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lunedì 14 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SBRENG

La ragazza da odiare, Lee Kkoch-Nim (trad. Sara Bochicchio) 
La Nuova Frontiera 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Ji Ju-yeon? Non so molto di lei, a parte che è una tipa vivace, abbastanza brava nello studio e con un bel faccino. Però tutti dicono che lei e Park Seo-eun fossero molto legate. Erano sempre insieme, si dai tempi delle scuole medie. Non riesco a capacitarmi che sia potuta accadere una cosa del genere tra due amiche del cuore. Comunque, questa intervista verrà trasmessa per davvero? A che ora?" 

La voce che sta raccontando quanto è successo è quella di una studentessa di prima superiore. Lei, come moltissimi altri, non ha visto niente, ma frequenta la scuola dove è avvenuta la morte di Park Seo-eun, una liceale di poco più grande di lei. 
Il suo corpo è stato trovato una mattina nello spazio retrostante la scuola. Qualcuno, affacciandosi a una delle grandi finestre della scuola, guardando in basso ha visto Park Seo-eun riversa a terra, senza vita e ha urlato, dando l'allarme generale. 
Accanto al suo corpo, resti di un mattone in frantumi, con ogni probabilità l'oggetto che l'ha colpita e uccisa. Dopo una breve indagine, viene sospettata dell'omicidio (al suicidio si è pensato solo per un attimo, ma sul suo corpo le tracce del colpo ricevuto non lasciavano dubbi) la sua amica del cuore Ji Ju-yeon. 
La ragazza è stata vista correre via dalla scuola intorno all'ora della morte dell'amica, sul suo cellulare ci sono messaggi che alludono a una litigata tra le due, le sue impronte sui frammenti del mattone... E lei che riesce a ricordare poco e niente di quegli attimi fatali. 
Intorno a questi che sono i fatti, pesa la percezione diffusa che tra le due l'amicizia fosse diventata burrascosa e che forse il loro rapporto fosse molto diverso da quello che l'apparenza mostrava. 
Questa è la storia di una ragazza, studiosa, diligente, ricca e di buona famiglia che viene arrestata perché fortemente sospettata di aver ucciso Park-Seo-eun, la sua amica con cui condivideva tutto dai tempi delle medie... 

Quarta e significativa uscita nella collana Oltre, per La nuova Frontiera. 
Sbreng. 
Centonovanta pagine costruite attraverso il racconto di diversi personaggi che ruotano intorno alla morte di una studentessa, per ragioni diverse. La voce di ciascuno fa vita a sé e la si ritrova nei singoli capitoli, il cui titolo ha la sola funzione di informare il lettore su chi stia parlando. 
Attraverso questa sequenza di voci, la situazione si evolve, si chiarifica, si annebbia, prende una direzione, per poi prenderne un'altra esattamente nel modo in cui ciascuno di noi potrebbe ascoltare i racconti di altri, che di un unico fatto danno la loro personale visione, scambiandola inevitabilmente per l'unica realtà possibile. 
Le voci sono quelle dell'avvocata Kim, che non ha mai perso un processo e che il facoltoso padre della sospettata le ha messo a fianco per essere sicuro in tal modo di uscirne illeso, la sua reputazione e i suoi affari, insieme alla figlia e alla moglie. A seguire quella dell'avvocato d'ufficio, quando la prima decide di punto in bianco di rinunciare al mandato. 
I due genitori dell'imputata. 
Il profiler che la polizia convoca, vista la riluttanza dell'imputata a confessare. E la sua confusione mentale sui momenti cruciali del suo alibi. 
Varie compagne di scuola. 
Il proprietario del negozio dove la vittima lavorava part time per aiutare la madre vedova ad arrivare alla fine del mese. 
La madre della vittima. 
Il fidanzato della vittima. 
Il personale scolastico: dalla coordinatrice al custode e alcuni insegnanti del hagwon. 
E nelle ultime vertiginose pagine, la voce di una testimone, finalmente, e di una testimone oculare. Questa è l'ossatura magnifica del racconto, che ricorda in questo originale modo di raccontare una storia un altro libro epocale, Il bambino Oceano, di Jean-Claude Mourlevat. 
Anche lì un forte non detto, che si svela lentamente come accade qui. 
Lasciato da parte l'aspetto stilistico, rimane altrettanto "magnifica" e "raggelante" la storia che si racconta e le questioni che pone. 
Un microcosmo di adolescenti, nella maggioranza ragazze, che competono per trovare il loro posto nel mondo e una loro dimensione affettiva che le appaghi. Ai blocchi di partenza sono in parecchie, una di loro partirà ma al traguardo non arriverà mai, perché "qualcosa" ha fermato la sua corsa. Uno spaccato di società contemporanea che lascia senza fiato per la lucidità di analisi. 
Scomodo, perturbante, doloroso, mette sul tavolo tante di quelle questioni che è davvero difficile non pensarci per giorni e giorni, una volta chiuso il libro. 
Le insicurezze, le fragilità di uomini e donne e di ragazzi e ragazze, la dipendenza assoluta dal giudizio altrui al quale non siamo progettati per sottrarci. Giudizio che, nella contemporaneità, è talmente a portata di mano che permea ogni più piccolo spazio comunicativo e che, così pervasivo e potente, diventa l'unica percezione della verità in cui credere. 
Ecco, la verità. Talmente forte è l'impatto del mondo che ci circonda, che è davvero semplice e più confortevole affidarsi al pensiero mainstream che elaborare una propria conclusione che ci porti alla verità. Costa meno e si vive meglio, al suo riparo. Ma resta da chiedersi: questo che conseguenze porta nella percezione che abbiamo di noi stessi? Fino a che punto siamo disposti a credere e a difendere quella che consideriamo la nostra singola verità, quando tutto quello che ci circonda sembra volerla negare? E quali strumenti abbiamo che ci rendono capaci di discernere il vero dal falso? 
Insomma, domandine così. 

