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mercoledì 27 novembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

GATTO, SONO STATO BRAVISSIMO! DISSE TOPO 


 -Ma?! 
-TOPO! -Si, Gatto? 
-Cos'è questo? 
-Sembrerebbe un vaso di biscotti rotto. 
-Lo so che è un vaso di biscotti rotto! Cos'è successo? Dove sono i biscotti? 
-Ottime domande, Gatto. 
 Adesso ti spiego... 

 



Due personaggi, tra i più classici della letteratura per bambini: un gatto e un topo, e un misfatto, ossia un vaso rotto e dei biscotti spariti. 
Partiamo da una constatazione evidente, quella davanti alla quale si trova Gatto che, entrato in camera, vede del suo vaso in vetro solo i cocci in terra, e nessuna traccia dei biscotti contenuti. Gatto arriva e urla il nome del topo, Topo appunto, perché non ci vuole molto a immaginare che sia lui l'autore della sparizione e del danno. 
Il campo si allarga e accanto al felino giustamente adirato troviamo un topo in atteggiamento tutt'altro che preoccupato: seduto comodamente in poltrona, il topo si gode il suo libro, accanto a lui un tavolino con acqua e piattino. Placidamente risponde al gatto che lo ha chiamato, cosa può volere questo “simpatico” seccatore? Di fronte alla domanda ovvia che il gatto gli rivolge, il topo, che sembra stupito, risponde con grandissima disinvoltura raccontando una propria, singolare versione dei fatti: pare che i biscotti fossero stanchi di rimanere costretti in un vaso e abbiano cominciato a muoversi, provocando la caduta del vaso che, una volta rotto gli ha permesso di fuggire. 


Di fronte all'irritazione di Gatto, Topo rilancerà con una, due, tre altre versioni dei fatti, una più bizzarra dell'altra, provocando un crescendo di irritazione dell'altro, che si sente preso in giro. La conclusione sovvertirà ogni previsione, perché sebbene al lettore possa apparire da subito chiaro che Topo sta bleffando, non è altrettanto chiaro come Gatto pensi di risolvere il problema e rivendicare il furto che ha subito.
Il finale che qui non rivelo, pena la perdita di sorpresa, è quello che conferisce al discorso il suo senso compiuto e che permette di inquadrare questa divertente storia nel novero delle riflessioni del significato stesso del narrare. 
Partiamo dalla considerazione dei due personaggi. 
Non a caso Ruzzier ha scelto un gatto e un topo, infatti chi legge la storia, per quanto giovane possa essere, si trova davanti prima ancora che due animali, due soggetti fortemente simbolici: uno grande, il predatore, l'altro piccolo, la preda, che da sempre ha cercato di guadagnarsi la salvezza facendo leva sulla scaltrezza e l'astuzia. Possiamo risalire fino ad Esopo e alle sue favole per incontrare gatti e topi alle prese con la lotta alla sopravvivenza e anche in quel caso la piccola potenziale preda deve fare affidamento sulle sue doti intellettive se vuole salva la vita. Il gatto, d'altro canto, può contare su una mole e una forza maggiore ma, in questa come in tutti i racconti tradizionali, non è detto che risulti necessariamente il vincitore, come a dire che se la natura ti ha dotato di un iniziale vantaggio, non devi comunque dare per scontato che questo ti permetta di primeggiare. 


Gatto in questa storia veste i panni di una figura genitoriale, adulta, sono suoi i biscotti e il barattolo; e come un adulto quando smaschera una marachella esige una spiegazione anche quando si trova davanti all'evidenza dei fatti, salvo poi arrabbiarsi se il racconto fornito non risulta corrispondente alla propria ipotesi. 
Topo veste i panni del bambino, forza eversiva e poco incline al controllo per natura, mangia i biscotti per il solo fatto di averne voglia e trova assolutamente naturale farlo. Eppure sa che Gatto non sarebbe d'accordo e che per questo potrebbe punirlo, allora utilizza quell'unica risorsa che potrebbe mettere in difficoltà l'adulto pedante e razionale: l'immaginazione. 
Scombinare le carte, chiamare in causa le situazioni e i personaggi più assurdi, perché in questo modo ciò che è già chiaro e innegabile possa apparire contestabile. E in ognuna delle messe in scena di Topo quello che stupisce è l'atteggiamento che assume: perfettamente nei panni di un diligente bambino che segue gli insegnamenti degli adulti, ogni volta accoglie le richieste dei bizzarri personaggi come la buona educazione richiede e mai si sognerebbe di comportarsi in modo sgarbato, perché in fondo ci hanno insegnato che bisogna essere gentili e dunque non si può negare un biscotto a un insettino o il carburante a un extraterrestre di nome Giuseppina con l'astrononave a secco. Topo, oltre che incredibile inventore, si rivela raffinato interprete parodico che mette discretamente alla gogna certi precetti buonisti che il mondo adulto impartire da sempre al mondo infantile. 
Le versioni dei fatti messe in tavola da Topo sono solo quattro e questo è davvero un peccato, perché ne vorremmo ascoltare ancora e perché sarebbe bello se i personaggi che popolano queste storie fossero veri; è questo di fatto il desiderio che chiude il racconto, il non detto che viene consegnato al lettore, preferibilmente bambino, preferibilmente dai 3 anni in su, che si diverta anche lui a prendere in giro Gatto e immaginare cosa altro possa aver causato la scomparsa di quei biscotti e la rottura di quel vaso! 


