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venerdì 10 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FINALMENTE IN BRAGHETTE DI TELA

Finalmente in campeggio!, Philip Waechter (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Di tanto in tanto in campeggio può capitare che piova. Allora ci mettiamo al riparo nei nostri sacchi a pelo e giochiamo a carte. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento! Se la pioggia dura più di due giorni, però, diventa noioso. 
E se poi si aggiunge anche il vento, la situazione si fa piuttosto spiacevole. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento..." 

Ma anche se il vento ha sradicato la tenda e, solo dopo lunghe ricerche con gli altri campeggiatori, è stata ritrovata - e anche se è un po' lacera - è stato bello rimontarla e ripararla tutti assieme. 


Il bello del campeggio è proprio questo: essere tutti un po' più uguali in braghette di tela, stare tutti abbastanza vicini, e darsi una mano quando ce ne sia bisogno. 
Per questa ragione, tutte le estati, finita la scuola, la famiglia parte, caricando la macchina fino all'inverosimile (d'altronde in campeggio sono mille mila le cose che servono), farsi dieci ore di macchina per poi arrivare al campeggio al mare. E lì provare a vedere se ancora si sa montare una canadese... 
Il bello del campeggio è che tutto è già un po' conosciuto: i vecchi amici che sono già lì, il ristorante con la pizza di Pepe, la bottega dove anche un bambino può comprare il pane e il latte per la colazione del mattino. 
Il bello del campeggio è che ci si può divertire se si è iperattrezzati e iperorganizzati o se non lo si è per niente. Ci sono camper con la veranda per cucina e frigo e tende canadesi con fornelletti instabili e senza possibilità di tenere in fresco il burro... 
Il bello del campeggio è che si sente tutto: dall'amaca dove ci si dondola si ode il vicino che di notte russa e la radio a palla del dirimpettaio durante il giorno. 
Questo è il dettagliatissimo quanto autentico racconto di una vacanza indimenticabile perché, ovviamente, è in campeggio! 

Ci sono autori e ci sono argomenti che mi calzano a pennello. 
Ecco. Qui in un solo libro si presentano entrambi. 
Partiamo da Waechter. 
Confermo questa sensazione che si prova leggendo i suoi libri: l'assoluta mancanza di retorica nel racconto che si snoda con altrettanta assoluta naturalezza, leggerezza e armonia, pur essendo ricco di contenuti. 
Se si dovesse riassumere in una frase il suo talento: è un prodigioso narratore, con parole e figure. 
Sia che racconti cosine piccole, sia che vada più a fondo, Waechter ha la capacità di catturare il lettore e di evocare nei suoi pensieri interi mondi riconoscibili. 
E qui si arriva alla seconda questione, ossia il tema trattato: le vacanze di un bambino in campeggio. 


Sono piuttosto convinta, anche sulla base di una buona casistica e di una pluriennale esperienza, che i bambini che hanno avuto la fortuna di crescere con un animale accanto e quelli che hanno avuto per sorte dei genitori che li hanno portati in campeggio crescano più felici. 
Da questo nessuno mi smuove né può convincermi del contrario. 
Ma a parte questa mia rigidità di fondo, da adulti campeggiatori non è possibile non notare quanto Waechter parli con precisa cognizione di causa di questa esperienza. Se ne potrebbe cogliere un segnale inequivoco nei lunghi ringraziamenti che ci sono alla fine del libro. 
Ma questo lo capiranno ancora meglio tutti quegli adulti che conoscono quel tipo di vacanza lì. Si riconosceranno su ogni pagina, sia che siano stati campeggiatori accessoriati, sia che abbiano conquistato Capo Nord in canadese. 
E questo fa un po' la differenza, ossia la capacità di questo grande autore di essere così profondamente onesto con i propri lettori, nel momento in cui decide di raccontare qualcosa. Sia che si metta nei panni di orsi e volpi, sia che inanelli aneddoti sulla propria esperienza di campeggiatore negli anni. 
Tutti riconosceranno la pila di piatti e pentole da lavare o l'estrazione di chi debba portare la spazzatura nei cassoni all'entrata del campeggio... si riconoscerà nell'indipendenza conquistata dai bambini, si riconoscerà nel fittume di tende e roulotte, nella promiscuità con i vicini, nella bellezza di essere tanti e tutti assieme, nella gioia di scoprire cose nuove e di ripetere cose già fatte. 
Riconoscerà miriadi di dettagli e dovrà convenire che l'elenco che Tim fa di cosa non bisogna assolutamente dimenticare di mettere in valigia è semplicemente perfetto. 