Carla 

Noterella al margine. C'è un dettaglio che non va ignorato in questa storia tutta coreana, e allo stesso tempo universale. Le ultime righe che l'autrice dedica al lettore, in cui si legge una gentilezza tutta orientale, che sarebbe utile tenere a mente... 
"Ho imparato che uno scrittore ha una certa responsabilità verso i personaggi che popolano i suoi romanzi. Per questo mi sforzo di avvicinarmi a loro in punta di piedi. Tuttavia, per questa storia ho pensato che avrei dovuto iniziare destinando Seo-eun a una morte nefasta. Mi dispiace, e le chiedo scusa."

venerdì 14 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VERO

Mal di nebbia
, Nicoletta Gramantieri 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ho raccontato dell'altra guerra, dell'omicidio, degli annegati, della vita triste del paese. Di come i ragazzi stessero ancora su in montagna, di come, dopo la morte della nonna, mi fossi ritrovata ad avere due case, quella del babbo e della mamma e quella della Madrina. Di come io e Celso fossimo diventati amici e di come mi avesse raccontato di quella nebbia che nascondeva il paese, della Bocca dell'Orco, del fiume, della strega e delle morti dei bambini. Di come trovassi consolazione in Vero e nella Iolanda. E anche di tutta la rabbia che mi aveva portato a disubbidire alla mamma..." 

L'Albertina sa come si costruiscono le storie. Vero, l'amico di suo fratello Vittorio che dalla montagna non è più sceso, glielo ha spiegato. 
Prima bisogna raccontare il prima, poi bisogna raccontare un po' dei personaggi e poi si può partire con l'adesso. E adesso è adesso. 
Lei, dodici anni, è appena scappata dalla fredda e misera casa dove vive con le sue sorelle più piccole, la sua sorella maggiore, la Marcella, che arriva solo alla sera perché è a servizio, e con il suo fratellino piccolo, Cecchino, e la sua mamma e il suo papà. Sono poveri, ma molto poveri: poco da mangiare e poca legna per scaldarsi, tanto che la notte ci si deve vestire col cappotto per prendere sonno. L'Albertina, ancora lattante, era stata portata dalla nonna che l'ha allevata con amore e latte di capra. E l'Albertina con lei è cresciuta felice, ma adesso la nonna è morta e lei ha dovuto lasciare la casa sulla collina e tornare in paese da mamma e papà. 
Solo di rado può andare dalla sua madrina, che invece la copre di premure e di cose buone da mangiare. Quando anche quella mattina sua mamma è uscita di casa per andare a mettere in croce due soldi, e le ha affidato le sorelle e il piccolo Cecchino, i mestieri da fare e gli scapini da lavorare a maglia, lei non ce l'ha fatta più: ha buttato in terra lana e ferri, ha infilato la porta e di è diretta verso il campanile dove ha intenzione di nascondersi, per lasciar passare la notte per poi fuggire indisturbata e non vista, al sorgere del sole, prima che il borgo si svegli. 
Vuole andare in città dove forse troverà un lavoro presso una qualsiasi signora ricca che la accoglierà come una figlia e la riempirà di affetto e attenzioni. 
Questo è il principio della storia dell'Albertina, che un giorno perderà la voce: un racconto che dura il tempo di una Quaresima molto piovosa e dove, complice la nebbia, ciò che accade non è affatto come sembra. 

Come un vestito che ti dimentichi di avere e lasci appeso per anni in un armadio, pare, credo, mi sembra di aver letto che questa storia abbia stazionato a lungo nel silenzio, al buio. Forse in un cassetto o forse in una cartella di un computer. E pare anche che, una volta riemersa, così come sarebbe capitato al vestito appeso e dimenticato, abbia avuto diversi interventi di adattamento per il suo debutto. 
Una volta presa la sua forma attuale, accorciato un po' lì, allargato là in alto, la storia ha cominciato a viaggiare ed è andata - credo, forse, mi pare di ricordare leggendo qui e lì - da Davide Morosinotto che, complice tutta quella nebbia e pioggia e quel paesino sul fiume, complice quell'intrigo bello sodo che si dipana solo alla fine, quella lingua così scorrevole e felice, la apprezza.
Da lì a farla diventare libro, mi pare ci sia metta Book on a Tree e poi Emons.
E questo è il prima, credo, forse, mi pare. 
Ma come ci insegna Vero ora dunque è il caso di dire due cose sui personaggi. Quelli del romanzo ma anche quelli fuori: prima fra tutte l'autrice. 
Di professione bibliotecaria, ma anche scrittrice come seconda o terza professione, di sicuro esperta di letteratura e simpatica compagna di passeggiate cagliaritane, città che frequenta da anni perché spirito-guida con Bruno Tognolini del festival Tuttestorie. 
Del suo spessore tutti quelli che la conoscono ne hanno netta la percezione, quindi forse ha più senso parlare dei personaggi che lei si è inventata per Mal di nebbia. 
Perché sono proprio loro a dare forza ed energia a questa storia. 
A renderla vera.
Ben inteso non rappresentano l'unico pregio del libro, ma di certo uno di quelli che più mi hanno colpito. A ben vedere sono i legami, le relazioni che li tengono insieme che irrobustiscono una storia che ha l'intento di spaziare tra un po' di generi differenti. È un po' un romanzo in cui la Storia è importante e parla di sé, è un po' anche fiaba nel meraviglioso che alimenta le leggende e le credenze che attraversano quel paese e l'immaginario dei suoi abitanti, è un po' anche giallo per il grande mistero che lo attraversa e, infine, sembra avere anche un po' il passo di un romanzo di fine Ottocento-primi Novecento, con quel mondo contadino fatto di tanta fatica e pochi affetti. 
Ribadire il fatto che per scrivere buone storie bisogna averne lette tante, mi pare quasi ridondante, visto chi l'ha scritta. Ma credo che questo sia un caso di specie. 
Lo stesso si potrebbe dire per la robustezza dell'impianto. 
Anche in questo caso, la cosa che colpisce è la consapevolezza - peraltro esplicitata in una sorta di meta racconto - di quali siano le norme del ben raccontare. 
Nicoletta Gramantieri affida a Vero, uno dei miei personaggi preferiti, il ragionamento teorico sulle regole della buona scrittura. E l'Albertina che di lui si fida, lo segue e poi, se non proprio distratti, lo imparano anche i lettori e verificano che il "come" si scrive è già una buona metà del valore di un libro. 
Dunque, la galleria dei personaggi, da Minghinì il matto del paese, cui quasi nessuno crede, che ha una sua lingua incomprensibile, la Fosca che attraversa silenziosa e scura il paese avvolto nell'umidità e che ha un odore addosso che vien su sulla pagina, le ricamatrici intorno alla Iolanda, tra le poche sorridenti e per questo invise da chi ne invidia l'allegria in tempi cupi. E Giusto, il macellaio, sorta di aruspice fuori tempo massimo. E poi Cecchino, fantolino febbricitante, e la Marcella in cerca di amore e Vittorio in cerca di riscatto... Bene, tutti loro costituiscono il contesto allargato intorno a cui si intrecciano invece i rapporti umani stretti stretti tra l'Albertina, la sua nonna, la sua mamma, la sua Madrina, e poi Celso e poi Vero. 
Tutti loro son lì un po' autentici e un po' no, ma con il preciso intento di porgere una mano gentile al lettore per farlo entrare nella storia e poi accompagnarlo affettuosamente attraverso tutti i passaggi anche quelli più impervi. Dove i rumori, gli odori, il tempo è tutto piuttosto vero.
E per questo, un' unica accortezza, prima di entrarci: un cappello di panno, un pastrano e scarponi impermeabili, perché lì dentro piove sempre. O quasi. 