Il racconto verbale viene affidato unicamente alla forma dialogica, nessuna narrazione a corredo di un botta e risposta sintetico ed efficace. Per il resto sono le immagini che completano l'ambientazione in cui si muovono i due protagonisti. Gatto e Topo abitano in una casa che sembrerebbe ricca, a giudicare dal pavimento e dai quei pochi elementi di arredo che vediamo nelle prime scene, un tavolino di gusto aristocratico, una sedia papalina sulla quale è accomodato Topo. Eppure, nonostante questi elementi di arredo siano realizzati con dovizia di particolari, in un contesto completamente vuoto restituiscono una sensazione straniante, come se fossero pezzi ultimi di un passato sfarzoso e non più esistente, o come se fossero oggetti sospesi in un luogo altro e comparsi solo in quanto funzionali alla narrazione. 
D'altro canto, l'esterno dell'abitazione che vediamo nelle illustrazioni successive non è affatto quello di una casa di lusso e anche i colori caldi e non realistici del paesaggio restituiscono un universo decisamente surreale in cui persino le porzioni di natura, colline, vallate e monti, si piegano a esigenze narrative. Se nella stanza dove ci troviamo all'inizio della storia incontriamo per la prima volta Gatto e la sua pretesa di avere la versione “vera” dei fatti può sembrare plausibile e condivisibile, man mano che procediamo con la lettura e l'immersione in quel contesto immaginifico, quella richiesta perde progressivamente legittimità e il fulcro della questione si sposta dal piano binario del vero/falso a quello cangiante e imprevedibile dell'invenzione. I luoghi esterni e interni che Ruzzier costruisce per mezzo di larghe e leggerissime pennellate di acquerello e china compongono la scena unica dove può plausibilmente abitare la storia, intesa non come ricostruzione dei fatti aderente al vero, ma come prodotto dell'elaborazione fantastica che intrattiene con il reale un rapporto non servile, ma solo accessorio. E quindi non può che essere Topo l'inquilino eletto di questi luoghi, lui e i biscotti fuggiti, il mostro viscido e l'extraterrestre Giuseppina. E Gatto avrà accesso a questo mondo solo quando accetterà le condizioni di Topo. 

Teodosia 

"La storia vera", Sergio Ruzzier, trad. Sergio Ruzzier, Topipittori 2024 


mercoledì 30 ottobre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA MESSA IN SCENA DI VOLPE E LEPRE 


“Questo è Volpe
Questa è Lepre
Volpe è grasso. 
'No!' 
'Si! Volpe, mangi troppo.' 
'Lo so, purtroppo.'
E mangia ancora di più. 
Ecco cosa mangia: 
una fetta di formaggio, un piatto di pappa d'avena, 
una coppetta di panna, 
un bel pezzo di pesce 
e una noce 
e una pera 
con un sacco di succo.”


Volpe e Lepre sono inseparabili amici, vivono nel bosco sotto lo stesso tetto, Gufo è il loro vicino, uccello a dir il vero un po' tonto che vive con un gallo (prima pulcino) chiamato Pio. 
L'incipit della storia ci presenta immediatamente i personaggi come fossero su un palco, neanche il tempo di conoscere il loro nome che l'autrice ci propone subito un dialogo su una questione che scopriremo essere molto frequente nella loro vita: la grande quantità di cibo che Volpe riesce a ingurgitare! 
Volpe è grasso nella stessa misura in cui Lepre è snella, veloce, e controlla la salute dell'amico. 
Il racconto della vita dei due animali si dipana per capitoli brevi, talvolta brevissimi, in cui al centro ci sono questioni di comune sopravvivenza: procurarsi il cibo, ripararsi dal freddo, relazionarsi con il vicino e con le persone estranee. Tutto narrato senza che mai si perda di vista la specie animale dei protagonisti, e non solo perché i loro nomi propri sono esattamente quelli della specie di appartenenza, ma soprattutto perché le loro tipiche caratteristiche riemergono alle volte come dei guizzi improvvisi che si dovrebbe tenere a bada. E quindi può accadere che Volpe si ricordi di essere appunto una volpe e venga improvvisamente investito da un irresistibile desiderio di divorare una lepre prima, un gallo dopo. Ma come se si trattasse di qualcosa di ingiusto, al pari di una marachella, Lepre prontamente interviene per farlo rinsavire. 