Ma ci sono come al solito una miriade di minuscoli dettagli che, a mio parere, riassumono in sé il senso ultimo e la bellezza di una vacanza all'aria aperta. 
Sulle orme di Waechter, ognuno peschi nei propri ricordi... 


E mentre si aspetta che il libro esca in libreria, il 17 di luglio, si monti l'amaca.

Carla

domenica 14 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRLO E' IMPORTANTE

No
, Paula Carbonell, Isidro Ferrer (trad. Laura Costa)
Kite edizioni 2026 


ILLUSTRATI
 
"Io e mio fratello siamo andati a scuola. 
Il mio amico non è arrivato. 
La maestra ci ha detto di tornare a casa. 
Non l’abbiamo trovata. 
Siamo andati a giocare al parco. 
La mamma ci ha trovato e ci ha riempito di baci. 
Mamma ha detto che avremmo giocato a nascondino e a cercare papà." 

I due bambini hanno davanti a loro un buco. Ci guardano dentro, ma è troppo piccolo per nascondere qualcuno, ma non per infilarci le gambe a penzoloni. Il gioco sembra non voler finire, ma nel frattempo il buco si allarga, tanto da poterci infilare una scala dentro e scendere in profondità. I grandi botti non fanno dormire la madre. Poi arriva anche la fame e la sete. E quando suonano le sirene, mamma li porta al ristorante e allora si mangia. Quando il fratello si ammala, per lui non c'è l'ospedale. Ma il papà alla fine li ha ritrovati. Ma sul treno che volevano prendere non ci sono mai saliti: non glielo hanno permesso. Niente viaggio per andare a casa dalla zia, e intanto il buco si allarga sempre di più e ricomincia il nascondino e anche la fame. Il padre impreca quando vede suo figlio sdraiato, immobile. Pare che dorma... 

"Dirlo è importante." 
Queste le uniche tre parole che si leggono in quarta di copertina. E che danno il senso al titolo, fatto di sole due lettere, ma anche alla frase finale che chiude il libro. 
Da questa prospettiva tutto va letto. 
Quello che accade tra la copertina e il retro è un gelido elenco di fatti. A metterli in fila è la voce di una bambina a cui questi fatti accadono. Lei è con suo fratello - e solo loro due compaiono nelle immagini di Ferrer. Ma anche il loro padre e la loro madre sono lì intorno. Ciascuno dei fatti che la bambina constata ha a che fare con il medesimo contesto, fino a quel momento taciuto, la guerra. Tutto parla di lei, o meglio di quello che lei si porta dietro, ma la parola per chiamarla in primo piano, arriva davvero un momento prima di chiudere il libro. 
Che Paula Carbonell abbia un talento raro nell'usare le parole, credo non vada dimostrato: è un fatto. E che Isidro Ferrer sia un genio assoluto, tanto meno. 
Qui hanno unito i loro magnifici pensieri per creare un libro straordinario. E, in qualche misura, unico. Uno scenario che ha tridimensionalità non solo nelle immagini, nei corpi che lo attraversano, ma anche nelle parole. E tanto le une quanto le altre sono lì - veri e propri corpi, volumi con molto peso, eppure entrambe asciugate di ogni concessione al superfluo. 
Riuscire a costruire comunque una narrazione esclusivamente attraverso un mero elenco di situazioni che guidano il pensiero come frecce verso il bersaglio finale, la dannata guerra, è uno dei valori di questo libro. E per di più farlo, muovendosi tra la concretezza delle situazioni e nello stesso tempo essere così simbolica ed emblematica da diventare universale. Insomma in questo libro si tocca il nocciolo più profondo che tiene insieme ogni guerra, che è uguale, ma tragicamente anche un po' diversa dalle altre. Altrettanto iconico è Isidro Ferrer che, come spesso accade nei libri che illustra, costruisce nel senso più letterale del termine, degli autentici scenari in cui fa muovere i suoi personaggi. E solo con il legno. Come altrettanto spesso accade, sceglie elementi formali che trasforma di immagine in immagine: qui una scala e un buco. Entrambi si modificano in modo plastico nel seguire il senso del testo. La scala si rompe, diventa barella, gioco di parco, tavola, binario percorso per entrare nel buco. E il buco, giorno dopo giorno, si allarga al pari del suo significato simbolico. 
Sul fondo, dopo una quinta che allude a un palazzo cittadino (la scala intanto si fa verticale e poi orizzontale), nel parco giochi diventa un intreccio di tavole di legno modellate a creare l'effetto di un boschetto ombroso. E poi diventa interno spoglio, quindi portico di una stazione e poi di nuovo angusta e geometrica scansione di uno spazio interno.
Intorno al buco si muovono i due bambini. Anche loro ridotti ai minimi termini, lei vestitino a quadretti marrone, lui pantaloni neri corti e maglietta bianca. Niente occhi o bocche, niente braccia, insomma nulla che possa alludere a una troppo facile espressività. Le loro posture sono essenziali, ma piene di pathos, a dare ancora più spessore a quel che si dice nel testo. Tra loro, testo e figura, e tra loro, il bambino e la bambina, esiste un dialogo ininterrotto. 
E poi c'è lei: la luce. Che, come sempre, percepiamo quasi inconsapevoli, ma che è il raffinato tocco, una sorta di carezza che Isidro Ferrer, particolarmente ispirato, appoggia con delicatezza sul grigio tetro della guerra, sfiorando i suoi scenari, i suoi sventurati bambini. 
Gran bel libro che arriva da una piccola, ma gagliarda casa editrice spagnola in una altrettanto piccola ma gagliarda casa editrice italiana. 