Carla

lunedì 21 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRE LA VERITA' 

Parole di caramello
, Gonzalo Moure, Maria Girón (trad. Francesco Ferrucci) 
Kalandraka 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Kori finì di mangiare le sue lenticchie e andò in cortile. Si guardò intorno e non vide né sua madre, né la sorella maggiore, e nemmeno i suoi fratellini. Trovò le vecchie forbici con cui sua madre tagliava l'erba, e scegliendo ogni singolo stelo, ciascuno in un punto diverso in modo da non far notare la loro mancanza, preparò un ciuffo nella sua mano. Una volta finito, rimise le forbici dove le aveva trovate e guardò la piccolissima coltivazione d'orzo: non se ne sarebbe accorto nessuno. Nascose la mano con il ciuffo d'erba sotto la camicia e andò verso i recinti." 

Un fascetto di erba d'orzo è il suo primo regalo per in nuovo nato. 
Nel recinto dove i suoi zii allevano la dromedaria, è nato un piccolo. Kori lo va a trovare tutti i giorni e lo considera il suo unico amico. Quasi tutto il suo tempo Kori lo passa al di qua della rete a parlare e ad ascoltare quello che il piccolo dromedario, cui lui ha dato il nome di Caramello, ha da dirgli. 
Kori è un bambino sordo. Dalla sua bocca non escono suoni, ma nella sua testa riesce a leggere i segni diversi che fanno le labbra delle persone ma legge anche sulle labbra del piccolo dromedario sulle sue labbra che masticano l'aria versi e frasi. 


Nasce in Kori l'assoluta necessità di scrivere per ricordare quanto ascolta da Caramello. 
Kori così torna a scuola e con molta fatica e impegno impara a scrivere per non dimenticare. Riempie le pagine con i suoi pensieri, sono vere e proprie poesie, e con i pensieri di Caramello. 
Il dromedario cresce e dopo un anno il suo destino è segnato. Nella povertà in cui vivono tutti in quel campo di rifugiati saharawi in mezzo al nulla del deserto algerino, non c'è alcuna possibilità di allevare un dromedario maschio: le femmine danno il latte, i maschi... la carne. 

Due cose colpiscono chi legge questo racconto di Gonzalo Moure (Trenor) e tutte e due hanno a che fare con il saper raccontare la verità, nuda, per ciò che è. 
Sembrerebbe un compito semplice, quasi naturale, e invece non lo è affatto. Soprattutto, se si considera l'ambito in cui ci si trova: la letteratura per l'infanzia. 
Gonzalo Moure conduce il lettore, lo prende letteralmente per mano, per spiegargli con grande chiarezza e dovizia di dettagli, il luogo e il contesto in cui tutto avviene. La povertà assoluta di poche case di terra cruda in mezzo al nulla: non un albero, né un po' di erba. 
Ogni tanto qualche camion che nella polvere attraversa il villaggio per portare acqua o bombole di gas diventa per i ragazzini il divertimento della giornata. Inseguirlo, attaccarsi al paraurti e scendere al volo quando gli uomini seri che lo guidano scendono per liberarsene, dei ragazzini. 
E su tutto questo un immenso cielo azzurro da cui non cade neanche una goccia d'acqua. 
Qui vive Kori che è un bambino sordo: non ha nulla per sé, né suoni né voce, a parte l'affetto dei pochi adulti che gli girano attorno. Il loro tempo e la loro attenzione, però, è sottomessa a obblighi e faccende quotidiane. Così in famiglia nessuno si accorge per tempo della sua fuga con il piccolo dromedario e suo zio non ha mezzi per permettersi di allevare un secondo dromedario. 
In questo modo la verità diventa scomoda da raccontare, con tanti spigoli. Eppure. 
Nessuna ricerca di arrotondarli, gli spigoli, nessun tentativo di ammorbidire i toni, o di addomesticare la sequenza dei fatti per addolcire la lettura. Altro che parole di caramello.
Ma sono bambini... 