Un piano un po' meno evidente su cui si gioca il rapporto non concluso tra specie animale e caratteristica umana è quello del genere e dei ruoli sociali solitamente assegnati. 


Al lettore adulto non sfuggiranno probabilmente alcune situazioni in cui il ruolo femminile di Lepre sembra essere quello tradizionale di cura e di accudimento. Volpe oltretutto le chiede di cucinare, mangia grandi quantità di cibo, necessità di essere riportato in riga. Ma la Vanden Heede è ben attenta a non scivolare in certi tranelli e sembra alle volte lanciare un'esca per poi ridere se il lettore abbocca. Perché è pronta subito a smentire qualsiasi insinuazione e a ribaltare ognuna di quelle occasioni nelle quali si potrebbe riconoscere una intenzione esplicita di fornire contenuti moraleggianti. L’equilibrio fra le parti è sempre ricostruito non tanto allo scopo di mostrare quanto certi stereotipi siano fuori luogo in questa storia come nella vita che ci auguriamo di condurre, ma soprattutto per dichiararsi lontana da qualsiasi volontà didascalica. 
E così capiterà che sia Volpe a prendersi cura di Lepre quando si ammalerà e che i due si scambino in più di un'occasione le mansioni domestiche. 
Volpe e Lepre, e al pari Gufo e Pio, sono personaggi dotati di personalità precise, hanno caratteristiche che il giovane lettore riesce a comporre pian piano procedendo nella lettura del racconto. La freschezza di questa narrazione, che ha capitoli brevi e soprattutto uno stile paratattico con a capo frequenti, fa uso estremamente parco di parole, per cui tutto quello che occorre sapere si evince dalla lettura delle vicende narrate, nessuna descrizione che possa aggiungere altro a quello che ogni lettore avrà il piacere di scoprire, un passo alla volta. 


Il ruolo delle immagini di Thé Tjong-Khing è decisamente centrale: disegni piccoli, per lo più su fondo bianco, in perfetto armonioso rapporto con il testo. Non solo ne rispecchiano il contenuto, moltiplicando spesso la componente comica, ma soprattutto si inseriscono in quelle ampie porzioni di spazio che rimangono nella pagina grazie ai frequenti a capo, la cui scelta si dimostra doppiamente utile: consente una maggiore facilità di lettura, anche per chi è alle prime esperienze, e permettere alle illustrazioni di posizionarsi tra una frase e l'altra. 
L'incipit del libro è già illuminante in proposito e dimostra quanto la sintonia tra i due autori sia completa e quanto questo sia una nota aggiunta e preziosa del valore complessivo del testo che in questo modo si rivela oltretutto piacevolissimo allo sguardo. 
Questo volume recentemente riproposto in Italia da Rizzoli, in Belgio è il primo di una serie più lunga con gli stessi protagonisti. Sinceramente ci auguriamo che anche gli altri volumi possano raggiungere i giovani lettori italiani, dai sei anni in su, ma anche da prima, se fortunati ad avere chi leggerà per loro.

Teodosia 

"Volpe e Lepre", Sylvia Vanden Heede, Thé Tjong-Khing (trad. Laura Pignatti), Rizzoli 2024.

venerdì 16 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E VISSERO FELICI E RIDENTI 

La famiglia Porelli, André Bouchard (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 6 anni) 

"Presto sarà Natale! Come i fiori a primavera, da ogni parte spuntano i falsi Babbi Natale. E' risaputo, infatti che il vero Babbo Natale vive al Polo Nord, in un palazzo di ghiaccio. Se abitasse nel quartiere, si saprebbe! I falsi Babbi vanno a lavorare in città, dove per pochi soldi fingono di essere quello vero. Spesso stazionano nei grandi magazzini, dove attirano i bambini che ci si perdono assieme ai genitori. Il falso Babbo Natale si riconosce dalla faccia avvilita." 

Il Babbo Natale falso si riconosce anche dallo sguardo cupo e dalla sua incapacità di sorridere, men che meno di ridere. 

© André Bouchard

Esattamente come capita anche a tutti gli adulti del quartiere. Anche loro, come papà e mamma Porelli che passano il loro tempo a cercare di sfamare le 6 bocche di famiglia, hanno dimenticato come si fa a ridere. Fortunatamente ci sono i ragazzini. 
Carlo, con i suoi fratelli e la sorella Carolina, scorrazzano per il quartiere in assoluta libertà: non è un posto dove le macchine veloci sono solite sfrecciare. 
A dire la verità un adulto sorridente ci sarebbe, il signor Nicola, maestro della scuola del quartiere. 
Il Natale si avvicina a passi da gigante e, nonostante gli sforzi dei ragazzini, tutto sembra avvolto in un manto di cupezza, fino al momento in cui arriva un regalo ben fatto che riesce a spandere allegria diffusa, nonostante un testone si rifiuti di lavarsi le mani... E che Natale sia! 