Carla 

Noterella al margine. Ha pubblicato più di 50 magnifici libri, è una icona vivente del design, è una delle migliori menti creative contemporanee e questo è il primo libro pubblicato in Italia di Isidro Ferrer... o tempora, o mores!

venerdì 22 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DON'T HOPE, COPE!*

L'attesa, Federica Ortolan, Cecilia Ferri 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Da un po' di tempo si sentiva stanca. 
Delle cose, del vento, dell'autunno, delle cicale, dei ricordi. E anche delle persone. 
Decise che l'avrebbe semplicemente aspettata. 
La casa era confortevole. 
Non le mancava niente. 
Avrebbe continuato a fare le cose di sempre che però adesso erano diventate un'altra cosa. 
Nell'attesa ogni mattina, si legava il grembiule dietro la schiena." 

Lei lo sapeva da sempre, lo aveva sentito nelle storie, nei racconti e persino nelle filastrocche, che un giorno Lei avrebbe bussato alla sua porta e lei si sarebbe alzata e le avrebbe aperto e le avrebbe detto: eccomi. Era una cosa che sapevano tutti: rimane giusto il tempo che serve per organizzare la partenza all'ora che solo Lei conosce e poi si va... 
Il giorno successivo qualcuno effettivamente bussa alla porta, ma è una bambina a cui è caduto il pallone nel giardino. E il giorno dopo ancora è lo spazzacamino che le libera la canna della stufa, poi la vicina di casa in cerca di un fiore di calicantus. E così accade che giorno dopo giorno, il tempo passato ad aspettare diventa sempre meno, mentre le sue giornate si riempiono sempre di più di altre cose da fare. Fino al giorno in cui a bussare è una intera compagnia di saltimbanchi... 

In perfetto stile Kite, questo libro parla a diverse generazioni di lettori. Non mi pare adattissimo per essere letto in una scuola dell'infanzia, ma molto di più a gente già cresciutella e ancora di più a gente con un bel po' di anni dietro le spalle. 