Ecco, è proprio questo il punto: sarà più saggio e utile nascondere loro certe durezze o piuttosto è più intelligente, serio e soprattutto onesto prenderli per mano e fargli attraversare questo piccolo dolore - che non va dimenticato è pur sempre letterario - per poi farli ragionare che così può essere la vita: con diversi spigoli contro cui sbattere? 
Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è affatto, purtroppo. 
Ma erano due le cose che avevano relazione con il racconto del vero: la seconda è nell'altro lato di questo racconto, ossia nelle immagini. 
Maria Girón dimostra innanzi tutto una grande sapienza nel segno, nella tecnica e nella resa della luce, ma soprattutto un grande talento nel saper disegnare i bambini e, forse più in generale, i corpi umani. 
E, più in particolare, saperli ritrarre nell'atto di agire, di muoversi nello spazio. E nel farlo applica una regola d'oro, ovvero l'onestà di cui si parlava prima. 
Nessuna smanceria o leziosità, nessuna strizzatina d'occhio. 
Qui, forse, è anche l'impegno del testo che le ha indicato una direzione da rispettare. 
Ma anche altrove non mi pare di vedere mai quel repertorio di stereotipi da cui pescano spesso e volentieri i cattivi disegnatori dell'infanzia (calzettoni rigorosamente uno su e uno giù, possibilmente maglietta a righe, possibilmente molte lentiggini sul naso rigorosamente all'insù e ginocchia sporche...) Kori è ritratto più volte nell'atto di agire, nella grande serietà che mette in tutto quello che fa, che sia tagliare l'erba da portare al dromedario o sia imparare a scrivere a scuola.


Indossa sempre la stessa maglietta e le stesse braghe, ad eccezione del momento della fuga, in cui fa la sua comparsa il turbante. A parte la tavola con la lacrima, tutto quello che le immagini descrivono ha un suo preciso rigore interno, lo stesso che traspare dalle parole. Con la stessa serietà e oggettività si racconta il contesto. 


L'unico canale attraverso cui passano le emozioni è il colore che letteralmente vibra attraverso la luce.

Carla

venerdì 16 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E VISSERO FELICI E RIDENTI 

La famiglia Porelli, André Bouchard (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 6 anni) 

"Presto sarà Natale! Come i fiori a primavera, da ogni parte spuntano i falsi Babbi Natale. E' risaputo, infatti che il vero Babbo Natale vive al Polo Nord, in un palazzo di ghiaccio. Se abitasse nel quartiere, si saprebbe! I falsi Babbi vanno a lavorare in città, dove per pochi soldi fingono di essere quello vero. Spesso stazionano nei grandi magazzini, dove attirano i bambini che ci si perdono assieme ai genitori. Il falso Babbo Natale si riconosce dalla faccia avvilita." 

Il Babbo Natale falso si riconosce anche dallo sguardo cupo e dalla sua incapacità di sorridere, men che meno di ridere. 

© André Bouchard

Esattamente come capita anche a tutti gli adulti del quartiere. Anche loro, come papà e mamma Porelli che passano il loro tempo a cercare di sfamare le 6 bocche di famiglia, hanno dimenticato come si fa a ridere. Fortunatamente ci sono i ragazzini. 
Carlo, con i suoi fratelli e la sorella Carolina, scorrazzano per il quartiere in assoluta libertà: non è un posto dove le macchine veloci sono solite sfrecciare. 
A dire la verità un adulto sorridente ci sarebbe, il signor Nicola, maestro della scuola del quartiere. 
Il Natale si avvicina a passi da gigante e, nonostante gli sforzi dei ragazzini, tutto sembra avvolto in un manto di cupezza, fino al momento in cui arriva un regalo ben fatto che riesce a spandere allegria diffusa, nonostante un testone si rifiuti di lavarsi le mani... E che Natale sia! 

Dedicato a Dickens, a Marx e a François Ruffin (ognuno indaghi per conto proprio) per far capire al lettore adulto quali direzioni la storia voglia prendere.

© André Bouchard

Verso Dickens per la malinconia diffusa e patente, verso Marx per la verità che si palesa a proposito della pancia piena e verso Ruffin per la sua stoffa di politico e di uomo di satira. 
Un quarto nome importante a cui questo libro poteva essere dedicato è quello di Ken Loach, per il contesto di sottoproletariato spinto. 
Come sempre accade nei libri di Bouchard è il punto di vista che fa la differenza: qui per raccontare il Natale tutto parte da un aspetto piuttosto laterale: il falso Babbo Natale. Sarà capitato anche a voi di vederli, mesti, all'entrata di un grande magazzino e di pensare - se siete di Roma, beninteso: poreeello! 
Per esperienza, credo si possa sottoscrivere ogni parola di quella descrizione che Bouchard ne fa. 
Dunque, porello, nel senso di poverello, il falso Babbo Natale e Porelli i membri della famiglia protagonista. 
Ma in questa storia c'è di più. 
Come già negli altri due titoli di Bouchard, che con grande merito Logos e Glifo stanno portando in Italia, anche in questo caso si mette in moto il consueto quanto divertente meccanismo ironico che nasce dallo scarto di ciò che si vede da ciò che si sente. 
Andare a fare la spesa al mercato, e poi al supermercato e fare merenda nel pomeriggio al parco sono rispettivamente illustrate con un ravanare tra le cassette di legno accumulate fuori da un mercato rionale, tra i cassonetti all'esterno di un magazzino di una grande catena di distribuzione e tra i cespugli di un giardinetto dove una ricca signora in pelliccia tira a dei piccioni pezzi del suo croissant. 