Dedicato a Dickens, a Marx e a François Ruffin (ognuno indaghi per conto proprio) per far capire al lettore adulto quali direzioni la storia voglia prendere.

© André Bouchard

Verso Dickens per la malinconia diffusa e patente, verso Marx per la verità che si palesa a proposito della pancia piena e verso Ruffin per la sua stoffa di politico e di uomo di satira. 
Un quarto nome importante a cui questo libro poteva essere dedicato è quello di Ken Loach, per il contesto di sottoproletariato spinto. 
Come sempre accade nei libri di Bouchard è il punto di vista che fa la differenza: qui per raccontare il Natale tutto parte da un aspetto piuttosto laterale: il falso Babbo Natale. Sarà capitato anche a voi di vederli, mesti, all'entrata di un grande magazzino e di pensare - se siete di Roma, beninteso: poreeello! 
Per esperienza, credo si possa sottoscrivere ogni parola di quella descrizione che Bouchard ne fa. 
Dunque, porello, nel senso di poverello, il falso Babbo Natale e Porelli i membri della famiglia protagonista. 
Ma in questa storia c'è di più. 
Come già negli altri due titoli di Bouchard, che con grande merito Logos e Glifo stanno portando in Italia, anche in questo caso si mette in moto il consueto quanto divertente meccanismo ironico che nasce dallo scarto di ciò che si vede da ciò che si sente. 
Andare a fare la spesa al mercato, e poi al supermercato e fare merenda nel pomeriggio al parco sono rispettivamente illustrate con un ravanare tra le cassette di legno accumulate fuori da un mercato rionale, tra i cassonetti all'esterno di un magazzino di una grande catena di distribuzione e tra i cespugli di un giardinetto dove una ricca signora in pelliccia tira a dei piccioni pezzi del suo croissant. 

© André Bouchard

E ancora: il quartiere cui si allude e di cui si tessono le lodi per la sua scarsa pericolosità è una baraccopoli con auto senza pneumatici, casupole di ondulato di lamiera, roulotte e vecchi tubi 'abitabili'. Ma al di là di questa relazione forte che tiene insieme immagine e testo, raccontati nel loro ironico smentirsi a vicenda, La famiglia Porelli è piena di tante sottigliezze, molte delle quali sono anche linguistiche. A partire dal titolo che se hai la ventura di abitare a Roma o di frequentare il vernacolo locale, un cognome del genere diventa subito irresistibile. Trovate un romano e chiedetegli di tradurre Poverelli in romanesco e otterrete un poreeelli, detto con la dovuta intonazione commiserevole... 
Magari un milanese coglierà invece una curiosa assonanza/stridore tra Porelli e Pirelli... Chissà. 
Gioca dunque Bouchard con il lessico - e Regattin è bravo a stargli dietro e non perde un colpo - come attestano le materie studiate a scuola: dal fai-da-te all'aritmetica, dalla politica alla saldatura. Come attestano parole perfette come 'avvilito'.
Gioca Bouchard anche con il colore, dando agli adulti mesti che girano per il quartiere un unico colore: il nero su cui il brulicare dei bambini che schizzano di qua e di là spicca parecchio, insieme alle foglie di insalata che escono dalle tasche dei cappotti sdruciti. 
Gioca Bouchard con il colore anche quando lo usa come indicatore 'emotivo' di un crescente benessere, un po' come se fosse il corrispettivo visivo della pancia piena.
 
© André Bouchard

Gioca Bouchard con i dettagli del suo disegno così dettagliato: dal ritratto di una costosa quanto magica Le Creuset rossa, in grado di cucinare a comanda, a un improbabile albero di natale che si tiene su un foratino con due zeppe di legno. 
In conclusione, Natale o no, la sequenza dei libri di Bouchard che Logos sta pubblicando (ce ne sono 2 in arrivo), nell'ambito della Biblioteca della Ciopi in ottima compagnia con altri bei titoli, non possono che rendere felici e ridenti chi vorrà leggerli. 
A natale, ma non solo.

Carla

mercoledì 21 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MOUSE IN THE HOUSE 

Un topo in casa, Russel Ayto (trad. Maria Pia Secciani)

Edizioni Clichy 2020
 

 
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)


"'I topi non dovrebbero stare nelle case' dice il signor Rattofilus. 'Bene, entra in casa, piazza le trappole e CLAC! Siamo a posto' risponde il signor Toposky.
Ma il topo è troppo sveglio per le trappole. Le trappole catturano solo ciò che le calpesta.
'Non sento niente' dice il signor Rattofilus. 'Torna dentro e vedi se è tutto a posto' replica il signor Toposky. 'Subito, signor Toposky' dice Rattofilus."