Federica Ortolan e Cecilia Ferri costruiscono un albo illustrato secondo i canoni dell'ortodossia, ma lo offrono a un pubblico differente da quello consueto. Di nuovo, in perfetto stile Kite. 
La questione che L'attesa solleva riguarda tutti coloro che si sentono stanchi. 
E la stanchezza, si badi, non è solo un fatto di fatica fisica che si accumula e fiacca le forze, ma ha anche parecchio a che fare con la noia, con la scontentezza, l'insoddisfazione, l'abulia, la mancanza di motivi per muoversi e fare. Sono stanco, non mi va. Non fa per me. Lascio perdere... 
E allora quel che viene spontaneo fare è proprio il suo contrario: non fare. 
Facciamo finta che il lettore abbia più o meno 66 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - seduta sulla sua poltrona - non fa altro che pensare alla sua fine: Lei busserà presto alla porta e da parte sua non potrà fare altro che seguirla, perché è così che da sempre è andata. Sedersi lì ad aspettare che qualcuno bussi e ti porti via. Finire, andarsene, morire. E nel frattempo che aspetti, smetti di fare, di interessarti, di appassionarti, di emozionarti. Sei lì, come la protagonista, tutta concentrata ad aspettare il toc toc alla porta, il tuo momento. 
Però però, nonostante tutto, nonostante l'ineludibile destino, e nonostante la stanchezza quel grembiule ogni mattina ancora se lo lega dietro la schiena... E alle sorprese che dietro la porta si nascondono, reagisce.
Facciamo finta che il lettore abbia invece più o meno 16 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - pensa che stare seduta sulla sua poltrona sia la cosa da fare - non fa altro che affondare nella sua abulia: se ne sta lì a non fare niente perché non riesce proprio ad averne voglia, non è capace di interessarsi, di appassionarsi, di emozionarsi. E allora anche a 16 anni capita che si stia lì, come la protagonista, ad aspettare che qualcosa cambi: in attesa che il primo passo sia qualcun altro a farlo. E allora, se anche così fosse, perché non andargli dietro, a quel passo?


Bene. Tanto a 66 quanto a 16 forse varrebbe la pena di riflettere su questo apologo. E magari prendere in considerazione il suggerimento velato, una cosa semplice semplice vivere e non sopravvivere. Ogni mattina prendere l'abitudine di alzarsi e poi legarsi un vero - o metaforico - grembiule dietro la schiena e cominciare a fare: studiare, stendere il bucato, andare a lavorare, dare l'acqua alle piante, fare il pane, e occuparsi un po' di gatti e cani e anche del resto mondo intorno... 

Carla

*Tomi Ungerer...

lunedì 2 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INFANZIE

Toy Stories
, Gabriele Galimberti 
OTM Company 2024 


ILLUSTRATI 

Si tratta di un libro quadrato, poco più di 23 cm per lato. Cartonato. 
Non ha titolo in copertina, ma la foto di un ragazzino ritratto nella sua camera, in piedi su una seggiolina, con le mani in tasca e un sorriso appena accennato. Pare assediato dai suoi giocattoli che occupano per intero il pavimento circostante della sua camera. 
Chi sia questo bambino lo si scopre girando la pagina. Si chiama Leon, ha sei anni e vive a Vienna. 
Il titolo del libro arriva nella pagina successiva, dove si apprende chi sia l'autore, Gabriele Galimberti, dove il titolo, Toy Stories, ha anche un sottotitolo: Un mondo di giochi
Il libro è fotografico e l'unico testo che accompagna i singoli scatti si compone del nome del soggetto fotografato, riporta la sua età al momento della foto e, importantissimo, il luogo dove è stata fatta. 


Due parole sulla storia editoriale di Toy Stories: prima pubblicazione negli Usa nel 2014, a dieci anni di distanza in Francia con Les grandes personnes e nello stesso anno in Italia per merito di Otm, che da Cortona di fotografia si occupa in diverse direzioni, tra cui anche l'edizione di libri fotografici. 
Quindi anche questo. 
Il fatto che OTM abbia le sue radici a Cortona e che anche Galimberti da lì arrivi e viva parte del suo tempo a Castiglion Fiorentino a una decina di chilometri in linea d'aria potrebbe far pensare che questo libro si esaurisca nella cornice di un progetto locale. Ma non è assolutamente così. 
Galimberti, che ha delle bellissime idee e che è fotografo di grande talento, è sempre in giro per il mondo a fotografare. 


E anche per Toy Stories ha attraversato una cinquantina di paesi per realizzarlo. 
Non volendo seguire le sue piste legate alla committenza del National Geographic, né tanto meno i suoi scatti per le più importanti riviste mondiali, o le sue campagne di moda, si scopre che c'è un filo rosso che tiene insieme i suoi progetti fotografici, che lo tengono occupato per anni. 
Quello che gli è valso il World Press Photo Award nel 2021, nella categoria Portrait, The Ameriguns, per esempio lo ha portato a collezionare 45 scatti di signori e signore che vivono negli Usa e che si sono fatti fotografare circondati da tutte le armi di cui dispongono a casa propria. 
Lo stesso schema tassonomico, ossia classificatorio, lo ha usato, per citare solo alcuni suoi libri, in In Her Kitchen (foto a sinistra di nonne di varie zone del mondo davanti a ingredienti di ricette cui segue la foto del piatto realizzato e ricetta scritta) o ancora per Your Couch is my Couch (foto dei singoli divani che lo hanno ospitato nella sua esperienza biennale di Couchsurfing). 
Toy Stories non fa eccezione: si tratta di un catalogo di bambini fotografati in ambienti diversi delle loro case circondati dai loro giocattoli preferiti.