© André Bouchard

E ancora: il quartiere cui si allude e di cui si tessono le lodi per la sua scarsa pericolosità è una baraccopoli con auto senza pneumatici, casupole di ondulato di lamiera, roulotte e vecchi tubi 'abitabili'. Ma al di là di questa relazione forte che tiene insieme immagine e testo, raccontati nel loro ironico smentirsi a vicenda, La famiglia Porelli è piena di tante sottigliezze, molte delle quali sono anche linguistiche. A partire dal titolo che se hai la ventura di abitare a Roma o di frequentare il vernacolo locale, un cognome del genere diventa subito irresistibile. Trovate un romano e chiedetegli di tradurre Poverelli in romanesco e otterrete un poreeelli, detto con la dovuta intonazione commiserevole... 
Magari un milanese coglierà invece una curiosa assonanza/stridore tra Porelli e Pirelli... Chissà. 
Gioca dunque Bouchard con il lessico - e Regattin è bravo a stargli dietro e non perde un colpo - come attestano le materie studiate a scuola: dal fai-da-te all'aritmetica, dalla politica alla saldatura. Come attestano parole perfette come 'avvilito'.
Gioca Bouchard anche con il colore, dando agli adulti mesti che girano per il quartiere un unico colore: il nero su cui il brulicare dei bambini che schizzano di qua e di là spicca parecchio, insieme alle foglie di insalata che escono dalle tasche dei cappotti sdruciti. 
Gioca Bouchard con il colore anche quando lo usa come indicatore 'emotivo' di un crescente benessere, un po' come se fosse il corrispettivo visivo della pancia piena.
 
© André Bouchard

Gioca Bouchard con i dettagli del suo disegno così dettagliato: dal ritratto di una costosa quanto magica Le Creuset rossa, in grado di cucinare a comanda, a un improbabile albero di natale che si tiene su un foratino con due zeppe di legno. 
In conclusione, Natale o no, la sequenza dei libri di Bouchard che Logos sta pubblicando (ce ne sono 2 in arrivo), nell'ambito della Biblioteca della Ciopi in ottima compagnia con altri bei titoli, non possono che rendere felici e ridenti chi vorrà leggerli. 
A natale, ma non solo.

Carla

mercoledì 20 luglio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ALBERO DI ARANCE DOLCI


Ci sono romanzi che sono per la loro stessa natura inclassificabili, al di là dei criteri della critica letteraria o dei generi precostituiti, che fanno collocare in una libreria o in un biblioteca un libro lì invece che là.
‘Il mio albero di arance dolci’ di José Mauro de Vasconcelos, scrittore brasiliano, è uno di questi: straordinario racconto di un’infanzia, la sua, che tocca la mente e il cuore di ragazzi ed adulti.
Il protagonista è José, detto Zezé, un bambinetto fra i cinque e i sei anni, che vive con la famiglia poverissima nella favela di Bangu, a Rio de Janeiro. Zezé ha un fratello più piccolo, Luis, per cui inventa giochi meravigliosi, un fratello più grande, Totoca, con cui va a scuola, e una sorella quindicenne, Gloria, che è una specie di fata madrina, l’unica nella famiglia a comprenderlo e proteggerlo; sì, perché Zezé, che è un angelo a scuola, dove va precocemente perché ha imparato a leggere da solo, ed è un angelo anche con lo zio Edmundo, che gli spiega tante parole nuove, ma quando è in casa è un diavolo. Non si sa perché, ma non resiste alla tentazione di fare scherzi e dispetti, di dire parolacce e cantare canzoni sconvenienti, anche senza comprenderne il significato. E allora sono botte, tante botte, con la cinghia del padre o con più delicati ramoscelli usati dalla madre o dalla sorella più grande Lalà.
Zezé si è proprio convinto di essere un diavolo in terra e quindi sopporta e subisce le punizioni come necessarie, legate alla sua stessa natura.
Ma si consola parlando con il suo albero di arance dolci, con cui passa piacevoli pomeriggi di pacate conversazioni: Minguinho, questo è il suo nome, infatti, parla ed è a lui che il bambino confida i suoi dispiaceri, i suoi dubbi. La sua vita è integralmente segnata dalla povertà: il padre disoccupato, sempre triste e scostante, la madre che lavora tutto il giorno, i vestiti rattoppati, il doversi inventare ogni giorno qualche stratagemma per rimediare qualche soldo. Così Zezé si improvvisa cantante, accompagnando seu Ariovaldo, che vende spartiti cantando canzoni popolari.
Ma il vero raggio di sole nella sua vita è rappresentato da Manuel Valadares, detto il Portoghese, o ancor meglio il Portuga: dopo un primo incontro parecchio movimentato, il Portuga diventa il suo unico riferimento adulto, una persona che lo comprende, lo protegge, gli fa vivere esperienze che altrimenti non avrebbe mai potuto vivere. Porta la tenerezza nella sua vita e ‘la vita senza tenerezza non è un granché’.
Il sogno di Zezé di farsi adottare dal Portoghese, che gli regala biglie e figurine in quantità, si infrange dolorosamente e così si infrange anche la sua infanzia.
Il romanzo di De Vasconcelos è stato scritto in poco tempo nel 1968, con uno stile immediato, che fonde realismo e immaginazione, e si inserisce a pieno nella letteratura sudamericana, in cui lo straordinario fa parte della vita comune, così come avviene nel pensiero bambino, che anima le piante e intesse conversazioni con il mondo vivente. Zezé è un personaggio indimenticabile, con la sua forza e la sua fragilità, l’immaginazione portentosa e la rassegnazione ad un destino da ‘cattivo’. Nonostante la durezza della vita, che piega i rapporti familiari, nel libro circola molto amore, un amore dolente, rabbioso, ma che trova i suoi momenti di redenzione.
Dei bambini delle favelas ci aveva già parlato Andy Mulligan in ‘Trash’, ma era lo sguardo di chi vede dall’esterno uno degli inferni del mondo.
Qui lo sguardo è in presa diretta, racconta ciò che lo stesso autore ha vissuto, negli anni venti del secolo scorso, a Bangu. una storia di povertà e di desiderio di riscatto: Zezé ci racconta il suo mondo, le case malandate, il treno che porta in città, il Natale senza regali, e nello stesso tempo il pensiero travolgente, che cambia natura alle cose, che permette di sognare di diventare un giorno poeti.
Lettura caldamente consigliata a ragazze e ragazzi sensibili, da dodici ai novantanove anni.