Purtroppo le scarpe di Rattofilus hanno un difetto: squittiscono. Le scarpe però non sono l'unico difetto di questo apprendista acchiappatopi. Diversamente furbo, entrando, Rattofilus si mette a passeggiare proprio dove poco prima aveva piazzato la sua risma di trappole. Il suo capo, Toposky, non si scompone e gli dà ordine di procurarsi un gatto. Rattofilus arriva con qualcosa che, a suo dire, gli rassomiglia: un cane da guardia. Come le trappole, anche il cane viene piazzato. E come prima non sentiva, ora Rattofilus non vede niente. E come prima non gli rimane altro da fare che entrare... 
 

Con la gamba serrata tra le fauci del cane, Rattofilus torna da Toposky che non si scompone e insiste sull'idea di gatto.
In un crescendo di animali sempre meno 'adatti' l'apprendista acchiappatopi arriva alla soluzione finale che, a ben vedere, anche se a un prezzo piuttosto alto, riesce a rimuovere il topo dalla casa, e anche tutta la casa intorno...


Mouse in the house, che poi è il titolo in originale, mette già sull'avviso il proprio lettore: in questo libro si gioca con le parole. E se si gioca con le parole, è anche probabile che ci sia da leggerlo ad alta voce, un libro così. E se la lettura ad alta voce è auspicabile viene anche il sospetto che pure chi ascolta sia chiamato dentro a fare la sua parte. E se chi ascolta proprio non riuscisse a stare in religioso silenzio, ma invece irrompesse nella narrazione in un qualche modo o misura, è molto probabile che il divertimento già palpabile nell'aria esploderebbe...
Ecco, questo libro è un buon marchingegno per fare della lettura condivisa un'esperienza gustosa.
 

Un topo in casa è anche altro, però. Prima di tutto sembra essere un buon esempio per poter ragionare di come i due codici in un albo illustrato - iconografico e testuale - possano dialogare in modo così intelligente ed efficace da accrescerne il valore.
In questo caso, è subito evidente lo schema narrativo che si snoda in un dialogo fra tonti. Già dalla seconda pagina è chiaro che assisteremo a un crescendo di assurdità e di guai derivanti. A questo si aggancia un disegno e un colore sempre più presente e dilagante. Fino ad arrivare a quel rosso che non preannuncia nulla di buono per i due ignari clienti della ditta Toposky e Rattofilus - acchiappatopi. 
 

Piano piano, senza accorgersene, si perdono gli assi cartesiani dell'inizio - quelle casette, a metà tra la villetta a schiera e il razionalismo in architettura degli anni Venti e Trenta (per non parlare dell'unico arredo che sempre a quella temperie riporta) - e si arriva al ribaltamento e alla scomposizione disordinata di quel bell'ordine di partenza.
Tutto questo trova eco nelle figure geometriche, magari sbilenche, ma onnipresenti: dal muso del cane al tronco dell'unico albero.
Un talento naturale nel creare le inquadrature, ovvero il punto di vista di ogni scena, Ayto cavalca il grande vincolo del giro di pagina, con grande naturalezza per ottenere quanto più possibile l'effetto sorpresa, a ogni nuova apertura di porta.
 

La qualità del testo è lì nelle orecchie di tutti quelli che si cimentano con la lettura. A parte le onomatopee che sono inneschi di divertimento assicurato, si diffonde il piacere per le ripetizioni, veri e propri tormentoni, che costituiscono i dialoghi di questi due fessacchiotti
Tuttavia il divertimento maggiore sta proprio nelle loro figure: uno un po' pingue con la sicumera di essere il capo e quindi di sapere 'come si fa' e l'altro, allampanato, che impone al primo la propria inesperienza, facendosi perdonare ogni volta con la sua obbedienza cieca e assoluta.
E con il suo costante immolarsi per il buon esito della missione.
Sembra di rivedere e riascoltare lo spirito e il disegno di una maestra del divertimento nelle pagine degli albi illustrati, altrettanto britannica quanto lui: Lauren Child. Ayto, sulle sue orme, insegue da anni la Carnegie Medal e la Kate Greenaway, ma prima o poi la vince anche lui.


Carla

giovedì 4 settembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CHI HA IL CORAGGIO DI RIDERE, 
è padrone del mondo. (G. Leopardi, Pensieri)

28 storie per ridere, Ursula Wölfel, João Vaz de Carvalho
Kalandraka 2014


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Il moscone se ne stava seduto su una vecchia lattina a pulirsi le ali con le zampe posteriori. Slup! La rana tirò fuori la sua lunga lingua cercando di catturare il moscone. Ma quello era già volato via. Se ne stava seduto su un fiore a pulirsi la testa con le zampe anteriori. La rana saltò dietro di lui. Slup! Tirò fuori la sua lingua cercando di catturare il moscone. Ma quello era già volato via."

Ben altre volte lei cercò di catturarlo con la sua lunga lingua, ma senza successo... Senza successo fu anche la sortita del topo del negozio che dovette andarsene a bocca asciutta, vittima solo della sua indecisione.