La costruzione dello scatto però prevede che i bambini scelgano i loro giocattoli preferiti, e secondo me anche l'abbigliamento, ma la scelta dell'ambientazione e la disposizione dei giocattoli e dei bambini stessi sono farina del sacco di Gabriele Galimberti. 
L'effetto è stupefacente, stimolante e allo stesso tempo straniante. 
Davvero quei bambini e quelle bambine hanno pochissimo margine di azione - sostanzialmente solo la loro espressione è libera dal controllo del regista - e diventano nelle sue mani oggetti essi stessi al pari dei loro giocattoli, dei divani, dei lettini, dei pavimenti su cui si fanno ritrarre. 
Potrebbe sembrare una mancanza di sensibilità, ma no: è esattamente il contrario. 


In questo grande silenzio, in questo ordine ossessivo, in questa simmetria geometrica escono fuori così tante domande e risposte ipotetiche su di loro, sul contesto che li contiene, sulle loro esistenze, e più in generale sull'infanzia, che il libro, una volta chiuso lo riapri, spinto da un insoddisfatto desiderio di saperne di più (per esempio sulla somiglianza del divano in Brasile e della poltrona in Lettonia), di ciascuno di quei bambini, di ciascuna delle vite che conducono. 
La riflessione più immediata e più superficiale è quella relativa alla quantità (questa è la chiave di lettura per esempio in The Ameriguns). 
Qui, al contrario, alcuni bambini o bambine hanno messo in campo legioni di bambole o di macchinine, di aerei, orsi, pentoline, mentre altri si sono concentrati su un unico giocattolo - sia una console di videogioco, una bambola o un peluche. 
E questo non è solo sintomo di una penuria di partenza... Ah, no no. 


Troppo facile e scontato. 
Il bello sta in questa relazione tra contesto, abbigliamento e numero e tipo di giocattoli esposti. Guardandoli con attenzione si possono immaginare infinite risposte a chi siano effettivamente questi bambini e queste bambine. 
Queste foto sono una palestra molto interessante per allenarsi a leggere i segni. 
L'osservazione dei dettagli, così come della composizione generale, sono piste percorribili per arrivare a raggiungere un ipotetico traguardo. 
Bella idea! Davvero bella. 

Carla

mercoledì 28 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TRA DUE MONDI 


Un albo illustrato? 
Un racconto in versi? 
Una poesia lunga? 
Per bambini? 
Per adulti? 
Quando un libro entra in libreria e fai fatica a collocarlo nelle categorie note, è già interessante di per sé stesso e sicuramente le luci, in lontananza di Elis Wilk, se dovessi trovargli un genere sarebbe proprio quello dell’inclassificabilità. 
Ho grandissimo rispetto e reverenza per tutto ciò che sfugge a una definizione granitica, si tratti di oggetti o esseri animati, ed è con questo atteggiamento che cercherò di mettere in parole le impressioni che questo libro mi ha suscitato, senza pensare troppo su che scaffale metterlo. 
Il libro è raccontato da una bambina di età indefinita, che descrive il trasloco della sua famiglia dalla città alla campagna. 
Questa la trama. 
Ma come spesso accade nelle cose dell’infanzia, è proprio negli anfratti degli avvenimenti più ordinari che si nascondono i veri tesori. 


La prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto superficiale, esteriore: è un libro in versi dove subito appare chiaro quanto la parte illustrativa si imponga al lettore con la stessa forza della parte scritta, anzi l’illustrazione a volte sovrasta la scena e accade che sia la parola a tentare di correre appresso alle immagini. 
Per quanto il testo sia in versi, è strutturato in piccoli capitoli, ognuno dei quali apre a una scena diversa, che attinge un po’ dal prima e getta un sasso per la scena successiva. Ogni capitolo a sua volta è accolto da tre versi solitari, degli haiku verrebbe da dire, ma senza averne quella precisione geometrica esatta. Che la geometria non è di questo libro. 
La prima parte è tutta di sensi: vedere (colori sfumati, la notte nera), ascoltare (passi dei gatti, tremolii della notte), toccare (lumache, anguille), sentirsi parte di qualcosa di più grande, quella cosa che non ha una definizione. 
Dopo le prime pagine, già succede qualcosa di inaspettato, prima nelle parole: 

Le acque del fiume si gonfiano, torride e minacciose. 
Trasportano enormi tronchi d’albero 
 sradicati dal vento. 
 Sembrano coccodrilli 
 nel Rio delle Amazzoni. 