Eleonora

“Il mio albero di arance dolci”, J. M. De Vasconcelos, trad. A. Campanozzi, prefazione di G. Catozzella, Blackie edizioni 2022




 

lunedì 26 luglio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI, DI NUOVO

Una casa sulle ruote, Susin Nielsen (trad. Claudia Valentini)
Il Castoro 2020



NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)


"'Indirizzo?' Mi sono guardato i piedi. Indossavo gli stivali da pioggia, senza calzini. Non c'era stato il tempo di cercarne un paio. Constable Lee si è sporta verso di me. aveva le spalle cascanti. Pessima postura. 'Quando abbiamo preso la vostra chiamata stasera, Felix, sembrava che viveste entrambi lì.' Oh, quanto avrei voluto che mi madre fosse con me. Avrebbe avuto subito pronta una spiegazione più che plausibile. Ma io non sono come lei. Non ho un talento innato per la manipolazione della verità.
Così ho continuato a fissare il pavimento. Constable Lee ha ripreso a battere sulla tastiera, sebbene io non avessi detto una parola. 'Felix' mi ha chiamato con tono gentile 'con me puoi parlare... ' 'Ho fame'."


Felix, dodici anni e tre quarti è in una stazione di polizia, perché con Astrid che è sua madre hanno avuto una serata turbolenta a causa di due balordi che, ubriachi, giravano intorno al loro furgone, ovvero la loro casa.
Da quattro mesi lui e sua madre, in gran segreto, vivono in un Westfalia che Abelard, ex fidanzato della madre, le ha lasciato quando è partito per l'India.
Una vera e propria parabola discendente in fatto di abitazioni e condizioni di vita. All'inizio, lasciato anche l'ultimo monolocale nel seminterrato, vivere su una casa a ruote poteva anche avere il sapore dell'avventura, ma a lungo andare vivere in uno spazio così esiguo, freddo e senza bagno, non è piacevole. Mangiare scatolette, spesso rubacchiate qua e là da Astrid che non riesce a trovarsi un lavoro, lavarsi nei bagni dei locali o della scuola, riscaldarsi nelle biblioteche non mette di buon umore nell'uno né l'altra. Per trovare un senso a tutto questo entrambi si dicono che è solo una situazione temporanea, che però non sembra concludersi, ma anzi complicarsi.
Astrid, a suo modo, è una brava madre, estrosa, creativa, divertente anche se decisamente inaffidabile. Ha un carattere molto deciso e una visione del mondo e una interpretazione della verità molto personale, cosa che a lungo andare sta logorando la fiducia di Felix ed entrando in conflitto con tutti i più saldi principi di questo ragazzino. A ben vedere le uniche valvole di sfogo per questo ragazzino sono i suoi due grandi amici, Dylan e Winnie, e il quiz a premi Chi Cosa Dove Quando. E non è poco.
Questa è la storia dettagliata dei suoi ultimi quattro mesi di vita, dall'inizio d'agosto quando è salito sul Westfalia per la prima volta con il suo tomte e Astrid fino al 27 novembre, a meno di una settimana dalla sua partecipazione al quiz, quando ne sono scesi entrambi, scortati da una pattuglia di agenti. Le ultime 50 pagine sono il racconto di ciò che è successo dopo...


Ironia della sorte questo libro, come i due protagonisti della storia, ha vissuto nell'ombra, per ben più di quattro mesi. Ma come è accaduto anche a Felix, a un certo punto ha avuto l'opportunità di uscire di nuovo allo scoperto. E da quel momento non ce n'è stato più per nessuno. Va da sé che averlo apprezzato così tanto ha fatto sì che il senso di colpa di chi scrive per averlo lasciato nell'ombra è grande: paragonabile a quello di Astrid che non riesce a dare al figlio Felix quello che meriterebbe, amore e corso intensivo di francese a parte.
Susin Nielsen è una sicurezza, una garanzia di qualità. Qui con una maturità ancora più profonda, se possibile.
Si riconfermano le sue cifre: la profondità nel raccontare la complessità, la capacità di introspezione psicologica che lascia davvero basiti, chissà se è un fatto di S.d.O.?
E ancora, l'ironia che alleggerisce sempre tutto, la scrittura 'naturale' che Claudia Valentini, sua traduttrice storica, ci restituisce in tutta la sua freschezza. La costruzione di un plot che è di ferro. La rara arte di non mollare mai il proprio lettore, al contrario di lasciarlo sempre in trepidante attesa, tra una sessione di lettura e l'altra.
Si riconferma il fatto di mettere in un solo libro molte questioni: in primis, la fragilità degli adulti, le loro immaturità, e inadeguatezze. Ma anche le difficoltà che possono presentarsi, inaspettate, nella vita di chiunque; ma anche le famiglie monogenitoriali; l'omosessualità; il senso ultimo dell'amicizia; la lealtà; la dignità personale; l'accettazione dell'altro; le priorità valoriali e la loro irrinunciabilità; la solidarietà; l'affettività; il mal di vivere. Tutti temoni su cui la Nielsen scava in profondità, ne racconta le varie prospettive, senza mai giudicare. I suoi personaggi, le situazioni non sono mai sotto accusa, nonostante spesso verrebbe la voglia di stigmatizzare questo o quel comportamento. Di tale compito la Nielsen lascia che siano i suoi lettori a farsene carico, a libro chiuso, a storia finita.
Ma allora che cosa ci fa dire che questo libro è ancora migliore degli altri?
Due cose. La prima: l'assenza assoluta di vellutata facilità. In una trama bella complessa, non c'è occasione che non venga colta per offrire complessità di visione. È difficile da spiegare, ma in sintesi si può ben dire che la Nielsen sia un talento a 'increspare', 'rendere scabre le superfici', far 'baluginare' personaggi, luoghi, situazioni.
La seconda: il fatto che almeno per cinque o sei volte, nel leggerlo, non è possibile frenare la commozione. Proprio non è umanamente possibile.
Tutto quello pensato fin qui contribuisce ovviamente a confermare una sua grande capacità di mettere nero su bianco la sua empatia diffusa, non solo S.d.O quindi, ma forse la spiegazione più convincente a questa condizione si annida in due dettagli che sono rispettivamente nella prima pagina, la dedica in corsivo a Eleanor, e nell'ultima dei ringraziamenti, il West Point Cycles di Vancouver...
Non resta altro da fare che consigliare di leggerle, queste due pagine, magari anche con le 275 che sono in mezzo e che le tengono lontane, ma idealmente contigue.