Molto decisi sono stati invece i tori nel cercare di far colpo sulle mucche. Ma a suon di sbruffonate si mette in mostra solo una gran stupidità che alle 'ragazze' di solito non piace. Altrettanto stupido fu l'uomo che rubò un cammello intelligente o quello che fotografò venti volte l'acqua e mai una volta un ippopotamo. Furbo fu invece il cagnolino che, tra i due litiganti, si mangiò l'osso e altrettanto sveglio di dimostrò l'asino che a tutti i costi voleva mangiare l'erba al bordo del ruscello.


Ventotto racconti da una pagina ciascuno con protagonisti uomini, donne e bambini, ma soprattutto animali di ogni tipo: dal pappagallo analfabeta al maiale igienista, passando per la scimmia, ossessionata dalle pulci.
Ventotto racconti per ridere. Risate che nascono, come nella vita vera, dalla goffaggine, dalla sbadataggine, ovvero da una sana 'leggerezza' nel prendere la vita. 
Ridere, un po' almeno, dei propri guai e dei propri limiti può essere salutare, come dimostra quel bambino che, con il nonno, si fa grandi beffe della pioggia che gli cade sulla testa e gli scola nel cappello o di quell'altro suo coetaneo che, distratto, compra trenta panini e tre francobolli, invece di tre panini e trenta francobolli... anche se, in tutta onestà, resta sempre il dubbio che lo scambio non sia stato solo per sbadataggine, quanto piuttosto per golosità.
Ma la grande generatrice di risate è sempre e comunque lei: la stupidità. La stupidità umana.

Una carrellata di stupidi così non si vedeva da tempo. Partendo dalla cretina salterina fino alla gallina inconsapevole passano davanti agli occhi le mille sfumature che l'assenza di pensiero provoca nell'umanità. A parte rare eccezioni, in questo libro si 'immolano' a far brutta figura al posto degli uomini tanti animali, dai criceti alle foche. Ed essi si sono prestati allo scherzo solo per benevolenza nei confronti della razza umana. Gli animali, nella vita vera, non sono mai stupidi perché agiscono guidati dall'istinto, che di rado imbroglia.

Al contrario, sono gli uomini i veri portatori di grandi difetti; infatti dietro la foca si nasconde la tipologia classica di mamma apprensiva, dietro il criceto e l'uccello si celano, invece, quelle persone così tanto ingorde da diventare accumulatrici compulsive. Ognuno di noi potrebbe citarne nomi e cognomi...


Delle 28 storie solo una non mi ha fatto ridere. Al contrario ho riso, anche sonoramente, ventotto volte guardando le illustrazioni.

Carla

Noterella al margine.
Ancora una volta va reso onore al merito a chi pubblica libri del genere. Libri che per struttura narrativa (racconti brevi e succosi), per accuratezza compositiva (formato, caratteri tipografici), per qualità illustrativa (si commenta da sé) colmano il profondo vuoto -abitato prevalentemente da topi con il nome da formaggio- che soprattutto la grande editoria  dimostra di aver scavato intorno ai bambini che sono alle prime armi nel loro mestiere di lettori. Lunga vita a Kalandraka!







lunedì 23 giugno 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SPENSIERATEZZA E PENSIERI

Cuori di waffel, Maria Parr, Bo Gaustad
Beisler 2014

NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"Capitano tante cose strane quando si ha per vicina di casa e migliore amica una come Lena, ma certe volte penso che quelli che mi piacciono di più sono i giorni normali. I giorni in cui non succede niente di speciale, in cui mangio pane e prosciutto, in cui Lena e io giochiamo a calcio o andiamo a cercare granchi e parliamo delle solite cose, senza che capitino incidenti."

A Trille, quello, per esempio, sembrava un giorno normale, ma poi era arrivata Minda, sua sorella maggiore e aveva raccontato a lui e a Lena perché Martinfranta, il loro villaggio, avesse quello strano nome; una storia di pirati e di una polena, La bella Marta sontuosamente abbigliata, che si era infranta sulla costa per una terribile tempesta. Finita in mille pezzi la nave, i pirati decisero di fermarsi in quella baia, che da quel giorno si chiamò Martinfranta. A questo punto, il passo è breve a voler dimostrare che Trille ha sangue pirata nelle vene...
E così anche quella che sembrava una giornata normale si trasformò in un'avventura. Trille prese il canotto e Lena, indossato il miglior vestito di sua madre, fece la polena. E come nella leggenda, anche lei si infranse sul pilone di cemento del molo...