 Poi nelle illustrazioni: 


Il cambio di vita, di ambiente e di paesaggi della piccola protagonista, attiva un mondo completamente altro: l’Amazzonia, gli indiani d’America. Quello stare nell’avventura: le passeggiate nell’erba alta, il guado di un fiume a cavallo, la scoperta del maestoso albero cavo portano lontano. Lei è completamente lì e completamente altrove, la grande magia dell’ubiquità bambina: essere su un sentiero francese e nello stesso tempo su un tracciato della prateria americana. Questo essere altrove Elis Wilk non lo immagina solo come spazio fisico, la sua protagonista diventa anche il suo paesaggio, diventando anche lei animaletto selvaggio. 


Cavalca, le sue braccia diventano il terreno su cui far camminare lumache, si stende a terra sulla paglia, si mette gatti in testa, lei e il mondo sono una cosa sola. 
E in questa unione scopre anche l’efferatezza, vede della selvatichezza anche nel suo aspetto più terribile, inesorabile: 

Papà dice che è la vita. 
Beh, se questa è la vita, 
credo sia molto ingiusta! 

Negli ultimi tre capitoli la bambina torna a volgere lo sguardo sugli umani e quindi su di sé. Nasce una sorellina, una piccola principessa. Le vuole bene, ma vuole che sparisca e di nuovo in questa doppiezza cerca un appiglio: si dice certo potrebbe sparire e io sarei la paladina che a cavallo la ritrova. La doppiezza, me ne accorgo nel penultimo capitolo, è in effetti il filo rosso che tiene insieme il tutto: città/campagna, selvatichezza/civiltà, amore/odio. La bambina rivela di avere una gemella, a lei identica.


Anche qui lei è tirata da due opposti: è come avere una migliore amica che non si sopporta, scrive Wilk, dice la bambina. A volte è come essere un serpente a due teste, prigione? Possibilità? 
Trovo molto bello questo gioco in bilico sempre tra due possibilità: essere qui/essere altrove, essere me/essere qualcun altro. Come una performance acrobatica. 
Il corpo è la chiave di lettura di questo albo. La piccola protagonista è nel mondo con tutta se stessa, dai pensieri al corpo, fino all’ultima minuscola sua cellula. Vive nella dialettica degli opposti, e a volte non trova risposte, forse perché non pone domande. Sta, osserva, vive. 
L’unione la trova alla fine: 

Un giorno, in classe, 
abbiamo potuto cambiare nome. 
Io ho scelto Gaia, il nome di una dea. 
Si è aperto uno spazio, 
di avverabile e di misteri. 

Nello spazio tra ciò che può accadere e ciò di cui niente si sa, sta l’infanzia. 
Esattamente lì, proprio sì. 

Valentina 

“le luci, in lontananza” di Elis Wilk, trad. Valentina De Pasca, 
Animamundi edizioni 2025 


lunedì 5 gennaio 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

NELLA BURRASCA, UN PORTO SICURO

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni)
orecchio acerbo 2025


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Prendimi per mano, 
andiamo a guardare 
il mare prima della burrasca.
Imbocchiamo la strada di ghiaia che scende alla baia, ogni passo uno scrocchio.
Superiamo la stalla, usciamo dal bosco, ci troviamo allo scoperto, sotto un cielo pesante e sempre più cupo.
Sentiamo le folate del vento, un vento sempre più forte. Rimbomba nelle orecchie,
scuote le piante, sbatte i rami sui rami, toc toc toc!
Sugli scogli non ci siamo più mossi, 
scogli come immensi ossi,
consumati e percossi 
dall’acqua e dal tempo, 
da burrasche come questa
che ci sta venendo addosso."