Carla




 

mercoledì 13 gennaio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LASCIARSI PIOVERE
 
Agni e la pioggia, Dora Sales, Enrique Flores 
(trad. Rossella Michienzi)
Kalandraka 2020
 

NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)
 
"Quella mattina, all'alba, volle uscire a bagnarsi. Senza pensarci due volte, sentì il bisogno di farlo, per cercare di togliersi di dosso quel senso di tristezza. Con l'acqua.
Si alzò facendo attenzione a non svegliare nessuno, e uscì dalla porta della baracca. Era solo nel vicolo, e rimase di fronte alla sua piccola casa dal tetto di latta. L'acqua cominciò a bagnarlo; una goccia, un'altra ancora... Era tiepida, come l'aria di quell'alba. Piano piano, gradualmente, Agni stese le braccia e iniziò a muoverle, su e giù, con lentezza, per sentire le gocce cadere sulla sua pelle, e in quel momento tranquillo, da solo con sé stesso, con le sue domande sentì che a volte è bene lasciarsi piovere."
 
Agni, con i suoi 10 anni, vive a Bombay, in una delle tantissime baracche che si affacciano su un vicolo fangoso. È uno dei tantissimi bambini che vivono in povertà estrema, è uno dei tantissimi che lavorano. Passa tutte le sue giornate con le mani nell'acqua acida a strofinare i panni sporchi nel lavatoio del signor Kumar. In questo modo contribuisce a portare qualche soldo a casa e a essere di aiuto al resto della famiglia. Tutti i giorni si ripetono uguali e uguale è il percorso ogni mattino per andare, assonnato, e ogni sera per tornare, stanco. Domenica a parte che è il giorno in cui non si lavora e si va al mare con il resto della famiglia con un motocarro in prestito o al mercato con la madre per comprare frutta e, se i soldi lo permettono, anche un pesce che diventerà saporito.
La felicità sembra essere lontana da qui. Eppure.
Come dice Ma, non è ricco chi possiede di più ma chi sorride di più, chi sogna di più. E questo Agni lo sperimenta ogni giorno, di sogno in sogno, di desiderio in desiderio. Immagina quando riesce a infilarsi nel piccolo cinema del signor Shanti, immagina quando con il suo dito viaggiatore esplora il vecchio mappamondo che ha a casa, immagina quando impara la parola amore, immagina il brivido sulle labbra di Lilli e il Vagabondo che si uniscono, immagina il sapore dei gamberi della signora Sharma, immagina quando decide di cambiare strada per tornare e sente che da una casa escono risate di bambini, immagina quando si siede con il suo migliore amico Abhay sulla vecchia panchina sul lungomare di Bandra.
 

Immagina ascoltando tutti i racconti che gli fa il suo fratello maggiore Vijay.


Questo libro ha dentro di sé almeno due voci. Una, più stentorea e più chiara, è quella che racconta un fatto certo che è la condizione sociale in cui Agni vive. Il fatto che a dieci anni abbia già alle spalle almeno altri quattro o cinque anni di lavoro, il fatto che si svegli alle cinque e mezza ogni mattina e non vada a scuola, il fatto che non sappia leggere o scrivere, il fatto che i suoi unici svaghi siano quattro calci al pallone nella breve pausa di pranzo e ogni sabato, dopo il lavoro, un film nella sala di proiezione a tre vicoli dal suo, il fatto che abbia sempre un po' fame, il fatto che il lavoro paia essere l'unico destino anche della piccola sorella Lalita, il fatto che Agni veda ogni sera Ma e Baba sfiniti di fatica.
 

A questa se ne intreccia un'altra, molto più sottile e profonda, che esprime qualcosa di non così tangibile, non così certo come è certa la realtà. Una voce che racconta la materia dei sogni, ovvero quello che sta dentro di noi. In altre parole esiste una prima storia che si dedica ai fatti della vita di Agni, attenta ai contorni delle cose. La seconda ha un modo di raccontare del tutto diverso. Le parole dicono ciò che non si può toccare, afferrare, perché non ha contorni e di solito è un po' più lontano: per esempio, ci dice dell'orizzonte dopo il mare sporco che Agni ha davanti quando siede con il suo amico a ragionare? Si tratta di parole che puntano anche verso l'alto, per esempio in cerca di una stella da regalare? Così facendo, la seconda voce ha il compito di raccontare il mondo interiore, i sogni, i desideri, i pensieri di quel bambino e di quel pugnetto di persone che gli girano attorno. E meno male che questo accade. In caso diverso, questa sarebbe solamente la storia di un mucchio di relitti.
E così accade che in un bambino - il cui nome significa fuoco - la fatica di una giornata a lavorare duro si 'incenerisca' su una panchina scrostata o nel buio di un cinemino, che l'odore acre dell'acido del lavatoio 'diventi fumo' di fronte al profumo dei manghi maturi del mercato, che poche rupie restino dischetti di metallo e che siano i sogni, invece, a cambiargli la giornata, che la pioggia forte di una notte, non sia solo fango all'alba, ma abbia il gusto di lavarsi via la pesantezza.
 
Carla



mercoledì 24 gennaio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UNA SERIE DI FORTUNATI EVENTI
Il rapimento del Principe Margarina, Mark Twain, Philip Stead,
Erin Stead (trad. Giordano Aterini)
Bompiani 2017


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

"L'unica vera amica di Johnny era una gallina malinconica dal nome bizzarro. Si chiamava Pestilenza e Carestia. In passato probabilmente le galline dovevano essere state due, una Pestilenza e una Carestia. Ma dobbiamo di nuovo attenerci ai fatti. C'era una sola gallina, adesso, e aveva due nomi.
Pestilenza e Carestia si avvicinò trotterellando e becchettò fiaccamente l'alluce malconcio di Johnny per manifestargli solidarietà.
'Grazie' disse Johnny. 'Non mi sono fatto niente, credo.' Saltellò su un piede. La gallina lo imitò, convinta che fosse la cosa giusta da fare. Johnny rivolse un sorriso alla sua vecchia amica."