Attaccarsi a una improbabile teleferica, sfidare più volte le fiamme, buttarsi con il bob a rotta di collo dal colle, queste sono alcune delle mirabolanti idee di Lena. E Trille, solo di poco più prudente, è sempre lì con lei: la segue, la guarda, la protegge, la capisce, la rimpiange. Anche se lei non glielo ha mai confessato, lui è il suo miglior amico e lei è di certo il suo primo pensiero ogni mattina, soprattutto quando vengono separati l'uno dall'altra.
Due monelli scandinavi, perfettamente nel solco di Emil e Pippi, Trille e Lena sono l'incarnazione dell'infanzia fatta nel contempo di spensieratezza e di grandi pensieri. Accanto a loro, ruota un intero mondo fatto di un nonno-custode su cui contare e che, perfettamente nella parte di nonno, li asseconda, li favorisce e li 'protegge' dall'autorità costituita di mamme e papà; due famiglie, che spesso e volentieri diventano una sola, con massima gioia dei due ragazzini inseparabili; una campagna, quella norvegese, fatta di fiordi e colline ripide, abitate qua e là da vecchi contadini e vecchi cavalli; e dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, una dolcissima vecchina, la nonna-zia, grande narratrice di storie e da sempre addetta alla cura della felicità gastronomica di tutti, con i suoi waffel a forma di cuore.
Ecco, i waffel a cuore possono essere la 'bandiera' di questo libro. Come loro, la storia è impastata con sapienza e ciò che ne risulta è qualcosa di 'tenero e gustoso'.
Gustoso, che fa tanto ridere, nei suoi aspetti più avventurosi, ovvero nelle continue e sorprendenti pensate di quei due ragazzini oppure nelle soluzioni altrettanto inaspettate del nonno-custode. 


Tenero, che fa altrettanto commuovere, lo è nella purezza e alla autenticità del pensiero di quei due bambini alle prese con la vita. Alludo, per esempio, alla loro amicizia fatta delle rasposità di Lena e della devozione di Trille, oppure all'insopprimibile desiderio di Lena di avere anche lei un papà, o alla malinconia per la morte della nonna-zia da parte di Trille. Ma si potrebbe ben continuare.
Un libro sulla vera bellezza che c'è nell'essere 'piccoletti'.
Beisler, con le sue forze, sta facendo un gran lavoro di ricerca nella letteratura d'Oltralpe, storicamente serbatoio di buone storie. E facendolo, con così buoni esiti, contribuisce a colmare il 'buco' editoriale di nuove proposte, da mettere i mano a quei bambini e a quei ragazzi che non sono più 'piccoli' grandi lettori e non ancora 'grandi' grandi lettori.
Aspettiamo il seguito: ho studiato e so che esiste.

Carla

Noterella al margine. Sabato pubblicherò la ricetta dei miei waffel.
Resistete fino ad allora!

mercoledì 16 ottobre 2013

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


ANCORA IN UN LIBRO!!

Che gradito ritorno! Mo Willems ci propone altri due libri dell’impagabile coppia di Reginald e Tina, gli amici inseparabili che hanno l’interessante virtù di tirar dentro i bambini NELLE loro storie…Qui abbiamo Andiamo fuori a giocare? Dove Tina ingaggia un corpo a corpo con la pioggia, che interrompe un gioco all’aperto; e il povero Reginald che cerca di proteggerla con una delle sue orecchie; ma non sarà questo ombrello di fortuna a risolvere il pomeriggio, quanto l’osservare due lombrichi presi da un travolgente gioco sotto la pioggia; Reginald e Tina scoprono quanto è bello sguazzare nel fango, solo che…
Nel secondo libro Hai un uccellino sulla testa! una coppia di uccellini decide di fare il nido proprio sulla testa di Reginald; non solo, mette su famiglia e presto l’elefantino, scocciatissimo, si trova a trasportare tutta una famiglia, mentre Tina si intenerisce nel seguire la storia d’amore. Ma è sempre lei a trovare la soluzione a questa imbarazzante situazione, con un risvolto, però, imprevisto.
Ancora una volta il punto di forza dei libri di Mo Willems sta soprattutto, ma non esclusivamente, nel rapporto diretto fra personaggi e bambini lettori, con lo sguardo che si rivolge direttamente all’osservatore tirandolo dentro la storia e coinvolgendolo direttamente nelle peripezie dei due protagonisti.


Questi sono libri nati per essere non solo letti ad alta voce ma animati, con tutti gli alti i bassi, le accelerazioni frenetiche, gli urli, i sussurri. Non si può pensare la lettura di questi libri senza diventare i protagonisti delle storie.


Il prototipo è sicuramente il primo, Siamo in un libro, che resta insuperato, con una capacità di coinvolgimento difficilmente ripetibili. Ma anche i libri successivi mantengono la freschezza e la semplicità del primo.


