoli, di certo è quello che - per la sottigliezza dell'ironia - mette un sorriso sulla faccia degli adulti, Klassen in testa. 
 

 
Lasciatemi dire che il finale che si tronca con un sospiro inevitabile è un piccolo capolavoro.
Potrei affermare con una certa sicurezza che le risate dei bambini arrivino invece là dove è la comicità a irrompere: a ogni caduta - The Rock e No more Room dove è una pietra a precipitare e The Fall, dove è una tartaruga a ruzzolare. Naturalmente anche il via vai dell'alieno sarà per loro irresistibile.
Attenzione però, come sempre accade nei libri di Klassen, dopo le risate, arriva il pensiero. E qui accade, se possibile, ancora più che in precedenza. [continua]