Questi due sono amici e si fanno una gran compagnia. Da una parte, un ragazzino quasi solo al mondo (a parte il nonno che era proprio una brutta persona) che vive in uno sperduto paese con il nome difficile da pronunciare, un paese dove i poveri e gli sfortunati rimangono poveri e sfortunati per tutta la vita e dall'altra, una gallina che ha per nome un'imprecazione, una delle molte pronunciate dal nonno burbero di Johnny, al mattino appena sveglio.
Quella brutta persona sta per fare la sua ennesima cattiva azione: sta per intimare a Johnny di andare in città a vendere la gallina al mercato.
E questa è un po' la storia del viaggio di un ragazzino e della sua fedele gallina verso il mercato. Barattare con una vecchina la sua gallina permalosa e malaticcia, seppure socievole, è quello che fa Johnny e ne ottiene in cambio un pugnetto di semi blu.
Il viaggio di ritorno con i semini in mano non è facile, ma ciò che lo attende a casa è ancora peggio. Nel vedere il frutto dello scambio, il nonno impreca così tanto che ci lascia la pelle. Ma prima i semi li sbiascica e li risputa in giro. Il caso volle che uno di quei semi attecchisse e producesse un bel fiore che il povero bambino affamato mangiò per fame. Il fiore magico permette a chi lo mangia di poter parlare le lingue degli animali ed è quello che puntualmente si verifica.

 
E questa è anche la storia di quello che al piccolo Johnny capita, dal momento che si fa un'altra amica, Susy la donnola, e che le cose cominciano ad andare nel verso giusto e che decide di partire alla ricerca di un principe scomparso.
E del finale invece tacerò.

Ci sono due, anzi tre, eventi fortunati in questa particolare circostanza.
Il primo: la tradizione nella famiglia Clemens di raccontare prima di andare a letto una storia inventata, partendo da una figura di un giornale.
Durante la loro permanenza parigina, per le due bambine più piccole, Susy e Clara, Samuel Langhorne Clemens inventa storie ogni sera. Una di queste però sembra convincerlo più di altre e così decide, per cinque giorni di seguito, di appuntarsi qualcosa, con l'intento di ritornarci su, sulla storia di Johnny, con l'intento, forse, di renderlo indimenticabile come Tom o Huck.


In verità, Samuel Langhorne Clemens, sulla storia di Johnny non ci torna su, ma quei fogli sparsi, per la precisione 16, tornano a galla nel 2011, a Berkeley nell'università dove le carte di Twain si conservano con cura. E questo è il secondo evento fortunato.
Il terzo segue a ruota e si verifica quando a qualcuno, vari illustri professori e un bravo editore, viene in mente di rivolgersi a Philip Stead per ricucire degli 'appunti grezzi', seppure autografi di Mark Twain, e ad Erin Stead per illustrarli.
Ed eccolo qui, il libro che tutti dovrebbero avere a scaffale. O sul comodino.


Messa da parte ogni soggezione, Philip Stead ricama o per meglio dire plasma una meravigliosa storia che, sostenuta con forza dall'ossatura degli appunti di Twain, prende una sua forma, corpo, originali che, meravigliosamente, hanno l'imprinting del progenitore.
Per assurdo si potrebbe credere che Stead abbia origliato per quelle magnifiche cinque serate parigine dedicate al piccolo Johnny e alla sua gallina.
Per questa ragione, neanche per un momento, non stentiamo a credere alla storia-cornice che Stead imbastisce e che lo vede dialogare con Twain in persona, sorseggiando un tè sulle rive del lago, in vista dell'Isola dei Castori.
E quando Twain, come accadde nella realtà, si alza e puf! svanisce, arriva una donnola a confermare ai coniugi Stead che le fiabe sono vere.
I meriti di Twain, chi sono io per elencarli? Ognuno lo faccia secondo coscienza, ma sui meriti degli Stead e di Giordano Aterini, (il felice traduttore) qualcosa si può forse dire.
Se si procede con ordine, il primo che salta agli occhi è il ritratto di Johnny fatto dalla Stead: un ragazzino che lei decide, in assoluta autonomia, sia afroamericano. Ottima idea. E più in generale, il disegno, dai ritratti alle silhouette: da mozzare il fiato, siano essi galline o regine.


Il secondo è la scelta della citazione di Twain sulle leggi del racconto.
Il terzo è la autopresentazione di Philip che ha la leggerezza del miglior Calvino.
Il quarto, la felice sintesi per spiegare il senso ultimo delle fiabe: la differenza tra il Qui e il Là (e siamo solo a pagina 12).
Il quinto è il tono burbero, misantropico, ironico della voce che Philip dà a Twain. Non potrebbe che essere tale, anche nella sua felice declinazione italiana di Aterini.
Il sesto è il ritmo pieno di respiro, lento, pacato, sfumato almeno quanto il disegno. Uno spazio narrativo in cui il racconto si snoda con naturalezza per giungere e fermarsi di fronte ad alcuni punti cardine, che anche solo per loro sarebbe valsa la pena di leggere il libro:

"Johnny prese un bel respiro per calmarsi. Poi aprì la bocca e trovò le parole che potrebbero salvare l'umanità da tutti i suoi guai, se solo l'umanità le pronunciasse di tanto in tanto, pensandole davvero. Disse: 

'Sono felice di essere qui.'"

"Johnny fece un bel respiro per calmarsi. Poi aprì la bocca e trovò le parole che potrebbero salvare l'umanità da tutta la sua violenza sciocca e incessante, se solo l'umanità le pronunciasse di tanto in tanto, pensandole davvero. Disse: 

'Sono contento di conoscervi.'"




Ecco, cose così.
 
Carla