Due bambini decidono di comune accordo di uscire e andare incontro alla burrasca che si vede all'orizzonte. In fondo è un pericolo lontano: lo si può guardare.
Seguono il sentiero che porta al mare. Attraversano un bosco e il cielo si fa sempre più nero. I rumori del vento sono forti e anche il mare si è ingrossato e loro, fermi sugli scogli, sono colpiti dagli spruzzi che fanno le onde.
Potrebbe bastare e potrebbe essere il momento di tornare indietro. Ma no.
Continuano a camminare lungo la costa. Incontrano la vicina di casa che suggerisce loro di rientrare perché la burrasca è sempre più vicina. Ma no.
Continuano a camminare, mano nella mano: vedono un faro e case abbandonate.
Comincia a piovere, ma loro continuano a camminare e attraversano il villaggio sotto un acquazzone potente. Potrebbe essere questo a fermarli. Ma no.
I negozi che di solito sono pieni di gente, le strade che di solito brulicano, la gelateria amatissima ora sono luoghi deserti e spettrali.
E poi BUM! il primo tuono...


Un testo che suona dal principio alla fine. Questo è quello che Brian Floca ha concepito un giorno durante una sua residenza artistica. 
Come nella maggior parte dei suoi testi, c'è una musicalità potente. 
Qui forse anche più che altrove. 
Lui, che di mestiere fa l'illustratore (e che illustratore: allievo alla RISD di David Macaulay; Caldecott Medal nel 2014, se non erro), capisce che questa bella prosa poetica lui non la illustrerà mai. Il suo modo di disegnare non è adatto, si tratta di un testo estremamente 'visuale' ma lontano dalle sue "precisioni" alla Macaulay.
E così succede quanto segue: durante una visita di Sydney Smith nello studio di Brian Floca a Brooklyn (i due si conoscono e si stimano reciprocamente un bel po', come è giusto che sia), quest'ultimo gli propone di leggere Island Storm e gli chiede di illustrarlo.
Quella burrasca che cresce, quella natura così forte, quei due bambini in cerca di emozioni e avventura, piccoli, coraggiosi e così intimamente legati fra loro, quella loro voglia di andare avanti nella certezza che insieme ce la faranno a superare ogni ostacolo, tutto questo è nelle corde di Sydney Smith da sempre.
Per i più distratti, basterà ricordare Piccolo in città, dove il coraggio di un piccolo è sotto gli occhi di tutti, oppure riandare a Io parlo come un fiume, dove il rombo scomposto quanto naturale di un fiume è la chiave del libro, oppure ancora rileggersi Ti ricordi? dove l'essere in due nei ricordi così come davanti all'incertezza di domani può rappresentare il dissolversi di molti timori, di grandi e piccoli.
Quindi accade che Sydney Smith accetti entusiasta.
I due si parlano poco durante la fase di creazione di Smith. 
Fanno solo due chiacchiere intorno a un paio di punti che riguardano i personaggi e la loro reciproca relazione.
Poi Sydney Smith parte e con i suoi disegni e cerca di dare ancora più forza e potenza a un testo che è già pieno di bellezza.


L'aspetto che lo colpisce e che gli interessa più di ogni altro è il rapporto interpersonale tra i due bambini. Gli piace questo loro andare avanti a farsi reciprocamente coraggio. Gli piace che si mettano alla prova. Gli piace che provino entrambi e insieme tanto il coraggio quanto la paura. Gli piace massimamente il finale, al quale aggiunge un dettaglio che fa saltare sulla sedia Brian Floca.
Ma se ne parlerà fra un attimo.
Quei due che sfidano la burrasca, che vogliono osare pur avendo paura, che si sentono forti perché non sono da soli, gli ricordano tanto la sua infanzia quando suo fratello più grande di otto anni se lo portava sempre dietro. Ma nello stesso tempo quei due bambini gli ricordano anche i suoi due figli: Sam il maggiore ed Emrys il più piccolo, biondo pannocchia. Se aveste curiosità di vederli, non avete che da andare a vedere la magnifica copertina del catalogo degli illustratori di BCBF 2025: sono quei due, ritratti mentre disegnano nella cucina di casa, inondata di luce.
E questo è quello che accade.


I due bambini - non meglio definiti nel testo - diventano un fratello e una sorella, ovvero prendono la forma della loro relazione reciproca, due fratelli ma anche due amici solidali tra loro che, con impermeabili e stivali di gomma, vanno a vedere il mare in burrasca, corrono nella campagna, non danno retta alla vicina, arrivano nel villaggio che conoscono, ma sotto tutta quell'acqua, quasi non riconoscono...
Poi c'è qualche cosa che nel testo inverte la rotta (come in Sendak o in Rosen/Oxenbury): qui si tratta di un tuono. 