Su questa strada procede anche Hervé Tullet, nell’ultimo libro Senza titolo: inizia proprio con i personaggi che guardano il lettore che ha appena aperto il libro e cercano di intrattenerlo; non riuscendoci sono costretti a chiamare l’autore. Divertente, stravagante, in questa buffa triangolazione fra personaggi, autore e lettore, portano il bambino a sentirsi protagonista della storia. Le pagine si alternano con differenti tecniche di illustrazione e lo stesso autore compare nella parte di se stesso. D’altra parte Tullet, con Un libro, ha realizzato una delle più riuscite formule di libro-gioco, che, al di là dell’intrattenimento, realizza in termini ludici la magia vera della lettura. Una vera fucina di sorprese che funziona in modo sorprendente soprattutto con i bambini più piccoli.


Per avere un’idea della creatività dell’autore date un’occhiata al suo sito e in particolare al video che racconta proprio questo libro. 
Tre uscite, dunque, dedicate ai giovanissimi lettori, sotto il segno del divertimento.

Eleonora
Andiamo fuori a giocare?”, M. Willems, Il Castoro 2013
Hai un uccellino sulla testa!”, M. Willems, Il Castoro 2013
Senza titolo”, H. Tullet, Franco Cosimo Panini 2013





























mercoledì 12 dicembre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DI NON AVER PENSIERI SONO MOLTO FELICE...

MR. MÜNCHAUSEN. UN RESOCONTO DELLE SUE PIÙ RECENTI AVVENTURE, John Kendrick Bangs
Biancoenero 2012



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"'Mi invii per posta il suo manoscritto e le farò sapere', dissi rassegnato.
'Non posso farlo, non ci sono uffici postali dove mi trovo'.
'Non ci sono uffici postali?! e dove sta, all'inferno?!', esclamai a quel punto.
'Sì, precisamente e come certo saprà, i trasporti fra il vostro mondo e il mio sono in un'unica direzione, dalla terra all'inferno, mai viceversa'".

Declassato, perché all'inferno i titoli nobiliari non valgono, da morto l'ex barone più famoso e più bugiardo di ogni tempo sta contrattando con un editore vivo la pubblicazione delle sue ultime avventure.
La proposta sembra troppo allettante anche per il più prudente e scettico degli editori. Essendo impossibile mandare il manoscritto, però le nuove gesta arrivano via telefono.
Che l'ex barone le abbia sempre sparate grosse lo sapevano e anche da morto sembra non aver perso l'abitudine e così racconta di quando ammaestrò un' ape re, di nome Jang, di quando le insegnò a leggere e a scrivere, a un'ape del Siam, regione in cui l'intrepido barone era andato per vender ghiaccio...


Di quando usava le api come cani da guardia, di quando il leone gli entrò in casa e di quando esse lo punsero a tal punto che lui si morsicò così tante volte che alla fine morì sullo scendiletto del barone che se lo trovò tra i piedi la mattina.
Per non parlare di quando egli ebbe come animale da compagnia un boa constrictor, molto colto e gentile ma nello stesso tempo abile nella guardia a tal punto da essere capace di uccidere due ladri e poi gettarli nel Rio delle Amazzoni. Fu un collarino d'argento troppo stretto a portarlo via all'adorato barone.
Grandiose le sue rocambolesche fughe dai cannibali, sconfitti da una lanterna magica e una seconda volta dal sapor del pepe o dal temibile squalo anfibiano a tre gambe. Verrebbe quasi il dubbio che siano tutte delle frottole...


Ma la sua ultima avventura, quella più recente, è certamente autentica. Quella in cui si narra di una cimice che, chiusa nel panno della macchina da scrivere, comunicò al mondo, e lo fece in rima, il perché del suo sbattere la testa contro il muro e fu pressappoco così: 

di non aver pensieri sono molto felice
perché altrimenti credo,
anzi ne son sicuro
che avrei dovuto smettere di sbattere la testa al muro.

Un sapiente recupero di un grande autore umorista della letteratura americana tra fine Ottocento e inizi Novecento, da parte di Biancoenero. Neanche una virgola della sua comicità si è persa nel tempo: i suoi racconti, strutturati secondo uno schema narrativo preciso -che da lui prende il nome di bangsian fantasy- vedono un personaggio storico 'ritornare' dall'aldilà per raccontare ancora un altro po' di sé.
Dopo aver fatto ridere i ragazzini con Le avventure del Barone di Münchausen, arriva questa ideale prosecuzione, possibilmente ancora più assurda ed esilarante di quella di Raspe, già pubblicata nella stessa collana degli Strani Tipi nel 2010.
Finalmente un esempio di buona editoria che ha come obiettivo quello di proporre ai ragazzini, in particolare quelli che si avvicinano alla lettura 'in proprio', racconti divertenti e spensierati, senza per questo abbassare di un millimetro il livello di qualità.

Carla

Noterella al margine. Come sempre Biancoenero batte la bandiera dell'alta leggibilità, ovvero attenzione alla sintassi e al lessico, capitoli brevi e paragrafi tra loro spaziati, righe di lunghezza sempre diversa per seguire il ritmo narrativo, font studiato per i dislessici, carta color crema che stanca meno la vista.