Come negli altri due esempi, il nastro si riavvolge fino a tornare a qualcosa che possa assomigliare a un porto sicuro.
Ed è qui che Smith inserisce un elemento visivo, che nel testo manca totalmente: una donna che corre nella pioggia, spettinata e coperta dal suo trench giallo, uscita di casa con una torcia in mano e una faccia preoccupata.
Nel testo, potete controllare, tutto questo non c'è. 


Eppure quella mamma, finora nascosta, è davvero un regalo immenso per il libro. 
E questo Brian Floca lo capisce al volo. E, commuovendosi di gioia davanti alla copertina, pensa tra sé quanto sia bello vedere le proprie parole cambiare e crescere nelle mani di altri. 
Sommessamente si potrebbe soggiungere: e che mani...
Gli piace così tanto l'idea di questa mamma nella pioggia che modifica, ovvero taglia, anche parti di testo per seguire l'intuizione di Smith.
Quella madre, grazie a quella torcia, è lì a dire un sacco di cose che il testo tace: "sono spaventata quanto voi, bambini". "Vi vengo incontro, bambini, per portarvi in salvo." E in quell'abbraccio, che commuove, aggiunge senza dirlo "Io sono il vostro porto sicuro. Nella burrasca."

Carla


martedì 30 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 


gennaio 2025

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2024 

perché

"Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. "



I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 

perché

"Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! "

febbraio 2025 


Ascoltami quando sto zitto, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 

perché

"Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. (...) Ma il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età."


L'odissea dei semi, Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

perché

"Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse..."


marzo 2025 


L’angolo, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 

perché

 "Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. (...) L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura."



(trad. Laura Cangemi) , Lupoguido 2024 

perché

"non offende mai l'intelligenza dei suoi lettori, con l'essere didascalico o retorico: fa succedere, o non succedere, le cose, descrive luoghi e abitudini con la consueta grazia, ossia portando il lettore a percepire per deduzione certa serenità diffusa. Sottilmente ironico, largamente affettuoso, con pochi dettagli messi in elenco è in grado di creare il necessario spessore di caratteri e situazioni. 
Insomma, questa percezione piacevole che si prova nel ritrovarsi fra conoscenti si riverbera nelle illustrazioni di Gitta Spee. Le sue tinte pastello, i contorni morbidi, le sfumature ovunque, certa dolcezza che dedica alle rotondità di Gordon e certa esilità che distingue Buffy in camicia da notte oppure con l'ambito berretto in testa, contribuiscono a rendere tutto così tanto accogliente, da non voler mai chiudere il libro per andare a fare altro. "


aprile 2025 


Oggi la parola è meraviglia, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern Pension Lepic 2025 

perché

"È un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme." 


Origine, Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

perché

"Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. La seconda, quello che ho visto accadere anni fa, durante uno dei festival cagliaritani di Tuttestorie, in cui Elena Iodice ha sussurrato nelle orecchie di frotte di bambine e bambine di immaginare i volti delle persone come fossero paesaggi ("Quaranta anziane/i sono stati fotografati per divenire volti/paesaggi, ispirati al lavoro dell’artista Tullio Pericoli, e poi “lavorati” dai piccoli con la loro fantasia e il loro sguardo unico. Ed ecco che le due età così diverse – infanzia e vecchiaia – assumono ognuna e entrambe un significato nuovo [...] per “entrare” nella grande poesia dell’incontro fra le due estremità del Tempo."Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi."


maggio 2025 


Martin lo scheletro
Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024

perché

"Potrebbe scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che sull’aspetto del tempo il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia."


Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare (trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) Iperborea 2025 

perché

"Alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie..."

giugno 2025 


Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli)  #Logosedizioni 2025 

perché

"Per la qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. "


Enigmi a tutti i piani. Criminali allo sbaraglio, Paul Martin (trad. Serena Tardioli) Il Castoro 2025 

perché

"Con noncuranza, metterlo in mano a ragazzini e ragazzine perché passino una bella estate, facendo nel contempo un atto rivoluzionario: si facciano vedere con un libro in mano. 
E, magari, alla fine constatare con rammarico che sono stati più svegli di noi nel risolvere i casi." 

[continua]